Articolo di Alessia Giaquinta e Aurora Bruno   
Foto di Giuseppe Leone

Il 19 Marzo ricorre la festività di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e santo veneratissimo in tutto il mondo con processioni, riti e, nel nostro territorio, anche con le tradizionali “Cene”.

Per comprendere l’origine della Cena di San Giuseppe bisogna ricordare che questo Santo è ritenuto protettore dei falegnami, degli orfani, delle ragazze in cerca di marito e, in particolare, dei poveri. Nel XVI secolo si legò la festività del Patriarca con l’atto caritatevole di elargire cibo ai bisognosi. Nacquero così, le tradizionali “Cene”, veri e propri momenti conviviali in cui si intreccia fede, tradizione e carità. In molte città, ancora oggi, vengono allestiti dei banchetti ricchi di cibi di ogni genere: dalle polpette di riso – simbolo di abbondanza – ai dolci tipici quali torrone, cassate, pagnuccata e mustazzola, e poi ancora focacce, calia e ogni sorta di prelibatezza offerta a coloro i quali, per l’occasione, rappresenteranno simbolicamente la Sacra Famiglia. La tradizione vuole, infatti, che tre persone (un tempo bisognose, per l’appunto) impersonassero rispettivamente San Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino.

SAN GIUSEPPE A SANTA CROCE CAMERINA

A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la tradizione viene portata avanti da molti secoli e in particolare dal 1832 quando il barone Guglielmo Vitale assegnò una rendita di tre vignali per la festa.

Oltre le celebrazioni religiose e le cene allestite nelle varie case, si svolge un’asta il cui ricavato serve a mantenere le spese della festa e ad aiutare i bisognosi. Per questa occasione si effettua una questua in cui la gente offre capi di bestiame, doni alimentari o di altro genere che verranno venduti al migliore offerente.

Le famiglie o i gruppi di persone che preparano gli altari di San Giuseppe fanno attenzione ad arricchire il più possibile la tavolata con stoffe pregiate, ricami, fiori, lampade e simboli: per l’occasione si prepara u cucciddatu, un grosso pane di forma circolare e raffigurante a varba i San Giuseppe, o ancora il bastone, le iniziali del nome del Santo o altri simboli religiosi. Al centro dell’altare il quadro della Sacra Famiglia è adornato da grano germogliato e da frutta e verdure, disposti artisticamente.

In ogni caso, non è possibile consumare il cibo prima dell’arrivo dei figuranti di San Giuseppe, Maria e Gesù. Questi vengono accompagnati da una banda di suonatori, alla casa dov’ è allestita la cena, dopo aver ricevuto la benedizione in chiesa. Giunti all’ingresso, la tradizione vuole che essi bussino per tre volte e che solo alla fine venga permesso loro di accedere. Prima di consumare le prelibatezze preparate per l’occasione, il Patriarca benedice la casa e i presenti e si lava le mani in una bacinella con acqua e vino ripetendo “o’cantu, o’cantu c’è l’angilu santu: u Patri, u Figghiu e u Spiritu Santu” (Traduzione: Accanto, accanto c’è l’angelo santo: Padre, Figlio e Spirito Santo).

 

SAN GIUSEPPE AD AUGUSTA

Ad Augusta in via Garibaldi, presso la Chiesa del Santo Patriarca, si svolge la tradizionale vendita all’incanto.

Tra le aste spicca quella relativa alla vendita del vastuni i San Giuseppi. Un dolce tipico a forma di bastone, molto lungo e di grosso spessore, confezionato a base di mandorle e nocciole tostate e di miele, opera di esperti pasticcieri locali che fanno di tutto per superarsi a vicenda nel preparare il bastone più appariscente. Detta asta ebbe un’impennata di popolarità negli anni Settanta del novecento, poiché un facoltoso augustano, emigrato in America, faceva di tutto per aggiudicarselo arrivando ad offrire grossissime somme di denaro, probabilmente per un voto fatto.

