Articolo di Alessia Giaquinta

“47, muortu ca parra”
“Quaterna!”
Tutti seduti attorno ad un tavolo, lo stesso dove prima si è consumato il ricco pranzo e la cena di Natale. Dal più anziano al più piccolo della famiglia: nessuno può mancare. È Natale, la festa che celebra la bellezza dello stare insieme, per eccellenza.
Si gioca a tre sette, a briscola, a zecchinetta, a sette e mezzo e a tombola; chi vince esulta, chi perde chiede un altro giro ma comunque tutti godono di quei momenti per rilassarsi e sorridere dietro la – spesso buffa – simbologia assegnata ai numeri: “1, pippinieddu”, “11, carabinieri”, “69, comu u metti e metti” e così via. Si parla di tutto: dal matrimonio della figlia della vicina al nuovo lavoro del compare, alle riflessioni in merito alla fine dell’anno.

Le donne preparano, da giorni, i cibi da portare a tavola. Gli uomini, dopo aver ucciso il maiale – come vuole la tradizione -, si organizzano per farne salsicce e salumi, da consumare nel corso dell’anno. I bambini hanno l’entusiasmo del Presepe: nell’angolo più a vista della casa allestiscono la Natività con statuine semplici di terracotta o cartapesta su una base di lippu (muschio) e ornamenti di sparacogna e agrumi. Pastorelli, greggi, massaie e contadini: tutti compaiono nel Presepe tranne Gesù Bambino che va posto esclusivamente alla mezzanotte del 24 dicembre, al ritorno dalla Veglia di Natale.
Si tratta di vivere una tradizione plurisecolare che, nel tempo, ha subìto trasformazioni e, per certi versi, radicali cambiamenti: oggi, infatti, spesso con nostalgia si parla del Natale…

Cosa abbiamo perso?
Sicuramente il valore di una festa che, al di là della religione, era in grado di riunire le famiglie, oggi spesso disgregate e tendenzialmente più propense a festeggiare in autonomia, magari lontano dalla propria terra. Manca la laboriosità delle donne che, per l’occasione, preparavano focacce, mucatoli, buccellato, torrone e cannoli perché anche la tavola, apparecchiata con tovaglie finemente ricamate, potesse essere in festa. Oggi si corre, invece, per gli sconti natalizi al fine di acquistare regali poco pensati ma validi lo stesso purché siano fatti, anche distrattamente. I pranzi e le cene spesso si consumano in ristoranti e agriturismi così da “non occupare casa” e dunque svincolarsi dai preparativi necessari all’allestimento del convivio. I bambini più che dal presepe, sono attratti da Babbo Natale, l’uomo buono dalla barba bianca che porta i regali a chiunque si sia comportato bene e dunque, se si appartiene a questa categoria, ci si aspetta l’arrivo di doni costosi e in voga.
Al di là dei soldini che i nonni, da tradizione, consegnano ai nipoti la notte di Natale, oggi si attende anche il regalo da scartare e magari, se non è all’altezza dei gusti, da cambiare.
La Novena di Natale, suonata dagli zampognari casa per casa, con la ciaramedda (la zampogna) è stata superata: sono le musiche provenienti dai negozi a creare l’atmosfera e a richiamare l’attenzione.
Anche l’antico rito di rompere, il 31 dicembre, qualcosa di vecchio come un piatto – magari più volte riparato nel corso dell’anno – è andato perduto. Non si aspetta più quest’occasione per sbarazzarsi delle cose vecchie e consunte – simbolicamente intese come addio all’anno appena concluso – ma lo si fa comunemente, senza troppi pensieri, quando si vuol sostituire qualcosa.

Noi, oggi, siamo figli di un’epoca diversa: sicuramente migliore se la s’intende in termini di benessere e possibilità ma povera se consideriamo la dispersione delle nostre tradizioni e la carenza di valori che, spesso, accompagnano gli eventi.
Non si può, né si deve, tornare indietro: bisogna, invece, arricchire il presente dell’immensa eredità di tradizioni che ci è stata consegnata e che, necessariamente, dobbiamo recuperare nel presente e affidare al futuro.

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Salvo Gulino

In Sicilia c’è l’unico Presepe Vivente di “Interesse Internazionale”, oltre ad essere il “più bello d’Italia”, e si trova a Giarratana, in provincia di Ragusa. A pochi chilometri di distanza, a Monterosso Almo, si trova uno dei presepi viventi insignito più volte del merito de “Il più bello di Sicilia” e tra i più belli della nazione.
Sicuramente le location, la cura degli ambienti da parte degli organizzatori e la voglia di perpetuare questa tradizione sono alla base dei riconoscimenti ottenuti. Uno silenzioso, quello di Giarratana, l’altro parlato, a Monterosso. Uno ambientato nell’800, l’altro negli anni ’ 50. Entrambi espressioni di una cultura semplice e contadina in cui rivivono antichi mestieri e arti ormai scomparse: dal calzolaio alle ricamatrici, dal falegname al fabbro, dalle massaie ai pastori ai bambini che, rigorosamente con i costumi del tempo, attraversano le vie del presepe giocando o suonando lo zufolo. Sembra immergersi in una dimensione atemporale: passato e presente coesistono e s’intrecciano quasi per magia.

