Galati Mamertino. La capitale degli zampognari

di Rosamaria Castrovinci, foto di Gaetano Drago Photography e Salvatore Di Nardo

Galati Mamertino, nel cuore dei Nebrodi, è chiamata “la capitale degli zampognari” per via dell’altissima percentuale di suonatori di questo originale strumento (attualmente se ne contano poco meno di un centinaio di tutte le età).

Pare che a Galati la zampogna si suoni da oltre 200 anni. Secondo alcune testimonianze, durante il 1800 gli zampognari di Galati venivano ingaggiati da famiglie di Bagheria per andare a suonare privatamente la Novena natalizia. Una tradizione questa che è andata lentamente scemando ma che tuttora vede alcuni zampognari galatesi continuare a recarsi a Bagheria per suonare la Novena su commissione.

Per raccontare meglio questa tradizione ho voluto intervistare un costruttore di zampogne.

Il signor Pinello Drago costruisce zampogne all’incirca dagli anni ’90, quando ha iniziato ad avvicinarsi alla musica popolare siciliana, inizialmente come musicista, per poi costruire, completamente da autodidatta, flauti e zampogne. Queste ultime venivano fino ad allora acquistate a Rometta (ME). Infatti, nonostante l’alto numero di suonatori, nel borgo non vi era nessuno che le costruisse.

A lui ho chiesto di spiegarmi com’è formata materialmente una zampogna e cosa serve per costruirla.

«È necessario il legno stagionato (per un minimo di 2 anni), il tornio, i vari attrezzi e la pelle di capra che serve per costruire l’otre. La parte in legno che contiene le canne (i chanter) si chiama testale. Le zampogne possono avere 4 o 5 canne, le due principali sono i bordoni (quella di destra produce il canto mentre quella di sinistra l’accompagnamento), le altre solitamente suonano una nota fissa ad altezze diverse. La pelle di capra va lavorata in un determinato modo per costruire l’otre, oltre ad essere messa sotto sale per un certo periodo di tempo, va cucita in modo che non entri aria e si va ad inserire la testata nel collo e l’insufflatore in uno degli arti, mentre gli altri arti verranno chiusi».

In Sicilia ci sono due tipi di zampogna, quella “a paro” e quella “a chiave”, tipica di Monreale, mi può spiegare le differenze?

«Quella “a paro”, che si suona a Galati, è la zampogna prettamente siciliana e calabrese, nella quale i due chanter principali sono di pari lunghezza; quella “a chiave” molto probabilmente è stata importata da Napoli durante il Regno delle due Sicilie, ha un impianto sonoro diverso e i due chanter non sono di pari lunghezza».

Ho cercato di capire cosa ha spinto negli anni i giovani galatesi ad avvicinarsi a questo strumento, sicuramente tipico ma non di certo uno dei più comuni. Ho intervistato così Antonio Vitanza, un ragazzo di 24 anni che suona la zampogna da quando di anni ne aveva 12. Antonio mi ha raccontato che a Galati la tradizione è così sentita che i giovani crescono circondati dal suono delle zampogne, ed è proprio questa atmosfera che lo ha invogliato a imparare. I giovani di Galati per il periodo della Novena suonano prevalentemente nel paese, ma alcuni si spostano per andare a suonare anche nei paesi limitrofi, accompagnati dai suonatori di tamburo. Antonio ha coltivato questa passione negli anni e non l’ha mai accantonata, nemmeno adesso che vive in Emilia Romagna, dove gli hanno già chiesto di suonare la sua zampogna per allietare le festività natalizie.

Infine ho sentito il sindaco di Galati, l’avv. Vincenzo Amadore, al quale ho voluto chiedere qualche informazione in più sugli eventi dedicati alla Zampogna.

