A Sutera il suggestivo presepe vivente che celebra la memoria storica e il territorio

di Patrizia Rubino, foto di Nino Pardi

Il periodo delle vacanze natalizie può essere un’occasione perfetta per scoprire le innumerevoli e talvolta sconosciute meraviglie della nostra isola. Spesso piccole realtà, per dimensione e popolazione ma con un importante patrimonio, storico artistico e paesaggistico. Come Sutera, comune della provincia di Caltanissetta, meno di 1300 abitanti, dal 2013 uno dei borghi più belli d’Italia, per le sue bellezze naturali e architettoniche, amate anche dal regista Michael Cimino che girò qui parte del suo film “Il siciliano”.

Il paese, che si sviluppa tutt’attorno al monte San Paolino, detto “la rupe gessosa”, è un tipico borgo medievale ma sono presenti elementi architettonici dell’antica civiltà araba nel quartiere Rabato, dall’arabo rabat, borgo, disseminato di casette in pietra e dammusi, su una fitta e tipica ragnatela di viuzze, presenti anche i resti di una moschea visibili accanto alla chiesa madre Maria SS. Assunta. Rabatello e Giardinello sono gli altri due quartieri di Sutera con edifici di più recente costruzione. Merita una visita il Santuario di S. Paolino, situato sulla cima dell’omonimo monte alto circa 800 metri, raggiungibile da una scalinata. Da qui si gode una vista mozzafiato che va dall’Etna fino al golfo di Agrigento. Di notevole interesse il colle San Marco, un importante sito archeologico, in cui è presente una piccola cappella di epoca bizantina. Da non perdere il Museo Etnoantropologico, uno dei più ricchi centri museali dell’entroterra siciliano; qui sono ricreati gli ambienti delle case di fine Ottocento, con tanto di arredi e suppellettili, e poi arnesi di lavoro, originali, di artigiani, contadini e antichi professionisti. E ancora abiti, divise e cimeli della prima metà del Novecento.

Ma c’è un’altra ragione per visitare Sutera dal 26 dicembre al 7 gennaio, un evento suggestivo che richiama ogni anno decine di migliaia di persone, giunto alla sua XXIII edizione: il presepe vivente. Una manifestazione che per la sua importanza e peculiarità è nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, organizzata con grande cura e passione dall’associazione Kamicos, con il patrocinio del Comune e la collaborazione della parrocchia della chiesa madre. «Si tratta di un evento che è cresciuto nel tempo – racconta Paolino Scibetta, presidente dell’associazione Kamicos – dal semplice allestimento della grotta con la Natività, di circa trent’anni fa, oggi riproponiamo uno spaccato della vita contadina di fine ‘800, su un percorso in cui si snodano circa 40 postazioni, con oltre cento figuranti, in ciascuna delle quali è fedelmente ricostruita un’attività del tempo con attrezzi originali».

Cornice straordinaria della manifestazione è il quartiere arabo Rabato; quì il tempo sembra essersi fermato, le strette viuzze e le casette in pietra, fanno da scenario perfetto ai quadri viventi di antichi mestieri, per citarne alcuni; il calzolaio, il falegname, il pastaio, la “putia”, antica bottega di generi alimentari, al “conzapiatti”, colui che riparava i piatti rotti, o ancora la tessitrice, con un telaio originale di fine ‘800. L’atmosfera è animata dagli strilli degli antichi venditori e dai caldi suoni dei canti natalizi ad opera di due gruppi di musicali che si alternano nelle vie.

 

Apprezzatissime, inoltre, dai visitatori le degustazioni di prodotti tipici e antiche pietanze; le uova sode, il pane “cunzato” con olio locale, la ricotta calda, la tuma, i vini del territorio e persino una bella minestra calda di “ciciri”, e “i minnulicchi”, frittelle calde ricoperte di zucchero. «Prodotti e fornitori sono esclusivamente locali – tiene a precisare Scibetta – perché l’evento rappresenta un’occasione in senso ampio di valorizzazione del nostro territorio». Il giro si conclude con la visita alla grotta della Natività, situata nella parte più alta del Rabato, anche qui si rispetta una bella tradizione: San Giuseppe è da oltre trent’anni il signor Onofrio Di Franco, suterese doc e Gesù bambino è sempre l’ultimo nato di Sutera.

A strina di Natali

di Eleonora Bufalino

Anche in Sicilia il Natale è una delle festività più intrise di magia. Le giornate trascorrono spesso attorno a una tavola imbandita di panettoni, dolci e leccornie varie… ci si diverte con i giochi delle carte, si vivono momenti ormai sempre più rari di aggregazione, ci si abbandona a ricordi che allietano le fredde sere invernali. Famiglie e amici attendono la mezzanotte, apprezzando il tempo del riposo e della condivisione. In quest’atmosfera calzano a pennello le storie del passato e i richiami alle leggende, ai simboli e alle antiche tradizioni siciliane, come quella della “strina di Natali.