Nel Ragusano, anche la città di Scicli organizza un Presepe Vivente suggestivo: nella “cavuzza di San Guglielmo”, qui si rievocano i principali momenti del Natale, dall’Annunciazione alla Visitazione, alla Natività con l’arrivo dei Magi.
“Il più visitato di Sicilia” è il presepe vivente di Ispica, immerso nell’incantevole percorso che va dal centro storico all’area archeologica di Cava d’Ispica. Pare facile, in questa location, sentirsi a Betlemme, tra grotte e strette viuzze. Anche in questo caso si possono trovare i più svariati mestieri antichi che, come per incanto, sembrano ritornare a esistere grazie al presepe.

Nel Catanese si ricorda il Presepe Vivente di Belpasso, in contrada Palazzolo, con sfilate, sbandieratori, mercatini e degustazioni di prodotti tipici natalizi.
Degno di nota è il Presepe Verghiano a Vizzini: qui, nei luoghi celebri grazie alle novelle di Verga, si snoda un percorso, dove attori professionisti recitano le scene della Natività dando, dunque, voce, movimenti ed espressioni ai personaggi della storia.

Nell’antico sito di Occhiolà, a Grammichele, da qualche anno viene proposto un caratteristico Presepe Vivente in grado di riproporre non solo la Sacra Rappresentazione della Natività ma anche gli avvenimenti che distrussero l’antico sito e che portarono alla nascita, poi, della città esagonale.
Una delle rappresentazioni più longeve è quella di Cavagrande del Cassibile, nel siracusano. Anche qui nella spettacolare location, che si affaccia sui laghetti, viene ricostruito un percorso fatto di scene di vita quotidiana che porta, infine, alla grotta della Natività.

Rivivono quindi storie, personaggi, situazioni lontane che, in quest’occasione, si rendono vicine a chiunque voglia scoprirle e, in qualche modo, viverle…
Si tratta di occasioni, quelle proposte dai presepi viventi, utili a riconoscere la nostra identità, a farci rivivere suggestioni, odori, situazioni non riproponibili nella realtà e, per questo, ancora più speciali.

La Sicilia può, dunque, considerarsi terra dei Presepi Viventi. Qui, più di ogni altro posto, la necessità di continuità e riscoperta del passato diventa cultura, evento, suggestione,… inestimabile ricchezza!

Articolo di Irene Novello

Il Presepe rappresenta una tradizione culturale italiana esportata in tutto il mondo. Un simbolo sempre attuale che ha saputo attraversare quasi ottocento anni di storia, adattandosi al cambiamento delle correnti artistiche, ideologiche e tradizionali dei popoli. L’allestimento del Presepe è un vero e proprio atto di devozione: dalla raccolta del muschio alla messa in posa delle statuine custodite con cura durante l’anno, all’aggiunta di una nuova casetta a ogni nuovo allestimento.

Era il lontano 1223 quando a Greccio, in provincia di Rieti, San Francesco di Assisi rappresenta per la prima volta al mondo la natività in una grotta. Fu il primo Presepe vivente della storia, realizzato in un luogo che a San Francesco ricordava Betlemme, all’interno di una grotta, accanto al bue e all’asinello c’era Gesù. Il primo Presepe con tutti i personaggi fu realizzato da Arnolfo di Cambio nel 1283 con statuine di legno che rappresentavano la Natività e i Re Magi. Da questo momento gli artisti modellano statue di legno o di terracotta e l’arte del Presepe si diffonde in particolare nel Regno di Napoli e in tutta la Penisola. Tra il ’600 e il ’700 saranno gli artisti napoletani a dare al Presepe una nuova connotazione, arricchendolo con scene di vita quotidiana e inserendo personaggi rappresentati nelle loro attività di tutti i giorni.

