Il Carnevale, una festa antica 4000 anni

Articolo di Alessia Giaquinta

“A Carnaluvari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali”.
Così recita un motto della tradizione siciliana in merito ai festeggiamenti del Carnevale.
È il periodo più allegro che ci sia, quello in cui si può essere burloni, spiritosi e provocatori oltremodo.
Gli antichi latini dicevano “Semel in anno licet insanire”, una volta durante l’anno è lecito fare pazzie, dunque.

Ma… dove e come nasce il Carnevale?
Torniamo indietro con la macchina del tempo fino alla civiltà egizia, 4000 anni fa. Questa popolazione dedicava riti e manifestazioni alla dea Iside con canti e balli in suo onore. La Dea, secondo il mito, navigò per tutti i mari del mondo pur di trovare il corpo smembrato dell’amato fratello, Osiride, e ricomporlo. Si parla dunque del “Navigium Isidis” che pare avere legami con l’etimologia della parola Carnevale: carrum navalis, infatti, potrebbe richiamare non solo l’imbarcazione usata dalla dea per le sue ricerche ma anche la successiva rappresentazione utilizzata nel rito, diffuso poi anche tra i Romani.
Lo scrittore latino Apuleio, nelle sue Metamorfosi, racconta che si trattava di un corteo in maschera che trainava un’imbarcazione di legno decorata con fiori dove “c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca”.
Insomma, nessun limite alla fantasia e nessun giudizio per l’occasione: tutti, a prescindere dalla condizione sociale, persino gli schiavi, partecipavano alle lunghe processioni dietro al carro.
Anche i “Saturnali”, feste in onore del dio Saturno, erano celebrati nell’antica Roma, con manifestazioni simili all’odierno Carnevale. A loro volta, pare che queste si rifacessero alle Dionisiache greche, gare teatrali che terminavano con banchetti e feste, in cui l’eccesso di cibo, vino ed euforia potevano sfociare in momenti licenziosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, l’etimologia della parola e il significato della festa mutò, sebbene sostanzialmente continuò a essere l’occasione per fare baldoria, usare travestimenti e costruire carri.
Il Carnevale divenne così il periodo del carnem vale ossia “addio carne”, o ancora carnem levare, cioè eliminare la carne dai pasti, come previsto dal digiuno quaresimale.
La festa, caratterizzata da divertimenti e atteggiamenti burleschi, infatti, è collegata con la Pasqua, diventando preludio dei quaranta giorni di astinenza e digiuno che iniziano il giorno successivo al Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri insomma.

In Sicilia, il Carnevale è tempo di divertimenti, festini e di miniminagghi, indovinelli spesso caratterizzati dal doppio senso con cui ci si divertiva – e in qualche modo, ci si diverte ancora – prima del rigore quaresimale. Oggi, sicuramente, i bambini – e non solo – sono attratti più da altro: dall’impazzata ricerca del costume da sfoggiare agli accessori più innovativi agli scherzi più esilaranti.

Se diciamo “Davanti m’accurza e darrieri m’allonga”, qualcuno riuscirà a indovinare di cosa stiamo parlando? Ovviamente è “la strada” la risposta esatta.
Le miniminagghie tramandate sono veramente tantissime: chiedere a qualche anziano è il metodo giusto per conoscerle e preservarle dall’oblio.
Immancabili sono i coriandoli che sostituiscono l’antico lancio dei confetti contenenti un seme di coriandolo e dunque, per questo, così chiamati.
Le tradizionali maschere siciliane sono Peppe Nappa, Nofriu, Lisa, Nardu, ossia personaggi della farsa palermitana Vastasata. E poi ancora: picurari, l’ammuccabbadduottili (il credulone) e u dutturi che si faceva largo esclamando “fazzu lavanni i spini i rizzi!”, ossia clisteri a base di aculei di riccio marino.

Brucia Re Carnevale, entro la mezzanotte del martedì grasso. Il fantoccio di cartone e legno – che simbolicamente è costruito e rappresenta quest’antichissima festa – diventa un rogo. Tutto diventa cenere. Ed è… Quaresima.

Ma che bontà! Il dolce di Carnevale e Pasqua!