 

In italiano si traduce con “strenna”: essa fa riferimento ai regali fatti o ricevuti in occasione delle festività natalizie. Per comprendere il significato di questa usanza, indubbiamente di buon auspicio, bisogna arrivare sino ai tempi dell’Impero Romano quando durante i Saturnali, ovvero i festeggiamenti dedicati al dio Saturno che si svolgevano tra il 17 e il 23 dicembre di ogni anno, era consueto scambiarsi doni augurali dal modesto valore, oltre ad imbandire banchetti e offrire sacrifici agli dei. Il termine ricalca il latino strēnae, regalo di augurio positivo, che discende a sua volta dal nome della dea Strenia. Quest’ultima era una divinità molto cara ai Romani, poiché simbolo di salute, fortuna e rinascita… elementi che si speravano potessero accompagnare l’inizio del nuovo anno. In onore della dea vi erano, sulla Via Sacra a Roma, un altare e un bosco sacro, da cui si raccoglievano ramoscelli d’alloro come omaggi da scambiarsi durante i giorni precedenti il Natale. Nonostante il passare dei secoli e l’abbandono del paganesimo, questa tradizione ha cambiato forma e assunto differenti nomi nelle varie zone dell’isola, ma non ha mai smesso di esistere, continuando a rappresentare un augurio di prosperità e speranza di un futuro roseo.

 

Così, con il trascorrere del tempoa strina di Natali” si è mescolata con la figura femminile; come la divinità Strenia simboleggiava la rinascita, la donna era simbolo per eccellenza di abbondanza e procreazione. L’inizio di un nuovo ciclo solare veniva visto come una rigenerazione; il vecchio lasciava il posto alla novità e il periodo natalizio era perfetto per ricalcare questa convinzione ed esaltare l’immagine di una donna che, facendo la sua comparsa nelle rigide notti che precedono il 25 dicembre, rappresenta il passaggio a vita nuova.

 

La strina di Natale divenne allora una “vecchietta”, simile al personaggio della befana ma al contempo differente, che nelle notti di Natale e di Capodanno arrivava dai boschi e dalle montagne dell’isola, invocata dai canti, dalle antiche nenie e dagli schiamazzi della gente riunita intorno al focolare.

La connessione con la divinità romana rimase a lungo intaccata; la Strina viveva nei luoghi più oscuri e solitari in mezzo alla natura e agli animali selvatici, ma tra dicembre e gennaio faceva la sua comparsa coperta da un mantello nero e bianco; il buio e la luce, la morte e la vita che s’intrecciano. Persino i bambini potevano aspettare la “vecchia” alla Vigilia del Natale e dell’ultimo dell’anno, intonando filastrocche e mangiando sino a notte fonda, per scoprire chi si era comportato bene nei mesi addietro e meritava perciò i suoi doni. Il frastuono di quei momenti allietava la serata e trepidanti si aspettava l’arrivo della Strina, in un clima festoso, fatto di mistero e riverenza. Dolciumi, spezie, canditi, i cibi più buoni della cucina siciliana… ma non solo: sciarpe, maglioni e giocattoli per i più piccoli, portava la vecchietta!

 

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso questa tradizione era molto sentita in molte città e paesi della Sicilia. Adesso è quasi una reminiscenza passata; eppure nei ricordi dei più anziani, “a strina di Natali” rimarrà per sempre la vecchia che porta regali natalizi di ogni genere e in qualche piccolo borgo dell’entroterra questa usanza dalle origini lontanissime non è affatto dimenticata.

Uno degli ultimi cantastorie: Peppino Castello

di Alessia Giaquinta, foto di Gaetano Donzella

Può considerarsi un privilegio, oggi, sentire cantare e “cuntare” un cantastorie. Questi poeti ambulanti – eredi dei giullari di corte medievali – non sono un rimasuglio del passato, bensì preziosi custodi dell’identità e dell’anima della nostra terra, della sua lingua, delle sue storie e tradizioni, dei suoi problemi e delle sue meraviglie.

Peppino Castello, di Monterosso Almo, è uno dei pochissimi cantastorie esistenti. Accompagna i suoi cunti con la chitarra o la fisarmonica e con una mimica facciale sempre eloquente, affidando alle sequenze di un cartellone dipinto a mano, invece, il compito di rendere visivamente i fatti narrati.

Chi ascolta resta ammaliato, sempre.

Quando e come hai cominciato a fare il cantastorie?

«Nel dicembre 1994, all’interno del Presepe Vivente di Monterosso. Durante la manifestazione, per la prima volta, ho raccontato e cantato la storia “U Baruni re Canalazzi”, tratta dal libretto omonimo la cui lettura fu per me quasi una folgorazione».

Come sei diventato cantastorie?