È proprio dalla tradizione napoletana che si è sviluppata l’arte del Presepe siciliano. A testimonianza di ciò è la presenza in Sicilia, di uno dei presepi lignei più antichi dell’Isola: risale al 1576, custodito a Scicli nella Chiesa di San Bartolomeo, è di fattura napoletana e fu rinnovato nel 1773 dallo scultore napoletano Pietro Padula. In Sicilia l’arte di rappresentare la Natività si è evoluta in maniera originale, differenziandosi per i tipi di materiale utilizzato. Sin dal ’600 a Palermo e a Siracusa vengono rappresentati presepi in cera d’api; a Trapani si usano materiali preziosi come il corallo, l’avorio, l’alabastro, la madreperla; a Caltagirone, città della ceramica, i presepi sono realizzati in terracotta e attorno alla Natività sono rappresentate scene con personaggi tipici della vita contadina e pastorale quali: u ricuttaru (il ricottaio), u furnaru (il fornaio), a lavannara (la lavandaia), u ciaramiddaru (lo zampognaro), u scantatu da stidda (il pastore che guarda con stupore la stella cometa). Queste sono le statuine tipiche di un Presepe siciliano. In origine i Presepi erano commissionati dagli ordini ecclesiastici e dalle nobili famiglie, è a partire dagli inizi dell’Ottocento che diventa un rito popolare e si diffonde tra i ceti meno ricchi, a ciò contribuì la diffusione delle statuine in terracotta e la creazione degli stampi di gesso che abbassò ulteriormente i costi.

Nella storia del Presepe popolare Caltagirone è la protagonista indiscussa, con le opere di Bongiovanni e Vaccaro che tra la fine del ’700 e la prima metà dell’800 inventarono una nuova tecnica, quella di vestire le statuine in sottili strati di argilla. Quasi certamente una bottega di Caltagirone realizzò uno dei più antichi presepi siciliani in terracotta. Fu rinvenuto a Occhiolà tra gli strati di macerie del terremoto del 1693, miracolosamente risparmiato dal crollo degli edifici. Oggi esposto presso il Museo Civico di Grammichele, ricorda la tragedia di quei giorni e l’ultimo Natale di quella povera gente. Eccezionale ritrovamento e preziosa testimonianza di una devozione partita dall’antica Betlemme e che si perpetua nei giorni nostri.

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Giuseppe Bosco

Riccardo Termini è un giovane di ventitré anni di Polizzi Generosa (PA), custode di una tradizione musicale ultra-millenaria che, purtroppo, sta scomparendo.
Riccardo, infatti, costruisce e suona i cosiddetti friscaletti, zufoli tipici della musica popolare siciliana. La passione per questo strumento e la voglia di farlo conoscere, hanno spinto Riccardo a partecipare al talent-varietà La Corrida, condotto da Carlo Conti su Rai 1, permettendogli addirittura di ottenere la vittoria.
Il friscaletto suonato da Riccardo in quell’occasione era, pensate un po’, di cioccolato. Avete letto bene: cioccolato. Prima costruito, poi suonato e infine mangiato.

Come e quando nasce la tua passione per il friscaletto?
«Avevo dieci anni. In occasione della Sagra delle Nocciole che si tiene nel mio paese, rimasi affascinato dal suono di questo strumento. Nacque così in me la voglia di averne uno. Non fu facile trovarlo, però. I friscaletti, infatti, non si vendono nei normali negozi di strumenti musicali in quanto vengono costruiti artigianalmente. Finalmente ne trovai uno a Cefalù, in un negozio di souvenir: ebbi così, in qualche modo, il mio primo friscaletto».

Chi ti ha insegnato a suonare questo strumento?
«Ho imparato da solo, pian piano, suonando, ascoltando e migliorando, così, di volta in volta. Non avendo nessuno che m’insegnasse, ho impiegato più tempo per capire il sistema, le note, i timbri… Negli anni sono riuscito a capire non solo come funzionava lo strumento ma anche a costruirne numerosi».

Quindi sei anche un costruttore di friscaletti?
«Sì. Dopo il mio primo strumento, che altro non era che un souvenir, ne comprai uno artigianale a Messina. Fu il primo vero strumento e iniziai a perfezionare il suono. Ma ogni friscaletto è unico e produce suoni imparagonabili ad altri. Avevo bisogno pure di friscaltetti in altre tonalità. Così provai da me a costruirli, con grande difficoltà. Andavo ai raduni dei friscaletti e friscalettari e, dopo anni, cominciai a capire i trucchi per costruire lo strumento e dare il taglio della tonalità. Da lì iniziai a costruire veri strumenti musicali che oggi vendo addirittura a professionisti di tutto il mondo».

Da cosa è nata l’idea di costruire un friscalettu di cioccolato?
«L’idea nacque da un ricordo legato a quando ero bambino. Mio zio, infatti, era solito portarmi in una pasticceria qui a Polizzi, in cui si realizzano varie forme in cioccolato. L’idea la presi da lì. Avevo circa diciotto anni quando partecipai a una serata di corrida organizzata nel mio paese e, dal momento che già avevo vinto quella dell’anno precedente – con un’esibizione di friscaletto -, volevo portare qualche novità. Pensai così al friscaletto di cioccolato. Il pubblico era entusiasta e divertito e pensai che mi sarebbe piaciuto mostrare a molta più gente quest’arte musicale, ormai, ahimè in disuso. Alla prima occasione partecipai a La Corrida, su Rai 1…».

