Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

Giovanna Criscuolo, quando l’ironia è una cosa seria

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Luca Guarneri

Solare, autentica e manco a dirlo con uno spiccato senso dell’umorismo, Giovanna Criscuolo, 46 anni, papà napoletano e mamma catanese, attrice e autrice teatrale, conduttrice radiofonica e recentemente anche scrittrice.
Un’artista dall’impareggiabile verve comica, ma capace di misurarsi anche in ruoli molto diversi tra loro, sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. Una carriera la sua, sbocciata al fianco del noto attore catanese Enrico Guarneri. Per anni insieme hanno divertito il pubblico siciliano in tv e al teatro ma dopo ben 12 anni decide d’interrompere questo sodalizio di grande successo, perché ha voglia di mettersi alla prova con altre sfaccettature della professione di attrice. Da lì le si presenteranno nuove opportunità: dal musical alla commedia, alle opere drammatiche più impegnate come il monologo sulla vita di Rosa Balistreri o un ruolo molto intenso nello spettacolo “Studio per carne da macello”, con oggetto la violenza sulle donne. Diverse esperienze anche al cinema, particolarmente esilarante la sua partecipazione nel film “La fuitina sbagliata”, insieme al duo comico palermitano “I soldi spicci”.

Teatro, tv, cinema, in quale dimensione senti di esprimerti al meglio?
«Amo il mio mestiere in tutte le sue possibili estensioni e ogniqualvolta affronto le diverse esperienze con lo studio e la preparazione specifica. Ma in ogni caso resto particolarmente legata al teatro, per me al di là della professione è quasi terapeutico. Nessuno crede, infatti, che io sia una persona particolarmente timida, ma il mio rapporto con il palcoscenico nasce proprio dal fatto che da ragazzina ero piuttosto chiusa, così per sbloccarmi ho cominciato a frequentare un laboratorio teatrale che si teneva a scuola e da allora non mi sono più fermata».

Sei anche autrice di monologhi teatrali e la tua irresistibile comicità trae spunto dalla quotidianità.
«Sì, nel mio spettacolo “Tutti sbagliano il mio cognome” racconto situazioni di vita tra marito e moglie, ovviamente da una prospettiva tutta femminile. Diciamo che per creare l’effetto comico esaspero leggermente la realtà, ma neanche poi tanto, visto che tutte le volte, al termine della serata le signore mi fermano per confessarmi che con i loro mariti va proprio allo stesso modo. In effetti non invento proprio nulla, anch’io traggo ispirazione dalla mia vita di coppia e mio marito che ne è perfettamente consapevole, talvolta ha quasi timore a intavolare discussioni perché pensa che andranno a finire in uno dei miei monologhi».

Recentemente sei diventata anche scrittrice, come nasce quest’esperienza?
«Si tratta di un’opera a quattro mani che ho scritto insieme a Filippo Di Mauro, un mio caro amico medico che ha voluto coinvolgermi in questo progetto. Un thriller psicologico dal titolo “Rifrangenze” sul quale abbiamo lavorato per oltre un anno, perché ho voluto informarmi, studiare ed approfondire. Attraverso la storia dei due protagonisti, raccontiamo una sorta di viaggio nell’animo umano, che ho amato moltissimo».

Tornando al tuo lavoro di attrice, il tuo settore è probabilmente tra quelli più colpiti da questa pandemia. Come stai affrontando questo periodo di fermo?
«Inizialmente pensavo si trattasse di una circostanza momentanea. Poi quando ho compreso la gravità della situazione e l’impossibilità di lavorare ho avuto una sorta di crollo emotivo che però ho affrontato sin da subito. Ho cominciato anche a tenere un diario proprio per non incupirmi. L’ estate scorsa il lavoro era ripreso seppur con tanti limiti, ma con l’arrivo dell’autunno abbiamo nuovamente dovuto affrontare un altro fermo e ancora oggi le nostre vite e le nostre carriere sono come sospese. Però non mi sono persa d’animo e ho iniziato ad utilizzare i social. In primis per comunicare al pubblico che io esisto e resisto e poi per regalare qualche sorriso e un po’ di leggerezza con dei miei brevissimi video dove con la mia solita ironia sdrammatizzo momenti di vita comuni a tutti».

Stella Egitto, le mille vite per nutrire la passione per la recitazione

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Maddalena Petrosino

Simpatica, talentuosa e preparata. Sono solo alcune delle caratteristiche di Stella Egitto, giovane attrice siciliana, che hanno fatto di lei un’artista molto apprezzata. Interpretando ruoli diversi tra loro e con una solida formazione teatrale vanta tante collaborazioni con i più grandi registi italiani: Muccino, Pif, Vernia, Uzzi, Capucci, Castaldi, Virgilio, Sironi e tanti altri.