«Io non ho ereditato da alcun familiare il mio “essere Cantastorie”, né ho preso lezioni da qualcuno di mia conoscenza. Avevo ascoltato, nella mia fanciullezza, il cantastorie Ciccio Busacca che cantava la storia di Salvatore Giuliano, per cui ricordavo questa figura che veniva di tanto in tanto nel mio paese. Mi sono, poi, innamorato della musica popolare siciliana e dei suoi autori. Ad aiutarmi a portare avanti questa passione è stato l’aver imparato da autodidatta a suonare chitarra, fisarmonica e organetto, oltre a possedere già una discreta capacità di disegnare e dipingere».

Quali temi affronti nei tuoi cunti?

«I temi del mio repertorio sono variegati e vanno dalle leggende agli eventi di attualità; dalla riproposizione di storie classiche dei vecchi cantastorie al mondo ricco di trasmissione orale dei poeti cuntastorie. Ho scritto storie tratte da testi letterari come La Lupa e La Libertà di Verga, Profumo di Capuana, i Birritti e i Cappeddi di Serafino Amabile Guastella. Un altro filone che caratterizza la mia produzione è quello civile e sociale: la lotta alla mafia, l’emigrazione, i rapporti di forza tra gli Stati, la speranza di una vita senza le guerre e lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo. Particolarmente importante è stato, per me, il tema della legalità. Sono molto legato alla storia di Falcone e Borsellino, scritta dopo uno studio approfondito sulle vicende dei due giudici di Palermo. Questa storia mi ha portato in molte parti dell’Italia, in particolare a Palermo in occasione della commemorazione dell’uccisione di Borsellino, a Roma con Libera e in molte scuole e associazioni».

Il cantastorie potrebbe apparire una figura anacronistica. È così?

«Per me è anacronistica una figura di qualunque genere se non se ne vedono esempi vivi e reali. Posso affermare che quando canto e recito, sento che l’attenzione per le cose che racconto è viva e partecipata!».

I tuoi racconti sono stati oggetto della tesi di laurea del noto cantautore Mario Incudine.

«La tesi sulle mie storie è stata assegnata a Mario dal titolare della cattedra di Etnomusicologia di Palermo, professore Sergio Bonanzinga, che aveva avuto modo di ascoltarmi in precedenza. Confesso di aver provato una grande emozione quando venni a sapere della cosa. Io conoscevo di fama Mario Incudine e seguivo la sua attività multiforme in tutta Italia. L’occasione dell’elaborazione della tesi mi ha dato modo di conoscerlo meglio, avendolo più volte ospite a casa mia. Recentemente mi è stato annunciato che la tesi sarà pubblicata a cura della Facoltà di Palermo. Spero che questo lavoro possa essere presentato anche a Monterosso».

Progetti imminenti?

«Ho appena concluso la storia sulla figura di Maria Occhipinti, una donna di Ragusa costretta a lasciare la sua città, per la difficoltà di vivere una vita sociale e partecipativa in una società che imponeva alle donne di non avere altri interessi al di fuori della casa e della famiglia. È una storia interessante e affascinante a cui pensavo da tempo, e che spero di potere al più presto presentare».

pellegrinaggio madonna dell'alto

Pellegrinaggio della Madonna dell’Alto. Un cammino in ascesa, oltre la fede

Di Giulia Monaco   Foto di Valerio Li Puma

Il mese di agosto è, in Sicilia come altrove, il mese più acclamato dell’anno: eventi, musica, euforia, clima vacanziero. Frotte di turisti e viaggiatori affollano le spiagge, ciarlano nei lidi, cicaleggiano nei bar delle piazze cercando riparo dalla calura estiva.

Ma esiste un altro tipo di viaggio che si nutre di raccoglimento e di silenzio. Un viaggio la cui meta è un luogo di culto, una chiesa rupestre o un vecchio santuario, ammantato di fascino e sacralità. Quasi sempre si tratta di luoghi situati su delle alture, perché il percorso per raggiungerli è un cammino in ascesa, impervio e al tempo stesso di conquista e di scoperta.

Tra le mete di pellegrinaggio più importanti in Sicilia figura il Santuario della Madonna dell’Alto, che si erge sul Monte Alto, sulle Madonie. Con i suoi 1819 metri sul livello del mare, si colloca tra le vette più alte della Sicilia e tra i santuari mariani più alti d’Europa.

pellegrinaggio madonna dell'alto

Sulla fondazione del santuario non si hanno notizie certe: le prime testimonianze scritte risalgono al 1454. Il simulacro della Vergine è invece datato 1471 e attribuito a Domenico Gagini o alla sua scuola. Leggenda narra che la statua sia stata rinvenuta a seguito di un naufragio all’interno di una cassa vicino al mare, nei pressi di Campofelice di Roccella, e dopo vari tentativi di collocazione in varie chiese dei paraggi, e il suo continuo ritrovamento sul litorale al mattino seguente, fu posta su un carro trainato da buoi, e affidata alla sorte. I buoi non si fermarono finché non giunsero sul Monte Alto, e da allora la chiesetta e la montagna vennero intitolate alla Madonna.