Ottenendo la vittoria e l’ovazione del pubblico. Quante emozioni?
«Troppe. L’esperienza è stata bellissima tanto da non riuscire a descriverla. Ricordo bene, però, lo sguardo meravigliato dei presenti quando, a fine esibizione, addentai il mio zufolo di cioccolato».

Sei legato alle tradizioni della tua terra e sei impegnato nel diffonderle. Quanto pensi sia importante sensibilizzare le nuove generazioni alla conoscenza degli usi e costumi del passato?
«Sono legatissimo alla mia terra. Il friscaletto siciliano è lo strumento principe della nostra tradizione. Utilizzato al tempo dei greci e conservato dai pastori, ora è in mano a poche persone. Rappresenta l’entità del popolo siciliano ma molti, soprattutto delle nuove generazioni, neanche lo conoscono. Il mio sogno sarebbe tramandarlo ai bambini e sarei contento se qualche ente, o la Regione finanziasse progetti scolastici e laboratori in maniera tale da non perdere la tradizione, questa, come molte altre della nostra terra».

Non lasciamo disperdere l’incanto prodotto dal suono unico, dolce e allo stesso tempo deciso, del friscaletto.
È il suono del cuore di Sicilia, non lo sapevate?

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Le radici della nostra cultura popolare sono racchiuse anche in oggetti ormai dimenticati. Oggetti, tradizioni e saperi destinati a perdersi. Vincenzo Forgia, ceramologo e insegnante di disegno tecnico e storia dell’arte, in oltre cinquant’anni ha pazientemente costituito un’imponente collezione. «Il Museo Didattico Permanente – dichiara Forgia – è l’inizio di un interessante progetto storico, artistico, tecnico e antropologico, per il recupero di quello che Caltagirone ha perso in termini di usi e costumi che per secoli hanno avuto come riferimenti ceramici, oggetti e strumenti, nella vita quotidiana di tutte le famiglie. Il mio progetto consiste nel realizzare un Polo Museale di sette musei, oltre alle strutture collaterali (bar, ristorante, albergo o struttura para-ricettiva, ecc), che comprendono: le quattro botteghe per la produzione delle ceramiche (stazzunaru, quartararu, modellatore e cannataru); la riproduzione di una casa del XIX secolo con l’arredamento e gli oggetti d’uso; le collezioni della produzione delle ceramiche d’uso e d’arredamento, tra il XVIII e il XX secolo; la più consistente collezione di formelle (oltre 1500 pezzi) calatine con tutte le iconologie e iconografie usate nei prodotti ceramici». In questo piccolo museo allestito nel centro storico di Caltagirone, in via Roma 40, è come tornare indietro nel tempo e perdersi tra i ricordi e la vita dei nostri nonni. «Al suo interno i visitatori possono ammirare una parte della mia collezione privata – continua Forgia -. Sono esposti diversi fischietti della produzione di Caltagirone che vanno dalla seconda metà del XIX al XX secolo, con opere mie, di Salvatore Leone, Salvatore Graziano e autori vari; nella seconda sala sono esposte invece delle bellissime formelle, largamente utilizzate per realizzare i geli di frutta e di fiori, creme e mostarda, raffiguranti diverse tipologie di soggetti che vanno dalla fine del XVIII secolo sino alla prima metà del XX secolo, e di altri centri ceramici, una produzione contemporanea. Infine nell’altra sala è possibile ammirare lo scenografico “presepe degli umili”, con l’esposizione di soggetti dell’epoca di autori vari e di altri centri di produzione, in un periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo».
Un’ offerta culturale rivolta soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali sconosce la nostra storia e le nostre tradizioni. «Il Polo Museale intende coinvolgere i giovani verso la riscoperta di valori etno-antropologici ormai scomparsi, a interessare i visitatori coinvolgendoli con dimostrazioni pratiche e adeguate spiegazioni, rendendoli attivamente partecipi. Dare ai visitatori la possibilità di degustare prodotti tipici stagionali, legati alle tradizioni locali, serviti nelle riproduzioni fedeli delle stoviglie di Caltagirone comprese le “opere d’arte commestibili”, i geli, che vengono fuori dalle formelle. Consentire ai visitatori di poter acquistare le copie fedelmente riprodotte di tutti gli oggetti autentici esposti nei laboratori e nei musei, di cui hanno potuto seguire tutte le fasi più significative di lavorazione. L’apertura espositiva di una minima parte della raccolta vuole sensibilizzare tutti gli Enti preposti (Comune, Regione, Ministeri, ecc) a interessarsi alla realizzazione del progetto, prima che tutti i beni materiali e tutte le conoscenze, vadano definitivamente perduti. Questo mio progetto non ha alcun tornaconto personale ma va oltre all’interesse comune, all’amore per la mia città e di cui potrà fruire di questo patrimonio frutto di oltre cinquant’anni intensi di sacrifici per realizzare queste collezioni, prima che vadano interamente disperse». Noi di Bianca Magazine, da sempre attenti alla valorizzazione delle nostre tradizioni, ci uniamo all’appello del Maestro Forgia affinché le Istituzioni prendano in esame questo progetto in modo che questo patrimonio e queste conoscenze non si perdano definitivamente.

