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Costanza Di Quattro racconta i suoi ricordi nella Casa di Montalbano

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Articolo di Omar Gelsomino

Milioni di telespettatori conoscono benissimo quella casa. Per i visitatori che ogni anno frequentano la spiaggia di Punta Secca, a Santa Croce Camerina, è un vero e proprio must fare un selfie davanti la famosa Casa di Montalbano. Per non parlare poi di quel terrazzino affacciato sul mare che a tanti ha fatto e continua a far sognare. Costanza Di Quattro, giornalista e scrittrice, che insieme alla sorella Vicky dal 2010 è la direttrice artistica del Teatro di Donnafugata, ha scritto “La mia casa di Montalbano” per Baldini e Castoldi, in cui racconta il suo viaggio introspettivo nella casa di famiglia diventata set della fiction del Commissario Montalbano, tratta dai romanzi di Andrea Camilleri. Un romanzo, con le note del regista Alberto Sironi e del location manager Pasquale Spadola, ci porta a scoprire racconti inediti, un viaggio introspettivo di Costanza Di Quattro, iniziato nei primi anni Novanta, il forte legame col nonno, ripercorrendo i suoi ricordi dall’infanzia all’adolescenza, quando la casa dei nonni, che per diverse estati aveva ospitato parenti, amici di famiglia e ospiti illustri (Elvira Sellerio, Gesualdo Bufalino, ecc), diventa la casa di tutti perché set della serie del Commissario Montalbano, così questa forma di gelosia e attaccamento la fa allontanare. Una casa che col tempo ha custodito tantissime storie, racconta un dipinto della cultura siciliana e delle abitudini della gente. Costanza Di Quattro ci racconta le sue emozioni.

Come nasce l’idea di scrivere questo libro?

«È essenzialmente un libro di ricordi, quindi un memoire che fa parte della mia storia, della mia famiglia, del mio vissuto, di un periodo felicissimo della mia vita che è quello dell’infanzia e che per me è stato particolarmente felice. Poi c’era la volontà di fermare quei ricordi in un momento in cui quella casa era ancora della famiglia. Dopo l’avvento di Montalbano, per quanto continui ad essere casa nostra è diventata un po’ la casa di tutti. Perdere l’essenza di quel posto e condividerla anche con gli altri ha creato un momento traumatico».

Il tuo libro non è solo uno scrigno di ricordi?

«È anche una testimonianza di uno spaccato sociale, di un periodo storico, perché gli anni ’90 vengono fuori da questo romanzo e anche il passaggio di tante persone e personaggi, illustri e non, che creano lo spaccato della provincia di Ragusa».

La casa dei nonni rispetto a quella a cui siamo abituati a vedere com’era?

«Rispetto a come la ricordo io e come la descrivo nel romanzo è identica, non è cambiata perché il regista Sironi s’innamorò di quella casa e non volle cambiare nulla se non la camera da letto che nella realtà quella stanza è un soggiorno. Nella fiction invece il soggiorno è diviso a metà con la camera da letto prospiciente al mare. Per il resto è la casa che io ricordo, anzi paradossalmente la ricordo più per come la vedo oggi nella fiction per quella che è diventata»

Possiamo definirlo un racconto dolce amaro?

«Dolce amaro perchè siamo noi siciliani che abbiamo questo agro dolce dentro di noi, quindi c’è questa vena di nostalgia e di malinconia che permea tutto il romanzo, ma c’è anche la volontà di chiudere in maniera positiva con questa consapevolezza che le cose nostre non sono nostre ma bisogna saperle condividere con gli altri»

La decisione di affittarla alla produzione è stata un po’ combattuta…

«Questa decisione ha avuto in sé uno scontro generazionale terribile, tra volontà di mio padre che era quella di dare la casa alla Palomar perché intravedeva giustamente una grande possibilità e la posizione ferma e rigida di mio nonno, che faceva parte di un’altra generazione, che vedeva in quella casa essenzialmente della sua famiglia e quindi non poteva essere in nessun modo profanata dalla telecamere e dalla televisione. Ci fu un vero e proprio scontro che si è concluso come un grande colpo di teatro con la decisione di mia nonna che ha svolto questa immagine femminile silenziosa ma decisionale».

C’è una differenza fra quello che ha rappresentato per lei e quello che rappresenta oggi?

«Oggi è un po’ l’emblema anche di questa terra lambita dalle acque del mare, del sole che ci invade, per cui in fondo non è molto distante da quella che poteva essere nel mio immaginario e che potevo ricordare nei miei sogni da bambina. Ci sono delle differenze legate al fatto che oggi è più vista più come un monumento nazionale che come una casa privata».

Lei ha conosciuto Andrea Camilleri, vuole raccontarci un aneddoto di un vostro incontro?

«È stato un incontro bellissimo, uno degli incontri più forti ed emozionanti della mia vita. La cosa che racconto sempre e mi piace sottolineare è che in lui ho trovato un grande ascoltatore, io ho parlato per un tempo infinito e lui ha saputo ascoltarmi con interesse ed entusiasmo. Nella capacità di ascoltare io ravviso una grande intelligenza  e una grande apertura, credo che lui riponesse una grande speranza nel futuro dei giovani».

A cosa sta lavorando?

«Sto lavorando ad un paio di testi che andranno per il teatro e ad un romanzo storico, sempre ambientato nella nostra terra con quelle che sono le nostre tradizioni, con quello che è il nostro modo di vivere che mi piace portare in Italia e ovunque perché è un mondo che ha dell’esotico e del fascinoso allo stesso tempo, quindi mi rendo conto che attrae e a me piace raccontarlo».

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