A cura di Alessia Giaquinta

Uno dei miti più caratteristici della Sicilia è sicuramente quello di Colapesce, il giovane messinese, amante del mare, che sacrificò la propria vita pur di salvare l’Isola.
Come? Immergendosi nei fondali e rimanendovi per sempre.
La leggenda vuole, infatti, che a Messina vivesse un certo Nicola – detto Cola – figlio di pescatori, e che questo, fin da piccolissimo nutrisse uno smisurato interesse per la vita del mare. Si racconta, a questo proposito, che Cola mettesse in salvo i pesci catturati dal padre durante la pesca e – addirittura – che li accompagnasse in acqua e lì trascorresse il suo tempo a nuotare con loro. Insomma proprio come un pesce! Per questo motivo, il giovane fu chiamato Colapesce.
Un giorno, l’allora re di Sicilia Ruggero II si lasciò incuriosire dalle capacità del ragazzo e volle metterlo alla prova. Gli comandò, infatti, di scendere nei fondali marini per recuperare un anello caduto in mare.
Colapesce accolse la sfida: si calò nelle acque e affrontò numerose difficoltà prima di riemergere con l’anello del re. Il ragazzo raccontò al sovrano tutto quello che aveva visto negli abissi marini: dalle meravigliose creature che vi abitano ai pericoli che vi s’incontrano. Ruggero II, meravigliato e allo stesso tempo incuriosito dal racconto, chiese a Colapesce di immergersi nuovamente per recuperare altri oggetti preziosi che, via via, il re lanciava in acqua in maniera tale che potessero arrivare ancora più in profondità. Il giovane obbedì ancora una volta ma, durante una di queste immersioni, si accorse che nelle profondità marine c’erano tre colonne che reggevano la Sicilia: una integra, una scheggiata e una rotta. Quest’ultima si trovava tra Catania e Messina ed era in quelle condizioni perché il fuoco dell’Etna – proveniente dal fondo della terra – aveva corroso la colonna.
Quando Colapesce raccontò questo al re, alimentò ancora di più la sua voglia di conoscere cosa ci fosse sotto la Sicilia. Questa volta il re si mostrò incredulo: non riusciva a immaginare un fuoco tra gli abissi marini.
Colapesce si calò ancora una volta tra le acque per dimostrare la veridicità del suo racconto. Questa volta però non riemerse nient’altro che le sue vesti bruciate.
Morì Colapesce? No! Si sacrificò e, pur di non far crollare la colonna corrosa, la caricò su una spalla. Di tanto in tanto pare che si stanchi e decida di cambiare spalla. In questo movimento Colapesce ricorda ai siciliani non tanto il peso del suo sacrificio ma l’incommensurabile amore che ebbe – e continua ad avere – per la sua terra: la Sicilia.

 

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