Cunti

Jana salva la regina

Rubrica “I Cunti”

a cura di Alessia Giaquinta

Sì figghiu ri Jana?”: avete mai sentito pronunciare questa frase?

L’origine è, in effetti, molto antica e viene attribuita ad una leggenda che vede protagonista il castello di Motta Sant’Anastasia, nel Catanese. È proprio qui, infatti, che nei primi anni del 1400 viveva la regina Bianca di Navarra divenuta Vicaria del Regno di Sicilia, dopo la morte del marito re Martino.

Bernardo Cabrera, Conte di Modica, interessato ad accrescere il suo potere, cominciò allora a corteggiarla spietatamente, inseguendola in ogni castello e in ogni luogo che ella frequentava: voleva sposarla per diventare il nuovo re di Sicilia.

La regina, che non era affatto interessata al Conte, rifiutò ogni suo corteggiamento anzi, grazie all’aiuto del suo ammiraglio, lo fece catturare e rinchiudere all’interno del castello di Motta Sant’Anastasia, prima in una cisterna e poi in una stanza della torre dove, nonostante tutto, egli continuava a vivere con la speranza di poter conquistare la regina.

Ed è in questo momento della storia che entrò in gioco un’altra donna, il cui atteggiamento astuto fu risolutivo. Parliamo di Jana (il cui nome deriva dal latino Ianus= dalla doppia faccia), fedele damigella di Bianca di Navarra. Ella, infatti, tramò un piano del tutto particolare per proteggere la sua amata regina.

Jana dunque indossò le vesti maschili da paggio di corte e si diresse nella stanza del Conte e, dopo esser entrata nelle sue grazie, riuscì a fargli credere che lo avrebbe aiutato a fuggire dal castello e a conquistare la regina.

Il Conte Cabrera si fidò ciecamente all’istante e seguì le istruzioni che quell’insolito paggio gli aveva fornito. Indossati i vestiti da contadino, il Conte avrebbe, infatti, dovuto calarsi dalla finestra tramite una corda retta dal paggio (Jana) e una volta giunto a terra poteva riprendersi la sua libertà e correre dalla regina.

Certamente il piano prevedeva un finale differente da quello prospettato al Conte: Jana, infatti, lasciò immediatamente la presa della corda e il Conte cadde dentro una rete dove fu tenuto prigioniero per tutta la notte, tra pianti e lamenti. Il mattino seguente l’astuta damigella si rivelò al Conte e ordinò che fosse imprigionato presso il Castello Ursino di Catania.

Da allora la regina Bianca non ricevette più i fastidiosi corteggiamenti del Cabrera, lodando e ringraziando per sempre la scaltra Jana, considerata per questo anche leggendaria icona dell’astuzia femminile.

Sciccarieddu di lu me cori…

a cura di Alessia Giaquinta

Ripete così una celebre canzone popolare siciliana, rimarcando il secolare legame tra il popolo siciliano e l’asinello.

Immancabile protagonista di ogni presepe e delle storie contadine e tradizionali dell’Isola, l’asinello è spesso utilizzato per indicare qualcuno che non eccelle per capacità e intelligenza. Insomma: sì nu sceccu” non è certamente il più bel complimento da ricevere!

A spiegarci le ragioni di questa correlazione ci pensa un racconto della tradizione siciliana tramandatoci da Giuseppe Pitré nel volume “Fiabe e leggende popolari siciliane” del 1888.

Si racconta che quando Dio creò questo animale gli diede il nome “Sceccu” e glielo sussurrò alle orecchie. Il somarello, però, dimenticò il nome che aveva ricevuto e, dopo poco, tornò a chiederlo:

Signuri, comu mi chiamu?”, domandò l’asino.

Tu ti chiami Sceccu”, rispose Dio.

Non passò molto che, l’animale dimenticò nuovamente il proprio nome.

Pirdunati Signuri, comu mi chiamu?”, chiese umilmente l’asino.

Tu ti chiami Sceccu”, ripeté il Signore pazientemente.

