A cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta Betta Pilusa…
Inizia così una delle favole che le donne siciliane tramandano da generazioni, oggi sostituita dai giochi di uno smartphone o dalla tv, che poco lascia all’immaginazione.
“Nonna, racconta”, dicevo. E lei iniziava: non una volta, bensì due e anche tre volte. Sembrava la conoscesse a memoria. Era così bello ascoltarla. Erano davvero momenti “da favola”. Chi era Betta Pilusa? Beh, potremmo dire, la donna ideale. Bella, intelligente e brava in cucina. Nelle favole però, siamo abituati a castelli, principi, re e regine. E anche in questa storia non possono mancare. Betta era vittima di un incantesimo poiché aveva indossato l’anello nuziale della madre la quale, prima di morire, aveva profetizzato che chiunque lo mettesse al dito avrebbe dovuto sposare il marito.
Betta, insomma, avrebbe dovuto sposare il padre. Assurdo!
Per scampare a questo pericolo, Betta inizia a fare delle richieste irrealizzabili.
“Padre, vi sposo solo se mi donate un vestito fatto di stelle”. Il padre vende l’anima al diavolo pur di ottenere quanto richiesto dalla figlia. Così la ragazza chiede una veste di alghe e poi ancora una di fiori. Il padre ottiene ogni cosa. Sconfortata, Betta, fa l’ultimo tentativo: “Desidero un mantello di pelo d’orso”. Anche questa volta il padre, grazie al suo accordo col diavolo, riesce ad avere il mantello richiesto da Betta.
Disperata, la ragazza tenta la via di fuga e corre fino a raggiungere il castello di un bellissimo reuzzo. Betta trova ospitalità presso le cucine del castello e lì è tenuta nascosta dalla servitù che la chiamò Betta “Pilusa”, in riferimento alla pelliccia che indossava. La sera, però, la ragazza partecipava alle feste di ballo indette dal reuzzo. Per le occasioni Betta indossava i tre abiti donati dal padre. Era bellissima e nessuno l’avrebbe riconosciuta. A fine di ogni ballo, il reuzzo – che si era già innamorato – le regalò una spilla, un orologio e infine un anello. La quarta sera, però, la giovane non partecipò alla festa perché non aveva più vestiti a disposizione. Il reuzzo intanto si era ammalato, talmente il dispiacere di non vederla più. Betta allora approfittò della situazione per rivelarsi. Avrebbe messo in campo altre doti: la scaltrezza e la passione per la cucina. Preparò così tre focacce per il reuzzo all’interno delle quali nascose i tre doni ricevuti alla fine di ogni ballo. E mentre cuocevano, in forno, le altre la deridevano. Come poteva pretendere una servetta ambire a guarire il re?
E più l’invidia delle altre cresceva, più le sue focacce apparivano belle e appetitose.
Quando il reuzzo mangiò le focacce di Betta, trovò la spilla, l’orologio e l’anello. Immediatamente guarì e mandò a chiamare la donna che le aveva preparate.
Non poteva immaginarlo: era la bellissima fanciulla con cui aveva ballato, celata in un mantello d’orso. L’apparenza lo avrebbe ingannato. Betta però fu intelligente e trovò il modo per farsi apprezzare dal reuzzo che, finalmente guarito, la sposò.
I due vissero così felici e cuntenti e a niautri nun ni lassaruu nenti.