La tradizione impone anche la realizzazione della ministredda i San Giuseppe, tipica minestra locale che molte massaie augustane preparano scrupolosamente, per distribuirla ai tanti poveri della città, detta anche a miniestra maritata, a voler rappresentare lo “sposalizio” tra i vari legumi.

 

 

 

 

Articolo a cura di Omar Gelsomino Foto di Salvo Sinatra

Varcando il portone di legno di via Verdumai si entra in un mondo d’altri tempi. Per grandi e piccini è come fare un salto nel passato, tornando in un’ atmosfera suggestiva. Siamo all’interno del Teatro Museo dei Pupi Siciliani dove i protagonisti indiscussi sono le marionette di Carlo Magno e i suoi paladini, tutti personaggi tratti dai romanzi del ciclo carolingio, dei Paladini di Francia e dell’Orlando Fuorioso: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Ferrau, Angelica, solo per citarne alcuni. Oltre alla collezione di pupi siciliani, vi sono armature, costumi, scenari, libri e manifesti del primo spettacolo svoltosi nel 1918. La Compagnia ha compiuto un secolo di vita, nonostante abbia interrotto l’attività nel 1989 (anno della scomparsa di Gesualdo Pepe, che fino all’ultimo sarà regista, impresario, allestitore e soggettista), per poter essere ripresa nel 1992, grazie all’intervento dei proprietari della collezione di pupi e di alcuni privati, il teatrino è stato riaperto e riportato agli splendori originari. La vivacità dei colori di acquerelli, tempere e pastelli velati da uno strato sottile di polvere ci raccontano di quest’antica cultura popolare, lì custodita, che resiste alla costante diffusione di internet e dei social. «La compagnia nacque nel 1918  e prese il nome di “Primaria compagnia dell’opera dei pupi siciliani di Caltagirone” per volontà di don Giovanni Russo – spiega Eugenio Piazza, presidente della Primaria Compagnia -. Successivamente nella Compagnia entrò Gesualdo Pepe, genero del Russo. Un giorno venne a trovarmi in laboratorio Gesualdo Pepe, sapendo che avevo un furgone, l’amplificazione e gli effetti luci, mi chiese se potevo dare una mano d’aiuto alla compagnia e da allora con loro ho girato in lungo e in largo. Alla sua morte è rimasta ai nostri figli, a cui abbiamo trasmesso questa passione. Possediamo centocinquanta pupi, appartengono alla scuola pupara catanese: si differenziano da quelli palermitani sia per le dimensioni (più alti e pesanti quelli catanesi) sia per le tecniche di fattura e movimentazioni, di tutta l’era carolingia, realizzati dal 1918 sino al dopoguerra, agli anni ‘50 e ‘60 da Salvatore Failla mentre Francesco e Angelo Cardello si dedicarono più all’armatura. Dopo ogni spettacolo i pupi necessitano di continua manutenzione, hanno bisogno di essere saldati, cuciti, di restauri periodici e trattamenti specifici del legno, le armature devono essere lucidate, ogni paladino porta un’anima dentro e con lui si muovono i valori della patria, del sacrificio e dell’amore. Ogni pupo è un attore e noi gli diamo l’anima. Il vero spettacolo,  che avviene dietro le quinte,  è compiuto dai manovratori e dalle voci narranti». In occasione del centenario della Compagnia sono stati diversi gli eventi organizzati: l’inaugurazione della Mostra museo dei pupi siciliani, spettacoli e laboratori.

La compagnia è composta da: Eugenio Piazza, presidente della Compagnia e voce; Gesualdo Pepe, (figlio di Salvatore Pepe) capomanovratore; Michele Piazza (capomanovratore), Giuseppe Piazza e Giuseppe Pepe, manovratori; Stefania Piazza, voce femminile; Giuseppa Mangano, vicepresidente della Compagnia; Rossella Pepe e Massimo Vicari, collaboratori e Franco Schiavone, segretario organizzativo spettacoli del centenario. «Continueremo a tramandare questa forma di spettacolo popolare, nelle scuole e non solo, così come c’è stata tramandata, auspicando che la Regione Siciliana si ricordi che rappresenta la tradizione e la storia della nostra terra, che non può essere dimenticata» conclude Eugenio Piazza. Dichiarata nel 2001 dall’Unesco capolavoro del Patrimonio orale e materiale dell’Umanità e nel 2008 tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità l’Opera dei pupi è un testamento culturale giunto fino ai giorni nostri e come tale va conservato e tramandato, perché assistere ad uno spettacolo significa tuffarsi nel passato della Sicilia e rivivere quelle atmosfere popolari che oramai scomparse.