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina

Nel vasto e ricco mondo della cucina siciliana, un posto assai notevole è occupato dai dolci.
Una peculiarità della gastronomia siciliana è sicuramente l’impiego di elementi semplici e poveri che, abbinati tra loro, danno origine a pietanze non solo gustosissime ma anche cariche di valori simbolici.
Uno dei dolci tipici del Carnevale, in Sicilia, è la pagnuccata, pignoccata o pignolata, così chiamata in base alle zone in cui viene preparata.
Si crede che l’origine di questo dolce, a base di zucchero e miele, sia araba. In seguito furono le suore a tramandarne la ricetta tradizionale che, nel tempo, è rimasta per lo più invariata.
Le religiose preparavano questo dolce in prossimità del Carnevale perché, prima del digiuno quaresimale, tutti potessero gustarlo e, in special modo, i più poveri.
Anticamente pare che venissero utilizzati i pinoli e dunque per questo fu chiamata, in alcune zone della Sicilia, pignolata. Si narra, però, che un giorno le suore, sprovviste di pinoli, abbiano inventato una nuova ricetta che prevedeva l’uso di pasta fritta tagliata a cubetti al posto degli eduli semi.
È considerata anche il “torrone dei poveri” poiché, per prepararla, s’impiegano solo uova, farina, miele e zucchero. Le classi agiate, infatti, per molto tempo non gradirono questa pietanza per via delle umili origini della ricetta.
Gli spagnoli, nel Cinquecento, aggiunsero ingredienti più ricercati, quali la glassa al cacao o quella al limone. Nacque così la pignolata messinese, così chiamata per la caratteristica forma a pigna che acquisisce nella preparazione finale.
La pigna, infatti, rappresenta l’uovo cosmico e dunque è legato alla nascita e anche all’immortalità, poiché l’albero di pino è un sempreverde. Si pensi così alla rinascita della natura in Primavera e alla Pasqua con chiaro riferimento all’immortalità di Cristo.
Nella Contea di Modica questo dolce non ebbe variazioni di ricetta. Il nome utilizzato in queste zone, però, è pagnuccata che, come scrive l’etnologo Serafino Amabile Guastella, altro non è che la “scorrezione di pinocchiata, è un dolce a forma di pinocchia, di farina impastata con gialli d’ova, poi fritto nel grasso porcino, indi cotto e ingiulebato nel miele”.

Al di là dei dilemmi linguistici e delle varianti di zona, possiamo dire che si tratta di uno dei dolci più sfiziosi della cucina siciliana. L’unica avvertenza è avere denti sani per rompere e dunque masticare la pagnuccata: si potrà scoprire così la piacevolezza del croccante e la dolcezza del miele che lo ricopre. Una vera e propria estasi per il palato!

Vi proponiamo la ricetta con la sola raccomandazione di metterla in pratica e diffonderla. Un tempo le nonne preparavano i dolci e, nel frattempo, raccontavano storie affascinanti. Facciamo sì che questa magia non venga interrotta: via i tablet e i telefonini, è l’ora di preparare la pagnuccata!

 

INGREDIENTI

3 uova medie
250 gr di farina di grano duro
300 gr di zucchero
3 cucchiai di miele
Un pizzico di sale

PROCEDIMENTO
Impastate la farina e le uova fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Aggiungete un pizzico di sale.
Ricavate dall’impasto dei bastoncini larghi circa un centimetro e tagliarli a cubetti.
Mettete a friggere nell’olio (o nello strutto) i cubetti di pasta e, appena cotti, fateli asciugare nella carta assorbente e dunque raffreddare.
Preparate, in un’altra padella, il caramello amalgamando lo zucchero al miele e mescolando fino a ottenere un composto liquido.
Una volta pronto, aggiungete i cubetti fritti.
Separate, possibilmente su un piano di marmo, il risultato ottenuto in piccole porzioni e, servendovi di una bacinella d’acqua fredda (per bagnare le mani), stringete la pagnuccata così da darle forma.
Aggiungete, a piacimento, palline arcobaleno o altre decorazioni.

CURIOSITÁ
Anticamente, con il caramello che colava si ricavavano le caramelle per i bambini.
Era proprio una festa preparare e mangiare la pagnuccata!

La Cuddrireddra di Delia, la corona di Carnevale

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Mi piace portarvi nei posti più nascosti della Sicilia, ignota per alcuni, conosciuta per altri. Siamo in provincia di Caltanissetta, esattamente a 447 m. sul livello del mare in una località adagiata su un pendio: ecco a voi Delia. Questa cittadina gode di una piacevole posizione panoramica, da un lato si affaccia verso il Salso e la piana di Gela, dall’altro verso Campobello e Naro, con l’antica fortezza che domina il paesaggio. Passeggiando per l’abitato si scoprono siti di grande fascino, edifici religiosi come le chiese di Santa Maria di Loreto, di Santa Maria dell’Itria, della Croce, di Sant’Antonio Abate e del Carmelo, sino all’imponente Castello Normanno. Mi fermo qui nel descrivere il paesaggio, perché voglio farvi conoscere quello che è il simbolo di Delia, la Cuddrireddra, nome quasi impronunciabile per chi non è siciliano, sembra uno scioglilingua, ma a Delia questo nome indica un dolce molto importante nella gastronomia siciliana e italiana, per essere elaborato originalmente nella sua fattura e negli ingredienti e gelosamente custodito, è un dolce identitario che viene tramandato di generazione in generazione, non ha eguali in nessun posto del mondo.

