Una liuteria nel cuore delle Madonie. Mirco, il giovane petralese che fa cantare il legno

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di Giulia Monaco   Foto di Mirco Inguaggiato

Passeggiando per i vicoli del centro storico di Petralia Sottana può capitarvi di imbattervi nella bottega di un mastro liutaio. Bussando al suo portone potreste aspettarvi che ad aprire sia un anziano e barbuto signore dallo stile un po’ retrò. E invece no: il nostro moderno Stradivari è Mirco Inguaggiato, un giovane trentacinquenne dagli occhi grandi e il fisico minuto, che vi accoglie con indosso jeans e una t-shirt extra-size impolverati di trucioli e segatura.

Sarete immersi nel suo piccolo scrigno dei tesori: sulle pareti campeggiano strumenti musicali tra i più svariati e di ogni provenienza: alcuni costruiti da lui, altri collezionati negli anni per studiarli e ampliare la sua vasta conoscenza di tutto ciò che è musica. È in questo piccolo universo polifonico che Mirco costruisce chitarre classiche e battenti, mandolini, violini, viole e persino piffere e zampogne dai decori raffinatissimi. Mirco è l’erede di quattro generazioni di falegnami, con il legno e gli strumenti del mestiere ci è praticamente cresciuto. Ma fin da subito prova a far sposare l’arte della falegnameria con l’arte della musica, altra sua grande passione: il nostro liutaio è anche, infatti, un appassionato chitarrista e mandolinista.

Il matrimonio tra le due arti è riuscitissimo: comincia da bambino, realizzando delle deliziose riproduzioni in miniatura di strumenti musicali, e negli anni prosegue con le miniature fino a quando comincia a costruire, da perfetto autodidatta, i primi veri e propri strumenti a fiato legati alla tradizione siciliana (piffere, zampogne, flauti di canna). Nel 2009 decide di trasformare la sua passione in un vero e proprio mestiere: frequenta a Gubbio la “Scuola dei Mastri Liutai e Architettai”, e torna a Petralia nel 2011 con un diploma in tasca.

La pace e la quiete di Petralia sono la cornice perfetta per una bottega che è un piccolo luogo incantato, in cui l’arte della lentezza è parte integrante del processo creativo. Da questo piccolo borgo gli strumenti di Mirco spiccano il volo arrivando in tutta Italia, giungendo persino in Sud America.

A quale progetto ti stai dedicando attualmente?

«Sono sempre stato affascinato dal mondo dei presepi della cultura partenopea, e sono lieto di aver avviato una collaborazione con i Maestri presepisti napoletani. Ho cominciato a costruire strumenti settecenteschi di circa venti centimetri per statue di pastori che ne misurano circa trentotto. Insomma, per un po’ sto di nuovo esplorando il mondo degli strumenti in miniatura, che hanno segnato il mio inizio: una sorta di ritorno alle origini. Questo progetto mi soddisfa molto, perché restituisce valore e dignità a un’arte nobile e antichissima che è quella del presepe napoletano: un tempo gli strumenti dei pastori venivano costruiti da veri liutai, gli abiti cuciti da vere sarte e così via. Col passare del tempo questa suddivisione meticolosa di ruoli e maestrie si era persa; per me è un grande onore provare nel mio piccolo a darle nuova vita».

Il legno, la musica, i presepi… come fai a star dietro a tutte queste passioni?

«E ne ho molte altre ancora. La difficoltà per me sta proprio nello sceglierne una e trascurare le altre. Mi piace avere uno sguardo curioso sul mondo e amo cimentarmi in tutto ciò che è nuovo, insolito o attrae per qualche motivo la mia attenzione, che si tratti di riprodurre uno strumento conosciuto per caso o sperimentare una nuova ricetta».

Un sogno particolare che custodisci nel cassetto?

«L’insegnamento. Insegnare e trasmettere i rudimenti di questa arte alle nuove generazioni, consentire a chi ha questa passione a svilupparla e a cavalcarla. Qualche anno fa mi sono cimentato in questa veste nel corso di un laboratorio tenuto Palermo, con risultati sorprendenti: qualcuno dei ragazzi che si approcciava per la prima volta al mondo della liuteria se n’ è innamorato e ha continuato a seguire questa strada. Sarebbe bello avere l’opportunità di seminare stimoli virtuosi come questo e dare nuovo slancio all’antica arte liutaia».

 

Le ceramiche di Santo Stefano di Camastra: quando l’arte incontra il design

 

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di Giulia Monaco   Foto di Ceramiche Serravalle

Passeggiare per Santo Stefano vuol dire rimanere incantati dai tanti, coloratissimi, manufatti in ceramica che popolano le stradine del centro: le teste di moro, le pigne e le maioliche che campeggiano di fronte alle botteghe fanno il paio con i numeri civici delle abitazioni private, le insegne dei negozi e dei bar, le fontane, i sedili, i muri, e stordiscono il visitatore con i loro ghirigori variopinti dal richiamo arabeggiante. Furono proprio gli Arabi a introdurre in Sicilia l’antica arte della ceramica; arte che gli stefanesi perfezionarono nel corso dei secoli trasformandola nell’attività produttiva più importante del paese. I colori sgargianti e i richiami floreali tipici degli scenari siciliani paiono essere il leitmotiv delle ceramiche di Santo Stefano, dove resistono ancora le antiche tecniche di produzione e decorazione.

