Articolo e foto di Samuel Tasca

Era il 2014, quando una giovanissima cantante ragusana vinceva Amici, il talent show di Maria De Filippi in onda su Mediaset. Stiamo parlando della bella e brava Deborah Iurato che, con la sua voce portentosa e la sua naturalezza, aveva conquistato, da subito, il cuore e l’affetto degli italiani.
«In questi anni sono cresciuta e sono maturata, adesso mi sento più donna – ci racconta Deborah su una spiaggia del Lido di Noto durante le prove del suo concerto -. Il percorso ad Amici ha fatto sì che il mio sogno più grande diventasse il mio lavoro. Lo rifarei altre diecimila volte perché mi ha dato tanto e mi ha fatto crescere».
Ma stavolta la Iurato non è da sola, assieme a lei ci sono i Soul System, vincitori della decima edizione di X Factor nel 2016, che firmano, insieme a Deborah, il nuovo singolo Stammi bene (On my mind), uscito il 7 giugno.
«Hanno quell’anima r’n’b e soul che a me piace un sacco – dice Deborah riferita ai Soul System – quindi abbiamo pensato di uscire insieme con questo singolo che segue appunto i miei tre anni di stop. È stato super, perché si è creata questa energia e sintonia incredibile al punto tale da decidere di andare in tour insieme».
È tanta la complicità e l’allegria che si percepisce tra la solista siciliana e il gruppo dei Soul System che la definiscono affettuosamente la loro “soul sister”. «La cosa che ci ha conquistato di più di Deborah è che, alla prima prova, ha portato i cannoli siciliani e quindi, già da lì, avrebbe potuto anche stonare tutto il tempo, ma per noi sarebbe stata sempre la miglior cantante del mondo» – ci svela il batterista della band concludendo con un sincero “viva i cannoli siciliani!”.
Quindi cosa aspettarci da questo tour insieme?
«Solo cose belle, come si dice dalle mie parti – ci risponde scherzando Deborah –. A parte gli scherzi, noi ci stiamo divertendo tanto e fortunatamente abbiamo anche avuto tanto riscontro dal nostro pubblico, il pezzo è piaciuto molto e siamo felici di portarlo in giro in tour».
Con quest’ultima affermazione ci salutano Deborah Iurato e i Soul System prima di salire sul palco, affacciandosi su un lungomare già gremito di fan impazienti di ascoltare la loro nuova hit!

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giovanni Isolino

Trascorrendo alcuni giorni di ferie a Salina, durante l’ottava edizione del MareFestival Salina, dedicata ai venticinque anni della scomparsa dell’indimenticabile attore Massimo Troisi e la cui madrina della manifestazione, è stata Maria Grazia Cucinotta, icona della bellezza siciliana nel mondo, ho seguito gli incontri con due attrici dalla bellezza diversa: Miriam Leone e Anna Mazzamauro. Miriam Leone, catanese di origine, Miss Italia nel 2008 ha una carriera in rapida ascesa: nel 2009 in Rai con Unomattina Estate e Mattina in famiglia, nel 2010 esordio al cinema con la commedia Genitori & figli. Successivamente è un susseguirsi di successi in televisione e nel cinema: Unomattina in famiglia, Il ritmo della vita, Distretto di Polizia, Ale & Franz Show, Camera Caffè con Luca Bizzarri, presenta DrugStore, Un passo dal cielo con Terence Hill, Le Iene con Fabio Volo e Geppi Cucciari; è protagonista con Raul Bova e Luca Argentero in Fratelli unici e con Lello Arena e Angela Finocchiaro nella commedia La scuola più bella del mondo. Nel 2015 diventa protagonista de La dama velata su Rai Uno, una fiction di grande successo, e nella serie televisiva su Sky Italia 1992 interpretando Veronica Castelli (in 1993 e 1994), nello stesso anno si vede assegnare il Premio Fabrique du Cinema in qualità di attrice rivelazione e un Telegatto Speciale al Roma Fiction Fest, successivamente è con Fabio Volo nella commedia Un paese quasi perfetto e con Pif nel film In guerra per amore; è nel cast di Fai bei sogni di Marco Bellocchio presentato al Festival di Cannes. Sono tanti i ruoli interpretati che ne fanno una delle più affermate attrici italiane del momento. Per Miriam Leone la bellezza conta e nel suo caso è stata determinante: la sua carriera parte proprio da un premio di bellezza. Ci dice «che per avere successo solo la bellezza non basta, conta molto la disciplina e l’impegno nel lavoro». Felice di ricevere il premio Massimo Troisi, insieme a un suo punto di riferimento come Maria Grazia Cucinotta, ha ricordato il premio Telegatto ricevuto da Pippo Baudo e si dichiara «orgogliosamente sicilianissima con la passione per la musica e la voglia di fare un film western di azione». Anna Mazzamauro, nota al grande pubblico per essere la Signorina Silvani, corteggiata da Fantozzi, con una bellezza diversa la scopriamo con una simpatia che sprizza in ogni sua dichiarazione e con una bellezza interiore testimoniata dal suo impegno in teatro per affermare la libertà di ognuno di vivere la propria natura come nella commedia Belvedere: insieme a Cristina Bugatty sono interpreti della storia di due vite che si intrecciano e scoprono di avere in comune il desiderio di vivere ed esprimersi con sincerità, una delle attrici recita la parte di una transessuale. Una commedia che invita a riflettere sull’accettazione delle nostre diversità e che le piacerebbe recitare anche in Sicilia. Anna Mazzamauro si è definita «una stortignoccola libera di essere e vivere come mi piace». Impegnata nel teatro e nella vita per superare i pregiudizi nella nostra società sulle diversità, siano esse sessuali, religiose o di razza, si è presentata come nel suo spettacolo che ha ottenuto grandi successi, Nuda e Cruda, dove Anna Mazzamauro racconta di sé ed esorta il pubblico «a spogliarsi dei ricordi cattivi, degli amori sbagliati, dei tabù sul sesso, a liberarsi dalla paura della vecchiaia,a esibire la propria diversità attraverso risate purificatrici». Se la nostra Miriam Leone è un esempio di bellezza e professionalità, Anna Mazzamauro lo è di simpatia e autoironia.