Abbiamo incontrato Stella Egitto per fare una lunga chiacchierata e scoprire tante cose su di lei e dei suoi progetti. «La passione per la recitazione è nata frequentando il Liceo Scientifico di Messina, quando i professori ci fecero studiare dei testi di drammaturgia. Da li è iniziato il mio desiderio di seguire tutti i laboratori teatrali possibili, da quello liceale al Teatro Libero a tanti altri. Come regalo di diploma mamma mi regalò un mese in America e in valigia misi anche “Storia del teatro drammatico” di Silvio d’Amico, uno dei libri per la preparazione alle selezioni dell’Accademia. Lo portai con me e lo studiavo in contemporanea all’inglese per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e al Teatro Piccolo di Milano. Avevo chiaro cosa volevo fare, il mio desiderio era studiare quella materia e metterla in pratica, così affrontai le selezioni e scelsi l’Accademia. Mi trasferii a Roma e da quel momento la mia vita è cambiata. Studiare e lavorare per tante ore al giorno, imparare dai compagni con più esperienza è stata un’occasione di incontri formativa molto importante. Pian piano presi coscienza di quanto fosse importante la disciplina dell’accademia per me e la mia professione. Recitare significa ri – citare, rendere vivo un testo scritto, un linguaggio, un carattere che fa parte di una storia e trovare dei punti di congiunzione, come Stella Egitto può dare corpo e voce a quella struttura. Questo in sintesi è il mio mestiere. Raccontiamo storie e solo quando arrivano al pubblico sappiamo di aver fatto bene, ciascuno nella propria consapevolezza del proprio strumento, delle proprie capacità».

Non è affatto facile come sembra: occorre tanta preparazione, costanza e capacità di adattamento, ci spiega Stella Egitto. «È un mestiere difficile, va affrontato con grande senso della responsabilità. Impari che i treni non passano più di una volta nella vita, non ti puoi permettere di farti trovare impreparato. Ogni giorno noi attori rubiamo qualcosa da quello che vediamo, l’afferriamo e lo portiamo nelle nostre storie. Bisogna essere connesse con le cose che arrivano di continuo, ma devi essere sincera con te stessa. In questo mestiere, il mio è un tipo di approccio artigiano, spero nel senso più nobile del termine: mi rimbocco le maniche, lavoro e studio».

Diversi i ruoli interpretati nella sua giovane carriera, sempre in maniera eccellente, trovando gli apprezzamenti del pubblico e della critica. «I ruoli che amo interpretare maggiormente sono quelli più lontani da me, scomodi, a volte in antitesi con il mio aspetto armonico e rassicurante. Mi piace quando c’è da scavare in situazioni, ambienti e dinamiche che non conosco personalmente, ma possano far parte del mio bagaglio di esperienze. Più un ruolo è a me lontano, più mi metto alla prova e più è stimolante. Nel mio cuore porto il ruolo di Rosaria nel film “Malarazza” di Giovanni Virgilio, un film girato interamente a Catania, nei quartieri di Librino e San Berillo. Interpreto il ruolo di una giovane madre che vive in periferia, per questo ho avuto la necessità di approfondire un contesto a me sconosciuto, con una preparazione fuori dall’ ordinario. Un film molto forte, in cui ho lavorato con colleghi strepitosi come Lucia Sardo, che nel film interpreta mia madre, Paolo Briguglio invece è mio fratello. Un incontro stupendo e con cui lavorerò a breve in un nuovo film di Giovanni Virgilio, I racconti della domenica, con un cast stellare. Mi piacerebbe tanto esplorare la dimensione delle malattie mentali, perché non l’ho mai fatto, trovo che il cervello e la psicologia possano regalare delle sfaccettature drammatiche ed infinite. Da poco ho finito di girare “Mio fratello, mia sorella”, di Roberto Capucci, che uscirà su Netflix. È interessante quando il tuo mestiere diventa un’ occasione di studio, perché comprendi l’importanza e la responsabilità nell’interpretare un ruolo».

Destreggiandosi abilmente fra teatro, cinema e televisione ha saputo imporsi nel mondo dello spettacolo ponendo le basi per una carriera già fiorente ed essere amata dal pubblico. «Il teatro è la mia matrice, la mia casa, il mio primo amore, il motivo per cui è iniziato tutto. Sono stata fortunata perché ho lavorato con registi che mi porto nel cuore. Il cinema è un altro linguaggio, il mestiere è lo stesso cambia solo la distanza dell’interlocutore, la dinamica della costruzione. Io faccio tanto cinema indipendente, preferisco le opere prime, i ruoli succulenti in cui si crea un micromondo dove occorre preparazione e studio. Di recente ho finito di girare una fiction molto bella, è una macchina più grossa, c’è più fretta e meno libertà, ma se hai trovato la tua strada e lavori con un bravo regista è ancora più bello».

Ruoli intrisi in un modo o nell’altro di sicilianità, quel quid in più. «Sono legatissima alla mia terra, sono innamorata pazza, forse è necessario andare via per amarla tanto. La Sicilia è l’isola madre di tradizioni, terra, mare, collina e diventa il luogo dove nascono e si sviluppano delle storie incredibili. Lavorare in Sicilia ogni volta mi riempie di gioia, mi sento assolutamente figlia di quella terra, tutte le volte che posso torno volentieri».