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Ne abbiamo parlato con Lina Nigrone che, insieme al padre e alla sorella, da trent’anni è proprietaria di “Ceramiche Serravalle”, un’impresa familiare che nasce da una passione mutuata da una lunga esperienza nel campo dell’arredo.

Lina, come nasce la vostra passione per la ceramica?

«Non abbiamo un’antica tradizione alle spalle, non siamo una famiglia di ceramisti. Ma lo siamo diventati, perché è il mondo che abbiamo scelto. Mio padre aveva una ditta che si occupava di arredamenti interni. Trent’anni fa abbiamo deciso di destinare l’immobile della ditta alla produzione di ceramiche, valorizzando una tradizione che è parte integrante della storia e dell’identità del nostro paese».

Di che produzioni vi occupate in prevalenza?

«Sfruttando la nostra esperienza nel mondo dell’arredamento, lavoriamo soprattutto con il design ceramico applicato all’arredo interno ed esterno: piastrelle, tavoli, top per cucine e bagni, pavimenti e rivestimenti. Ma produciamo anche oggettistica, dalle richiestissime teste di moro e pigne portafortuna, ai vasi, alle lampade, ai servizi da tavola…».

 

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Ancora oggi le ceramiche vengono create interamente in modo artigianale e decorate manualmente, o vi avvalete di tecnologie più moderne?

«La nostra produzione si rifà ancora alle tecniche della tradizione. Non utilizziamo decalcomanie né serigrafia. Le piastrelle, ad esempio, vengono “tirate a mano”: delle squadrette di ferro vengono riempite manualmente una a una e poi dipinte sempre a mano libera, con il solo ausilio delle “mascherine”. La peculiarità è che quindi saranno simili tra loro, ma mai identiche».

A cosa s’ispirano i vostri collaboratori nella decorazione delle ceramiche?

«Quasi tutti i nostri piastrellisti e decoratori vengono dall’Istituto d’Arte di Santo Stefano, che pian piano affiancano il nostro studio di progettazione e apprendono le nostre linee di prodotto. Spaziamo dai decori della tradizione, come la linea siciliana contraddistinta da tratti barocchi, e la linea mediterranea, con elementi vegetali tipici dei paesaggi del mar Mediterraneo, a decori più moderni e innovativi, dalle linee astratte».

Quali sono i pezzi più richiesti dai clienti?

«Ci richiedono molto le piastrelle della tradizione siciliana, dal caratteristico colore bianco e blu, che spesso vengono inserite in degli ambienti moderni e all’avanguardia».

È vero che a rendere famosa la ceramica stefanese in Sicilia contribuì la mancanza di un’autostrada fino ai primi anni duemila, che rendeva obbligatorio il passaggio da Santo Stefano per chi si recava da Palermo a Messina?

«Verissimo. Tanto è vero che quando venne aperta l’autostrada, l’indotto della ceramica subì una crisi. Crisi esacerbata dalle riproduzioni industriali dei nostri manufatti da parte del mercato cinese, che riuscirono a inserirsi sulla piazza a prezzi molto concorrenziali».

Come riusciste ad arginare questa crisi?

«Cambiando il target di riferimento. La nostra produzione si è sempre più orientata su manufatti di fascia medio-alta e oggi punta tutto sulla qualità dei prodotti e sulla raffinatezza dell’artigianato fatto a mano».

 

I Dammusi di Pantelleria

di Eleonora Bufalino

A più di 800 metri sul livello del mare e con un’ estensione costiera di oltre 80 km, l’isola di Pantelleria si erge in mezzo al mare, tra la Sicilia e l’Africa, visibile in lontananza ad occhio nudo. Ben collegata con il porto di Trapani e dotata di un aeroporto che le permette la continuità territoriale con il resto dell’Italia, l’isola è da sempre stata famosa per la singolarità dei suoi paesaggi.

La flora autoctona di Pantelleria è costituita dalla macchia mediterranea, che sboccia rigogliosa come nel resto delle regioni sud orientali. Inoltre, spontaneamente cresce una varietà di cappero, che è divenuto una delle principali coltivazioni del territorio, insieme a viti e ulivi. Le sue acque cristalline e le coste tunisine sullo sfondo, sono la cornice perfetta di un gioiello incastonato nella natura, dove scirocco e maestrale soffiano prepotenti a sottolineare il caldo clima mediterraneo.

