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Stefania Spampinato, il nuovo volto siciliano negli U.S.A

Articolo di Samuel Tasca,  Foto di Susie Delaney

Grey’s Anatomy. Il dottor De Luca rientra a casa dall’ospedale, la dottoressa Arizona sta baciando un nuovo personaggio conosciuto al bar e di colpo sentiamo: “Andrea, ma che ci fai qui?”
Abbiamo forse capito male? Non facciamo in tempo ad accorgercene che nel nostro medical drama preferito, di origine americana, inizia per la prima volta una scena interamente recitata in italiano. Chi è questa ragazza che parla così bene la nostra lingua? La bella, mora e divertente dottoressa è in realtà Stefania Spampinato, attrice siciliana di Belpasso, che interpreta il ruolo di Carina De Luca, new entry del cast di Grey’s Anatomy, serie tv giunta ormai alla sua quattordicesima stagione che conta milioni di fan in tutto il mondo.

Attrice, ballerina, siciliana, nuova star di Grey’s Anatomy… Chi è davvero Stefania Spampinato?
«(Ride) Una volta sui social ho visto un post in cui chiedevano di descriversi attraverso tre personaggi di finzione; io scelsi Pluto, il cane un po’ distratto con la testa tra le nuvole che magari fa cose che non dovrebbe; Penelope Cruz in Vicky Cristina Barcelona, passionale con un temperamento abbastanza labile; e Indiana Jones perché adoro viaggiare con lo zaino in spalla, stare in ostelli della gioventù e girare il mondo».

Dove ti piacerebbe vivere tra dieci anni?
«È dura scegliere un posto specifico – ci dice sorridendo divertita dalla sua incapacità di scegliere. Direi che la mia top three potrebbe essere Milano, Londra e Barcellona!».

Da fan a star di una delle tue serie tv preferite, cosa si prova?
«In ventiquattro ore mi è cambiata la vita. Arrivo sul set e penso: “Ma sta succedendo veramente a me?”. Nonostante lavori insieme a loro dal 10 agosto, a volte mi do dei pizzichi per capire se sto sognando, alla prima lettura del copione con tutti gli attori ho dovuto fare tipo dieci respiri profondi prima di iniziare a leggere le parti. Indubbiamente è una grande opportunità per me».

Sempre più presenze di attori italiani nei cast hollywoodiani, cos’è di noi che affascina tanto gli sceneggiatori americani?
«Devo dire che l’Italia andava alla grande tanti anni fa, mi viene da pensare a personaggi incredibili come Sofia Loren, ad esempio. Poi per un periodo siamo spariti – dice facendo un po’ di fatica a ritrovare qualche termine in italiano, ma dopo una gran risata e un po’ di autoironia continua – da quattro-cinque anni siamo riapparsi».

Potresti essere la prossima Sofia Loren, quindi?
«No, non scherziamo. Non c’è nessuno come Sofia Loren, però sono contenta del fatto che sempre più attori italiani possano lavorare negli Stati Uniti».

Qual è il ruolo che non vorresti mai interpretare?
«Non credo ci sia un ruolo che non vorrei interpretare. Per me recitare è come avere cinque anni e giocare a essere chiunque: un supereroe piuttosto che una dottoressa o perché no, una pazza psicopatica».

Sei la prova vivente che con impegno e caparbietà si possono ottenere importanti risultati come questi, cosa vuoi dire ai tanti giovani che coltivano un sogno?
«Di recente ho letto un libro che mi è rimasto molto impresso, diceva: “La riuscita dipende da tre cose: dal talento che hai naturalmente, dalla fortuna e dalla dedizione; due di queste non dipendono da te”. L’unica cosa che possiamo fare è impegnarci veramente al massimo e cercare di fare quello che ci piace nella vita».

Qual è il tuo più bel ricordo legato al Natale a casa in Sicilia?
«Sicuramente il Natale in famiglia, con mia madre, mio padre, i miei fratelli, i miei nipoti, i cognati… Io purtroppo ho perso mia madre un anno e mezzo fa quindi il ricordo più bello è il Natale tutti insieme».

Verrai a trovarci a Natale?

Adesso tutti vi starete chiedendo se vedremo la bella Stefania qui da noi questo Natale, ma preferiamo lasciarvi nel dubbio e stuzzicare la vostra curiosità. Chissà che la dottoressa De Luca non appaia all’improvviso, aspetto tipico del suo personaggio, anche nella nostra redazione!

Schillaci

Totò Schillaci, il capocannoniere dal cuore generoso

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di Christian Arancio e Antonella Rizzuto

Basta sentire poche note di “Un’estate italiana” di Gianna Nannini e Edoardo Bennato per tornare indietro ai tempi del Mondiale ’90. Il protagonista indiscusso fu Totò Schillaci, l’attaccante italiano che divenne ben presto capocannoniere della nazionale e amato dai tifosi. Ancora oggi ricordiamo quei suoi occhi che esprimevano la felicità e l’esaltazione dei gol segnati in quella memorabile competizione e che videro l’Italia arrivare al terzo posto. Innumerevoli i premi vinti durante quel torneo: secondo nella classifica del Pallone d’oro, pallone d’oro e scarpa d’oro Adidas.

Schillaci, che trasformò le sere d’estate per milioni di italiani in notti magiche, ha scritto un libro “Il gol è tutto” (Piemme edizioni) in cui si mette a nudo raccontando la sua vita, dall’infanzia ad oggi. «È un libro che parla di un ragazzo che, pur vivendo in un quartiere molto povero e nonostante le difficoltà, insegue il grande sogno che è il mondo del calcio. Per quei ragazzi che vogliono intraprendere questa professione, è un invito a credere in qualsiasi cosa si voglia fare e non smettere mai di sognare, seguendo le regole del mondo del calcio e della vita in generale».

