Sciccarieddu di lu me cori…

a cura di Alessia Giaquinta

Ripete così una celebre canzone popolare siciliana, rimarcando il secolare legame tra il popolo siciliano e l’asinello.

Immancabile protagonista di ogni presepe e delle storie contadine e tradizionali dell’Isola, l’asinello è spesso utilizzato per indicare qualcuno che non eccelle per capacità e intelligenza. Insomma: sì nu sceccu” non è certamente il più bel complimento da ricevere!

A spiegarci le ragioni di questa correlazione ci pensa un racconto della tradizione siciliana tramandatoci da Giuseppe Pitré nel volume “Fiabe e leggende popolari siciliane” del 1888.

Si racconta che quando Dio creò questo animale gli diede il nome “Sceccu” e glielo sussurrò alle orecchie. Il somarello, però, dimenticò il nome che aveva ricevuto e, dopo poco, tornò a chiederlo:

Signuri, comu mi chiamu?”, domandò l’asino.

Tu ti chiami Sceccu”, rispose Dio.

Non passò molto che, l’animale dimenticò nuovamente il proprio nome.

Pirdunati Signuri, comu mi chiamu?”, chiese umilmente l’asino.

Tu ti chiami Sceccu”, ripeté il Signore pazientemente.

L’animale, soddisfatto, riprese il cammino ma nuovamente dimenticò il nome che il Creatore gli aveva assegnato. Tornò allora indietro a chiedere, ancora una volta.

Il Signore, spazientito, “l’afferra ppi l’aricchi” e tirandogliele gli disse a gran voce “Tu sì sceccu, sceccu, sceccu!”.

Ecco spiegato il perché gli stupidi vengono paragonati a questo animale che, a ben dire, è tutt’altro che inetto e incapace!

Inoltre abbiamo scoperto anche perché, secondo questa leggenda, gli asini hanno le orecchie allungate.

E voi conoscevate questa storia? Diffondetela, perché non se ne smarrisca la memoria.

L’anima vagante di Bellina e le donne più belle di Sicilia

a cura di Alessia Giaquinta

Cu voli sali vaja a Trapani, cu voli beddi vaja a lu munti”. Così recita un antico proverbio della tradizione popolare, facendo riferimento alla credenza che le donne più belle di Sicilia si trovino ad Erice, città montuosa del trapanese.

Per rintracciare il motivo di questo privilegio va consultata non solo la storia, bensì anche i miti e le leggende che ammantano Erice di fascino e mistero. In cima alla vetta della città, anticamente, fu edificato il sacro “thémenos”, un santuario a cielo aperto dedicato alla dea della bellezza e della fertilità, destinato ad essere il più famoso della Sicilia. In questo tempio le bellissime sacerdotesse erano solite congiungersi coi viandanti marinai, in un amplesso amoroso legato ai riti sacri alla dea.

Pare che, il giorno della nascita di Gesù, quel luogo – simbolo di paganesimo e sfrenate passioni sessuali – crollò e al suo posto fu edificata una chiesa e completato il maniero oggi conosciuto come “Castello di Venere”. La fama della bellezza delle donne che qui abitavano, invece, non crollò mai, anzi fu perpetrata nei secoli.

Nel medioevo Erice fu, infatti, protagonista di un’altra storia di amore e bellezza, il cui racconto è giunto sino a noi sotto forma di mito. Si narra che Bellina fosse la ragazza più avvenente e fascinosa della città. I suoi lineamenti angelici e la sua grazia erano capaci di ammaliare qualsiasi uomo le stesse innanzi.

La donna, però, aveva promesso il suo cuore ad un uomo che, costretto a partire in guerra, non fece mai più ritorno. Prima della sua partenza, egli aveva regalato a Bellina un anello, quale pegno del suo amore. Il prezioso monile divenne per la donna, però, anche una triste condanna. Uno dei tanti spasimanti che bramava l’amore di Bellina, si servì della collaborazione di un mago il quale, trasformatosi in un gioielliere pronto a ripulire e lucidare l’anello, glielo sottrasse. Il perfido uomo ricattò Bellina, le avrebbe riconsegnato il gioiello a patto del suo amore. La donna rifiutò con forza le avances dell’uomo che, inasprito dall’atteggiamento di lei, lanciò l’anello tra i rovi, maledicendo la giovane. Il potente sortilegio la condannò ad essere trasformata in una nera biscia.