Il territorio dell’isola è di origine vulcanica e continua ad essere oggetto di grande attrattiva per il modo in cui gli elementi della natura, come le colate laviche, i piccoli faraglioni e le cale, si alternano alle costruzioni umane, anch’ esse molto particolari. Tra queste troviamo i muri a secco, tipici muri realizzati con dei blocchi di pietra assemblati tra loro senza l’uso di leganti, che oltre alla loro funzione contenitiva degli argini e di protezione delle coltivazioni, esprimono una forte carica ornamentale e decorativa sul paesaggio.

Pantelleria conserva l’ eredità di numerosi resti monumentali della sua storia antica. Tra i più importanti si può menzionare il Parco Archeologico dei Sesi (il cui termine indica un “mucchio di pietre”) nell’area di Mursìa e Cimillia; queste strutture, a forma ellittica, circolare o a tronco di cono, conservano integre la loro bellezza.

Ma indubbiamente l’aspetto architettonico che distingue Pantelleria e la rende unica sono i caratteristici dammusi. Tipiche costruzioni dell’ isola a pianta quadrangolare, questi sono retaggio della dominazione araba in Sicilia (il termine “dammuso” vuol dire “volta”) e del duro lavoro dei contadini panteschi. I dammusi furono creati come elemento rurale e ogni sua parte svolge una funzione specifica. Il tetto, ad esempio, ha la forma di una cupola, per la presenza interna di volte e archi e serviva ad incanalare l’acqua piovana nelle cisterne. Gli Arabi avevano, infatti, introdotto sull’isola innovativi sistemi di irrigazione, oltre ad arbusti come il gelso e la canna da zucchero, nonché lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca da cui si ottiene un vino dolce. I muri dei dammusi, spessi per oltre un metro, assicurano l’isolamento sia contro il freddo che contro le alte temperature estive. Porte e finestre hanno piccole dimensioni, come occhi aperti a osservare il mare. Solitamente accanto a un dammuso sorge un jardinu, ovvero una costruzione circolare in pietra lavica, dentro cui sono innestati alberi da frutto, così protetti dai forti venti che si abbattono sull’isola.

La tradizione dei dammusi continua tutt’oggi e, unita alla creatività degli abitanti, si è trasformata in un vero e proprio simbolo dell’isola che investe nella valorizzazione di quelli esistenti ma anche nella realizzazione di nuovi. Il risultato è un insieme di manufatti dal fascino inconfondibile, location perfette per ristorantini e locali in cui gustare una cena o un aperitivo ammirando l’orizzonte. Inoltre, i dammusi sono diventati il fiore all’occhiello degli imprenditori dell’isola, che vi hanno visto del potenziale per la creazione di B&B e alberghi dotati di tutti i comfort. Piscine con una vista mozzafiato sul mare e freschi cortili, in cui trovare ristoro e relax.

Pantelleria è un’isola miscuglio di colori: il nero dell’ossidiana, il giallo dello zolfo, l’indaco del mare che la accarezza, il verde dei vigneti e dei capperi. Le curve sinuose dei dammusi si ergono superbe nel territorio pantesco, dando vita a paesaggi superlativi, da cui è possibile sognare mondi lontani facendosi trasportare dalla brezza marina.

La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».

Il Ferragosto siciliano: tradizioni tra sacro e profano

di Alessia Giaquinta

Che facciamo a Ferragosto?
Diciamoci la verità. Si tratta della classica domanda che, di anno in anno, ripetiamo a noi stessi, al nostro partner, ai nostri amici e, perché no, anche ai nostri datori di lavoro. Perché ferragosto è tempo di ferie, di riposo, di vacanza, di sole, mare, falò e “arrustute”.

Ma dove nasce questa tradizione e perché?
Scorriamo indietro nel tempo fino ad arrivare al 18 a.C. quando l’imperatore Ottaviano Augusto, per celebrare il momento di pausa dai lavori nei campi, istituì le “Feriae Augusti”, le vacanze di Augusto. Si trattava anche di un modo per dare maggiore spazio ai festeggiamenti dedicati a Diana, dea della fertilità (celebrata il 13 agosto) e far riposare cavalli e animali da soma che, per l’occasione, venivano bardati a festa e fatti sfilare oppure sfidare in spettacolari corse. Per tutto il mese si svolgevano vari eventi di carattere religioso in onore alle divinità del tempo. La decisione di Augusto di stabilire delle ferie, che duravano dall’1 al 31 agosto, permetteva a tutti di poter partecipare attivamente alle feste, oltre a riposarsi.

Con l’avvento del cristianesimo alcune feste pagane furono “convertite”. I festeggiamenti della dea Diana e della dea Consiva (che ebbe un figlio rimanendo vergine, punto comune con la Madonna) furono sostituiti con quelli relativi all’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo, celebrati a partire dal V secolo d.C. il 15 agosto. Alle sfilate dei cavalli si affiancarono le processioni dei credenti (a Tusa e a Motta d’Affermo, nel messinese, si svolge ancora la Cavalcata Storica con animali bardati), al riposo romano fu aggiunto il concetto di vacanza, ai convivi davanti ai templi si sostituirono le mangiate tra amici, a mare, in campagna, ovunque.

