Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

La cucina siciliana è ricca di aromi e colori, altrettanto forte e generosa come la nostra terra, carica d’inventiva che permette di conquistare qualsiasi tipo di palato. È una cucina piena di storia, migliorata nel corso dei secoli, valorizzando le esperienze dei popoli che hanno dominato l’isola. I Greci, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli con le loro scoperte hanno arricchito anche la nostra tavola. Noi siciliani abbiamo custodito e tramandato nel corso dei secoli queste scoperte, arricchendo la nostra cucina di tradizioni uniche al mondo. C’è un periodo in Sicilia, carico di ritualità e magia, dove queste tradizioni sono celebrate e prendono forma dai più antichi ricettari di famiglia tramandati da madre in figlia: il Natale! Un tempo, nel periodo che precede le festività natalizie, le massaie si riunivano nelle case delle commari, munite di forno a legna e di ampi spazi per accoglierle tutte, e lì insieme preparavano i dolci che avrebbero deliziato i ricchi banchetti delle festività. Tra questi, uno in particolare ricorda il Natale e racchiude in sé la storia della cucina siciliana: il Nucàtolo, inserito nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Il dolce è diffuso in Sicilia in numerose varianti, sia per la composizione sia per la forma; l’elemento in comune di tutte le versioni è l’utilizzo della frutta secca, tra cui mandorle, noci o fichi secchi e un mix di varie spezie. Sull’origine del nome esistono due versioni: quella latina dal termine nucatus, ovvero nociato (dolce a base di noci), e la versione araba da naqal, insieme di frutta secca.
A Palermo, la tradizione vuole che siano state le monache del Monastero di Santa Elisabetta a produrre dei Nucàtoli eccezionali, piccoli cuscini di pasta frolla glassata, ripieni di frutta secca, di solito modellati a forma di “S” o di sigaro, versione diffusa anche a Ragusa e Modica. Nel messinese si aggiunge l’acqua di rose che conferisce al biscotto maggiore aromaticità. A Butera il Nucàtolo è privo della pasta frolla esterna, si presenta come un biscotto con impasto a base di mandorle, cannella e scorza di arancia, glassato con il cosiddétto rasto (nel dialetto siciliano gileppu), una crema dura a base di zucchero, bianco d’uovo e limone, modellato in varie forme, tra cui il cuore e la stella. Una versione della ricetta è simile a quella diffusa a Grammichele, dove nell’impasto si aggiunge il cacao e la glassa può anche essere al cioccolato. La ricetta buterese è anche simile a quella dei Nucàtoli di Vizzini, dove il cacao è aggiunto alla glassa, e come ci racconta Pietro La Rocca, nel saggio “Nucatuli, marmurati e altri dolci festivi vizzinesi”:“la forma ricorda quella di un piccolo cavallo con tre propaggini, una per la testa e le altre per le gambe. Il cavallo si riferisce all’economia del territorio di Vizzini, che è legata alle attività contadine”.
Sicuramente si tratta di ricette che sono state create in origine nei monasteri, dove si sviluppò l’arte della pasticceria siciliana, poi tramandate nel corso dei secoli, utilizzando ingredienti che più si adattavano al proprio palato ma anche alla disponibilità delle materie prime presenti in ciascun territorio. È così che nascono le diverse varianti di questo dolce, di cui ogni città ne vanta la paternità.