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

La cucina siciliana è ricca di aromi e colori, altrettanto forte e generosa come la nostra terra, carica d’inventiva che permette di conquistare qualsiasi tipo di palato. È una cucina piena di storia, migliorata nel corso dei secoli, valorizzando le esperienze dei popoli che hanno dominato l’isola. I Greci, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli con le loro scoperte hanno arricchito anche la nostra tavola. Noi siciliani abbiamo custodito e tramandato nel corso dei secoli queste scoperte, arricchendo la nostra cucina di tradizioni uniche al mondo. C’è un periodo in Sicilia, carico di ritualità e magia, dove queste tradizioni sono celebrate e prendono forma dai più antichi ricettari di famiglia tramandati da madre in figlia: il Natale! Un tempo, nel periodo che precede le festività natalizie, le massaie si riunivano nelle case delle commari, munite di forno a legna e di ampi spazi per accoglierle tutte, e lì insieme preparavano i dolci che avrebbero deliziato i ricchi banchetti delle festività. Tra questi, uno in particolare ricorda il Natale e racchiude in sé la storia della cucina siciliana: il Nucàtolo, inserito nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Il dolce è diffuso in Sicilia in numerose varianti, sia per la composizione sia per la forma; l’elemento in comune di tutte le versioni è l’utilizzo della frutta secca, tra cui mandorle, noci o fichi secchi e un mix di varie spezie. Sull’origine del nome esistono due versioni: quella latina dal termine nucatus, ovvero nociato (dolce a base di noci), e la versione araba da naqal, insieme di frutta secca.
A Palermo, la tradizione vuole che siano state le monache del Monastero di Santa Elisabetta a produrre dei Nucàtoli eccezionali, piccoli cuscini di pasta frolla glassata, ripieni di frutta secca, di solito modellati a forma di “S” o di sigaro, versione diffusa anche a Ragusa e Modica. Nel messinese si aggiunge l’acqua di rose che conferisce al biscotto maggiore aromaticità. A Butera il Nucàtolo è privo della pasta frolla esterna, si presenta come un biscotto con impasto a base di mandorle, cannella e scorza di arancia, glassato con il cosiddétto rasto (nel dialetto siciliano gileppu), una crema dura a base di zucchero, bianco d’uovo e limone, modellato in varie forme, tra cui il cuore e la stella. Una versione della ricetta è simile a quella diffusa a Grammichele, dove nell’impasto si aggiunge il cacao e la glassa può anche essere al cioccolato. La ricetta buterese è anche simile a quella dei Nucàtoli di Vizzini, dove il cacao è aggiunto alla glassa, e come ci racconta Pietro La Rocca, nel saggio “Nucatuli, marmurati e altri dolci festivi vizzinesi”:“la forma ricorda quella di un piccolo cavallo con tre propaggini, una per la testa e le altre per le gambe. Il cavallo si riferisce all’economia del territorio di Vizzini, che è legata alle attività contadine”.
Sicuramente si tratta di ricette che sono state create in origine nei monasteri, dove si sviluppò l’arte della pasticceria siciliana, poi tramandate nel corso dei secoli, utilizzando ingredienti che più si adattavano al proprio palato ma anche alla disponibilità delle materie prime presenti in ciascun territorio. È così che nascono le diverse varianti di questo dolce, di cui ogni città ne vanta la paternità.

