Articolo di Stefania Minati    Foto di Luciano Ramires – Archivio PNGP

Con i suoi 70.000 ettari, il Parco Nazionale del Gran Paradiso è il più antico parco italiano. Situato tra la Valle d’Aosta e il Piemonte nasce inizialmente come Riserva di Caccia Reale per volere di Vittorio Emanuele II nel 1856 dando seguito al divieto di caccia allo stambecco del 1821 di Carlo Felice Re di Sardegna, vista l’allarmante diminuzione della presenza di quest’animale su tutto l’Arco Alpino. Nel 1913 si svolse l’ ultima caccia reale dei Savoia che decisero nello stesso anno di donare allo Stato il territorio intorno alla vetta del Gran Paradiso (4061mt) chiedendo di istituire un Parco Nazionale a tutela della sua ricchezza naturale. Si arriva così al 1922 e alla nascita ufficiale del primo Parco Nazionale Italiano. Fin dalla metà del ‘900
l’ Ente Parco lavora instancabilmente per creare un giusto equilibrio di convivenza tra uomo e natura nel pieno rispetto di quest’ ultima.
A dimostrazione del lungo e instancabile lavoro dell’ Ente e delle guardie forestali, dal 2005 sono stati registrati il grande ritorno del lupo, che da molto tempo ormai non abitava queste montagne, e la prima nidificazione sulle Alpi Occidentali del gipeto. Nel 2006 invece è stato insignito del Diploma Europeo delle Aree Protette e nel 2014 ha acquisito la certificazione Green List che riconosce l’ efficacia e l’ equità nella gestione dei parchi. Con la sua rete di 850 km di sentieri, nove centri visitatori, il giardino botanico Paradisia e le Eco-mostre perenni, il Parco offre a tutti i turisti moltissime esperienze da vivere immersi nella natura. Sono attive molte iniziative che coinvolgono le scuole con interessanti progetti di educazione ambientale e proposte diversificate a seconda dell’ età scolare. Alcuni esempi possono essere il viaggio di tre giorni in cui la figura di Re Vittorio Emanuele II fa da filo conduttore al racconto dell’ evoluzione del concetto di “Protezione dell’ ambiente”, o altri soggiorni didattici con attività di tipo scientifico e ludico-creative che possono durare dai due ai sette giorni per i bambini più piccoli. Le attività per le famiglie e gli sportivi, che si possono vivere tra queste cinque vallate, vanno dalle escursioni in bicicletta, al trekking, dallo sci alla scalata, grazie alla grande varietà di ambienti che compongono il Parco. Le guide specializzate e le varie tipologie di escursioni si alternano, infatti, per tutto l’anno a seconda delle stagioni. È possibile anche accompagnare ricercatori e guardie forestali nelle loro attività di controllo e studio del territorio.
Le strutture in cui alloggiare, rifocillarsi e rilassarsi sono molte, permettendo di scoprire la storia e le tradizioni degli abitanti, degli artigiani e dei produttori locali. Potete trovare tutte le informazioni per organizzare il vostro soggiorno sul sito ufficiale del parco www.pngp.it e farvi un’ idea della bellezza di queste aree e di tutti i suoi abitanti
nell’ archivio fotografico della galleria presentate anche in occasione dei vari bandi di concorso “Fotografare il Parco”. Se volete, quindi, dimenticare per qualche giorno l’ inquinamento della città, sgranchirvi un po’ le gambe e ammirare la bellezza di una flora e fauna protette, questo è il posto giusto per voi!

 

Articolo di Stefania Minati

“Connubio perfetto tra storia, arte, cultura e natura, dietro l’eleganza e l’apparenza austera il Piemonte nasconde un animo vitale e sorprendente, da scoprire a passo lento”. Ecco quello che si legge per descrivere una regione ricca di storia, arte, paesaggi mozzafiato e tesori enogastronomici, appena si entra sul sito www.lonelyplanetitalia.it, nella sezione Piemonte, scelto come prima meta al mondo da visitare per il 2019. Vi proponiamo in questo numero una descrizione di massima dei luoghi che hanno portato a questa nomination e che approfondiremo nei prossimi numeri.

La città di Torino innanzitutto, che racconta la sua storia con la definizione della sua architettura influenzata dalle epoche barocche, moderniste, neoclassiche, razionaliste e rococò. Gli splendidi palazzi, i musei, le chiese e i teatri dicono moltissimo sulla cultura e lo stile di cui ha goduto il popolo piemontese. Anche i magnifici parchi e giardini, le iniziative culturali, i locali storici raccontano le abitudini dei cittadini che amano bere un bicérin, ascoltare buona musica e magari godersi un aperitivo sulle sponde del Po. Il numero elevato di stazioni ferroviarie che la attraversano, il Lingotto e Mirafiori raccontano invece la vivacità industriale che da sempre caratterizza una splendida città capace di soddisfare i gusti di tutti.

Il Piemonte vanta un alto numero di etichette importanti nel mondo del vino, tra le sue Valli delle Langhe e del Roero, l’Astigiano e il Monferrato. Il mondo dei vignaioli va di pari passo con i tesori gastronomici a partire dal Tartufo d’Alba, la Robiola di Roccaverano, il Cardo Gobbo di Nizza, i bolliti misti di Moncalvo, gli amaretti di Mombaruzzo e molto altro ancora. Allo stesso tempo se queste zone vengono messe in risalto dall’enogastronomia, non dobbiamo dimenticare la loro storia, raccontata dai numerosi borghi e castelli e lo storico e irrinunciabile Palio di Asti.

