Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Giuseppe Bosco

Riccardo Termini è un giovane di ventitré anni di Polizzi Generosa (PA), custode di una tradizione musicale ultra-millenaria che, purtroppo, sta scomparendo.
Riccardo, infatti, costruisce e suona i cosiddetti friscaletti, zufoli tipici della musica popolare siciliana. La passione per questo strumento e la voglia di farlo conoscere, hanno spinto Riccardo a partecipare al talent-varietà La Corrida, condotto da Carlo Conti su Rai 1, permettendogli addirittura di ottenere la vittoria.
Il friscaletto suonato da Riccardo in quell’occasione era, pensate un po’, di cioccolato. Avete letto bene: cioccolato. Prima costruito, poi suonato e infine mangiato.

Come e quando nasce la tua passione per il friscaletto?
«Avevo dieci anni. In occasione della Sagra delle Nocciole che si tiene nel mio paese, rimasi affascinato dal suono di questo strumento. Nacque così in me la voglia di averne uno. Non fu facile trovarlo, però. I friscaletti, infatti, non si vendono nei normali negozi di strumenti musicali in quanto vengono costruiti artigianalmente. Finalmente ne trovai uno a Cefalù, in un negozio di souvenir: ebbi così, in qualche modo, il mio primo friscaletto».

Chi ti ha insegnato a suonare questo strumento?
«Ho imparato da solo, pian piano, suonando, ascoltando e migliorando, così, di volta in volta. Non avendo nessuno che m’insegnasse, ho impiegato più tempo per capire il sistema, le note, i timbri… Negli anni sono riuscito a capire non solo come funzionava lo strumento ma anche a costruirne numerosi».

Quindi sei anche un costruttore di friscaletti?
«Sì. Dopo il mio primo strumento, che altro non era che un souvenir, ne comprai uno artigianale a Messina. Fu il primo vero strumento e iniziai a perfezionare il suono. Ma ogni friscaletto è unico e produce suoni imparagonabili ad altri. Avevo bisogno pure di friscaltetti in altre tonalità. Così provai da me a costruirli, con grande difficoltà. Andavo ai raduni dei friscaletti e friscalettari e, dopo anni, cominciai a capire i trucchi per costruire lo strumento e dare il taglio della tonalità. Da lì iniziai a costruire veri strumenti musicali che oggi vendo addirittura a professionisti di tutto il mondo».

Da cosa è nata l’idea di costruire un friscalettu di cioccolato?
«L’idea nacque da un ricordo legato a quando ero bambino. Mio zio, infatti, era solito portarmi in una pasticceria qui a Polizzi, in cui si realizzano varie forme in cioccolato. L’idea la presi da lì. Avevo circa diciotto anni quando partecipai a una serata di corrida organizzata nel mio paese e, dal momento che già avevo vinto quella dell’anno precedente – con un’esibizione di friscaletto -, volevo portare qualche novità. Pensai così al friscaletto di cioccolato. Il pubblico era entusiasta e divertito e pensai che mi sarebbe piaciuto mostrare a molta più gente quest’arte musicale, ormai, ahimè in disuso. Alla prima occasione partecipai a La Corrida, su Rai 1…».

Ottenendo la vittoria e l’ovazione del pubblico. Quante emozioni?
«Troppe. L’esperienza è stata bellissima tanto da non riuscire a descriverla. Ricordo bene, però, lo sguardo meravigliato dei presenti quando, a fine esibizione, addentai il mio zufolo di cioccolato».

Sei legato alle tradizioni della tua terra e sei impegnato nel diffonderle. Quanto pensi sia importante sensibilizzare le nuove generazioni alla conoscenza degli usi e costumi del passato?
«Sono legatissimo alla mia terra. Il friscaletto siciliano è lo strumento principe della nostra tradizione. Utilizzato al tempo dei greci e conservato dai pastori, ora è in mano a poche persone. Rappresenta l’entità del popolo siciliano ma molti, soprattutto delle nuove generazioni, neanche lo conoscono. Il mio sogno sarebbe tramandarlo ai bambini e sarei contento se qualche ente, o la Regione finanziasse progetti scolastici e laboratori in maniera tale da non perdere la tradizione, questa, come molte altre della nostra terra».