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Biagio Tinghino

Ci sono pietanze e ricette che si perdono nella notte dei tempi, gustarle è un vero privilegio!
Se vi piacciono le storie e le tradizioni antiche voglio parlarvi di un luogo dove l’uva è la regina. Si tratta di un piccolo borgo contadino, quasi sconosciuto, Granieri, nel territorio calatino dell’entroterra siciliano.
Siamo nel periodo della vendemmia, l’odore dolce-acre dell’uva invade il borgo. Un ritorno ciclico, confortante, particolarmente atteso e sentito perché qui ancora si respira la tradizione, perché nonne e mamme, a volte aiutate dalle generazioni più giovani, iniziano i riti annuali della preparazione del mosto, del vino cotto e della mustata (e non mostarda come molti erroneamente dicono).
Si sente spesso parlare del vino cotto, ma pochi lo conoscono. È uno sciroppo dolce fatto con il mosto d’uva, introdotto dagli antichi Romani che lo ereditarono a loro volta dai Greci delle colonie del sud Italia. Il vino cotto spesso viene paragonato a un elisir perché ha mille proprietà. Quasi privo di alcool, è usato come sciroppo per la tosse, impiegato per massaggiare e lenire la pelle. È inoltre un ottimo dolcificante naturale e, diluito con acqua fredda, costituisce una bibita fresca e dissetante.
Tra le numerose preparazioni in cucina, è consigliato per secondi piatti a base di carne di maiale (in particolare il filetto di maiale dei Nebrodi), si accompagna ottimamente ai formaggi a pasta dura ma sopratutto è l’ingrediente base di molti dolci autunnali, ai cui impasti conferisce un colore caramellato. Si può anche usare per guarnire gelati e torte di cannella e ricotta. Anticamente era tradizione regalarne una botticella a ogni nuovo nascituro che l’avrebbe aperta soltanto nel giorno del matrimonio. Il vino cotto oramai è una rarità ed è considerato un prodotto di nicchia, invece, la mustata viene ancora tramandata come la tradizione di un dolce “povero” dei nostri nonni che neanche la globalizzazione è riuscita a cancellare. Ogni famiglia ha un suo ingrediente segreto, anche se la ricetta base differisce poco da una preparazione all’altra.
Questo dolce veniva preparato dalle famiglie dei contadini per donarlo soprattutto ai bambini oppure era offerto in occasione d’importanti cerimonie come battesimi e matrimoni.
Il mosto (mustum, in latino) è l’ingrediente base di questo dolce che nel dialetto siciliano viene appunto chiamato, mustata. Essa, ancora calda, si versa nelle tipiche formelle di ceramica di Caltagirone (che spesso sono tramandate di generazione in generazione) le quali ornano i dolci, dopo sformati, di bellissimi decori e frasi che a volte sono una sorta di dolce comunicazione. Si mette ad asciugare al sole per un paio di giorni rigirandola di continuo. In seguito, si può conservare in carta oleata o in barattoli con foglie secche di alloro. Ricordo ancora quando a furma ri mustata (forma di mustata) veniva regalata a noi bambini in occasione della festività dei “morticini” (commemorazione dei defunti) insieme ai pupi ri zuccaru (pupi di zucchero), alla frutta martorana e qualche forma di cotognata.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Totò Messina

La cuccìa è un piatto semplice ed essenzialmente povero ma, al contempo, carico di storia e mito.

A base di grano bollito, nella variante dolce o salata, la cuccìa viene consumata tradizionalmente in Sicilia il 13 Dicembre, in occasione della memoria liturgica di Santa Lucia.

L’origine della cuccìa, infatti, sembra essere legata a eventi miracolosi avvenuti proprio per intercessione della giovane Santa siracusana.

La tradizione tramanda, in modo particolare, due eventi prodigiosi – avvenuti rispettivamente a Siracusa e Palermo – utili a spiegare la tradizione di preparare la cuccìa, il 13 Dicembre.

Si narra che nel 1646, durante la dominazione spagnola, Siracusa fu colpita da una grave carestia. Per questo motivo il vescovo di allora, Mons. Francesco d’Elia indisse otto giorni di preghiere attorno alla statua di Santa Lucia, presso il Duomo di Siracusa. Il 13 Maggio, durante la celebrazione di una messa, improvvisamente una quaglia entrò in chiesa e si posò sul simulacro della Santa. L’evento, particolarmente suggestivo, fu interpretato come un segno di Santa Lucia come risposta alle numerose preghiere del popolo. In effetti, uscendo dalla chiesa, furono avvistate delle navi cariche di frumento e agrumi, pronte a sfamare la popolazione. I siracusani riconobbero il miracolo operato dalla Santa loro concittadina e, per questo motivo, celebrano ancora oggi una festa di ringraziamento nel mese di maggio – per l’appunto – ricordata come Santa Lucia delle Quaglie. Da questo evento miracoloso pare nasca la tradizionale cuccìa: talmente era la fame che, in quell’occasione, il grano non venne molito per farne farina ma fu consumato in fretta, semplicemente bollito.