Altra peculiarità del territorio, che vanta immense pianure e imponenti catene montuose, è l’elevato numero di Parchi e Aree Protette. Se ne contano novantaquattro, per un totale di 137.332 ettari e due Parchi Nazionali, il Gran Paradiso e la Val Grande per una superficie di 48.500 ettari. Nel 2003, inoltre, sono stati inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco sette “Sacri Monti” ovvero quelli di Crea, Varallo, Ghiffa, Belmonte, Domodossola, Oropa e Orta.

Con quest’ultimo risaliamo la regione per arrivare nella terra dei grandi laghi. Il Lago Maggiore e il Lago d’Orta dove troviamo dei magnifici paesaggi e un microclima che rende speciali i loro giardini profumati e fioriti in ogni stagione dell’anno. Qui le testimonianze del Medioevo e del Rinascimento hanno lasciato le loro testimonianze nell’architettura sia sulle sponde sia sulle numerose isole visitabili, facendone dei bellissimi borghi, dove poter fare imperdibili passeggiate.

Una visita la meritano anche le Terre di Riso e Gorgonzola, presenti sulle tavole di tutti gli italiani, provenienti dal Vercellese e dal Novarese. I paesaggi delle risaie, scacchiere di terra e acqua, viste tra la nebbiolina e la luce debole dell’alba o del tramonto regalano emozioni bellissime soprattutto se s’immagina il passato in cui le mondine dedicavano fatica e salute per il raccolto e la famiglia.

Non dimentichiamo per ultimo il Canavese, l’Eporediese e il Biellese, terre ricche di storia, goliardia e industrializzazione, dove tra campi coltivati e boschi si svilupparono industrie come l’Olivetti e manifatture tessili come Ermenegildo Zegna, tradizioni come la battaglia delle Arance di Ivrea e moltissimi Castelli ancora oggi visitabili. Seguiteci per gli approfondimenti!

Articolo di Titti Metrico    Foto di Claudio Tamburini e Marcello Di Mari

La “Cheffa”, cosi viene chiamata Michela Starita, madre di Glauco e Cleo, è nata a Pescia, nel pistoiese, trentasette anni fa. Diplomatasi alla Scuola Alberghiera “Martini” di Montecatini Terme, ha iniziato come barman, diventando insegnante di scuola alberghiera. Presto si rese conto che la sua strada era il mondo della cucina.
Per qualche anno Michela deve abbandonare la cucina per problemi di salute ma, ripresa la propria vita in mano, insegue il sogno di diventare chef.
Consapevole delle proprie capacità, inizia il suo percorso studiando: dalla panificazione con lievito madre e grani antichi al sushi, dalla cultura orientale alla cucina italiana, sino alle tradizioni culinarie delle terre d’origine dei genitori, per elaborarle e rivisitarle nei suoi piatti. I risultati arrivano subito: nel 2016, consegue la Medaglia di Bronzo ai Campionati Italiani della Cucina a Montichiari; Casta Professional Cooking Equipment di Forlì le fa sviluppare un nuovo macchinario per cucinare, nonché lo studio e la creazione di piatti innovativi.
Le sue esperienze lavorative continuano in diversi ristoranti fino a diventare relatore e docente in corsi di formazione per esperti del settore in Italia e all’Estero, ospite fissa in un programma televisi-vo di cucina su Italia7 e infine “Personal Chef”. Il lavoro di Brand Ambassador con Casta le permette di girare l’Europa e conoscere le cucine del mondo.
La collaborazione con Desinare, la scuola di cucina di Francesco Barthel, la porta a tenere cooking class per italiani e stranieri, eventi privati con menù e soluzioni cucite addosso ai clienti. Un anno dopo riceve le medaglie di bronzo al concorso “Riso in Rosa” per Lady Chef a Riva del Garda e ai Campionati Italiani di Cucina a Rimini.
Grazie alla collaborazione con il mastro gelatiere, Paolo Pomposi, realizza piatti abbinati a gelato gastronomico che vengono proposti in riservate cene gourmet. Tante sono le manifestazioni gastronomiche cui ha partecipato Michela Starita anche fuori dai confini italiani ed è anche Ambasciatrice Doc Italy del Gusto, membro della Federazione Italiana Cuochi, Segretario e Coordinatrice Lady Chef Associazione Cuochi Montecatini Terme – Pistoia. Da poco, la chef è anche entrata a far parte degli Chef Award, altro segnale importante della sua preparazione professionale.

Come definiresti la cucina?
«La cucina è una missione: il ritorno a una cucina fatta in casa, la qualità delle materie prime, la conoscenza dei prodotti, il mangiare sano. Il cibo è una cosa seria! Sono sempre a sperimentare nuovi piatti con materie prime italiane d’eccellenza, a studiare la cucina tradizionale italiana. Il cibo è cultura. Nelle ricette è celato un mondo, le nostre origini e la nostra infanzia raccontate da una pentola che fuma e diffonde un aroma inconfondibile che, chiudendo gli occhi, ci riporta bambini. Tratta il cibo come tratteresti un bimbo e questo ti ripagherà con un intenso scambio di emozioni».

