Foto posata Alberto Urso A

La musica universale di Alberto Urso

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Uff.Stampa Elisabetta Soldati

Sin da subito ha dimostrato il suo talento e la sua bravura. Dalla partecipazione a “Ti lascio una canzone” alla vittoria di Amici 18 di Maria De Filippi, il cantante liric-pop messinese Alberto Urso di strada ne ha fatta tanta. Ha pubblicato due album di successo, “Solo” e “ll sole ad est”, ed è stato protagonista nell’ ultima edizione del Festival di Sanremo 2020, con l’omonimo brano, oltre alla partecipazione ad Amici Celebrities. Una voce potente e versatile, poiché canta dall’opera al pop, lasciando la sua impronta nonostante la giovane età. I suoi idoli sono Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti, ma ha anche duettato con tanti altri grandi interpreti della musica italiana. Alberto Urso, rispondendo alle nostre domande, racconta ai lettori di Bianca Magazine la passione per il canto, il successo e i suoi progetti futuri.

Come si descriverebbe?
«Sono un ragazzo semplice, sempre di buon umore. Mi basta un pianoforte e una granita con panna per farmi felice».

Quando nasce la passione per il canto?
«Sembra banale ma la mia passione per il canto nasce da bambino. Il mio sogno fin da piccolo è sempre stato fare musica. Tutte le mattine suonavo il piano per mia nonna Rosetta».

Da dove viene l’amore per la lirica?
«L’amore per la musica lirica nasce a sette anni. Ero a Lipari perché mio padre aveva organizzato il concerto di un cantante che faceva pop lirico e musica napoletana. Tornato a casa lo imitavo sotto la doccia e mio padre ha detto “rifallo”, mi ha portato da un insegnante e da lì ho cominciato a prendere lezioni».

Quanto è importante il sostegno della famiglia?
«Moltissimo. Mi hanno sempre sostenuto in tutto quello che ho fatto e sono stati i primi a credere in me. Hanno fatto moltissimi sacrifici per sostenermi, gli devo tanto».

Ci racconta l’esperienza di Amici ?
«Amici è stata un’ esperienza unica che mi ha permesso di studiare musica otto ore al giorno. È una grande opportunità per tutti coloro che credono nel sogno di fare della propria passione un lavoro. Sei mesi lì dentro sono stati preziosissimi e non dimentico quello che Maria e il suo team hanno fatto per me, saranno sempre in ogni nota che canto».

Da “Ti lascio una canzone” ad “Amici”, finalmente ha realizzato il suo sogno?
«Sì, sono un privilegiato. Il successo non è semplice da gestire, ma bisogna sempre restare con i piedi per terra. La scuola di Amici mi ha aiutato anche in questo, a focalizzare gli obiettivi e a mantenere la concentrazione».

Con la sua voce ha dimostrato ottime capacità di passare dalla lirica al pop e al rock, ha già deciso il genere musicale che vorrà intraprendere?
«Amo spaziare tra diversi generi e mi piace sperimentare. Amo sia la lirica che il pop, la musica è universale».

Ci parla della collaborazione con J-AX in “Quando, quando, quando”? Immagino anticiperà il suo nuovo disco, cosa ci dice? Che sonorità ci sono?
«Sono onorato che un grande artista come J-Ax abbia deciso di partecipare a questo progetto. Con “Quando Quando Quando” ho voluto portare un po’ di spensieratezza in questo periodo ancora difficile e per farlo ho scelto un brano molto speciale (quello che Tony Renis presentò al Festival di Sanremo nel 1962 diventando un grandissimo successo nazionale e internazionale) e un compagno d’eccezione: J-Ax. Al momento è ancora presto per parlare del mio nuovo disco, per ora mi godo l’estate con la mia famiglia e con i miei amici».

A chi l’ accosta al trio de “Il Volo”, cosa dice?
«Il Volo sono tre grandi artisti. Facciamo percorsi differenti che non sono paragonabili soprattutto perché loro sono un gruppo mentre io salgo sul palco da solo».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«L’ obiettivo è quello di portare la mia musica anche all’ estero. Ho avuto la fortuna e il piacere di duettare con la grande soprano pop Katherine Jenkins. Mi sono ritrovato negli Abbey Road Studios di Londra: lo avranno già detto gli altri, ma entrare in sale dove hanno cantato i Beatles ed Elton John fa un certo effetto».

Non ci resta che augurargli di continuare a volare realizzando i suoi sogni.

 

 

 

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Michele Cucuzza, da signore della tv ad esperto social

di Patrizia Rubino

Michele Cucuzza, catanese classe 1952, volto storico della Rai, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico, ma anche scrittore prolifico – ha al suo attivo ben nove libri – vive da oltre trent’anni a Roma, ma conserva nel cuore e nello spirito le sue origini siciliane. Una brillante carriera come giornalista di cronaca e inviato in mezzo mondo, e poi come signore indiscusso della tv e dell’infotainment con la conduzione de “La vita in diretta”, di “Uno mattina” e di altri programmi di successo. Il rientro nella tv dei grandi ascolti è segnato dalla partecipazione lo scorso gennaio alla trasmissione “Grande Fratello Vip”. La sua uscita dal programma coincide con un altro lungo periodo di isolamento, questa volta non per esigenze televisive, ma per l’emergenza sanitaria del Coronavirus.

Dalla reclusione per un programma televisivo a quella necessaria per l’epidemia del Coronavirus.
«Diciamo che si è trattato di due forme d’isolamento diverso, ho sicuramente scelto di fare l’esperienza del Grande Fratello consapevole di tutto quello che poteva comportare. La reclusione, per il Coronavirus, l’ho vissuta in casa mia da solo, ma grazie ai social e alle mie dirette quotidiane sono entrato in contatto con una moltitudine di persone, di ogni età, condividendone storie e vite. La tanto vituperata rete, secondo molti colpevole di pericolose derive narcisiste e individualiste, in questo frangente ci ha salvato, ci ha consentito di non perdere il contatto con gli altri e di non essere soli».