La denominazione della Cuddrireddra è di origine greca che significa “Kollura”, usato per definire un pane biscottato di forma rotonda, nei vocabolari dialettali indica una schiacciatina o focaccina, oppure una rotella di pasta a forma di anello o di corona. Le Cuddrireddre hanno la caratteristica di essere croccanti e profumati. Esistono anche altre zone della Sicilia, della Puglia e della Calabria, dove si producono biscotti aromatici, ognuno con un nome diverso a seconda della zona d’origine (Cuddura, Cuddhuraci, Puddhriche, ecc.) ma solo a Delia, da oltre sette secoli, sfoggiano le belle corone di biscotti, che da sempre si contraddistinguono dagli altri deliziando i palati di grandi e piccini. Si narra, infatti, che a ispirare questi biscotti gustosi fossero state le castellane durante la Guerra dei Vespri, tra il 1282 e il 1302, esse abitavano nella fortezza che domina la cittadina e a distanza di oltre 700 anni le Cuddrireddre con la stessa forma, sono ancora il tipico dolce della tradizione del Carnevale di Delia.

Ovviamente chi visita Delia può gustare la Cuddrireddra tutto l’anno, basta recarsi da un fornaio oppure in una pasticceria per acquistarla. Per evitare che la tradizione legata alla produzione di questi gustosi biscotti vada perduta la Fondazione Slow Food ha istituito un Presidio di tutela, ma soltanto per la versione fritta rigorosamente nell’olio extravergine d’oliva.

Per chi volesse prepararle a casa e farsi avvolgere dal profumo intenso tutto siciliano di cannella e arancia ecco a voi la ricetta:

500 gr. di farina di grano duro,
250 gr. di zucchero,
50 gr. di strutto,
2 uova più 1 tuorlo,
50 ml. di vino rosso,
2 cucchiai di scorzette di arancia,
5 gr. di cannella in polvere,
olio extravergine di oliva.

Preparazione
Setacciate la farina e disponetela a fontana, aggiungete lo zucchero, le scorzette di arancia sminuzzate, lo strutto tagliato a pezzetti e le uova. Lavorate l’impasto incorporando, a filo, il vino rosso fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Prendete dei pezzetti d’impasto e arrotolateli ricavandone dei cordoncini lunghi circa 80 cm. e del diametro di circa mezzo cm. Avvolgete a spirale i cordoncini attorno ad un bastoncino lasciando libero circa un terzo della lunghezza distribuito equamente tra le due estremità. Fate, poi, passare le parti non avvolte al di sopra e al di sotto delle spire, come a incorniciarle, premendo leggermente affinché vi aderiscano e fissando i lembi all’estremo opposto della spirale. Sfilate il bastoncino, poi unite le due estremità della spirale esercitando una lieve pressione, creando, dunque, una sorta di ciambella. Scaldate, quindi, l’olio e friggete le Cuddrireddre che farete freddare a temperatura ambiente prima di servire in tavola.

