Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

sergio vespertino

Sergio Vespertino, il valore di una risata

di Samuel Tasca   Foto di Vincenzo Zaffuto

Lo avrete visto in numerose fiction, dall’ultimo successo di “Màkari” a “La mafia uccide solo d’estate”; molti lo seguono a teatro dove rimangono catturati dalla sua comicità spiccata e genuina: stiamo parlando di Sergio Vespertino, palermitano dallo sguardo intenso che, partendo dal teatro, ha saputo conquistare anche il pubblico di cinema e televisione.

Sergio, ci racconti perché hai scelto di fare l’attore?
«Perché avevo bisogno di vedere attorno a me gente che ride. Sentivo la voglia e la necessità di interfacciarmi con un pubblico nel migliore dei modi: dando infinite possibilità all’anima. Comunicare è qualcosa di incredibile che ho sempre nutrito sin da bambino. Già da piccolo inventavo delle storie che poi mi divertivo a interpretare assieme agli amici. Ricordo le mie avventure di Zorro nelle quali con la mia spada giocattolo fingevo che il mio cane fosse il mio cavallo».

E poi com’è andata?
«Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno aiutato a levigare la mia recitazione, che mi hanno dettato i perimetri di scena e quant’altro c’è da sapere. Primo tra tutti il grande regista Pippo Spicuzza a Palermo e poi, allo Stabile di Catania, alcuni tra i nomi più importanti come Turi Ferro, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. In seguito, ho iniziato a scrivere dei monologhi, cosa che per me fu una novità. Così, dal 2003, ho iniziato questa nuova avventura da solo in scena, anche se non sono mai del tutto da solo perché con me c’è sempre il Maestro Pier Paolo Petta che coadiuva tutte le musiche e con i suoi suoni colora il mio percorso narrativo».

Quando scrivi da cosa trai ispirazione?
«Più che altro dalla vita. Non ho mai voluto attingere troppo ai classici. Mi sono detto: “Perché non possiamo parlare di questo tempo e del nostro bagaglio che ci portiamo dentro?”. Parto spesso dai miei ricordi d’infanzia, dalle persone che hanno condiviso parte del mio cammino, dall’idea di poter ridere di noi stessi facendo anche dell’autocritica».

Perché è così importante una risata secondo te?
«Sono uno di quelli che crede che il meglio di noi stessi si ottenga solamente grazie ad un sorriso. Siamo in un’epoca nella quale ci rendiamo conto di non essere il centro del mondo e che la vita è spesso caratterizzata da sforzi, sacrifici e disillusioni. È qui che nasce in me la voglia di trovare nella risata una forma di alternativa a quanto di negativo può succedere».

Qual è un ruolo che ti ha caratterizzato particolarmente?
«Dopo l’esperienza nella fiction “La Mafia Uccide solo d’Estate”, nella quale interpretavo Tommaso Buscetta, ho avuto la possibilità di continuare la collaborazione con Pierfrancesco Diliberto (Pif) con il film al cinema “In guerra per amore”, nel quale interpretavo il ruolo di un cieco. È stata una bella sfida dal punto di vista recitativo perché sicuramente non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio che possiede un handicap di questo tipo».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
«Ho partecipato al nuovo film di Aldo Baglio, con la regia di Alessio Lauria, che mi ha dato la possibilità di usare alcune mie forme di coinvolgimento verso il pubblico senza essere troppo imbrigliato nel personaggio, lasciandomi un certo grado di libertà. “Una boccata d’aria” uscirà alla fine di quest’anno e racconterà questa storia che parte da Milano, per poi arrivare qui in Sicilia tra i territori di Segesta e Calatafimi. Nel frattempo continuerò a lavorare con la Rai, mantenendo il mio personaggio di Girolamo Ammirata all’interno de “Il Paradiso delle Signore”. E poi tanto teatro da portare in Sicilia e nel resto della penisola».

Nei tuoi progetti ti porti spesso dietro la tua Sicilia…
«Sì, penso si possa fare molto per valorizzare alcuni luoghi di questa terra. Una bella iniziativa che ho condiviso col Maestro Petta è stata quella di portare lo spettacolo “Novecento” in giro per i teatri di pietra della Sicilia. Un’esperienza che ha permesso a me per primo di scoprire alcuni luoghi incredibili».