«La Festa della Zampogna, nata in passato per la forte presenza di suonatori (che attualmente sono circa un centinaio) è stata riproposta di recente per promuovere lo sviluppo del territorio, legandolo anche alla peculiare presenza di questo strumento. Dopo lo stop per via del Covid-19, quest’anno la festa si svolgerà regolarmente sempre nel periodo natalizio. Ma non è l’unico evento, vorrei organizzare in futuro anche una sorta di festival o raduno degli zampognari che porti a Galati anche i suonatori e gli appassionati del resto della Sicilia e d’Italia».

Un libro sotto l’albero

A cura di Alessia Giaquinta

Vorresti forse rinunciare all’inebriante profumo di carta e alla piacevolezza di accarezzare, con cura, ogni pagina di una storia, questo Natale?

Spero proprio di no. Sebbene qualcuno faccia fatica ad apprezzare i libri, sono certa che tu che stai leggendo sei tra coloro che, invece, spera di riceverne qualcuno in regalo, magari proprio in questa festività.

Diciamoci la verità: i libri regalati hanno un gusto diverso. Qualcuno, infatti, li ha scelti per te, quindi ha avuto cura di conoscerne i dettagli e le sfumature prima di fartene dono. Ecco perché è importante il momento della scelta. I libri ci chiamano, comunicano dalle copertine, o spesso, attendono di essere sfogliati per concedersi alla nostra attenzione…

A chi ha in mente di scegliere un libro da regalare, per questo Natale, voglio suggerire qualche “Titolo” del Maestro Andrea Camilleri (1925-2019): il celebre autore siciliano, infatti, vanta un vastissimo panorama di scritti, per tutti i gusti e tutte le età…

Te ne indico tre nel dettaglio, a cui farò seguire una presentazione o citazione tratta dal testo, certa del fatto che possa aiutarti a fare un dono interessante e gradito a chi più ami, ai più piccoli, e certamente anche a te stesso.

 

Topiopì

(Indicato per bambini dai 5 agli 8 anni)

Questa non è una favola, ma una storia vera… Nenè frequenta la scuola elementare e trascorre l’estate in campagna, dai nonni. Gli piace alzarsi presto per accompagnare la contadina Rosalia a dare da mangiare agli animali: la mula, il cavallo, l’asino, e poi il gallo, le galline, i conigli e le capre. Un giorno Nenè trova ad attenderlo una sorpresa: in fondo al pollaio c’è una cesta con una dozzina di pulcini appena nati…

Maruzza Musumeci

(Consigliato per gli amanti dei miti e leggende)

«Nenti ci capii. Voliti spiegarvi meglio?».

«Diciva che lei non teneva la natura, che era nasciuta diversa, (…) È una vestia marina. La parti di supra, fino al viddrico, è di fìmmina cu dù beddri minne, la parti di sutta è a cuda di pisci. Infatti la sirena non pò caminare, ma nata».

 

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

(Consigliato per chi ama le biografie)

«Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico (…) Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti”. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita».

Sicilia da record

di Alessia Giaquinta,

foto di Lorenzo Monaco, Samuel Tasca, Luca Triptico

Unica, bellissima e con attrazioni da record. La Sicilia è terra di profumi e colori unici, è la patria dell’antico filosofo Empedocle, è la terra del geniale Archimede, è il luogo dove – secondo leggenda – Plutone rapì Proserpina alla madre e così nacquero le stagioni. È in quest’isola, piena di contraddizioni, che mito, arte e storia si incontrano ad ogni passo, fondendosi con la poesia degli incantevoli paesaggi e regalando, quotidianamente, emozioni e suggestioni da guinness.

E visto che parliamo di primati, eccovene alcuni:

 

L’AREA ARCHEOLOGICA PIÙ GRANDE AL MONDO

Costellata da possenti mandorli e ulivi centenari, la Valle dei Templi di Agrigento è un luogo unico per storia, ricchezza di reperti e dimensioni. Coi suoi 1300 mq di estensione è l’area archeologica più grande al mondo e una delle testimonianze meglio conservate dell’antichità. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997, è sede di uno straordinario complesso di templi dorici, risalenti al V secolo a.C., di santuari rupestri, fortificazioni, necropoli, agorà e opere idrauliche dell’antichità, capaci di regalare al visitatore un’atmosfera suggestiva senza pari.