Il Grande Fratello l’ha riportata al grande pubblico. Che tipo di esperienza è stata?
«Devo dire che mi sono divertito parecchio. Potrei definire questa esperienza come una sorta di esperimento intergenerazionale che mi ha consentito di confrontarmi, con persone di età diversa, e al di là del programma televisivo, viene fuori la vera personalità di ognuno. Però l’aspetto più positivo di questa mia partecipazione è stato quello di farmi conoscere dai giovani. Sento il loro apprezzamento costante e crescente nei miei interventi sui social».

Oltre ad essere molto attivo sui social network lei è un attento osservatore del fenomeno della rete. Ne parla nel suo ultimo libro “Fuori dalle bolle! Come sottrarsi dalle supercazzole in rete”.
«In questo libro mi rivolgo soprattutto ai giovani, che sono tra i maggiori fruitori della rete. Li esorto a migliorare la propria autonomia rispetto a tutto quello che trovano sul web, a non essere passivi e ad andare oltre alle apparenze. Occorre essere curiosi, avere spirito critico, uscire dalla bolla delle proprie convinzioni e confrontarsi».

Torniamo alla tv. Maurizio Costanzo ha recentemente dichiarato che in televisione c’è bisogno di un professionista garbato e di buon senso come lei.
«Queste parole dette dal “Baffo della tv” mi fanno particolarmente piacere e le prendo di un buon auspicio. Mi piacerebbe ricreare all’interno di un programma tv, quanto ho realizzato durante la mia quarantena attraverso le dirette sui social. Incontri incrociati interessanti, bizzarri e inaspettati, tratti da spaccati di vita assolutamente reale. Lo ripeto, la rete soprattutto in quella contingenza è stata fondamentale e devo dire che ha battuto la tv 90 a 0».

Lei ha un rapporto speciale con Grammichele, tra l’altro sede della nostra rivista. Quali sono i suoi ricordi più belli legati alla Sicilia?
«Proprio così, mia mamma era di Grammichele e qualche anno fa ne ho ricevuto la cittadinanza onoraria. Ricordo le vacanze estive che vi trascorsi da bambino e l’inebriante profumo di gelsomini. Ovunque mi trovi, i gelsomini mi riportano alla gioia di quei tempi. Come indimenticabili restano le bellissime escursioni sull’Etna con mio padre, che fu un grande vulcanologo. Ho girato il mondo apprezzando e accogliendo culture e tradizioni diverse, in questo credo di essere profondamente siciliano. Ho un desiderio: tornare presto in Sicilia per fare surf sullo Stretto di Messina».

 

 

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Alessandra Tripoli, la passione per il ballo, tra sacrifici e successi internazionali

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Luca Urso

Bellissima, bravissima e passionale. L’abbiamo vista esibirsi nella pista di “Ballando con le stelle”, insegnando i passi di ballo ai vip e trasformandoli in veri talenti e ballerini con performance mozzafiato. Alessandra Tripoli, nata a Misilmeri in provincia di Palermo, campionessa internazionale ci racconta i suoi esordi, i suoi successi e i suoi desideri. «Sono una donna determinata, ho sempre creduto che la perseveranza e il duro lavoro alla fine ripaghino. Nella mia vita ho preso decisioni sempre di cuore più che di testa, ecco perché a 23 anni ho lasciato l’Università per dedicarmi solo al ballo. La mia vita è sempre stata una sfida contro me stessa, per provare che potevo farcela senza l’aiuto di nessuno».

Questa sua determinazione l’ha messa in pratica sin da subito, proprio quando è nata la passione per il ballo. «Mia madre non ricorda un momento della mia vita dove non mi vedeva ballare, mi racconta che ballavo davanti alla tv, durante qualsiasi colonna sonora, pubblicità e musica che passava in tv o in radio. Stanca di vedermi copiare tutti i balletti a “Non è la Rai” di Ambra Angiolini, mia madre a sei anni mi portò a scuola di ballo, l’anno dopo continuai con la danza latino americana e dopo 26 anni sono ancora qui».

Inseguire un sogno comporta sacrifici e solo chi è determinato riesce a realizzarli. «Intraprendere la strada del ballo ad alti livelli, non avendo una grandissima possibilità economica, significa fare dei sacrifici che la mia famiglia ha condiviso con me per tanti anni, fino a quando non ho saputo camminare con le mie gambe. Ricordo le dormite in macchina perché non potevamo permetterci la stanza in hotel, gli allenamenti infiniti, studiare negli intervalli e di notte, dovevamo risparmiare per pagarci le lezioni. Quando fai uno sport a livello agonistico, ti privi anche dell’adolescenza. Non posso dire di avere avuto un’adolescenza convenzionale ma bella, non rimpiango nulla perché ho bei ricordi di quei sacrifici sempre accompagnati da vittorie e quando c’erano le sconfitte arrivavano gli insegnamenti. Il successo che mi è rimasto più nel cuore è stato quello di “UK Championship”, una gara con più di 300 coppie provenienti da tutto il mondo, in cui ho ballato con una contusione all’alluce vincendo questa competizione e poi “Blackpoll Dance Festival”, nella categoria “Professional Rising Stars Latin”. Due vittorie volute e sacrificate, sono arrivate con più maturità». Nel 2018 ha vinto anche “Ballando con le stelle” in coppia con Cesare Bocci, in un’edizione memorabile. «Vincere Ballando con le stelle con il mio migliore amico è stata la cosa più bella che mi sia mai successa in quel programma. Cesare Bocci mi faceva sentire protetta, c’era empatia, tanto che si è creato un bellissimo rapporto, rimasto ancora oggi, così come con gli altri partner di ballo (Enzo Miccio, Salvo Sottile, Simone Montedoro). In quell’edizione la gente ci ha amato tanto ed è un ricordo meraviglioso che porterò con me per tutta la vita».