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mescal Music

 

“Soyuz 10” (Microclima-Puntoeacapo | Tetoyoshi Music Italia – distribuito da Sony Music), è il titolo del nuovo disco di inediti di Mario Venuti, uscito lo scorso 31 maggio, e anticipato dal primo singolo “Il pubblico sei tu” scritto dallo stesso Venuti e Kaballà con musiche di Venuti, Seba e Chiaravalli. Abbiamo incontrato Mario Venuti per parlare con lui del suo nuovo disco e della sua carriera artistica.

Dopo “Motore di vita” un nuovo album, “Soyuz 10”, le va di raccontarci come è nato?
«È un disco abbastanza vario musicalmente, come solitamente accade con i miei lavori. Rispetto a Motore di vita è un disco un po’ più suonato anche se l’elettronica è più contenuta. Si chiama Soyuz 10 perchè durante la lavorazione del disco, quando dovevo registrare la voce, il tecnico del suono mi mise di fronte una serie di microfoni per verificare quale si avvicinasse più al mio timbro vocale, caso volle che scelsi proprio lo Soyuz. Mentre cantavo ho immaginato che questo microfono fosse una navicella spaziale che porta la mia voce nell’universo e quest’immagine mi è sembrata abbastanza poetica da farla diventare il titolo di un album. Soyuz come saprete è la navicella spaziale russa, 10 perché rappresenta il mio decimo album. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che Soyuz in russo significa incontro, poiché è un disco in cui la maggior parte sono canzoni d’amore, il tema dell’incontro, dell’interazione tra le persone è abbastanza presente per cui mi è sembrato fosse adatto anche al contenuto».

Dopo “Il pubblico sei tu” è appena uscito “Ciao Cuore”, ci parla del suo nuovo singolo?
«“Ciao Cuore” è una canzone in forma di favola. Il cuore è caduto in disuso tra gli uomini ormai dediti solo ad attività di concetto. Ma la naturale propensione umana ai sentimenti ne fa sentire la mancanza. Il cuore viene richiamato vox populi e questa canzone è il suo inno di bentornato. Ogni riferimento a persone ed eventi contemporanei non è casuale».

Cosa rappresenta per lei Soyuz 10?
«Questo album rappresenta una fase, un diario del momento. Penso di essere arrivato ad una fase di maturazione tale per cui anche fare musica diventa per me anche facile. È un disco in cui mi sono lasciato andare, senza pensare cosa avrei potuto fare, le canzoni sono venute da sole e alla fine chi l’ascolta mi dice che è un disco positivo, che suona disteso, con buone vibrazioni, non si sentono negatività e questo è un bene».