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Biagio Tinghino

Ci sono pietanze e ricette che si perdono nella notte dei tempi, gustarle è un vero privilegio!
Se vi piacciono le storie e le tradizioni antiche voglio parlarvi di un luogo dove l’uva è la regina. Si tratta di un piccolo borgo contadino, quasi sconosciuto, Granieri, nel territorio calatino dell’entroterra siciliano.
Siamo nel periodo della vendemmia, l’odore dolce-acre dell’uva invade il borgo. Un ritorno ciclico, confortante, particolarmente atteso e sentito perché qui ancora si respira la tradizione, perché nonne e mamme, a volte aiutate dalle generazioni più giovani, iniziano i riti annuali della preparazione del mosto, del vino cotto e della mustata (e non mostarda come molti erroneamente dicono).
Si sente spesso parlare del vino cotto, ma pochi lo conoscono. È uno sciroppo dolce fatto con il mosto d’uva, introdotto dagli antichi Romani che lo ereditarono a loro volta dai Greci delle colonie del sud Italia. Il vino cotto spesso viene paragonato a un elisir perché ha mille proprietà. Quasi privo di alcool, è usato come sciroppo per la tosse, impiegato per massaggiare e lenire la pelle. È inoltre un ottimo dolcificante naturale e, diluito con acqua fredda, costituisce una bibita fresca e dissetante.
Tra le numerose preparazioni in cucina, è consigliato per secondi piatti a base di carne di maiale (in particolare il filetto di maiale dei Nebrodi), si accompagna ottimamente ai formaggi a pasta dura ma sopratutto è l’ingrediente base di molti dolci autunnali, ai cui impasti conferisce un colore caramellato. Si può anche usare per guarnire gelati e torte di cannella e ricotta. Anticamente era tradizione regalarne una botticella a ogni nuovo nascituro che l’avrebbe aperta soltanto nel giorno del matrimonio. Il vino cotto oramai è una rarità ed è considerato un prodotto di nicchia, invece, la mustata viene ancora tramandata come la tradizione di un dolce “povero” dei nostri nonni che neanche la globalizzazione è riuscita a cancellare. Ogni famiglia ha un suo ingrediente segreto, anche se la ricetta base differisce poco da una preparazione all’altra.
Questo dolce veniva preparato dalle famiglie dei contadini per donarlo soprattutto ai bambini oppure era offerto in occasione d’importanti cerimonie come battesimi e matrimoni.
Il mosto (mustum, in latino) è l’ingrediente base di questo dolce che nel dialetto siciliano viene appunto chiamato, mustata. Essa, ancora calda, si versa nelle tipiche formelle di ceramica di Caltagirone (che spesso sono tramandate di generazione in generazione) le quali ornano i dolci, dopo sformati, di bellissimi decori e frasi che a volte sono una sorta di dolce comunicazione. Si mette ad asciugare al sole per un paio di giorni rigirandola di continuo. In seguito, si può conservare in carta oleata o in barattoli con foglie secche di alloro. Ricordo ancora quando a furma ri mustata (forma di mustata) veniva regalata a noi bambini in occasione della festività dei “morticini” (commemorazione dei defunti) insieme ai pupi ri zuccaru (pupi di zucchero), alla frutta martorana e qualche forma di cotognata.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Totò Messina

La cuccìa è un piatto semplice ed essenzialmente povero ma, al contempo, carico di storia e mito.

A base di grano bollito, nella variante dolce o salata, la cuccìa viene consumata tradizionalmente in Sicilia il 13 Dicembre, in occasione della memoria liturgica di Santa Lucia.

L’origine della cuccìa, infatti, sembra essere legata a eventi miracolosi avvenuti proprio per intercessione della giovane Santa siracusana.

La tradizione tramanda, in modo particolare, due eventi prodigiosi – avvenuti rispettivamente a Siracusa e Palermo – utili a spiegare la tradizione di preparare la cuccìa, il 13 Dicembre.