Le leggende che aleggiano intorno ai santuari mariani, che hanno come leitmotiv il ritrovamento miracoloso di una statua, sono più numerose di quanto si creda, ma il fascino del mito e dell’evento prodigioso non serve che a rafforzare la fede popolare e il comune sentire, parti integranti di ogni collettività.

pellegrinaggio madonna dell'alto

E, infatti, anno dopo anno, la tradizionale “Acchianata a’Madonna” che parte da Petralia Sottana nella notte tra il 14 e il 15 agosto, continua a essere un culto fortemente sentito da tutta la comunità.

Per raggiungere il santuario seguendo il percorso “canonico” occorrono tre o quattro ore; il cammino è difficile e la strada molto ripida e scoscesa, e chi ne ha fatto voto lo affronta a piedi scalzi, tra spine, acquitrini, terra mobile, pietre e sassi. Nugoli di persone si avventurano invece per la scorciatoia, ma la valenza simbolica rimane identica: il protagonista di questo viaggio è il pellegrino che si appresta a intraprendere una rotta di fede, che si tratti di fede religiosa, fede nella potenza della natura o nell’energia del proprio corpo e delle proprie gambe. Meta del pellegrinaggio è in qualche modo lo stesso cammino.

Alle prime luci dell’alba l’incantevole scenario che si dipana davanti agli occhi dei pellegrini è quello di un cielo dai colori cangianti e di vallate sterminate che si rivestono d’oro: la meraviglia è tale da lenire ogni fatica.

pellegrinaggio madonna dell'alto

Tradizione vuole che la prima volta che si va a piedi alla Madonna, giunti al valico tra il Monte Alto e il Monte San Salvatore, prima di affrontare l’ultima irta salita che conduce al santuario bisogna prendere un sassolino con il solo aiuto della bocca, e portarlo così fino in chiesa, farlo cadere nella fonte d’acqua benedetta e riprenderlo a fine messa. La pietra assume un valore apotropaico, e diviene un amuleto che serve a tenere lontani male e tempeste.

La processione ha luogo a mezzogiorno del 15 agosto: il simulacro della Vergine, facendo il giro del santuario, si ferma a benedire tutti i paesi del circondario. Il significato simbolico è molto potente: la statua è emblema di quella carica divina necessaria al cerchio del tempo per continuare a girare: con tale carica, la Madonna si fa dominatrice dell’universo circostante: dove i suoi occhi si posano, sarà diffuso il suo potere sacrale.

festa di san nicolo politi

Le feste patronali e le sagre estive. Momenti di unione anche per chi è emigrato

di Rosamaria Castrovinci, Foto di Giuseppe Cardillo

I mesi di luglio e agosto in Sicilia sono famosi per le numerose sagre e per le feste patronali. Non tutti sanno però che alcune feste patronali non hanno come data ufficiale quella estiva, ma quella che si celebra nei mesi più caldi dell’anno è una sorta di replica a beneficio dei cittadini che in passato sono emigrati e che sono soliti ritornare per le ferie estive.

A partire dalla fine del ‘900 e negli anni successivi alle due guerre mondiali un gran numero di persone ha lasciato la Sicilia per cercare fortuna altrove. Alcuni sono emigrati in Nord Italia, altri in Europa, altri ancora hanno attraversato l’oceano per raggiungere mete più ambite come l’America o l’Australia.

festa san biagio

Quasi tutti periodicamente tornano nell’isola per ritrovare i propri affetti e i luoghi del cuore. Da bambina ricordo che ad agosto nel mio paesino si svolgeva proprio una festa in onore degli emigrati, una giornata del cartellone estivo era dedicata a loro, con eventi culturali, musica e la sagra del pane “cunsato”.

Dovete sapere che quegli emigrati hanno portato via con loro la cultura e le tradizioni della Sicilia anche oltreoceano: nelle loro case, nei loro giardini, rivivono profumi, tradizioni e colori della terra d’origine e, in alcuni casi, hanno portato con loro anche la festa del patrono. “Come?” vi chiederete. Questa è una storia un po’ particolare che merita una piccola digressione: a Fremantle, nel Western Australia, vivono due comunità di emigrati provenienti da Capo d’Orlando (ME) e Molfetta (BA), due comunità di pescatori che per tradizione, in Sicilia come in Puglia, sono da sempre devoti alla Madonna. A essa chiedono protezione per le battute di pesca in mare aperto. Così la necessità di questa protezione si iniziò a far sentire anche lontano dalla propria terra di origine, anzi, forse ancor di più in questa condizione. Nacque così la Festa della Benedizione della Flotta (The Blessing of The Fleet), una festa che costituiva un momento di unione non soltanto per gli italo-australiani di Fremantle, ma per molti emigrati che risiedevano nelle cittadine vicine.

festa di san nicolo politi

Le feste patronali che si svolgono ad agosto in tanti paesini dei Nebrodi sono dedicate proprio a chi è andato via ma è rimasto indissolubilmente legato alle proprie origini e ogni anno ritorna per trascorrere le ferie insieme alla propria famiglia e ai propri amici.