Altro evento prodigioso, di uguale natura, pare avvenne a Palermo proprio il giorno del martirologio di Santa Lucia, il 13 Dicembre. In città non c’era più frumento e i palermitani, radunati nella Chiesa di S. Maria di Valverde, pregavano per ottenere la grazia di essere sfamati. Fu così che, presso il porto di Palermo, giunse un bastimento carico di frumento che venne immediatamente distribuito alla popolazione. Pure in questo caso i chicchi di grano furono consumati integralmente, dopo esser stati bolliti e conditi con sale e olio. Poiché il miracolo avvenne il 13 Dicembre, i palermitani riconobbero l’intercessione di Santa Lucia e, anche per questo motivo, dedicarono alla Santa un importante altare, riccamente decorato, nella Chiesa suddetta.

La tradizione, per questo, vuole che il 13 Dicembre, in memoria degli eventi sopra citati, si faccia il “Digiuno di Santa Lucia” che consiste nell’astenersi dal consumo di farina di grano, e dunque il digiuno da pane, pasta, pizza o biscotti. In sostituzione di questi alimenti si preparano panelle, riso, arancini e l’immancabile cuccìa.

La parola stessa pare derivi dalla voce siciliana “cocciu” ossia granello (di frumento) e, a sua volta, si lega al greco tà ko(u)kkía che significa i grani.

Questo piatto, oltre ad avere un importante significato storico-religioso, è legato anche all’abbondanza e alla prosperità. I chicchi, infatti, sono innumerabili e rappresentano, in natura, qualcosa che deve morire per germogliare, per nascere a vita nuova, divenendo così simbolo di buon auspicio. In questo modo ci spieghiamo anche perché lanciamo il riso agli sposi o mangiamo la lenticchia a Capodanno.

È in quest’ottica che possiamo spiegare il rito di distribuire la cuccìa ai familiari, amici e vicini di casa.

A oggi, esistono tanti modi per preparare questo tradizionale piatto: la cuccìa si arricchisce di legumi, aromi e spezie nella versione salata, oppure di ricotta, cannella, cioccolato, miele o zucchero nella variante dolce.

Insomma: la cuccìa da pietanza povera e semplice ha subìto un’elaborata evoluzione non solo nelle ricette ma anche nella cultura, perdendo purtroppo la carica devozionale che la caratterizzava.

Eppure esiste ancora chi, prima di mangiare la cuccìa, non dimentica di dire un Padre Nostro e un’Ave Maria di ringraziamento, portando avanti così non solo una tradizione ma una ritualità che è incompleta se separata dalla propria fonte originaria.

Opera dei pupi. F.lli Napoli
Opera dei pupi. F.lli Napoli

Opera dei pupi. F.lli Napoli

Articolo di Angelo Barone e Foto di Samuel Tasca

Da tempo desideravo scrivere e raccontare dell’Opera dei Pupi come facevano i “Cuntastorie” (da non confondere con i “Cantastorie” che trattano le storie attraverso il canto) sia per i fantastici ricordi dell’infanzia che per il contributo dato alla formazione e crescita culturale della generazione di mio padre.  Nel secolo scorso fra gli spettacoli teatrali e musicali popolari c’erano il teatro dell’Opera dei Pupi e i Cantastorie che si esibivano in tutte le piazze. Ti raccontavano storie ed epopee fantastiche… i Paladini di Carlo Magno, Orlando e Rinaldo in lotta contro i saraceni: Agramante, Ferrau, Agricane, Rodomonte, Marsilo e Mambrino. Cristiani contro pagani: si lottava per la fede, l’amore, l’onore e si disprezzava il tradimento di Gano di Magonza. I Cuntastorie contribuiscono a fare diventare le storie esempi di riscatto sociale e di giustizia e le esibizioni diventano occasioni di ritrovo sociale e veicolo di arricchimento culturale e di conoscenze. I personaggi entravano nella vita quotidiana delle persone e Pippininu nell’opera catanese fa sentire la voce del popolo, indossa la livrea settecentesca e parla il dialetto catanese. Quante volte sentivo mio padre dire “Gano di Magonza” per parlare di un traditore o “Rinaldo” per esprimere fierezza e coraggio. Ecco: questo legame con la memoria di mio padre mi ha spinto a cercare i nipoti di don Gaetano Napoli fondatore della Compagnia nel 1921. È stata bella esperienza conoscere i fratelli Napoli: Fiorenzo, Giuseppe, Salvatore e Gaetano; il cugino Alessandro; Agnese, moglie di Fiorenzo, e i loro figli Davide, Dario e Marco. Emozionante vedere all’opera tutta la compagnia con la terza generazione che recita e la quarta che apprende. Questa è una famiglia che ha vissuto e continua a vivere in simbiosi con i propri pupi: li creano, li vestono, gli danno voce, li accudiscono e li curano come figli: hanno vissuto nella stessa casa e dormito nello stesso letto.