Non lasciamo disperdere l’incanto prodotto dal suono unico, dolce e allo stesso tempo deciso, del friscaletto.
È il suono del cuore di Sicilia, non lo sapevate?

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -. Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».
Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi. Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione. L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Alessio Lupo

Ebbene sì, in Sicilia esistono dei biscotti specialissimi con un ingrediente d’eccezione: la carne di manzo tritata.
Non si può non contestualizzare l’origine di questo dolce, tipico nel territorio modicano, legandolo alle leggende che ne determinano la nascita e la diffusione, in particolare, nel periodo pasquale.
Pare, infatti, che questi biscotti siano nati all’interno di un convento di suore.
Durante la Quaresima – periodo di digiuno e astinenza dalle carni – le religiose pensarono di trovare un modo per nascondere la carne pur di cibarsene e fornirla ai preti che avevano bisogno di rinvigorirsi prima delle predicazioni pasquali. Come si suol dire “occhio non vede, cuore non duole”, e così nacquero i ’mpanatigghi, golosa trasgressione della regola quaresimale.
Il nome ’mpanatigghi pare derivi dallo spagnolo empanadas ossia focaccia ripiena.
Questi biscotti, in effetti, si presentano come panzerotti a forma di mezzaluna farciti con un impasto insolito ottenuto dal miscuglio di uova, mandorle, cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano, zucchero e l’immancabile carne di vitello tritata finemente.
Esiste, inoltre, un’altra versione della leggenda che lega questi biscotti a un atto caritatevole compiuto dalle monache spagnole, durante il XVI secolo, a seguito di un editto che vietava il consumo di carne ai poveri.
Le religiose, infatti, in questo modo nascondevano la carne per sfamare gli indigenti. Pare, addirittura, che lanciassero i ’mpanatigghi dalle finestre del convento. Insomma, per i poveri del tempo si trattava di una grazia “calata dall’alto”, in tutti i sensi. Questa ricetta fu, poi, portata in Sicilia durante la dominazione spagnola, e nello specifico fu diffusa all’interno della Contea di Modica.
Ancora oggi, nelle pasticcerie del ragusano e in particolare a Modica, per l’appunto, si possono trovare i ’mpanatigghi: biscotti misteriosi che racchiudono non solo un ingrediente inusuale per i dolci, ma soprattutto hanno il gusto di affascinanti storie legate al nostro passato.
Leonardo Sciascia li definì “biscotti da viaggio” in quanto sono facili da trasportare (hanno consistenza compatta) e si conservano in ottimo stato fino a venti giorni, senza necessità di accorgimenti speciali.
Chi non li conosce potrebbe stupirsi anche innanzi all’evidenza, infatti, né a vista, né dall’odore o tanto meno dal gusto si avverte la presenza della carne in questo biscotto che si può considerare simbolo di ribellione e carità allo stesso tempo, ventre che accoglie dolce e salato, bontà culinaria che sintetizza in sé storia e leggenda…
Se la Sicilia fosse un dolce, beh, forse sarebbe una ’mpanatigghia: un miscuglio di cose, a volte totalmente diverse, amalgamate in modo tale da non percepire la differenza tra un ingrediente e un altro bensì un unico sapore delizioso che solo i veri intenditori sanno apprezzare in pieno, senza pregiudizio alcuno.

