la vigna di uve nere

La Vigna di Uve Nere: il primo romanzo di mafia scritto da una donna

Rubrica “Titolo”

a cura di Alessia Giaquinta

Cronaca, leggenda e un profondo realismo si intrecciano nel primo romanzo che racconta la drammaticità del fenomeno mafioso: “La Vigna di Uve Nere”, edito nel 1953 e scritto da una donna, la palermitana Livia De Stefani (1913-1991).

Un titolo iconico per la letteratura siciliana e uno dei romanzi più singolari usciti in Italia nella seconda metà del secolo scorso è “La Vigna di Uve Nere”, noir che riscosse notevole successo in termini di critica e di pubblico anche all’estero; e che, negli anni ’80, ispirò uno sceneggiato per la Rai con la regia di Sandro Bolchi.

È con un linguaggio diretto e pungente che la De Stefani ci permette di osservare la Sicilia arcaica e profondamente patriarcale degli ambienti mafiosi del secolo scorso.

Ad ispirare l’autrice pare sia stato un fatto di cronaca avvenuto a Mazara del Vallo: il mistero della morte di una ragazza di diciassette anni. Ed è sviluppando questo atroce evento che la De Stefani descrive la storia di un uomo duro e spietato, Casimiro Badalamenti, proprietario di un vigneto di uve nere e coinvolto in un giro di loschi affari che, ad un certo punto, sposta la sua residenza da Giardinello a Cinisi.

«Abbandonò Giardinello per ragioni oscure – scrive l’autrice nel romanzo –. Vero è che ciò avvenne subito dopo la morte del padre e del fratello, uccisi per errore in un agguato teso ad altri, in una notte del torrido luglio del 1930. Ma Casimiro non era uomo pauroso».

A Cinisi, Casimiro trova una sorta di lupa verghiana: Concetta, donna di malaffare, che gli è molto devota e con la quale consuma passioni e condivide peccati. Dalla loro unione nascono dei figli che, per volere di Casimiro, saranno cresciuti da altri contadini, all’oscuro l’uno dell’altro. Dopo circa vent’anni, quando Casimiro decide di riunire la famiglia, le colpe passate ricadranno inesorabili sui figli Nicola e Rosaria legati da una fatale attrazione e da un amore incestuoso.

Una vergogna intollerabile diventa questa per Casimiro che, pur di non essere tacciato di disonore, costringerà la figlia Rosalia al suicidio, salvaguardando Nicola, che, in quanto erede maschio, potrà portare avanti il nome della famiglia.

Uno stile descrittivo intenso, ricco di simboli e riti è quello che la De Stefani utilizza ne “La Vigna di Uve Nere”, un romanzo da scoprire e riscoprire, come la singolare personalità anticonformista della sua scrittrice.

 

 

Un libro sotto l’albero

A cura di Alessia Giaquinta

Vorresti forse rinunciare all’inebriante profumo di carta e alla piacevolezza di accarezzare, con cura, ogni pagina di una storia, questo Natale?

Spero proprio di no. Sebbene qualcuno faccia fatica ad apprezzare i libri, sono certa che tu che stai leggendo sei tra coloro che, invece, spera di riceverne qualcuno in regalo, magari proprio in questa festività.

Diciamoci la verità: i libri regalati hanno un gusto diverso. Qualcuno, infatti, li ha scelti per te, quindi ha avuto cura di conoscerne i dettagli e le sfumature prima di fartene dono. Ecco perché è importante il momento della scelta. I libri ci chiamano, comunicano dalle copertine, o spesso, attendono di essere sfogliati per concedersi alla nostra attenzione…

A chi ha in mente di scegliere un libro da regalare, per questo Natale, voglio suggerire qualche “Titolo” del Maestro Andrea Camilleri (1925-2019): il celebre autore siciliano, infatti, vanta un vastissimo panorama di scritti, per tutti i gusti e tutte le età…

Te ne indico tre nel dettaglio, a cui farò seguire una presentazione o citazione tratta dal testo, certa del fatto che possa aiutarti a fare un dono interessante e gradito a chi più ami, ai più piccoli, e certamente anche a te stesso.