L’animale, soddisfatto, riprese il cammino ma nuovamente dimenticò il nome che il Creatore gli aveva assegnato. Tornò allora indietro a chiedere, ancora una volta.

Il Signore, spazientito, “l’afferra ppi l’aricchi” e tirandogliele gli disse a gran voce “Tu sì sceccu, sceccu, sceccu!”.

Ecco spiegato il perché gli stupidi vengono paragonati a questo animale che, a ben dire, è tutt’altro che inetto e incapace!

Inoltre abbiamo scoperto anche perché, secondo questa leggenda, gli asini hanno le orecchie allungate.

E voi conoscevate questa storia? Diffondetela, perché non se ne smarrisca la memoria.

L’anima vagante di Bellina e le donne più belle di Sicilia

a cura di Alessia Giaquinta

Cu voli sali vaja a Trapani, cu voli beddi vaja a lu munti”. Così recita un antico proverbio della tradizione popolare, facendo riferimento alla credenza che le donne più belle di Sicilia si trovino ad Erice, città montuosa del trapanese.

Per rintracciare il motivo di questo privilegio va consultata non solo la storia, bensì anche i miti e le leggende che ammantano Erice di fascino e mistero. In cima alla vetta della città, anticamente, fu edificato il sacro “thémenos”, un santuario a cielo aperto dedicato alla dea della bellezza e della fertilità, destinato ad essere il più famoso della Sicilia. In questo tempio le bellissime sacerdotesse erano solite congiungersi coi viandanti marinai, in un amplesso amoroso legato ai riti sacri alla dea.

Pare che, il giorno della nascita di Gesù, quel luogo – simbolo di paganesimo e sfrenate passioni sessuali – crollò e al suo posto fu edificata una chiesa e completato il maniero oggi conosciuto come “Castello di Venere”. La fama della bellezza delle donne che qui abitavano, invece, non crollò mai, anzi fu perpetrata nei secoli.

Nel medioevo Erice fu, infatti, protagonista di un’altra storia di amore e bellezza, il cui racconto è giunto sino a noi sotto forma di mito. Si narra che Bellina fosse la ragazza più avvenente e fascinosa della città. I suoi lineamenti angelici e la sua grazia erano capaci di ammaliare qualsiasi uomo le stesse innanzi.

La donna, però, aveva promesso il suo cuore ad un uomo che, costretto a partire in guerra, non fece mai più ritorno. Prima della sua partenza, egli aveva regalato a Bellina un anello, quale pegno del suo amore. Il prezioso monile divenne per la donna, però, anche una triste condanna. Uno dei tanti spasimanti che bramava l’amore di Bellina, si servì della collaborazione di un mago il quale, trasformatosi in un gioielliere pronto a ripulire e lucidare l’anello, glielo sottrasse. Il perfido uomo ricattò Bellina, le avrebbe riconsegnato il gioiello a patto del suo amore. La donna rifiutò con forza le avances dell’uomo che, inasprito dall’atteggiamento di lei, lanciò l’anello tra i rovi, maledicendo la giovane. Il potente sortilegio la condannò ad essere trasformata in una nera biscia.

Si dice che l’anima di Bellina vaghi ancora tra le terre di Erice alla ricerca dell’anello che, solo una volta trovato, la riporterà a splendere in tutta la sua bellezza accanto all’amato, a cui è rimasta fedele ormai da secoli e secoli.

C’era na vota… a Longa! Storia della donna “d’un pezzo” e degli adraniti e brontesi di un tempo

di Alessia Giaquinta

Era sicca, longa e rigida “comu un manicu i scupa. La brontese protagonista del nostro racconto è una donna che, per le sue peculiari caratteristiche fisiche, era conosciuta in paese con il nomignolo di: “a Longa”.

Il giorno delle sue nozze con un giovane lavoratore della zona, accadde un evento assai curioso. Si narra che la ragazza, a causa della sua altezza e soprattutto per la sua rigidità, non riuscisse a varcare la porta d’ingresso della chiesa, dove ad attenderla c’era l’intrepido sposo.