Da anni Alessandra Tripoli insieme al marito Luca Urso vive a Hong Kong, dove insegnano ballo ai tanti studenti. «Nel 2012 la proprietaria di uno studio di ballo ci ha proposto di lavorare lì, all’inizio abbiamo rifiutato perché era dall’altra parte del mondo, ma dopo un mese ci siamo trasferiti. Quella decisione ci ha cambiato la vita perché a Hong Kong non solo c’è l’opportunità di lavorare tanto, ma è una meta fissa per gli insegnanti di tutto il mondo, quindi li avevamo a un passo da casa. È stata una decisione sofferta, un’altra cultura che abbiamo abbracciato volentieri e oggi è una seconda casa. A Hong Kong non c’è mai stato un vero lockdown, il governo ha consigliato agli abitanti di rimanere in casa, indossare la mascherina, non prendere i mezzi pubblici, uscire solo per andare a lavorare. Hanno saputo gestire bene il virus, adesso la situazione si sta normalizzando e speriamo che presto si apra senza limiti. Trascorrere la quarantena con la persona che si ama, è la cosa più bella che possa esserci: abbiamo ballato nel nostro salotto, da brava siciliana ho cucinato, abbiamo visto film e letto libri. Speriamo che la normalità torni il più presto possibile anche per l’Italia». Ma se il lavoro è dall’altra parte del mondo il cuore e gli affetti sono sempre in Sicilia, e non poter tornare a causa del Coronavirus è ancora più pesante. «Per noi che siamo legati alle tradizioni, e che rivediamo le nostre famiglie in estate e a Natale, il pensiero di non riuscire a tornare quest’anno in Sicilia mi fa stare male. Significherebbe avere dei problemi con i voli e con tutto ciò che ne consegue. Pensare che quest’anno non sentirò il profumo del mio mare, dei nostri piatti, che non rivedrò la mia famiglia è dura, perché il cuore è sempre in Sicilia. La Sicilia manca tanto, così come mancano gli affetti, ma cosa non si fa per realizzare i propri sogni? Se si vogliono raggiungere si fanno questi sacrifici e stare lontani da casa è il prezzo da pagare per noi». Di recente l’abbiamo vista nel famoso programma di Jennifer Lopez, cui partecipano i più bravi ballerini del mondo. «A “World of Dance” entrano i ballerini più bravi al mondo di tutti gli stili e farne parte è un privilegio e ti infonde tanta autostima. Vedere di persona Jennifer Lopez, Derek Hough e NE-YO è stato un tuffo nel passato e sentirsi dire certe parole ci ha riempito il cuore».

Prima di ritornare ai suoi impegni ci svela che nei suoi progetti futuri c’ è ancora “Ballando con le stelle”. «Se non dovesse andare in porto questa edizione spero di far parte del cast l’anno prossimo. Adoro il mio lavoro, fino a quando le mie gambe me lo permetteranno farò la ballerina e la coreografa. Un altro sogno nel cassetto è diventare mamma, dopo una vita insieme, sarebbe il completamento del nostro amore, e poi insegnargli a ballare e condividere con lui questa nostra passione». Senza mai arrendersi Alessandra Tripoli ha fatto della determinazione le basi del suo successo coltivando la passione per il ballo.

∏PaoloCiriello

Alessio Vassallo «Amo raccontare storie»

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Paolo Ciriello

Si è imposto nel panorama cinematografico e televisivo come uno dei più promettenti attori italiani. Nella sua giovane e brillante carriera ha ricoperto tantissimi ruoli, anche se il pubblico lo conosce come Mimì Augello de “Il giovane Montalbano”. Alessio Vassallo, trentaseienne artista poliedrico palermitano, dopo aver conseguito il diploma alla prestigiosa Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” debutta in teatro, senza mai abbandonarlo, iniziando a recitare oltre che nella serie dedicata al commissario di Camilleri, attraverso la quale ha conquistato la notorietà a fianco di Michele Riondino, anche in tante altre serie di successo: da “Agrodolce” a “Edda Ciano e il comunista” a “Romanzo siciliano”, passando per «Squadra antimafia – Palermo oggi 2», «I Medici» e in diversi film, cortometraggi e spot televisivi. Incontriamo Alessio Vassallo, conosciuto e apprezzato per il suo straordinario talento, e ci racconta la sua vita, la sua carriera e i suoi progetti come una qualunque persona normale, soddisfatto del suo bellissimo lavoro.

Quando nasce la passione per la recitazione?
«I primi anni all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico sono stati fondamentali. Oltre a nutrire quotidianamente la mia passione, questi anni mi hanno donato una forte disciplina che per il mio lavoro è l’ingrediente più importante».

Tanti i ruoli interpretati sinora, ma quello che ti ha insegnato o colpito di più qual è stato?
«Penso il primo. Nel film “La vita rubata” interpretavo Pasquale Campagna insieme con Beppe Fiorello, che impersonava Pietro Campagna. A questi due fratelli è stata uccisa barbaramente una sorellina di soli diciassette anni dalla mafia. Raccontiamo la storia di Graziella Campagna. Ricordo ancora i fratelli che vivevano con noi sul set durante le riprese. Ricordo l’emozione e la responsabilità di quel ruolo. È stato un inizio di carriera molto forte che mi ha anche imposto di perseguire una linea professionale molto precisa».

Cosa ricordi del tuo esordio nel 2008?
«Avevo una così poca consapevolezza che mi rendeva attorialmente sotto certi aspetti più libero».

Nella serie “Il giovane Montalbano” hai interpretato il ruolo di Mimì, quanto ti assomiglia questo personaggio?
«Volete sapere se sono un femminaro? La risposta è no. Da buon siciliano amo le belle donne. Credo molto nell’amore e soprattutto spero presto, al contrario del buon Augello, di farmi una famiglia. Di certo la mia autoironia è molto simile a quella del personaggio scritto da Camilleri. E forse anche la sua genuinità».

Ti rivedremo in una nuova stagione de Il Giovane Montalbano?
«Il 23 Marzo sono tornato in tv sempre a Vigata con “La concessione del telefono”. Uno dei romanzi a mio avviso più belli del maestro Camilleri. Il giovane Montalbano a oggi non se ne parla… ma qualcosa mi fa pensare che prima o poi torneremo».