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Alessio Lupo

Ebbene sì, in Sicilia esistono dei biscotti specialissimi con un ingrediente d’eccezione: la carne di manzo tritata.
Non si può non contestualizzare l’origine di questo dolce, tipico nel territorio modicano, legandolo alle leggende che ne determinano la nascita e la diffusione, in particolare, nel periodo pasquale.
Pare, infatti, che questi biscotti siano nati all’interno di un convento di suore.
Durante la Quaresima – periodo di digiuno e astinenza dalle carni – le religiose pensarono di trovare un modo per nascondere la carne pur di cibarsene e fornirla ai preti che avevano bisogno di rinvigorirsi prima delle predicazioni pasquali. Come si suol dire “occhio non vede, cuore non duole”, e così nacquero i ’mpanatigghi, golosa trasgressione della regola quaresimale.
Il nome ’mpanatigghi pare derivi dallo spagnolo empanadas ossia focaccia ripiena.
Questi biscotti, in effetti, si presentano come panzerotti a forma di mezzaluna farciti con un impasto insolito ottenuto dal miscuglio di uova, mandorle, cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano, zucchero e l’immancabile carne di vitello tritata finemente.
Esiste, inoltre, un’altra versione della leggenda che lega questi biscotti a un atto caritatevole compiuto dalle monache spagnole, durante il XVI secolo, a seguito di un editto che vietava il consumo di carne ai poveri.
Le religiose, infatti, in questo modo nascondevano la carne per sfamare gli indigenti. Pare, addirittura, che lanciassero i ’mpanatigghi dalle finestre del convento. Insomma, per i poveri del tempo si trattava di una grazia “calata dall’alto”, in tutti i sensi. Questa ricetta fu, poi, portata in Sicilia durante la dominazione spagnola, e nello specifico fu diffusa all’interno della Contea di Modica.
Ancora oggi, nelle pasticcerie del ragusano e in particolare a Modica, per l’appunto, si possono trovare i ’mpanatigghi: biscotti misteriosi che racchiudono non solo un ingrediente inusuale per i dolci, ma soprattutto hanno il gusto di affascinanti storie legate al nostro passato.
Leonardo Sciascia li definì “biscotti da viaggio” in quanto sono facili da trasportare (hanno consistenza compatta) e si conservano in ottimo stato fino a venti giorni, senza necessità di accorgimenti speciali.
Chi non li conosce potrebbe stupirsi anche innanzi all’evidenza, infatti, né a vista, né dall’odore o tanto meno dal gusto si avverte la presenza della carne in questo biscotto che si può considerare simbolo di ribellione e carità allo stesso tempo, ventre che accoglie dolce e salato, bontà culinaria che sintetizza in sé storia e leggenda…
Se la Sicilia fosse un dolce, beh, forse sarebbe una ’mpanatigghia: un miscuglio di cose, a volte totalmente diverse, amalgamate in modo tale da non percepire la differenza tra un ingrediente e un altro bensì un unico sapore delizioso che solo i veri intenditori sanno apprezzare in pieno, senza pregiudizio alcuno.