Si dice che l’anima di Bellina vaghi ancora tra le terre di Erice alla ricerca dell’anello che, solo una volta trovato, la riporterà a splendere in tutta la sua bellezza accanto all’amato, a cui è rimasta fedele ormai da secoli e secoli.

C’era na vota… a Longa! Storia della donna “d’un pezzo” e degli adraniti e brontesi di un tempo

di Alessia Giaquinta

Era sicca, longa e rigida “comu un manicu i scupa. La brontese protagonista del nostro racconto è una donna che, per le sue peculiari caratteristiche fisiche, era conosciuta in paese con il nomignolo di: “a Longa”.

Il giorno delle sue nozze con un giovane lavoratore della zona, accadde un evento assai curioso. Si narra che la ragazza, a causa della sua altezza e soprattutto per la sua rigidità, non riuscisse a varcare la porta d’ingresso della chiesa, dove ad attenderla c’era l’intrepido sposo.

E ora, comu faciemu?”, disse il padre, con aria preoccupata, cercando soluzioni e consigli tra i presenti.
Ci tagghiamu a testa”, propose uno, dopo aver calcolato ad occhio le misure utili alla ragazza per passare dalla porticciola.
No, a testa no, ci servi!” sopraggiunse un altro, indicando invece come soluzione migliore il taglio delle gambe, considerate meno utili rispetto al capo.

Insomma: si creò velocemente una baraonda tra gli invitati, agitati e confusi, alla ricerca di un rimedio efficace.

Tra i passanti che si accorsero di quel disordine davanti la chiesa, c’era una donna proveniente dalla vicina città di Adrano che, con spirito risoluto, offrì loro la soluzione. La donna, allora, si avvicinò alla sposa e, con efficacia, le diede una manata in direzione del collo. Immaginate la scena: istintivamente a Longa abbassò la testa e senza difficoltà varcò la porta della chiesa, giungendo spedita sino all’altare.

Il padre, felice, con spirito di gratitudine donò all’acuta donna di Adrano quattro montoni, quattro pecorelle e quattro pezze di formaggio. Anche gli invitati la ringraziarono applaudendola perché era riuscita a far passare a Longa dalla piccola porticina della chiesa senza bisogno di tagliarle la testa o mozzarle le gambe!

Che storia curiosa, penserete. Eppure sono certa che i più attenti saranno andati oltre l’immediata risata: avranno infatti saputo leggere, tra le righe di questa storia, significati e spiegazioni di cui i racconti – specialmente un tempo – si facevano portavoce. L’oggetto della storia infatti altro non è che la competizione, spesso immotivata, tra città limitrofe. Si trovano, infatti, storie similari – ma con protagoniste appartenenti a città diverse – anche in altre zone di Sicilia.

La storia dei popoli passa anche dalle narrazioni che la gente ha fatto di esso: disperdere questa memoria sarebbe come tagliare la testa alla Longa, non vi pare?

la baronessa di carini graphic

Dal castello alla televisione: Il “Caso della Baronessa di Carini”

di Alessia Giaquinta

Oggi vi pongo all’attenzione una delle storie più enigmatiche accadute in Sicilia: una storia di passione, potere e vendetta su cui aleggia ancora il mistero; un racconto in cui la leggenda si mescola con i fatti realmente accaduti e giunge a noi, purtroppo, nella sua crudele attualità. I protagonisti del nostro racconto sono Laura Lanza e Ludovico Vernagallo, due giovani aristocratici siciliani della metà del Cinquecento che, saranno puniti a morte per il loro amore illecito.

La ragazza, figlia del barone di Trabia e conte di Mussomeli don Cesare Lanza, fu costretta a sposare, all’età di 14 anni, il rampollo della casata La Grua-Talamanca: Vincenzo, figlio del barone di Carini. Tra i due, si narra, non ci fosse altro che rispetto e apparente devozione. Laura, infatti, tra le mura del castello, altro non faceva che pensare a Ludovico Vernagallo, l’uomo di cui era veramente innamorata. Suo marito, dal proprio canto, trascorreva le giornate tra giochi, vino e “altri interessi”, come allude qualcuno. La donna, nel corso della sua permanenza al Castello di Carini, diede alla luce ben otto figli. Vincenzo li riconobbe tutti come suoi legittimi, sebbene i racconti giunti sino a noi parlino di un barone probabilmente consapevole degli incontri della moglie con Ludovico Vernagallo, forse il vero padre della numerosa prole.