Prima di ritornare a studiare i nuovi copioni ci svela i suoi progetti futuri. «Voglio viaggiare il più possibile, girare tutti i continenti per conoscere altre culture. A breve sarò impegnata ne “I racconti della domenica”, un film che sarà girato in Sicilia e racconterà 40 anni di storia, e in un altro di cui per ora non posso dire niente. Voglio godermi le uscite dei progetti in cui ho lavorato finora».

Ester Pantano – L’attrice catanese racconta i suoi esordi e i suoi desideri

di Omar Gelsomino Foto di Lucia Iuorio

Nonostante la giovane età è dotata di un talento straordinario. Ester Pantano, catanese d’origine da anni trasferitasi a Roma, è determinata, travolgente, un fiume in piena appena comincia la nostra chiacchierata. Ha un temperamento vulcanico come la maestosa Etna. E proprio della sua terra non può farne a meno sebbene gli impegni lavorativi la chiamano nella città eterna. «Anche se per poco tempo sono ritornata a Catania, me la sto godendo compatibilmente con le restrizioni anti-Covid. Almeno sono a casa mia, con la mia famiglia, posso vedere l’Etna, vivere all’aperto».
Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e in tv con ottimi apprezzamenti, l’ anno scorso ha vinto il premio Camilleri a “Cortinametraggio”. In realtà la passione per la recitazione è emersa dopo il canto. «Dopo essermi iscritta in Letteratura Straniera all’Università di Catania mi ritrovai a partecipare ad un festival canoro, mia madre e il mio maestro di canto mi avevano iscritta a mia insaputa. Dopo la prima canzone scoppiai a piangere per l’emozione e il forte senso di liberazione che avevo provato nel potermi esprimere, di cantare di fronte mia mamma, alla persona che mi ha generata. Insieme a lei ragionammo su cosa potessi fare e iniziai un corso di teatro a Catania. Durante un festival conobbi dei giovani professionisti che mi invogliarono a seguire questa strada e mi consigliarono di partecipare al bando del Centro Sperimentale di Cinematografia. Superate le varie fasi capii che la recitazione poteva diventare la mia professione ed investire tutta me stessa. Ricordo ancora il mio debutto a teatro ai Benedettini partecipando ad un musical in cui cantavo e recitavo per la prima volta, ottenni un feedback dalle persone indimenticabile. Devo dire che è stato davvero piacevole. Altra cosa è stato il mio debutto cinematografico a Ragusa sul set del Commissario Montalbano, scoprire tutto quel mondo che ruota attorno ad una produzione e le dinamiche che l’accompagnano».


Ester Pantano interpreta magistralmente i ruoli tratti da romanzi di successo, di Andrea Camilleri (“Il Commissario Montalbano” e “La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata”), di Mariolina Venezia (“Le indagini di Imma Tataranni”) e dalle opere di Gaetano Savatteri in “Màkari”, trasposti poi in film e fiction. «Portare a teatro autori come Čechov, Shakespeare e tanti altri non ti permette di poter avere un confronto, uno scambio con loro; mentre aver conosciuto personalmente Camilleri, Venezia e Savatteri per me è stata una grande emozione e una grande responsabilità, ho avuto la possibilità di uno scambio umano e ne sono estremamente onorata, è stata un’emozione folle. Poter interpretare il ruolo del romanzo storico di Camilleri è stata un’ esperienza fuori dal comune e auguro a tutti di poterla vivere, soprattutto la vestizione di quei costumi. Io che sono un’appassionata passerei ore, giornate, settimane ad approfondire i personaggi. In quell’occasione portavo con me una boccettina di profumo nascosta addosso perché mi ricordava una gestualità di quel periodo, sono tutte quelle piccole cose che nessuno vedrà ma che fanno parte di te, ti aiutano nella realizzazione di un qualcosa che non ti è imposto, ma si sente che c’è».

Già, Ester Pantano è determinata e appassionata. «Sono indipendente, contagiosa, positiva ed entusiasta. L’ entusiasmo mi contraddistingue da quando sono piccola, a prescindere da qualsiasi situazione riesco sempre a tirarmi fuori e ricominciare. Non demordo mai, sono sempre vogliosa di ricominciare, di provare cose nuove, sperimentare, voglio sempre cambiare, viaggiare per vedere posti nuovi e conoscere piatti nuovi, studiare, mettermi sempre in discussione. Ho la continua necessità di ricominciare sempre daccapo per sentirmi libera, perché la routine mi spegne e mi fa paura».


Ha una personalità forte e poliedrica. Coltiva la passione per lo sport, ha fatto ginnastica artistica a livello agonistico, è cintura blu di kick boxing, fa anche motocross; senza dimenticare la musica, con il collega Filippo Tirabassi ha fondato un duo jazz. «La passione per la musica la devo a mio nonno, ha una grande collezione di dischi jazz e soul, tutto quel genere di musica di quel periodo, quando andava a casa dei nonni c’era sempre il giradischi acceso. Ascoltare Frank Sinatra e altri artisti è un richiamo ad un periodo straordinario, completamente diverso da oggi, un mondo che non c’è più. Preferisco assaporare la bellezza del tempo, di stare lì a scegliere e girare il piatto. Non è la stessa cosa ascoltare una Play list di Spotify. Con Filippo abbiamo creato questo duo ispirandoci ai Musica Nuda, duo jazz composto da Ferruccio Spinetti e Petra Magoni che per me è una dea in terra, poi gli impegni lavorativi ci hanno allontanato momentaneamente».