 

Topiopì

(Indicato per bambini dai 5 agli 8 anni)

Questa non è una favola, ma una storia vera… Nenè frequenta la scuola elementare e trascorre l’estate in campagna, dai nonni. Gli piace alzarsi presto per accompagnare la contadina Rosalia a dare da mangiare agli animali: la mula, il cavallo, l’asino, e poi il gallo, le galline, i conigli e le capre. Un giorno Nenè trova ad attenderlo una sorpresa: in fondo al pollaio c’è una cesta con una dozzina di pulcini appena nati…

Maruzza Musumeci

(Consigliato per gli amanti dei miti e leggende)

«Nenti ci capii. Voliti spiegarvi meglio?».

«Diciva che lei non teneva la natura, che era nasciuta diversa, (…) È una vestia marina. La parti di supra, fino al viddrico, è di fìmmina cu dù beddri minne, la parti di sutta è a cuda di pisci. Infatti la sirena non pò caminare, ma nata».

 

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

(Consigliato per chi ama le biografie)

«Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico (…) Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti”. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita».

Passioni verghiane. Storie senza tempo

a cura di Alessia Giaquinta

«Ascoltatemi», ripigliò; «voi siete una vittima».

«Oh! no, signore!».

«Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!».

Poche frasi, tratte dal romanzo “Storia di una Capinera” (1871) di Giovanni Verga, bastano a farci comprendere la storia di Maria, una giovane – orfana di madre – costretta a diventare monaca di clausura a causa delle indigenti condizioni familiari. Lei, però, non sente la vocazione alla vita religiosa che le è stata imposta. Tutt’altro: Maria ama “l’aria, la luce, la libertà” e anche un uomo, Nino. Una vicenda drammatica, di intense passioni e infelici turbamenti è quella di Maria, la Capinera; una storia che ha ispirato anche il noto regista Zeffirelli per la produzione di un film tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Ed è proprio l’intellettuale catanese, nato a Vizzini nel 1840 e riconosciuto come il “padre del Verismo italiano”, che attraverso la sua attività letteraria è stato capace di rendere viva – per i lettori di ogni tempo – la realtà siciliana del periodo storico in cui egli visse, una fotografia cruda e intensa, insomma, della Sicilia dell’Ottocento e dei suoi personaggi, tragicamente rassegnati al loro destino.

E lo fa senza filtri. Verga, con scrupolo realistico e senza intrusioni soggettive, indaga le passioni dell’uomo, le sue ambizioni, la smania di potere, la ricchezza, l’ingiustizia sociale, l’egoismo e presenta molte altre tematiche che, pur contestualizzate nella storicità delle vicende narrate, risultano sempre attuali.

Leggere, oggi, qualsiasi opera verghiana, dà, infatti, la possibilità di fare un’esperienza multipla: non permette, dunque, soltanto di conoscere di un passato remoto che appartiene alla nostra terra, né solamente di apprezzare lo stile, il linguaggio e l’eccelsa capacità narrativa dell’autore, ma si rivela anche uno strumento che consente di scrutare l’animo umano – con le sue miserie e passioni – conducendo ogni lettore a riflessioni sempre attuali e rinnovate sull’uomo e la sua esistenza.

Verga va, dunque, letto e riletto. Va meditato e celebrato grandemente, così come è stato fatto nel corso di quest’anno, in memoria del centesimo anniversario dalla sua morte (avvenuta a Catania nel 1922). È importante che le sue opere siano studiate con più attenzione nelle scuole, approfondite nei centri culturali, narrate sui social, portate nei teatri, … E siano trasmesse soprattutto alle nuove generazioni, perché non affievolisca mai la consapevolezza dell’immenso patrimonio che ci ha lasciato Verga che – come disse il critico letterario Luigi Russo – è “il nostro più grande narratore che sia nato dopo il Manzoni”.