Ed il calcio per l’attaccante palermitano «è stato la mia vita, la mia passione. Mi ha cambiato profondamente, mi ha dato la popolarità, ho ottenuto grandi successi e risultati molto più importanti di quelli che io pensassi».

Una carriera calcistica iniziata nella squadra dell’Amat Palermo, poi nel Messina e nella Juventus, i cui risultati gli valsero la convocazione in Nazionale proprio per il Mondiale ’90.

«Fu un’annata importante e quelle immagini sono rimaste impresse nella mente delle persone. Eravamo una grande squadra, forse una delle migliori formazioni degli ultimi decenni, con giocatori straordinari, ma nonostante fossero alla nostra portata non abbiamo vinto i mondiali. Avrei rinunciato persino alla mia carriera pur di vincere i mondiali». Ma da lì a poco ecco che le strade fra Schillaci e la Juve si divisero, solo contrattualmente «attraversavo un periodo non molto felice sentimentalmente, e questo influì molto sul rendimento sportivo, poi la società ha puntato su altri obiettivi, è arrivata la richiesta dell’Inter e così sono andato via. Ma il legame con la Juve è sempre rimasto, perché sin da piccolo sono sempre stato un suo tifoso e il sogno è stato coronato, aver indossato la maglia bianconera. È un po’ il sogno di tutti i tifosi e lavoro ancora per la Juve e i suoi club».

Nel 1994 iniziò l’avventura giapponese nelle fila del Jubilo Iwata definita da Schillaci, che divenne Totò San, «una bella esperienza, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e professionale, sul piano del gioco credo di aver dato il mio contributo ed aver insegnato qualcosa. Sono stato il primo calciatore italiano ad andare all’estero».

Anche per lui il richiamo della sua terra è stato forte ed è ritornato «perché sono molto legato a questa città, ai suoi profumi, ai suoi colori e in particolar modo ai miei genitori. Da diversi anni gestisco il centro sportivo Louis Ribolla con l’obiettivo di far crescere questi ragazzi sia umanamente che sportivamente, dando loro un equilibrio nella vita».

Nonostante sia diventato un personaggio famoso, sia ospite di programmi televisivi ed abbia interpretato diversi ruoli in serie tv, Totò Schillaci non ha mai dimenticato le sue origini e da alcuni giorni è il direttore sportivo dell’Asante Calcio, una squadra militante nel campionato di terza categoria siciliana, allenata da Giuseppe Leone, e formata da migranti ospiti dell’associazione Asante Onlus nei centri Azad e Elom di Palermo: in questo modo incontreranno altri coetanei, conosceranno la Sicilia e potranno trasformare la passione per il calcio in una professione. Un collegamento domenicale con la trasmissione tv “Quelli che il calcio”, permetterà loro di farsi conoscere a livello nazionale e sensibilizzerà l’opinione pubblica sul tema dei migranti. Il nuovo sogno di Totò Schillaci «è essere utile per le cose importanti».

Grassadonia e Piazza [SGS]

Sicilian Ghost Story, la favola d’amore di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

 

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Giulia Parlato

Dopo il cortometraggio “Rita” i due registi palermitani, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, realizzano il loro primo lungometraggio “Salvo” premiato al Festival di Cannes nel 2013. Sicilian Ghost Story ha aperto la Semaine de la Critique ed è stato premiato con i Nastri d’Argento come miglior fotografia e scenografia e al Magna Graecia Film Festival.

Come nasce questa vostra collaborazione?

  1. P.: «Ci siamo conosciuti a Torino, frequentando un master in tecnica della narrazione alla Scuola Holden e abbiamo deciso di scrivere insieme. Abbiamo lavorato a lungo come sceneggiatori, script editor e consulenti di case di produzione per lo sviluppo dei copioni e nel 2009 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio da registi, “Rita”. Nello stesso periodo stavamo lavorando alla sceneggiatura del nostro primo film “Salvo”, che realizzammo nel 2012 e da lì è iniziata la nostra carriera di registi».

Perché avete voluto raccontare proprio la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?

  1. G.: «Come tutti i palermitani e i siciliani abbiamo vissuto gli anni ’80 e ‘90, gli anni più terribili della recente storia siciliana. Nel 1993 viene sequestrato il piccolo Giuseppe Di Matteo da Brusca perché il padre, Santino Di Matteo, sta collaborando con i magistrati nella ricostruzione dell’attentato a Falcone e dopo 779 giorni di prigionia il bambino viene soppresso. Quell’episodio è stato il culmine della violenza della mafia siciliana ed il momento in cui abbiamo deciso di provare a costruirci un futuro lontano dalla Sicilia. Dopo il primo film “Salvo”, per noi era giunto il momento di confrontarci con la ferita più terribile di tutte, il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo: volevamo, da quella storia così dura, senza redenzione per nessuno, provare a costruire una storia di speranza, quanto meno per i coetanei di Giuseppe, per le nuove generazioni di siciliani».

Cosa avete provato ad aprire la Semaine de la Critique a Cannes quattro anni dopo la vittoria con “Salvo”?

  1. P.: «È stato molto emozionante perché abbiamo condiviso questa esperienza non solo con i due protagonisti, Gaetano Fernandez e Julia Jedikowska che nel film interpretano Giuseppe e Luna, ma anche con gli altri quattro ragazzi coprotagonisti. La loro commozione e i loro sentimenti hanno trascinato tutto il pubblico in sala».

Perché avete scelto di raccontare delle storie attraverso il format della favola?

