A cura di Maria Concetta Manticello

Gli atti d’amore dei cani nei confronti di noi amici umani sono innumerevoli, alcuni continuano oltre la nostra vita terrena. Tante sono le storie di cani che hanno aspettato invano che il loro padrone ritornasse.
La storia di Hachiko, il cane giapponese di razza Akita, è entrata nel cuore di tutti grazie al film con Richard Gere. Hachiko tutti i giorni accompagnava il suo amato padrone alla stazione, dove l’uomo prendeva il treno per recarsi al lavoro, al suo ritorno il cane era lì ad aspettarlo. Purtroppo un giorno il suo padrone mentre era al lavoro fu colto da un malore che gli fu fatale e non fece più ritorno alla stazione. Hachi per ben otto anni ha aspettato tutti i giorni che il suo padrone tornasse. Solo la morte lo portò via da lì e in suo onore i giapponesi eressero una statua laddove era solito aspettarlo ritornare dal lavoro.
Un’altra storia molto commovente che sta a testimoniare quanto sia unico l’amore del cane verso il proprio padrone, è quella di Bobby, uno Skye Terrier divenuto famoso ad Edimburgo per la fedeltà al suo padrone scomparso.
Il suo padrone, un guardiano notturno, decise di adottarlo pensando che la presenza di un cane oltre a fargli compagnia gli sarebbe stata anche d’aiuto.
L’uomo ancora giovane contrasse la tubercolosi e morì.
Il cane, che aveva condiviso con lui ogni attimo della sua vita, decise di trasferirsi al cimitero per rimanere accanto al suo padrone.
Gli abitanti della zona non riuscirono in nessun modo a spostare Bobby da quel posto, lui ritornava sempre vicino la tomba del suo padrone.
Il cane morì quattordici anni dopo il suo proprietario e venne sepolto vicino al suo padrone.
Lo scultore William Brodie realizzò una riproduzione a grandezza naturale di questo straordinario cane. Sulla sua lapide c’è scritto, ‘’CHE LA TUA LEALTA’ E DEVOZIONE SIA UN ESEMPIO PER TUTTI NOI’’.
I cani con il loro comportamento ci danno grandi lezioni di vita ogni giorno.
Sono compagni fedeli e affettuosi, capaci di amare in maniera incondizionata, per tutti questi motivi si confermano a pieno titoli i veri amici dell’uomo.

A cura di Maria Concetta Manticello

L’estate è il momento che tutti attendiamo per risollevarci dalle fatiche di un anno lavorativo, ma ancora una volta, a stagione conclusa e dati alla mano, nella nostra Isola sono numerosi i casi registrati di abbandoni e di maltrattamento agli animali. Purtroppo è un fenomeno che non si ferma. L’estate rimane il periodo più crudele dell’anno per i nostri amici domestici. Per molti di loro è l’inizio di un calvario, da cui molto probabilmente non ne usciranno più, perché un animale abituato alle cure domestiche, difficilmente potrà adattarsi alla vita in strada. Nella maggior parte dei casi moriranno o per mancanza di cibo oppure aggrediti da randagi. Quest’anno a fine luglio, nella località balneare dove trascorro le vacanze, vedevo girovagare senza meta un cagnolino di piccola taglia, con il collarino e ben tenuto, passavano i giorni e l’animale continuava a cercare chi senza cuore l’aveva abbandonato. Intanto agosto era arrivato e con esso anche tanti turisti e quindi tante macchine, per paura che venisse investito, ho segnalato il caso agli operatori dell’ENPA (Ente Nazionale Prevenzione Animali), i quali premurosamente sono intervenuti mettendo in sicurezza l’animale, portandolo in un canile. Fortunatamente negli ultimi anni sono diminuiti sensibilmente, rispetto al passato, gli amici a quattro zampe finiti nei canili grazie alle campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono, l’obbligo di dotarli di microchip e le sanzioni stabilite dal codice penale per chi li abbandona, tutte misure che hanno dato i loro risultati. Di contro, sta crescendo in maniera esponenziale il numero di altri animali abbandonati come: gatti, tartarughe, criceti, cincillà e topi cavia, ecc. privi di tutela e di regolamenti. Abbandonarli è crudele, è segno di grande inciviltà, comporta un costo sociale non indifferente e costituisce un rischio per tutti, migliaia sono gli incidenti stradali causati da animali che vengono lasciati sul ciglio della strada. Rispetto al passato molti obiettivi, come paese, sono stati raggiunti, ma non bisogna abbassare l’attenzione, perché il fenomeno rappresenta un grande problema, che deve essere affrontato in maniera seria e responsabile dagli organi competenti.