E in Sicilia che si fa a Ferragosto?
I più vanno a mare: c’è l’imbarazzo della scelta se si considerano che le spiagge dell’isola sono tra le mete più quotate per la loro bellezza, pulizia, accessibilità e per i servizi. Da San Vito Lo Capo a Taormina, a Marzamemi, Mondello, alla Scala dei Turchi, insomma: non mancano certo località balneari! Oltre quelle citate, tra le più note, in occasione del Ferragosto tutte le spiagge dell’isola si riempiono: ombrelloni di famiglie, comitive di giovani, bambini muniti di secchielli e processioni in mare.

Eh sì. La festa dell’Assunzione della Madonna in tantissime località balneari siciliane si svolge con la tipica processione della Madonna sulla prua di un peschereccio, accompagnata da religiosi e banda musicale. A seguito tutte le barche partecipano a quello che viene inteso anche come momento di benedizione delle acque, dei naviganti e dei bagnanti. Si pensi alla Madonna di Portosalvo a Marina di Ragusa, alla regata dell’Assunta di Siracusa, alla processione sulle barche a Marettimo…
Non mancano neanche caratteristiche processioni via terra. Da Messina dove si svolge la festa tradizionale della Vara a Bisacquino dove ha luogo la festa della Madonna del Balzo che prevede un pellegrinaggio notturno verso il santuario posto su un monte, in quest’occasione è immancabile la mangiata di anguria, la cosiddetta mulunata.

Ed è proprio il cocomero rosso ad essere l’alimento protagonista nelle tavole dei siciliani durante il Ferragosto: che si mangi in spiaggia, dopo un pellegrinaggio, in una lunga tavolata in campagna o seduti in un ristorante (anche nella variante di gelo al melone), l’importante è che ci sia!

Che dire dei falò? Sin dall’antichità era tradizione realizzare, nelle campagne, dei falò con gli avanzi della pulitura dei campi. A mezzanotte si accendeva il fuoco, si invocava a Beddamatri di Menzaustu e si auspicava prosperità per i campi. Si arrostiva e si faceva festa.
Curiosa è la tradizione, portata avanti fino agli anni ’60 presso l’Isola delle Femmine, dello scambio di doni tra fidanzati: l’uomo regalava all’amata il gallo più prosperoso che trovava e la ragazza ricambiava donandogli un’anguria. Immancabile!
E voi, che fate a Ferragosto?

Tranquilli, ci pensa l’olio Iperico

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Laura Vinci

Conosciuta come “scacciadiavoli” o “Erba di San Giovanni”, l’iperico è una pianta officinale potentissima, addirittura “miracolosa”, come sostengono alcuni. Il motivo dei nomi che l’accompagnano rivela in qualche modo il legame esoterico-magico-religioso che le viene attribuito. Il nome iperico deriva dal greco, ossia “sopra le immagini”, perché si riteneva che questo fiore – dal colore giallo ma capace di secernere un inteso liquido rosso – posto sopra l’immagine della Sacra Famiglia, fosse capace di allontanare i demoni e proteggere la casa.

Ma è anche nominata “Erba di San Giovanni”. Perché? I motivi sono molteplici. Si parte dal fatto che la fioritura dell’iperico avviene nel mese di giugno, in procinto del solstizio d’estate, quando si celebra anche la nascita di San Giovanni. Secondo questa visione, il 24 giugno l’iperico, in occasione della sua festa, assume i poteri curativi che lo caratterizzano. Ma un altro motivo lo lega al Santo: la sostanza rossa contenuta nel pistillo del fiore, richiama il sangue versato da San Giovanni Battista durante il suo martirio, commemorato il 29 agosto, periodo ultimo per la raccolta del fiore.

In epoca medievale, durante le feste in onore a San Giovanni, era consuetudine danzare con in capo una ghirlanda di fiori di iperico. Al termine della festa essa veniva lanciata sui tetti delle case o tra i rovi di un falò come rito propiziatorio per i raccolti, la protezione del bestiame e quella delle abitazioni.
Nell’armentario dell’esorcista non poteva mancare l’olio prodotto dall’iperico e, al tempo delle crociate, esso era usato nel trattamento delle ferite dei cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Oltre ogni credenza e superstizione, la ricerca scientifica ha appurato le proprietà di questa pianta che cresce nelle terre incolte. Nel territorio ibleo, ad esempio, la si può trovare dal mare alla montagna, dai campi e ai cigli delle strade.