Cos’è per te la Sicilia?
«Un colpo di fulmine del quale non sai darti un perché. Parte della mia famiglia trova qui le sue origini ma quattro anni fa è sbocciato il vero amore. Il mare, la montagna, la pianura, le persone ma soprattutto la cucina! La maggior parte dei miei amici più cari si trova in questa terra meravigliosa abbracciata dal mare. Colleghi che tanto mi hanno dato, al punto da pubblicizzare, io toscana, un “olio siculo”. Scavare nella storia tra tutte le ricette siciliane sembrava un’impresa impossibile, invece è stato tutto molto semplice. L’amore e la passione mi hanno portata qui».
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Il mio futuro è viaggiare, respirare gli odori del mondo. Essere ambasciatrice della nostra cultura culinaria. Costruire il mio futuro su prodotti unici provenienti da ogni parte, le diverse culture culinarie fuse in un piatto dalle mille emozioni. Portare il rispetto per le materie prime sulle tavole delle persone, portare a tutti la mia passione… come in una bella storia d’amore».

Francesco Montanari

Francesco Montanari

Articolo di Angela Failla    Foto di Alessandro Montanari

«Ho scelto di interpretare il personaggio di Saverio Barone perché anch’io, come lui, ho la forte volontà di affermarmi. Ho voglia di essere riconosciuto con un ruolo specifico. Il che non significa fama, quello è un derivato, bensì è un vivere nel tuo branco con un ruolo ben preciso». Si racconta così Francesco Montanari, trentaquattro anni lo scorso 4 ottobre. Sguardo diretto e un talento innato che gli ha permesso di interpretare, in maniera impeccabile, tanto il mondo criminale quanto quello dei servitori dello Stato. Dal feroce “Libanese” al giovane Pm de “Il Cacciatore”, interpretazione che gli è valsa il titolo di “miglior attore di serie tv” al Canneséries, il riconoscimento per la miglior interpretazione maschile per la fiction dedicata al magistrato Sabella. Un talento costruito con una lunga gavetta a teatro ed esploso poi in Tv e sul grande schermo. E grazie alle sue interpretazioni sempre più convincenti, il “Libanese” di Romanzo Criminale è stato uno dei super big dell’ultima edizione di Etna Comics che si è tenuta a Catania lo scorso giugno. E sono tanti i progetti futuri che lo vedranno protagonista: dal corto “La notte prima”, presentato alla 75ma Mostra del Cinema di Venezia, al sequel de “Il Cacciatore” (come annunciato a Cannes), a un nuovo film tratto dal romanzo di Pino Corrias “Dormiremo da vecchi”, che uscirà l’anno prossimo.

In Tv ha interpretato tanti ruoli diversi. In base a cosa sceglie?
«In base all’umanità che m’interessa in quel momento storico. Mi piace osservare i miei coetanei e cerco di capire, in base alla mia sensibilità, cosa possa essere utile e costruttivo nel linguaggio collettivo e comune. Cerco di indagare in quel senso».

Nella serie Tv “Il Cacciatore” interpreta il giovane magistrato Saverio Barone. Quanto c’è di lei?
«Un attore mette tutto se stesso in ogni ruolo, per cui c’è sempre tutto di te e al contempo niente. Saverio Barone è un ragazzo che non vuole più essere trattato da ragazzino. Ha un rapporto conflittuale con il suo mentore che tende sempre a umiliarlo. A un certo punto Saverio deciderà di non farsi più mettere sotto da nessuno. E quando, all’età di trent’anni, entrerà nel pool antimafia dove tutti i magistrati sono più grandi di lui e lo trattano come un novellino, Saverio userà questa determinazione per autoaffermarsi. Ho scelto di interpretare questo personaggio perché anch’io, come lui, ho la forte volontà di affermarmi e di essere riconosciuto nel collettivo con un ruolo ben preciso. Il che non significa fama, bensì è un vivere nel tuo branco con un ruolo specifico».

Perché sceglie spesso prodotti che parlano di mafia?
«Romanzo Criminale è andato bene ed è diventato quasi mitologico per un motivo specifico: non tanto per la storia romanzata della banda della Magliana, quanto per gli otto ragazzini del muretto che invece di farsi le canne e perdere tempo, avevano un progetto comune, che io chiaramente non condivido perché è un’associazione a delinquere. Nella serie, dove interpreto il ruolo del Libanese, il fondatore insieme agli altri di questa banda, il mio personaggio desidera fondamentalmente essere amato dalla madre. L’abbandono, da parte di quest’ultima, lo farà sprofondare nella disperazione. E nella scena finale, quel ragazzo che per dodici episodi è stato prepotente e arrogante con le pistole, mostrerà tutta la sua umanità e fragilità domandandosi perché la madre non l’abbia mai amato. Ed è lì che ti affezioni al personaggio. Achille Ferro di Squadra Antimafia, era un uomo che voleva l’affetto del padre. Quindi parliamo di caratteri e personalità dove, alla fine, il contesto criminale è sempre molto marginale. Con questo però non voglio dire che c’è bisogno solo di contesti criminali, anche se c’è sicuramente un’imprenditoria produttiva che sfrutta questi macrocontesti per arrivare meglio alla gente».