Si narra che nel 1646, durante la dominazione spagnola, Siracusa fu colpita da una grave carestia. Per questo motivo il vescovo di allora, Mons. Francesco d’Elia indisse otto giorni di preghiere attorno alla statua di Santa Lucia, presso il Duomo di Siracusa. Il 13 Maggio, durante la celebrazione di una messa, improvvisamente una quaglia entrò in chiesa e si posò sul simulacro della Santa. L’evento, particolarmente suggestivo, fu interpretato come un segno di Santa Lucia come risposta alle numerose preghiere del popolo. In effetti, uscendo dalla chiesa, furono avvistate delle navi cariche di frumento e agrumi, pronte a sfamare la popolazione. I siracusani riconobbero il miracolo operato dalla Santa loro concittadina e, per questo motivo, celebrano ancora oggi una festa di ringraziamento nel mese di maggio – per l’appunto – ricordata come Santa Lucia delle Quaglie. Da questo evento miracoloso pare nasca la tradizionale cuccìa: talmente era la fame che, in quell’occasione, il grano non venne molito per farne farina ma fu consumato in fretta, semplicemente bollito.

Altro evento prodigioso, di uguale natura, pare avvenne a Palermo proprio il giorno del martirologio di Santa Lucia, il 13 Dicembre. In città non c’era più frumento e i palermitani, radunati nella Chiesa di S. Maria di Valverde, pregavano per ottenere la grazia di essere sfamati. Fu così che, presso il porto di Palermo, giunse un bastimento carico di frumento che venne immediatamente distribuito alla popolazione. Pure in questo caso i chicchi di grano furono consumati integralmente, dopo esser stati bolliti e conditi con sale e olio. Poiché il miracolo avvenne il 13 Dicembre, i palermitani riconobbero l’intercessione di Santa Lucia e, anche per questo motivo, dedicarono alla Santa un importante altare, riccamente decorato, nella Chiesa suddetta.

La tradizione, per questo, vuole che il 13 Dicembre, in memoria degli eventi sopra citati, si faccia il “Digiuno di Santa Lucia” che consiste nell’astenersi dal consumo di farina di grano, e dunque il digiuno da pane, pasta, pizza o biscotti. In sostituzione di questi alimenti si preparano panelle, riso, arancini e l’immancabile cuccìa.

La parola stessa pare derivi dalla voce siciliana “cocciu” ossia granello (di frumento) e, a sua volta, si lega al greco tà ko(u)kkía che significa i grani.

Questo piatto, oltre ad avere un importante significato storico-religioso, è legato anche all’abbondanza e alla prosperità. I chicchi, infatti, sono innumerabili e rappresentano, in natura, qualcosa che deve morire per germogliare, per nascere a vita nuova, divenendo così simbolo di buon auspicio. In questo modo ci spieghiamo anche perché lanciamo il riso agli sposi o mangiamo la lenticchia a Capodanno.

È in quest’ottica che possiamo spiegare il rito di distribuire la cuccìa ai familiari, amici e vicini di casa.

A oggi, esistono tanti modi per preparare questo tradizionale piatto: la cuccìa si arricchisce di legumi, aromi e spezie nella versione salata, oppure di ricotta, cannella, cioccolato, miele o zucchero nella variante dolce.

Insomma: la cuccìa da pietanza povera e semplice ha subìto un’elaborata evoluzione non solo nelle ricette ma anche nella cultura, perdendo purtroppo la carica devozionale che la caratterizzava.

Eppure esiste ancora chi, prima di mangiare la cuccìa, non dimentica di dire un Padre Nostro e un’Ave Maria di ringraziamento, portando avanti così non solo una tradizione ma una ritualità che è incompleta se separata dalla propria fonte originaria.