Sono particolarmente sensibile all’argomento per varie ragioni: parte della mia famiglia è emigrata in Australia (e sull’emigrazione siciliana in Australia ho scritto la mia tesi di laurea della Magistrale), ma da qualche anno anche io mi sono trasferita al Nord per lavoro e ad agosto cerco sempre di essere in Sicilia nei giorni delle feste che hanno caratterizzato la mia infanzia. Principalmente quella di San Biagio a Militello Rosmarino e quella di San Nicolò Politi ad Alcara Li Fusi (ambedue in provincia di Messina)

Tutte e due le feste hanno la loro data ufficiale in inverno, rispettivamente il 3 febbraio quella di San Biagio vescovo e martire e il 3 maggio quella di San Nicolò Politi. Vengono replicate entrambe ad agosto, il 17 quella di San Nicolò Politi (data che tra l’altro corrisponde alla data di morte del Santo) e il 25 quella di San Biagio.

lancio cucciddati

I festeggiamenti estivi sono quasi sempre più fastosi di quelli invernali, è infatti usanza concludere la festa con il concerto di un cantante famoso e degli spettacolari fuochi pirotecnici.

A Militello Rosmarino i festeggiamenti estivi prevedono anche un passaggio in più, il 24 agosto, infatti, si svolge nella piazza il famoso “lancio di cucciddati”, queste sono delle ciambelle di pane che vengono portate in processione e benedette prima di essere lanciate dalla scalinata della Chiesa del Rosario a tutti i fedeli. Le ciambelle nei giorni successivi verranno anche distribuite porta a porta. È tradizione dire una preghiera prima di mangiarle per ingraziarsi la protezione di San Biagio, particolarmente a difesa della gola e dai mali di stagione.

 

festa di san giovanni battista a monterosso almo

La festa di San Giovanni a Monterosso Almo: un tripudio di emozioni

di Alessia Giaquinta, foto di Parrocchia di San Giovanni Battista

“Patronu”: è questa l’invocazione intrisa di devozione, supplica e ringraziamento che i portatori elevano, tra sudore e lacrime, a San Giovanni Battista; un inno d’amore che si tramanda di generazione in generazione e le cui origini si perdono in un lontano passato.

Padre Samuele di Chiaramonte, storico del XIX secolo, nei suoi scritti riportò che “Monterosso Almo alzò al grande Battista un tempio a tre navate sin dal 1265” e che “vi fondò nel 1269 una confraternita sotto il patrocinio del glorioso Santo”. Una devozione, possiamo dire, che si alimenta ormai da secoli e che appartiene ad ogni monterossano.

È commovente assistere, durante i festeggiamenti, al pellegrinaggio a piedi nudi di donne e uomini provenienti da ogni dove; alle lacrime di coloro che vivono distanti e che ritornano nel piccolo borgo in questa occasione; alle mamme che affidano i propri figli, ancora neonati, al Santo e ai numerosissimi e pii devoti in processione.

san giovanni battista monterosso almo

Ogni prima domenica di settembre, a Monterosso, in occasione di questa festa, si vive un’atmosfera difficilmente descrivibile a sole parole. È l’autentica devozione e l’attaccamento dei monterossani alle proprie radici, alle proprie tradizioni, ad emergere e a stupire chiunque, per la prima volta, partecipa all’evento.

È già la tradizionale scinnuta (discesa) del simulacro dall’altare centrale, il sabato che precede la festa, a regalare intense emozioni: in un’atmosfera solenne, accompagnato da musica e preghiere, il prezioso fercolo del Battista, coadiuvato da un apposito macchinario, discende tra la gente. C’è aria gioiosa nelle piazze, nelle viuzze, in ogni casa. Le donne si prodigano per preparare al meglio il pranzo della domenica caratterizzato da piatti tradizionali (come cavati al sugo oppure pasta al forno, gallo ripieno, salsiccia) tutto in abbondanza, come si usa fare nei banchetti siciliani. I bambini, per le strade – in una sorta di processione – portano sulle spalle una piccola “vara”, costruita in legno e dipinta color oro, in cui è custodita un’immagine del Santo. Imitano i grandi e, al contempo, portano in germe il futuro della tradizione.

La trepidazione del giorno di festa, che quest’anno (2022) cade il 4 settembre, è da vivere, più che da raccontare.