 

 

 

Le corde emotive di Katia Greco

di Omar Gelsomino   Foto di Elsa Campini

Una bellezza acqua e sapone, semplice e talentuosa. Lei è l’attrice messinese Katia Greco, apprezzata e seguitissima dal pubblico italiano per i ruoli interpretati in diversi prodotti di successo: da “Il giovane Montalbano” a “Il Cacciatore” e a “Rita Levi Montalcini” solo per citarne alcuni. Di recente è stata candidata al David di Donatello come “Migliore attrice non protagonista” per la sua interpretazione in “Picciridda – Con i piedi sulla sabbia”, un film di Paolo Licata adattato all’omonimo romanzo di Catena Fiorello. 

Incontriamo Katia Greco, durante una pausa dal set, e comincia a raccontarci dei suoi esordi, del suo faticoso percorso artistico e dei suoi sogni. «Sono una sognatrice che a volte fa fatica a connettersi con la realtà. Ho dei momenti di forte lucidità che mi portano a stare con i piedi per terra ed altri in cui i sogni prendono il sopravvento e mi rendono un po’ bambina. Quando al liceo ho partecipato ad un laboratorio extra-scolastico di cinema e prendendo parte al cortometraggio di fine corso come protagonista, ho capito che recitare era ciò che avrei voluto continuare a fare nella mia vita. Ho iniziato i miei primi lavori da professionista nel 2007 prendendo parte a varie serie tv e nel frattempo ho continuato a studiare con vari insegnanti tra cui Danny Lemmo e Michael Margotta. Poi arriva la prima esperienza al cinema nel 2012 con “The Elevator” per la regia di Massimo Coglitore e in questi anni prendo parte anche a varie pubblicità. Nel 2016 arriva il primo ruolo da protagonista per il cinema nel film “Cruel Peter” e a seguire “Picciridda” e il film tunisino “L’Île du Pardon” con Claudia Cardinale».

Abbiamo avuto la possibilità di apprezzare le qualità artistiche di Katia Greco al cinema, teatro e televisione interpretando magistralmente diversi ruoli, poi però ce n’è sempre uno a cui si rimane sempre più legati perché è stato quello che ha regalato più emozioni e un altro che si vorrebbe fare. «Il palcoscenico dà delle emozioni uniche, ma amo particolarmente stare sul set cinematografico. Sono molto legata al ruolo di Rosamaria in “Picciridda” perché ho toccato delle corde emotive molto forti ed anche perché reputo il film un piccolo gioiello di cui sono fiera di averne fatto parte. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di una cattiva».

Talento ed esperienza a cui si aggiunge la sicilianità, quel pizzico di ingrediente in più che tanto dà a livello caratteriale, ma che allo stesso tempo inevitabilmente toglie perché se ne avverte la mancanza e la distanza. «La Sicilia mi manca ogni giorno ed essere siciliana per me significa avere quella grinta e quell’energia in più che mi permettono di essere determinata a perseguire i miei obiettivi e a non aver paura di affrontare le difficoltà e i sacrifici che spesso si presentano anche nel mio lavoro».

Così prima di ritornare sul set Katia Greco ci confida il suo sogno nel cassetto e ci accenna che la rivedremo molto presto in tv. «Mi piacerebbe girare tutto il mondo. Per quanto riguarda i miei progetti futuri in verità non posso ancora parlarne, ma in pentola bolle qualcosa di molto interessante di cui vi parlerò in seguito».

Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e presto avremo modo di apprezzare ancora una volta la sua bellezza e le sue indiscutibili qualità artistiche.