Opera dei pupi. F.lli Napoli

Opera dei pupi. F.lli Napoli

Opera dei pupi. F.lli Napoli

Articolo di Angelo Barone e Foto di Samuel Tasca

Da tempo desideravo scrivere e raccontare dell’Opera dei Pupi come facevano i “Cuntastorie” (da non confondere con i “Cantastorie” che trattano le storie attraverso il canto) sia per i fantastici ricordi dell’infanzia che per il contributo dato alla formazione e crescita culturale della generazione di mio padre.  Nel secolo scorso fra gli spettacoli teatrali e musicali popolari c’erano il teatro dell’Opera dei Pupi e i Cantastorie che si esibivano in tutte le piazze. Ti raccontavano storie ed epopee fantastiche… i Paladini di Carlo Magno, Orlando e Rinaldo in lotta contro i saraceni: Agramante, Ferrau, Agricane, Rodomonte, Marsilo e Mambrino. Cristiani contro pagani: si lottava per la fede, l’amore, l’onore e si disprezzava il tradimento di Gano di Magonza. I Cuntastorie contribuiscono a fare diventare le storie esempi di riscatto sociale e di giustizia e le esibizioni diventano occasioni di ritrovo sociale e veicolo di arricchimento culturale e di conoscenze. I personaggi entravano nella vita quotidiana delle persone e Pippininu nell’opera catanese fa sentire la voce del popolo, indossa la livrea settecentesca e parla il dialetto catanese. Quante volte sentivo mio padre dire “Gano di Magonza” per parlare di un traditore o “Rinaldo” per esprimere fierezza e coraggio. Ecco: questo legame con la memoria di mio padre mi ha spinto a cercare i nipoti di don Gaetano Napoli fondatore della Compagnia nel 1921. È stata bella esperienza conoscere i fratelli Napoli: Fiorenzo, Giuseppe, Salvatore e Gaetano; il cugino Alessandro; Agnese, moglie di Fiorenzo, e i loro figli Davide, Dario e Marco. Emozionante vedere all’opera tutta la compagnia con la terza generazione che recita e la quarta che apprende. Questa è una famiglia che ha vissuto e continua a vivere in simbiosi con i propri pupi: li creano, li vestono, gli danno voce, li accudiscono e li curano come figli: hanno vissuto nella stessa casa e dormito nello stesso letto.

Andarli a trovare in via Reitano, 55 a Catania è stata una esperienza unica: in quella casa ci sono pezzi importanti di cultura popolare e tracce indelebili di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo nazionale: Domenico Modugno, Paolo Panelli, Bice Valori, Lina Wertmuller, Garinei e Giovannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Sui muri ci sono grandi riconoscimenti come il Praemium Erasmianum, ricevuto nel 1978 dai Reali di Olanda, attribuito a persone e istituzioni che per la loro attività hanno arricchito la cultura europea.

La marionettistica dei fratelli Napoli opera dal 1921: il capostipite è stato don Gaetano Napoli e successivamente la cura dell’impresa è passata ai suoi figli Pippo e Natale. A quest’ultimo si deve la conservazione della tradizione dei pupi a Catania. Insieme a lui sempre la bella moglie Italia Chiesa, elegante e diplomatica, gestiva con naturalezza i rapporti con i grandi dello spettacolo e nello stesso tempo realizzava i costumi alle marionette, aiutava i figli nei loro percorsi scolastici e soprattutto dava voce, passione e signorilità ai personaggi femminili del teatro. Oggi è un piacere ascoltare Fiorenzo che racconta con passione la storia dell’Opera dei Pupi sia ai visitatori in bottega che nelle tante scuole dove lo invitano. Noi, di Bianca Magazine, lo vogliamo sostenere in questa sua tenace battaglia per realizzare un Museo e aprire il Teatro dell’Opera dei Pupi nei locali delle Ciminiere in viale Africa.  Finalmente nei giorni scorsi, il sindaco Enzo Bianco, come uno degli ultimi atti di sindaco metropolitano, ha firmato la concessione del Teatro delle Ciminiere alla Marionettistica dei fratelli Napoli. L’Opera dei Pupi nel 2001 è stata inserita nel programma Unesco “Capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”; successivamente, dopo l’approvazione a Parigi nel 2003 della “Convezione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale”, è stata confermata nella “Intangibile Heritage List” nel 2008. Aprire il Teatro e realizzare un Museo dell’Opera dei Pupi a Catania deve essere l’impegno di tutte le istituzioni.