La sua carriera artistica inizia a Catania, è rimasta ancora il cuore nevralgico per i cantanti?
«Il periodo degli anni ‘90 è sicuramente irripetibile perché in città c’era un fermento sia artistico che anche manageriale. Non basta che ci siano dei talenti, occorre che ci sia qualcuno che li sappia valorizzare, allora c’erano Francesco Virlinzi e la Cyclope. Oggi sono rimaste una serie di strutture che lavorano attorno alla musica ma l’atmosfera è cambiata. Ci sono nuovi talenti ma probabilmente hanno meno occasioni per emergere».

Ha collaborato con i più grandi artisti, ma chi le ha trasmesso di più?
«Forse l’incontro con Franco Battiato, Carmen Consoli. Sono stati degli incontri oltre che artistici anche umani, molto belli, che mi stanno a cuore. Ho un rapporto ottimo anche con Francesco Biancone dei Baustelle con cui ogni tanto scriviamo e anche in questo disco c’è una canzone firmata da lui, è ormai una tradizione che in ogni mio disco ci sia un pezzo in cui ci sia il suo zampino. Musicalmente ho esplorato talmente tanti campi che non ho lasciato nulla di intentato però sono sempre aperto a tutte le possibilità che la musica può offrire. Ci sono tanti artisti con cui mi piacerebbe collaborare, ad esempio con Caetano Veloso, un mio maestro e che ho conosciuto personalmente, lo scorso 13 luglio al Teatro Antico di Taormina mi è stato chiesto di aprire il suo concerto».

Così mentre Mario Venuti andrà in giro con il suo tour autunnale non possiamo che “ascoltare” quelle buone vibrazioni ed emozioni del suo nuovo album.

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Dino Stornello

Dopo una lunga gavetta come cantante, attore, intrattenitore il successo per Pippo Pattavina arriva con una commedia del grande Turi Ferro, intitolata “L’Isola dei Pupi”. L’innata bravura e la sua grande professionalità gli hanno permesso di interpretare ruoli impegnativi e anche comici. Tantissimi i personaggi interpretati lavorando con Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Tuccio Musumeci, Mariella Lo Giudice e tanti altri; al cinema in “Malena” di Giuseppe Tornatore, mentre in TV ha partecipato in alcuni episodi de “Il Commissario Montalbano” interpretando il preside Burgio, il giudice Pietro Scaglione nella fiction “Boris Giuliano – Un poliziotto a Palermo”, “La divina Dolzedia” di Aurelio Grimaldi e ne “Il delitto Mattarella”. «Per quasi sessant’anni ho dato tutto al teatro e continuo a darlo con onestà professionale e tantissima generosità. Quando sono sul palcoscenico, divento un ragazzo che dimostra quarant’anni in meno e dimentico tutti gli acciacchi, divento generoso perché do tutto a 360 gradi e di questo credo che il pubblico se ne accorga perfettamente». La passione di Pippo Pattavina per il teatro inizia sin da giovanissimo. «La mia attività artistica comincia con il canto, per diversi anni ho fatto il cantante nei locali notturni, quando questo tipo di vita non mi ha più soddisfatto ho scoperto il teatro, e da allora in poi gli ho dedicato anima e corpo. In tantissimi spettacoli aggiungo, quando si può, brani cantati, per cui ritrovo quello che ero all’origine». Oltre ad avere la passione per il teatro Pattavina possiede anche quella per il lavoro manuale. «Adoro tantissimo il legno e lavorarlo, mi sarebbe piaciuto fare il falegname o il restauratore. Amo i lavori manuali, sono anche un bravissimo scultore, scolpisco il legno creando figure vere e proprie, statue, ho fatto mostre importantissime». Come tutti gli artisti anche Pippo Pattavina è legato a un personaggio interpretato. «Un ruolo che mi si è attaccato tantissimo e che ritengo di esserne il depositario di questo testo, è “La governante” di Brancati, abbiamo fatto alcune edizioni illustrissime con grandissimi registi con cui ho girato l’Italia in lungo e in largo, riscuotendo altrettanti successi. È stato un lavoro che mi ha dato tantissimo, anche a livello di critica e di soddisfazione personale». Ovviamente la sicilianità e l’interpretazione del teatro siciliano hanno influito nella sua esperienza artistica. «La sicilianità è un mondo, soprattutto per un attore come me che recita testi come L’aria del continente di Martoglio, dove viene espressa al massimo, perché è un capolavoro assoluto del teatro in vernacolo. Quando un attore siciliano recita Pirandello, si trova molto più avvantaggiato rispetto ad un attore che recita soltanto in lingua italiana, perchè Pirandello nonostante scriva in un italiano perfetto senti che pensa in siciliano. Con il teatro in vernacolo ci si esprime così come si parla nella vita di tutti i giorni, quindi si esprime una verità assoluta. La sicilianità è un mondo che ognuno porta dentro di sè, fatto di malinconie, ricordi, sensazioni, drammi, commedie, sofferenze, di dominazioni che abbiamo subito, insomma un vero e proprio universo». Mentre porta in scena L’aria del continente di Nino Martoglio nuovi progetti sono già in itinere «Ad aprile debutta al Teatro Brancati un lavoro, di cui sono autore, intitolato “Il principe del foro”, tratto da una commedia di fine ‘800 che si chiamava “Durand Durand” di Albin Valabrègue e Maurice Ordonneau, due autori francesi, una commedia tutta giocata sugli equivoci, scambi di persona, una commedia di forte impatto».