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Alessio Micieli

Qualcuno ricorderà sicuramente quanta poesia c’era nel vedere le mani della nonna che impastava l’antenato dell’uovo di Pasqua, il cosiddetto aceddu cu l’ova.
Considerato Prodotto Agro-alimentare Tradizionale siciliano, si tratta di un dolce preparato durante la Settimana Santa per poi essere regalato alle persone care, ai nipotini – in genere – e anticamente alle fidanzate.
Questa tradizione attinge dalla simbologia pagana le immagini della fertilità (condizione tipica della stagione primaverile, in riferimento alla Terra) rispettivamente rappresentate dall’uccello, che allude alla sessualità maschile, e dall’uovo che richiama la sessualità femminile.
Indubbiamente, in chiave religiosa esse sono legate alla rinascita cristiana.
Aceddu (uccello) in realtà è la colomba, segno di riconciliazione dell’uomo con Dio. Si pensi, a questo proposito, alla narrazione biblica del diluvio universale: Noè, abbassatesi le acque e conclusa la tempesta, manda una colomba sulla terra. Quando questa torna, portando un ramoscello d’ulivo nel becco, Noè capisce che l’ira di Dio si è placata.
Simbolo di pace, dunque. Pace realizzata completamente con il sacrificio della morte di Gesù, vera colomba.
Non è la morte, però, che si festeggia a Pasqua ma la vita, la rinascita, la Resurrezione di Cristo.
Allo stesso modo del sepolcro che accolse Gesù fino al momento della sua salita al Cielo, l’uovo racchiude al suo interno una vita che emergerà solo quando questo si sarà schiuso.
L’arte culinaria contadina, di un tempo, non poteva non prestare attenzione a tali simboli, creando così aceddu cu l’ova.
È da sottolineare che, in alcune zone della Sicilia, questo dolce veniva regalato solo ai maschietti mentre alle femminucce lo si donava con una forma diversa: un cestino o una borsetta con all’interno l’uovo. È chiaro come riemerge la simbologia legata alla sessualità.
Belli da vedere, buoni da mangiare e carichi di significati. Realizzati con pasta di pane, o con pasta di biscotto – dalle famiglie più abbienti – e adornati con zuccherini, cioccolato o codette, aceddu cu l’ova non mancava mai a tavola il giorno di Pasqua.
Oggi sostituite dall’uovo di cioccolato, questo dolce tradizionale resta appannaggio delle poche donne anziane che ne conservano la ricetta, i metodi di preparazione e che cercano, con difficoltà, di tramandare alle nuove generazioni.
Chissà come sarebbe lo sguardo di un bambino, oggi, che al posto dell’uovo di Pasqua riceverebbe in dono aceddu cu l’ova. Forse deluso, forse stupito o magari incuriosito. Chissà!
Certo è, però, che se qualcuno gli dicesse di lavare le manine, impastare la pasta, bollire l’uovo e poi decorarlo, il risultato sarebbe garantito: si sarebbe divertito – molto più di giocare con dei videogiochi – e avrebbe conosciuto una tradizione che ci appartiene e, come tale, non può, non deve essere dimenticata! È una sfida. Chi l’accetta?

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta e Aurora Bruno   
Foto di Giuseppe Leone

Il 19 Marzo ricorre la festività di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e santo veneratissimo in tutto il mondo con processioni, riti e, nel nostro territorio, anche con le tradizionali “Cene”.

Per comprendere l’origine della Cena di San Giuseppe bisogna ricordare che questo Santo è ritenuto protettore dei falegnami, degli orfani, delle ragazze in cerca di marito e, in particolare, dei poveri. Nel XVI secolo si legò la festività del Patriarca con l’atto caritatevole di elargire cibo ai bisognosi. Nacquero così, le tradizionali “Cene”, veri e propri momenti conviviali in cui si intreccia fede, tradizione e carità. In molte città, ancora oggi, vengono allestiti dei banchetti ricchi di cibi di ogni genere: dalle polpette di riso – simbolo di abbondanza – ai dolci tipici quali torrone, cassate, pagnuccata e mustazzola, e poi ancora focacce, calia e ogni sorta di prelibatezza offerta a coloro i quali, per l’occasione, rappresenteranno simbolicamente la Sacra Famiglia. La tradizione vuole, infatti, che tre persone (un tempo bisognose, per l’appunto) impersonassero rispettivamente San Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino.

SAN GIUSEPPE A SANTA CROCE CAMERINA

A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la tradizione viene portata avanti da molti secoli e in particolare dal 1832 quando il barone Guglielmo Vitale assegnò una rendita di tre vignali per la festa.

Oltre le celebrazioni religiose e le cene allestite nelle varie case, si svolge un’asta il cui ricavato serve a mantenere le spese della festa e ad aiutare i bisognosi. Per questa occasione si effettua una questua in cui la gente offre capi di bestiame, doni alimentari o di altro genere che verranno venduti al migliore offerente.

Le famiglie o i gruppi di persone che preparano gli altari di San Giuseppe fanno attenzione ad arricchire il più possibile la tavolata con stoffe pregiate, ricami, fiori, lampade e simboli: per l’occasione si prepara u cucciddatu, un grosso pane di forma circolare e raffigurante a varba i San Giuseppe, o ancora il bastone, le iniziali del nome del Santo o altri simboli religiosi. Al centro dell’altare il quadro della Sacra Famiglia è adornato da grano germogliato e da frutta e verdure, disposti artisticamente.