E Saverio Barone ha le stesse mancanze?
«Saverio Barone non ha questa mancanza umana ma vuole affermarsi proprio come voglio fare io e in un ruolo come quello che interpreto ne “Il Cacciatore” il mio senso civico di cittadino collima alla perfezione con il mio appagamento artistico».

Ci sarà un sequel?
«“Il Cacciatore” esce da un lungo percorso che ci ha visti premiati non solo a Cannes ma anche e soprattutto in termini di ascolto. Per cui sì, ci sarà un sequel».

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Samuel Tasca

Affermare valori positivi e saperli raccontare sono due degli elementi alla base del successo delle iniziative imprenditoriali ed editoriali di Oscar Farinetti che già sin dalla sua prima esperienza imprenditoriale Unieuro, una catena di centri specializzati in elettronica di consumo, riesce a coinvolgere il poeta Tonino Guerra con una campagna di comunicazione che ha lasciato il segno: “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Venduta Unieuro, Farinetti ha investito sulla qualità e sulla bontà del cibo italiano creando Eataly, una catena di negozi nel mondo per far mangiare italiano e far vivere le emozioni che solo il nostro cibo sa dare. Oggi con Eataly l’alta qualità italiana è presente con ventidue punti vendita in Italia e diciotto all’estero: in Giappone, negli USA, a Mosca, a Istanbul, a Dubai, a Doha, a Seul, a San Paolo, a Monaco, a Copenaghen, a Stoccolma ed entro il 2018 sono previste due nuove aperture a Parigi e a Las Vegas. Il suo ultimo progetto è FICO Eataly World, inaugurata il 15 novembre 2017 a Bologna. La Fabbrica Italiana Contadina è il più grande parco agroalimentare al mondo che Farinetti descrive come «luogo di bellezza, per tutti e per sempre, per affermare la centralità dell’Italia in campo agroalimentare».
Incontriamo Oscar Farinetti a Taormina in occasione di un confronto, a TaoBuk, dove insieme alla chef Ana Roš, vincitrice del World Best Female Chef 2017, ha dialogato sul valore imprescindibile del territorio e della tradizione per valorizzare la propria terra e i suoi prodotti. Disponibile e innamorato della Sicilia, da tempo ha annunciato che Eataly aprirà a Catania, ci dice «dovete essere orgogliosi di vivere in uno dei posti più belli al mondo, con un grande patrimonio produttivo ricco di meravigliose biodiversità. Continuate a produrre i prodotti del territorio come si faceva una volta con gli strumenti della modernità, unite tradizione e nuove tecnologie per produrre in biologico e poi create un packaging che sappia raccontare e vendere nel mondo il vostro prodotto, insomma dovete fare qualcosa per riuscire a esplodere». È ancora ottimista? «Migliorare, penso, sia l’attività umana principale che ciascuno di noi può intraprendere, io sono un soluzionista: quando c’è un problema, dedico cinque minuti alle criticità e cinquantacinque alle soluzioni. L’ottimista pensa che i problemi si possano risolvere, il pessimista no e si lamenta. Il pessimismo lo inserirei tra i sette vizi capitali e toglierei la gola». Anche nella sua ultima pubblicazione “Ricordiamoci il futuro”, in cui l’autore ci invita a un modello economico e sociale basato su un nuovo rapporto con la natura e tra noi umani in cui la parola chiave sia “rispetto”, il filo conduttore è sempre tracciato da Tonino Guerra, il poeta che Elsa Morante definì “l’Omero della civiltà contadina”, «C’era un uomo che camminava dritto e presto verso il futuro, ma spesso voltava la testa all’indietro. Lo prendevano per matto e quando gli chiedevano perché, l’uomo rispondeva: se non capisco da dove arrivo, con il cavolo trovo dove andare». Farinetti insiste su passato e futuro e invita a utilizzare gli esempi e i valori migliori: nel Rinascimento il valore più grande è la fiducia, il Risorgimento è caratterizzato dal Patriottismo e nel dopoguerra la linfa vitale è stata il coraggio. «Dobbiamo voler bene al nostro paese che è il più bello al mondo, dove insiste il 70 per cento del patrimonio artistico del pianeta, voler bene alla propria terra non significa impedire agli altri di venire anzi chi vuole bene accoglie a braccia aperte e si deve passare dall’integrazione all’interazione, occorre avere fiducia e coraggio se vogliamo fare dell’Italia il paese più ricco e felice del pianeta». Il prossimo impegno di Farinetti è dare valore e appetibilità al rispetto e affermare che avere senso civico è “figo”. Gli chiediamo una nuova parola chiave per questi tempi «Quasi, quasi giusto, quasi bene, dobbiamo gestire l’imperfezione e smettere di avere sempre ragione, l’unica perfezione è il compromesso e la soluzione è mischiare».