  1. G.: «Interrogandoci sul senso dell’esperienza del bambino e degli ultimi due anni e mezzo della sua vita, di negazione della vita, dei sentimenti e dell’amore abbiamo cercato una chiave che portasse a tutto ciò che nella realtà a Giuseppe Di Matteo è mancato. Fondamentalmente è mancato l’amore, per questo abbiamo creato una favola d’amore che da un lato non dovesse tradire minimamente la realtà, la favola è sicuramente una favola nera, ma dall’altro lato dovesse schiudere la possibilità per il ragazzino, il protagonista della storia e lo spettatore una possibilità di speranza per il futuro. La chiave è stata la favola d’amore, partendo dalla creazione di un personaggio immaginario, Luna, una sua compagna di classe, innamorata di Giuseppe che, al contrario del mondo che lo circonda, non è disposta ad accettare lo stato di fatto, ma vuole capire e ritrovare Giuseppe costi quel che costi, anche a costo della propria vita».

Grassadonia e Piazza [SGS]

Grassadonia e Piazza [SGS]

Qual è la vostra maggiore soddisfazione e i vostri progetti futuri?

  1. G.: «Il fatto che non si sia limitato solo ad arrivare nelle grosse città ma anche nei centri più piccoli siciliani e del Meridione e che questo bel percorso del film, partendo dalla Sicilia, avrà incontrato migliaia di studenti».
  2. P.: «Accompagneremo il film in Italia e all’estero sino alla prossima primavera. Stiamo riflettendo e studiando su alcune idee che hanno a che fare con la Sicilia ma probabilmente all’interno di generi diversi, non è detto che debbano confrontarsi per forza col mondo della mafia».
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Roberto Toro: lo chef a sette stelle

Roberto Toro

Articolo di Angelo Barone e Foto di Tyson Sadlo

Al G7 di Taormina i leader mondiali non hanno trovato soluzioni condivise sui temi in agenda. A cominciare dal rispetto dell’accordo sull’ambiente di Parigi sino alle questioni relative ai migranti nel Mediterraneo. Su due cose tutti i leader partecipanti al vertice si sono trovati concordi: la bellezza di Taormina e la bontà della cucina siciliana interpretata da Roberto Toro, Executive Chef del Belmond Grand Hotel Timeo.

Lo scrittore Guy de Maupassant in “La via errante”, dove riassume il suo viaggio in Sicilia nel 1883, scrive di Taormina: “È solamente un paesaggio, ma un paesaggio che possiede tutto quello che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia e la mente”.

A completare la seduzione ci ha pensato lo chef Roberto Toro con i sapori e gli odori che ci sono negli ingredienti della nostra cucina. Lo chef, nella cena offerta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella agli illustri ospiti di Casa Italia, ha sedotto tutti con un menù che racconta della Sicilia, del suo mare, della sua terra, delle sue produzioni e delle sue tradizioni: tortelli ripieni di basilico e pecorino siciliano in salsa di gambero rosso di Mazara, trancio di dentice con pomodorini, capperi e basilico accompagnato da un cestino di verdure e patate al vapore, selezione di dolci siciliani: cannolo, cassata e sette veli. Il successo è stato strepitoso, i commensali hanno gradito, i commenti sono stati positivi, lo chef diventa una celebrità e anche noi lo andiamo a trovare.

Abbiamo incontrato Roberto Toro al Grand Hotel Timeo, dove lavora come Executive Chef dal 2012 e subito mi ha colpito la semplicità, la pacatezza e la serenità di chi sa che, anche in questi momenti di successo, la vita è fatta di lavoro e di valori.

Casa è la parola chiave per descrivere la sua filosofia di cucina: osservando le donne di casa ai fornelli nasce l’ispirazione della sua arte. “Quando rientravo a casa da piccolo, sentivo il profumo più buono al mondo: quello del pane appena sfornato da mia madre – afferma Roberto – e oggi nei miei piatti cerco sempre di proporre quegli odori e sapori che mi riportano alla mia infanzia”.

Cresciuto in una famiglia contadina del nostro territorio, a Palagonia, dopo la scuola alberghiera a Giarre decide di viaggiare per conoscere il mondo e la cucina internazionale. Sono anni di nuove conoscenze e sperimentazioni all’estero nei ristoranti di Danimarca, Francia e Germania.

Nel 2006 Roberto decide di tornare nella sua Sicilia “per riavvicinarmi alle radici della cucina migliore al mondo e perché era forte il desiderio di costruire qualcosa di buono a casa mia”.

Oggi è felice di poter ripagare i tanti sacrifici fatti dai genitori che con un piccolo agrumeto a Palagonia hanno potuto fare studiare e dare un futuro positivo a tutti i quattro figli.

Proprio il ritorno alle origini e la riscoperta della semplicità della cucina siciliana sono le chiavi del suo successo di chef: “La nostra terra, come poche al mondo, può vantare prodotti straordinari e quando si ha a disposizione un’ottima materia prima, non serve snaturare gli ingredienti ma basta saperli accompagnare bene esaltandoli nel giusto modo”. La cucina di Roberto si basa, infatti, sull’equilibrio e l’armonia tra sapori semplici e prodotti genuini in una mescolanza tra le più antiche ricette siciliane e sue interpretazioni. Ciò che non manca mai nel suo personale menù è il suo piatto preferito: spaghetti al pomodoro, preparazione tanto essenziale quanto il mondo di emozioni di bambino che si porta dietro.

Nello scegliere Taormina per il G7, l’obiettivo del Governo era quello far vedere al mondo la bellezza della Sicilia, l’umanità, la sapienza e lo spirito di accoglienza dei siciliani. Con orgoglio oggi possiamo affermare che l’obiettivo è stato raggiunto e Roberto Toro è una delle immagini positive della Sicilia: sarà Ambasciatore della Cucina Italiana nel Mondo in occasione della 2a edizione della Settimana della Cucina Italiana negli USA, dal 13 al 19 novembre a Washington. Un evento straordinario promosso dal Ministero degli Esteri e dal Ministero delle Risorse Agricole, che nella scorsa edizione aveva visto protagonista lo chef Massimo Bottura.