Teatro, cinema e tv, cosa preferisci?
«Amo raccontare storie. Il mezzo è l’ultimo dei miei problemi. Per me è più importante cosa racconto al pubblico. Raccontare una storia a qualcuno è una gran bella responsabilità. E ogni volta prima di mettermi sulle spalle una tale responsabilità ci penso molto bene».
Il momento più bello della tua carriera?
«Mesi fa durante le riprese de “La concessione del telefono”. Era un progetto che aspettavo da un po’ di tempo. Davvero il classico sogno che diventa realtà».

Cosa porti dentro di te della Sicilia? Quanto ti manca?
«Io sono siciliano. Proprio nel modo di pensare, di vivere… quindi, dentro non porto nulla. Semmai sono io che porto qualcosa agli altri. La Sicilia mi manca tanto… Ogni volta che vado a trovare i miei, penso… Voglio tornare a vivere qui. Restare qui. Poi, ahimè, ho sempre un aereo che mi riporta a Roma».

Sei soddisfatto del tuo successo?
«Si. Sono soddisfatto felice della mia carriera fino ad oggi. Delle scelte fatte. Il successo o la popolarità… sono soltanto delle conseguenze del nostro lavoro. E sinceramente non ci ho mai fatto tanto caso. Sono un po’ fuori moda… lo so… oggi siamo invasi dal successo, tutti hanno successo, ma spesso è un successo senza alcun contenuto».

Fuori dal set cosa ti piace fare?
«Stare con le persone alle quali voglio bene e sono davvero pochissime. Passare il tempo con i miei genitori e con la persona che amo.

Puoi anticiparci il tuo ruolo ne La concessione del telefono?
«Interpreto Pippo Genuardi. Penso possa bastare».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Dopo la messa in onda importante de “La concessione del telefono” sono tra i protagonisti di un progetto molto interessante tratto dai racconti di Carofiglio “Passeggeri Notturni” in onda su Rai Play e tra poco inizio le riprese di un film per il cinema… ma non posso anticipare nulla».

 

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Dajana Roncione, “Ho deciso di far diventare questa mia sensibilità il mio lavoro”

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Johnny Carrano, The Italian Rêve

Dalla gavetta in teatro al successo al cinema e in TV. Quasi con un tocco artistico degno di un pittore, la bellissima Dajana Roncione interpreta i ruoli in modo empatico, partendo da una ricerca introspettiva, per conoscersi meglio, sino a confondersi con i suoi personaggi facendo sue le loro storie. Ha lavorato con i più grandi attori e registi. Di recente l’abbiamo vista interpretare il ruolo di Annalori Ambrosoli nella docu-fiction della Rai “Giorgio Ambrosoli – Il prezzo del coraggio” con Alessio Boni. Palermitana d’origine, da anni vive a Oxford, Dajana Roncione si è raccontata nella nostra intervista.

Ci parla della sua infanzia?
«Sono nata a Palermo e sono cresciuta a Monreale dove ho ho frequentato le scuole, compreso il liceo classico. A Palermo, invece, ho iniziato a studiare Recitazione e Storia del teatro al Teatro Biondo e da lì, ho deciso di andare a Roma e tentare l’audizione per l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dalla quale mi sono poi diplomata nel 2007. Mia nonna Angelina è stata un importante riferimento nella mia infanzia: lei era la mia sicurezza, il mio porto fermo e sicuro; anche quando mi sono trasferita a Roma continuava a mandarmi lettere che ancora oggi conservo. Era bello riceverle tutte le settimane, era meglio di una telefonata o di una modernissima mail… Mia nonna mi ha fatto amare le tradizioni e anche le cose “alla vecchia maniera”».

Quando ha capito che la recitazione sarebbe diventata la sua professione?
«Chiedermi instancabilmente come si sentano gli altri, perché prendono una decisone piuttosto che un’altra, analizzare come la scelta di determinate decisioni determina chi siamo, avere sempre voglia di conoscere le differenze senza giudicare ma con la pura voglia di comprendere e con pura curiosità è stata la diretta conseguenza del mio amore per la recitazione. In ogni caso, che io reciti o no, non smetterò mai di provare interesse verso gli altri, le scelte degli altri, i loro dispiaceri, le loro ingiustizie; non riesco a non sentire l’energia che cambia in una stanza quando qualcuno soffre o è arrabbiato o felice… e ho deciso di far diventare questa sensibilità il mio lavoro».

Come è stata la prima volta sul set?
«“Il grande sogno” è stato il mio primo film diretto da Michele Placido, avevo vent’anni. È stata un’esperienza bella, ma anche dura. Per certi versi, perché mi misuravo con attori già conosciuti e con esperienza come Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio e avevo la classica “paura di sbagliare”, ho imparato con il tempo che non aiuta e adesso il mio motto è proprio l’opposto, “non aver paura di sbagliare”. Michele Placido è sempre stato un regista e un attore che sin da piccola apprezzavo molto e sul set aveva una forte personalità; avevo paura di deluderlo o che la mia mancanza di esperienza sul set fosse evidente. Non ero ancora consapevole al cento per cento delle mie forze e del mio talento, ma questo è normale quando si è agli inizi. Adesso so di essere forte, ma è passato del tempo da quel primo film. Ho imparato molto da quel set e da questa prima esperienza che mi ha portato diretta al Festival di Venezia, puoi immaginare l’emozione.
Di recente ho lavorato ancora una volta con Michele Placido in teatro con “I sei personaggi in cerca d’autore”: è stata un’esperienza meravigliosa e di grande crescita artistica per me, stavolta ero più consapevole e più forte».

Tra il teatro, cinema e fiction dove si sente più a suo agio?
«Ho cominciato dal teatro e per me sarà sempre il posto dove mi sento più a mio agio, perché mi piace poter aver tempo per costruire un personaggio, sperimentare con le prove. Mi piace l’energia che si crea con la compagnia e l’idea di poter portare avanti la vita di un determinato personaggio nell’arco di due ore consecutive e ogni sera di ripetere la vita di quel personaggio trovando tutte le sere necessità diverse che mi aiutino a sentire ancora vivo quel ripetersi e mai meccanico. Ma ho imparato molto anche dalla televisione che mi ha costretta a velocizzare i tempi a cui ero abituata con il teatro o con il cinema, mi ha obbligata a prendere decisioni più improvvise e quindi per certi versi a rischiare di più».