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Michele Buscema e Martina Melina

A Grammichele, l’8 maggio si è rinnovata la festa dei Santi Patroni San Michele e Santa Caterina. Una festa ricca di fede, devozione, tradizioni e folclore che da diversi anni si continua a migliorare grazie all’impegno di Francesco Tornello e Gianfranco Viola che, nel 2001 hanno dato vita all’Associazione dei Devoti. La sua nascita ha stimolato la partecipazione e la devozione ai Santi Patroni di tanti giovani che ogni anno si prodigano per raccogliere donazioni e organizzare al meglio tutti gli eventi. L’impegno profuso da questi giovani si esalta e trova appagamento nel portare a spalla i Santi Patroni, una tradizione questa che si era persa nel corso degli anni.

L’uscita trionfale dei Santi Patroni e il rientro nello scenario della piazza esagonale con musiche, luci, colori e giochi pirotecnici è uno spettacolo unico. Il percorso della processione segue la tessitura urbana di Grammichele, voluta dal suo fondatore il Principe Carlo Maria Carafa, che “nasce all’insegna del sei e dei suoi multipli e sotto multipli: sei lati, sei anelli, sessanta isolati nei sestieri e sessanta nei borghi, tre assi principali. Sei numero perfetto per i matematici e sacro per i teologi” come scrive Giuseppe Palermo ne La Città Perfetta. “La geometria, tuttavia si riveste dei panni della religione perché il Principe conferì alla nuova città una toponomastica sacra” che il percorso della processione ci aiuta a leggere con l’ordine di successione dei sestieri voluti dal Principe, a partire dal primo che non poteva essere quello di San Michele e a seguire in senso orario San Carlo, Santa Caterina, SS. Annunziata, San Rocco e SS. Angelo Custode. Anche nelle novità della festa di quest’anno la regola del tre è stata rispettata con i tre finti rientri e le tre porte aperte della Chiesa Madre. Sin dalla traccia del disegno il Principe aveva individuato in San Michele il nome della città e del Santo Protettore da affiancare a Santa Caterina, già venerata in Occhiolà, nella lastra di ardesia, dove è disegnata la pianta di Grammichele, è inciso “Si vanta di mutare in buon augurio il grande nome di San Michele, affinché la terra tremi per l’ossequio, non per la rovina“. fonte: La Città Perfetta.

Tutti i cittadini e i tanti visitatori hanno apprezzato l’impegno dell’Associazione dei Devoti, guidata dall’infaticabile presidente Francesco Tornello, per la cura e la qualità della scenografia che ha esaltato la bellezza e la maestosità della piazza. Tutta la manifestazione è stata finanziata esclusivamente da donazioni private, compresi tutti i lavori di restauro della vara, delle statue e della cappella dei Santi Patroni realizzati in questi anni. Nel 2010 fu realizzata la vara in copia originale. Nel 2015 furono donati gli argenti che decorano le statue, che negli anni ’80 erano stati rubati, l’anno scorso è stata restaurata la cappella che custodisce i Santi Patroni. Di recente sono state realizzate le ali in argento per la statua di San Michele e in processione sono state portate due importanti reliquie: un frammento di roccia proveniente dalla Grotta di Monte Sant’Angelo in Puglia, dove apparve San Michele l’8 maggio 490 d.C., e una reliquia del vestito di Santa Caterina.

Accanto alla statua del Principe si discuteva di poter inserire tra gli itinerari turistici religiosi promossi della Regione Siciliana, insieme alle più note Sant’Agata e Santa Rosalia, la festa di San Michele e Santa Caterina. L’assessore regionale al Turismo, Anthony Barbagallo, dava la disponibilità per una valutazione e il Principe annuiva positivamente, ma con lo sguardo ci ha ricordato di aver fatto tanto e che ora tocca a tutti noi cittadini di Grammichele adoperarci. Noi di Bianca Magazine lo abbiamo detto, nel numero precedente abbiamo trattato di Sant’Agata, e per il prossimo andremo da Santa Rosalia convinti che Francesco Tornello e l’Associazione dei Devoti possano continuare a stupire tutti.