In questo nuovo anno vedremo Ester Pantano di nuovo in tv, mentre andiamo in stampa, Covid permettendo, inizieranno le riprese della seconda stagione di “Imma Tataranni” e prossimamente nella fiction “Màkari”, tratta dalle opere del giornalista e scrittore Gaetano Savatteri. «Il mio personaggio, Jessica Matarazzo, crescerà tantissimo, le sarà dato più spazio e avrò modo di lavorare ancora di più sulla preparazione del mio ruolo, mi è stato dato più margine d’azione, sarà più speziato. Prossimamente sarò la protagonista femminile di “Màkari”, prodotta dalla Palomar con la regia di Michele Soavi, insieme a Claudio Gioè e Domenico Centamore». Prima di tornare a studiare Ester Pantano ci confida i suoi desideri, e noi non possiamo che augurarle di realizzarli. «Uno dei miei sogni è di poter recitare in un film d’azione, sono appassionata di velocità e di sport estremi, mi piacerebbe avere la possibilità di esprimere la mia fisicità sportiva. Voglio mettere nero su bianco tutte le mie poesie e pubblicarle, lo stesso voglio fare anche con le mie canzoni. Superate le mie timidezze è arrivato il momento di farmi apprezzare dal pubblico anche in queste vesti. Infine vorrei vivere più a lungo a New York e scrivere un film tutto mio».

Aurelio Grimaldi, e gli esordi del cinema siciliano

Articolo e foto di Samuel Tasca

Scrittore, sceneggiatore e regista, Aurelio Grimaldi ha contaminato questi ultimi decenni con la sua interpretazione della realtà. Un narratore attento che sa osservare ciò che lo circonda per traslarlo poi nelle modalità più consone della letteratura e del cinema.

«Non mi ero reso conto che era passato così tanto tempo… ».
Inizia così la nostra chiacchierata quando gli facciamo notare che sono passati oltre trent’anni dal suo esordio. Lo incontriamo all’ultima edizione di Taobuk, a seguito del suo intervento all’interno del seminario dal titolo “Dal neorealismo alla Piovra”. Proprio così, perché dalla sua prima esperienza su un set cinematografico con l’omonimo film tratto dal suo romanzo “Mery per sempre”, che lo vede coinvolto nella stesura della sceneggiatura, sono passati ormai più di trent’anni. «Questi anni sono volati via – continua a metà tra il divertito e il nostalgico -. Ho avuto molta fortuna, sono riuscito a realizzare un bel po’ di miei progetti. Alcuni non si sono concretizzati, ma ancora tengo duro, il tempo c’è… anche se ho quasi tutti i capelli bianchi».

A quel punto, quasi incantati dai suoi ricordi, ci lasciamo trasportare da Grimaldi nel bel mezzo di quegli anni, come degli spettatori che stanno per assistere agli esordi del cinema siciliano.

«Il mio ingresso nel dorato mondo del cinema avvenne con il libro “Mery per sempre” da cui fu tratto l’omonimo film che divenne famoso. Quando nel 1987 scrissi il libro si facevano tantissimi film in Sicilia, ma non c’erano registi siciliani. Anche in quel caso la storia era siciliana, ma il regista era romano: Marco Risi. Però, per la prima volta, il film non era parlato in dialetto siciliano, ma gli attori usarono il loro linguaggio, quindi un accento palermitano molto stretto con delle espressioni molto forti».
Quella prima esperienza segnò di fatto una svolta nell’evoluzione professionale di Aurelio Grimaldi, che da insegnante delle elementari divenne prima scrittore e in seguito sceneggiatore. Poi, quasi a sopperire a quella mancanza di registi isolani, decise di cimentarsi dietro alla macchina da presa nelle vesti di regista. Sono suoi alcuni dei film che ebbero maggior successo in quegli anni: “La discesa di Aclà a Floristella” (1992), presentato al Festival del Cinema di Venezia; “La ribelle” (1993) con Penelope Cruz; “Le Buttane” (1994) anche questo tratto dal suo libro omonimo e presentato al Festival di Cannes.

Ed è proprio ripensando a quel Festival del ’94 che Aurelio Grimaldi fa un altro tuffo nel passato: «Devo dire che uno dei ricordi più belli che ho riguardo al cinema siciliano è quando nel 1994 due registi siciliani furono in concorso al Festival di Cannes: io con “Le Buttane” e Peppuccio Tornatore con “Una pura formalità”. Purtroppo da allora nessun regista siciliano è tornato in concorso a Cannes. Però, nel frattempo, tanti registi siciliani sono emersi e la Sicilia non è più un luogo dove la gente viene a raccontare storie siciliane, ma oggi ci sono molti siciliani che raccontano le proprie storie e partecipano a questo processo creativo».