A cura di Maria Concetta Manticello

In passato il cane si cibava di carne cruda appena cacciata, oggi i cani in qualità di animali domestici, fanno parte della nostra famiglia e non sono più considerati alla stregua dei lupi. Pertanto bisogna loro preparare dei cibi che contengano proprietà nutritive bilanciate e adeguate per garantirgli la salute e la longevità. Se decidiamo di cucinare per i nostri amici pelosi, dobbiamo sapere che alcuni alimenti non devono assolutamente essere inseriti nella loro dieta. In ogni caso per un’alimentazione corretta e adatta alla razza del cane, è opportuno chiedere consiglio al proprio medico veterinario, oppure affidarsi ai cibi preconfezionati di buona marca che contengono tutti gli elementi nutrienti di cui hanno bisogno. I cani non hanno lo stesso stomaco dell’uomo, ragion per cui alcuni alimenti sono severamente vietati, anche se loro li mangerebbero volentieri. I cibi e le sostanze pericolose per i nostri cani sono: cioccolato, noci, dolci, caramelle e gelati, cipolle, cavoli e aglio, sale, pomodori, foglie e germogli di patate, noce moscata, lievito, uva e uva sultanina, semi e noccioli, cibi grassi, alcol, caffè, tabacco, uova crude, ossa soprattutto quelle di pollo o di coniglio (si spezzano e possono conficcarsi in gola, possono bucare lo stomaco e gli intestini), cibo per gatti, pesce e pollo crudo. E per finire una cosa che ASSOLUTAMENTE non si deve fare, è quella di dare il cibo che avanza dalle nostre tavole, perché il 90 per cento delle volte contengono sostanze che per loro sono altamente tossiche.

A cura di Alessia Giaquinta

Spesso, in gergo, per additare qualcuno che è astutamente impiccione, si dice che è “Triricinu”. C’è una favola, della nostra tradizione siciliana, che spiega l’origine di tale nome e ne completa il significato.
Triricinu (Tredicino), infatti, era il tredicesimo figlio di una povera famiglia. Era il più astuto e veloce tanto che spettava sempre a lui la minestra preparata dalla mamma che, non riuscendo a nutrire tutti i figli, diceva che solo chi fosse arrivato per primo poteva mangiarla. Era scomodo, chiaramente, per i fratelli che – in preda alla disperazione e alla fame – tentarono di escogitare un modo per annientarlo. Proposero, infatti, al re di sfidare il ragazzo facendogli compiere un’ impresa impossibile: rubare il mantello del drago.
Triricinu, vinta l’ iniziale paura, non si tirò indietro e, approfittando della sua agilità, riuscì nell’ impresa. Il re, sorpreso, sfidò ancora una volta il ragazzo: egli avrebbe dovuto rubare il cavallo al drago. Anche questa volta, Triricinu riuscì nell’ intento persuadendo l’ equino a seguirlo fino al palazzo reale grazie all’ aiuto di buonissimi mustacciola preparati per l’ occasione. Il re e i fratelli di Triricinu, ancora una volta, rimasero increduli per le abilità del ragazzo. Così, il re gli promise due sacchi di monete d’ oro se avesse saputo prendere la testiera del letto del drago. Questa volta, però, Triricinu fu scoperto e imprigionato dal drago che, in preda alla rabbia, decise di farlo ingrassare e poi, una volta grasso, cibarsene. Triricinu non si arrese e ingannò continuamente il drago: quando questi gli chiedeva di toccare un ditino, per constatare se fosse aumentato di peso, lui utilizzò una volta la coda di un topo, un’altra volta un’asta sottile… Spazientitosi, il drago liberò il ragazzo dalla prigione per cibarsene lo stesso. Triricinu, però, lo fece distrarre e scappò velocemente. E la testiera del letto? Beh… Questa volta Triricinu escogitò un piano ancora più interessante. Si travestì da monaco, prese con sé una cassa e andò dal drago dicendo che era alla ricerca di un certo Triricinu colpevole di un reato. Il drago, approfittando della situazione, si rese disponibile a cooperare con quel finto monaco.
«Quanto è alto Triricinu?». – chiese astutamente il ragazzo, sotto mentite spoglie.
«Quanto me!».- rispose il drago
«Vediamo se la cassa è abbastanza grande da poterlo contenere, entra tu, facciamo una prova!».
Fu così che il drago fu imprigionato da Triricinu che, oltre ad ottenere il plauso del re e della popolazione tutta, ottenne i denari promessi e la fama di essere ricordato per secoli e secoli.E come concludevano gli antichi, che tramandano questa storia in numerose varianti, “e vissi felici e cuntenti…e a niautri nun resta nenti!”.