Ma parliamo dei benefici. L’iperico, grazie alle sue proprietà antidepressive e ansiolitiche è in grado di agire sul sistema nervoso al pari degli psicofarmaci, senza presentare controindicazioni. Grazie all’ipericina ha proprietà balsamiche, è un ottimo espettorante e antivirale. Perfetto contro tosse, raffreddore e catarro ed inoltre è utile a fortificare le difese immunitarie. Per godere di questi benefici bisogna realizzare un decotto di iperico o delle tisane. È severamente sconsigliato il metodo “fai da te”, in questo caso è necessario affidarsi a naturopati o rivolgersi ad un’erboristeria.

Tra le molteplici proprietà di questa pianta ci sono quelle legate alla cura della pelle. L’oleolito che si ricava dall’infuso macerato dell’iperico è un vero toccasana per contusioni e dolori articolari, cura le ustioni ed è un perfetto cicatrizzante. Inoltre è ideale per ammorbidire ed idratare la pelle che, immediatamente, appare setosa e piacevole al tatto.
Nella stagione calda, inoltre, è spesso utilizzato per lenire le scottature (attenzione, però a non esporsi al sole dopo averlo cosparso nel corpo) e per alleviare i fastidi conseguenti alle punture d’insetto.
Insomma… una vera panacea!

CURIOSITÀ

  • Alcuni naturopati utilizzano l’oleolito di iperico per trattamenti e massaggi.
  • Anticamente le donne portavano un rametto di iperico con sé, credendo potesse proteggerle da ogni violenza.
  • Si ritiene che il potere di questa pianta venga infuso grazie alla rugiada della notte di San Giovanni. I fiori raccolti prima del 24 giugno non avrebbero, infatti, le medesime proprietà benefiche!

 

COME PREPARARE L’OLEOLITO

Occorrente:
200 gr di fiori di iperico,
600 ml di olio (extravergine d’oliva / olio di mandorla),

Procedimento:
Dopo aver raccolto (possibilmente in luoghi non inquinati) e pulito i fiori di iperico, farli macerare in un barattolo insieme all’olio. Una volta al giorno agitare il contenitore, per un mese. A conclusione filtrare, spremendo il più possibile la pianta, con un colino. Conservare l’oleolito in boccettine, in luoghi asciutti e al buio.

Il Seltz: sorsi di tradizione nei chioschi siciliani. Le “vecchie” bevande dissetanti

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Samuel Tasca

Ormai è una tradizione che si tramanda da secoli, nonostante sia difficile pensarlo. Ebbene sì, quando la calura estiva raggiunge il suo apice, sia di mattina che di sera, la prima cosa che si fa è quella di dissetarsi e reintegrare i liquidi e i minerali persi con la sudorazione. Cosa c’è di meglio che entrare in un chiosco, apparso all’improvviso proprio come il miraggio di un’ oasi nel deserto, per bere una bevanda fresca e dissetante?

Il protagonista indiscusso per lenire la nostra arsura è il Seltz con limone e sale, il cui nome deriva da un comune tedesco, Selters, in cui si trovava una sorgente di acqua ricca di anidride carbonica, prodotto base per un ottimo Seltz, ma solo nel 1979 Joseph Priestley scoprì il processo per ottenere l’acqua gassata. Un’usanza antica per i palermitani è l’acqua e zammù (il sambuco importato dagli Arabi), risalente all’800 quando l’acquaiolo girando per le strade con il suo banchetto e un piccolo contenitore con l’acqua fredda e una bottiglietta d’anice (verde, stellato e pepato) e della menta gridava: “acqua frisca, ca’ è biedda agghiaggiata… e s’unnè frisca, v’arrifirsca” ovvero “acqua fresca che è ben gelata, e se non è fresca vi rinfresca”, così l’assetato accorreva scavalcando la fila dicendo “acqua e zammù… primma io’ e duoppu tu! ”. Bevanda che si offriva anche a casa accompagnandola con un chicco di caffè.

Nei secoli quella che era un’attività ambulante si è trasformata in postazione fissa, nei chioschi siciliani, soprattutto a Palermo e a Catania, collocati agli angoli delle strade o nei punti più nevralgici, dalle forme quadrangolari, esagonali o ottogonali, altri in stile liberty oppure ospitati all’interno di locali. Quando vi fermerete al chiosco il vostro sguardo sarà catturato dalla colorazione degli agrumi, della frutta e degli sciroppi naturali resa ancora più vivace dalla luce solare o da quella artificiale dei neon e poi non avrete altro che l’imbarazzo della scelta.