Reduce dal suo ultimo lavoro, “Il delitto Mattarella”, uscito nelle sale italiane il 2 luglio di un 2020 quasi privo di cinema, Aurelio Grimaldi ritorna dietro la macchina da presa per narrare uno dei delitti mafiosi più sofferti della nostra storia, ma anche uno dei meno raccontati: quello dell’ex Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella, avvenuto nel gennaio del 1980. Ancora una volta Grimaldi diventa narratore attento e meticoloso che a seguito di un’accurata ricerca sui fatti storici, fornisce una visione chiara della realtà di allora, senza particolari esaltazioni, ma che si pone il fine importantissimo di informare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni.

Lidia Schillaci: “La musica mi regala il sorriso”

di Omar Gelsomino    Foto di Massimiliano Fusco

La voce, il cuore e l’anima sono i tre elementi distintivi alla base del suo successo. Cantante, compositrice, attrice e vocalist. È Lidia Schillaci, palermitana d’origine che ha vissuto e lavorato in giro per l’Italia e per il mondo, la vincitrice del Torneo dei Campioni di “Tale e Quale Show”.
È allegra e solare. «Amo profondamente quello che faccio, ci credo davvero. Cerco di prendere molto seriamente il mio mestiere, di affrontarlo con la dovuta consapevolezza di avere l’esigenza di dire delle cose, e non nel dirle tanto per ottenere qualcosa come succede con i social che ti danno quella popolarità effimera. Io invece sento dentro di me l’esigenza di dire. La musica è stata una sorta di rifugio, mi fa stare bene, mi regala il sorriso. A causa della mia infanzia abbastanza particolare, non facile, la musica mi ha dato sempre quella forza per andare avanti, per sorridere. Avevo l’esigenza di trovare un posto dove non mi succedesse nulla di male. Il fatto di essere una persona solare non vuol dire che non soffra come altre persone, ma dentro di me emerge sempre la forza di sorridere, invertire la rotta di tutte le cose negative. Ho imparato sulla mia pelle ad affrontare con il sorriso le cose, è una dote naturale, non tutti hanno la capacità di convertire la negatività in positivo, di vedere la luce in fondo al tunnel. Proprio in questo momento è il messaggio che mi piace dare, affrontare le cose con il sorriso».

Completati gli studi in canto lirico e jazz e in pianoforte, frequenta il Conservatorio e comincia a cantare con alcune band in giro per la Sicilia sino a quando arriva la svolta. Giovanissima partecipa al talent show “Operazione Trionfo”, condotto da Miguel Bosè, portando a casa un contratto con la Warner Music Italy, da lì inizia il suo percorso di vocalist, calcando i palchi internazionali con i più grandi cantanti. «Ho lavorato con tanti artisti imparando da ciascuno di loro tante peculiarità. Per tanti anni ho affiancato Eros Ramazzotti nei suoi tour mondiali, un’esperienza davvero incredibile che mi ha dato tanto perché la più duratura, ho fatto un piccolo percorso di strada anche con Max Pezzali e poi con Elisa».

Lidia Schillaci ha scritto e interpretato la canzone “I miss you” per la fiction “Sbirri”, ha partecipato alla fiction “Non smettere di sognare” e ha collaborato con Fiorello in “Edicola Fiore” e nel 2019 a “Tale e Quale Show” dove è arrivata seconda, per trionfare nell’ ultimo Torneo dei Campioni di Tale e Quale Show. «Ho provato una gioia incredibile, non mi aspettavo questa vittoria. Ci sono andata vicina in molte occasioni, sia ad Operazione Trionfo che a Tale e Quale Show dell’anno scorso. È stata una sensazione indescrivibile, un riconoscimento che mi ha dato una grande carica per continuare a credere nel mio percorso artistico e a lavorare ad un mio progetto già in cantiere da tempo. Sicuramente dietro le quinte impari tanto, ma è arrivato il momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire da sola, di camminare con le mie gambe, di dire qualcosa».

Una carriera lunga e piena di importanti esperienze, Lidia Schillaci vanta milioni di visualizzazioni con i suoi live streaming su Periscope dalle piazze italiane. Prima di congedarsi ci svela alcuni suoi desideri, anche in tempo di pandemia lei insegue i suoi sogni e non ha mai smesso di lavorare ai suoi progetti. «Mi auguro che quello che sta succedendo sia un insegnamento per noi, spero sia avvenuta una piccola conversione profonda. Secondo me stiamo rivalutando tante cose, questo isolamento forzato ci aiuterà a capire meglio tante cose di noi, ma soprattutto spero porti a ridimensionare il nostro modo di vivere. Da bambina ho sempre sognato di andare a Sanremo, è un desiderio che coltivo nel cuore: sarebbe un altro tassello da poter aggiungere alla mia carriera. Adesso ho raccolto tutto il materiale che ho scritto in questi anni e insieme al mio team sto lavorando al mio album, un progetto che parla di me e sarà preceduto da alcuni singoli. Un sogno che è nel mio cuore».