E ora, comu faciemu?”, disse il padre, con aria preoccupata, cercando soluzioni e consigli tra i presenti.
Ci tagghiamu a testa”, propose uno, dopo aver calcolato ad occhio le misure utili alla ragazza per passare dalla porticciola.
No, a testa no, ci servi!” sopraggiunse un altro, indicando invece come soluzione migliore il taglio delle gambe, considerate meno utili rispetto al capo.

Insomma: si creò velocemente una baraonda tra gli invitati, agitati e confusi, alla ricerca di un rimedio efficace.

Tra i passanti che si accorsero di quel disordine davanti la chiesa, c’era una donna proveniente dalla vicina città di Adrano che, con spirito risoluto, offrì loro la soluzione. La donna, allora, si avvicinò alla sposa e, con efficacia, le diede una manata in direzione del collo. Immaginate la scena: istintivamente a Longa abbassò la testa e senza difficoltà varcò la porta della chiesa, giungendo spedita sino all’altare.

Il padre, felice, con spirito di gratitudine donò all’acuta donna di Adrano quattro montoni, quattro pecorelle e quattro pezze di formaggio. Anche gli invitati la ringraziarono applaudendola perché era riuscita a far passare a Longa dalla piccola porticina della chiesa senza bisogno di tagliarle la testa o mozzarle le gambe!

Che storia curiosa, penserete. Eppure sono certa che i più attenti saranno andati oltre l’immediata risata: avranno infatti saputo leggere, tra le righe di questa storia, significati e spiegazioni di cui i racconti – specialmente un tempo – si facevano portavoce. L’oggetto della storia infatti altro non è che la competizione, spesso immotivata, tra città limitrofe. Si trovano, infatti, storie similari – ma con protagoniste appartenenti a città diverse – anche in altre zone di Sicilia.

La storia dei popoli passa anche dalle narrazioni che la gente ha fatto di esso: disperdere questa memoria sarebbe come tagliare la testa alla Longa, non vi pare?

la baronessa di carini graphic

Dal castello alla televisione: Il “Caso della Baronessa di Carini”

di Alessia Giaquinta

Oggi vi pongo all’attenzione una delle storie più enigmatiche accadute in Sicilia: una storia di passione, potere e vendetta su cui aleggia ancora il mistero; un racconto in cui la leggenda si mescola con i fatti realmente accaduti e giunge a noi, purtroppo, nella sua crudele attualità. I protagonisti del nostro racconto sono Laura Lanza e Ludovico Vernagallo, due giovani aristocratici siciliani della metà del Cinquecento che, saranno puniti a morte per il loro amore illecito.

La ragazza, figlia del barone di Trabia e conte di Mussomeli don Cesare Lanza, fu costretta a sposare, all’età di 14 anni, il rampollo della casata La Grua-Talamanca: Vincenzo, figlio del barone di Carini. Tra i due, si narra, non ci fosse altro che rispetto e apparente devozione. Laura, infatti, tra le mura del castello, altro non faceva che pensare a Ludovico Vernagallo, l’uomo di cui era veramente innamorata. Suo marito, dal proprio canto, trascorreva le giornate tra giochi, vino e “altri interessi”, come allude qualcuno. La donna, nel corso della sua permanenza al Castello di Carini, diede alla luce ben otto figli. Vincenzo li riconobbe tutti come suoi legittimi, sebbene i racconti giunti sino a noi parlino di un barone probabilmente consapevole degli incontri della moglie con Ludovico Vernagallo, forse il vero padre della numerosa prole.

Il racconto leggendario trova nella storia documentata la sola conferma della morte di Laura Lanza, baronessa di Carini, e di Ludovico Vernagallo, suo presunto amante, notificata in data 4 dicembre 1563.