 

 

Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

Giovanna Criscuolo, quando l’ironia è una cosa seria

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Luca Guarneri

Solare, autentica e manco a dirlo con uno spiccato senso dell’umorismo, Giovanna Criscuolo, 46 anni, papà napoletano e mamma catanese, attrice e autrice teatrale, conduttrice radiofonica e recentemente anche scrittrice.
Un’artista dall’impareggiabile verve comica, ma capace di misurarsi anche in ruoli molto diversi tra loro, sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. Una carriera la sua, sbocciata al fianco del noto attore catanese Enrico Guarneri. Per anni insieme hanno divertito il pubblico siciliano in tv e al teatro ma dopo ben 12 anni decide d’interrompere questo sodalizio di grande successo, perché ha voglia di mettersi alla prova con altre sfaccettature della professione di attrice. Da lì le si presenteranno nuove opportunità: dal musical alla commedia, alle opere drammatiche più impegnate come il monologo sulla vita di Rosa Balistreri o un ruolo molto intenso nello spettacolo “Studio per carne da macello”, con oggetto la violenza sulle donne. Diverse esperienze anche al cinema, particolarmente esilarante la sua partecipazione nel film “La fuitina sbagliata”, insieme al duo comico palermitano “I soldi spicci”.

Teatro, tv, cinema, in quale dimensione senti di esprimerti al meglio?
«Amo il mio mestiere in tutte le sue possibili estensioni e ogniqualvolta affronto le diverse esperienze con lo studio e la preparazione specifica. Ma in ogni caso resto particolarmente legata al teatro, per me al di là della professione è quasi terapeutico. Nessuno crede, infatti, che io sia una persona particolarmente timida, ma il mio rapporto con il palcoscenico nasce proprio dal fatto che da ragazzina ero piuttosto chiusa, così per sbloccarmi ho cominciato a frequentare un laboratorio teatrale che si teneva a scuola e da allora non mi sono più fermata».

Sei anche autrice di monologhi teatrali e la tua irresistibile comicità trae spunto dalla quotidianità.
«Sì, nel mio spettacolo “Tutti sbagliano il mio cognome” racconto situazioni di vita tra marito e moglie, ovviamente da una prospettiva tutta femminile. Diciamo che per creare l’effetto comico esaspero leggermente la realtà, ma neanche poi tanto, visto che tutte le volte, al termine della serata le signore mi fermano per confessarmi che con i loro mariti va proprio allo stesso modo. In effetti non invento proprio nulla, anch’io traggo ispirazione dalla mia vita di coppia e mio marito che ne è perfettamente consapevole, talvolta ha quasi timore a intavolare discussioni perché pensa che andranno a finire in uno dei miei monologhi».

Recentemente sei diventata anche scrittrice, come nasce quest’esperienza?
«Si tratta di un’opera a quattro mani che ho scritto insieme a Filippo Di Mauro, un mio caro amico medico che ha voluto coinvolgermi in questo progetto. Un thriller psicologico dal titolo “Rifrangenze” sul quale abbiamo lavorato per oltre un anno, perché ho voluto informarmi, studiare ed approfondire. Attraverso la storia dei due protagonisti, raccontiamo una sorta di viaggio nell’animo umano, che ho amato moltissimo».

Tornando al tuo lavoro di attrice, il tuo settore è probabilmente tra quelli più colpiti da questa pandemia. Come stai affrontando questo periodo di fermo?
«Inizialmente pensavo si trattasse di una circostanza momentanea. Poi quando ho compreso la gravità della situazione e l’impossibilità di lavorare ho avuto una sorta di crollo emotivo che però ho affrontato sin da subito. Ho cominciato anche a tenere un diario proprio per non incupirmi. L’ estate scorsa il lavoro era ripreso seppur con tanti limiti, ma con l’arrivo dell’autunno abbiamo nuovamente dovuto affrontare un altro fermo e ancora oggi le nostre vite e le nostre carriere sono come sospese. Però non mi sono persa d’animo e ho iniziato ad utilizzare i social. In primis per comunicare al pubblico che io esisto e resisto e poi per regalare qualche sorriso e un po’ di leggerezza con dei miei brevissimi video dove con la mia solita ironia sdrammatizzo momenti di vita comuni a tutti».

Stella Egitto, le mille vite per nutrire la passione per la recitazione

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Maddalena Petrosino

Simpatica, talentuosa e preparata. Sono solo alcune delle caratteristiche di Stella Egitto, giovane attrice siciliana, che hanno fatto di lei un’artista molto apprezzata. Interpretando ruoli diversi tra loro e con una solida formazione teatrale vanta tante collaborazioni con i più grandi registi italiani: Muccino, Pif, Vernia, Uzzi, Capucci, Castaldi, Virgilio, Sironi e tanti altri.