Il racconto leggendario trova nella storia documentata la sola conferma della morte di Laura Lanza, baronessa di Carini, e di Ludovico Vernagallo, suo presunto amante, notificata in data 4 dicembre 1563.

Cosa accadde dunque? Le cronache del tempo non resero i dettagli della vicenda, accennarono semplicemente al “caso della baronessa di Carini”. Quello che sappiamo è sopraggiunto a noi attraverso i cantastorie e le memorie popolari, che ne parlarono a lungo e in vario modo, tramandandone la memoria alle generazioni. Secondo tali ricostruzioni, il padre della baronessa, don Cesare Lanza, scoperta l’illegittima relazione della figlia con un altro uomo, uccise i due amanti, pur di non cadere nella vergogna. Fu un delitto di onore vero e proprio. Terribile: come ogni delitto di cui si è macchiata e di cui si continua a macchiare l’umanità.

Si dice che nel Castello di Carini, nella data in cui ricorre l’omicidio, ogni anno, appaia una mano insanguinata: sarebbe quella della baronessa Laura che continua ad abitare nel castello sottoforma di fantasma.

La vicenda ha ispirato, inoltre, l’interesse musicale, teatrale e televisivo: di quest’ultimo ricordiamo lo sceneggiato Rai “L’amaro caso della baronessa di Carini”, diretto da Daniele D’Anza nel 1975 e “La baronessa di Carini”, con la regia di Umberto Marino, nel 2007.

 

 

 

anteprima antichi cunti

Bianca come neve Rossa come fuoco. Il trionfo dell’amore

a cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta, tanto tempo fa… Quella che ti sto per raccontare è una delle fiabe tramandataci dalla tradizione sia oralmente (attraverso i cunti dei nonni) sia in forma scritta dall’antropologo Giuseppe Pitré. Allora fermati un attimo e torna bambino e, finita la lettura, racconta questa storia a chi vuoi affinché non venga smarrita o sia appannaggio di pochi.

 

Ci troviamo in un elegante castello dove vivono beatamente un re e una regina che, nonostante avessero ogni bene e ricchezza, soffrivano per non aver avuto ancora dei figli. Un giorno, il re fece questo giuramento: “Se avremo un figlio o una figlia, doneremo al nostro popolo due fontane da cui, per sette anni, sgorgheranno olio e vino”. E così fu. La regina diede alla luce un maschietto e gli abitanti del luogo fecero gran festa: non mancava olio e vino per nessuno.

 

Trascorsi i sette anni, mentre il piccolo reuzzo giocava a birilli, una perfida vecchina tentava disperatamente di raccogliere le ultime gocce di olio attraverso una spugna che poi finivano in una brocca. Accidentalmente, però, un birillo del reuzzo finì sulla brocca, facendo cadere in terra tutto l’olio raccolto. «Ti maledico. Non potrai sposarti fin quando non troverai una fanciulla dal nome Bianca come Neve Rossa come Fuoco», disse la vecchina infuriata, e se ne andò.

 

Il reuzzo crebbe e quando giunse l’età per prender moglie si ricordò della maledizione che aveva ricevuto. Vagò così, a lungo, alla ricerca di Bianca come Neve Rossa come Fuoco. Sfinito, una sera, stava per addormentarsi sotto un grande albero quando sentì una voce chiamare “Bianca come Neve Rossa come fuoco, calami le trecce che salgo!”. Aveva trovato finalmente la sua bella! Peccato che, anch’ella fosse vittima di un maleficio: una mamma-draga la teneva prigioniera in una torre. Il principe allora, facendosi calare le trecce, salì fino in cima e salvò la fanciulla. Ma non fu semplice tornare al castello: numerose peripezie dovettero affrontare i due giovani, fino all’ultima: “Al primo bacio che la regina darà al reuzzo, lui si dimenticherà di lei”.

Così avvenne. Rientrato al castello, il reuzzo fu baciato dalla madre e dimenticò Bianca come Neve Rossa come Fuoco davanti la porta, dove ella lo attendeva per fare ingresso solenne al castello.

 

Ma l’amore trionfa, si sa. Grazie a due colombi, che la fanciulla sapientemente istruì chiedendo loro di entrare al castello e rinsavire la memoria del principe, la storia finisce per il meglio. I giovani, nonostante le avversità, si sposarono e furono “felici e cuntenti, e a niautri nun ni lassaru nenti”.