Cosa accadde dunque? Le cronache del tempo non resero i dettagli della vicenda, accennarono semplicemente al “caso della baronessa di Carini”. Quello che sappiamo è sopraggiunto a noi attraverso i cantastorie e le memorie popolari, che ne parlarono a lungo e in vario modo, tramandandone la memoria alle generazioni. Secondo tali ricostruzioni, il padre della baronessa, don Cesare Lanza, scoperta l’illegittima relazione della figlia con un altro uomo, uccise i due amanti, pur di non cadere nella vergogna. Fu un delitto di onore vero e proprio. Terribile: come ogni delitto di cui si è macchiata e di cui si continua a macchiare l’umanità.

Si dice che nel Castello di Carini, nella data in cui ricorre l’omicidio, ogni anno, appaia una mano insanguinata: sarebbe quella della baronessa Laura che continua ad abitare nel castello sottoforma di fantasma.

La vicenda ha ispirato, inoltre, l’interesse musicale, teatrale e televisivo: di quest’ultimo ricordiamo lo sceneggiato Rai “L’amaro caso della baronessa di Carini”, diretto da Daniele D’Anza nel 1975 e “La baronessa di Carini”, con la regia di Umberto Marino, nel 2007.

 

 

 

anteprima antichi cunti

Bianca come neve Rossa come fuoco. Il trionfo dell’amore

a cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta, tanto tempo fa… Quella che ti sto per raccontare è una delle fiabe tramandataci dalla tradizione sia oralmente (attraverso i cunti dei nonni) sia in forma scritta dall’antropologo Giuseppe Pitré. Allora fermati un attimo e torna bambino e, finita la lettura, racconta questa storia a chi vuoi affinché non venga smarrita o sia appannaggio di pochi.

 

Ci troviamo in un elegante castello dove vivono beatamente un re e una regina che, nonostante avessero ogni bene e ricchezza, soffrivano per non aver avuto ancora dei figli. Un giorno, il re fece questo giuramento: “Se avremo un figlio o una figlia, doneremo al nostro popolo due fontane da cui, per sette anni, sgorgheranno olio e vino”. E così fu. La regina diede alla luce un maschietto e gli abitanti del luogo fecero gran festa: non mancava olio e vino per nessuno.

 

Trascorsi i sette anni, mentre il piccolo reuzzo giocava a birilli, una perfida vecchina tentava disperatamente di raccogliere le ultime gocce di olio attraverso una spugna che poi finivano in una brocca. Accidentalmente, però, un birillo del reuzzo finì sulla brocca, facendo cadere in terra tutto l’olio raccolto. «Ti maledico. Non potrai sposarti fin quando non troverai una fanciulla dal nome Bianca come Neve Rossa come Fuoco», disse la vecchina infuriata, e se ne andò.

 

Il reuzzo crebbe e quando giunse l’età per prender moglie si ricordò della maledizione che aveva ricevuto. Vagò così, a lungo, alla ricerca di Bianca come Neve Rossa come Fuoco. Sfinito, una sera, stava per addormentarsi sotto un grande albero quando sentì una voce chiamare “Bianca come Neve Rossa come fuoco, calami le trecce che salgo!”. Aveva trovato finalmente la sua bella! Peccato che, anch’ella fosse vittima di un maleficio: una mamma-draga la teneva prigioniera in una torre. Il principe allora, facendosi calare le trecce, salì fino in cima e salvò la fanciulla. Ma non fu semplice tornare al castello: numerose peripezie dovettero affrontare i due giovani, fino all’ultima: “Al primo bacio che la regina darà al reuzzo, lui si dimenticherà di lei”.

Così avvenne. Rientrato al castello, il reuzzo fu baciato dalla madre e dimenticò Bianca come Neve Rossa come Fuoco davanti la porta, dove ella lo attendeva per fare ingresso solenne al castello.

 

Ma l’amore trionfa, si sa. Grazie a due colombi, che la fanciulla sapientemente istruì chiedendo loro di entrare al castello e rinsavire la memoria del principe, la storia finisce per il meglio. I giovani, nonostante le avversità, si sposarono e furono “felici e cuntenti, e a niautri nun ni lassaru nenti”.