Andarli a trovare in via Reitano, 55 a Catania è stata una esperienza unica: in quella casa ci sono pezzi importanti di cultura popolare e tracce indelebili di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo nazionale: Domenico Modugno, Paolo Panelli, Bice Valori, Lina Wertmuller, Garinei e Giovannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Sui muri ci sono grandi riconoscimenti come il Praemium Erasmianum, ricevuto nel 1978 dai Reali di Olanda, attribuito a persone e istituzioni che per la loro attività hanno arricchito la cultura europea.

La marionettistica dei fratelli Napoli opera dal 1921: il capostipite è stato don Gaetano Napoli e successivamente la cura dell’impresa è passata ai suoi figli Pippo e Natale. A quest’ultimo si deve la conservazione della tradizione dei pupi a Catania. Insieme a lui sempre la bella moglie Italia Chiesa, elegante e diplomatica, gestiva con naturalezza i rapporti con i grandi dello spettacolo e nello stesso tempo realizzava i costumi alle marionette, aiutava i figli nei loro percorsi scolastici e soprattutto dava voce, passione e signorilità ai personaggi femminili del teatro. Oggi è un piacere ascoltare Fiorenzo che racconta con passione la storia dell’Opera dei Pupi sia ai visitatori in bottega che nelle tante scuole dove lo invitano. Noi, di Bianca Magazine, lo vogliamo sostenere in questa sua tenace battaglia per realizzare un Museo e aprire il Teatro dell’Opera dei Pupi nei locali delle Ciminiere in viale Africa.  Finalmente nei giorni scorsi, il sindaco Enzo Bianco, come uno degli ultimi atti di sindaco metropolitano, ha firmato la concessione del Teatro delle Ciminiere alla Marionettistica dei fratelli Napoli. L’Opera dei Pupi nel 2001 è stata inserita nel programma Unesco “Capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”; successivamente, dopo l’approvazione a Parigi nel 2003 della “Convezione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale”, è stata confermata nella “Intangibile Heritage List” nel 2008. Aprire il Teatro e realizzare un Museo dell’Opera dei Pupi a Catania deve essere l’impegno di tutte le istituzioni.

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Michele Buscema e Martina Melina

A Grammichele, l’8 maggio si è rinnovata la festa dei Santi Patroni San Michele e Santa Caterina. Una festa ricca di fede, devozione, tradizioni e folclore che da diversi anni si continua a migliorare grazie all’impegno di Francesco Tornello e Gianfranco Viola che, nel 2001 hanno dato vita all’Associazione dei Devoti. La sua nascita ha stimolato la partecipazione e la devozione ai Santi Patroni di tanti giovani che ogni anno si prodigano per raccogliere donazioni e organizzare al meglio tutti gli eventi. L’impegno profuso da questi giovani si esalta e trova appagamento nel portare a spalla i Santi Patroni, una tradizione questa che si era persa nel corso degli anni.