Abbiamo incontrato Stella Egitto per fare una lunga chiacchierata e scoprire tante cose su di lei e dei suoi progetti. «La passione per la recitazione è nata frequentando il Liceo Scientifico di Messina, quando i professori ci fecero studiare dei testi di drammaturgia. Da li è iniziato il mio desiderio di seguire tutti i laboratori teatrali possibili, da quello liceale al Teatro Libero a tanti altri. Come regalo di diploma mamma mi regalò un mese in America e in valigia misi anche “Storia del teatro drammatico” di Silvio d’Amico, uno dei libri per la preparazione alle selezioni dell’Accademia. Lo portai con me e lo studiavo in contemporanea all’inglese per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e al Teatro Piccolo di Milano. Avevo chiaro cosa volevo fare, il mio desiderio era studiare quella materia e metterla in pratica, così affrontai le selezioni e scelsi l’Accademia. Mi trasferii a Roma e da quel momento la mia vita è cambiata. Studiare e lavorare per tante ore al giorno, imparare dai compagni con più esperienza è stata un’occasione di incontri formativa molto importante. Pian piano presi coscienza di quanto fosse importante la disciplina dell’accademia per me e la mia professione. Recitare significa ri – citare, rendere vivo un testo scritto, un linguaggio, un carattere che fa parte di una storia e trovare dei punti di congiunzione, come Stella Egitto può dare corpo e voce a quella struttura. Questo in sintesi è il mio mestiere. Raccontiamo storie e solo quando arrivano al pubblico sappiamo di aver fatto bene, ciascuno nella propria consapevolezza del proprio strumento, delle proprie capacità».

Non è affatto facile come sembra: occorre tanta preparazione, costanza e capacità di adattamento, ci spiega Stella Egitto. «È un mestiere difficile, va affrontato con grande senso della responsabilità. Impari che i treni non passano più di una volta nella vita, non ti puoi permettere di farti trovare impreparato. Ogni giorno noi attori rubiamo qualcosa da quello che vediamo, l’afferriamo e lo portiamo nelle nostre storie. Bisogna essere connesse con le cose che arrivano di continuo, ma devi essere sincera con te stessa. In questo mestiere, il mio è un tipo di approccio artigiano, spero nel senso più nobile del termine: mi rimbocco le maniche, lavoro e studio».

Diversi i ruoli interpretati nella sua giovane carriera, sempre in maniera eccellente, trovando gli apprezzamenti del pubblico e della critica. «I ruoli che amo interpretare maggiormente sono quelli più lontani da me, scomodi, a volte in antitesi con il mio aspetto armonico e rassicurante. Mi piace quando c’è da scavare in situazioni, ambienti e dinamiche che non conosco personalmente, ma possano far parte del mio bagaglio di esperienze. Più un ruolo è a me lontano, più mi metto alla prova e più è stimolante. Nel mio cuore porto il ruolo di Rosaria nel film “Malarazza” di Giovanni Virgilio, un film girato interamente a Catania, nei quartieri di Librino e San Berillo. Interpreto il ruolo di una giovane madre che vive in periferia, per questo ho avuto la necessità di approfondire un contesto a me sconosciuto, con una preparazione fuori dall’ ordinario. Un film molto forte, in cui ho lavorato con colleghi strepitosi come Lucia Sardo, che nel film interpreta mia madre, Paolo Briguglio invece è mio fratello. Un incontro stupendo e con cui lavorerò a breve in un nuovo film di Giovanni Virgilio, I racconti della domenica, con un cast stellare. Mi piacerebbe tanto esplorare la dimensione delle malattie mentali, perché non l’ho mai fatto, trovo che il cervello e la psicologia possano regalare delle sfaccettature drammatiche ed infinite. Da poco ho finito di girare “Mio fratello, mia sorella”, di Roberto Capucci, che uscirà su Netflix. È interessante quando il tuo mestiere diventa un’ occasione di studio, perché comprendi l’importanza e la responsabilità nell’interpretare un ruolo».