 

IL PIÙ GRANDE E COMPLESSO OROLOGIO MECCANICO

Si trova a Messina, in piazza Duomo, ed è incorporato nel maestoso campanile che affianca la Cattedrale. Fu costruito dalla ditta Ungerer di Strasburgo nel 1933 e, tutt’oggi, costituisce la principale attrattiva della città. Allo scoccare di mezzogiorno, infatti, il complesso meccanismo si attiva consentendo alle statue automi, in bronzo, che si trovano sulla facciata di muoversi sullo sfondo sonoro dell’Ave Maria di Schubert. Lo spettacolo, che ogni giorno richiama centinaia di turisti, dura complessivamente 12 minuti.

LA CASA PIÙ STRETTA AL MONDO E IL BALCONE PIÙ LUNGO

Anche l’architettura civile presenta delle peculiari unicità. A Petralia Sottana si trova la cosiddetta “Casa du currivu” (casa del dispetto) che ha la fama di essere la casa più stretta al mondo. Pensate che è larga solamente un metro ed è stata costruita, a metà del secolo scorso, con lo scopo di fare sfregio al proprietario dell’abitazione dirimpettaia, oscurandogli la vista del panorama. Insomma: un dispetto da guiness!

Il balcone barocco più lungo, invece, si trova a Palazzolo Acreide. Sorretto da 27 buffi mascheroni – ognuno con un’espressione diversa dall’altra e aventi la funzione di allontanare la sfortuna e gli spiriti maligni – e coi suoi 30 metri di lunghezza, la balconata di Palazzo Judica – Cafici (oggi Caruso) è un altro record da attenzionare.

 

IL CANNOLO PIÙ LUNGO

Ne è stata comunicata l’ufficialità da pochissimo: a Caltanissetta, l’11 settembre scorso è stato prodotto il cannolo più grande al mondo. Pensate che la sua lunghezza era di 21 metri e 43 centimetri ed è stato farcito “solamente” con settecento chili di ricotta. Ho utilizzato i verbi al passato perché, come potete intuire, il cannolo da guinness è stato immediatamente consumato dalle migliaia di persone presenti all’evento che è stato patrocinato dalla Regione Sicilia, Sac Società Aeroporto Catania, dalla ProLoco e dalla Camera di Commercio di Caltanissetta.

 

IL PRIMO BIKINI DELLA STORIA

Proprio così. In Sicilia il celebre due pezzi era già in voga tra il I e il II secolo d.C. A testimoniarcelo sono i meravigliosi mosaici della Villa Romana di Piazza Armerina. Insomma il moderno bikini, la cui invenzione si fa risalire al sarto francese Louis Réard, nel 1946, in Sicilia era già una vecchia storia!

pozzo-di-gammazita-scalinata

Il pozzo di Gammazita: leggenda e realtà si fondono nelle acque della città

di Samuel Tasca

All’interno del centro storico di Catania, lungo la via San Calogero situata nei pressi del Castello Ursino, si trova l’antico pozzo di Gammazita, luogo mistico e peculiare che appartiene al patrimonio culturale della città, attorno al quale si intrecciano diverse leggende popolari.

La più nota, che risale ai tempi della dominazione angioina, è quella della giovane Gammazita, una fanciulla catanese che nel giorno del suo matrimonio, recatasi al pozzo per attingere alla fonte, fu preda di un soldato francese, il quale si era invaghito di lei. Proprio come Sant’Agata, patrona della città, che scelse il martirio per non cedere alla brama del proconsole romano Quinziano, anche la giovane sventurata preferì lanciarsi nel pozzo pur di non finire preda di quella violenza.