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Gaetano Savatteri: la nuova immagine della Sicilia

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Fabio Navarra

Lui è un giornalista ed uno scrittore affermato. È nato a Milano ma è originario di Racalmuto, la stessa città di Leonardo Sciascia. Lo incontro a Caltagirone poco prima della presentazione del suo ultimo libro “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza), e davanti ad un caffè inizia l’intervista a Gaetano Savatteri.

Una passione per il giornalismo che inizia quando «da ragazzini leggevamo i libri di Sciascia che raccontava del paese in cui vivevamo, c’era questo strano vivere allo specchio, perché tu leggevi il libro poi uscivi e vedevi i luoghi, le persone, le situazioni che Sciascia aveva raccontato anni prima. Da qui è nata l’illusione, la certezza, il bisogno che si potesse esistere solo se si esiste nella scrittura. Essendo molto giovani e non avendo trovato un autore che ci raccontasse fondammo un piccolo giornale (Malgrado tutto, nda) per raccontare il nostro tempo, denunciare le cose che non ci piacevano, credendo che la parola scritta, detta, pubblica fosse un valore che dava significato alle nostre idee: cominciammo con Giancarlo Macaluso, oggi al Giornale di Sicilia, Luigi Galluzzo e Carmelo Sardo oggi a Mediaset, un piccolo gruppo di ragazzi che si sono inventati un giornale, poi diventato un modo di vita, il nostro mestiere».

Giornalismo e scrittura sono legati da un comune denominatore, raccontare storie «non vedo tanta differenza se a raccontare una storia sono giornalisti o scrittori, alla base vi è il piacere di raccontare a qualcuno una storia, raccontarla costruendola nel modo, come diceva il mio capocronista, “che se uno comincia un articolo, se è bravo, devi farglielo finire”, lo stesso funziona con i libri. Se uno è bravo, se la storia funziona, chi comincia a leggere un articolo, un libro o segue un servizio lo fa fino alla fine».

Nella sua ultima fatica letteraria, “Non c’è più la Sicilia di una volta” Savatteri spiega che «non si può continuare a raccontare la Sicilia con strumenti letterari vecchi, usandoli come guida turistica. È vero che grandi scrittori hanno raccontato l’animo umano ma non possiamo pensare che girando per la Sicilia col Gattopardo sotto il braccio dobbiamo incontrare ogni passo i suoi personaggi. Quel tipo di profilo non esiste più. Ve ne sono altri, forse migliori o peggiori. Io ho tentato di raccontare che c’è una Sicilia letteraria, cinematografica, artistica, imprenditoriale che si muove, partendo dal 1992, anno delle stragi, in cui qualcosa è cambiata. Da allora sono passati 25 anni, un tempo sufficiente per creare una nuova immagine della Sicilia».

La stessa Isola che ogni anno si svuota, vede i propri figli realizzarsi fuori dai suoi “confini”, che ha tante contraddizioni. «Non ho scritto un libro di statistica comparata fra come si stava ieri e come si sta oggi, ho lavorato sull’immaginario. Proprio questi figli che vanno lontano sono quelli che contribuiscono a costruire un’immagine nuova della Sicilia, al cui interno c’è anche tutto quello che non va. Nel libro parlo anche di quella corrente di siciliani antisiciliani, che dicono “Buttanissima Sicilia” come Buttafuoco, che la Sicilia è da buttare: sicuramente questo problema esiste, ma nonostante le sue deficienze e carenze la Sicilia non è ferma, cambia, non possiamo descriverla come immobile».

È chiaro il segnale che Gaetano Savatteri vuol dare con il suo libro ed invita a «non continuare a ripetere la frase del Gattopardo, “Tutto cambia perché nulla cambi”. Questo è l’alibi di chi non vuol cambiare, un alibi che usa la classe dirigente, amministratori, studiosi, giornalisti compresi quando dicono che è inutile impegnarsi per fare qualcosa, perché tanto non cambia niente. Non dobbiamo stupirci se i nostri figli se ne vanno, perché siamo stati noi stessi a dire “loro di andare, perché qua è inutile fare qualunque cosa”. Pensare nulla cambi è il peccato peggiore che possiamo fare».

E come tutti i siciliani il rapporto con la Sicilia è molto contrastante per Savatteri «viviamo dentro un dilemma terribile, la odiamo e la amiamo, anzi, per qualcuno la Sicilia è come le belle donne che possono vivere né con te, né senza di te».

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Valeria Contadino e la passione per il teatro

articolo di Omar Gelsomino, Foto di Antonio Parrinello

Mamma di cinque figli e attrice di successo. Valeria Contadino debutta al Teatro Stabile di Catania con l’adattamento teatrale del “Birraio di Preston” di Andrea Camilleri e di Giuseppe Dipasquale, tratto dal romanzo del famoso scrittore e da allora ha interpretato diversi ruoli in spettacoli teatrali e film. Appena conclusa la tournèe italiana de “Il Casellante” ricominciano per lei nuovi impegni lavorativi e nuove sfide.

Quando nasce la passione per il teatro?

«Nasce in maniera inaspettata e casuale, scoprii questo mondo grazie ai laboratori teatrali scolastici ed iniziai un percorso che mi portò, subito dopo il diploma, a calcare le scene del Teatro Stabile. Un percorso che mi ha rivoluzionato la vita e proiettato nella dimensione lavorativa. Giovanissima ho iniziato a lavorare, mi sono sposata ed ho avuto i miei figli».

Che ricordo ha del suo debutto?

«Ho un ricordo molto bello perché facevo parte della grandissima compagnia del Teatro Stabile di Catania, con un testo tratto da un libro di Camilleri e con attori come Mariella Lo Giudice, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, Giulio Brogi, Armando Bandini. Un’esperienza da favola per un’aspirante attrice, qual’ero io a quell’età».