Le minne di Sant’Agata, ‘a picciridda

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Se vi trovate in Sicilia dal 3 al 6 Febbraio, vi consiglio di visitare Catania: è il periodo dell’anno dove la città mostra tutta la sua devozione per la Picciridda, sì, parliamo proprio di lei, “Sant’Agata”.
I turisti, sempre più numerosi a visitare la città, non possono fare a meno di fermarsi in una pasticceria, per gustare il tipico dolce che già dalla sua forma richiama la storia di Sant’Agata.
Per capire meglio cosa sono le “minnuzze” è meglio che vi racconti brevemente la sua storia. Nel III secolo d.C. la bellissima Agata, figlia di una ricca e nobile famiglia catanese, proprietaria di molti terreni, fu educata secondo i principi della fede cristiana, così sin da bambina sentì che il suo cuore apparteneva a Cristo, tanto che a quindici anni il vescovo di Catania accolse la sua richiesta, quella di consacrarsi a Dio. Durante la cerimonia ufficiale chiamata “velatio”, il vescovo le impose il velo rosso, indossato dalle vergini consacrate. Alla cerimonia era presente anche Quinziano, proconsole di Catania, che rimase colpito dalla sua bellezza al punto che commise un atto ingiusto: la accusò di vilipendio della religione di stato, una grave accusa, quindi ordinò di catturarla e portarla a palazzo. Agata riuscì a scappare, rifugiandosi in luoghi che oggi sono diventati di culto, ma alla fine fu catturata e portata davanti al cospetto di Quinziano che rivedendola fu assalito da un’ardente passione. Agata, tuttavia, non cedette. Il proconsole allora decise di affidare la giovane a una cortigiana di facili costumi di nome “Afrodisia” per rieducarla. La cortigiana dopo un mese di banchetti osceni, festini, divertimenti e ogni tentazione immorale, sconfitta, riconsegnò la giovane a Quinziano dicendo: «Questa ha la testa più dura della lava dell’Etna». Il proconsole la fece imprigionare, torturare e non riuscendo a piegarla, assalito dalla rabbia, le fece strappare i seni con delle grosse tenaglie. L’apparizione di San Pietro risanò le ferite ma Quinziano ordinò di metterla al rogo, così mentre lei veniva martoriata dal fuoco il velo che indossava rimase intatto, per questa ragione “il velo di Sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose.
I piccoli seni, ricordo dell’infame martirio, sono diventati il dolce simbolo della Santa Patrona della città di Catania.
Le “minnuzze di Sant’Agata” sono tonde e bianche, una cassatella ricolma di gusto fatta con un morbido pan di spagna, bagnato con il rosolio, un cuore di freschissima ricotta di pecora farcita con gocce di cioccolato e canditi, e un guscio di fondente di zucchero rifinito con una ciliegia candida in cima. La scrittrice Giuseppina Torregrossa nel suo libro “Il conto delle minne” scrive: “La decorazione era una fase particolarmente delicata e io percepivo tutta la solennità del momento. Le cassatelle dovevano assomigliare a seni veri, altrimenti correvamo il rischio di scontentare la santa che, suscettibile com’era, avrebbe potuto toglierci la sua protezione. La nonna si metteva gli occhiali, apriva le persiane per far entrare più luce, poggiava una ciliegina, si allontanava un poco dal tavolo e controllava che fosse centrata bene…”. Ma, attenzione a non portare ai catanesi le cassatelle di pasta frolla chiamandole “minnuzze di Sant’Agata”, perché non finirebbero di prendervi in giro, quelle sono le “minne delle vergini”, tutt’altra storia, che vi racconterò magari un’altra volta.

Ingredienti e dosi per dieci dessert

PER LA PASTA FROLLA
Farina 00 485 gr
Burro 190 gr
Zucchero a velo 150 gr
Uova 3 tuorli
1 bacca di semi di vaniglia
o 1 bustina di vanillina

PER IL RIPIENO
Ricotta di pecora 600 gr
Arance candite 80 gr
Cioccolato fondente 100 gr
Zucchero a velo 100 gr
Arance scorza grattugiata di 1 (facoltativa)

 

PER LA GLASSA E GUARNIRE
Zucchero a velo 525 gr
Uova 3 albumi
Limoni 3 cucchiai di succo
Ciliegie candite 10

Vi consiglio di servirne sempre la coppia su un piatto

Il Natale delle tradizioni

Articolo di Alessia Giaquinta

“47, muortu ca parra”
“Quaterna!”
Tutti seduti attorno ad un tavolo, lo stesso dove prima si è consumato il ricco pranzo e la cena di Natale. Dal più anziano al più piccolo della famiglia: nessuno può mancare. È Natale, la festa che celebra la bellezza dello stare insieme, per eccellenza.
Si gioca a tre sette, a briscola, a zecchinetta, a sette e mezzo e a tombola; chi vince esulta, chi perde chiede un altro giro ma comunque tutti godono di quei momenti per rilassarsi e sorridere dietro la – spesso buffa – simbologia assegnata ai numeri: “1, pippinieddu”, “11, carabinieri”, “69, comu u metti e metti” e così via. Si parla di tutto: dal matrimonio della figlia della vicina al nuovo lavoro del compare, alle riflessioni in merito alla fine dell’anno.

Le donne preparano, da giorni, i cibi da portare a tavola. Gli uomini, dopo aver ucciso il maiale – come vuole la tradizione -, si organizzano per farne salsicce e salumi, da consumare nel corso dell’anno. I bambini hanno l’entusiasmo del Presepe: nell’angolo più a vista della casa allestiscono la Natività con statuine semplici di terracotta o cartapesta su una base di lippu (muschio) e ornamenti di sparacogna e agrumi. Pastorelli, greggi, massaie e contadini: tutti compaiono nel Presepe tranne Gesù Bambino che va posto esclusivamente alla mezzanotte del 24 dicembre, al ritorno dalla Veglia di Natale.
Si tratta di vivere una tradizione plurisecolare che, nel tempo, ha subìto trasformazioni e, per certi versi, radicali cambiamenti: oggi, infatti, spesso con nostalgia si parla del Natale…