L’uscita trionfale dei Santi Patroni e il rientro nello scenario della piazza esagonale con musiche, luci, colori e giochi pirotecnici è uno spettacolo unico. Il percorso della processione segue la tessitura urbana di Grammichele, voluta dal suo fondatore il Principe Carlo Maria Carafa, che “nasce all’insegna del sei e dei suoi multipli e sotto multipli: sei lati, sei anelli, sessanta isolati nei sestieri e sessanta nei borghi, tre assi principali. Sei numero perfetto per i matematici e sacro per i teologi” come scrive Giuseppe Palermo ne La Città Perfetta. “La geometria, tuttavia si riveste dei panni della religione perché il Principe conferì alla nuova città una toponomastica sacra” che il percorso della processione ci aiuta a leggere con l’ordine di successione dei sestieri voluti dal Principe, a partire dal primo che non poteva essere quello di San Michele e a seguire in senso orario San Carlo, Santa Caterina, SS. Annunziata, San Rocco e SS. Angelo Custode. Anche nelle novità della festa di quest’anno la regola del tre è stata rispettata con i tre finti rientri e le tre porte aperte della Chiesa Madre. Sin dalla traccia del disegno il Principe aveva individuato in San Michele il nome della città e del Santo Protettore da affiancare a Santa Caterina, già venerata in Occhiolà, nella lastra di ardesia, dove è disegnata la pianta di Grammichele, è inciso “Si vanta di mutare in buon augurio il grande nome di San Michele, affinché la terra tremi per l’ossequio, non per la rovina“. fonte: La Città Perfetta.

Tutti i cittadini e i tanti visitatori hanno apprezzato l’impegno dell’Associazione dei Devoti, guidata dall’infaticabile presidente Francesco Tornello, per la cura e la qualità della scenografia che ha esaltato la bellezza e la maestosità della piazza. Tutta la manifestazione è stata finanziata esclusivamente da donazioni private, compresi tutti i lavori di restauro della vara, delle statue e della cappella dei Santi Patroni realizzati in questi anni. Nel 2010 fu realizzata la vara in copia originale. Nel 2015 furono donati gli argenti che decorano le statue, che negli anni ’80 erano stati rubati, l’anno scorso è stata restaurata la cappella che custodisce i Santi Patroni. Di recente sono state realizzate le ali in argento per la statua di San Michele e in processione sono state portate due importanti reliquie: un frammento di roccia proveniente dalla Grotta di Monte Sant’Angelo in Puglia, dove apparve San Michele l’8 maggio 490 d.C., e una reliquia del vestito di Santa Caterina.

Accanto alla statua del Principe si discuteva di poter inserire tra gli itinerari turistici religiosi promossi della Regione Siciliana, insieme alle più note Sant’Agata e Santa Rosalia, la festa di San Michele e Santa Caterina. L’assessore regionale al Turismo, Anthony Barbagallo, dava la disponibilità per una valutazione e il Principe annuiva positivamente, ma con lo sguardo ci ha ricordato di aver fatto tanto e che ora tocca a tutti noi cittadini di Grammichele adoperarci. Noi di Bianca Magazine lo abbiamo detto, nel numero precedente abbiamo trattato di Sant’Agata, e per il prossimo andremo da Santa Rosalia convinti che Francesco Tornello e l’Associazione dei Devoti possano continuare a stupire tutti.

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Foto Astuto

Con l’avvicinarsi della Pasqua si rinnovano i riti della Settimana Santa, fervono i preparativi delle processioni a Grammichele che vedono protagoniste le Confraternite del SS. Sacramento della Chiesa dello Spirito Santo e delle Anime Purganti della Chiesa di San Leonardo già presenti in Occhiolà sin dal ‘600.

Tra tutte le istituzioni e associazioni civiche e religiose le Confraternite sono quelle che più di tutte mantengono e rafforzano il legame tra la nuova città moderna e unica per la sua forma urbanistica e il vecchio borgo medievale di Occhiolà distrutto dal terremoto del 1693.

Ad Occhiolà, come scrive Angelo Amato nella sua “Indagine tra memorie storiche e tradizioni”, le Confraternite erano l’unica forma associativa civile in cui confluivano ricchi e poveri, gentiluomini, nobili, professionisti, artigiani, massari, contadini e manovali. Prevalentemente si prefiggevano lo scopo di solennizzare con la propria partecipazione le pratiche di culto e le processioni religiose, partecipando con stendardi e vessilli e indossando abbigliamenti che facevano sfoggio dei colori loro assegnati dal principe Federico Colonna, il 20 giugno del 1628, con una ordinanza scritta a Militello, nella quale delibera  “che i loro confrati  tanto nelle processioni, quanto fuori, non portino altri colori che l’infrascritto per noi determinati e assegnati ad ognuna di dette Confraternità: la Confraternità dello Spirito Santo il colore rosso…; la Confraternità di Santa Caterina il colore giallo…; la Confraternità di Santo Leonardo il colore verde…”.