Articolo e foto di Stefania Minati

In attesa della partenza sono al bar della struttura ai piedi del pallone aerostatico. Gustando un ottimo caffè ne approfitto per guardare gli addetti fare i preparativi per il primo volo della giornata: controllare gli ancoraggi, verificare il cavo di elevazione, misurare i venti per confermare la portata delle persone e, infine, procedere con un volo di verifica. Ecco che la mongolfiera, ancorata nel cuore del Balon, lo storico Mercato delle Pulci nel famoso quartiere di artigiani e antiquari della città, si prepara a svettare sui tetti di Torino ad un’altezza di 150 metri. La sua silenziosa ascesa, in quel tranquillo angolo di Borgo Dora, ha qualcosa di magnetico. Anche gli edifici storici che circondano il giardino Cardinale Michele Pellegrino e la vecchia stazione del Gruppo Torinese Trasporti (GTT), con la sua antica locomotiva in bella mostra, sembrano volerti catapultare direttamente alla fine del 1783 quando Roberto De Lemanon, Carlo Antonio Galeani-Napione di Cocconato e Giuseppe Amedeo Corte di Bonvicino, decollarono proprio tra le case di Borgo Dora con il loro balon, pallone nel dialetto piemontese, scrivendo un pezzo di storia dell’aviazione e di Torino. Mi distolgo dalle mie fantasticherie perché è finalmente l’ora di salire a bordo, non c’è nulla di più bello che essere accompagnati, in questa piccola avventura nel pallido sole che cerca di riscaldare la giornata, da una coppia di innamorati, una famiglia di turisti e un papà con i due figli, assolutamente eccitati all’idea di salire fin lassù! Ci si stacca con leggerezza da terra ed ecco che si cambia immediatamente prospettiva, scoprendo una vista a 360 gradi a dir poco spettacolare.
Le montagne dell’arco alpino sembrano essere a portata di mano, la distesa immensa della città con i suoi tetti e le sue bellissime piazze, la sua scacchiera di strade e la Mole Antonelliana con tutta la sua storia. Quasi mi dispiace rimettere, 20 minuti più tardi, i piedi a terra, ma sono felice di conoscere Andrea Lazzero di Soluzioni Artistiche, la società no-profit che oggi si occupa della gestione del “Turin Eye”. Con passione mi trasmette l’entusiasmo per la riqualificazione del territorio attraverso l’arte, la cultura e la storia di Torino. Le difficoltà incontrate per far partire il progetto nel 2012 sono state tante, mi racconta, data la particolarità progettuale di una mongolfiera ancorata in un centro città, che ha bisogno di spazi aerei liberi per le emergenze e la sicurezza. Eppure un lavoro ben organizzato e studiato fin nei minimi dettagli in stretto contatto con l’Aviazione Civile, il mantenimento dei più alti standard di sicurezza, hanno realizzato un sogno e portato oltre 100mila persone ad emozionarsi sull’aerostato frenato più grande del mondo, con i suoi 36 metri di altezza e 23 metri di diametro. Nulla da invidiare quindi agli aerostati fratelli posizionati a Berlino, Praga, Tel Aviv, Parigi e Hong Kong. Le possibilità di divertimento con gli organizzatori sono infinite, da un aperitivo tra amici alle feste di laurea, dagli addii al nubilato e celibato alle proposte romantiche di matrimonio e molto altro, il Turin Eye è ormai entrato nella vita dei torinesi e rappresenta cosa si può creare quando si ama la propria città!

 

Articolo di Stefania Minati,  Foto di Alberto Bigoni e Simone Engelen

Andrea Loreni, classe ’75, ci dimostra come il binomio passione e impegno dia risultati strabilianti. La consapevolezza del corpo e la gestione del disequilibrio attraverso la meditazione forgiano il coraggio di questo artista che dai trampoli si sfida camminando su cavi d’acciaio ad altezze vertiginose.

Come nasce la tua passione per gli artisti di strada e le tecniche circensi?
«Nel ’95, alla Fiera di Milano, vidi lo spettacolo degli “Oh Bej! Oh Bej!”. Questo mi permise di vedere come la distanza e le barriere psicologiche tra le persone venissero immediatamente abbassate tra sorrisi e allegria. È stata una vera rivelazione sentire il crearsi di quel momento magico. La responsabilità e la libertà condivisa tra artista e pubblico, di dare e ricevere emozioni, mi hanno spinto ad intraprendere questa strada».

Il passaggio dai trampoli alla fune, com’è avvenuto?
«Per sperimentazione ed evoluzione della prospettiva. Restano in comune gli spazi scenici “di strada” e il riunirsi in piazza anche se cambia il punto di vista mio e degli spettatori. Il bello è riscoprire gli ambienti urbani che pensavi di conoscere, i tetti delle città sono bellissimi e non lo sapevo fino a dieci anni fa! Con il funambolismo perdo il contatto diretto con le persone ma le sento immedesimarsi al concetto di camminare sul filo, è una cosa comune a tutti nella vita. Diversamente se da giocoliere la spontaneità dello spettacolo è quella che appaga e funziona di più, sul filo la consapevolezza e lo studio dei gesti è quello che ti permette di restare saldo e non farti male».

In cosa consiste il tuo allenamento?
«In parte in esercizi generici di ginnastica ma per lo più pratico la meditazione Zen, mi permette di avere piena consapevolezza del mio corpo. È necessaria moltissima sensibilità per praticare il funambolismo e ascoltare il mio corpo reagire alle situazioni esterne, è un allenamento che posso praticare sempre e ovunque».