In realtà Gammazita era il nome della fonte d’acqua che nel XII secolo alimentava l’antico quartiere giudeo fornendo l’acqua ai suoi abitanti. Questa, come buona parte della città, fu devastata dall’eruzione del 1669 che ricoprì interamente il pozzo di pietra lavica. Fu proprio per il ruolo fondamentale che aveva svolto nella vita dei catanesi, che questi decisero di riportarlo alla luce, ricostruendo all’interno la pittoresca scala che scende in profondità per circa dodici metri. È qui che, come spesso accade, realtà e leggenda si fondono insieme: le tracce rossastre di magnesio e ferro ritrovate sulle pareti del pozzo furono, infatti, associate alle macchie rosse del sangue della povera Gammazita.

Come successe per l’antico Teatro Romano, anche questo luogo non fu pienamente preservato da uno sconsiderato proliferare urbanistico. L’antico pozzo, infatti, risiede oggi all’interno di un cortile attorniato da abitazioni private costruite nell’‘800. Negli ultimi anni, però, grazie all’azione dell’Associazione Gammazita, che porta avanti numerose iniziative nel quartiere, il pozzo di Gammazita è tornato visitabile durante le visite guidate organizzate dai volontari dell’Associazione. Grazie al loro impegno, infatti, molti catanesi e visitatori hanno avuto la possibilità di riscoprire questo tesoro nascosto all’interno della loro città, rivivendo il sacrificio della bella Gammazita, che scelse la morte per non tradire il suo vero amore.

anteprima pizzi e merletti

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di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

Villino Ida min

La Città Metropolitana di Palermo candidata alla Rete Réseau Art Nouveau

 

Il Comitato Scientifico della Rete Réseau Art Nouveau, nella sua ultima seduta ha approvato la candidatura della Città Metropolitana di Palermo a membro a pieno titolo della RANN (Réseau Art Nouveau Network). Ecco la motivazione:

«La documentazione presentata attesta la presenza nella città Metropolitana di Palermo di un pregevole patrimonio liberty che trova ampiamente riscontro nella bibliografia scientifica presentata a sostegno della candidatura. Altrettanto importante ci sembra la presenza di un ampio materiale documentario e archivistico. Il progetto “Itinerario del Liberty” che ci è stato presentato come uno strumento fondamentale per la valorizzazione e la promozione di questo patrimonio, ci è sembrato un ottimo strumento di sensibilizzazione del grande pubblico e ne auspichiamo una buona conservazione. Constatiamo con soddisfazione che la candidatura della città può contare su un’importante sinergia tra il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, l’amministrazione pubblica, Legambiente e gli uffici per la conservazione del patrimonio pubblico».

Il RANN raccoglie le principali città europee che sono caratterizzate da una forte presenza di espressioni dell’Art Nouveau che ha lo scopo di valorizzare questo patrimonio promuovendo attività ed eventi tra e nelle città che ne fanno parte.

A seguito del parere positivo per la candidatura la Città Metropolitana di Palermo è stata invitata a presenziare alla prossima assemblea regionale RANN che si terrà il 3 giugno 2022 a Nancy.

 

Il Sindaco, Leoluca Orlando, ha espresso il proprio “apprezzamento per questo prestigioso riconoscimento internazionale che riconosce Palermo e il Liberty in posizione di eccellenza internazionale a conferma di questa ulteriore ragione di attrattività della Città e della intera area metropolitana“. 

L’architetto Paola La Scala, referente dell’itinerario culturale sul Liberty a Palermo per Legambiente Sicilia, ha così commentato  “tale candidatura è la realizzazione di un’idea che, tassello dopo tassello, è diventato un progetto di conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio. Rappresenta una tappa fondamentale di un percorso, condiviso fra gli attori che vi hanno preso parte, che contribuirà a riscoprire e restituire alla comunità l’unicità di alcuni dei siti più rappresentativi dell’intera area metropolitana

Paola Carella nuovo direttore responsabile di CulturaIdentita min

Paola Carella è il nuovo direttore responsabile di CulturaIdentità

È Paola Carella il nuovo direttore responsabile di CulturaIdentità, il progetto editoriale fondato da Edoardo Sylos Labini nel febbraio 2019. 