Cosa porta quando recita e quanto l’ha arricchita caratterialmente questo mestiere?
«La mancanza di giudizio che devo avere nei confronti del personaggio che interpreto è ciò che porto e allo stesso tempo è la ricchezza più grande che mi ha insegnato questo mestiere».

C’è un ruolo che l’ha segnata maggiormente e uno che le piacerebbe interpretare?
«Ho di recente interpretato Annalori Ambrosoli nella docufiction dedicata a Giorgio Ambrosoli con Alessio Boni per la regia di Alessandro Celli, è un personaggio che mi ha insegnato molto. Così come la Figliastra in “Sei personaggi in cerca d’autore”, ogni personaggio per me è un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo di me stessa. Mi piacerebbe interpretare l’Antigone di Anouilh».

Cosa le sarebbe piaciuto fare altrimenti?
«Non ne ho idea!».

Dajana Roncione quando non recita cosa le piace fare?
«Leggere o rileggere e mi piace tanto. Adesso per esempio sto rileggendo “Ognuno muore solo” e avevo da poco finito di leggere “L’assassinio del commendatore” di Murakami. E poi mi piace fare lunghe passeggiate, tempo permettendo qui a Oxford».

Da tempo vive in Gran Bretagna, cosa ha portato con sé della Sicilia?
«L’arte dell’arrangiarsi che impari in Sicilia ti rende “zen” in qualsiasi altro posto del mondo».

Quanto le manca la Sicilia? 
«Ho nostalgia della Sicilia, quando posso cerco di ritornare».

Cosa prova quando torna a lavorare nella sua terra?
«Rivedrò i miei genitori, così potranno vedermi a lavoro. Rivedrò i miei amici, la mia migliore amica. Mangerò benissimo e saranno tutti generosissimi. Questo è ciò che penso! Torno a casa, penso».

Quali sono i suoi progetti artistici futuri?
«Ho un film in uscita a marzo, ma non posso ancora darvi più informazioni. E ho scritto un soggetto cinematografico al quale tengo molto».

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Lello Analfino, la bandiera della Sicilia

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Alessandro Castagna

Lui riesce a coinvolgere il pubblico come pochi sanno fare. Lello Analfino, frontman della storica band dei Tinturia, è un vero animale da palcoscenico. La passione per la musica nasce «Da quando ero nel grembo di mia madre, sono sempre stato innamorato della musica. Costrinsi i miei genitori a comprare degli strumenti musicali ma non studiai mai musica, anche se poi è diventata il mio lavoro».
Non tutti sanno però che Lello Analfino è anche un architetto. «Sono architetto per necessità, per spostarmi mi serviva la macchina ed io ero uno studente fuori corso, un giorno mio padre mi disse: “Se ti laurei te la regalo”. Allora mi sbrigai a laurearmi». E ci rivela che se non avesse intrapreso il mondo della musica gli «sarebbe piaciuto lavorare la terra, coltivare qualcosa, produrre uva o forse vini». L’incontro con i Tinturia diventa un legame indissolubile, un mix di energia e sonorità che da sempre li contraddistingue. «I Tinturia nascono circa vent’anni fa dall’unione di quattro ragazzi di Raffadali e uno di Agrigento. Abbiamo cominciato con alcune cover, ascoltarono delle canzoni che io avevo scritto e decidemmo di lavorarci insieme. La cosa bella dei Tinturia è che è un gruppo trasversale».
L’estro di Lello Analfino, autore dei testi e delle musiche, diventa l’immagine dei Tinturia, creando un genere musicale davvero originale, che lui stesso chiama “sbrong”, una fusion dal pop al rock, dal folk allo ska, dal reggae al funk e al rap, connotato sempre dalla sua radice siciliana. È diventato la bandiera della Sicilia con le sue canzoni di successo, a volte leggere, oppure irriverenti o poetiche, persino romantiche: “Coccio d’amuri”, “Donna riccia”, “Jovanotto”, “Occhi a pampina”, solo per citarne alcune. «La Sicilia per me è un onore, un privilegio talvolta anche un onere perché spesso mi capita di dover rappresentare una terra, un’intera società che non merita le cose che possiede. Mi duole il cuore vedere i rifiuti abbandonati nelle campagne, chiunque sia stato non merita di vivere la terra che vive. La Sicilia per me è una cosa meravigliosa, una bella donna che ti fa innamorare, ti mastica, ti assapora, e invece di ingoiarti ti sputa e tu rimani sempre come qualcosa di espulso. Mi riferisco ai tanti ragazzi che vanno via dalla Sicilia, questi sono gli espulsi, quelli masticati e sputati da questa terra, e questo mi addolora».
Dal suo esordio ad oggi tante le canzoni scritte e gli album pubblicati, tra cui anche uno live, la collaborazione col duo palermitano Ficarra e Picone, componendo la colonna sonora del film “Nati stanchi”, ha scritto il brano “Cocciu d’amuri” per il film “Andiamo a quel paese” interpretando l’attore che canta la serenata e partecipa alla composizione delle musiche per il film “Fuori dal coro” del regista Sergio Misuraca, ne “L’Ora legale” collabora con Ficarra e Picone dirige la produzione del brano di Arisa “Democrazia” e collabora con altri artisti.
Da poco è uscito il singolo “Rosanero Amore Vero”, il nuovo inno del Palermo. «L’ho scritto insieme a Salvo Ficarra ed Ettore Zanca. Anche se sono cittadino del mondo, vivo da oltre 20 anni a Palermo, quindi sono palermitano di adozione. Sono stato abbonato al Palermo calcio ed è una squadra che adoro. Anche se ho la mia squadra del cuore preferita ovviamente quando le siciliane giocano con squadre di fuori tifo per tutte loro». Poco prima di congedarsi Lello Analfino ci confida che presto ascolteremo il nuovo album dal loro sound inconfondibile. «Entreremo presto in studio, il nuovo disco è già pre-prodotto, spero che entro la fine dell’anno uscirà il singolo, e c’è l’ipotesi di far uscire il disco stampato solo in vinile nel 2020. Ci saranno delle collaborazioni importanti, il disco assumerà un aspetto più moderno, mi innamoro sempre più dell’elettronica ma non tralasciando mai l’acustica e i suoni importanti dei Tinturia, perchè è una band live, quando saliamo sul palco nun ci nnè pi nuddu».