Come riesce a coniugare il lavoro e la famiglia?

«Non c’è una ricetta segreta. Tutto è improntato alla giornata. Questo è un lavoro come gli altri, dipende da come si vedono le cose e dall’importanza che si da a loro. I nostri figli sanno che ci sono delle priorità da rispettare per il bene di tutti e poi il teatro è un gioco, quindi devo dire che questo mondo a loro piace molto, l’hanno subito accettato, condiviso, si cresce insieme. Non c’è mai un punto di arrivo, cerchiamo sempre di renderli partecipi del nostro lavoro».

Cosa preferisce fra il teatro e la tv?

«Preferisco il teatro, la mia formazione è teatrale ed è quello che vorrei fare e perseguire sino a quando mi sarà possibile. Il teatro è molto diverso dal cinema e dalla televisione perché il rapporto col pubblico è dal vivo, c’è un contatto, un feed back, un qualcosa che accade qui ed ora, è sempre irripetibile. La macchina da presa immortala un momento di recitazione, un personaggio, una storia, che potrà essere rivisto più volte, cambia solo il punto di vista dello spettatore. Attraverso il teatro abbiamo la possibilità di rigenerarci attraverso il testo o la messa in scena che facciamo».

Se non avesse abbandonato l’Università cosa avrebbe fatto?

«Non lo so. Credo sempre un lavoro creativo. Mi sarebbe piaciuto molto fare la stilista, creare vestiti o costumi è una mia passione. Mi ha affascinato la conoscenza del diritto ma non potrebbe mai essere il mio lavoro».

Indirettamente Andrea Camilleri segna il suo esordio e i suoi successi teatrali, cosa pensa di lui?

«È una persona a cui voglio bene tantissimo, sempre casualmente ha segnato il mio percorso della mia vita. Grazie a lui ho conosciuto mio marito (il regista Giuseppe Dipasquale, nda), ho avuto la possibilità di intraprendere una bellissima carriera, di imparare tanto artisticamente ed umanamente e continuo ad imparare da quest’uomo, proprio come lezione di vita. Nonostante il successo ha conservato sempre una grande umiltà».

Quali sono i suoi impegni futuri?

«Chiuderò al Sistina la tournèe de Il Casellante, a metà giugno debutterò al Globe Theatre Silvano Toti di Roma diretto da Proietti in cui faremo un nuovo allestimento dello spettacolo “Troppo trafficu ppi nenti”, tradotto da Camilleri e Dipasquale, in cui interpreterò Beatrice, la protagonista femminile. Sempre a giugno girerò una puntata de Il commissario Montalbano e poi questo inverno prenderà vita un progetto a cui tengo molto, “Camicette Bianche” della giornalista Ester Rizzo in cui ricostruisce la storia dell’incendio della Triangle Waist Company, una fabbrica di camicette in cui morirono un centinaio di donne, tra cui alcune italiane, in cui persero l’identità, a causa delle  cattive condizioni di lavoro in cui era costrette a soggiacere per avere l’indipendenza economica, donne che emigrarono per trovare fortuna ed invece trovarono la morte».

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Un viaggio tra le note emozionali di Giuseppina Torre

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Samuel Tasca

Passione, talento, sensazioni ed emozioni. Sono tutti elementi che portano al successo. Quando Giuseppina Torre, pianista e compositrice vittoriese, nel 2012 ricevette una mail che le annunciava la nomination ai Los Angeles Music Awards le sembrò uno scherzo, solo con la richiesta successiva da parte dei supervisori, che ascoltato il suo brano su iTunes, della sua biografia, foto e altre composizioni dovette ricredersi. Fu allora che iniziò il sogno che la portò negli States tributandole ben quattro Los Angeles Music Awards, un International Music and Entertainment Awards, diverse collaborazioni con Solis String Quartet, Consiglia Licciardi, Michele Signore e Fabrizio Boss, ha composto musiche per programmi TV, suonato nei migliori teatri internazionali e lo scorso gennaio ha ricevuto gli Akademia Awards of Los Angeles con la composizione “Il mio cielo”.

Chi è Giuseppina Torre?

«Giuseppina Torre è una donna che vive per la musica e non potrebbe farne a meno. Come il grande Charlie Chaplin diceva che un giorno senza un sorriso è un giorno perso, allo stesso modo dico che un giorno senza musica è un giorno perso. La musica è per me linfa vitale».

Come nasce la passione per la musica?

«La passione per la musica e per il pianoforte è nata all’età di 4 anni quando uno zio mi regalò uno di quei pianoforti giocattolo. Con quel piccolo strumento riuscivo a riprodurre qualsiasi musica ascoltavo alla radio, con grande stupore dei miei genitori. Da lì a qualche anno tormentai i miei genitori affinché mi mandassero da un insegnante di pianoforte e dopo tante insistenze finalmente all’età di 7 anni esaudirono il mio desiderio».

Cosa le sarebbe piaciuto fare oltre ad intraprendere il percorso musicale?

«Mi sarebbe piaciuto studiare Medicina e diventare una ricercatrice ma questo percorso avrebbe escluso lo studio del Pianoforte e così ho seguito il cuore e la mia grande passione».

Cosa le da la musica e cosa vuol trasmettere?

«Come detto prima per me la musica è linfa vitale, non riuscirei a pensare e immaginare la mia vita senza il Pianoforte. Traggo ispirazione dalla mia vita, da ciò che vivo quotidianamente poi lo elaboro interiormente e lo trasformo in musica. Per prima cosa ciò che compongo deve emozionarmi, farmi venire i brividi sulla schiena e poi voglio emozionare e rendere partecipe delle mie emozioni il pubblico che le ascolta. Ritengo i miei concerti un viaggio musicale – emozionale».

Quanto c’è di personale nell’album Il silenzio delle stelle?