 

anteprima ciarauli

Sei nato il 25 gennaio? Potresti essere un ciaraulo

I Racconti Di Bianca  A Cura Di  Alessia Giaquinta

 

Che parola strana ciaraulo! Eppure sono certa che ciò che vi racconto, con la sua storia, magia, religiosità e mistero, susciterà in voi un certo stupore, soprattutto se fate parte delle nuove generazioni.

Quindi: chi è il ciaraulo? Si tratta di una persona che, nata il 25 gennaio o il 29 giugno, ha ricevuto alla nascita dei poteri soprannaturali: non solo quello di operare guarigioni per mezzo della propria saliva, ma anche quello di ammaliare e domare i serpenti.

Lo so, in questo momento state pensando se conoscete qualcuno nato in una di queste due date, e state pure cercando di ricordare quali capacità abbia questo potenziale ciaraulo di vostra conoscenza. Con grande probabilità sarete giunti a questa risposta: “Nessuna in particolare”. Vi spiego allora il motivo, ricostruendo la storia, le leggende e il fascino di queste figure misteriose, sempre più rare.

Non sappiamo bene quando nasca la figura – socialmente riconosciuta – del ciaraulo, ma sappiamo chi fu il primo, colui che avviò quello che, per secoli, in Sicilia, divenne un vero e proprio mestiere.

Il primo ciaraulo fu l’apostolo Paolo che, durante il suo soggiorno a Malta, venne morso da una vipera senza però riportare alcun danno o ferita. Da qui la credenza che il Santo guarisse dai morsi dei serpenti.

Successivamente ci si accorse che coloro che nascevano nelle due date in cui si festeggia il Santo (il 25 gennaio “la conversione di San Paolo” e il 29 giugno “il martirio”) erano dotati di una particolarità sotto la lingua, chiamata tarantula sutta la linguedda, capace di guarire le ferite e i morsi dei rettili. Inoltre, il ciaraulo era in grado di rendere innocui i serpenti, proprio in virtù del dono ricevuto alla nascita. L’antropologo siciliano Giuseppe Pitrè così descrive questa misteriosa figura: «Maneggiava innocuamente, per sé e per gli altri, la vipera, l’aspide, la biscia, il calabrone, lo scorpione, il rospo, il ragno e altri rettili ed insetti velenosi e guariva le ferite passandovi sopra la lingua, sotto la quale ha, dicono, un muscoletto in forma di ragno».

In modo particolare a Palazzolo Acreide, dove San Paolo è patrono, il “ciaraulismo” risulta diffuso ancora oggi e, in passato, durante le processioni del Santo non era insolito vedere – come testimonia Pitrè – uomini e donne «recare sulle guantiere scorsoni neri e vipere innocue». Numerosi, inoltre, erano coloro che ricorrevano, ancor prima di ogni medicina, al potere taumaturgico della lingua dei ciarauli.

Funzionava davvero? Chissà. Qualcuno continua a crederci e a testimoniare prodezze compiute da costoro. Per diventare ciarauli, però, non basta solo essere nati in quelle specifiche date: è indispensabile, invece, apprendere una preghiera trasmessa da ciaraulo in ciaraulo durante la notte di Natale. Pare che, senza questa, nessuno dei poteri si manifesti e si perde l’occasione di essere un guaritore che opera in nome di San Paolo.

copertina numa selection

Pantalone Gurkha, un must have della linea Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

 

Il pantalone Gurkha, o più comunemente chiamato a vita alta, ispirato alle divise dei militari inglesi in Nepal nel 1800, è stato riadattato alla moda moderna da Emanuele Cilia, titolare del brand Numa Selection rendendolo un must have delle collezioni presentate nelle varie stagioni.

Il pantalone si presenta con un bustino da 6 cm con abbottonatura sul fianco destro, dove è collocato un bottone di colore diverso rispetto al pantalone stesso.

Sul fronte del pantalone troviamo una doppia pinces e due tasche stile america.

Il fondo 17 e il risvoltino da 6 cm, stessa misura del bustino per dare geometria al pantalone, rendono la vestibilità versatile per un pubblico sia giovane che adulto.
Proprio per questo motivo, può essere indossato per tutte le occasioni, dal casual all’elegante.