Destreggiandosi abilmente fra teatro, cinema e televisione ha saputo imporsi nel mondo dello spettacolo ponendo le basi per una carriera già fiorente ed essere amata dal pubblico. «Il teatro è la mia matrice, la mia casa, il mio primo amore, il motivo per cui è iniziato tutto. Sono stata fortunata perché ho lavorato con registi che mi porto nel cuore. Il cinema è un altro linguaggio, il mestiere è lo stesso cambia solo la distanza dell’interlocutore, la dinamica della costruzione. Io faccio tanto cinema indipendente, preferisco le opere prime, i ruoli succulenti in cui si crea un micromondo dove occorre preparazione e studio. Di recente ho finito di girare una fiction molto bella, è una macchina più grossa, c’è più fretta e meno libertà, ma se hai trovato la tua strada e lavori con un bravo regista è ancora più bello».

Ruoli intrisi in un modo o nell’altro di sicilianità, quel quid in più. «Sono legatissima alla mia terra, sono innamorata pazza, forse è necessario andare via per amarla tanto. La Sicilia è l’isola madre di tradizioni, terra, mare, collina e diventa il luogo dove nascono e si sviluppano delle storie incredibili. Lavorare in Sicilia ogni volta mi riempie di gioia, mi sento assolutamente figlia di quella terra, tutte le volte che posso torno volentieri».

Prima di ritornare a studiare i nuovi copioni ci svela i suoi progetti futuri. «Voglio viaggiare il più possibile, girare tutti i continenti per conoscere altre culture. A breve sarò impegnata ne “I racconti della domenica”, un film che sarà girato in Sicilia e racconterà 40 anni di storia, e in un altro di cui per ora non posso dire niente. Voglio godermi le uscite dei progetti in cui ho lavorato finora».

Ester Pantano – L’attrice catanese racconta i suoi esordi e i suoi desideri

di Omar Gelsomino Foto di Lucia Iuorio

Nonostante la giovane età è dotata di un talento straordinario. Ester Pantano, catanese d’origine da anni trasferitasi a Roma, è determinata, travolgente, un fiume in piena appena comincia la nostra chiacchierata. Ha un temperamento vulcanico come la maestosa Etna. E proprio della sua terra non può farne a meno sebbene gli impegni lavorativi la chiamano nella città eterna. «Anche se per poco tempo sono ritornata a Catania, me la sto godendo compatibilmente con le restrizioni anti-Covid. Almeno sono a casa mia, con la mia famiglia, posso vedere l’Etna, vivere all’aperto».

Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e in tv con ottimi apprezzamenti, l’ anno scorso ha vinto il premio Camilleri a “Cortinametraggio”. In realtà la passione per la recitazione è emersa dopo il canto. «Dopo essermi iscritta in Letteratura Straniera all’Università di Catania mi ritrovai a partecipare ad un festival canoro, mia madre e il mio maestro di canto mi avevano iscritta a mia insaputa. Dopo la prima canzone scoppiai a piangere per l’emozione e il forte senso di liberazione che avevo provato nel potermi esprimere, di cantare di fronte mia mamma, alla persona che mi ha generata. Insieme a lei ragionammo su cosa potessi fare e iniziai un corso di teatro a Catania. Durante un festival conobbi dei giovani professionisti che mi invogliarono a seguire questa strada e mi consigliarono di partecipare al bando del Centro Sperimentale di Cinematografia. Superate le varie fasi capii che la recitazione poteva diventare la mia professione ed investire tutta me stessa. Ricordo ancora il mio debutto a teatro ai Benedettini partecipando ad un musical in cui cantavo e recitavo per la prima volta, ottenni un feedback dalle persone indimenticabile. Devo dire che è stato davvero piacevole. Altra cosa è stato il mio debutto cinematografico a Ragusa sul set del Commissario Montalbano, scoprire tutto quel mondo che ruota attorno ad una produzione e le dinamiche che l’accompagnano».