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Alessio Micieli

Qualcuno ricorderà sicuramente quanta poesia c’era nel vedere le mani della nonna che impastava l’antenato dell’uovo di Pasqua, il cosiddetto aceddu cu l’ova.
Considerato Prodotto Agro-alimentare Tradizionale siciliano, si tratta di un dolce preparato durante la Settimana Santa per poi essere regalato alle persone care, ai nipotini – in genere – e anticamente alle fidanzate.
Questa tradizione attinge dalla simbologia pagana le immagini della fertilità (condizione tipica della stagione primaverile, in riferimento alla Terra) rispettivamente rappresentate dall’uccello, che allude alla sessualità maschile, e dall’uovo che richiama la sessualità femminile.
Indubbiamente, in chiave religiosa esse sono legate alla rinascita cristiana.
Aceddu (uccello) in realtà è la colomba, segno di riconciliazione dell’uomo con Dio. Si pensi, a questo proposito, alla narrazione biblica del diluvio universale: Noè, abbassatesi le acque e conclusa la tempesta, manda una colomba sulla terra. Quando questa torna, portando un ramoscello d’ulivo nel becco, Noè capisce che l’ira di Dio si è placata.
Simbolo di pace, dunque. Pace realizzata completamente con il sacrificio della morte di Gesù, vera colomba.
Non è la morte, però, che si festeggia a Pasqua ma la vita, la rinascita, la Resurrezione di Cristo.
Allo stesso modo del sepolcro che accolse Gesù fino al momento della sua salita al Cielo, l’uovo racchiude al suo interno una vita che emergerà solo quando questo si sarà schiuso.
L’arte culinaria contadina, di un tempo, non poteva non prestare attenzione a tali simboli, creando così aceddu cu l’ova.
È da sottolineare che, in alcune zone della Sicilia, questo dolce veniva regalato solo ai maschietti mentre alle femminucce lo si donava con una forma diversa: un cestino o una borsetta con all’interno l’uovo. È chiaro come riemerge la simbologia legata alla sessualità.
Belli da vedere, buoni da mangiare e carichi di significati. Realizzati con pasta di pane, o con pasta di biscotto – dalle famiglie più abbienti – e adornati con zuccherini, cioccolato o codette, aceddu cu l’ova non mancava mai a tavola il giorno di Pasqua.
Oggi sostituite dall’uovo di cioccolato, questo dolce tradizionale resta appannaggio delle poche donne anziane che ne conservano la ricetta, i metodi di preparazione e che cercano, con difficoltà, di tramandare alle nuove generazioni.
Chissà come sarebbe lo sguardo di un bambino, oggi, che al posto dell’uovo di Pasqua riceverebbe in dono aceddu cu l’ova. Forse deluso, forse stupito o magari incuriosito. Chissà!
Certo è, però, che se qualcuno gli dicesse di lavare le manine, impastare la pasta, bollire l’uovo e poi decorarlo, il risultato sarebbe garantito: si sarebbe divertito – molto più di giocare con dei videogiochi – e avrebbe conosciuto una tradizione che ci appartiene e, come tale, non può, non deve essere dimenticata! È una sfida. Chi l’accetta?

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta e Aurora Bruno   
Foto di Giuseppe Leone

Il 19 Marzo ricorre la festività di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e santo veneratissimo in tutto il mondo con processioni, riti e, nel nostro territorio, anche con le tradizionali “Cene”.

Per comprendere l’origine della Cena di San Giuseppe bisogna ricordare che questo Santo è ritenuto protettore dei falegnami, degli orfani, delle ragazze in cerca di marito e, in particolare, dei poveri. Nel XVI secolo si legò la festività del Patriarca con l’atto caritatevole di elargire cibo ai bisognosi. Nacquero così, le tradizionali “Cene”, veri e propri momenti conviviali in cui si intreccia fede, tradizione e carità. In molte città, ancora oggi, vengono allestiti dei banchetti ricchi di cibi di ogni genere: dalle polpette di riso – simbolo di abbondanza – ai dolci tipici quali torrone, cassate, pagnuccata e mustazzola, e poi ancora focacce, calia e ogni sorta di prelibatezza offerta a coloro i quali, per l’occasione, rappresenteranno simbolicamente la Sacra Famiglia. La tradizione vuole, infatti, che tre persone (un tempo bisognose, per l’appunto) impersonassero rispettivamente San Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino.

SAN GIUSEPPE A SANTA CROCE CAMERINA

A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la tradizione viene portata avanti da molti secoli e in particolare dal 1832 quando il barone Guglielmo Vitale assegnò una rendita di tre vignali per la festa.

Oltre le celebrazioni religiose e le cene allestite nelle varie case, si svolge un’asta il cui ricavato serve a mantenere le spese della festa e ad aiutare i bisognosi. Per questa occasione si effettua una questua in cui la gente offre capi di bestiame, doni alimentari o di altro genere che verranno venduti al migliore offerente.

Le famiglie o i gruppi di persone che preparano gli altari di San Giuseppe fanno attenzione ad arricchire il più possibile la tavolata con stoffe pregiate, ricami, fiori, lampade e simboli: per l’occasione si prepara u cucciddatu, un grosso pane di forma circolare e raffigurante a varba i San Giuseppe, o ancora il bastone, le iniziali del nome del Santo o altri simboli religiosi. Al centro dell’altare il quadro della Sacra Famiglia è adornato da grano germogliato e da frutta e verdure, disposti artisticamente.