Il Seltz non è altro che acqua frizzante fredda, spinata da appositi rubinetti, liberando l’effervescenza delle bollicine, sarà poi il chioscaro o cioscaro ad assecondare le vostre richieste, aggiungendo il limone, altro elemento importante, tagliato a metà e spremuto nel bicchiere con lo spremiagrumi; poi è la volta degli sciroppi nella loro esplosione di colori variopinti ed ammalianti: dal verde brillante all’arancio fluorescente dei mandarini, dal marrone del tamarindo al bruno dello sciampagnino, dal vermiglio delle amarene al giallo dell’ananas e tropical, dal verde smeraldo della classica menta, al bianco del latte di mandorla e all’anice puro. Sarà poi il chioscaro o cioscaro con le sue alchimie a miscelarli, secondo quelle che sono ormai delle vere e proprie tradizioni, rendendole attuali in base alle varie preferenze, a volte aggiungendo anche il sale, e realizzando così la vostra bevanda: dal classico Seltz, limone e sale, allo Speciale con acqua, anice e limone, dal Completo a cui viene aggiunta l’orzata al Tamarindo al limone e bicarbonato; il Mandarino (classico, arancio o mandarinetto) al limone per arrivare ai vari misti (dolce, amaro o aspro) e lì sarà il chioscaro o cioscaro, dimenandosi, a mostrare tutta la sua conoscenza, maestria e fantasia creando qualcosa di stucchevole. Il chiosco rappresenta la tradizione, un rituale, quasi una poesia. La fermata ad un chiosco è carica di significati: vuol dire dissetarsi, scoprire le abitudini di una città e dei suoi abitanti, immergersi nella filosofia di vita, in storie e ricordi, socializzare e rapportarsi con gli altri.


Nulla a che vedere con gli odierni cocktail sapientemente shakerati da abili bartender, i prestigiosi vini o birre artigianali perché ogni sorso riporta alla mente i profumi e i sapori di un territorio che ogni bevanda custodisce, facendo affiorare nei meno giovani i ricordi di un tempo remoto. Anche le bevande siciliane rappresentano un piccolo tesoro da conoscere, soprattutto per i turisti durante un viaggio in Sicilia.

I mercati del pesce

‘A piscarìa di Catania

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Samuel Tasca

É un vociare continuo, un brusìo incessante, un intercalare di suoni impastati tra l’italiano e il dialetto; è un miscuglio di colori e odori che inondano le strade in nera pietra lavica, sia sotto il sole cocente dell’estate siciliana che nelle fredde mattine invernali. È un’immagine di vite comuni che ogni giorno, a Catania, si svegliano all’alba per imbandire uno dei più antichi mercati del pesce dell’isola: ‘a Piscarìa. Un luogo talmente conosciuto da essere inserito nei percorsi turistici della città, per il folclore di cui è simbolo. Sin dall’800 i banchi dei pescivendoli si trovano nel passaggio scavato sotto il Palazzo del Seminario dei Chierici, sul lato sud della celebre Piazza Duomo, e le mura di Carlo V, di fronte gli Archi della Marina, un tempo immersi dalle acque del sottostante porticciolo di pescatori. L’aria che si respira in mezzo alle prelibatezze del mare ben esposte per essere vendute, ricorda molto i suq, tradizionali mercati arabi affollati di negozi e bazar dedicati allo scambio delle merci.

Pesce di ogni specie, fasolari, vongole, cozze, ricci, pesce spada, sogliole, merluzzi, sarde, spigole, gamberetti… sono solo alcune delle varietà di prodotti che si possono comprare alla pescheria di Catania. I mercanti sono spesso pescatori esperti che tramandano la passione per la loro attività di generazione in generazione. Un mestiere faticoso, che si svolge per lo più la notte, anche con il mare impetuoso. Si destreggiano tra i banchi delle loro primizie, suggerendo abbinamenti di ingredienti e i modi migliori per cucinarle. I pescatori inoltre non si risparmiano nella pulizia del pesce, accuratamente tagliato, lavato e sfilettato davanti agli occhi dei clienti. ‘A Piscaria della città del Liotro è un connubio di passato e presente; un’arte antica, quella della pesca, che vive ancora oggi grazie alla fervente attività di chi vi si dedica. Basta farsi travolgere e perché no comprare del buon pesce fresco, per sentirsi parte di una comunità poliedrica.

Scoglitti, pesce a miglio 0

Articolo e foto di Salvatore Genovese

Di solito è verso le 4 del mattino che, tempo permettendo, i comandanti dei motopescherecci di Scoglitti, frazione marinara di Vittoria, puntano la prua verso l’imboccatura del porto da cui prendono il largo, lasciandosi dietro il ribollio di biancheggianti scie che si perdono in direzioni diverse, ma con l’unico obiettivo di sfornare dal mare il loro pane quotidiano: le numerose varietà di pesce che le loro reti, e la loro abilità, riescono a catturare.

Tantissime le ore che, dal lunedì al venerdì, i pescatori dedicano al loro lavoro che si concretizza, una volta rientrati in porto, nella partizione del pescato, secondo le diverse specie ittiche, in robuste cassette di plastica che vengono, successivamente, trasferite su apposite lancitedde a remi nell’ampio locale del mercato, attrezzato con solidi bancali in acciaio, ed esposte all’attenta valutazione di commercianti e acquirenti. La vendita è a cassetta, con prezzi più bassi rispetto al dettaglio.