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Foto Astuto

Con l’avvicinarsi della Pasqua si rinnovano i riti della Settimana Santa, fervono i preparativi delle processioni a Grammichele che vedono protagoniste le Confraternite del SS. Sacramento della Chiesa dello Spirito Santo e delle Anime Purganti della Chiesa di San Leonardo già presenti in Occhiolà sin dal ‘600.

Tra tutte le istituzioni e associazioni civiche e religiose le Confraternite sono quelle che più di tutte mantengono e rafforzano il legame tra la nuova città moderna e unica per la sua forma urbanistica e il vecchio borgo medievale di Occhiolà distrutto dal terremoto del 1693.

Ad Occhiolà, come scrive Angelo Amato nella sua “Indagine tra memorie storiche e tradizioni”, le Confraternite erano l’unica forma associativa civile in cui confluivano ricchi e poveri, gentiluomini, nobili, professionisti, artigiani, massari, contadini e manovali. Prevalentemente si prefiggevano lo scopo di solennizzare con la propria partecipazione le pratiche di culto e le processioni religiose, partecipando con stendardi e vessilli e indossando abbigliamenti che facevano sfoggio dei colori loro assegnati dal principe Federico Colonna, il 20 giugno del 1628, con una ordinanza scritta a Militello, nella quale delibera  “che i loro confrati  tanto nelle processioni, quanto fuori, non portino altri colori che l’infrascritto per noi determinati e assegnati ad ognuna di dette Confraternità: la Confraternità dello Spirito Santo il colore rosso…; la Confraternità di Santa Caterina il colore giallo…; la Confraternità di Santo Leonardo il colore verde…”.

Le tre Confraternite presenti ad Occhiolà operavano seguendo le indicazioni del Concilio di Trento (1545-1563), curavano l’assistenza sociale, si prendevano cura degli ammalati e si facevano carico delle esequie e delle sepolture dei confrati defunti.

Ancora oggi, a Grammichele, sono tanti i confrati, che insieme ai loro attuali governatori Francesco Montalto della Confraternita del SS. Sacramento e Francesco Schiacciante della Confraternita delle Anime Purganti che continuano a mantenere vivo il culto della fede, praticare la solidarietà, rispettare le tradizioni, farsi carico delle esequie dei confrati defunti. Di particolare pregio artistico sono le cappelle presso il cimitero comunale delle due confraternite.

Molto suggestiva è la loro presenza nelle pubbliche funzioni con i loro stendardi costituiti da drappi di seta ricamati ad arabeschi in oro sospesi su una asta lunga tre metri e flessibile, sostenuta da cinghie di cuoio, che con gran peso e fatica, gravano sui fianchi del portastendardo. I confrati vestono un sacco di tela bianco con sopra una mantelletta corta di seta” mozzetta” o il “pettoforte”, ossia, una pettiera di seta con ricamato in oro l’immagine del Santo a cui è intitolata la Confraternita.

Nei giorni di mercoledì e di venerdì santo le confraternite insieme alle autorità civili, religiose e militari guidano le processioni del Cristo alla Colonna e del Cristo Morto lungo un itinerario che attraversa i luoghi simbolo della fede nella Resurrezione, individuati sin dalle origini nella geometria della nuova città. Quest’anno la processione del Cristo alla Colonna si farà la domenica delle Palme.

Tra i simulacri, veneratissimo è il Crocifisso ligneo donato agli occhialesi dal barone Antonio Sinatra nel 1646 e oggi, come allora, custodito nella Chiesa di San Leonardo. Una attenta ricerca del confrate Luigi Gismondo, coadiuvata dal professore Giuseppe Palermo, ha attribuito a Fra Umile la realizzazione della preziosa opera artistica che nell’anno del Giubileo della Misericordia, eccezionalmente, è stato portato in processione con grande partecipazione popolare.

A Grammichele tutte le feste si vivono nello scenario della città perfetta, dove fede, folclore e tradizioni rendono tutto sempre più suggestivo e vi assicuro che ogni occasione è utile per visitarla e apprezzarne la bellezza.