In ogni caso, non è possibile consumare il cibo prima dell’arrivo dei figuranti di San Giuseppe, Maria e Gesù. Questi vengono accompagnati da una banda di suonatori, alla casa dov’ è allestita la cena, dopo aver ricevuto la benedizione in chiesa. Giunti all’ingresso, la tradizione vuole che essi bussino per tre volte e che solo alla fine venga permesso loro di accedere. Prima di consumare le prelibatezze preparate per l’occasione, il Patriarca benedice la casa e i presenti e si lava le mani in una bacinella con acqua e vino ripetendo “o’cantu, o’cantu c’è l’angilu santu: u Patri, u Figghiu e u Spiritu Santu” (Traduzione: Accanto, accanto c’è l’angelo santo: Padre, Figlio e Spirito Santo).

 

SAN GIUSEPPE AD AUGUSTA

Ad Augusta in via Garibaldi, presso la Chiesa del Santo Patriarca, si svolge la tradizionale vendita all’incanto.

Tra le aste spicca quella relativa alla vendita del vastuni i San Giuseppi. Un dolce tipico a forma di bastone, molto lungo e di grosso spessore, confezionato a base di mandorle e nocciole tostate e di miele, opera di esperti pasticcieri locali che fanno di tutto per superarsi a vicenda nel preparare il bastone più appariscente. Detta asta ebbe un’impennata di popolarità negli anni Settanta del novecento, poiché un facoltoso augustano, emigrato in America, faceva di tutto per aggiudicarselo arrivando ad offrire grossissime somme di denaro, probabilmente per un voto fatto.

La tradizione impone anche la realizzazione della ministredda i San Giuseppe, tipica minestra locale che molte massaie augustane preparano scrupolosamente, per distribuirla ai tanti poveri della città, detta anche a miniestra maritata, a voler rappresentare lo “sposalizio” tra i vari legumi.

 

 

 

 

Articolo a cura di Omar Gelsomino Foto di Salvo Sinatra

Varcando il portone di legno di via Verdumai si entra in un mondo d’altri tempi. Per grandi e piccini è come fare un salto nel passato, tornando in un’ atmosfera suggestiva. Siamo all’interno del Teatro Museo dei Pupi Siciliani dove i protagonisti indiscussi sono le marionette di Carlo Magno e i suoi paladini, tutti personaggi tratti dai romanzi del ciclo carolingio, dei Paladini di Francia e dell’Orlando Fuorioso: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Ferrau, Angelica, solo per citarne alcuni. Oltre alla collezione di pupi siciliani, vi sono armature, costumi, scenari, libri e manifesti del primo spettacolo svoltosi nel 1918. La Compagnia ha compiuto un secolo di vita, nonostante abbia interrotto l’attività nel 1989 (anno della scomparsa di Gesualdo Pepe, che fino all’ultimo sarà regista, impresario, allestitore e soggettista), per poter essere ripresa nel 1992, grazie all’intervento dei proprietari della collezione di pupi e di alcuni privati, il teatrino è stato riaperto e riportato agli splendori originari. La vivacità dei colori di acquerelli, tempere e pastelli velati da uno strato sottile di polvere ci raccontano di quest’antica cultura popolare, lì custodita, che resiste alla costante diffusione di internet e dei social. «La compagnia nacque nel 1918  e prese il nome di “Primaria compagnia dell’opera dei pupi siciliani di Caltagirone” per volontà di don Giovanni Russo – spiega Eugenio Piazza, presidente della Primaria Compagnia -. Successivamente nella Compagnia entrò Gesualdo Pepe, genero del Russo. Un giorno venne a trovarmi in laboratorio Gesualdo Pepe, sapendo che avevo un furgone, l’amplificazione e gli effetti luci, mi chiese se potevo dare una mano d’aiuto alla compagnia e da allora con loro ho girato in lungo e in largo. Alla sua morte è rimasta ai nostri figli, a cui abbiamo trasmesso questa passione. Possediamo centocinquanta pupi, appartengono alla scuola pupara catanese: si differenziano da quelli palermitani sia per le dimensioni (più alti e pesanti quelli catanesi) sia per le tecniche di fattura e movimentazioni, di tutta l’era carolingia, realizzati dal 1918 sino al dopoguerra, agli anni ‘50 e ‘60 da Salvatore Failla mentre Francesco e Angelo Cardello si dedicarono più all’armatura. Dopo ogni spettacolo i pupi necessitano di continua manutenzione, hanno bisogno di essere saldati, cuciti, di restauri periodici e trattamenti specifici del legno, le armature devono essere lucidate, ogni paladino porta un’anima dentro e con lui si muovono i valori della patria, del sacrificio e dell’amore. Ogni pupo è un attore e noi gli diamo l’anima. Il vero spettacolo,  che avviene dietro le quinte,  è compiuto dai manovratori e dalle voci narranti». In occasione del centenario della Compagnia sono stati diversi gli eventi organizzati: l’inaugurazione della Mostra museo dei pupi siciliani, spettacoli e laboratori.