A cura di Alessia Giaquinta

“Come posso amarla?” chiese Alfeo al padre Oceano.
Difficile trovare una risposta. Eppure da sempre, nel mito e nella realtà, il bisogno d’amare e di essere amati è il principio che, più di ogni altra forza, è in grado di trasformare l’esistenza.
Ma, come si fa ad amare?
Alfeo è un fiume che scorre nel Peloponneso, in Grecia.
Aretusa è una bellissima ninfa che, sfinita dal caldo, s’immerge nelle acque del fiume per rinfrescarsi.
Alfeo, accogliendo il nudo corpo della ninfa, si agita. L’amore è turbamento.
Aretusa percepisce una strana sensazione e, presa dalla paura, scappa. Amare è mettersi in fuga, l’amore è inseguimento.
Corre Aretusa, corre veloce mentre prega insistentemente la dea Artemide di salvarla da quella strana percezione, mai avvertita prima.
La dea, premurosa, arriva in suo soccorso: la avvolge così in una nube e la spinge fino in Sicilia, sopra Ortigia.
L’amore prevede distanze ma non tollera chi non è in grado di superarle.
Alfeo scorre lungo il proprio corso ma non trova più la bella Aretusa. La ninfa, infatti, è stata trasformata in una sorgente.
“Come posso amarla?” è la domanda di Alfeo.
Amare significa essere disposti a correre, a mutare forma, a superare limiti e confini. Di fronte alla reale esigenza di Alfeo di amare, il padre Oceano lo accontenta: scava un corso sotterraneo nel Mar Ionio che, dalla Grecia, giunge fino a Ortigia, laddove la ninfa era stata mutata in sorgente.
L’amore è incontro. È abbraccio. L’amore è fecondità.
È lì, in quella che oggi viene comunemente chiamata “Fontana delle papere”, che i due s’incontrano, s’intrecciano, accolgono varie forme di vita.
Oggi la fonte Aretusa è il luogo dove cresce il papiro, dove guizzano pesci e starnazzano anatre.
Lì, gli innamorati di ogni tempo, sono soliti suggellare i loro sentimenti toccando quelle acque che raccontano un amore immortale perché disposto a sfidare forma, spazio e tempo.
L’amore di Alfeo e Aretusa.

A cura di Maria Concetta Manticello

Sapevi che le tracce di sangue nelle urine di un gatto possono essere indicative di molte malattie? Royal Canin, azienda leader nella nutrizione di alta gamma per cani e gatti, lancia Hematuria Detection tecnologia Bluecare©: è un prodotto semplice, efficace e sicuro da usare in ambiente domestico, su indicazione del veterinario, per la rilevazione della presenza di sangue nelle urine del gatto, rendendo più semplice la tutela della salute dell’animale. Per questo motivo, tutti i proprietari di gatti dovrebbero attivarsi in prima persona per assicurarsi che il proprio animale goda di buona salute. Hematuria Detection tecnologia Blucare, risponde alle necessità dei proprietari dei gatti di monitorare in maniera semplice, chiara e veloce la salute dell’animale, senza nessuno stress per il pet, sia per identificare tempestivamente problemi alle vie urinarie che per prevenire future recidive, offrendo una nuova opportunità di miglioramento nella cura e nel benessere dei felini. Composto da granuli per la lettiera con reagente incorporato, Hematuria Detection tecnologia Blucare, in pochi secondi presenta risultati chiari e visibili, fino a 48 ore, se una volta inseriti nella lettiera i granuli, a contatto con l’urina del gatto, da bianchi diventano blu, il test risulta positivo perché rileva la presenza di sangue.

A cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta Betta Pilusa…
Inizia così una delle favole che le donne siciliane tramandano da generazioni, oggi sostituita dai giochi di uno smartphone o dalla tv, che poco lascia all’immaginazione.
“Nonna, racconta”, dicevo. E lei iniziava: non una volta, bensì due e anche tre volte. Sembrava la conoscesse a memoria. Era così bello ascoltarla. Erano davvero momenti “da favola”. Chi era Betta Pilusa? Beh, potremmo dire, la donna ideale. Bella, intelligente e brava in cucina. Nelle favole però, siamo abituati a castelli, principi, re e regine. E anche in questa storia non possono mancare. Betta era vittima di un incantesimo poiché aveva indossato l’anello nuziale della madre la quale, prima di morire, aveva profetizzato che chiunque lo mettesse al dito avrebbe dovuto sposare il marito.
Betta, insomma, avrebbe dovuto sposare il padre. Assurdo!
Per scampare a questo pericolo, Betta inizia a fare delle richieste irrealizzabili.
“Padre, vi sposo solo se mi donate un vestito fatto di stelle”. Il padre vende l’anima al diavolo pur di ottenere quanto richiesto dalla figlia. Così la ragazza chiede una veste di alghe e poi ancora una di fiori. Il padre ottiene ogni cosa. Sconfortata, Betta, fa l’ultimo tentativo: “Desidero un mantello di pelo d’orso”. Anche questa volta il padre, grazie al suo accordo col diavolo, riesce ad avere il mantello richiesto da Betta.
Disperata, la ragazza tenta la via di fuga e corre fino a raggiungere il castello di un bellissimo reuzzo. Betta trova ospitalità presso le cucine del castello e lì è tenuta nascosta dalla servitù che la chiamò Betta “Pilusa”, in riferimento alla pelliccia che indossava. La sera, però, la ragazza partecipava alle feste di ballo indette dal reuzzo. Per le occasioni Betta indossava i tre abiti donati dal padre. Era bellissima e nessuno l’avrebbe riconosciuta. A fine di ogni ballo, il reuzzo – che si era già innamorato – le regalò una spilla, un orologio e infine un anello. La quarta sera, però, la giovane non partecipò alla festa perché non aveva più vestiti a disposizione. Il reuzzo intanto si era ammalato, talmente il dispiacere di non vederla più. Betta allora approfittò della situazione per rivelarsi. Avrebbe messo in campo altre doti: la scaltrezza e la passione per la cucina. Preparò così tre focacce per il reuzzo all’interno delle quali nascose i tre doni ricevuti alla fine di ogni ballo. E mentre cuocevano, in forno, le altre la deridevano. Come poteva pretendere una servetta ambire a guarire il re?
E più l’invidia delle altre cresceva, più le sue focacce apparivano belle e appetitose.
Quando il reuzzo mangiò le focacce di Betta, trovò la spilla, l’orologio e l’anello. Immediatamente guarì e mandò a chiamare la donna che le aveva preparate.
Non poteva immaginarlo: era la bellissima fanciulla con cui aveva ballato, celata in un mantello d’orso. L’apparenza lo avrebbe ingannato. Betta però fu intelligente e trovò il modo per farsi apprezzare dal reuzzo che, finalmente guarito, la sposò.
I due vissero così felici e cuntenti e a niautri nun ni lassaruu nenti.

