bob noto

Articolo di Stefania Minati, Foto di Bob Noto e Alexandra Michot (Le Figarò)

Nell’ambiente famigliare delle mura domestiche, ho avuto l’occasione di cenare con Bob e la moglie Antonella, squisitamente ospitali e solari, riuscendo a scoprire qualcosa in più su questo grandissimo maestro, con origini di Chiaramonte Gulfi da parte del nonno paterno.

Da sempre cura l’attività di famiglia nel settore meccanico e ha lasciato spazio, nel suo tempo libero, alle sue più grandi passioni: la fotografia, la grafica e l’alta cucina.

Amante delle forme e della cucina, crea una nuova filosofia fotografica per dare giusto riconoscimento artistico ai piatti dei grandi chef.

Il suo stile personale e unico ispirato alla fotografia Still Life di Johann Willsberger, da Oliviero Toscani e dalle grandi riviste che hanno fatto la storia dell’alta cucina come “Gourmet”, lo ha portato a collaborare con i migliori chef europei e tantissimi grandi nomi  dell’editoria e non, come Abitare, Apicius, Autogrill, DeAgostini, Elle, Fiat, Gambero Rosso, Guide Rouge Michelin, HO.RE.CA, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, La Stampa, Lavazza, Le Figaro, L’espresso, Panorama, Pitti Immagine, Rai Sat, Slow Food, Telecom Progetto Italia, Travel+Leisure Magazine, la Triennale e l’Università di Scienze Gastronomiche. Insieme alla scrittrice Alessandra Meldolesi ha pubblicato i libri “Cracco, sapori in movimento” (Giunti), “Grandi chef di Spagna” (Giunti) e “6, autoritratto della cucina italiana d’avanguardia” (Cucina&Vini). Potete inoltre leggere le sue rubriche sui siti www.identitagolose.it  e www.lomejordelagastronomia.com. Come vedete ha un curriculum infinito! Inevitabilmente curiosa come sono gli ho posto diverse domande per conoscerlo meglio.

Come ci riesci?

«L’avvento del digitale mi ha permesso di ottimizzare i tempi, quando si scattava a pellicola, i costi erano esorbitanti, i tempi lunghissimi se pensi che per lo sviluppo professionale dovevo andare a Milano. E se qualcosa andava storto ricominciavi da capo, senza mai avere la certezza che uno scatto rappresentasse ciò che volevi. Oggi con la tecnologia e il digitale hai un riscontro immediato e puoi rielaborare le immagini in qualsiasi momento. Pertanto riesco davvero a fare tutto».

Cosa pensi dell’interesse mediatico che ha avuto la cucina nella comunicazione, negli ultimi anni?

«Farei una netta distinzione tra la cucina popolare e l’alta cucina: l’interesse per la prima riguarda per lo più cibo da tutti i giorni per cercare di mangiare meglio a casa propria, l’alta cucina è arte ed è tutta un’altra cosa. Ricordo che negli anni ’80 e ’90 andare a mangiare in un grande ristorante conferiva prestigio, era uno vero proprio status, lo vedi riportato molto bene nei film o nei libri dell’epoca come American Psyco».

Come hai iniziato?

«Spendendo un sacco di soldi! Sfruttavo i miei viaggi di piacere con Antonella per andare a mangiare nei più grandi ristoranti ogni volta che ne avevo l’occasione, chiedevo di conoscere lo chef, se restavo colpito dalla bellezza e dal gusto dei piatti scattavo delle foto. Mai usato attrezzatura sofisticata. Uno dei miei chef preferiti resta Ferran Adrià, ma abbiamo molti chef stellati in Italia a cui sono legato, come Cracco, Crippa, Romito, Cannavacciuolo, Scabin e molti altri, che sono dei veri maestri. Una volta un’ amica giornalista mi ha chiesto di mandarle le foto di alcuni piatti per conservare un ricordo di una cena che avevamo fatto insieme e quando le ha viste il suo capo, beh, ho cominciato. Era intorno al 2000 ed è stato veramente un caso».

I tuoi scatti sono strabilianti per l’essenzialità, lo sfondo bianco esalta i colori e le forme dell’opera culinaria. Perchè togliere anche il piatto?

«Vivo i piatti dei grandi chef in senso metafisico e credo che il cibo debba essere immortalato in tutta la sua bellezza e importanza, sono delle vere e proprie sculture. Tutto il resto è superfluo. Ricordi com’erano le foto dei libri di cucina una volta? Ho semplicemente detto basta alla moda delle tovaglie a quadri e ai fiaschetti di vino sullo sfondo».

Hai all’attivo anche molti lavori di grafica, cos’è fondamentale per te?

«La semplicità, le linee fini ed eleganti perché hanno una vita molto più lunga e passano difficilmente di moda. Vero è che le brutture fanno scalpore e quindi parlare di sé in campo pubblicitario, ma confermo, la semplicità resta la parola d’ordine».

Qualche consiglio da dare alle giovani leve?

«Lavorate!!!».

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