 

l'estate di bufalino

L’estate di Bufalino. Amore e nostalgia in “Argo il cieco”

rubrica a cura di Alessia Giaquinta

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate». Il celebre scrittore di Comiso, Gesualdo Bufalino (1920-1996), affidò alla sua seconda pubblicazione “Argo il cieco”, nel 1984, la storia di un amore non consumato, vissuto in una “città a forma di melagrana spaccata”, Modica.

Era estate, non una qualsiasi. Era l’estate della vita, la giovinezza, che improvvisamente riaffiora nei ricordi del protagonista, “assediato dall’inverno in un albergo romano”.

Una sorta di diario-romanzo in cui l’autore narra vicende autobiografiche, accompagnate da riflessioni e aforismi, che si può leggere “come una ballata delle dame del tempo che fu, o come Mea Culpa di un vecchio che veramente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera vita nova” come scrive egli stesso nella quarta di copertina, a descrizione del suo romanzo.

L’innamoramento, la giovinezza, le illusioni e le speranze del giovane professore Angelo Costa (protagonista e alter ego dell’autore) si intrecciano coi ricordi, le disillusioni e gli acciacchi di una «vecchiezza dietro la porta» che incombe sul suo corpo ma che non ostacola le memorie di quell’intrepida estate del ’51, fatta di profumi di gelsomini, bellezze mediterranee e facili innamoramenti.

«Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna» scrive nel romanzo.

Una lettura che intriga sin dalle prime pagine è quella di “Argo il cieco”. La penna di Bufalino, con magniloquenza ed eleganza, è capace di rendere al lettore un continuo lampeggiare di immagini, suoni, profumi e geniali invenzioni narrative che affascinano e commuovono.

Bufalino è certamente un motivo di vanto per la Sicilia, terra di cui, oltre che figlio, egli era un profondo conoscitore e studioso. «La Sicilia non ha mai smesso di essere un grande ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce, di lava e miele – scrisse nella raccolta Cere Perse – (…) Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle».

E noi non finiremo mai di ringraziarlo per avercele rese, con la sua penna e il suo acume letterario sopraffino, in ogni sua opera.

 

 

“Uomo del mio tempo”: la lirica di Quasimodo ancora attuale

di Alessia Giaquinta

Era il 1947 quando Salvatore Quasimodo, poeta e letterato nato a Modica nel 1901, pubblicava la raccolta di poesie Giorno dopo giorno, un’intensa e severa denuncia contro le atrocità della guerra. Si era, infatti, concluso da poco il secondo conflitto mondiale che aveva causato milioni di morti, infermità, violenti stermini e stragi di massa. Insomma: uomo contro uomo, violenza su violenza.

Nell’ ultima delle venti poesie che caratterizza la raccolta, Quasimodo lancia una disperata esortazione: i figli, le nuove generazioni, se vogliono trovare salvezza e pace, devono dimenticare quanto commesso dai padri e lasciare che le loro tombe affondino nell’ oblio. Non si può parlare di evoluzione, altrimenti.

Eppure, l’uomo sembra non aver imparato la lezione: la legge dell’amore e la religione d’umana pietà sembrano essere, purtroppo, seconde agli interessi politici ed economici delle nazioni. Uomo contro uomo anche oggi, come ieri, come nella preistoria quando la pietra e la fionda erano le prime armi per mietere violenza.

Di fronte alle tante stragi e alle guerre che attanagliano il mondo, innanzi alle tempestose notizie di violenza che quotidianamente ci riportano i giornali, è sempre attuale e illuminante la riflessione del poeta modicano, insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1959.

Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”: così esordisce Quasimodo nell’ultimo componimento della raccolta, con un dito puntato e un’ aspra considerazione verso un’umanità che si è fatta sempre più vicina alle belve, nonostante la “scienza esatta” che contraddistingue la sua specie.

Hai ucciso ancora”, dice.

E poi, alle nuove generazioni, a noi, chiede di cambiare rotta, dimenticare il male e costruire una società di pace.

Il messaggio era chiaro. L’intenzione sublime. Ma nulla, però, sembra essere cambiato. Serve allora ribadire, continuare ad ascoltare quel grido – disperato e speranzoso al tempo stesso – che auspica alla società un oblio attivo: dimenticate” per costruire una storia nuova, veramente umana.