 

anteprima ciarauli

Sei nato il 25 gennaio? Potresti essere un ciaraulo

I Racconti Di Bianca  A Cura Di  Alessia Giaquinta

 

Che parola strana ciaraulo! Eppure sono certa che ciò che vi racconto, con la sua storia, magia, religiosità e mistero, susciterà in voi un certo stupore, soprattutto se fate parte delle nuove generazioni.

Quindi: chi è il ciaraulo? Si tratta di una persona che, nata il 25 gennaio o il 29 giugno, ha ricevuto alla nascita dei poteri soprannaturali: non solo quello di operare guarigioni per mezzo della propria saliva, ma anche quello di ammaliare e domare i serpenti.

Lo so, in questo momento state pensando se conoscete qualcuno nato in una di queste due date, e state pure cercando di ricordare quali capacità abbia questo potenziale ciaraulo di vostra conoscenza. Con grande probabilità sarete giunti a questa risposta: “Nessuna in particolare”. Vi spiego allora il motivo, ricostruendo la storia, le leggende e il fascino di queste figure misteriose, sempre più rare.

Non sappiamo bene quando nasca la figura – socialmente riconosciuta – del ciaraulo, ma sappiamo chi fu il primo, colui che avviò quello che, per secoli, in Sicilia, divenne un vero e proprio mestiere.

Il primo ciaraulo fu l’apostolo Paolo che, durante il suo soggiorno a Malta, venne morso da una vipera senza però riportare alcun danno o ferita. Da qui la credenza che il Santo guarisse dai morsi dei serpenti.

Successivamente ci si accorse che coloro che nascevano nelle due date in cui si festeggia il Santo (il 25 gennaio “la conversione di San Paolo” e il 29 giugno “il martirio”) erano dotati di una particolarità sotto la lingua, chiamata tarantula sutta la linguedda, capace di guarire le ferite e i morsi dei rettili. Inoltre, il ciaraulo era in grado di rendere innocui i serpenti, proprio in virtù del dono ricevuto alla nascita. L’antropologo siciliano Giuseppe Pitrè così descrive questa misteriosa figura: «Maneggiava innocuamente, per sé e per gli altri, la vipera, l’aspide, la biscia, il calabrone, lo scorpione, il rospo, il ragno e altri rettili ed insetti velenosi e guariva le ferite passandovi sopra la lingua, sotto la quale ha, dicono, un muscoletto in forma di ragno».

In modo particolare a Palazzolo Acreide, dove San Paolo è patrono, il “ciaraulismo” risulta diffuso ancora oggi e, in passato, durante le processioni del Santo non era insolito vedere – come testimonia Pitrè – uomini e donne «recare sulle guantiere scorsoni neri e vipere innocue». Numerosi, inoltre, erano coloro che ricorrevano, ancor prima di ogni medicina, al potere taumaturgico della lingua dei ciarauli.

Funzionava davvero? Chissà. Qualcuno continua a crederci e a testimoniare prodezze compiute da costoro. Per diventare ciarauli, però, non basta solo essere nati in quelle specifiche date: è indispensabile, invece, apprendere una preghiera trasmessa da ciaraulo in ciaraulo durante la notte di Natale. Pare che, senza questa, nessuno dei poteri si manifesti e si perde l’occasione di essere un guaritore che opera in nome di San Paolo.