In ogni caso, non è possibile consumare il cibo prima dell’arrivo dei figuranti di San Giuseppe, Maria e Gesù. Questi vengono accompagnati da una banda di suonatori, alla casa dov’ è allestita la cena, dopo aver ricevuto la benedizione in chiesa. Giunti all’ingresso, la tradizione vuole che essi bussino per tre volte e che solo alla fine venga permesso loro di accedere. Prima di consumare le prelibatezze preparate per l’occasione, il Patriarca benedice la casa e i presenti e si lava le mani in una bacinella con acqua e vino ripetendo “o’cantu, o’cantu c’è l’angilu santu: u Patri, u Figghiu e u Spiritu Santu” (Traduzione: Accanto, accanto c’è l’angelo santo: Padre, Figlio e Spirito Santo).

 

SAN GIUSEPPE AD AUGUSTA

Ad Augusta in via Garibaldi, presso la Chiesa del Santo Patriarca, si svolge la tradizionale vendita all’incanto.

Tra le aste spicca quella relativa alla vendita del vastuni i San Giuseppi. Un dolce tipico a forma di bastone, molto lungo e di grosso spessore, confezionato a base di mandorle e nocciole tostate e di miele, opera di esperti pasticcieri locali che fanno di tutto per superarsi a vicenda nel preparare il bastone più appariscente. Detta asta ebbe un’impennata di popolarità negli anni Settanta del novecento, poiché un facoltoso augustano, emigrato in America, faceva di tutto per aggiudicarselo arrivando ad offrire grossissime somme di denaro, probabilmente per un voto fatto.

La tradizione impone anche la realizzazione della ministredda i San Giuseppe, tipica minestra locale che molte massaie augustane preparano scrupolosamente, per distribuirla ai tanti poveri della città, detta anche a miniestra maritata, a voler rappresentare lo “sposalizio” tra i vari legumi.

 

 

 

 

Articolo a cura di Omar Gelsomino Foto di Salvo Sinatra

Varcando il portone di legno di via Verdumai si entra in un mondo d’altri tempi. Per grandi e piccini è come fare un salto nel passato, tornando in un’ atmosfera suggestiva. Siamo all’interno del Teatro Museo dei Pupi Siciliani dove i protagonisti indiscussi sono le marionette di Carlo Magno e i suoi paladini, tutti personaggi tratti dai romanzi del ciclo carolingio, dei Paladini di Francia e dell’Orlando Fuorioso: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Ferrau, Angelica, solo per citarne alcuni. Oltre alla collezione di pupi siciliani, vi sono armature, costumi, scenari, libri e manifesti del primo spettacolo svoltosi nel 1918. La Compagnia ha compiuto un secolo di vita, nonostante abbia interrotto l’attività nel 1989 (anno della scomparsa di Gesualdo Pepe, che fino all’ultimo sarà regista, impresario, allestitore e soggettista), per poter essere ripresa nel 1992, grazie all’intervento dei proprietari della collezione di pupi e di alcuni privati, il teatrino è stato riaperto e riportato agli splendori originari. La vivacità dei colori di acquerelli, tempere e pastelli velati da uno strato sottile di polvere ci raccontano di quest’antica cultura popolare, lì custodita, che resiste alla costante diffusione di internet e dei social. «La compagnia nacque nel 1918  e prese il nome di “Primaria compagnia dell’opera dei pupi siciliani di Caltagirone” per volontà di don Giovanni Russo – spiega Eugenio Piazza, presidente della Primaria Compagnia -. Successivamente nella Compagnia entrò Gesualdo Pepe, genero del Russo. Un giorno venne a trovarmi in laboratorio Gesualdo Pepe, sapendo che avevo un furgone, l’amplificazione e gli effetti luci, mi chiese se potevo dare una mano d’aiuto alla compagnia e da allora con loro ho girato in lungo e in largo. Alla sua morte è rimasta ai nostri figli, a cui abbiamo trasmesso questa passione. Possediamo centocinquanta pupi, appartengono alla scuola pupara catanese: si differenziano da quelli palermitani sia per le dimensioni (più alti e pesanti quelli catanesi) sia per le tecniche di fattura e movimentazioni, di tutta l’era carolingia, realizzati dal 1918 sino al dopoguerra, agli anni ‘50 e ‘60 da Salvatore Failla mentre Francesco e Angelo Cardello si dedicarono più all’armatura. Dopo ogni spettacolo i pupi necessitano di continua manutenzione, hanno bisogno di essere saldati, cuciti, di restauri periodici e trattamenti specifici del legno, le armature devono essere lucidate, ogni paladino porta un’anima dentro e con lui si muovono i valori della patria, del sacrificio e dell’amore. Ogni pupo è un attore e noi gli diamo l’anima. Il vero spettacolo,  che avviene dietro le quinte,  è compiuto dai manovratori e dalle voci narranti». In occasione del centenario della Compagnia sono stati diversi gli eventi organizzati: l’inaugurazione della Mostra museo dei pupi siciliani, spettacoli e laboratori.