 

A cura della Dott.ssa Sandra Meli

È da poco passato l’8 Marzo, data che celebra le donne, e anche in occasione di questo giorno, purtroppo, abbiamo assistito a gravi fatti di cronaca che hanno visto come protagoniste le donne. Che cos’è che si cela dietro il femminicidio o dietro la violenza in generale verso le donne? È un fenomeno del nostro tempo, che racchiude in sé elementi di complessità, disordine e confusione. La violenza sulle donne è intesa come una forma di squilibrio relazionale, dove il desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile sul femminile si articola nell’esercizio di potere finalizzato a dominare l’altra persona. Tale relazione origina e si struttura spesso all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine, partendo da radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni. All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Sono comportamenti che si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave definito appunto “Ciclo della violenza”, in cui inizialmente la donna, avvertendo la tensione, per prevenire l’escalation di violenza, concentra le sue attenzioni sul partner, il quale però perde il controllo e attacca, prima verbalmente e poi fisicamente, fino a quando, passata la fase di violenza, si arriva alla fase del pentimento, detta “luna di miele” durante la quale l’uomo può attribuire la responsabilità dell’atto violento a fattori esterni e nella donna può prevalere il senso di colpa. Con il tempo la fase di luna di miele tende a ridursi, mente le altre diventano sempre più frequenti e gravi. I dati ISTAT ci dicono che il 93% delle donne vittime di violenza da parte del partner o ex partner non denuncia la violenza e che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della sua vita: parliamo, infatti, dei diversi tipi di violenza esistenti dalle forme più conosciute come la violenza fisica e quella sessuale, alle tipologie meno visibili, ma altrettanto gravi come la violenza economica e la violenza psicologica. Questi fatti sono sempre più segnali indicativi di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbe esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza. Quando la violenza riguarda donne che sono anche madri, ciò che viene intaccata è anche la loro funzione genitoriale, poiché si sperimenta un maggiore senso d’impotenza, con conseguente aumento delle problematiche comportamentali nei bambini. Nei casi di violenza di genere le vittime sono anche i figli, che nella maggior parte dei casi assistono alla violenza. Il miglior modo per contrastare il fenomeno è prevenire e sensibilizzare, e lì dove la violenza è in atto denunciare e farsi aiutare dai professionisti del settore. Ricordate che “l’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi addosso”.

 

A cura di Maria Concetta Manticello

Portare il micio dal veterinario non è semplice. Tante volte quando attendo il mio turno dal veterinario, guardo con quanta ansia e quanta apprensione i proprietari di questi piccoli felini cercano di tranquillizzarli accarezzandoli dentro il loro trasportino. Anche i gatti vanno abituati alla visita veterinaria, poiché a differenza dei cani non sono propensi a uscire da casa. Affinché portare un gatto da un veterinario, non diventi fonte di stress né per lui, né per voi, ecco alcuni consigli suggeriti da Royal Canin. Royal Canin, prosegue la sua campagna di sensibilizzazione ‘’Portami dal Veterinario’’, pensata per accrescere nei proprietari di gatti la consapevolezza dell’importanza di fare dei controlli regolari dal veterinario. Ecco di seguito qualche consiglio per trasportare serenamente un gatto. Per la tua sicurezza e la sua non viaggiare con il gatto libero. Scegli un trasportino adatto, possibilmente in plastica dura. Fate in modo che il trasportino diventi per il gatto un normale pezzo d’arredamento in casa vostra affinché prenda confidenza con quest’utilissimo oggetto. Prepara il trasportino per il viaggio, metti dentro un pezzo di stoffa con il suo odore. Trenta minuti prima di partire spruzza all’interno del trasportino dei feromoni. Per fare entrare il gatto nel trasportino metti dentro alcune crocchette, se si rifiuta, coprilo dolcemente con una coperta. Proteggi il trasportino e fissalo nel sedile posteriore dell’auto. Segui le stesse regole nel viaggio di ritorno. Ovviamente devono essere prese alcune precauzioni con le alte temperature esterne e quando il gatto è malato o vecchio. Comprendo che tutto questo a volte diventi impossibile, nel caso in cui un gatto per molti anni non sia mai uscito da casa, oppure è aggressivo, invisitabile e intoccabile, non si può certo pretendere che il veterinario faccia miracoli, se neanche voi che siete i proprietari e quindi le persone di cui si fida di più riuscite a toccarlo, come potete pretendere che un estraneo riesca a maneggiarlo? Il veterinario è un medico non un domatore di belve…