Giusi Battaglia, una donna in carriera che incanta ai fornelli

Articolo di Patrizia Rubino

È entrata nel mondo del food entertainement in punta di piedi con un programma dedicato alla cucina tradizionale palermitana e con il suo fare garbato ed un sorriso luminoso e sincero ha subito conquistato tutti. Ma Giusi Battaglia, la protagonista di “Giusina in Cucina”, in onda su Food Network, non è chef, né una food blogger. Palermitana, 44 anni, è una giornalista professionista, sposata, con due bimbi gemelli di 5 anni, da oltre 15 anni vive e lavora a Milano ed è qui che con tanto sacrificio e determinazione è riuscita ad avviare un’agenzia di comunicazione, oggi considerata un punto di riferimento per la promozione di film, programmi tv, spettacoli teatrali e musicali; Ficarra e Picone, Benedetta Parodi, Alessandro Siani, Antonino Cannavacciulo sono soltanto alcuni dei personaggi seguiti dalla sua agenzia.

La tua professione ti ha portata a stare sempre dietro le quinte, ma da qualche mese sei tu al centro della scena. Come stai vivendo questo momento?
«Lo considero un vero e proprio dono. Sono commossa e stupita dal calore e dall’affetto delle persone, che esprimono apprezzamento per la trasmissione e mi riempiono di complimenti. E pensare che tutto è nato per caso e tra l’altro in un momento piuttosto difficile, la primavera scorsa. A seguito del lockdown il mio lavoro aveva un’improvvisa battuta d’arresto; avevo la promozione di tre film in uscita e di un grande tour teatrale. Come tutti mi sono dovuta fermare e mi sono dedicata ancor di più alla mia grande passione: la cucina. Ho sempre amato ricevere amici e stare ai fornelli a preparare soprattutto i piatti della mia terra, dei quali pubblico spesso le foto su Instagram. Il direttore di Real Time e Food Network, Gesualdo Vercio, ha notato queste foto e mi ha chiesto di realizzare una trasmissione di ricette sulla cucina tradizionale palermitana. Seppur perplessa ho accettato la proposta. Inizialmente mi sono organizzata con mio marito: abbiamo realizzato i primi video con i nostri cellulari, il set era la mia cucina, continua ad esserlo ma adesso per le riprese ci sono dei professionisti. Visto il gradimento, per me assolutamente inaspettato, abbiamo registrato altre puntate, che saranno presto in onda».

Come nasce la tua passione per la cucina, c’è qualcuno che ti ha ispirato?
«Mia madre è la mia maestra. Da bambina la osservavo sino a sera tardi preparare minuziosamente le verdure e tutto quanto necessario per il pranzo dell’indomani. Pur essendo una donna molto impegnata non ci ha mai fatto mancare il calore di un piatto preparato con le sue mani. Io assorbivo tutto, e già a 8 anni mi cimentavo nella preparazione di ricette dapprima molto semplici ovviamente. Tutto quello che ho imparato lo devo a lei che mi ha sempre permesso di sperimentare e di pasticciare. Di questa mia avventura televisiva è la mia più grande sostenitrice, ma ci capita ancora oggi di discutere riguardo all’esecuzione di una ricetta. Ovviamente lei vuole sempre l’ultima parola».

Il cibo ha un potere fortemente evocativo, qual è il piatto che ti ricorda il Natale?
«Per la nostra famiglia ci sono due piatti che non possono mancare a Natale: le cotolette alla marescialla, una ricetta che mia madre ebbe da una vicina. Carne di vitello impanata con prosciutto, provola e patate. Una meraviglia assoluta per il palato, la croccantezza della carne panata si fonde benissimo con la morbidezza del formaggio e della patata. L’altro piatto è un classico per eccellenza della cucina palermitana: gli anelletti al forno. Ovunque io festeggi il Natale, che sia a Palermo, o a casa mia a Milano dove ogni anno i miei familiari mi raggiungono per trascorrere insieme questa festività, non possono mancare queste pietanze e ovviamente come da nostra tradizione moltissime altre gustose preparazioni. Quest’anno probabilmente avremo un Natale diverso, stiamo attraversando un momento difficile, però se penso al fatto che i miei bambini e tutti miei cari stanno bene, non posso che considerarmi una donna felice».

Maria Grazia Cucinotta: inaccettabile la violenza sulle donne

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta

Non ha bisogno di presentazioni. Da diversi mesi è la testimonial di due spot pubblicitari, oltre ad essere un’icona di bellezza e sensualità. Maria Grazia Cucinotta, attrice e produttrice cinematografica siciliana, da anni è impegnata nel sociale, in prima linea in battaglie importanti contro la violenza.

Nel 2019 insieme a Francesca Malatacca, Solveig Cogliani, Chiarenza Millemaggi, Rosalba Adduci e Carla Capocasale, ha fondato Vite Senza Paura Onlus. L’associazione, di cui Maria Grazia Cucinotta è presidente, nasce da un gruppo di professioniste dell’arte, del diritto, della medicina e imprenditrici impegnate nel supporto alle donne vittime di violenza. «Vogliamo capire dove la legge non funziona. Si fanno tante lotte, ma se non ci sono le leggi giuste le denunce sono inutili. Capita spesso che persone denunciate per molestie e maltrattamenti rimangano a piede libero. Inoltre penso che non si educhi abbastanza contro la violenza. E invece sono i bambini che sin da piccoli vanno educati al rispetto».