Cosa abbiamo perso?
Sicuramente il valore di una festa che, al di là della religione, era in grado di riunire le famiglie, oggi spesso disgregate e tendenzialmente più propense a festeggiare in autonomia, magari lontano dalla propria terra. Manca la laboriosità delle donne che, per l’occasione, preparavano focacce, mucatoli, buccellato, torrone e cannoli perché anche la tavola, apparecchiata con tovaglie finemente ricamate, potesse essere in festa. Oggi si corre, invece, per gli sconti natalizi al fine di acquistare regali poco pensati ma validi lo stesso purché siano fatti, anche distrattamente. I pranzi e le cene spesso si consumano in ristoranti e agriturismi così da “non occupare casa” e dunque svincolarsi dai preparativi necessari all’allestimento del convivio. I bambini più che dal presepe, sono attratti da Babbo Natale, l’uomo buono dalla barba bianca che porta i regali a chiunque si sia comportato bene e dunque, se si appartiene a questa categoria, ci si aspetta l’arrivo di doni costosi e in voga.
Al di là dei soldini che i nonni, da tradizione, consegnano ai nipoti la notte di Natale, oggi si attende anche il regalo da scartare e magari, se non è all’altezza dei gusti, da cambiare.
La Novena di Natale, suonata dagli zampognari casa per casa, con la ciaramedda (la zampogna) è stata superata: sono le musiche provenienti dai negozi a creare l’atmosfera e a richiamare l’attenzione.
Anche l’antico rito di rompere, il 31 dicembre, qualcosa di vecchio come un piatto – magari più volte riparato nel corso dell’anno – è andato perduto. Non si aspetta più quest’occasione per sbarazzarsi delle cose vecchie e consunte – simbolicamente intese come addio all’anno appena concluso – ma lo si fa comunemente, senza troppi pensieri, quando si vuol sostituire qualcosa.

Noi, oggi, siamo figli di un’epoca diversa: sicuramente migliore se la s’intende in termini di benessere e possibilità ma povera se consideriamo la dispersione delle nostre tradizioni e la carenza di valori che, spesso, accompagnano gli eventi.
Non si può, né si deve, tornare indietro: bisogna, invece, arricchire il presente dell’immensa eredità di tradizioni che ci è stata consegnata e che, necessariamente, dobbiamo recuperare nel presente e affidare al futuro.

La Sicilia, terra dei presepi viventi

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Salvo Gulino

In Sicilia c’è l’unico Presepe Vivente di “Interesse Internazionale”, oltre ad essere il “più bello d’Italia”, e si trova a Giarratana, in provincia di Ragusa. A pochi chilometri di distanza, a Monterosso Almo, si trova uno dei presepi viventi insignito più volte del merito de “Il più bello di Sicilia” e tra i più belli della nazione.
Sicuramente le location, la cura degli ambienti da parte degli organizzatori e la voglia di perpetuare questa tradizione sono alla base dei riconoscimenti ottenuti. Uno silenzioso, quello di Giarratana, l’altro parlato, a Monterosso. Uno ambientato nell’800, l’altro negli anni ’ 50. Entrambi espressioni di una cultura semplice e contadina in cui rivivono antichi mestieri e arti ormai scomparse: dal calzolaio alle ricamatrici, dal falegname al fabbro, dalle massaie ai pastori ai bambini che, rigorosamente con i costumi del tempo, attraversano le vie del presepe giocando o suonando lo zufolo. Sembra immergersi in una dimensione atemporale: passato e presente coesistono e s’intrecciano quasi per magia.

Nel Ragusano, anche la città di Scicli organizza un Presepe Vivente suggestivo: nella “cavuzza di San Guglielmo”, qui si rievocano i principali momenti del Natale, dall’Annunciazione alla Visitazione, alla Natività con l’arrivo dei Magi.
“Il più visitato di Sicilia” è il presepe vivente di Ispica, immerso nell’incantevole percorso che va dal centro storico all’area archeologica di Cava d’Ispica. Pare facile, in questa location, sentirsi a Betlemme, tra grotte e strette viuzze. Anche in questo caso si possono trovare i più svariati mestieri antichi che, come per incanto, sembrano ritornare a esistere grazie al presepe.

Nel Catanese si ricorda il Presepe Vivente di Belpasso, in contrada Palazzolo, con sfilate, sbandieratori, mercatini e degustazioni di prodotti tipici natalizi.
Degno di nota è il Presepe Verghiano a Vizzini: qui, nei luoghi celebri grazie alle novelle di Verga, si snoda un percorso, dove attori professionisti recitano le scene della Natività dando, dunque, voce, movimenti ed espressioni ai personaggi della storia.