A cura di Maria Concetta Manticello

In passato il cane si cibava di carne cruda appena cacciata, oggi i cani in qualità di animali domestici, fanno parte della nostra famiglia e non sono più considerati alla stregua dei lupi. Pertanto bisogna loro preparare dei cibi che contengano proprietà nutritive bilanciate e adeguate per garantirgli la salute e la longevità. Se decidiamo di cucinare per i nostri amici pelosi, dobbiamo sapere che alcuni alimenti non devono assolutamente essere inseriti nella loro dieta. In ogni caso per un’alimentazione corretta e adatta alla razza del cane, è opportuno chiedere consiglio al proprio medico veterinario, oppure affidarsi ai cibi preconfezionati di buona marca che contengono tutti gli elementi nutrienti di cui hanno bisogno. I cani non hanno lo stesso stomaco dell’uomo, ragion per cui alcuni alimenti sono severamente vietati, anche se loro li mangerebbero volentieri. I cibi e le sostanze pericolose per i nostri cani sono: cioccolato, noci, dolci, caramelle e gelati, cipolle, cavoli e aglio, sale, pomodori, foglie e germogli di patate, noce moscata, lievito, uva e uva sultanina, semi e noccioli, cibi grassi, alcol, caffè, tabacco, uova crude, ossa soprattutto quelle di pollo o di coniglio (si spezzano e possono conficcarsi in gola, possono bucare lo stomaco e gli intestini), cibo per gatti, pesce e pollo crudo. E per finire una cosa che ASSOLUTAMENTE non si deve fare, è quella di dare il cibo che avanza dalle nostre tavole, perché il 90 per cento delle volte contengono sostanze che per loro sono altamente tossiche.

A cura di Alessia Giaquinta

Spesso, in gergo, per additare qualcuno che è astutamente impiccione, si dice che è “Triricinu”. C’è una favola, della nostra tradizione siciliana, che spiega l’origine di tale nome e ne completa il significato.
Triricinu (Tredicino), infatti, era il tredicesimo figlio di una povera famiglia. Era il più astuto e veloce tanto che spettava sempre a lui la minestra preparata dalla mamma che, non riuscendo a nutrire tutti i figli, diceva che solo chi fosse arrivato per primo poteva mangiarla. Era scomodo, chiaramente, per i fratelli che – in preda alla disperazione e alla fame – tentarono di escogitare un modo per annientarlo. Proposero, infatti, al re di sfidare il ragazzo facendogli compiere un’ impresa impossibile: rubare il mantello del drago.
Triricinu, vinta l’ iniziale paura, non si tirò indietro e, approfittando della sua agilità, riuscì nell’ impresa. Il re, sorpreso, sfidò ancora una volta il ragazzo: egli avrebbe dovuto rubare il cavallo al drago. Anche questa volta, Triricinu riuscì nell’ intento persuadendo l’ equino a seguirlo fino al palazzo reale grazie all’ aiuto di buonissimi mustacciola preparati per l’ occasione. Il re e i fratelli di Triricinu, ancora una volta, rimasero increduli per le abilità del ragazzo. Così, il re gli promise due sacchi di monete d’ oro se avesse saputo prendere la testiera del letto del drago. Questa volta, però, Triricinu fu scoperto e imprigionato dal drago che, in preda alla rabbia, decise di farlo ingrassare e poi, una volta grasso, cibarsene. Triricinu non si arrese e ingannò continuamente il drago: quando questi gli chiedeva di toccare un ditino, per constatare se fosse aumentato di peso, lui utilizzò una volta la coda di un topo, un’altra volta un’asta sottile… Spazientitosi, il drago liberò il ragazzo dalla prigione per cibarsene lo stesso. Triricinu, però, lo fece distrarre e scappò velocemente. E la testiera del letto? Beh… Questa volta Triricinu escogitò un piano ancora più interessante. Si travestì da monaco, prese con sé una cassa e andò dal drago dicendo che era alla ricerca di un certo Triricinu colpevole di un reato. Il drago, approfittando della situazione, si rese disponibile a cooperare con quel finto monaco.
«Quanto è alto Triricinu?». – chiese astutamente il ragazzo, sotto mentite spoglie.
«Quanto me!».- rispose il drago
«Vediamo se la cassa è abbastanza grande da poterlo contenere, entra tu, facciamo una prova!».
Fu così che il drago fu imprigionato da Triricinu che, oltre ad ottenere il plauso del re e della popolazione tutta, ottenne i denari promessi e la fama di essere ricordato per secoli e secoli.E come concludevano gli antichi, che tramandano questa storia in numerose varianti, “e vissi felici e cuntenti…e a niautri nun resta nenti!”.