 

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Il Primo Natale di Ficarra e Picone

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Dario e Oriana Palermo

Uno sanguigno e l’altro timido. Uno sfrontato, l’altro riservato. Potremmo continuare all’infinito. Una cosa è certa, gli opposti si attraggono. Non si tratta della legge fisica, stavolta è la vita artistica e professionale. Parliamo del duo comico palermitano Salvo Ficarra e Valentino Picone. Un sodalizio artistico che va avanti dal 1993 e una carriera che è stata un crescendo di consensi e successi portando in giro per l’Italia la sicilianità. Tanti gli spettacoli tra teatro e televisione. La partecipazione alla trasmissione “Zelig” accresce la loro fama stregando il pubblico. Dal 2001 a oggi tanti i film di successo, da “Nati stanchi” a “Il 7 e l’8”, da “La matassa” a “L’ora legale”. Dal 2005 li abbiamo visti condurre anche “Striscia la notizia” e protagonisti a “Zelig”. Mattatori della comicità a teatro, nel 2018 hanno debuttato al Teatro Greco di Siracusa con “Le rane” di Aristofane che è stato anche un successo su Rai Uno. Dal 12 dicembre Ficarra e Picone tornano al cinema con una commedia natalizia ambientata nell’Anno Zero nei giorni precedenti alla nascita di Gesù, “Il Primo Natale”. Salvo e Valentino interpretano rispettivamente un astuto ladro e un sacerdote molto pacato che vivranno questa incredibile avventura. Girato tra l’Italia e il Marocco è un film in costume che coinvolge un numeroso cast, tra cui spicca un inedito Erode interpretato da Massimo Popolizio. Andare al cinema a Natale è un classico, una tradizione direi, a maggior ragione se il film racconta una storia che ci emoziona e allo stesso tempo ci fa ridere, cosa di cui abbiamo bisogno, soprattutto se questa storia è “Il Primo Natale”. Andiamo a fare una chiacchierata con Salvo Ficarra e Valentino Picone così li conosciamo meglio in questa intervista che gentilmente ci hanno concesso.

Se non avreste fatto gli attori cosa vi sarebbe piaciuto fare?
FICARRA: «Se non avessi fatto l’attore, avrei fatto l’impiegato alla Regione, oppure mi sarei aperto una salumeria».
PICONE: «Io avrei fatto l’assistente di Ficarra alla Regione, oppure l’avvocato. Mi ero pure laureato in legge… ».

I vostri film raccontano sempre l’attualità, è questo il segreto del vostro successo?
«Non sappiamo ancora se abbiamo avuto o meno successo. La cosa importante è raccontare delle cose che vogliamo condividere con il pubblico. Ogni film nasce sempre con questa esigenza. Non c’è una regola. Fino a ora quello che abbiamo deciso di fare, soprattutto con le storie che abbiamo trattato nei nostri film, è stato apprezzato dal pubblico. Speriamo sia così anche questa volta, con il nostro settimo film, Il Primo Natale».

Dal 2005 conducete “Striscia la notizia”, com’è il passaggio dal cinema alla tv?
«La tv è stata molto importante per la nostra formazione, perché ci ha aiutati ad arrivare nelle case degli italiani. Striscia è stata e continua a essere la nostra finestra sul mondo. Quando siamo in onda, siamo sempre sulla notizia, ci dobbiamo documentare minuto per minuto, per restare sempre informati visto che siamo ogni sera in diretta».

Quale altra trasmissione vi piacerebbe condurre?
«Quella che ancora non c’è… o magari una cosa nuova pensata per noi. Chissà… ».

Quest’anno sono venticinque anni di carriera, quasi delle nozze d’argento, come li festeggerete?
«Quest’anno è un anno fantastico. I nostri venticinque anni insieme, sono incredibili. A volte ci chiediamo come abbiamo fatto a reggere così tanto… Sicuramente ci ha aiutati molto la disistima reciproca e il fatto che l’uno conosce segreti inconfessabili dell’altro, e quindi si spiega tutto! Per celebrare quindi questa bella data, ci stiamo regalando un film nuovo, che stiamo amando molto e che speriamo possa piacere al pubblico. E poi un altro grande appuntamento sarà un tour teatrale che toccherà tutta l’Italia, in Sicilia saremo a Palermo al Teatro di Verdura e a Taormina al Teatro Antico, che raccoglierà il meglio del nostro teatro di questi anni e tante novità… ».

Quanto siete legati alla Sicilia? Cosa rappresenta per voi?
«Noi siamo legatissimi alla Sicilia, è la nostra casa, dove abbiamo scelto di vivere, e dove vivremo per sempre. Per noi è nutrimento e continua fonte d’ispirazione per il nostro lavoro».

Nella vita reale siete davvero così? Uno più esuberante e l’altro più sornione?
«Nella vita reale, siamo esattamente così. Purtroppo».

Ci parlate del vostro nuovo film?
«Non vediamo l’ora di condividere il nostro nuovo film con il pubblico. Ci prudono le mani… Vorremmo farvelo vedere subito… Ma, invece, dovete aspettare ancora qualche giorno. È una storia molto bella, almeno per noi, che avevamo nel cassetto da diverso tempo, ma che si è plasmata e ha preso forma, solo quest’anno. E cosi abbiamo deciso di girarlo. È la storia di Salvo un ladro di arte sacra, ateo convinto e di padre Valentino, un prete affascinato dalla potenza iconica del presepe. Due mondi, i loro, molto lontani ma che per un caso fortuito s’incontreranno e vi garantiamo che ne vedrete delle belle!».