Hai camminato al di sopra di burroni, piazze e fiumi, con e senza scarpe: cosa ti piace di più?
«Se il cavo è bagnato o inclinato cammino a piedi nudi, altrimenti con la scarpetta di cuoio, che preferisco, mi dà la possibilità di scivolare meglio sui miei passi e lavorare di più sul ritmo e con un po’ di vezzo. La mia prima camminata l’ho fatta sul Po e ho iniziato con l’acqua, più riesci a starle vicino più le sensazioni sono forti, perché è un abisso sotto il quale non vedi, allo stesso tempo non ho una vera e propria preferenza. L’acqua con il suo scorrere rispecchia di più il concetto di divenire. Non sono ancora pienamente consapevole del come, ma se il cavo come oggetto di per sé è statico, la camminata è un vero e proprio percorso di cambiamento spirituale, non solo un arrivare dall’altra parte».

La tua professione ti ha portato a lavorare con grandi artisti della musica e del cinema. Cosa ti va di raccontarci?
«Come funambolo ho lavorato con Nicolò Fabi per il video di “Solo un Uomo” e nel tour di Vasco Rossi Live Kom ‘011. Per il cinema invece ho collaborato con Matteo Garrone per la scena finale del film “Il Racconto dei Racconti”. Sono esperienze fantastiche perché entri a far parte di un ingranaggio di professionisti che amano il loro lavoro e lo fanno all’unisono. È bellissimo vedere che ogni singolo anello della catena che realizza lo spettacolo è ugualmente importante».

All’attivo hai anche la realizzazione del tuo progetto di camminata in un tempio Zen in Giappone, un record italiano di 250 metri di camminata a 90 metri di altezza. Il tuo prossimo obiettivo?
«Stiamo cercando la location e il momento giusto per superare il record mondiale d’inclinazione che oggi è di 39 gradi. Mi cimenterò su un cavo inclinato di 40 gradi. Per quanto riguarda il Giappone, un progetto a cui ho dedicato molte energie è la realizzazione di un documentario che sarà seguita dalla pubblicazione di un libro. Nonostante le difficoltà ho imparato a vivere le gioie dei passi fatti giorno per giorno, senza avere l’oppressione dell’incertezza di arrivare al traguardo. Come dicevo, è una vita di continuo divenire, crescita e libertà».

zanardi

Bianca Magazine Zanardi

Articolo e  Foto di Stefania Minati

Prima delle sfide dei Campionati Italiani di Paraciclismo, svoltesi a Cuorgné in provincia di Torino, il 23 e 24 Giugno scorso, con il patrocinio della Regione Piemonte e in particolare grazie all’Assessore allo Sport Giovanni Maria Ferraris, che sottolinea come “in un territorio silenzioso e che ha sempre vissuto di fabbriche, si apre oggi a un nuovo orizzonte fatto di Sport e Cultura con nuovi progetti a cui i giovani e le amministrazioni comunali stanno rispondendo con entusiasmo”. Ecco come ho avuto il privilegio di scambiare due parole con Alex Zanardi. Un gigante tra i giganti, atleti di forza ed entusiasmo invidiabili, che si sono sfidati per il titolo nazionale.

 

Alex, con il tuo lavoro hai girato il mondo, qual é il Paese che più ti è rimasto nel cuore?

Dopo l’incidente ho passato parecchi anni negli Stati Uniti e devo dire che mi ha quasi stupito l’affetto con cui gli americani si sono stretti intorno a me. Ma è stato fondamentale per aiutarmi a superare quel momento ed è un calore che non potrò mai scordare.

 

Ci sono molte persone che si trovano ad affrontare il tuo dolore, chi per un incidente, chi per lo scoppio di una bomba. Dove si trova la forza per andare avanti?

Quando nella vita accade qualcosa di imprevisto, ognuno ha un modo di reagire che sorprende in primo luogo noi stessi. Se avessi visto il percorso che ho fatto compiuto da altri, io stesso avrei detto “Io non ce la farei”. Invece certe cose accadono e quando succede spesso, siamo in grado di sorprendere noi stessi con le nostre reazioni, per questo diventa fondamentale avere più fiducia nelle proprie capacità, fare in modo di non chiudersi a riccio e raccogliere tutto l’affetto e tutta la forza che ci vengono dati dalle persone che ci circondano. Guardarsi intorno e prendere ispirazione dalle persone che, anche senza i miei titoli sui giornali, fanno cose pazzesche, ti fa dire “Vorrei fare qualcosa in più nella mia vita” e questo vale per tutti, indipendentemente che tu abbia o meno dei problemi.

 

Dopo poco più di un anno sei tornato a correre in pista. Che sensazioni hai provato?

Molto belle, in fondo non avevo nulla da esorcizzare. Ero perfettamente consapevole dei rischi del mio mestiere e come spesso accade, si pensa che gli incidenti possano accadere solo agli altri ma non è così. Sono stato sfortunato ma sono felice di essere qui a raccontarlo, a differenza di molti altri che perdono la vita in incidenti di ogni tipo. Non per questo si smette di guidare, andare in bicicletta o lavorare. Secondo me è importante cercare un risvolto positivo anche nelle cose brutte che possono accaderci, l’incidente ha modificato il mio modo di vivere ma mi ha dato la possibilità di fare altre cose e non meno importanti. Cercare, per quanto possa essere difficile, le nuove opportunità e il positivo nella tragedia può essere di grandissimo aiuto.