«Nell’album “Il silenzio delle stelle” c’è tutta me stessa, è un album di ricordi, sensazioni, emozioni. Un viaggio nei meandri più nascosti del cuore che ritengo un vero e proprio labirinto nel quale molto spesso ci si perde …».

Cosa si prova ad essere premiata in USA ?

«Tanta felicità e incredulità. Avere riconoscimenti importanti negli Stati Uniti ed essere considerata come pianista e compositrice a quei livelli è un qualcosa che va oltre il sogno. Penso ancora al mio primo Red Carpet con un abito avuto in prestito, alle luci dei flash dei fotografi, il mio primo “the winner is … Giuseppina Torre” e tutto ciò mi emoziona tantissimo. Penso ai sacrifici fatti da me e dai miei genitori per mantenermi gli studi».

Da noi è difficile fare musica ma cosa ha provato quando è arrivato il successo prima negli States e poi in Italia?

«Purtroppo l’Italia, e non solo nel settore musicale, valorizza poco i propri talenti ed è piena di tanti “nemo propheta in patria”. Provo tanta amarezza per tutto ciò e mi ritengo fortunata perchè finalmente tutti i sacrifici fatti sono valsi la pena e ringrazio l’America per avermi fatto vivere quello che ogni artista sogna».

Qual è il rapporto con la sua terra?

«Un rapporto di amore – odio. Una terra ricca di risorse ma che offre ben poco. Con il tempo ho cominciato ad accettare i suoi limiti perché consapevole di non poter vivere senza i suoi colori, senza i suoi profumi e anche senza le sue contraddizioni. Come direbbe Sciascia sono malata di “sicilitudine …”».

Quali sono i progetti lavorativi futuri?

«In questo momento sto lavorando a un progetto importante, sto scrivendo le musiche per il Documentario “La mia idea di Arte” di Papa Francesco tratto dall’omonimo libro edito da Mondadori. Gli arrangiamenti saranno del maestro Mimmo Cappuccio, la regia di Claudio Rossi Massimi, produzione Imago Film e distribuito dalla Draka Cinema di Corrado Azzollini. Un progetto ambizioso a respiro internazionale».

Un desiderio da realizzare …

«Dato che non bisogna mai porre limiti ai nostri sogni il mio desiderio sarebbe quello di suonare con una grande orchestra al Teatro Greco di Taormina».

 

 

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Cristiano Di Stefano, una carriera in continua ascesa

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Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Samuel Tasca

Cristiano Di Stefano ha iniziato come conduttore radiofonico a Radio Telecolor e poi come conduttore televisivo su Antenna Sicilia con una trasmissione di successo come “Playa Bonita Estate”. Ha fatto anche l’animatore nei villaggi turistici e sulle navi da crociera, attore nel film “Le ultime 56 ore” e conduttore della famosa trasmissione “Insieme”.  Un percorso in continua ascesa ma andiamo a conoscerlo meglio …

Com’è iniziata la tua carriera?

«Quando andavo a scuola, conducevo un programma radiofonico notturno, da mezzanotte alle sette, poi andavo a scuola e mi dummeva (ride). Ho iniziato facendo diversi lavori: aiutavo mio padre al bar, ho lavorato nei villaggi turistici, con la scuola alberghiera ho fatto il cameriere, il cuoco, il lavapiatti, sono stato sei anni a bordo delle navi da crociera. Ho fatto tanta gavetta. Tra l’altro, devo dire, necessaria».

Che cosa rappresenta per te Playa Bonita?

«Da lì è cominciata la mia attività televisiva. Iniziammo questo programma nell’estate del 1999 quando andavo in giro per le spiagge intervistando i bagnanti senza che mi conoscessero e mi riusciva bene, perché mi era servita l’attività nei villaggi ed era portata in tv. Con gli anni Playa Bonita ebbe un exploit incredibile, tanto che un giorno ci chiamò un autore de “La vita in diretta”, incuriosito dell’esistenza di un programma tv che alle 14 facesse ascolti incredibili, secondo i dati auditel, proponendoci di fare una puntata di “E la chiamano estate”, una versione estiva de “La vita in diretta” e avere come loro inviato Michele Cucuzza. In seguito ci chiamarono “Quelli che il calcio” per seguire le partite del Catania. Nel 2004-2005 Playa Bonita era all’apice del successo con il Festivalbar, la Kore della Moda e tanti altri eventi in giro per la Sicilia, alternando radio e tv».

Oltre alla tv hai fatto anche cinema, in un film che narrava di un importante e spiacevole fatto italiano.

«Le ultime 56 ore di Claudio Fragrasso, è stato un impegno cinematografico non indifferente perché dovetti mettermi in aspettativa, per via delle riprese che durarono circa un mese e mezzo. Il film parlava della vicenda dell’uranio impoverito ed io interpretavo uno dei dodici apostoli che prendevano in ostaggio un ospedale, perché alcuni militari di ritorno dalle missioni in Kosovo si ammalarono, per dimostrare allo Stato la realtà dei fatti».

Che cosa avresti fatto o ti sarebbe piaciuto fare?

«Sin da piccolo sognavo questo lavoro quindi, da credente anche in età avanzata lo sono diventato ancora di più, dico che grazie a Dio ci sono riuscito. Da alcuni anni frequento, un cammino di conversione, il cammino neocatecumenale e ritengo che il Signore abbia fatto tante grandi cose per me».

Hai raccolto un testimone importante quale la conduzione del programma Insieme, raccontaci com’è stato all’inizio.