Nell’antico sito di Occhiolà, a Grammichele, da qualche anno viene proposto un caratteristico Presepe Vivente in grado di riproporre non solo la Sacra Rappresentazione della Natività ma anche gli avvenimenti che distrussero l’antico sito e che portarono alla nascita, poi, della città esagonale.
Una delle rappresentazioni più longeve è quella di Cavagrande del Cassibile, nel siracusano. Anche qui nella spettacolare location, che si affaccia sui laghetti, viene ricostruito un percorso fatto di scene di vita quotidiana che porta, infine, alla grotta della Natività.

Rivivono quindi storie, personaggi, situazioni lontane che, in quest’occasione, si rendono vicine a chiunque voglia scoprirle e, in qualche modo, viverle…
Si tratta di occasioni, quelle proposte dai presepi viventi, utili a riconoscere la nostra identità, a farci rivivere suggestioni, odori, situazioni non riproponibili nella realtà e, per questo, ancora più speciali.

La Sicilia può, dunque, considerarsi terra dei Presepi Viventi. Qui, più di ogni altro posto, la necessità di continuità e riscoperta del passato diventa cultura, evento, suggestione,… inestimabile ricchezza!

Il Presepe, il simbolo più antico del Natale

Articolo di Irene Novello

Il Presepe rappresenta una tradizione culturale italiana esportata in tutto il mondo. Un simbolo sempre attuale che ha saputo attraversare quasi ottocento anni di storia, adattandosi al cambiamento delle correnti artistiche, ideologiche e tradizionali dei popoli. L’allestimento del Presepe è un vero e proprio atto di devozione: dalla raccolta del muschio alla messa in posa delle statuine custodite con cura durante l’anno, all’aggiunta di una nuova casetta a ogni nuovo allestimento.

Era il lontano 1223 quando a Greccio, in provincia di Rieti, San Francesco di Assisi rappresenta per la prima volta al mondo la natività in una grotta. Fu il primo Presepe vivente della storia, realizzato in un luogo che a San Francesco ricordava Betlemme, all’interno di una grotta, accanto al bue e all’asinello c’era Gesù. Il primo Presepe con tutti i personaggi fu realizzato da Arnolfo di Cambio nel 1283 con statuine di legno che rappresentavano la Natività e i Re Magi. Da questo momento gli artisti modellano statue di legno o di terracotta e l’arte del Presepe si diffonde in particolare nel Regno di Napoli e in tutta la Penisola. Tra il ’600 e il ’700 saranno gli artisti napoletani a dare al Presepe una nuova connotazione, arricchendolo con scene di vita quotidiana e inserendo personaggi rappresentati nelle loro attività di tutti i giorni.

È proprio dalla tradizione napoletana che si è sviluppata l’arte del Presepe siciliano. A testimonianza di ciò è la presenza in Sicilia, di uno dei presepi lignei più antichi dell’Isola: risale al 1576, custodito a Scicli nella Chiesa di San Bartolomeo, è di fattura napoletana e fu rinnovato nel 1773 dallo scultore napoletano Pietro Padula. In Sicilia l’arte di rappresentare la Natività si è evoluta in maniera originale, differenziandosi per i tipi di materiale utilizzato. Sin dal ’600 a Palermo e a Siracusa vengono rappresentati presepi in cera d’api; a Trapani si usano materiali preziosi come il corallo, l’avorio, l’alabastro, la madreperla; a Caltagirone, città della ceramica, i presepi sono realizzati in terracotta e attorno alla Natività sono rappresentate scene con personaggi tipici della vita contadina e pastorale quali: u ricuttaru (il ricottaio), u furnaru (il fornaio), a lavannara (la lavandaia), u ciaramiddaru (lo zampognaro), u scantatu da stidda (il pastore che guarda con stupore la stella cometa). Queste sono le statuine tipiche di un Presepe siciliano. In origine i Presepi erano commissionati dagli ordini ecclesiastici e dalle nobili famiglie, è a partire dagli inizi dell’Ottocento che diventa un rito popolare e si diffonde tra i ceti meno ricchi, a ciò contribuì la diffusione delle statuine in terracotta e la creazione degli stampi di gesso che abbassò ulteriormente i costi.