Ester Pantano interpreta magistralmente i ruoli tratti da romanzi di successo, di Andrea Camilleri (“Il Commissario Montalbano” e “La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata”), di Mariolina Venezia (“Le indagini di Imma Tataranni”) e dalle opere di Gaetano Savatteri in “Màkari”, trasposti poi in film e fiction. «Portare a teatro autori come Čechov, Shakespeare e tanti altri non ti permette di poter avere un confronto, uno scambio con loro; mentre aver conosciuto personalmente Camilleri, Venezia e Savatteri per me è stata una grande emozione e una grande responsabilità, ho avuto la possibilità di uno scambio umano e ne sono estremamente onorata, è stata un’emozione folle. Poter interpretare il ruolo del romanzo storico di Camilleri è stata un’ esperienza fuori dal comune e auguro a tutti di poterla vivere, soprattutto la vestizione di quei costumi. Io che sono un’appassionata passerei ore, giornate, settimane ad approfondire i personaggi. In quell’occasione portavo con me una boccettina di profumo nascosta addosso perché mi ricordava una gestualità di quel periodo, sono tutte quelle piccole cose che nessuno vedrà ma che fanno parte di te, ti aiutano nella realizzazione di un qualcosa che non ti è imposto, ma si sente che c’è».

Già, Ester Pantano è determinata e appassionata. «Sono indipendente, contagiosa, positiva ed entusiasta. L’ entusiasmo mi contraddistingue da quando sono piccola, a prescindere da qualsiasi situazione riesco sempre a tirarmi fuori e ricominciare. Non demordo mai, sono sempre vogliosa di ricominciare, di provare cose nuove, sperimentare, voglio sempre cambiare, viaggiare per vedere posti nuovi e conoscere piatti nuovi, studiare, mettermi sempre in discussione. Ho la continua necessità di ricominciare sempre daccapo per sentirmi libera, perché la routine mi spegne e mi fa paura».


Ha una personalità forte e poliedrica. Coltiva la passione per lo sport, ha fatto ginnastica artistica a livello agonistico, è cintura blu di kick boxing, fa anche motocross; senza dimenticare la musica, con il collega Filippo Tirabassi ha fondato un duo jazz. «La passione per la musica la devo a mio nonno, ha una grande collezione di dischi jazz e soul, tutto quel genere di musica di quel periodo, quando andava a casa dei nonni c’era sempre il giradischi acceso. Ascoltare Frank Sinatra e altri artisti è un richiamo ad un periodo straordinario, completamente diverso da oggi, un mondo che non c’è più. Preferisco assaporare la bellezza del tempo, di stare lì a scegliere e girare il piatto. Non è la stessa cosa ascoltare una Play list di Spotify. Con Filippo abbiamo creato questo duo ispirandoci ai Musica Nuda, duo jazz composto da Ferruccio Spinetti e Petra Magoni che per me è una dea in terra, poi gli impegni lavorativi ci hanno allontanato momentaneamente».

In questo nuovo anno vedremo Ester Pantano di nuovo in tv, mentre andiamo in stampa, Covid permettendo, inizieranno le riprese della seconda stagione di “Imma Tataranni” e prossimamente nella fiction “Màkari”, tratta dalle opere del giornalista e scrittore Gaetano Savatteri. «Il mio personaggio, Jessica Matarazzo, crescerà tantissimo, le sarà dato più spazio e avrò modo di lavorare ancora di più sulla preparazione del mio ruolo, mi è stato dato più margine d’azione, sarà più speziato. Prossimamente sarò la protagonista femminile di “Màkari”, prodotta dalla Palomar con la regia di Michele Soavi, insieme a Claudio Gioè e Domenico Centamore». Prima di tornare a studiare Ester Pantano ci confida i suoi desideri, e noi non possiamo che augurarle di realizzarli. «Uno dei miei sogni è di poter recitare in un film d’azione, sono appassionata di velocità e di sport estremi, mi piacerebbe avere la possibilità di esprimere la mia fisicità sportiva. Voglio mettere nero su bianco tutte le mie poesie e pubblicarle, lo stesso voglio fare anche con le mie canzoni. Superate le mie timidezze è arrivato il momento di farmi apprezzare dal pubblico anche in queste vesti. Infine vorrei vivere più a lungo a New York e scrivere un film tutto mio».

