Articolo a cura di Alessia Giaquinta

Uno dei personaggi emblematici della nostra Sicilia è sicuramente Giufà, il ragazzo ingenuo e contorto, incredibilmente fortunato e in qualche modo filosofo, protagonista di numerose novelle che ci parlano di un mondo contadino e sempliciotto lontano dal nostro, eppure sempre contemporaneo.
In uno dei racconti tramandatici, si narra che Giufà, il giorno di Natale, fu mandato dalla madre a comprare la trippa dal macellaio, con la raccomandazione di ripulirla per bene.
Giufà allora, dopo averne acquistato un pezzo, decise di immergerla nelle acque del mare. Poco convinto del risultato, Giufà chiese aiuto a uno dei pescherecci che si trovava lì nei pressi. I marinai, allarmati dalle urla del ragazzo, si apprestarono a giungere a riva pensando che fosse successo qualcosa di grave: mai potevano immaginare che Giufà volesse chiedere loro se la trippa era stata pulita per bene.
A questo punto esistono delle varianti della storia.
Quella che ho scelto di raccontare vuole che il giovane Giufà, in preda alla confusione, decise di tornare a casa e chiedere consiglio alla madre che, nel frattempo, era uscita per recarsi alla Santa Messa di Natale.
Giufà, allora, la raggiunse in chiesa.
Proprio in quel momento, il sacerdote dal pulpito stava facendo un’omelia sui rischi dei peccati di gola. “Per la ventri (la trippa) – diceva il prete – si robba e s’ammazza. La gola è uno dei peggiori vizi”.
Giufà, a quelle parole, lanciò in aria la trippa e fuggì, onde evitare di cadere in tentazione.
Buon Natale, amici lettori di Bianca, e…badate bene a non fare come Giufà, sarebbe un vero peccato!

kore-inferi

kore-inferi

A cura di Alessia Giaquinta

E se fosse estate per sempre? Beh, magari a molti non dispiacerebbe ma, ahimè, non è possibile! Perché? Lo racconta un mito che prende avvio proprio dalla nostra terra, dal lago di Pergusa con esattezza.
Si narra, infatti, che qui passeggiasse, insieme alle Oceanine, la bella Kore, figlia della dea Demetra e di Zeus. Ade, dio degli inferi, stanco delle tenebre del suo regno, quel giorno decise di fare un giro sulla terra, apprezzando le bellezze che la luce del sole gli rendeva manifeste. Giunto presso il lago di Pergusa, trovò Kore intenta a passeggiare e ne rimase incantato. Fu un attimo: il dio rapì la giovane dea e la portò con sé negli inferi facendola diventare sua sposa. Demetra, madre di Kore, cercò la figlia disperatamente: giunse sino al vulcano Etna, dove accese delle fiaccole perché qualcuno rispondesse al suo grido d’aiuto. A coloro che le donavano ospitalità, lei ricambiava con il dono del grano poiché lei era la dea della terra coltivata e delle messi.
Giungendo a Trapani, alla ricerca della figlia, Demetra perse la falce. Da qui il motivo del promontorio falcato della città di Trapani. Dopo nove giorni e nove notti di vane ricerche, Demetra implorò l’aiuto di Zeus: lui doveva essere sicuramente a conoscenza del luogo in cui si trovasse la figlia. Zeus però non accontentò la richiesta di Demetra che, piena di rabbia, decise di provocare una grande siccità in tutta l’Isola. Così iniziarono a morire piante, animali, e pian piano anche gli uomini.
Zeus, a questo punto, per placare le conseguenze dell’ira di Demetra, chiese al fratello Ade di riconsegnare la figlia e questi obbedì. Prima di rimandarla sulla terra, però, Ade le fece mangiare qualche chicco di melograno, simbolo della fedeltà coniugale che l’avrebbe legata per sempre al regno dei morti.
Si giunse così a un accordo: Kore avrebbe trascorso una parte dell’anno sulla terra insieme alla madre Demetra e per il tempo restante sarebbe tornata negli inferi, fedele al marito. È per questo motivo che, in Sicilia, percepiamo come se ci fossero due stagioni: una “buona” che corrisponde alla venuta di Kore sulla terra e una tinta (cattiva) che inizia con la dipartita della dea verso il regno dei morti.
La madre, Demetra, infatti, dona abbondanza e fertilità alla terra solo in presenza della figlia: ecco dunque la primavera e l’estate e, in contrasto, l’autunno e l’inverno, stagioni non produttive perché Demetra piange la figlia, vittima di un amore che ruba – anche a noi – il calore della bella stagione.

 

polifemo-accecato

polifemo-accecato

A cura di Alessia Giaquinta

“Aiuto! Mi ha accecato Nessuno” gridò ferocemente Polifemo, in preda alla rabbia.
Pare sia questo il motivo leggendario della nascita dei meravigliosi Faraglioni nel mare di Acitrezza. Ricostruiamo il mitico racconto, ambientato nella nostra bella Sicilia, che ispirò scrittori come Omero, Euripide e Virgilio.
Si racconta che Ulisse, dopo l’assedio di Troia, si mise in viaggio per tornare nella sua terra, Itaca. Il viaggio però fu ostacolato dall’ira di alcune divinità tanto che l’eroe omerico approdò in numerosi posti prima di tornare in patria. L’astuto Ulisse, nel suo viaggio, giunse nella “Terra dei Ciclopi” così chiamata perché abitata da creature mostruose che possedevano un solo occhio.
Questa terra pare fosse proprio in prossimità del vulcano Etna dove – il mito racconta – i Ciclopi forgiavano le armi e le saette per Zeus, il padre degli dèi.
Polifemo era il più terribile tra loro. Quando Ulisse, insieme ai suoi compagni d’avventura, giunse presso la sua grotta affinché ricevesse ospitalità, percepì l’imminente pericolo. Polifemo infatti, infastidito dalla presenza degli estranei e, tra l’altro, in preda alla fame, divorò inizialmente due compagni di Ulisse. Gli altri, intanto, erano riusciti a nascondersi mentre l’eroe greco meditava come fuggire da quella pericolosa situazione. Ulisse aveva portato in dono a Polifemo del vino, nettare degli dèi. Il ciclope ne bevve al punto tale da ubriacarsi. Ulisse, intanto, si era presentato con il nome di “Nessuno” e aveva iniziato ad attuare un piano formidabile: prendersi gioco del mostruoso ciclope e così mettersi in salvo.
Ulisse, approfittando dello stato di ubriachezza di Polifemo, lo accecò colpendolo con un grosso tronco arroventato. Ecco: le urla di Polifemo rimbombarono fragorosamente tanto da richiamare l’attenzione dei suoi fratelli Ciclopi.
“Polifemo, chi ti ha accecato?” gli chiesero, preoccupati. “È stato Nessuno! Nessuno!” rispose lui, in preda alla collera e ormai privo dell’unico occhio che aveva.
Ulisse e i suoi compagni, intanto, erano riusciti a fuggire.
Polifemo cercò subito di vendicarsi: sollevò alcune masse di pietra lavica e le lanciò in mare, sperando di colpire colui che lo aveva ingannato.
Ulisse però, era già in viaggio, verso nuove terre. I massi, invece, si depositarono in mare dando vita ai Faraglioni, meravigliose testimonianze dell’ira di Polifemo, accecato dall’astuzia di “Nessuno”.