Nella storia del Presepe popolare Caltagirone è la protagonista indiscussa, con le opere di Bongiovanni e Vaccaro che tra la fine del ’700 e la prima metà dell’800 inventarono una nuova tecnica, quella di vestire le statuine in sottili strati di argilla. Quasi certamente una bottega di Caltagirone realizzò uno dei più antichi presepi siciliani in terracotta. Fu rinvenuto a Occhiolà tra gli strati di macerie del terremoto del 1693, miracolosamente risparmiato dal crollo degli edifici. Oggi esposto presso il Museo Civico di Grammichele, ricorda la tragedia di quei giorni e l’ultimo Natale di quella povera gente. Eccezionale ritrovamento e preziosa testimonianza di una devozione partita dall’antica Betlemme e che si perpetua nei giorni nostri.

Il Friscaletto, suono del cuore di Sicilia

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Giuseppe Bosco

Riccardo Termini è un giovane di ventitré anni di Polizzi Generosa (PA), custode di una tradizione musicale ultra-millenaria che, purtroppo, sta scomparendo.
Riccardo, infatti, costruisce e suona i cosiddetti friscaletti, zufoli tipici della musica popolare siciliana. La passione per questo strumento e la voglia di farlo conoscere, hanno spinto Riccardo a partecipare al talent-varietà La Corrida, condotto da Carlo Conti su Rai 1, permettendogli addirittura di ottenere la vittoria.
Il friscaletto suonato da Riccardo in quell’occasione era, pensate un po’, di cioccolato. Avete letto bene: cioccolato. Prima costruito, poi suonato e infine mangiato.

Come e quando nasce la tua passione per il friscaletto?
«Avevo dieci anni. In occasione della Sagra delle Nocciole che si tiene nel mio paese, rimasi affascinato dal suono di questo strumento. Nacque così in me la voglia di averne uno. Non fu facile trovarlo, però. I friscaletti, infatti, non si vendono nei normali negozi di strumenti musicali in quanto vengono costruiti artigianalmente. Finalmente ne trovai uno a Cefalù, in un negozio di souvenir: ebbi così, in qualche modo, il mio primo friscaletto».

Chi ti ha insegnato a suonare questo strumento?
«Ho imparato da solo, pian piano, suonando, ascoltando e migliorando, così, di volta in volta. Non avendo nessuno che m’insegnasse, ho impiegato più tempo per capire il sistema, le note, i timbri… Negli anni sono riuscito a capire non solo come funzionava lo strumento ma anche a costruirne numerosi».

Quindi sei anche un costruttore di friscaletti?
«Sì. Dopo il mio primo strumento, che altro non era che un souvenir, ne comprai uno artigianale a Messina. Fu il primo vero strumento e iniziai a perfezionare il suono. Ma ogni friscaletto è unico e produce suoni imparagonabili ad altri. Avevo bisogno pure di friscaltetti in altre tonalità. Così provai da me a costruirli, con grande difficoltà. Andavo ai raduni dei friscaletti e friscalettari e, dopo anni, cominciai a capire i trucchi per costruire lo strumento e dare il taglio della tonalità. Da lì iniziai a costruire veri strumenti musicali che oggi vendo addirittura a professionisti di tutto il mondo».

Da cosa è nata l’idea di costruire un friscalettu di cioccolato?
«L’idea nacque da un ricordo legato a quando ero bambino. Mio zio, infatti, era solito portarmi in una pasticceria qui a Polizzi, in cui si realizzano varie forme in cioccolato. L’idea la presi da lì. Avevo circa diciotto anni quando partecipai a una serata di corrida organizzata nel mio paese e, dal momento che già avevo vinto quella dell’anno precedente – con un’esibizione di friscaletto -, volevo portare qualche novità. Pensai così al friscaletto di cioccolato. Il pubblico era entusiasta e divertito e pensai che mi sarebbe piaciuto mostrare a molta più gente quest’arte musicale, ormai, ahimè in disuso. Alla prima occasione partecipai a La Corrida, su Rai 1…».

Ottenendo la vittoria e l’ovazione del pubblico. Quante emozioni?
«Troppe. L’esperienza è stata bellissima tanto da non riuscire a descriverla. Ricordo bene, però, lo sguardo meravigliato dei presenti quando, a fine esibizione, addentai il mio zufolo di cioccolato».

Sei legato alle tradizioni della tua terra e sei impegnato nel diffonderle. Quanto pensi sia importante sensibilizzare le nuove generazioni alla conoscenza degli usi e costumi del passato?
«Sono legatissimo alla mia terra. Il friscaletto siciliano è lo strumento principe della nostra tradizione. Utilizzato al tempo dei greci e conservato dai pastori, ora è in mano a poche persone. Rappresenta l’entità del popolo siciliano ma molti, soprattutto delle nuove generazioni, neanche lo conoscono. Il mio sogno sarebbe tramandarlo ai bambini e sarei contento se qualche ente, o la Regione finanziasse progetti scolastici e laboratori in maniera tale da non perdere la tradizione, questa, come molte altre della nostra terra».