Tutto quello che io faccio oggi è strettamente legato alla mia nuova condizione, per quanto non dimentico che all’inizio la mia disabilità era anche fonte di imbarazzo, vedevo spesso le persone in forte difficoltà nei miei confronti perché non sapevano assolutamente come rapportarsi con me. Oggi questo è davvero l’ultimo dei problemi. Io per primo non vedo in me la figura di un uomo disabile ma di un uomo forte che fa con quello che ha. Penso che tutti noi abbiamo questa possibilità, spesso non è neanche il più grosso handicap quello di non avere le gambe, credo sia peggio avere talento, volontà e desiderio di fare e poi non avere gli strumenti giusti per riuscirci.

 

Nella tua carriera post incidente hai intrapreso anche quella televisiva. Il tuo battesimo da conduttore com’è stato?

Imbarazzante ma mi ritengo un uomo estremamente fortunato perché nella mia vita ho vissuto tantissime prime volte, nello sport, nella tv, nei viaggi ma ognuna di queste esperienze ha un comune denominatore oltre alla mia infinita curiosità, ossia pensare che se te la sei cavata in mille altre occasioni te la caverai anche questa volta.

 

Articolo e Foto di Stefania Minati

Una vita dedicata alla ricerca e all’insegnamento lo portano alla consapevolezza della conversione del cambiamento climatico in atto spingendolo ad intraprendere un nuovo percorso dedito alla divulgazione, facendo diventare la scienza teorica una scienza pratica che coinvolga sia i cittadini che la politica. In prima linea per diffondere dati e mettere in guardia dai danni provocati dall’inquinamento, in stretto rapporto con i cambiamenti climatici di cui oggi facciamo spesa in termini economici, ma sopratutto in vite umane.

 Com’é nata la sua passione per la meteorologia?

«Nasce attraverso l’agricoltura, intorno ai 14 anni. Si può dire che coltivo l’orto sin da quando ero poco più che neonato e da allora ho sviluppato l’interesse della meteorologia e  dell’agro-meteorologia, essendo essa di grandissimo supporto per una buona agricoltura.  Cruciale per i miei studi é stato anche il fatto di vivere a due passi da uno splendido laboratorio a cielo aperto, che sono le Alpi».

Gli effetti dell’intervento dell’uomo sulla Terra sono visibili, tra cementificazione e inquinamento, come mai siamo ancora così insensibili ai danni da noi provocati?

«Il problema é sicuramente culturale non solo politico. L’interesse per i problemi ambientali, ben noti da oltre 40 anni, va su e giù come uno yo-yo. Basterebbe guardare l’involuzione delle rappresentanze dei partiti verdi al governo, che sono andate a disgregarsi via via che gli interessi economici guardavano a proteggere il mercato del fossile o a limitare i vincoli ambientali che potessero disturbare alcune attività. Un esempio palese é la presentazione della legge sul Consumo di Suolo, ferma in Parlamento da 5 anni. Nel nostro quotidiano manca l’interesse e la volontà di non dare spazio a gesti incivili come gettare i rifiuti in ogni dove. Non serve una particolare competenza per far attenzione ai rifiuti e non vale la scusa del “Tanto lo fanno tutti”».

In televisione vediamo aziende energetiche far pubblicità sulle tecnologie applicate nel rispetto dell’ambiente. A che livello di tecnologia siamo in realtà?

«La transizione da un sistema energetico di tipo fossile a quello basato su energie rinnovabili é sicuramente difficile. Ci vogliono investimenti, coscienza e tecnologia. Quello che vediamo é un processo che sta avvenendo. Il problema in Italia é la coerenza. Noi abbiamo competenza, capacità e un’industria che lavora in questo settore. Non siamo assolutamente indietro rispetto ad altri pochi Paesi del Nord Europa o della California. Ma se si fa una scelta di questo tipo, si comincia e si va fino in fondo. Invece nello stesso Paese coesistono modelli di virtù di raccolta differenziata come la provincia di Treviso e la Terra dei Fuochi. La stessa cosa accade con le energie rinnovabili, abbiamo alcuni Comuni e gruppi di imprenditori che incentivano e utilizzano impianti fotovoltaici ma il Governo stesso che rema contro, con eccessiva burocrazia o leggi poco chiare e di varia interpretazione. Manca una coralità di gesti ed intenti. Perché non prendere un modello funzionante e applicarlo su tutto il territorio?

Oltre alla gestione dei rifiuti, come singoli, cosa possiamo fare?

«Molto, limitare i viaggi aerei e sfruttare di più il tele-lavoro, utilizzare vetture elettriche, riqualificare le abitazioni secondo le norme di risparmio energetico. Un governo deve certo accompagnare le nostre scelte, ma la volontà deve partire dai singoli. Importante è colmare la lacuna lasciata in eredità dai vecchi programmi scolastici, informandoci, e chiedendo una maggior attenzione per il tema dell’educazione ambientale nelle scuole».

 Ai giovani e ai futuri meteorologi, vuole dare un consiglio o un messaggio?

«Lo lascio non solo ai meteorologi ma a tutti gli studenti. La sfida ambientale oggi é così vasta che interessa moltissime discipline: le scienze naturali, la climatologia, l’oceanografia e la meteorologia, per la comprensione e studio della problematica ambientale e tutte quelle che possono servire come mezzo e soluzione:l’avvocatura per il diritto ambientale, la filosofia, la storia, la psicologia e la sociologia comprendere le dinamiche sociali e l’ingegneria per le tecnologie. Ogni studente può e deve dare il suo contributo. Studiate e difendete il vostro pianeta perché é casa vostra!».