BM

Alfeo e Aretusa, l’amore che sfida forma, spazio e tempo

A cura di Alessia Giaquinta

“Come posso amarla?” chiese Alfeo al padre Oceano.
Difficile trovare una risposta. Eppure da sempre, nel mito e nella realtà, il bisogno d’amare e di essere amati è il principio che, più di ogni altra forza, è in grado di trasformare l’esistenza.
Ma, come si fa ad amare?
Alfeo è un fiume che scorre nel Peloponneso, in Grecia.
Aretusa è una bellissima ninfa che, sfinita dal caldo, s’immerge nelle acque del fiume per rinfrescarsi.
Alfeo, accogliendo il nudo corpo della ninfa, si agita. L’amore è turbamento.
Aretusa percepisce una strana sensazione e, presa dalla paura, scappa. Amare è mettersi in fuga, l’amore è inseguimento.
Corre Aretusa, corre veloce mentre prega insistentemente la dea Artemide di salvarla da quella strana percezione, mai avvertita prima.
La dea, premurosa, arriva in suo soccorso: la avvolge così in una nube e la spinge fino in Sicilia, sopra Ortigia.
L’amore prevede distanze ma non tollera chi non è in grado di superarle.
Alfeo scorre lungo il proprio corso ma non trova più la bella Aretusa. La ninfa, infatti, è stata trasformata in una sorgente.
“Come posso amarla?” è la domanda di Alfeo.
Amare significa essere disposti a correre, a mutare forma, a superare limiti e confini. Di fronte alla reale esigenza di Alfeo di amare, il padre Oceano lo accontenta: scava un corso sotterraneo nel Mar Ionio che, dalla Grecia, giunge fino a Ortigia, laddove la ninfa era stata mutata in sorgente.
L’amore è incontro. È abbraccio. L’amore è fecondità.
È lì, in quella che oggi viene comunemente chiamata “Fontana delle papere”, che i due s’incontrano, s’intrecciano, accolgono varie forme di vita.
Oggi la fonte Aretusa è il luogo dove cresce il papiro, dove guizzano pesci e starnazzano anatre.
Lì, gli innamorati di ogni tempo, sono soliti suggellare i loro sentimenti toccando quelle acque che raccontano un amore immortale perché disposto a sfidare forma, spazio e tempo.
L’amore di Alfeo e Aretusa.

Bianca Magazine  stampa

C’era una volta Betta Pilusa, la favola delle donne siciliane

A cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta Betta Pilusa…
Inizia così una delle favole che le donne siciliane tramandano da generazioni, oggi sostituita dai giochi di uno smartphone o dalla tv, che poco lascia all’immaginazione.
“Nonna, racconta”, dicevo. E lei iniziava: non una volta, bensì due e anche tre volte. Sembrava la conoscesse a memoria. Era così bello ascoltarla. Erano davvero momenti “da favola”. Chi era Betta Pilusa? Beh, potremmo dire, la donna ideale. Bella, intelligente e brava in cucina. Nelle favole però, siamo abituati a castelli, principi, re e regine. E anche in questa storia non possono mancare. Betta era vittima di un incantesimo poiché aveva indossato l’anello nuziale della madre la quale, prima di morire, aveva profetizzato che chiunque lo mettesse al dito avrebbe dovuto sposare il marito.
Betta, insomma, avrebbe dovuto sposare il padre. Assurdo!
Per scampare a questo pericolo, Betta inizia a fare delle richieste irrealizzabili.
“Padre, vi sposo solo se mi donate un vestito fatto di stelle”. Il padre vende l’anima al diavolo pur di ottenere quanto richiesto dalla figlia. Così la ragazza chiede una veste di alghe e poi ancora una di fiori. Il padre ottiene ogni cosa. Sconfortata, Betta, fa l’ultimo tentativo: “Desidero un mantello di pelo d’orso”. Anche questa volta il padre, grazie al suo accordo col diavolo, riesce ad avere il mantello richiesto da Betta.
Disperata, la ragazza tenta la via di fuga e corre fino a raggiungere il castello di un bellissimo reuzzo. Betta trova ospitalità presso le cucine del castello e lì è tenuta nascosta dalla servitù che la chiamò Betta “Pilusa”, in riferimento alla pelliccia che indossava. La sera, però, la ragazza partecipava alle feste di ballo indette dal reuzzo. Per le occasioni Betta indossava i tre abiti donati dal padre. Era bellissima e nessuno l’avrebbe riconosciuta. A fine di ogni ballo, il reuzzo – che si era già innamorato – le regalò una spilla, un orologio e infine un anello. La quarta sera, però, la giovane non partecipò alla festa perché non aveva più vestiti a disposizione. Il reuzzo intanto si era ammalato, talmente il dispiacere di non vederla più. Betta allora approfittò della situazione per rivelarsi. Avrebbe messo in campo altre doti: la scaltrezza e la passione per la cucina. Preparò così tre focacce per il reuzzo all’interno delle quali nascose i tre doni ricevuti alla fine di ogni ballo. E mentre cuocevano, in forno, le altre la deridevano. Come poteva pretendere una servetta ambire a guarire il re?
E più l’invidia delle altre cresceva, più le sue focacce apparivano belle e appetitose.
Quando il reuzzo mangiò le focacce di Betta, trovò la spilla, l’orologio e l’anello. Immediatamente guarì e mandò a chiamare la donna che le aveva preparate.
Non poteva immaginarlo: era la bellissima fanciulla con cui aveva ballato, celata in un mantello d’orso. L’apparenza lo avrebbe ingannato. Betta però fu intelligente e trovò il modo per farsi apprezzare dal reuzzo che, finalmente guarito, la sposò.
I due vissero così felici e cuntenti e a niautri nun ni lassaruu nenti.