La compagnia è composta da: Eugenio Piazza, presidente della Compagnia e voce; Gesualdo Pepe, (figlio di Salvatore Pepe) capomanovratore; Michele Piazza (capomanovratore), Giuseppe Piazza e Giuseppe Pepe, manovratori; Stefania Piazza, voce femminile; Giuseppa Mangano, vicepresidente della Compagnia; Rossella Pepe e Massimo Vicari, collaboratori e Franco Schiavone, segretario organizzativo spettacoli del centenario. «Continueremo a tramandare questa forma di spettacolo popolare, nelle scuole e non solo, così come c’è stata tramandata, auspicando che la Regione Siciliana si ricordi che rappresenta la tradizione e la storia della nostra terra, che non può essere dimenticata» conclude Eugenio Piazza. Dichiarata nel 2001 dall’Unesco capolavoro del Patrimonio orale e materiale dell’Umanità e nel 2008 tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità l’Opera dei pupi è un testamento culturale giunto fino ai giorni nostri e come tale va conservato e tramandato, perché assistere ad uno spettacolo significa tuffarsi nel passato della Sicilia e rivivere quelle atmosfere popolari che oramai scomparse.

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

La cucina siciliana è ricca di aromi e colori, altrettanto forte e generosa come la nostra terra, carica d’inventiva che permette di conquistare qualsiasi tipo di palato. È una cucina piena di storia, migliorata nel corso dei secoli, valorizzando le esperienze dei popoli che hanno dominato l’isola. I Greci, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli con le loro scoperte hanno arricchito anche la nostra tavola. Noi siciliani abbiamo custodito e tramandato nel corso dei secoli queste scoperte, arricchendo la nostra cucina di tradizioni uniche al mondo. C’è un periodo in Sicilia, carico di ritualità e magia, dove queste tradizioni sono celebrate e prendono forma dai più antichi ricettari di famiglia tramandati da madre in figlia: il Natale! Un tempo, nel periodo che precede le festività natalizie, le massaie si riunivano nelle case delle commari, munite di forno a legna e di ampi spazi per accoglierle tutte, e lì insieme preparavano i dolci che avrebbero deliziato i ricchi banchetti delle festività. Tra questi, uno in particolare ricorda il Natale e racchiude in sé la storia della cucina siciliana: il Nucàtolo, inserito nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Il dolce è diffuso in Sicilia in numerose varianti, sia per la composizione sia per la forma; l’elemento in comune di tutte le versioni è l’utilizzo della frutta secca, tra cui mandorle, noci o fichi secchi e un mix di varie spezie. Sull’origine del nome esistono due versioni: quella latina dal termine nucatus, ovvero nociato (dolce a base di noci), e la versione araba da naqal, insieme di frutta secca.
A Palermo, la tradizione vuole che siano state le monache del Monastero di Santa Elisabetta a produrre dei Nucàtoli eccezionali, piccoli cuscini di pasta frolla glassata, ripieni di frutta secca, di solito modellati a forma di “S” o di sigaro, versione diffusa anche a Ragusa e Modica. Nel messinese si aggiunge l’acqua di rose che conferisce al biscotto maggiore aromaticità. A Butera il Nucàtolo è privo della pasta frolla esterna, si presenta come un biscotto con impasto a base di mandorle, cannella e scorza di arancia, glassato con il cosiddétto rasto (nel dialetto siciliano gileppu), una crema dura a base di zucchero, bianco d’uovo e limone, modellato in varie forme, tra cui il cuore e la stella. Una versione della ricetta è simile a quella diffusa a Grammichele, dove nell’impasto si aggiunge il cacao e la glassa può anche essere al cioccolato. La ricetta buterese è anche simile a quella dei Nucàtoli di Vizzini, dove il cacao è aggiunto alla glassa, e come ci racconta Pietro La Rocca, nel saggio “Nucatuli, marmurati e altri dolci festivi vizzinesi”:“la forma ricorda quella di un piccolo cavallo con tre propaggini, una per la testa e le altre per le gambe. Il cavallo si riferisce all’economia del territorio di Vizzini, che è legata alle attività contadine”.
Sicuramente si tratta di ricette che sono state create in origine nei monasteri, dove si sviluppò l’arte della pasticceria siciliana, poi tramandate nel corso dei secoli, utilizzando ingredienti che più si adattavano al proprio palato ma anche alla disponibilità delle materie prime presenti in ciascun territorio. È così che nascono le diverse varianti di questo dolce, di cui ogni città ne vanta la paternità.