Le tre Confraternite presenti ad Occhiolà operavano seguendo le indicazioni del Concilio di Trento (1545-1563), curavano l’assistenza sociale, si prendevano cura degli ammalati e si facevano carico delle esequie e delle sepolture dei confrati defunti.

Ancora oggi, a Grammichele, sono tanti i confrati, che insieme ai loro attuali governatori Francesco Montalto della Confraternita del SS. Sacramento e Francesco Schiacciante della Confraternita delle Anime Purganti che continuano a mantenere vivo il culto della fede, praticare la solidarietà, rispettare le tradizioni, farsi carico delle esequie dei confrati defunti. Di particolare pregio artistico sono le cappelle presso il cimitero comunale delle due confraternite.

Molto suggestiva è la loro presenza nelle pubbliche funzioni con i loro stendardi costituiti da drappi di seta ricamati ad arabeschi in oro sospesi su una asta lunga tre metri e flessibile, sostenuta da cinghie di cuoio, che con gran peso e fatica, gravano sui fianchi del portastendardo. I confrati vestono un sacco di tela bianco con sopra una mantelletta corta di seta” mozzetta” o il “pettoforte”, ossia, una pettiera di seta con ricamato in oro l’immagine del Santo a cui è intitolata la Confraternita.

Nei giorni di mercoledì e di venerdì santo le confraternite insieme alle autorità civili, religiose e militari guidano le processioni del Cristo alla Colonna e del Cristo Morto lungo un itinerario che attraversa i luoghi simbolo della fede nella Resurrezione, individuati sin dalle origini nella geometria della nuova città. Quest’anno la processione del Cristo alla Colonna si farà la domenica delle Palme.

Tra i simulacri, veneratissimo è il Crocifisso ligneo donato agli occhialesi dal barone Antonio Sinatra nel 1646 e oggi, come allora, custodito nella Chiesa di San Leonardo. Una attenta ricerca del confrate Luigi Gismondo, coadiuvata dal professore Giuseppe Palermo, ha attribuito a Fra Umile la realizzazione della preziosa opera artistica che nell’anno del Giubileo della Misericordia, eccezionalmente, è stato portato in processione con grande partecipazione popolare.

A Grammichele tutte le feste si vivono nello scenario della città perfetta, dove fede, folclore e tradizioni rendono tutto sempre più suggestivo e vi assicuro che ogni occasione è utile per visitarla e apprezzarne la bellezza.

Articolo di Alessia Giaquinta,   Foto di Totò Messina

Suono di Sicilia, non si potrebbe definire altrimenti: ecco cosa è il Marranzano. Apparentemente semplice nella forma, quasi essenziale, è costituito da due elementi: ‘a cascia, ossia il telaio di ferro dall’aspetto tondeggiante che ricorda la struttura genitale femminile e da una pinnedda, ossia una linguetta in metallo dalla forma allungata e sottile che culmina in un ricciolo, a sua volta simbolo dei genitali maschili. E, quasi alludendo alla magia che sprigiona l’incontro uomo-donna, questi due elementi, insieme, producono un suono quasi soprannaturale, capace di creare stupore e incanto.

Uno strumento del genere, caratteristico della nostra Sicilia, ma diffuso in tutto il mondo attraverso numerose varianti, è quasi a rischio di estinzione: pochissimi, ormai, sanno costruire artigianalmente il marranzano e, addirittura, sebbene molti siano affascinati dal suono che esso produce, non è facile trovare chi è in grado di conoscerlo veramente.

A spiegarcelo è Carmelo Buscema, un eclettico fabbro di Monterosso Almo, che dal 2010 è diventato costruttore di marranzani e poi, di conseguenza anche un suonatore perché, come dice lui «un meccanico che non sa guidare non saprà neanche dove mettere le mani per riparare un’automobile, e così anche per il marranzano: chi lo costruisce deve conoscerne il suono e la magia della vibrazione che produce».