Nunzio Domicolo e il padre Filippo proprietari del Luna Blu mentre trasportano il pescato dal peschereccio al mercato

Tutto si svolge secondo i protocolli anti Covid, con ingressi controllati con termoscanner e contingentati nel numero, anche se quest’ultima operazione risulta oggi assai facile, visto che la clientela non raggiunge quasi mai i numeri auspicati dagli operatori ittici.

«Speriamo nell’estate – spiegano i pescatori – per avere un più vasto numero di acquirenti sia per la presenza di turisti e villeggianti, che per la prevedibile riduzione dei malefici effetti del virus grazie alle vaccinazioni».

Le prospettive di una buona ripartenza ci sono tutte; molto dipenderà dal buon senso comune che a volte, purtroppo, si perde lungo perigliose strade che portano a festicciole extra large e ad altre iniziative alquanto sconsiderate. I pesci a miglio zero di Scoglitti meritano la giusta magnificazione culinaria, ma nel pieno rispetto delle regole, senza pericolosi giochi al rialzo.

Questo vale anche per la cosiddetta piccola pesca, praticata in un’area riservata del porto da barche di piccole dimensioni con motori fuoribordo, le varcuzze. Sono 20 le postazioni nelle quali, quasi sulla battigia, effettuano la vendita diretta i loro proprietari, dopo lunghe ore passate in mare a pescare con tecniche diverse rispetto ai pescherecci. Contrariamente al punto vendita all’ingrosso, attivo dalle 15 alle 19,30, i banchetti delle varcuzze non hanno orari definiti, ma sono ciclicamente attivi dalle 8 del mattino, a seconda dell’ora del loro rientro, fino alla completa vendita del pescato. Veloci ancoraggi e rapide esposizioni sui bianchi banchetti di quanto hanno faticosamente sottratto al mare, dopo l’apertura degli ampi ombrelloni che proteggono dal sole pescatori e pesci: la contrattazione ha inizio.

Spesso la vendita avviene a voce, con i pescatori ancora sulla varcuzza, appena rientrata nella postazione assegnata.
Altro che pesce fresco! È festa per i buongustai!
A sovrintendere alle operazioni di pesca e vendita è l’Ufficio Locale della Guardia Costiera, comandato dal 1° Maresciallo Salvatore Cappello. «Abbiamo competenza sull’intera filiera della pesca – spiega Cappello – dall’attività di prelievo al consumo finale. Operiamo attraverso regolari controlli, a tutela di consumatori e operatori ittici».

 

Tonno rosso e mattanza: cronache di un rito millenario

Articolo di Giulia Monaco   Foto pescatore di Florinda Bicceri

Sulla pesca e la lavorazione del tonno gli abitanti delle coste siciliane hanno costruito la loro fortuna, tramandandosi di padre in figlio una tradizione marinara che ha attraversato i secoli.
La mattanza, antica tecnica di pesca fenicia, si diffuse in Spagna e in Sicilia durante la dominazione araba, attorno all’anno 1000. Il nome mattanza deriva dal latino mactare, uccidere: agli occhi di uno spettatore, questa si rivela, infatti, come una pratica barbara e cruenta, ma sottende profonde radici economiche e sociali, e si configura come simbolo della storia del Mediterraneo.
Quello che per certi versi appare uno spettacolo folcloristico rappresenta la lotta primitiva dell’uomo per la sopravvivenza, e richiama alla mente l’ estenuante lotta tra Santiago e il pesce nel romanzo “Il vecchio e il mare” di Hemingway: quella tra pescatore e tonno è una battaglia dura, perché richiede grande sforzo fisico, e al contempo liturgica, perché il pescatore nutre per il tonno un rispetto sacrale.

Il lavoro dei tonnaroti iniziava in primavera, quando i tonni effettuavano il loro cosiddetto “viaggio d’amore”: giungevano a branchi dall’Oceano attraversando lo Stretto di Gibilterra per trovare riparo nelle tiepide acque del Mediterraneo, in modo da deporre e fecondare le uova. Ma ad accoglierli trovavano il Rais (dall’arabo “capo”, ndr), figura dalle connotazioni quasi mitologiche che coordinava le operazioni di pesca. Era lui a scegliere il luogo in cui collocare la tonnara, un intricato sistema di reti lunghe 4 o 5 chilometri che, fissate con l’ausilio di ancore, formavano le cosiddette “camere della morte”, dove i tonni rimanevano intrappolati.