 

A cura della Dott.ssa Sandra Meli

È da poco passato l’8 Marzo, data che celebra le donne, e anche in occasione di questo giorno, purtroppo, abbiamo assistito a gravi fatti di cronaca che hanno visto come protagoniste le donne. Che cos’è che si cela dietro il femminicidio o dietro la violenza in generale verso le donne? È un fenomeno del nostro tempo, che racchiude in sé elementi di complessità, disordine e confusione. La violenza sulle donne è intesa come una forma di squilibrio relazionale, dove il desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile sul femminile si articola nell’esercizio di potere finalizzato a dominare l’altra persona. Tale relazione origina e si struttura spesso all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine, partendo da radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni. All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Sono comportamenti che si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave definito appunto “Ciclo della violenza”, in cui inizialmente la donna, avvertendo la tensione, per prevenire l’escalation di violenza, concentra le sue attenzioni sul partner, il quale però perde il controllo e attacca, prima verbalmente e poi fisicamente, fino a quando, passata la fase di violenza, si arriva alla fase del pentimento, detta “luna di miele” durante la quale l’uomo può attribuire la responsabilità dell’atto violento a fattori esterni e nella donna può prevalere il senso di colpa. Con il tempo la fase di luna di miele tende a ridursi, mente le altre diventano sempre più frequenti e gravi. I dati ISTAT ci dicono che il 93% delle donne vittime di violenza da parte del partner o ex partner non denuncia la violenza e che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della sua vita: parliamo, infatti, dei diversi tipi di violenza esistenti dalle forme più conosciute come la violenza fisica e quella sessuale, alle tipologie meno visibili, ma altrettanto gravi come la violenza economica e la violenza psicologica. Questi fatti sono sempre più segnali indicativi di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbe esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza. Quando la violenza riguarda donne che sono anche madri, ciò che viene intaccata è anche la loro funzione genitoriale, poiché si sperimenta un maggiore senso d’impotenza, con conseguente aumento delle problematiche comportamentali nei bambini. Nei casi di violenza di genere le vittime sono anche i figli, che nella maggior parte dei casi assistono alla violenza. Il miglior modo per contrastare il fenomeno è prevenire e sensibilizzare, e lì dove la violenza è in atto denunciare e farsi aiutare dai professionisti del settore. Ricordate che “l’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi addosso”.

 

A cura di Maria Concetta Manticello

Portare il micio dal veterinario non è semplice. Tante volte quando attendo il mio turno dal veterinario, guardo con quanta ansia e quanta apprensione i proprietari di questi piccoli felini cercano di tranquillizzarli accarezzandoli dentro il loro trasportino. Anche i gatti vanno abituati alla visita veterinaria, poiché a differenza dei cani non sono propensi a uscire da casa. Affinché portare un gatto da un veterinario, non diventi fonte di stress né per lui, né per voi, ecco alcuni consigli suggeriti da Royal Canin. Royal Canin, prosegue la sua campagna di sensibilizzazione ‘’Portami dal Veterinario’’, pensata per accrescere nei proprietari di gatti la consapevolezza dell’importanza di fare dei controlli regolari dal veterinario. Ecco di seguito qualche consiglio per trasportare serenamente un gatto. Per la tua sicurezza e la sua non viaggiare con il gatto libero. Scegli un trasportino adatto, possibilmente in plastica dura. Fate in modo che il trasportino diventi per il gatto un normale pezzo d’arredamento in casa vostra affinché prenda confidenza con quest’utilissimo oggetto. Prepara il trasportino per il viaggio, metti dentro un pezzo di stoffa con il suo odore. Trenta minuti prima di partire spruzza all’interno del trasportino dei feromoni. Per fare entrare il gatto nel trasportino metti dentro alcune crocchette, se si rifiuta, coprilo dolcemente con una coperta. Proteggi il trasportino e fissalo nel sedile posteriore dell’auto. Segui le stesse regole nel viaggio di ritorno. Ovviamente devono essere prese alcune precauzioni con le alte temperature esterne e quando il gatto è malato o vecchio. Comprendo che tutto questo a volte diventi impossibile, nel caso in cui un gatto per molti anni non sia mai uscito da casa, oppure è aggressivo, invisitabile e intoccabile, non si può certo pretendere che il veterinario faccia miracoli, se neanche voi che siete i proprietari e quindi le persone di cui si fida di più riuscite a toccarlo, come potete pretendere che un estraneo riesca a maneggiarlo? Il veterinario è un medico non un domatore di belve…