 

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

sciascia

Sciascia e il cinema. “Questo non è un racconto”, l’inedito pubblicato a 100 anni dalla nascita

di Alessia Giaquinta

«Fin oltre i vent’anni sognai di fare il regista, il soggettista, lo sceneggiatore» dichiara in un’intervista il celebre scrittore Leonardo Sciascia (1921-1989). Il suo legame con il cinema ha inizio nel piccolo teatro di Racalmuto – sua città natale – che grazie ad un cinematografo, due volte a settimana, si convertiva in una sala proiezione. È qui che il giovanissimo Sciascia assiste, negli anni ’30, a due dei film che lo segnano profondamente: “Il fu Mattia Pascal” di Marcel L’Herbier con Ivan Mozzuchin, e con lo stesso attore “Le avventure di Casanova” di Aleksandr Volkoff.

«Studiando a Caltanissetta, avevo modo di vedere più film: uno al giorno, e a volte anche due. Ogni anno riempivo un libretto di annotazioni sui film visti: avevo, prima che lo facessero i giornali, inventato una specie di votazione con asterischi: cinque il massimo voto».

Insomma: un grande amatore del cinema fu Sciascia, sin da giovanissimo. E se, man mano che avanzava con gli anni, lo scrittore si allontanava sempre più dalla macchina da presa e dal ruolo di spettatore, non si può dire lo stesso del cinema che, invece, ha preso moltissimo da lui (sebbene Sciascia non riuscirà a concretizzare nessuna collaborazione con qualche regista). Basti pensare che ben nove delle sue opere hanno ispirato dei film: da “Il giorno della civetta” di Damiano Damiani a “Cadaveri eccellenti” di Franco Rosi, da “A ciascuno il suo” e “Todo modo” di Elio Petri a “Una storia semplice” e “Porte aperte” di Gianni Amelio.

questo non è un racconto

Una pubblicazione interessante, a questo proposito, è “Questo non è un racconto”, scritti inediti sul cinema di Sciascia. In occasione del centenario dalla sua nascita, nel 2021, la casa editrice Adelphi ha pubblicato per la prima volta il volume che raccoglie tre dattiloscritti segnalati da Vito Catalano, nipote dello scrittore, che erano indirizzati a tre importanti registi. A curare la raccolta è stato Paolo Squillacioti che, nelle note a conclusione del volumetto, restituisce il rapporto che ha legato lo scrittore con il grande schermo.

I tre manoscritti erano indirizzati al regista Carlo Lizzani, a Lina Wertmüller e a Sergio Leone. Per il primo, Sciascia aveva scritto un soggetto sulla storia di Serafina Battaglia, donna che aveva sfidato la mafia nelle aule giudiziarie (lavoro non portato a termine che genera malintesi con il regista). Il soggetto indirizzato alla Wertmuller era quello di una giovane che, dopo aver assistito ad un omicidio mafioso, decide di testimoniare l’accaduto (lavoro incompleto). L’ultimo manoscritto, per Sergio Leone, era niente di meno che un dialogo che Sciascia indirizzava ad un ipotetico assistente di regia avente per soggetto la storia del celeberrimo film “C’era una volta in America”. Lo scrittore, in questo dialogo, esprime idee, suggerimenti, perplessità e indicazioni che, visionando il capolavoro di Leone, è possibile facilmente rintracciare. L’autore siciliano, però, non firmò nessun contratto di collaborazione con il regista, anzi lo abbandonò nel bel mezzo di un pranzo, comunicandogli di non essere più interessato a portare avanti quel lavoro.. Curioso, no?

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“Ti Amo” E lo dico nel modo più elegante che ci sia: la POESIA

a cura di Alessia Giaquinta

Ah, l’amore! Quanti sospiri, quanti turbamenti, quanta… poesia!

Ma lo sapevate che, nella letteratura italiana, l’incontro tra amore e poesia è avvenuto proprio in Sicilia?