Giornalista palermitana, esperta in strategie di comunicazione per le aziende, dal 2010 al 2018 è stata un volto noto per le emittenti televisive siciliane -“Questa responsabilità  è un grande privilegio – dichiara la giornalista, già redattore per CulturaIdentità –  non c’è futuro se non si è consapevoli delle proprie origini, se non si difendono le proprie tradizioni, la promozione del territorio attraverso la valorizzazione e il riconoscimento dell’identità culturale è sempre stato il filo conduttore dei miei programmi Tv”. 

#CulturaIdentità esce in edicola esce in edicola il primo venerdì di ogni mese e viene distribuito insieme al quotidiano Il Giornale, viene ospitato ogni domenica all’interno de Il Giornale in una pagina speciale. I contenuti del mensile vengono rilanciati sulla homepage de ilgiornale.it.

 

Fiasconaro

Fiasconaro è Cavaliere del Lavoro. “Io e i miei fratelli eravamo pigri a scuola ma papà è riuscito a farci innamorare di questo mestiere”

di Alessia Giaquinta

Io e i miei fratelli eravamo pigri a scuola ma papà è riuscito a farci innamorare di questo mestiere“, ci raccontava Nicola Fiasconaro in una intervista, qualche anno fa.

Proprio l’amore, la passione – che potremmo definire sacra – per il suo lavoro, unitamente al rispetto della tradizione, alla continua ricerca al passo delle innovazioni tecnologiche, ha permesso a Nicola Fiasconaro di essere nominato dal presidente Sergio Mattarella “Cavaliere del Lavoro”.

Un riconoscimento giunto nel giugno 2020, sebbene solo qualche giorno fa si è svolta al Quirinale la cerimonia di consegna della prestigiosa onorificenza al pasticcere il cui cognome è ormai noto a livello internazionale, divenuto brand di eccellenza e sicilianità in tutto il mondo.

Da Castelbuono, borgo di 9000 anime, sulle Madonie, Fiasconaro con i suoi speciali panettoni, colombe e prodotti dolciari, non ha solo conquistato l’apprezzamento globale per la bontà dei suoi manufatti, ma ha anche dimostrato di essere un’azienda in continua crescita, che ha un fatturato che a fine dell’anno supererà i 30 milioni di euro, conta 180 dipendenti, tutti di Castelbuono, è totalmente made in Sicily e anche il suo indotto segue la territorialità.

L’azienda Fiasconaro nasce nel 1953 con “papà Mario” ed è giunta già alla terza generazione di pasticceri-Fiasconaro.

“Io ricevo questa onorificenza, ma Cavalieri del lavoro siamo tutti noi, i fratelli Fiasconaro, che abbiamo coltivato con amore e passione la visione imprenditoriale di nostro padre Mario” ha sottolineato Nicola che insieme ai fratelli Fausto e Martino ha fatto crescere il laboratorio di pasticceria in questi anni.

“La nomina arriva in un momento importante – sottolinea Nicola Fiasconaro -, e con noi si premia la tradizione, l’artigianalità e la bravura di tutti i pasticcieri italiani“.

Tutta la redazione di Bianca Magazine esprime ai fratelli Fiasconaro e all’azienda tutta, le congratulazioni per l’eccellenza che rappresentano.

Tenuta Monte Gorna

I Vini dell’Etna ai primi posti della Top100 Wines

di Angelo Barone   Foto di Fermenti Digitali

Da diversi anni si stanno affermando sempre di più a livello nazionale e internazionale i vini dell’Etna.