Come riesce a fare tutto?

“Con una grande fatica e lavorando sempre”.

bob noto

bob noto

Articolo di Stefania Minati, Foto di Bob Noto e Alexandra Michot (Le Figarò)

Nell’ambiente famigliare delle mura domestiche, ho avuto l’occasione di cenare con Bob e la moglie Antonella, squisitamente ospitali e solari, riuscendo a scoprire qualcosa in più su questo grandissimo maestro, con origini di Chiaramonte Gulfi da parte del nonno paterno.

Da sempre cura l’attività di famiglia nel settore meccanico e ha lasciato spazio, nel suo tempo libero, alle sue più grandi passioni: la fotografia, la grafica e l’alta cucina.

Amante delle forme e della cucina, crea una nuova filosofia fotografica per dare giusto riconoscimento artistico ai piatti dei grandi chef.

Il suo stile personale e unico ispirato alla fotografia Still Life di Johann Willsberger, da Oliviero Toscani e dalle grandi riviste che hanno fatto la storia dell’alta cucina come “Gourmet”, lo ha portato a collaborare con i migliori chef europei e tantissimi grandi nomi  dell’editoria e non, come Abitare, Apicius, Autogrill, DeAgostini, Elle, Fiat, Gambero Rosso, Guide Rouge Michelin, HO.RE.CA, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, La Stampa, Lavazza, Le Figaro, L’espresso, Panorama, Pitti Immagine, Rai Sat, Slow Food, Telecom Progetto Italia, Travel+Leisure Magazine, la Triennale e l’Università di Scienze Gastronomiche. Insieme alla scrittrice Alessandra Meldolesi ha pubblicato i libri “Cracco, sapori in movimento” (Giunti), “Grandi chef di Spagna” (Giunti) e “6, autoritratto della cucina italiana d’avanguardia” (Cucina&Vini). Potete inoltre leggere le sue rubriche sui siti www.identitagolose.it  e www.lomejordelagastronomia.com. Come vedete ha un curriculum infinito! Inevitabilmente curiosa come sono gli ho posto diverse domande per conoscerlo meglio.

Come ci riesci?

«L’avvento del digitale mi ha permesso di ottimizzare i tempi, quando si scattava a pellicola, i costi erano esorbitanti, i tempi lunghissimi se pensi che per lo sviluppo professionale dovevo andare a Milano. E se qualcosa andava storto ricominciavi da capo, senza mai avere la certezza che uno scatto rappresentasse ciò che volevi. Oggi con la tecnologia e il digitale hai un riscontro immediato e puoi rielaborare le immagini in qualsiasi momento. Pertanto riesco davvero a fare tutto».

Cosa pensi dell’interesse mediatico che ha avuto la cucina nella comunicazione, negli ultimi anni?

«Farei una netta distinzione tra la cucina popolare e l’alta cucina: l’interesse per la prima riguarda per lo più cibo da tutti i giorni per cercare di mangiare meglio a casa propria, l’alta cucina è arte ed è tutta un’altra cosa. Ricordo che negli anni ’80 e ’90 andare a mangiare in un grande ristorante conferiva prestigio, era uno vero proprio status, lo vedi riportato molto bene nei film o nei libri dell’epoca come American Psyco».

Come hai iniziato?

«Spendendo un sacco di soldi! Sfruttavo i miei viaggi di piacere con Antonella per andare a mangiare nei più grandi ristoranti ogni volta che ne avevo l’occasione, chiedevo di conoscere lo chef, se restavo colpito dalla bellezza e dal gusto dei piatti scattavo delle foto. Mai usato attrezzatura sofisticata. Uno dei miei chef preferiti resta Ferran Adrià, ma abbiamo molti chef stellati in Italia a cui sono legato, come Cracco, Crippa, Romito, Cannavacciuolo, Scabin e molti altri, che sono dei veri maestri. Una volta un’ amica giornalista mi ha chiesto di mandarle le foto di alcuni piatti per conservare un ricordo di una cena che avevamo fatto insieme e quando le ha viste il suo capo, beh, ho cominciato. Era intorno al 2000 ed è stato veramente un caso».

I tuoi scatti sono strabilianti per l’essenzialità, lo sfondo bianco esalta i colori e le forme dell’opera culinaria. Perchè togliere anche il piatto?

«Vivo i piatti dei grandi chef in senso metafisico e credo che il cibo debba essere immortalato in tutta la sua bellezza e importanza, sono delle vere e proprie sculture. Tutto il resto è superfluo. Ricordi com’erano le foto dei libri di cucina una volta? Ho semplicemente detto basta alla moda delle tovaglie a quadri e ai fiaschetti di vino sullo sfondo».

Hai all’attivo anche molti lavori di grafica, cos’è fondamentale per te?

«La semplicità, le linee fini ed eleganti perché hanno una vita molto più lunga e passano difficilmente di moda. Vero è che le brutture fanno scalpore e quindi parlare di sé in campo pubblicitario, ma confermo, la semplicità resta la parola d’ordine».

Qualche consiglio da dare alle giovani leve?

«Lavorate!!!».