Maria Grazia Cucinotta sta presentando il suo libro “Vite senza paura. Storie di donne che si ribellano alla violenza” (Mondadori), in cui racconta l’aggressione subita a vent’anni quando si trovava a Parigi per lavoro riuscendo a sfuggire al suo aggressore, oltre ad altre storie di donne vittime di violenza.
«Anche se non ho vissuto l’aggressione in maniera così massacrante come tante altre donne anche io ho vissuto la mia paura. Ho deciso di raccontarla perché serve a tirare fuori quei fantasmi che ti porti dentro e ti fanno vivere sempre guardandoti alle spalle, ma nonostante tutto le superi. Quando scende la sera ci sentiamo delle prede, si ha paura di uscire anche da casa, ti viene l’ansia. Ti ritornano in mente le parole di tua madre quando ti diceva “non rientrare tardi, non andare in giro da sola”. Questa sensazione orrenda ti fa vivere male, ma soprattutto non deve esistere. Bisogna partire dall’educazione dei nostri figli, educarli al rispetto degli altri e all’amore vero, ad amare anche le differenze».

Un episodio fortunatamente superato con il coraggio e la determinazione che contraddistingue Maria Grazia Cucinotta.
«Il messaggio che intendo dare è la necessità di denunciare, non si può vivere tutta la vita nella violenza e non si possono lasciare impunite le persone che fanno violenza. Ogni volta che si accetta la violenza c’è il rischio che poi si trasformi in una tragedia. Le donne vittime di violenza non si rendono conto che continuando a stare con i loro uomini si fanno portare via la vita dall’amore sbagliato. Le donne aggredite hanno spento la luce della loro vita, sono svuotate. Al primo schiaffo devono scappare e denunciare, prima che si arrivi al peggio. Nessuna donna deve accettare la minima violenza. La vita è un bene prezioso».

Così lo scorso 4 novembre nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato Maria Grazia Cucinotta con i parlamentari di Forza Italia Maurizio Gasparri e Giusy Versace, insieme a Solveig Cogliani e Maria Stella Giorlandino con la sua Artemisa Onlus a cui Vite Senza Paura Onlus si è unita collaborando a dei progetti sociali condivisi, hanno presentato le proposte di legge sulla violenza sessuale e di genere per l’istituzione dell’albo delle associazioni e gli operatori specializzati e per l’assistenza delle vittime. «Sono felicissima che gli onorevoli Gasparri, Versace, Gelmini abbiano sin da subito sposato queste nostre proposte. Adesso confidiamo nella loro approvazione a grande maggioranza perché non hanno colore politico. Soprattutto in un periodo come questo, in cui la pandemia ha costretto tutti a rimanere casa sono aumentate le violenze, non bisogna abbassare la guardia. Le donne che scappano di casa perché vittime di violenza hanno bisogno di assistenza giuridica, psicologica ed economica, di trovare un lavoro affinché ritrovino la serenità e la dignità che meritano. Il ricavato del libro sarà devoluto alle case famiglia che accolgono le donne vittime di violenza».

Sergio Friscia: «Lo spettacolo è il mio mondo»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Luca Evangelisti

È un artista poliedrico. Uno showman di razza amatissimo dal pubblico. Sergio Friscia, palermitano doc, riesce a interpretare tanti personaggi con la sua spontaneità, dal comico al drammatico. Attore di cinema, teatro, imitatore, dj, speaker, conduttore è un vero personaggio dello spettacolo. Tra una battuta e l’altra Sergio Friscia si racconta a Bianca Magazine, dall’infanzia agli esordi, dalla gavetta al meritato successo.

«Da bambino ero una peste (ride, ndr). Mio padre girava in macchina per Palermo tutta la notte sino a quando non mi addormentavo. Mi sono fatto cacciare dall’asilo perchè dicevo le parolacce imparate da mio cugino e da mio zio. Mi portavano in giro ad abbordare le ragazze e mi insegnavano a dire “Che belle cosce che hai”, per poi intervenire, quando era il momento, con: “Scusa mio nipote, ciao, molto piacere!”. Così loro facevano la parte dei fighi ed io quello vastasissimo. Nessuno dei miei parenti voleva tenermi con loro e mia madre, allora direttore, fu costretta a portarmi con lei al Banco di Sicilia. Sono cresciuto nelle agenzie di Palermo, insegnando le parolacce anche ai cassieri. Essere un grande osservatore da piccolo mi è servito per creare i miei personaggi. Indossavo parrucche, gli occhiali della nonna e le collane per imitare i miei parenti. Per intrattenere i miei compagni delle elementari la maestra mi faceva raccontare le storie del mio cane Cilì. L’improvvisazione è stata una delle mie armi vincenti per districarmi nelle situazioni, pensare velocemente ad una battuta che può chiudere un concetto. Sono sempre stato aggregante. Ancora oggi Amadeus, Carlo Conti e altri dicono che “è bello avermi nel gruppo perchè ci divertiamo e lavoriamo in armonia”, così come sui set dei film».