Nella Top 100 Wines of 2016 del portale USA International Wine Report al 2° posto c’è Frank Cornelissen con il suo Etna rosso Magma 2014 prodotto esclusivamente da Nerello Mascalese, a seguire al 18° posto Tenuta delle Terre Nere Etna con il suo rosso Prephylloxera 2014 (98% nerello mascale e 2% nerello cappuccio) che già nel 2014 con l’annata 2012 aveva raggiunto il top conquistando il 1°primo posto del prestigioso report.

L’Etna Rosso Prephyilloxera 2014 “La Vigna di Don Peppino” della Tenuta delle Terre Nere è stato premiato anche come vino che ha meritato i prestigiosi Tre Bicchieri 2017 del Gambero Rosso.

Artefice di questo successo è il vitigno autoctono Nerello Mascalese (niureddu), selezionato oltre duecento di anni fa a Mascali, alle falde dell’Etna.

Alberelli di questo vitigno, che hanno resistito alla fillossera del 1880-1881, per tanto tempo sono rimasti sulle terrazze dell’Etna coltivati da locali contadini, in alcuni casi abbandonati e dimenticati ai margini delle strade che da Mascali si inerpicano sulla Montagna. Pazienti e centenari hanno aspettato che qualcuno si prendesse cura di loro, e quando questo avviene, wow, l’amore viene ricambiato con eleganza e meravigliosi aromi di ciliegie, fragole e spezie nei vini dove l’ardore e la profondità del vulcano si sente anche nell’odore di terra bruciata.

Su “La Sicilia del Vino”, Maimone editore 2003, il bravo enologo, ricercatore e divulgatore Salvo Foti scrive “il nerello mascalese è un vitigno che opportunamente coltivato e vinificato dà origine a grandi vini rossi di invecchiamento in cui predominano sensazioni olfattive di fiori, di tabacco e spezie, insieme ad una gradevole tannicità. Queste caratteristiche sono fortemente influenzate dall’andamento climatico dell’annata e per questo motivo la qualità dei vini ottenuti dal nerello mascalese è molto legata alla zona di produzione e all’annata”.

Questa è la chiave del successo di oggi. Mentre i più noti e diffusi vitigni internazionali di successo quali lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Merlot si sono affermati con successo sul mercato internazionale per la capacità di adattamento a qualsiasi ambiente dove è possibile coltivare la vite contribuendo ad esaltare, ma allo stesso tempo uniformare il gusto dei vini anche se di provenienza diversa, i vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese esaltano la provenienza e questo rende unico il vino prodotto che trasmette tutte le essenze del territorio.

In questa occasione il successo di questi vini è il frutto di questo incontro tra gli alberelli centenari di Nerello Mascalese e produttori appassionati come Frank Corneliisen, Marco e Sebastiano de Grazia.

Per Frank Cornellisen, anche per il vino vale il detto “gallina vecchia fa buon brodo”, e lui per fare un buon vino sceglie i vecchi alberelli di Nerello Mascalese che fanno scorrere il suo Magma 2014 dalle viscere del vulcano fino al bicchiere.

Anche Marco e Sebastiano de Grazia con la loro azienda, La Tenuta delle Terre Nere, per il loro “Etna Rosso Prephylloxera” puntano sugli alberelli di vitigno Nerello Mascalese in vigne ultra centenarie, sopravissute alla fillossera. Questo vino porta anche il nome “Le vigne di don Peppino” in onore del contadino che per settanta anni ha coltivato quei vitigni.

La presenza della vite alle falde del vulcano e la produzione di vini nell’Etna è una storia antica e indissolubile con la mitologia di questa montagna, riconosciuta dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, sin dall’Odissea di Omero quando Dionisio, dio del vino, viene in aiuto di Ulisse con il vino per inebriare e ammansire il ciclope Polifemo in modo da poterlo accecare nel sonno. Grazie ai tanti produttori, enologi, ricercatori e divulgatori quotidianamente impegnati a valorizzare la qualità dei nostri vini riteniamo che questa storia possa continuare ancora con grande successo.