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Biagio Tinghino

Ci sono pietanze e ricette che si perdono nella notte dei tempi, gustarle è un vero privilegio!
Se vi piacciono le storie e le tradizioni antiche voglio parlarvi di un luogo dove l’uva è la regina. Si tratta di un piccolo borgo contadino, quasi sconosciuto, Granieri, nel territorio calatino dell’entroterra siciliano.
Siamo nel periodo della vendemmia, l’odore dolce-acre dell’uva invade il borgo. Un ritorno ciclico, confortante, particolarmente atteso e sentito perché qui ancora si respira la tradizione, perché nonne e mamme, a volte aiutate dalle generazioni più giovani, iniziano i riti annuali della preparazione del mosto, del vino cotto e della mustata (e non mostarda come molti erroneamente dicono).
Si sente spesso parlare del vino cotto, ma pochi lo conoscono. È uno sciroppo dolce fatto con il mosto d’uva, introdotto dagli antichi Romani che lo ereditarono a loro volta dai Greci delle colonie del sud Italia. Il vino cotto spesso viene paragonato a un elisir perché ha mille proprietà. Quasi privo di alcool, è usato come sciroppo per la tosse, impiegato per massaggiare e lenire la pelle. È inoltre un ottimo dolcificante naturale e, diluito con acqua fredda, costituisce una bibita fresca e dissetante.
Tra le numerose preparazioni in cucina, è consigliato per secondi piatti a base di carne di maiale (in particolare il filetto di maiale dei Nebrodi), si accompagna ottimamente ai formaggi a pasta dura ma sopratutto è l’ingrediente base di molti dolci autunnali, ai cui impasti conferisce un colore caramellato. Si può anche usare per guarnire gelati e torte di cannella e ricotta. Anticamente era tradizione regalarne una botticella a ogni nuovo nascituro che l’avrebbe aperta soltanto nel giorno del matrimonio. Il vino cotto oramai è una rarità ed è considerato un prodotto di nicchia, invece, la mustata viene ancora tramandata come la tradizione di un dolce “povero” dei nostri nonni che neanche la globalizzazione è riuscita a cancellare. Ogni famiglia ha un suo ingrediente segreto, anche se la ricetta base differisce poco da una preparazione all’altra.
Questo dolce veniva preparato dalle famiglie dei contadini per donarlo soprattutto ai bambini oppure era offerto in occasione d’importanti cerimonie come battesimi e matrimoni.
Il mosto (mustum, in latino) è l’ingrediente base di questo dolce che nel dialetto siciliano viene appunto chiamato, mustata. Essa, ancora calda, si versa nelle tipiche formelle di ceramica di Caltagirone (che spesso sono tramandate di generazione in generazione) le quali ornano i dolci, dopo sformati, di bellissimi decori e frasi che a volte sono una sorta di dolce comunicazione. Si mette ad asciugare al sole per un paio di giorni rigirandola di continuo. In seguito, si può conservare in carta oleata o in barattoli con foglie secche di alloro. Ricordo ancora quando a furma ri mustata (forma di mustata) veniva regalata a noi bambini in occasione della festività dei “morticini” (commemorazione dei defunti) insieme ai pupi ri zuccaru (pupi di zucchero), alla frutta martorana e qualche forma di cotognata.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.