 

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Mettiamo su famiglia: il difficile compito di diventare genitori

Affrontare responsabilmente il desiderio di avere un figlio e poi dedicarsi alla sua formazione significa per i genitori creare un profondo rapporto emotivo con il partner e con il proprio figlio. La genitorialità è un passaggio psicologicamente delicato, poiché durante l’attesa si formano “rappresentazioni genitoriali”, fantasie e aspettative, che condizioneranno il tipo di accudimento dei bisogni fisici, affettivi, cognitivi e sociali prestati al bambino. La capacità delle coppie di gestire la transizione verso la condizione di genitori dipende dall’età e dalla maturità dei genitori, dalla relazione con i propri genitori, dal sostegno sociale di parenti, amici e servizi, e dal livello di soddisfazione coniugale prima dell’arrivo del figlio. Ciascuna famiglia si caratterizza per un particolare stile educativo, inteso come quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli, creando quel clima emotivo attraverso dei comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Lo stile educativo si caratterizza per il controllo, le richieste che i genitori fanno ai figli per integrarli nella famiglia e nella società, sollecitando comportamenti maturi, e per il supporto, le azioni finalizzate a favorire l’affermazione di sé attraverso espressioni di sostegno e calore (vicinanza affettiva) e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste del figlio. Ciascuna coppia genitoriale darà più importanza a una di queste dimensioni, generando così diversi stili educativi: lo stile autoritario, con alto controllo e basso supporto; lo stile autorevole, con alto controllo e alto supporto; lo stile indulgente-permissivo, con alto supporto e basso controllo; lo stile negligente-trascurante, con basso controllo e basso supporto. Generalmente in ogni famiglia si ritrova uno stile intermedio formato dalla mescolanza di tratti dei vari stili con uno stile predominante. Il compito di svolgere la propria genitorialità rappresenta un’ esperienza che cambia la vita personale e di coppia degli adulti e chiama in causa diverse componenti: un ambiente adeguato allo sviluppo psicologico del bambino per rispondere alle sue richieste e ai suoi bisogni; una relazione equilibrata e positiva con il figlio; un’ ottima qualità della relazione di coppia dei genitori; le caratteristiche del bambino (sesso, temperamento, ecc.); il modo in cui i genitori sono stati a loro volta educati dai propri genitori; la presenza di altri figli, la capacità di modificare i propri comportamenti e atteggiamenti in relazione al nuovo ruolo di genitore, e il sostegno sociale, economico, parentale e/o amicale (nonni, zii, amici, vicini, ecc.). I figli, quindi, rappresentano una grande realizzazione per la persona, ma anche un grande impegno e una responsabilità: per la donna potrebbe nascere la difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo di madre, ma anche per il padre potrebbero nascere sensi di colpa in relazione ad una scarsa partecipazione alla vita del figlio per i troppi impegni lavorativi. Il segreto per godersi la maternità e la paternità è non perdere di vista sè stessi, il proprio partner e la propria relazione, poiché un genitore soddisfatto avrà certamente un bambino felice.

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

L’Italia è un paese che ama molto gli animali domestici, agli italiani piace condividere la vita con un pet. Nelle nostre case vivono quasi: 30 milioni di pesci; 13 milioni di uccellini; 1,8 milioni di piccoli mammiferi, conigli, furetti e roditori; 1,3 milioni di rettili, tartarughe, serpenti e iguane; 7 milioni di cani e ben 7,5 milioni di gatti. Naturalmente i gatti e i cani, riconosciuti da molti stati esseri senzienti, ricoprono a pieno titolo il ruolo di veri amici dell’uomo. Anche se il rapporto che si stabilisce tra il gatto e l’essere umano è diverso da quello che si può stabilire con un cane.