Lo incontriamo, un pomeriggio, nella sua bottega tra martelli, forge e pezzi di ferro. Carmelo è gioioso e con grande entusiasmo si racconta mentre, instancabilmente, ci mostra una parte del lavoro per la costruzione del marranzano.

«Sono un fabbro curioso – esordisce – perché non mi sono mai accontentato di produrre semplici pezzi in serie. Amo usare la fantasia e la creatività e soprattutto sfidare me stesso… ».

Così, con gli occhi commossi e carichi di soddisfazione, inizia a raccontarci il suo primo incontro con il marranzano, avvenuto per caso nel 2010 partecipando ad una festa a Catania.

«Feci una scommessa con me stesso: voglio costruirlo, ho gli strumenti giusti e soprattutto tanta voglia di fare».  Con questo spirito, Carmelo, iniziò una delle avventure più belle e soddisfacenti della sua vita: costruire non solo uno strumento ma soprattutto onorare, attraverso il lavoro, una tradizione che non può finire nell’oblio.  

A tal proposto ci spiega la differenza tra i marranzani in commercio e quelli costruiti artigianalmente: «è necessario distinguere il souvenir dallo strumento. Marranzani da souvenir se ne trovano tanti in commercio, a poco prezzo, ma questi non possono considerarsi strumenti. Il vero marranzano è costruito da un fabbro che conosce bene l’arte di forgiare il ferro e che sa già il suono che vuole ottenere. Non esistono marranzani uguali: ognuno ha un suono diverso poiché differente è la mano che l’ha costruito, ogni marranzano è un pezzo unico».

Allora, compiaciuto, ci mostra alcuni marranzani da lui prodotti ed esportati in tutto il mondo: dal Giappone, alla Svizzera, all’Inghilterra perché, come lui stesso ci tiene a sottolineare, il mondo è pieno di curiosi, studiosi, appassionati, collezionisti e musicisti che commissionano – senza badare a spese – il tipico strumento e c’è chi incide pezzi, chi scrive tesi di laurea, chi ne studia le note, chi la storia.

Carmelo non avrebbe mai creduto che intraprendere questo percorso, che lui stesso considera un hobby e una passione, gli avrebbe portato così tanta soddisfazione e stima a livello mondiale.

Ad oggi, in Sicilia, infatti, sono rimasti solo in due a saper costruire marranzani e Carmelo, non ancora cinquantenne, auspica che tra le nuove generazioni ci sia qualcuno che voglia imparare, che voglia prendersi l’impegno di continuare una tradizione millenaria.

«Giuseppe Alaimo è stato il mio maestro: mi ha accolto in casa sua, a Resuttano, circa tre volte per insegnarmi teoricamente i passaggi utili alla costruzione del marranzano. Lui spiegava e poi io, appena tornavo in bottega, cercavo di mettere subito in pratica. Non è stato semplice ma non mi sono mai arreso. La soddisfazione di esserci riuscito, però, è stata unica».

Poi, con un velo malinconico, ci confida «finché mani, denti, fiato e passione non mi abbandonano, costruirò e suonerò marranzani: ho fatto una promessa al mio maestro in punto di morte, a me stesso e alla mia caparbietà e soprattutto alla mia bella Sicilia …».

di Angelo Barone  Foto di Samuel Tasca

Ci siamo! Con la primavera si avvicina la Pasqua e insieme rappresentano una rinascita fisica ed emozionale oltre che a livello simbolico e spirituale.

La natura si risveglia dal torpore invernale, i germogli fioriscono, i colori della campagna con il cielo azzurro danno vita a paesaggi unici che solo i grandi artisti della fotografia e della pittura sanno fissare, i profumi dell’orto e delle erbe aromatiche si diffondono nell’aria e stimolano ricordi di sapori e odori di pranzi che solo le nostre mamme hanno saputo fissare nella nostra mente. Oggi tanti chef sono impegnati a valorizzare la cucina tradizionale del nostro territorio.