Alle prime luci del mattino, i pellegrini provenienti a piedi dalla vicina Giarratana, partecipano alla prima messa solenne in onore al Battista, alle ore 6. A seguire, le celebrazioni delle 8.30 e quella delle 10 (presieduta dal vescovo della Diocesi di Ragusa, monsignor Giuseppe La Placa) alla cui conclusione si tiene la caratteristica nisciuta (uscita) del simulacro del Battista.

Ed è così che, preannunciato dal suono delle trombe e accompagnato dal lancio di una moltitudine di nzaiareddi (striscioline di carta colorata) che il simulacro del Battista, portato a spalla dai suoi devoti, viene accolto in piazza, mentre i fuochi d’artificio esprimono in cielo la gioia dell’evento.

festa di san giovanni battista a monterosso almo

Condotto per le vie della città e accompagnato dalle marce trionfali della banda musicale, il simulacro di San Giovanni (la cui statua lignea, del 1700, è di autore ignoto) viene condotto per le vie del paese in due momenti: uno mattutino e uno serale. Ad esaltare il clima di giubilo vi sono anche le eleganti luminarie e gli stendardi sui balconi dei devoti.

Il pomeriggio è caratterizzato dalla tradizionale “cena”, un’asta di prodotti offerti, il cui ricavato serve a sostenere i festeggiamenti. Tra i prodotti si può trovare il caratteristico pane che raffigura il volto di San Giovanni, il cui martirio fu appunto la decapitazione. Assistere a questo momento è sicuramente un privilegio: sono sempre più, purtroppo, i paesi che hanno smarrito quest’usanza che, soprattutto un tempo, nasceva dalla preghiera o dal ringraziamento per una grazia ricevuta.

Lo spettacolo piromusicale, infine, rappresenta la chiusura della festa: un suggestivo scenario di musica, fuochi e colori incornicia la maestosa chiesa di San Giovanni e rende onore a quel Santo la cui devozione secolare è rimasta inalterata nel tempo.

 

L’arte antica dell’intreccio dei vimini in Sicilia

di Eleonora Bufalino, foto di Rossandra Pepe

La Sicilia parla e racconta di sé e della sua gente, attraverso “melodie” che fanno riecheggiare il passato come a volerlo preservare dallo scorrere del tempo. Questo accade con le tradizioni, con i mestieri ormai desueti e con le arti antiche, come quella dell’intreccio dei vimini. Si tratta di una pratica artigianale risalente a secoli fa, probabilmente una delle più datate nella storia dei manufatti locali dell’isola. Infatti, sin dal Neolitico i cesti intrecciati venivano usati come contenitori per accogliere o trasportare. Dal Medioevo in poi, la loro produzione si è estesa su larga scala diventando industrializzata, ma il prodotto realizzato a mano risalta per unicità. In dialetto i cesti prendono il nome di panari”, “panarieddi”, oppure dicufini”, “cufineddi”, “cannizzi, a seconda del materiale utilizzato, dell’uso che se ne fa e delle dimensioni.

Abbiamo ascoltato le parole della signora Gianpaola Scollo, originaria di Monterosso Almo, che ci ha spiegato quest’arte di cui ha appreso i segreti grazie a un corso gratuito organizzato qualche anno fa dall’Associazione “Gli Amici del Presepe Vivente” di Monterosso, il cui obiettivo era proprio la salvaguardia e valorizzazione delle tecniche d’artigianato siciliano, parte essenziale del patrimonio culturale siciliano.

La signora ci ha spiegato che si tratta di un’arte non difficile ma che richiede molta pazienza, pratica e precisione: «Intanto, è importante premettere che la lavorazione si può fare o con il frumento o con le canne da fiume. Nel primo caso non si usa il frumento commerciale ma quello coltivato appositamente e solo di grani antichi, ovvero il grano russello, a spiga alta, o di tumminia. Entrambi questi tipi di grani hanno l’ultima parte della spiga, cioè lo stelo, pieno; questo agevola la lavorazione con ago e spago. Il grano deve essere, quindi, mietuto a mano e asciugato sui campi. Dunque, le spighe vengono tolte e si possono lavorare solo dopo averle lasciate in ammollo per almeno 24 ore. Si utilizza solo la parte più piena, vicino la spiga».

È un lavoro il cui risultato finale sono cesti e cestini usati per contenere pane, biscotti e altre vivande; per “salare” le olive nere o anche per sbollentare i ceci prima di farli diventare secchi e abbrustolirli, la famosa “calia”. Ma oggi i “panari” sono molto richiesti per i più vari allestimenti, dove spiccano come degli elementi decorativi eleganti e raffinati.

E poi c’è la tecnica che prevede l’impiego dei vimini e delle canne, da cui si ottengono dei prodotti più resistenti. In passato, infatti, erano utili addirittura per il trasporto delle pietre. La realizzazione dei cesti, in questo caso, è legata alla ricerca dei materiali nelle campagne; si prendono i rami dell’olivastro, ovvero l’ulivo selvatico che cresce spontaneo nella macchia mediterranea.