Aurelio Grimaldi, e gli esordi del cinema siciliano

Articolo e foto di Samuel Tasca

Scrittore, sceneggiatore e regista, Aurelio Grimaldi ha contaminato questi ultimi decenni con la sua interpretazione della realtà. Un narratore attento che sa osservare ciò che lo circonda per traslarlo poi nelle modalità più consone della letteratura e del cinema.

«Non mi ero reso conto che era passato così tanto tempo… ».
Inizia così la nostra chiacchierata quando gli facciamo notare che sono passati oltre trent’anni dal suo esordio. Lo incontriamo all’ultima edizione di Taobuk, a seguito del suo intervento all’interno del seminario dal titolo “Dal neorealismo alla Piovra”. Proprio così, perché dalla sua prima esperienza su un set cinematografico con l’omonimo film tratto dal suo romanzo “Mery per sempre”, che lo vede coinvolto nella stesura della sceneggiatura, sono passati ormai più di trent’anni. «Questi anni sono volati via – continua a metà tra il divertito e il nostalgico -. Ho avuto molta fortuna, sono riuscito a realizzare un bel po’ di miei progetti. Alcuni non si sono concretizzati, ma ancora tengo duro, il tempo c’è… anche se ho quasi tutti i capelli bianchi».

A quel punto, quasi incantati dai suoi ricordi, ci lasciamo trasportare da Grimaldi nel bel mezzo di quegli anni, come degli spettatori che stanno per assistere agli esordi del cinema siciliano.

«Il mio ingresso nel dorato mondo del cinema avvenne con il libro “Mery per sempre” da cui fu tratto l’omonimo film che divenne famoso. Quando nel 1987 scrissi il libro si facevano tantissimi film in Sicilia, ma non c’erano registi siciliani. Anche in quel caso la storia era siciliana, ma il regista era romano: Marco Risi. Però, per la prima volta, il film non era parlato in dialetto siciliano, ma gli attori usarono il loro linguaggio, quindi un accento palermitano molto stretto con delle espressioni molto forti».
Quella prima esperienza segnò di fatto una svolta nell’evoluzione professionale di Aurelio Grimaldi, che da insegnante delle elementari divenne prima scrittore e in seguito sceneggiatore. Poi, quasi a sopperire a quella mancanza di registi isolani, decise di cimentarsi dietro alla macchina da presa nelle vesti di regista. Sono suoi alcuni dei film che ebbero maggior successo in quegli anni: “La discesa di Aclà a Floristella” (1992), presentato al Festival del Cinema di Venezia; “La ribelle” (1993) con Penelope Cruz; “Le Buttane” (1994) anche questo tratto dal suo libro omonimo e presentato al Festival di Cannes.

Ed è proprio ripensando a quel Festival del ’94 che Aurelio Grimaldi fa un altro tuffo nel passato: «Devo dire che uno dei ricordi più belli che ho riguardo al cinema siciliano è quando nel 1994 due registi siciliani furono in concorso al Festival di Cannes: io con “Le Buttane” e Peppuccio Tornatore con “Una pura formalità”. Purtroppo da allora nessun regista siciliano è tornato in concorso a Cannes. Però, nel frattempo, tanti registi siciliani sono emersi e la Sicilia non è più un luogo dove la gente viene a raccontare storie siciliane, ma oggi ci sono molti siciliani che raccontano le proprie storie e partecipano a questo processo creativo».

Reduce dal suo ultimo lavoro, “Il delitto Mattarella”, uscito nelle sale italiane il 2 luglio di un 2020 quasi privo di cinema, Aurelio Grimaldi ritorna dietro la macchina da presa per narrare uno dei delitti mafiosi più sofferti della nostra storia, ma anche uno dei meno raccontati: quello dell’ex Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella, avvenuto nel gennaio del 1980. Ancora una volta Grimaldi diventa narratore attento e meticoloso che a seguito di un’accurata ricerca sui fatti storici, fornisce una visione chiara della realtà di allora, senza particolari esaltazioni, ma che si pone il fine importantissimo di informare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni.