Non lasciamo disperdere l’incanto prodotto dal suono unico, dolce e allo stesso tempo deciso, del friscaletto.
È il suono del cuore di Sicilia, non lo sapevate?

Vincenzo Forgia, il custode delle tradizioni

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -. Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».
Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi. Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione. L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

Le emozioni del Festino di Santa Rosalia

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Lorenzo Gatto

Folclore e devozione, sacro e profano rendono unico il Festino di Santa Rosalia. Si narra che a Palermo nel 1624 infuriasse la peste, quando il 15 luglio furono scoperte delle ossa umane nel luogo indicato a Girolama La Gattuta nell’apparizione di Santa Rosalia, la quale le assicurò che se i suoi resti fossero stati portati in processione in poco tempo la peste sarebbe stata debellata. Per stabilire l’appartenenza delle ossa fu istituita una commissione che tardò a riunirsi. L’autenticità del rinvenimento fu confermata anche da un altro fedele, Vincenzo Bonelli. Una nuova commissione accertò che i resti appartenessero a una giovane donna e il 7 giugno 1625 furono portati in processione per le vie della città, la peste scomparve il 15 luglio e un mese più tardi il Senato palermitano proclamò Santa Rosalia protettrice della città (Papa Urbano VIII la inserì nel Martirologio Romano nel 1630). Dal 1625, quell’evento viene ricordato con una festa solenne, il Festino di Santa Rosalia o “U Fistinu”: inizia il 10 luglio protraendosi per cinque giorni. Tante le evoluzioni registrate: i primi tre giorni sono destinati alla preparazione del Corteo (in cui si racconta la città prostrata, passando dal dolore alla gioia per la grazia ricevuta dalla Santuzza), precedendo la sfilata del Carro trionfale e che si conclude alla marina con lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Con la processione delle reliquie finisce il festino, momento in cui i palermitani ritrovano la loro identità collettiva al grido di “Viva Palermo e Santa Rosalia”. Davanti ad ogni cappella votiva si svolge “u Triunfu”, in cui i cantastorie, accompagnati da chitarra e violino, cantano la leggenda di Rosalia Sinibaldi (una giovane ragazza di nobili origini destinata in sposa al conte Baldovino per volere di Re Ruggero. Rifiutando la proposta decise di tagliarsi le sue trecce bionde e prese i voti, rifugiandosi prima a Bivona e poi sul Monte Pellegrino, dove fu trovata morta nella grotta il 4 settembre 1165). Da allora si è celebrata la gloria della Santa con il Carro Trionfale, che la sera del 14 luglio viene fatto sfilare lungo il Cassaro, o Corso Vittorio Emanuele, attraversa Porta Felice per terminare la processione a mare con i fuochi d’artificio, i quali simboleggiano il passaggio dall’oscurità (la morte) alla luce (la vita). Negli anni il carro è diventato un vascello che rappresenta le navi dei turchi che portarono la peste ed è dominato dalla figura della Santa. Un carro dalle diverse simbologie: dalla gloria alla Santa alla riaffermazione di Palermo come capitale del mondo, il desiderio di trionfare su tutti i mali, così come la “Santuzza” sconfisse la peste. La sera del 15 luglio è dedicata ai riti religiosi: pontificali, processioni per la città della vara argentea con le reliquie fino al rientro in Cattedrale accompagnata dai bagliori del “iocu i focu”. In occasione del 395° Festino, per la prima volta nella storia, saranno i detenuti dell’Ucciardone a realizzare il Carro Trionfale sotto la direzione artistica di Lollo Franco e Letizia Battaglia coadiuvati dallo scenografo Fabrizio Lupo. «Ho sempre pensato che il tema di quest’anno che è l’inquietudine, ricondotto alla realtà dei detenuti, rappresentasse una possibilità di reinserimento, di ri-valutazione del proprio percorso di vita, di riconsiderazione di un futuro possibile, soprattutto per i loro figli – ha dichiarato Lollo Franco -. Ho un altro sogno che mi commuove, che i detenuti possano trainare il Carro, che possano trainare la Santuzza e salutarla a Porta Felice con il ballo delle vergini che è il canto trionfale della Santa. Tutto questo sarebbe quasi come un’espiazione, quindi ancora una volta se il tema è l’inquietudine questa sarebbe superata attraverso la positività».
Il mese di settembre è dedicato alla festa del Santuario, mentre la notte del 4 settembre, data di nascita della Santuzza, i palermitani per omaggiarla fanno la tradizionale “acchianata” sul Monte Pellegrino. Palermo e Santa Rosalia regalano un’esperienza ricca di emozioni che conserveremo per tutta la vita.