Dopo il successo de “L’ora legale” con “Il Primo Natale”, il vostro settimo film, di cui avete firmato anche stavolta la sceneggiatura, avrete grandi aspettative…
«Le aspettative sono sempre le stesse: ovvero far divertire il pubblico che andrà a vederlo. Poi se capiterà che oltre a ridere, qualcuno si troverà a riflettere, ce ne scusiamo fin da ora».

Com’è stato questo viaggio nel tempo?
«Ma non è stato un viaggio… è stata un’esperienza che c’è capitata di vivere, e ancora credeteci, non abbiamo capito se è accaduto realmente o ce la siamo solo immaginati… ».

Il vostro augurio per i lettori di Bianca Magazine
«Amici di Bianca Magazine, è la prima volta che siamo presenti su questa bella rivista e siamo felici di esserci. Vi auguriamo un sereno Natale con le vostre famiglie e vi aspettiamo tutti, grandi e piccini al cinema a vedere il nostro Primo Natale. Tanto se non venite, vi veniamo a prendere. Sappiamo dove abitate. Tutti».
Siete tutti avvisati! Pardon, siete tutti invitati ad andare al cinema a vedere “Il Primo Natale”.

BM

Deborah Iurato ft. Soul System, un nuovo progetto discografico che unisce i due vincitori dei talent

Articolo e foto di Samuel Tasca

Era il 2014, quando una giovanissima cantante ragusana vinceva Amici, il talent show di Maria De Filippi in onda su Mediaset. Stiamo parlando della bella e brava Deborah Iurato che, con la sua voce portentosa e la sua naturalezza, aveva conquistato, da subito, il cuore e l’affetto degli italiani.
«In questi anni sono cresciuta e sono maturata, adesso mi sento più donna – ci racconta Deborah su una spiaggia del Lido di Noto durante le prove del suo concerto -. Il percorso ad Amici ha fatto sì che il mio sogno più grande diventasse il mio lavoro. Lo rifarei altre diecimila volte perché mi ha dato tanto e mi ha fatto crescere».
Ma stavolta la Iurato non è da sola, assieme a lei ci sono i Soul System, vincitori della decima edizione di X Factor nel 2016, che firmano, insieme a Deborah, il nuovo singolo Stammi bene (On my mind), uscito il 7 giugno.
«Hanno quell’anima r’n’b e soul che a me piace un sacco – dice Deborah riferita ai Soul System – quindi abbiamo pensato di uscire insieme con questo singolo che segue appunto i miei tre anni di stop. È stato super, perché si è creata questa energia e sintonia incredibile al punto tale da decidere di andare in tour insieme».
È tanta la complicità e l’allegria che si percepisce tra la solista siciliana e il gruppo dei Soul System che la definiscono affettuosamente la loro “soul sister”. «La cosa che ci ha conquistato di più di Deborah è che, alla prima prova, ha portato i cannoli siciliani e quindi, già da lì, avrebbe potuto anche stonare tutto il tempo, ma per noi sarebbe stata sempre la miglior cantante del mondo» – ci svela il batterista della band concludendo con un sincero “viva i cannoli siciliani!”.
Quindi cosa aspettarci da questo tour insieme?
«Solo cose belle, come si dice dalle mie parti – ci risponde scherzando Deborah –. A parte gli scherzi, noi ci stiamo divertendo tanto e fortunatamente abbiamo anche avuto tanto riscontro dal nostro pubblico, il pezzo è piaciuto molto e siamo felici di portarlo in giro in tour».
Con quest’ultima affermazione ci salutano Deborah Iurato e i Soul System prima di salire sul palco, affacciandosi su un lungomare già gremito di fan impazienti di ascoltare la loro nuova hit!

BM

Anna Mazzamauro e Miriam Leone, le bellezze diverse

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giovanni Isolino

Trascorrendo alcuni giorni di ferie a Salina, durante l’ottava edizione del MareFestival Salina, dedicata ai venticinque anni della scomparsa dell’indimenticabile attore Massimo Troisi e la cui madrina della manifestazione, è stata Maria Grazia Cucinotta, icona della bellezza siciliana nel mondo, ho seguito gli incontri con due attrici dalla bellezza diversa: Miriam Leone e Anna Mazzamauro. Miriam Leone, catanese di origine, Miss Italia nel 2008 ha una carriera in rapida ascesa: nel 2009 in Rai con Unomattina Estate e Mattina in famiglia, nel 2010 esordio al cinema con la commedia Genitori & figli. Successivamente è un susseguirsi di successi in televisione e nel cinema: Unomattina in famiglia, Il ritmo della vita, Distretto di Polizia, Ale & Franz Show, Camera Caffè con Luca Bizzarri, presenta DrugStore, Un passo dal cielo con Terence Hill, Le Iene con Fabio Volo e Geppi Cucciari; è protagonista con Raul Bova e Luca Argentero in Fratelli unici e con Lello Arena e Angela Finocchiaro nella commedia La scuola più bella del mondo. Nel 2015 diventa protagonista de La dama velata su Rai Uno, una fiction di grande successo, e nella serie televisiva su Sky Italia 1992 interpretando Veronica Castelli (in 1993 e 1994), nello stesso anno si vede assegnare il Premio Fabrique du Cinema in qualità di attrice rivelazione e un Telegatto Speciale al Roma Fiction Fest, successivamente è con Fabio Volo nella commedia Un paese quasi perfetto e con Pif nel film In guerra per amore; è nel cast di Fai bei sogni di Marco Bellocchio presentato al Festival di Cannes. Sono tanti i ruoli interpretati che ne fanno una delle più affermate attrici italiane del momento. Per Miriam Leone la bellezza conta e nel suo caso è stata determinante: la sua carriera parte proprio da un premio di bellezza. Ci dice «che per avere successo solo la bellezza non basta, conta molto la disciplina e l’impegno nel lavoro». Felice di ricevere il premio Massimo Troisi, insieme a un suo punto di riferimento come Maria Grazia Cucinotta, ha ricordato il premio Telegatto ricevuto da Pippo Baudo e si dichiara «orgogliosamente sicilianissima con la passione per la musica e la voglia di fare un film western di azione». Anna Mazzamauro, nota al grande pubblico per essere la Signorina Silvani, corteggiata da Fantozzi, con una bellezza diversa la scopriamo con una simpatia che sprizza in ogni sua dichiarazione e con una bellezza interiore testimoniata dal suo impegno in teatro per affermare la libertà di ognuno di vivere la propria natura come nella commedia Belvedere: insieme a Cristina Bugatty sono interpreti della storia di due vite che si intrecciano e scoprono di avere in comune il desiderio di vivere ed esprimersi con sincerità, una delle attrici recita la parte di una transessuale. Una commedia che invita a riflettere sull’accettazione delle nostre diversità e che le piacerebbe recitare anche in Sicilia. Anna Mazzamauro si è definita «una stortignoccola libera di essere e vivere come mi piace». Impegnata nel teatro e nella vita per superare i pregiudizi nella nostra società sulle diversità, siano esse sessuali, religiose o di razza, si è presentata come nel suo spettacolo che ha ottenuto grandi successi, Nuda e Cruda, dove Anna Mazzamauro racconta di sé ed esorta il pubblico «a spogliarsi dei ricordi cattivi, degli amori sbagliati, dei tabù sul sesso, a liberarsi dalla paura della vecchiaia,a esibire la propria diversità attraverso risate purificatrici». Se la nostra Miriam Leone è un esempio di bellezza e professionalità, Anna Mazzamauro lo è di simpatia e autoironia.