Il sogno accarezzato del mondo dello spettacolo è poi diventato realtà. «Sognavo di fare questo mestiere, di avere un mio show in prima serata su Rai 1 e un ruolo da protagonista in un film con De Niro e Al Pacino, i miei attori preferiti. Ho sempre sognato in grande, crescendo capisci che non dipende dal tuo impegno e dal tuo talento, ma da altre cose che non fanno parte del tuo modo di essere: cerchi di fare il tuo, senza chiedere niente a nessuno e camminando con le tue gambe. Ti rendi conto che nella nostra società non c’è meritocrazia. Come dico sempre nella vita è questione di culo: o ce l’hai o… La passione per lo spettacolo è nata quando facevo l’animatore nei villaggi turistici: ricordo che negli spettacoli serali facevo l’attore, il regista, il coreografo e senza mezzi dovevo inventarmi tutto. Quando cominciai a fare televisione arrivò un successo incredibile. Io e Francesco Vallone di Tele Sud ci inventammo Limitati Network: chiamai alcuni amici, Gioacchino Caponetto e Fabio Pellerito, a co-condurre insieme a me, poi è nato “Belli sodi”, e insieme a Marcello Mordino e Vittorio Cassarà formammo un trio ottenendo tutto il successo possibile in Sicilia. Compresi però che se volevo fare il salto nazionale dovevo lasciare la mia amata Sicilia, il suo mare, tutte le sicurezze per fare la gavetta e la fame, con tutte le difficoltà del caso: esperienze che ho raccontato nel mio libro “Un girovita da mediano” per Rai Eri. La soddisfazione più bella è arrivata quando, nel mitico Studio Uno di via Teulada 66, ho condotto Mezzogiorno in famiglia dal 2009 al 2019, ideato e diretto da Michele Guardì».

Un’altra sua passione è la musica, dopo anni di gavetta, con programmi di successo. «Ho iniziato a collaborare con le radio: gli esordi come deejay con Radio Young e Radio Time e deejay vocalist nelle discoteche siciliane, poi sono arrivate Radio Kiss Kiss e la trasmissione su RDS insieme alla grande Anna Pettinelli, con cui conduco il programma di punta mattutino. La radio è il mio primo amore e rimane il più grande». Apprezzato dal pubblico per la sua umiltà e per essere rimasto il Sergio Friscia di sempre. «Anche se in Italia è considerata una malattia mi piace essere poliedrico. Ritengo che ci siano gli attori e i non attori, quelli che hanno un talento innato e sui propri errori con umiltà crescono e si migliorano; poi ci sono quelli che se non chiedono la raccomandazione non lavorano mai, ma sono quelli che lavorano di più. Devi scontrarti con la realtà, quando ti si dà l’opportunità devi dare il massimo, lasciare un bel ricordo, il profumo come si dice da noi. Io continuerò a spaziare: radio, cinema, fiction, teatro interpretando qualsiasi ruolo. Il pubblico mi apprezza nei ruoli comici nei film di Pieraccioni e di Ficarra e Picone, in teatro con “Aladin, il musical geniale”, o drammatici come nel “Capo dei capi” e “Squadra antimafia”. Lo spettacolo è il mio mondo. Mi piace regalare sorrisi ed emozioni, sorprendere e stupire. Ho il pubblico dalla mia parte, c’ è un rapporto di fiducia e stima reciproco, nessuno mai potrà togliermi questo affetto. Nella vita quotidiana sono il Sergio di sempre, quello che ero al liceo, ho gli amici di sempre con cui condivido tutto, ci confidiamo e confrontiamo: se mi dicono certe cose lo fanno per farmi crescere ed è importante ascoltarli. Riconoscono che sono la persona di sempre, che non mi sono montato la testa, che ho avuto la fortuna di vivere di quello che ho sempre voluto fare: sto facendo il mestiere che amo di più al mondo».

Congedandosi da noi ci svela alcuni suoi desideri e non possiamo che augurargli di realizzarli perché li merita davvero. «Prima di chiudere la mia carriera artistica mi piacerebbe interpretare un film da protagonista e un one man show perché ho alcune mie storie nel cassetto. Sicuramente non succederà né l’una né l’altra cosa, ma se avverrà tuttu bonu e binidittu (tutto buono e benedetto, ndr). Voglio continuare a divertirmi, ma non me lo fate diventare un lavoro (ride, ndr). Soprattutto in questi momenti è fondamentale regalare sorrisi. Viva la vita, la serenità e l’amore, quei valori che mi hanno insegnato i miei genitori e che un giorno trasmetterò, se ci saranno, ai miei figli. Grazie di questa bellissima chiacchierata».

[vc_masonry_media_grid element_width=”3″ gap=”2″ grid_id=”vc_gid:1602239425738-6af7e3ea-2a00-3″ include=”8249,8248,8254″]