La compagnia è composta da: Eugenio Piazza, presidente della Compagnia e voce; Gesualdo Pepe, (figlio di Salvatore Pepe) capomanovratore; Michele Piazza (capomanovratore), Giuseppe Piazza e Giuseppe Pepe, manovratori; Stefania Piazza, voce femminile; Giuseppa Mangano, vicepresidente della Compagnia; Rossella Pepe e Massimo Vicari, collaboratori e Franco Schiavone, segretario organizzativo spettacoli del centenario. «Continueremo a tramandare questa forma di spettacolo popolare, nelle scuole e non solo, così come c’è stata tramandata, auspicando che la Regione Siciliana si ricordi che rappresenta la tradizione e la storia della nostra terra, che non può essere dimenticata» conclude Eugenio Piazza. Dichiarata nel 2001 dall’Unesco capolavoro del Patrimonio orale e materiale dell’Umanità e nel 2008 tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità l’Opera dei pupi è un testamento culturale giunto fino ai giorni nostri e come tale va conservato e tramandato, perché assistere ad uno spettacolo significa tuffarsi nel passato della Sicilia e rivivere quelle atmosfere popolari che oramai scomparse.

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

La cucina siciliana è ricca di aromi e colori, altrettanto forte e generosa come la nostra terra, carica d’inventiva che permette di conquistare qualsiasi tipo di palato. È una cucina piena di storia, migliorata nel corso dei secoli, valorizzando le esperienze dei popoli che hanno dominato l’isola. I Greci, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli con le loro scoperte hanno arricchito anche la nostra tavola. Noi siciliani abbiamo custodito e tramandato nel corso dei secoli queste scoperte, arricchendo la nostra cucina di tradizioni uniche al mondo. C’è un periodo in Sicilia, carico di ritualità e magia, dove queste tradizioni sono celebrate e prendono forma dai più antichi ricettari di famiglia tramandati da madre in figlia: il Natale! Un tempo, nel periodo che precede le festività natalizie, le massaie si riunivano nelle case delle commari, munite di forno a legna e di ampi spazi per accoglierle tutte, e lì insieme preparavano i dolci che avrebbero deliziato i ricchi banchetti delle festività. Tra questi, uno in particolare ricorda il Natale e racchiude in sé la storia della cucina siciliana: il Nucàtolo, inserito nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Il dolce è diffuso in Sicilia in numerose varianti, sia per la composizione sia per la forma; l’elemento in comune di tutte le versioni è l’utilizzo della frutta secca, tra cui mandorle, noci o fichi secchi e un mix di varie spezie. Sull’origine del nome esistono due versioni: quella latina dal termine nucatus, ovvero nociato (dolce a base di noci), e la versione araba da naqal, insieme di frutta secca.
A Palermo, la tradizione vuole che siano state le monache del Monastero di Santa Elisabetta a produrre dei Nucàtoli eccezionali, piccoli cuscini di pasta frolla glassata, ripieni di frutta secca, di solito modellati a forma di “S” o di sigaro, versione diffusa anche a Ragusa e Modica. Nel messinese si aggiunge l’acqua di rose che conferisce al biscotto maggiore aromaticità. A Butera il Nucàtolo è privo della pasta frolla esterna, si presenta come un biscotto con impasto a base di mandorle, cannella e scorza di arancia, glassato con il cosiddétto rasto (nel dialetto siciliano gileppu), una crema dura a base di zucchero, bianco d’uovo e limone, modellato in varie forme, tra cui il cuore e la stella. Una versione della ricetta è simile a quella diffusa a Grammichele, dove nell’impasto si aggiunge il cacao e la glassa può anche essere al cioccolato. La ricetta buterese è anche simile a quella dei Nucàtoli di Vizzini, dove il cacao è aggiunto alla glassa, e come ci racconta Pietro La Rocca, nel saggio “Nucatuli, marmurati e altri dolci festivi vizzinesi”:“la forma ricorda quella di un piccolo cavallo con tre propaggini, una per la testa e le altre per le gambe. Il cavallo si riferisce all’economia del territorio di Vizzini, che è legata alle attività contadine”.
Sicuramente si tratta di ricette che sono state create in origine nei monasteri, dove si sviluppò l’arte della pasticceria siciliana, poi tramandate nel corso dei secoli, utilizzando ingredienti che più si adattavano al proprio palato ma anche alla disponibilità delle materie prime presenti in ciascun territorio. È così che nascono le diverse varianti di questo dolce, di cui ogni città ne vanta la paternità.