Per un outfit casual, ma che comunque fa la differenza, consiglio di abbinarlo, a seconda delle stagioni, con una sneaker, una calza a fantasia (solo se il pantalone è unica tinta, in caso contrario una calza che riprenda la fantasia del pantalone, una camicia e un maglioncino con un trench sopra o una giacca modello chiodo, per le stagioni autunno/inverno, con una semplice t-shirt, un mocassino o le espadrillas, per le stagioni più calde.

Per un outfit elegante, consiglio di completare il pantalone con una giacca doppiopetto con rever a lancia larga, che in base al proprio gusto può variare dallo spezzato, con colori totalmente diversi evitando così lo stesso colore con tonalità diverse, al completo intero della giacca NUMA. Entrambi i completi sono da abbinare con camicia, calza monocolore e scarpa modello mocassino o con fibbie. In base all’ evento poi si può scegliere se mettere la cravatta o il papillon.

anteprima bermuda numa

I bermuda Numa pronti per l’estate

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia   Foto di Giuseppe Bornò

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

È finalmente giunta la stagione estiva, quella degli aperitivi all’aperto, nelle località marittime, magari innanzi ad un bel tramonto. E allora è sempre utile avere nell’armadio il capo giusto da indossare in queste occasioni in cui, si sa, lo stile non è per nulla secondario.

Ebbene, Numa vi propone dei bermuda a vita alta davvero versatili: ideali sia per uno stile elegante, se accompagnati da camicia in cotone – o in lino – con mocassini; sia per uno stile più casual e per gli amanti della scarpa aperta, perché possono essere indossati con polo e sandali.
E perché no, anche con le scarpe da barca, per essere chic durante un aperitivo raffinato a bordo!

Realizzati, a vita alta e con doppie pinces, sia in fresco-lana oppure in lino, i bermuda Numa nei colori richiamano i tramonti della nostra Terra… Assolutamente unici e imperdibili!

 

 

 

numa selection

La Belgia Loafer di Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia   Foto di Giuseppe Bornò

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

 

Stiamo entrando nella stagione primaverile e nelle belle giornate non può mancare nel guardaroba del gentleman la scarpa Loafer o, più comunemente chiamata, mocassino.Ideale per completare un look elegante, ma anche sportivo, si presenta in vari modelli: quello identificativo del marchio Numa Selection è la Belgian Loafer.
Originariamente nata e prodotta nelle botteghe di Bruxelles, si è contraddistinta successivamente in tutto il territorio nazionale.


Numa ha deciso di rivoluzionare la natura della Loafer, interamente fatta a mano, andandola a presentare liscia, quindi senza nappine o lacci sul fronte della tomaia, in vitello abrasivato spazzolato, con suola in cuoio e con il sottopiede in pelle per dare comodità alla camminata.
Consigliamo di indossarla con l’abito, senza calze nel periodo estivo o in alternativa, per uno stile più casual, con i nostri pantaloni a vita alta e camicia.

NUMA

La sicilianità in una giacca – Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

Come abbiamo sottolineato nei numeri precedenti, la caratteristica principale dei capi Numa Selection è quella di valorizzare la sicilianità, sia nella loro composizione sia nei dettagli.
Oggi parliamo della giacca Numa, un capo che, per storia, negli anni ’20 era indossato da un ceto sociale alto e che quindi poteva permetterselo, ma che negli anni 2000 è tornato prepotentemente di moda abbracciando stavolta tutto il pubblico maschile, sia i giovani che gli adulti.

Le giacche Numa, realizzate con i migliori tessuti sul mercato, presentano un rever a lancia largo da 11 centimetri, due tasche a pattina sul fronte e un doppio spacco sul retro. Vengono realizzate in due varianti: il monopetto, con la caratteristica di avere un’abbottonatura più alta rispetto allo standard per permettere la visione del pantalone con bustino da 6 centimetri, e il doppiopetto, quest’ultimo con abbottonatura 6 a 2, il grande classico del guardaroba del gentleman.

Al loro interno vengono applicate delle fodere a tema totalmente siciliano, riprendendo la storia della nostra terra: troviamo delle fantasie con il carretto siciliano, con le maioliche, con le teste di moro, con i pupi siciliani e tanti altri soggetti.

«L’obiettivo di Numa – dice il titolare del brand Emanuele Cilia – è quello di revisionare i capi classici, come appunto la giacca, adattandoli ad una clientela che è alla ricerca del capo innovativo e attento al dettaglio».