La signora Gianpaola ci dice che «i rami devono essere raccolti con la luna crescente o piena, perché risultano più forti. Sembra una sciocchezza che deriva da vecchie usanze popolari ma ogni usanza ha il suo perché e mio marito Giovanni, anche lui dedito a questa passione, ha appurato che se sono raccolti durante la fase di luna calante, i rami si spezzano più facilmente. La luna influenza molto la natura e la vita degli essere viventi! Un altro tipo di materiale da poter intrecciare deriva dalla piantagione del Salice Palermo che dona grandi alberi dal colore rossastro che crescono rigogliosi nelle nostre zone». Chiediamo allora se la tecnica varia rispetto a quella col grano e la risposta è che in questo caso per realizzare la base dei cesti si prediligono i ramoscelli d’ulivo e per i lati quelli dei salici o le canne. Solitamente i “panari” vengono adornati con uno o due manici laterali.

 

La tecnica dell’intreccio è specchio di una Sicilia in cui intere generazioni rendevano la competenza manuale un’arte, ma anche un mestiere apprezzato. Il suo fascino è racchiuso nel trasformare materiali semplici in vere e proprie opere d’arte di inestimabile valore.

 

anteprima pizzi e merletti

Pizzi e merletti siciliani. Un’antica tradizione divenuta icona di stile

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

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L’arte del tombolo. La tradizione di Mirabella Imbaccari

di Eleonora Bufalino   Foto di Alessandro Licciardello

C’è un borgo, nella nostra isola, in cui il “saper fare” attraverso le mani è una vera e propria arte che le donne tramandano con orgoglio. In una terra nobile come la Sicilia, merletti, pizzi e ricami sono espressioni della sua eleganza; ma a Mirabella Imbaccari, in provincia di Catania, la dedizione delle merlettaie le ha persino fatto guadagnare l’appellativo di “Città del Tombolo. Si tratta di una lavorazione artigianale che parte dalla semplicità per diventare emblema di pregio e raffinatezza.

 

La storia di quest’arte affonda le sue radici tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 e si intreccia con quella della donna, avente sino ad allora il solo ruolo di figlia o moglie dedita alla cura della casa e della prole. Tra le attività a lei permesse vi era quella del ricamo, a cui si dedicava per la realizzazione della dote. Così in quel periodo comincia nel Veneto un piccolo movimento avente come scopo quello di valorizzare l’arte dei merletti e al contempo di offrire alle donne l’opportunità di apprendere una produzione che le liberi dall’arretratezza.

 

Il ricamo, dunque, come mezzo di elevazione sociale e indipendenza.Le industrie femminili italiane” approdano anche in Sicilia grazie ad Angelina Auteri e al marito Ignazio Paternò Castello dei principi Biscari, proprietari del palazzo baronale di Mirabella Imbaccari che, con non poche riluttanze dovute all’ambiente restìo agli stimoli culturali, si impegnano in attività di volontariato concrete e nella lavorazione di ricami e merletti da parte delle donne siciliane. Angelina diviene la fautrice del progetto “Opera del Tombolo”, coinvolgendo la classe sociale più umile della cittadina: le donne di Mirabella trovano nel tombolo un lavoro che sia finalmente strumento di emancipazione femminile. Lei stessa impara l’arte fino ad istruire le lavoratrici, sempre più numerose e competenti.

Oggi, il merletto a tombolo mirabellese si distingue da tutte le lavorazioni delle altre regioni italiane e la sua peculiarità sta negli strumenti usati e nella tecnica: la trina ad ago mantiene ovunque le stesse caratteristiche, quella realizzata con il tombolo è più particolare.

 

Il tombolo, in dialetto “tombulu”, ha una forma cilindrica e si lavora appoggiandolo a un tavolinetto con poggiapiedi e cassetto porta utensili. Prima di immergersi nel ricamo, le merlettaie riproducono il disegno da realizzare su carta oleata e successivamente lo uniscono a un altro foglio di carta per renderlo più resistente. Il disegno viene poi sovrapposto sul tombolo con degli spilli, “spinguli”, e il lavoro si svolge attraverso dei fuselli di legno che vengono riempiti con i fili e ricaricati all’ occorrenza. Il seguito è una poesia armoniosa: le mani esperte delle donne intessono veloci, studiando l’immagine, passando da destra a sinistra e viceversa, avvolgendo, legando e intrecciando i fili. Questo gioco dà vita ad opere ornate dai più bei disegni che, una volta ultimati, vengono chiusi annodando i fuselli e tagliando i fili; solo alla fine gli spilli posti all’inizio possono essere tolti.