«Direi pesante, perché l’ho raccolto nel momento in cui Salvo La Rosa, un grande professionista che stimo e ammiro, se n’è andato da Antenna Sicilia: immaginate dopo ventuno anni come il pubblico si sia affezionato al presentatore, come sia stato difficile ereditare un ruolo cosi importante per me e poi la diretta televisiva è completamente diversa. Quando mi fu proposto di raccogliere il testimone non è stato per nulla facile: c’era la difficoltà di comprendere i meccanismi della trasmissione e poi il palco di “Insieme” taglia le gambe. La prima volta che salii sul palco mi è mancata l’aria, bisogna imparare come muoversi, guardare le telecamere, il raggio di azione, interagire con gli ospiti, non solo ho superato tutto ma adesso il programma fa ottimi ascolti. Per me è il più bel traguardo che potessi raggiungere, perché rappresenta una rivalsa verso alcuni scettici nei miei confronti. Si è instaurato un rapporto amichevole con registi, comici, autori e tutto lo staff di Insieme».

Quali novità hai apportato?

«Abbiamo deciso di fare uno spettacolo più snello, con degli sketch comici veloci che tengano incollati i telespettatori davanti allo schermo. L’anno scorso abbiamo ospitato delle nuove band, abbiamo inserito “Sei in onda”, un angolo dedicato ai giovani talenti. Introdotto una scenografia led per sposare l’utilizzo dei social e leggere i messaggi, l’arrivo di alcuni comici provenienti da Made in Sud, puntando su giovani e mantenendo comici di punta come Toti e Totino, Carlo Kaneba, ecc.».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Quello che Dio vuol offrirmi mi offre. Sono qui con umiltà a fare il mio lavoro».

 

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Il sogno di Enrico Guarneri

di Omar Gelsomino   Foto di Mario Alberto Alberghina

La sua è una lunga carriera teatrale con un brillante ruolo televisivo che l’ha reso amatissimo tra il pubblico, grazie al programma di Salvo La Rosa, “Insieme”. Parliamo di Enrico Guarneri, catanese, cabarettista, comico ed attore poliedrico, ha “vestito” il ruolo di personaggi diversi interpretando ruoli drammatici, comici e d’autore sui più prestigiosi palcoscenici italiani. Oltre a girare alcuni spot televisivi ha fatto parte dei cast di alcuni film di Natale.

 

Chi è Enrico Guarneri?

«(ride). È un attore, sino a qualche anno fa avrei detto un attore teatrale, ma nella scorsa stagione e in questa in corso (2015 e 2016, nda) sono stato chiamato per i film di Natale, ma anche un po’ cabarettista se vogliamo, anche se mi permetto di avere qualche riserva. In realtà Enrico Guarneri non fa altro che recitare il ruolo di “Litterio”, questo contadino dalle scarpe grosse e dal cervello fino, un capo carriola perché viene dal mondo dell’edilizia, viene da manicula, di sessantaquattro anni».

Come avviene l’approdo al mondo teatrale?

«Avviene in maniera del tutto casuale: un giorno un mio amico mi chiese se volessi far parte di una nuova compagnia teatrale. Un po’ per curiosità, un po’ per passatempo accettai e da lì iniziò quest’avventura. Uscito di scena mi sentii dire “Tu fai ridere, anche se dici cose normali, insisti! Anche se avrai difficoltà non demordere. E io aiu ‘nsistutu (ride)».

Come nasce il personaggio di Litterio?

«Nasce per questa mia straordinaria voglia di fare teatro, cominciata per gioco, pressavo il mio produttore affinché potessi vivere di teatro, quando ero già sposato con figli, e lui mi diceva “Come faccio a darti queste garanzie? Non sei neanche conosciuto! Se tu facessi un tuo spettacolo, un one man show, sarebbe diverso”. Così scrissi questo spettacolo, in cui la parte del leone la faceva Litterio, un nome rarissimo a Catania, perché si richiama alla Madonna della Lettera, protettrice di Messina. Con questo spettacolo vinsi pure un premio, presentato da Salvo La Rosa, piacque anche a lui e al pubblico, dopo il successo di quella sera il resto è storia».

Cosa le ha dato e continua a darle il teatro?

«Continua a darmi emozioni, grossi motivi di profonda riflessione, in un momento in cui le società corrono, consumano, bruciano e buttano via tutto con la velocità della luce. Questi motivi di riflessione nascono dalla scelta artistica che ho fatto insieme ad altre persone che hanno accompagnato questo mio cammino: Carlo Auteri, Mario Fraiello, Guglielmo Ferro, Antonello Capodieci nel consigliarmi di non far sempre e solo cose comiche ma di iniziare ad accostarmi ad autori importanti. Trovare nuovi stimoli, perché dopo 35 anni di comicità, se ti accosti ad un testo classico, drammatico, filosofico, riflessivo non è facile ma ti rigenera, ridà stimoli, fa ripartire».

Dopo “Natale col boss” arriva “Natale a Londra – Dio salvi la regina”. Cosa si prova a recitare sul piccolo schermo?

Sono due cose completamente diverse: nel cinema c’è un supporto tecnologico con un’incidenza elevatissima, il teatro è artigianato. La famosa frase “datemi un palco, una sedia e un proiettore e le cose che devo dire”, poi ci penso io ad intrattenere il pubblico. Nel cinema tutto questo non esiste, ci sono suoni, luci, contro luci, ombre, proiezioni, fotografia. Quando interpreti una scena non cambia molto, recitare è sempre uguale».

In questi giorni sta portando in scena I Malavoglia, dopo Catania anche a Roma e a Milano. Che riscontri ci sono da parte del pubblico?

«Il pubblico impazzisce perché questa nostra terra ammalia, affascina, strega. Di contro la nostra è una terra a tinte forti, di poeti e di scrittori immortali, di monumenti favolosi e nello stesso tempo c’è un disagio unico. La nostra è la terra dove si sciolgono i ragazzi nell’acido per minacciare il padre detenuto che si pente, ed è la terra di bellezze naturali ineguagliabili. Questi contrasti affascinano e quando un grande autore, quale il Verga, è riuscito a farne uno spaccato e metterlo su carta e tu riesci a riproporlo con la stessa intensità, con la stessa emozione, chi conosce poco questa terra ne subisce uno shock positivo».