Proprio così: nel XIII secolo, l’imperatore Federico II decise di circondarsi di intellettuali e poeti e fare del suo Regno (lui era Re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero) un immenso centro culturale aperto agli influssi del mondo arabo, latino, greco-bizantino e tedesco. Insomma, possiamo immaginare la Palermo di quel tempo: ricca, vivace e culturalmente all’avanguardia: il “top”, diremmo oggi!

Ed è proprio in questo ambiente che nacque la Scuola Poetica Siciliana, ossia il primo gruppo di poeti italiani che si espressero in lingua volgare (non più il latino ma nella lingua del vulgus, del popolo), trattando temi non religiosi: i poeti siciliani avevano deciso di cantare l’amore. E non tanto l’amore inteso come sentimento universale bensì quello che si rivolge alla propria amata, una donna di cui vengono cantate tutte le virtù e paragonata agli elementi naturali più preziosi. E lo fanno in maniera elegante, sperimentando così importanti forme metriche e compositive.

Stefano Protonotaro, probabilmente natio di Messina, fu uno dei maggiori esponenti (insieme a Giacomo da Lentini, Pier Delle Vigne, e lo stesso imperatore Federico II col figlio Enzo) della scuola poetica siciliana. Proprio il suo componimento “Pir meu cori alligrari” è l’unico giunto sino a noi nella sua forma originale (gli altri componimenti invece subiranno una toscanizzazione quando verranno raccolte nei Canzonieri) e rappresenta, dunque, non solo una preziosa testimonianza della magnifica realtà culturale di quel tempo, ma continua ad essere viva e raffinata espressione di un amore che è capace di “alligrari”, rallegrare il cuore e al tempo stesso di far sopportare qualsiasi sofferenza, nell’attesa e speranza che l’amata ricambi il sentimento d’amore.

Vi propongo allora i versi del congedo del componimento, con a fianco la parafrasi che può essere d’aiuto per una maggiore comprensione (prestate attenzione anche alla lingua: è il siciliano del XIII secolo!). Se vi piacerà, vi invito alla lettura integrale di “Pir meu cori alligrari”. E perché no: magari potrà ispirare qualcuno per il prossimo San Valentino o anche per cantare le virtù della donna in occasione della sua festa, l’8 marzo!

Ad ogni modo, buona lettura.

 

(…) E si pir suffiriri

       ni per amar lïalmenti e timiri

       omu acquistau d’amur gran beninanza     

dig[i]u avir confurtanza

       eu, chi amu e timu e servi[vi] a tutturi

       cilatamenti plu[i] chi autru amaduri.

 

(…) E se per il fatto di sopportare

o amare con lealtà e timore

 qualcuno ha ottenuto la felicità amorosa,

 devo avere fiducia (pure) io,

che amo e temo e vi servo di continuo,

in segreto, più di ogni altro innamorato.

anteprima titolo

Così ho passato il Santo Natale. Il racconto del Natale a Regalpetra di Sciascia.

 

TITO-LO a Cura Di Alessia Giaquinta

 

Dopo le vacanze natalizie, uno dei temi più gettonati che gli insegnanti assegnano da sempre ai propri allievi è quello di raccontare in che modo hanno vissuto il Natale. Non si tratta solo di un esercizio di scrittura. Spesso in quei racconti si leggono storie di spensieratezza, di gioia familiare, di condivisione; ma anche di pianti taciuti, richieste incomprese, bisogni inappagati.

Leonardo Sciascia è uno dei più illustri scrittori siciliani che affrontò il tema del Natale nel suo romanzo-inchiesta “Le parrocchie di Regalpetra”, pubblicato nel 1956.

In questo testo, Sciascia parla di un paese immaginario denominato “Regalpetra” – che però somiglia a Racalmuto, luogo in cui l’autore nasce nel 1921 – dove lui, in qualità di insegnante, ascolta gli allievi del suo istituto (appartenenti a diverse estrazioni sociali) e riporta alcune considerazioni circa la società di quel tempo.

Nell’approfondimento legato alle festività natalizie, Sciascia racconta:

«I ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: “La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”.
Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose:
“Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”.
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”.
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
“E così ho passato il Santo Natale”».