Noi di Bianca Magazine per rivivere le emozioni della convivialità del pranzo di Pasqua di una volta e cercare di trasmetterle ai nostri lettori ci siamo rivolti allo Chef Tommaso Nobile che gentilmente insieme alla sua famiglia hanno imbandito una tavola tradizionale.

Per la Pasqua la ricotta e l’agnello sono protagonisti della nostra tradizione culinaria e Tommaso ci ha preparato una teglia di pasta al forno ricca di ragù con carne di vitello e suino, piselli e coperta da un strato di ricotta; a seguire le costolette di agnello a scottadito con una  aromatizzazione con miele di zagara prima di una leggera doratura in forno, servito sopra una vellutata di piselli e accompagnato da fave novelle; mentre la coscia di agnello al forno con gli aromi del finocchietto selvatico era accompagnata dalle patate. Di rito le cassatelle di ricotta.

Vi possiamo assicurare che lo Chef è riuscito a farci ritornare indietro nel tempo nel gustare e sentire i sapori e i profumi di una volta da lui rivisitati.

Tommaso Nobile da giovane parte per l’Irlanda per migliorare l’uso della lingua inglese, e come tanti trova lavoro nella ristorazione dove incontra Loris, uno chef trentino, che lo introduce e lo appassiona alla cucina. Come tutti i giovani che vivono, purtroppo, lontano da casa i ricordi sono legati agli odori e ai profumi della propria terra. A Tommaso ritornano in mente quelli dell’orto del nonno e decide di tornare. Torna a Catania e diventa contitolare di Antica Marina, affermato ristorante nei pressi della famosa “Piscaria”, specializzandosi nella conoscenza e cucina del pesce. Successivamente affronta una nuova scommessa in un altro luogo prestigioso della ristorazione catanese aprendo la Fiaschetteria Biscari, nelle cantine dello storico Palazzo Biscari, dove propone la cucina tradizionale siciliana accompagnata da grandi vini. E come tutte le storie di passione per la cucina si torna alle origini, a Grammichele, per creare emozioni gastronomiche con una bella vista sulla famosa piazza esagonale.

A questo pranzo, insieme allo Chef abbiamo deciso di introdurre delle novità rispetto alle nostre tradizioni: lo zafferano, prodotto a Grammichele da Danilo Guccione e Michele Amato, e le uova di pasqua realizzate dalla giovane Francesca Tornello per verificarne la bontà e la qualità. Lo zafferano, prodotto di grande qualità della cucina internazionale, Tommaso lo ha abbinato con un prodotto della tradizione locale, la salsiccia di Grammichele, in un risotto unico e indimenticabile per profumi, sapore e freschezza. Assieme a Francesca abbiamo avuto il piacere di gustare le sue uova di Pasqua, uno di cioccolata bianca ricoperta di mandorle e pistacchi, uno tradizionale di cioccolato fondente e uno artistico. L’assaggio è stato una goduria che consigliamo a tutti visto che il cioccolato oltre ad essere buono viene riconosciuto come prodotto afrodisiaco e antidepressivo. Si è creata una bella atmosfera, un buon pranzo serve a rendere piacevole la convivialità, noi insieme allo Chef ci siamo riusciti e lo stesso successo vogliamo augurarlo a tutti i nostri lettori. Buona Pasqua a tutti voi.

 

Risotto di piaciri o piaciri di risotto

Per 4 persone

 

300 g. riso carnaroli,

200 g. salsiccia di grammi chele,

0,3 g. di stimmi di zafferano,

lt.1 brodo vegetale,

una cipolla,

un cucchiaio di olio di oliva extravergine,

sale e pepe q.b.,

un bicchiere di vino bianco,

formaggio ragusano grattugiato.

Preparare il soffritto con olio e cipolla dove tostare il riso e la salsiccia, mettere in infusione in acqua calda gli stimmi di zafferano. Durante la cottura aggiungere, sale, pepe, brodo vegetale e cinque minuti prima di ultimare la cottura aggiungere l’infuso di zafferano. A cottura ultimata fare riposare due minuti il riso, sfumate con il vino bianco e spolverate su un po’ di formaggio ragusano Dop.

Servite con una foglia di menta fresca.