I felini domestici dimostrano l’affetto a modo loro, forse perché il loro comportamento non sempre viene capito, così sul piccolo felino continuano a girare dicerie e luoghi comuni che non hanno nessun fondamento scientifico, ad esempio: si affeziona alla casa e non al padrone; è opportunista; non si fa mai male perché casca sempre in piedi; non obbedisce, quindi, non è intelligente e qualche volta, specialmente se è nero, porta pure sventura. A chi non è mai capitato di sentire parlare in questo modo dei gatti!

In realtà il gatto è dolce ma riservato, intelligente ma non obbediente, autonomo ma bisognoso di cure e affetto, ama la casa ma anche stare fuori, domestico ma anche selvatico. È dal 1990 che in Italia si celebra la loro festa, il 17 Febbraio. Mentre la Giornata Internazionale del Gatto, indetta nel 2002 dall’International Fund for Animal Welfare, si celebra l’8 Agosto. In Italia la giornalista gattofila Claudia Anceletti propose un referendum tra i lettori di una rivista specializzata per stabilire un giorno da dedicare a questi felini. La proposta vincitrice ha evidenziato e messo il punto su molteplici significati:

1) Febbraio è il mese del segno zodiacale dell’acquario e i nati sotto questo segno sono spiriti liberi e anticonformisti, proprio come i gatti, che non amano sentirsi oppressi da molte regole.

2) Tra i detti popolari febbraio viene definito “il mese dei gatti e delle streghe”.

3) Il numero 17, nella nostra tradizione è sempre stato ritenuto un numero portatore di sventura, stessa sorte che, in tempi passati è stata riservata al povero gatto.

In realtà, se il gatto è amato e ben trattato sin da piccolo, si affeziona tantissimo al suo proprietario e affronta con lui anche viaggi e traslochi. Io ho beneficiato per molti anni della compagnia di una bellissima gattina persiana, di colore bianco, si chiamava Pallina e aveva degli splendidi occhi gialli. Pallina trascorreva con me interi pomeriggi acciambellata sullo scrittoio mentre studiavo, solo guardarla e accarezzarla mi trasmetteva tanta serenità e grazie alla sua piacevole conoscenza posso senz’altro dire che ho ricevuto tanto affetto, ma tanto tanto…  Ricordi bellissimi custoditi per sempre nel mio cuore.

Articolo a cura di Alessia Giaquinta

La nostra splendida Isola, secondo una leggenda, ha preso il suo nome da una principessa araba: Sicilia, appunto.

Si narra che la nascita della fanciulla, fosse legata a una tremenda profezia, ella, infatti, raggiunto il quindicesimo anno di età, avrebbe dovuto lasciare la propria terra (il Libano) e avventurarsi da sola nelle acque del Mediterraneo per sfuggire a un terribile mostro pronto a divorarla.

La principessa, dunque, si mise in viaggio su una barchetta, senza meta, ansiosa di approdare in qualche posto che avrebbe determinato la sua salvezza.

Passarono i giorni e i mesi, e Sicilia continuava a navigare nel Mar Mediterraneo, intanto i suoi rifornimenti di cibo iniziavano a scarseggiare…

Proprio quando lo scoraggiamento stava per avere la meglio, la fanciulla giunse in una terra disabitata, piena di frutti, magnifici fiori, con tante risorse e riscaldata dal sole. Un posto veramente splendido!

Sicilia, finalmente, ebbe di che sfamarsi ma, col passare del tempo, divenne sempre più triste. Non aveva nessuno con cui parlare, nessuno con cui condividere le bellezze di quell’Isola.

Un giorno giunse un giovane a farle compagnia. Egli spiegò alla fanciulla che erano i soli a essere in quella terra: una terribile pestilenza, infatti, ne aveva ucciso tutti gli abitanti. Sarebbe toccato a loro ripopolarla.

I due, così, si unirono diventando i capostipiti del popolo siciliano.

L’Isola prese il nome della principessa grazie alla quale si ripopolò quella meravigliosa terra di cui noi, oggi, siamo abitanti e figli, figli per l’appunto di Sicilia.