 

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Mettiamo su famiglia: il difficile compito di diventare genitori

Affrontare responsabilmente il desiderio di avere un figlio e poi dedicarsi alla sua formazione significa per i genitori creare un profondo rapporto emotivo con il partner e con il proprio figlio. La genitorialità è un passaggio psicologicamente delicato, poiché durante l’attesa si formano “rappresentazioni genitoriali”, fantasie e aspettative, che condizioneranno il tipo di accudimento dei bisogni fisici, affettivi, cognitivi e sociali prestati al bambino. La capacità delle coppie di gestire la transizione verso la condizione di genitori dipende dall’età e dalla maturità dei genitori, dalla relazione con i propri genitori, dal sostegno sociale di parenti, amici e servizi, e dal livello di soddisfazione coniugale prima dell’arrivo del figlio. Ciascuna famiglia si caratterizza per un particolare stile educativo, inteso come quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli, creando quel clima emotivo attraverso dei comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Lo stile educativo si caratterizza per il controllo, le richieste che i genitori fanno ai figli per integrarli nella famiglia e nella società, sollecitando comportamenti maturi, e per il supporto, le azioni finalizzate a favorire l’affermazione di sé attraverso espressioni di sostegno e calore (vicinanza affettiva) e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste del figlio. Ciascuna coppia genitoriale darà più importanza a una di queste dimensioni, generando così diversi stili educativi: lo stile autoritario, con alto controllo e basso supporto; lo stile autorevole, con alto controllo e alto supporto; lo stile indulgente-permissivo, con alto supporto e basso controllo; lo stile negligente-trascurante, con basso controllo e basso supporto. Generalmente in ogni famiglia si ritrova uno stile intermedio formato dalla mescolanza di tratti dei vari stili con uno stile predominante. Il compito di svolgere la propria genitorialità rappresenta un’ esperienza che cambia la vita personale e di coppia degli adulti e chiama in causa diverse componenti: un ambiente adeguato allo sviluppo psicologico del bambino per rispondere alle sue richieste e ai suoi bisogni; una relazione equilibrata e positiva con il figlio; un’ ottima qualità della relazione di coppia dei genitori; le caratteristiche del bambino (sesso, temperamento, ecc.); il modo in cui i genitori sono stati a loro volta educati dai propri genitori; la presenza di altri figli, la capacità di modificare i propri comportamenti e atteggiamenti in relazione al nuovo ruolo di genitore, e il sostegno sociale, economico, parentale e/o amicale (nonni, zii, amici, vicini, ecc.). I figli, quindi, rappresentano una grande realizzazione per la persona, ma anche un grande impegno e una responsabilità: per la donna potrebbe nascere la difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo di madre, ma anche per il padre potrebbero nascere sensi di colpa in relazione ad una scarsa partecipazione alla vita del figlio per i troppi impegni lavorativi. Il segreto per godersi la maternità e la paternità è non perdere di vista sè stessi, il proprio partner e la propria relazione, poiché un genitore soddisfatto avrà certamente un bambino felice.