 

Che il vostro Natale sia ricco di esperienze gioiose da raccontare!

anteprima il gattopardo

Il Gattopardo

Tito-lo a cura di Alessia Giaquinta

Il grembo della mamma è un ambiente fantastico, trovi tutto ciò che ti serve, sei al sicuro.
Per nove mesi ho vissuto lì ma, vi confesso, non vedevo l’ora di venire fuori: la curiosità di scoprire il mondo era davvero tanta! La mamma, al tramonto, era solita raccontarmi qualche storia, non capivo bene il senso delle sue parole ma ne percepivo l’emozione: mi parlava della terra in cui avrei abitato e mi raccontava la Sicilia con le parole dei grandi scrittori, passati e presenti, che hanno celebrato questa terra.
Il 17 settembre sono nato. Tito è il mio nome… e Bianca è mia sorella.
Vi racconterò la Sicilia attraverso la penna di grandi scrittori.

La meraviglia. Che termine immenso! Si fa fatica a descrivere cosa sia la meraviglia, ma è certo che è grazie ad essa che esiste il mondo: senza meraviglia non si vive, si “sta” e basta. Vivere significa meravigliarsi, guardare il mondo con stupore, come la prima volta, come fa ogni bimbo quando viene al mondo.

Spesso dimentichiamo di applicare quest’emozione alla vita e ci accontentiamo di stare, di subire passivamente la bellezza che ci circonda. Questo ci penalizza, come singoli individui e come comunità.

Allora facciamo un esercizio, insieme, utilizzando la letteratura come mezzo: partendo dal titolo di un libro, proviamo a calarci in una realtà e dimensione diversa, proviamo ad immedesimarci, a porci delle domande sino a scoprire la meraviglia.

Il titolo che vi propongo oggi appartiene alla grande letteratura siciliana. È “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sì, certamente ne avrete sentito parlare o, nella migliore delle ipotesi avrete letto il libro o visto il bellissimo film di Luchino Visconti. Ma cosa vi è rimasto di questa lettura? Il titolo, certo. Anche a distanza di tempo, quel che resta di una lettura nella memoria è proprio il titolo, talvolta provocatorio o interrogativo, comunque sintesi assoluta dello scritto.

Ma torniamo alla meraviglia. Cerchiamo di applicare questa emozione al titolo del libro di cui stiamo parlando e, qualora non ne emergesse nulla, corriamo a rileggere o, per chi non l’avesse fatto, leggere questo meraviglioso capolavoro della letteratura.

Vi lascio incuriosire: siamo in Sicilia, al tempo in cui gli aristocratici, nei loro immensi salotti erano soliti riunirsi per pregare… in latino. Non si tratta di una realtà lontanissima: più o meno 150 anni fa, eppure ne è passata di “acqua sotto i ponti”. A cosa mi riferisco: in primis all’aristocrazia che, piaccia o meno, non esiste più come ceto sociale dominante e poi alle abitudini, così diverse, così lontane dalle nostre…
La Sicilia stava cambiando, come adesso, come ogni giorno.
Questo è il motivo per cui l’autore ha scritto quest’opera, per sottolineare un’ evidenza che, però, non è ben accettata da tutti. Il principe di Salina, infatti, non accoglie bene l’idea che, con l’arrivo dei piemontesi e l’unificazione del Regno d’Italia, il suo ceto risulterà decaduto, senza importanza, … insomma i “gattopardi” (nome utilizzato per identificare l’aristocrazia) non esisteranno più.

Ma non esiste più neanche il lungo ballo che fecero Tancredi ed Angelica, sino alle sei del mattino, fatto di sguardi, profumi, delicatezza, eleganza.
Esiste, è certo, l’incanto di poter conoscere meglio la nostra terra, le passate abitudini, la sua storia per vivere al meglio il presente ed orientare il futuro. E la letteratura, in questo, è di fondamentale importanza.

Buona lettura e… non dimentichiamo di meravigliarci, proprio come Tito quando ha aperto gli occhi al mondo!