 

L’arte del tombolo è una di quelle tradizioni siciliane che in realtà è molto di più: un patrimonio secolare da proteggere e valorizzare. In essa sono contenuti l’intraprendenza della baronessa Auteri e la storia di innumerevoli donne che hanno reso il merletto mirabellese un bene artistico degno di riconoscimento in tutto il mondo. È per questo motivo che l’Opera del Tombolo e delle Arti Manuali sta partecipando all’iter per la candidatura del merletto come Patrimonio Unesco, insieme ad altre 25 comunità italiane. Noi ce lo auguriamo e ci uniamo alle intenzioni della presidente dell’Associazione, Angela Terranova: «ciò che si vuole tramandare è l’arte del saper fare, una preziosa eredità frutto delle nostre radici, che coinvolga le donne di oggi». Dal 2012, inoltre, è presente a Mirabella Imbaccari il Museo del Tombolo, che ospita pregiati merletti di diversi periodi storici: visitarlo è un’ esperienza da non farsi scappare!

Buccheri Casa del Fanciullo min

A Buccheri un nuovo museo dedicato agli antichi mestieri

Buccheri (Sr) – Un nuovo museo nel Siracusano. Una nuova esposizione che andrà ad arricchire l’Ecomuseo degli Iblei, gestito dalla Rete museale degli Iblei. Si tratta dell’esposizione etnoantropologica a carattere permanente, che presto diverrà un museo, denominato Museo degli antichi mestieri, inaugurato nel palazzetto di pregio storico Casa del Fanciullo. All’apertura hanno partecipato il sindaco di Buccheri, Alessandro Caiazzo, il presidente e la direttrice dell’Ecomuseo degli Iblei, rispettivamente Paolino Uccello e Cetty Bruno (la quale ha curato l’iniziativa), il curatore dell’esposizione, Francesco Vacirca, e l’etnoantropologo Luigi Lombardo.

Si concretizza così uno degli obiettivi della Legge n. 16/2014 della Regione siciliana che istituisce gli Ecomusei di Sicilia, riconoscendone 13 in tutto il territorio isolano. In provincia di Siracusa è l’Ecomuseo degli Iblei a operare per la salvaguardia e la valorizzazione dell’imponente patrimonio culturale di questa porzione di territorio, imponendo a dirigenti e operatori coinvolti un impegno forte e deciso, ma soprattutto pieno di passione, volto a sensibilizzare le comunità che ne fanno parte verso la tutela e il recupero dei beni materiali e immateriali.

“Le finalità – chiariscono il presidente Paolino Uccello e la direttrice Cetty Bruno – sono insomma tese a rafforzare quel senso di appartenenza che rende stabili ed equilibrati i percorsi intrapresi e a favorire grandi possibilità di sviluppo economico”.

Su queste traiettorie si è mossa la Rete Museale degli Iblei, con il sostegno del sindaco di Buccheri, Alessandro Caiazzo, che ha concesso il pregiato edificio in pieno centro storico, e la passione di Francesco Vacirca, ricercatore ed estimatore delle tradizioni popolari, che ha raccolto e conservato oggetti a testimonianza delle attività del popolo ibleo, come antiche maioliche di Caltagirone, divise tra formine per la marmellata, piatti, quartare, brocche e giare. Per quanto riguarda l’arte sacra, sarà possibile ammirare una ricca collezione di santini antichi, statuine, un crocifisso del ‘600 in cartapecora e quadri della religiosità popolare. Fulcro della collezione sono senza dubbio i numerosi attrezzi che testimoniano le tecniche artigianali tipiche dei paesi di montagna, come la lavorazione della pietra lavica, attrezzature da falegname con banchi, un tornio in legno a pedali, pialle, seghe, scalpelli e tutto l’occorrente per impagliare le sedie e fare il sapone in casa. Un settore molto completo è quello della tessitura, con telai databili tra il ‘700 e l’800, e gli strumenti per l’orditura e la cardatura della lana e i relativi manufatti, che testimoniano l’operosità delle donne iblee. “Un ringraziamento – precisa il curatore Francesco Vacirca – va pure al mastro muratore e scalpellino buccherese Gaetano Amato, per le donazioni elargite al museo”.

Il museo di Buccheri farà parte del circuito dei musei della Rete museale che si sviluppa con il Museo Tempo a Canicattini Bagni, il Museo Nunzio Bruno a Floridia e il Parco dell’Anima a Noto. Poi sale per Palazzolo Acreide con il Centro espositivo museale delle tradizioni nobiliari, il Museo documentaristico dell’altipiano Ibleo di Cassaro e l’Esposizione parrocchiale “Casa della memoria” di Ferla, per finire a Sortino con l’Antiquarium del Medioevo sortinese, il Museo civico dell’Opera dei pupi, l’Esposizione permanente del carretto siciliano Rio e il Laboratorio di ceramiche artistiche La Faience delle Sorelle Marino.