Ci sveli un suo sogno …

«Diventare ed essere riconosciuto come l’ambasciatore della grandissima drammaturgia siciliana nel mondo».

 

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Barbara Tabita, la bella siciliana esuberante e incontenibile

di Samuel Tasca   Foto di Fabrizio Di Blasio e Valentina Glorioso

Dal teatro al grande schermo sino al product placement. Lei è Barbara Tabita, originaria di Augusta, un’attrice attraente e caparbia, si è imposta sin da subito al grande pubblico tanto da essere amata da grandi e piccini. Esuberante ed incontenibile sui set cinematografici è determinata anche nel suo nuovo ruolo di imprenditrice, con la sua Tata Brand, occupandosi di consulenza creativa e di eventi nelle produzioni cinematografiche. Tanti sono stati i ruoli da lei interpretati e che proprio in questi giorni la vedono nelle sale cinematografiche con il film “Natale al sud”, “La fuitina sbagliata” e nella serie “Mariottide”.

Attrice, cantante, imprenditrice…chi è in realtà Barbara Tabita?
«Una donna volitiva, stacanovista, esigente con se stessa. Sono una persona curiosa e sempre in continuo mutamento, lavoro, studio, viaggio, sto sempre in ascolto…, mi informo, sono curiosa di tutto; insomma vivo intensamente. Cerco di fare tutto con grande serietà…anche far ridere, con serietà, ahah (ride)!».

Nata ad Augusta, hai debuttato nella recitazione nella cornice dello splendido Teatro di Taormina e spesso ti ritrovi in produzioni televisive e cinematografiche che parlano della Sicilia, come descriveresti il tuo rapporto con la tua terra?
«Io amo molto la mia terra ma non condivido chi la governa. Non ho mai prediletto nessuna corrente politica che ci ha governato, nessuno é stato capace di valorizzare quello che questa straordinaria isola può offrire, ma ormai non mi arrabbio più. È la mia terra, il mio sangue, scappo appena ho un momento di pausa a “trovarla” e sono sempre felice quando posso lavorare a casa».

Da “Felicia Impastato” a “La mafia uccide solo d’estate”, diversi ruoli in produzioni che narrano del binomio mafia-Sicilia, quali sono i tuoi sogni e le tue speranze per la Sicilia di domani?
«Spero nelle nuove generazioni, che non siano marce come le vecchie, la mia generazione è dovuta andare via. La mia è la generazione degli indignati, a cavallo tra la generazione dei finti inconsapevoli (i nostri padri) ed gli inconsci. Le nuove generazioni sono globalizzate, cittadini del mondo, figli del web, hanno una visione che va oltre lo stretto, anche se nati e cresciuti in una terra dove non esiste neanche l’alta velocità, ma che dico non esiste neanche una semplice rete ferroviaria funzionante;saranno loro a destabilizzare il finto apparente immobilismo, rivoluzionando tutto senza andar via, semplicemente dal loro pc».

Aiuti le aziende siciliane a posizionare i loro prodotti all’interno di produzioni cinematografiche…da dove nasce questa idea?
«Dopo aver conseguito un master in Management Cine Tv, alla Luiss a Roma, ho aperto Tata Brand. L’unica società siciliana che si occupa di marketing cinematografico e televisivo, una fatica enorme, in una terra dove ancora non si riesce a capire che lo sviluppo di un indotto cinematografico porta lavoro per molti ed è un volano per il turismo. Come esempio basti pensare alla serie di “Montalbano”, che ha favorito la crescita esponenziale del turismo a Scicli e a Ragusa Ibla e l’andamento in continua crescita dell’aeroporto di Comiso, grazie al fatto che questa serie è stata venduta in tutto il mondo. Adesso ho appena finito di produrre un branded content per una società di Napoli, “Clouning” una web series sui crimini del web, e da gennaio riparto all’attacco con un progetto di cineturismo in Sicilia. Perché la mia terra è un meraviglioso set a cielo aperto e finché ho la forza e l’entusiasmo tornerò sempre a cercare e creare opportunità di lavoro qui».
Prima nel film con Ficarra e Picone e adesso sarai presente nel primo lavoro cinematografico de I Soldi Spicci…possiamo dire che la tua partecipazione è diventata quasi un portafortuna per i comici siciliani che approdano sul grande schermo?

«Ahah (ride). Me lo auguro, al momento tutte le opere prime che ho fatto hanno avuto successo: Italo, La mafia uccide solo d’estate, Italiano medio (ma non è siciliana), Lo scambio…, e con i ragazzi de I Soldi Spicci di sicuro due spiccioli li faremo, ahah (ride ancora)».
Presentaci il tuo ultimo film “Un Natale al Sud”, in uscita nelle sale il primo dicembre
«È una commedia tipicamente natalizia, con un gruppo di attori collaudato, siamo una grande famiglia, c’è stima, rispetto e divertimento e saremo nelle sale di tutta Italia dal 1° dicembre. Il film distribuito da Medusa, racconta come al giorno d’oggi ci si conosce e ci si innamora via chat, mettendo in contrapposizione la nostra generazione ancora legata al contatto reale ed i giovani con i loro amori via cavo. Un film per tutta la famiglia con un cast ricco di attori: Massimo Boldi, Biagio Izzo, Debora Villa, Paolo Conticini, Enzo Salvi, Anna Tatangelo, Paola Caruso, Loredana De Nardis e quattro giovani youtuber già star del web».

Un tuo augurio ai nostri lettori per il nuovo anno
«Abbiate cura di voi e dei vostri cari e sarete capaci di ricevere quello che di buono arriverà dalla vita»