I tonnaroti, disposte le loro muciare (barche lunghe e nere, ndr) a quadrilatero attorno alle reti della tonnara, attendevano un cenno del Rais per dare inizio alle operazioni di pesca, intonando le cialome, antichi canti propiziatori simili a una nenia: un modo per invocare le divinità e al tempo stesso alleviare gli sforzi.
Progressivamente lo spazio nella rete si riduceva e i tonni, stremati dal dibattersi l’uno con l’altro, venivano arpionati e issati a bordo, mentre il mare pian piano si tingeva di rosso.
La pratica della mattanza ha attraversato i secoli mantenendo immutata la sua sacralità: prova ne è la presenza di numerose tonnare lungo le coste dell’isola. È nel 1800 che conosce la massima espansione, grazie al monopolio delle tonnare detenuto dalla famiglia Florio, che introdusse nel commercio del tonno innovazioni epocali. In seguito, un po’ per la diminuzione del pescato e un po’ per l’affermarsi di tecniche industriali, che intercettano i tonni molto prima che raggiungano le coste, la pesca tradizionale ha pian piano dovuto cedere il passo. I numerosi stabilimenti dismessi sono oggi fulgidi esempi di archeologia industriale che continuano a narrare una storia millenaria.

Ma il maestoso tonno rosso di Sicilia, noto anche come pinna blu, continua a configurarsi tra le eccellenze del Mediterraneo. Le sue carni, ricche di proteine, sono ritenute particolarmente pregiate perché appartenenti a esemplari di oltre 100 kg: il tonno raggiunge, infatti, le coste siciliane al termine delle sue migrazioni. Si è guadagnato l’appellativo di “maiale del mare”, proprio perché si presta a varie manipolazioni: dalla ficazza al paté, dalla bottarga alle conserve sott’olio, dall’affumicatura alla salagione.
Non abbiamo dubbi: il rocambolesco “viaggio d’amore” del tonno lo porta a guadagnarsi un posto d’onore nel patrimonio gastronomico della nostra isola.

 

Un papavero fa primavera

 

Articolo di Alessia Giaquinta

Lo sai che i papaveri son alti, alti alti, …” così cantava Nilla Pizzi nel celebre brano che arrivò secondo a Sanremo nel 1952. Ed è proprio vero: questo fiore che cresce spontaneamente – ed è infestante nei campi coltivati – può raggiungere gli 80 – 90 cm di altezza nelle varianti delle circa 450 specie classificate.
In Sicilia, il papavero è legato al culto di Demetra, la dea dei campi. Il mito, infatti, racconta che nei pressi del monte dove sorge Enna, la bella Persefone fu rapita dal terreno fino a cadere nelle braccia di Ade, dio dell’oltretomba che, a causa di un inganno, riuscì a sposare la fanciulla e tenerla con sé sei mesi l’anno (il periodo corrispondente all’autunno e all’inverno). Quando Demetra si accorse che la figlia Persefone era stata rapita si disperò e pianse a lungo. Per lenire la sua ansia le furono somministrati infusi di papavero.

Note, infatti, sono le proprietà emolienti, espettoranti e sedative del papavero. Già gli Egizi lo usavano per preparare bevande calmanti, poeti greci e arabi lo citano per i suoi poteri analgesici, le popolazioni celtiche invece preparavano con questo fiore dei sonniferi da somministrare ai bambini.
Non è allora difficile pensare che la dea Demetra, riuscì a calmare il proprio sconforto grazie ai papaveri. Ed è per questo motivo che, secondo leggenda, la dea apre la stagione primaverile facendo sbocciare i papaveri. La figlia Persefone, grazie ad un compromesso, trascorre i restanti sei mesi con la madre, sulla terra, motivo per cui il papavero annuncia: l’inizio della primavera, il ritorno di Persefone, la tranquillità di Demetra e, dunque, l’abbondanza dei raccolti.
Come calici scarlatti si ergono maestosi nei campi, sui cigli delle strade, nei posti più impensati, eppure sono così fragili… Un papavero in un sol giorno perde tutti i propri petali!


In Sicilia l’uso del papavero (qui chiamato “paparina”) si è protratto sin dall’antichità a scopi sedativi, culinari e anche per la preparazione di tinture rosse. Un tempo veniva usato anche per creare cosmetici per colorare labbra e guance. I semi di papavero, invece, venivano usati dagli antichi romani per la preparazione di una bevanda afrodisiaca per gli sposi. Oggi invece possono essere aggiunti nei prodotti da forno.
Bisogna prestare attenzione, però, e non improvvisare nulla. È necessario, invece, rivolgersi a un’erboristeria per le creme, gli infusi, gli sciroppi e i semi di papavero. Ne esistono talmente tante varietà che… non ci si può permettere di sbagliare. C’è “a paparinicchia sarbaggia”, “a paparinicchia spinusa”, “a vialora”, “u papaviru curnutu”, “u lloppiu”…

Come preparare l’inchiostro di papavero:

Se volete, invece, preparare in casa l’inchiostro rosso con i petali di “paparina”, seguite questa ricetta:

  • Riempite un bicchiere di petali di papavero e versate, pian piano, dell’acqua bollente.
  • Evitate di mescolare il composto per circa 24 ore.
  • Successivamente aggiungete un cucchiaio di alcool e mescolate con un bastoncino.
  • Scolate e conservate in una boccettina.