Lidia Schillaci: “La musica mi regala il sorriso”

di Omar Gelsomino    Foto di Massimiliano Fusco

La voce, il cuore e l’anima sono i tre elementi distintivi alla base del suo successo. Cantante, compositrice, attrice e vocalist. È Lidia Schillaci, palermitana d’origine che ha vissuto e lavorato in giro per l’Italia e per il mondo, la vincitrice del Torneo dei Campioni di “Tale e Quale Show”.
È allegra e solare. «Amo profondamente quello che faccio, ci credo davvero. Cerco di prendere molto seriamente il mio mestiere, di affrontarlo con la dovuta consapevolezza di avere l’esigenza di dire delle cose, e non nel dirle tanto per ottenere qualcosa come succede con i social che ti danno quella popolarità effimera. Io invece sento dentro di me l’esigenza di dire. La musica è stata una sorta di rifugio, mi fa stare bene, mi regala il sorriso. A causa della mia infanzia abbastanza particolare, non facile, la musica mi ha dato sempre quella forza per andare avanti, per sorridere. Avevo l’esigenza di trovare un posto dove non mi succedesse nulla di male. Il fatto di essere una persona solare non vuol dire che non soffra come altre persone, ma dentro di me emerge sempre la forza di sorridere, invertire la rotta di tutte le cose negative. Ho imparato sulla mia pelle ad affrontare con il sorriso le cose, è una dote naturale, non tutti hanno la capacità di convertire la negatività in positivo, di vedere la luce in fondo al tunnel. Proprio in questo momento è il messaggio che mi piace dare, affrontare le cose con il sorriso».

Completati gli studi in canto lirico e jazz e in pianoforte, frequenta il Conservatorio e comincia a cantare con alcune band in giro per la Sicilia sino a quando arriva la svolta. Giovanissima partecipa al talent show “Operazione Trionfo”, condotto da Miguel Bosè, portando a casa un contratto con la Warner Music Italy, da lì inizia il suo percorso di vocalist, calcando i palchi internazionali con i più grandi cantanti. «Ho lavorato con tanti artisti imparando da ciascuno di loro tante peculiarità. Per tanti anni ho affiancato Eros Ramazzotti nei suoi tour mondiali, un’esperienza davvero incredibile che mi ha dato tanto perché la più duratura, ho fatto un piccolo percorso di strada anche con Max Pezzali e poi con Elisa».

Lidia Schillaci ha scritto e interpretato la canzone “I miss you” per la fiction “Sbirri”, ha partecipato alla fiction “Non smettere di sognare” e ha collaborato con Fiorello in “Edicola Fiore” e nel 2019 a “Tale e Quale Show” dove è arrivata seconda, per trionfare nell’ ultimo Torneo dei Campioni di Tale e Quale Show. «Ho provato una gioia incredibile, non mi aspettavo questa vittoria. Ci sono andata vicina in molte occasioni, sia ad Operazione Trionfo che a Tale e Quale Show dell’anno scorso. È stata una sensazione indescrivibile, un riconoscimento che mi ha dato una grande carica per continuare a credere nel mio percorso artistico e a lavorare ad un mio progetto già in cantiere da tempo. Sicuramente dietro le quinte impari tanto, ma è arrivato il momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire da sola, di camminare con le mie gambe, di dire qualcosa».

Una carriera lunga e piena di importanti esperienze, Lidia Schillaci vanta milioni di visualizzazioni con i suoi live streaming su Periscope dalle piazze italiane. Prima di congedarsi ci svela alcuni suoi desideri, anche in tempo di pandemia lei insegue i suoi sogni e non ha mai smesso di lavorare ai suoi progetti. «Mi auguro che quello che sta succedendo sia un insegnamento per noi, spero sia avvenuta una piccola conversione profonda. Secondo me stiamo rivalutando tante cose, questo isolamento forzato ci aiuterà a capire meglio tante cose di noi, ma soprattutto spero porti a ridimensionare il nostro modo di vivere. Da bambina ho sempre sognato di andare a Sanremo, è un desiderio che coltivo nel cuore: sarebbe un altro tassello da poter aggiungere alla mia carriera. Adesso ho raccolto tutto il materiale che ho scritto in questi anni e insieme al mio team sto lavorando al mio album, un progetto che parla di me e sarà preceduto da alcuni singoli. Un sogno che è nel mio cuore».