Articolo a cura di Alessia Giaquinta

Uno dei personaggi emblematici della nostra Sicilia è sicuramente Giufà, il ragazzo ingenuo e contorto, incredibilmente fortunato e in qualche modo filosofo, protagonista di numerose novelle che ci parlano di un mondo contadino e sempliciotto lontano dal nostro, eppure sempre contemporaneo.
In uno dei racconti tramandatici, si narra che Giufà, il giorno di Natale, fu mandato dalla madre a comprare la trippa dal macellaio, con la raccomandazione di ripulirla per bene.
Giufà allora, dopo averne acquistato un pezzo, decise di immergerla nelle acque del mare. Poco convinto del risultato, Giufà chiese aiuto a uno dei pescherecci che si trovava lì nei pressi. I marinai, allarmati dalle urla del ragazzo, si apprestarono a giungere a riva pensando che fosse successo qualcosa di grave: mai potevano immaginare che Giufà volesse chiedere loro se la trippa era stata pulita per bene.
A questo punto esistono delle varianti della storia.
Quella che ho scelto di raccontare vuole che il giovane Giufà, in preda alla confusione, decise di tornare a casa e chiedere consiglio alla madre che, nel frattempo, era uscita per recarsi alla Santa Messa di Natale.
Giufà, allora, la raggiunse in chiesa.
Proprio in quel momento, il sacerdote dal pulpito stava facendo un’omelia sui rischi dei peccati di gola. “Per la ventri (la trippa) – diceva il prete – si robba e s’ammazza. La gola è uno dei peggiori vizi”.
Giufà, a quelle parole, lanciò in aria la trippa e fuggì, onde evitare di cadere in tentazione.
Buon Natale, amici lettori di Bianca, e…badate bene a non fare come Giufà, sarebbe un vero peccato!

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

Le vacanze estive sono ormai un nostalgico ricordo e tra una cosa e l’altra eccoci a festeggiare un nuovo Natale. Ormai ci siamo, scatta la ricerca dei regali più curiosi, ci si prepara a organizzare pranzi e cene, per trascorrere ore felici insieme alle nostre famiglie. Anche quest’anno molti italiani hanno pensato di regalare o adottare un cagnolino, una bellissima idea, che però comporta responsabilità e consapevolezza. Prendersi cura di un animale domestico vuol dire prestare costante attenzione alle sue necessità.
Un cane deve essere amato, curato e accudito dal suo ingresso in famiglia fino all’ultimo dei suoi giorni.
Nella mia famiglia, dieci anni fa, a farci compagnia è arrivata Gea, una dolcissima barboncina, che è la nostra gioia, non potremmo più fare a meno di lei, un membro a pieno titolo del nostro nucleo familiare. Grazie a lei, posso dire: che meraviglia avere un cane.
La relazione con un cane è speciale, unica e disinteressata, favorisce il buon umore e aiuta senza sforzo a fare attività fisica, camminare insieme con lui, contribuirà a consolidare il vostro legame. Inoltre il nostro amico può essere un rimedio contro la solitudine e lo stress, perché ci aiuta a intrattenere rapporti sociali. Ci regala benessere e relax a costo zero. Quanto è bello addormentarsi vicini sul divano facendoci avvolgere dalla sua serenità. Oppure quando si gira per essere rassicurato che sei lì con lui, quando ti segue ovunque vai, quando stai per uscire e vuol venire anche lui, quando viene da te per farsi confortare o quando si mette a pancia in su, perché ha voglia di essere accarezzato. E non parliamo dell’accoglienza gioiosa che ci riserva quando ritorniamo a casa, anche se è rimasto da solo per pochissimo tempo. I cani sono creature fantastiche, che ci rallegrano la vita con il loro amore e la loro tenerezza. Se tratterai il cane come si deve, sarai inondato da amore, amicizia e lealtà. Per tutto quello che ci regalano e per il poco che chiedono, per farli vivere in buona salute il più a lungo possibile, diamo solo cibo adatto a loro. Io seguendo i consigli della veterinaria, utilizzo da sempre prodotti Royal Canin.