bm

Triricinu, l’astuto ragazzo che ingannò il drago

A cura di Alessia Giaquinta

Spesso, in gergo, per additare qualcuno che è astutamente impiccione, si dice che è “Triricinu”. C’è una favola, della nostra tradizione siciliana, che spiega l’origine di tale nome e ne completa il significato.
Triricinu (Tredicino), infatti, era il tredicesimo figlio di una povera famiglia. Era il più astuto e veloce tanto che spettava sempre a lui la minestra preparata dalla mamma che, non riuscendo a nutrire tutti i figli, diceva che solo chi fosse arrivato per primo poteva mangiarla. Era scomodo, chiaramente, per i fratelli che – in preda alla disperazione e alla fame – tentarono di escogitare un modo per annientarlo. Proposero, infatti, al re di sfidare il ragazzo facendogli compiere un’ impresa impossibile: rubare il mantello del drago.
Triricinu, vinta l’ iniziale paura, non si tirò indietro e, approfittando della sua agilità, riuscì nell’ impresa. Il re, sorpreso, sfidò ancora una volta il ragazzo: egli avrebbe dovuto rubare il cavallo al drago. Anche questa volta, Triricinu riuscì nell’ intento persuadendo l’ equino a seguirlo fino al palazzo reale grazie all’ aiuto di buonissimi mustacciola preparati per l’ occasione. Il re e i fratelli di Triricinu, ancora una volta, rimasero increduli per le abilità del ragazzo. Così, il re gli promise due sacchi di monete d’ oro se avesse saputo prendere la testiera del letto del drago. Questa volta, però, Triricinu fu scoperto e imprigionato dal drago che, in preda alla rabbia, decise di farlo ingrassare e poi, una volta grasso, cibarsene. Triricinu non si arrese e ingannò continuamente il drago: quando questi gli chiedeva di toccare un ditino, per constatare se fosse aumentato di peso, lui utilizzò una volta la coda di un topo, un’altra volta un’asta sottile… Spazientitosi, il drago liberò il ragazzo dalla prigione per cibarsene lo stesso. Triricinu, però, lo fece distrarre e scappò velocemente. E la testiera del letto? Beh… Questa volta Triricinu escogitò un piano ancora più interessante. Si travestì da monaco, prese con sé una cassa e andò dal drago dicendo che era alla ricerca di un certo Triricinu colpevole di un reato. Il drago, approfittando della situazione, si rese disponibile a cooperare con quel finto monaco.
«Quanto è alto Triricinu?». – chiese astutamente il ragazzo, sotto mentite spoglie.
«Quanto me!».- rispose il drago
«Vediamo se la cassa è abbastanza grande da poterlo contenere, entra tu, facciamo una prova!».
Fu così che il drago fu imprigionato da Triricinu che, oltre ad ottenere il plauso del re e della popolazione tutta, ottenne i denari promessi e la fama di essere ricordato per secoli e secoli.E come concludevano gli antichi, che tramandano questa storia in numerose varianti, “e vissi felici e cuntenti…e a niautri nun resta nenti!”.