BM

La voce di Mario Venuti nell’universo

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mescal Music

 

“Soyuz 10” (Microclima-Puntoeacapo | Tetoyoshi Music Italia – distribuito da Sony Music), è il titolo del nuovo disco di inediti di Mario Venuti, uscito lo scorso 31 maggio, e anticipato dal primo singolo “Il pubblico sei tu” scritto dallo stesso Venuti e Kaballà con musiche di Venuti, Seba e Chiaravalli. Abbiamo incontrato Mario Venuti per parlare con lui del suo nuovo disco e della sua carriera artistica.

Dopo “Motore di vita” un nuovo album, “Soyuz 10”, le va di raccontarci come è nato?
«È un disco abbastanza vario musicalmente, come solitamente accade con i miei lavori. Rispetto a Motore di vita è un disco un po’ più suonato anche se l’elettronica è più contenuta. Si chiama Soyuz 10 perchè durante la lavorazione del disco, quando dovevo registrare la voce, il tecnico del suono mi mise di fronte una serie di microfoni per verificare quale si avvicinasse più al mio timbro vocale, caso volle che scelsi proprio lo Soyuz. Mentre cantavo ho immaginato che questo microfono fosse una navicella spaziale che porta la mia voce nell’universo e quest’immagine mi è sembrata abbastanza poetica da farla diventare il titolo di un album. Soyuz come saprete è la navicella spaziale russa, 10 perché rappresenta il mio decimo album. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che Soyuz in russo significa incontro, poiché è un disco in cui la maggior parte sono canzoni d’amore, il tema dell’incontro, dell’interazione tra le persone è abbastanza presente per cui mi è sembrato fosse adatto anche al contenuto».

Dopo “Il pubblico sei tu” è appena uscito “Ciao Cuore”, ci parla del suo nuovo singolo?
«“Ciao Cuore” è una canzone in forma di favola. Il cuore è caduto in disuso tra gli uomini ormai dediti solo ad attività di concetto. Ma la naturale propensione umana ai sentimenti ne fa sentire la mancanza. Il cuore viene richiamato vox populi e questa canzone è il suo inno di bentornato. Ogni riferimento a persone ed eventi contemporanei non è casuale».

Cosa rappresenta per lei Soyuz 10?
«Questo album rappresenta una fase, un diario del momento. Penso di essere arrivato ad una fase di maturazione tale per cui anche fare musica diventa per me anche facile. È un disco in cui mi sono lasciato andare, senza pensare cosa avrei potuto fare, le canzoni sono venute da sole e alla fine chi l’ascolta mi dice che è un disco positivo, che suona disteso, con buone vibrazioni, non si sentono negatività e questo è un bene».

La sua carriera artistica inizia a Catania, è rimasta ancora il cuore nevralgico per i cantanti?
«Il periodo degli anni ‘90 è sicuramente irripetibile perché in città c’era un fermento sia artistico che anche manageriale. Non basta che ci siano dei talenti, occorre che ci sia qualcuno che li sappia valorizzare, allora c’erano Francesco Virlinzi e la Cyclope. Oggi sono rimaste una serie di strutture che lavorano attorno alla musica ma l’atmosfera è cambiata. Ci sono nuovi talenti ma probabilmente hanno meno occasioni per emergere».

Ha collaborato con i più grandi artisti, ma chi le ha trasmesso di più?
«Forse l’incontro con Franco Battiato, Carmen Consoli. Sono stati degli incontri oltre che artistici anche umani, molto belli, che mi stanno a cuore. Ho un rapporto ottimo anche con Francesco Biancone dei Baustelle con cui ogni tanto scriviamo e anche in questo disco c’è una canzone firmata da lui, è ormai una tradizione che in ogni mio disco ci sia un pezzo in cui ci sia il suo zampino. Musicalmente ho esplorato talmente tanti campi che non ho lasciato nulla di intentato però sono sempre aperto a tutte le possibilità che la musica può offrire. Ci sono tanti artisti con cui mi piacerebbe collaborare, ad esempio con Caetano Veloso, un mio maestro e che ho conosciuto personalmente, lo scorso 13 luglio al Teatro Antico di Taormina mi è stato chiesto di aprire il suo concerto».

Così mentre Mario Venuti andrà in giro con il suo tour autunnale non possiamo che “ascoltare” quelle buone vibrazioni ed emozioni del suo nuovo album.