Articolo di Titti Metrico,   Foto di Samuel Tasca

Voglio parlarvi di passato, di tradizione, di radici, di identità, di luoghi ma soprattutto di persone: i centenari. Custodi della memoria storica e degli antichi valori che stanno alla base delle nostre comunità ma anche e più semplicemente custodi di sapori, colori, odori, suoni, di un’epoca che non ritornerà più. Una dieta alimentare basata sul consumo di prodotti genuini oltre ad uno stile di vita sano e naturalmente ad una predisposizione genetica sono i fattori che consentono a queste persone di tagliare il traguardo dei cento anni. Anche nella nostra splendida Isola, secondo recenti statistiche, vivono 1.199 persone che hanno superato cento anni d’età e di queste ben 952 sono donne.

Ed è proprio di una di loro che voglio parlarvi.

Il suo nome è Grazia Palmisciano, vive nel ridente borgo agricolo di Granieri, al confine tra le province di Catania e Ragusa. In questo luogo “Nonna Razziedda” è nata 102 anni fa e vive ancora oggi. Contrariamente ai suoi coetanei non ha avuto un’infanzia di stenti e privazioni in quanto era la figlia del fattore dell’allora feudo Silvestri e questo le ha consentito di avere anche una buona educazione scolastica. Dopo il matrimonio, che le ha dato due figli maschi, si è “trasferita” in una delle prime abitazioni private al di fuori della masseria e qui ha aperto la prima “putia” (bottega di generi alimentari) di Granieri, dimostrando notevoli doti imprenditoriali per una donna di quell’epoca. Oltre ad essere una donna intraprendente “Nonna Razziedda” è sempre stata una persona sensibile e solidale verso il prossimo: non mancava occasione che rinunciasse al proprio guadagno pur di aiutare i più bisognosi. La “putia” di “Razziedda” era conosciuta anche fuori paese per la qualità del suo pane. Abile anche nella cucina tradizionale, non si è mai risparmiata nel lavoro e tutt’oggi non rinuncia a fare la pasta in casa per la delizia dei propri familiari.

Quando chiedo a “Nonna Razziedda” cosa pensa delle nuove generazioni, lei risponde con una certa ironia che la «gioventù di oggi non vuole lavorare». Ma come passa la giornata la nostra simpatica nonna? «Una colazione frugale sempre accompagnata da un caffè, poi la pulizia della casa, la preparazione, in compagnia della nuora, del pranzo, che consuma con l’immancabile mezzo bicchiere di buon vino rosso. Durante la giornata consuma una buona quantità di frutta, specialmente la prelibata uva IGP di Mazzarrone. La sera le sue preghiere e a cena un pasto frugale». Seduta sul suo divano, vestita elegante, “Nonna Razziedda” si illumina quando parla delle tradizioni natalizie e della preparazione delle pietanze tipiche di queste festività: almeno sette verdure tra cui “cauliceddi bastardi” e broccoli (lessi o “affucati”), “cardduni” in pastella, “cacoccioli chini ca’ muddica”, cicoria e “sanapu” che venivano servite come contorni insieme alla “jlatina” (gelatina) di maiale (che si ammazzava il 21 dicembre), oltre all’immancabile baccalà. Non potevano mancare i “luppini”, i “calacausi” (arachidi) e le noci. I dolci comprendevano “cuddureddi” con miele, mandorle o vino cotto, la “giuggiulena” e il torrone. L’augurio che “Razziedda” esprime per il nuovo anno è: «L’unione in famiglia, la salute, e andare avanti con il lavoro».

A la notti ri Natali, San Giuseppi nn’avìa chi ffari

Si pigghiau nu vastunieḍḍu e si misi a caminari.

Caminau quaranta migghia, chista è cosa ri maravigghia

A la fini si stancau supra n-pièzzu s’assittau

O viniti ca nascìu lu gran ṛṛe ri la natura

E nascìu puvirieḍḍu nta na povira manciatura

(Ḍḍuoppu ca portunu tutti i doni si cunciuri)

Se n-zû buoni cumpatìti

E l’affiettu riçiviti

Cumpatiti Maṭṛi mia

Picchì siemu a la campìa.

TRADUZIONE Nella notte di Natale San Giuseppe non sapeva che fare. Prese un piccolo bastone e si mise a camminare. Camminò quaranta miglia, cosa che desta meraviglia. Alla fine si stancò, sopra un masso si sedette. Oh venite, che è nato il gran Re della natura. È nato poverello in una povera mangiatoia. (Dopo che i pastori offrono tutti i doni, si conclude così). Se non sono buoni, compatiteci e ricevete l’affetto. Compatiteci, Madre mia, perché siamo in miseria.

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