 

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Shipmates

Quando per la prima volta li vedemmo in Tv erano dei singoli esordienti alla seconda edizione di “Ti lascio una canzone”. Da allora Piero Barone, Ignazio Boschetto (entrambi siciliani, il primo di Naro nell’agrigentino; il secondo di Marsala, in provincia di Trapani) e Gianluca Ginoble, abruzzese, di strada ne hanno fatto e dal 2009 hanno “spiccato” Il Volo. Si chiama proprio così, questo straordinario trio che in dieci anni, dal talent di Antonella Clerici in poi ha firmato un contratto con la Universal e poi con la Sony, ha cantato per le più importanti personalità del mondo, duettato con star internazionali, fatto e continuano a fare tour sold out in ogni parte del globo, nel 2015 ha vinto il Festival di Sanremo con “Grande amore”. Li abbiamo visti al cinema con “Notte Magica”, un film concerto che ha ripercorso le tappe dell’omonimo “A Tribute To The Three Tenors”, recentemente, in Tv nel film “Un amore così grande”, e adesso impegnati in “Musica Tour”.

Tre personalità diverse ma chi siete veramente?
«Siamo tre ragazzi con tanta voglia di fare musica e condividere quello che amiamo fare. Tre ragazzi, con personalità completamente differenti, accomunati dalla passione per lo stesso genere musicale, un po’ dimenticato e stiamo cercando in tutti i modi di riportare di nuovo tra i giovani».

Da un talent al successo mondiale. Come lo vivete?
«Lo viviamo con molta tensione, poiché ti dà lo stimolo a produrre cose nuove, di fare musica, di non mollare mai. La nostra giornata tipo è segnata dal lavoro h24, non riusciamo a immaginare la nostra vita senza questo lavoro, l’ultima cosa che fa l’artista è salire sul palco e cantare, prima c’è tutto un lavoro dietro».
«Le persone che mi stanno vicino quotidianamente mi vedono un giorno sono nervoso, un giorno felicissimo, un giorno pensieroso, un giorno teso, tutti abbiamo lo stimolo e il punto interrogativo del domani, però bisogna godersi sempre il momento (Piero, ndr)».

Se guardate indietro cosa e come vi vedete?
«Vediamo tre ragazzi estremamente privilegiati, guardando al nostro passato non possiamo non credere al destino. Se anche uno di noi avesse partecipato alla prima o alla terza edizione di quel programma non sarebbe nato Il Volo. Da allora grazie a Michele Torpedine, il nostro attuale manager, abbiamo fatto tanto lavoro».
Come siete cambiati?
«In positivo ma anche in negativo (scherzano). Siamo cresciuti umanamente e professionalmente. È chiaro che ognuno di noi ha le proprie esigenze, vuole fare le vacanze da solo, vuole stare più da solo. Noi non possiamo lamentarci, chiaramente come qualsiasi matrimonio o convivenza ci sono momenti di discussioni, la cosa più matura per un gruppo e per qualsiasi rapporto è trovare il giusto compromesso, un punto d’incontro».

Come ci si sente a essere ambasciatori del Bel canto nel mondo?
«È una grande responsabilità. Pavarotti, Bocelli e Il Volo condividono le stesse canzoni. Le persone che vivono all’estero non vedono l’ora di ascoltare “O sole mio”, “Torna a Surriento”, “Nessun dorma”, “Libiamo”. Il nostro successo è dovuto all’eco e alla forza della tradizione musicale italiana».

Fra le celebrità che avete incontrato, chi vi ha colpito di più?
«Ognuno di noi ha il suo preferito, quando firmammo il contratto del tour insieme a Barbra Streisand non ci rendemmo conto di quanto fosse importante e grande la cosa. Un momento magico che porterò per tutta la vita e racconterò ai miei nipoti è stato due anni fa, quando siamo stati accanto a Placido Domingo (siamo cresciuti ascoltando la sua musica, lo ascolto sempre perché sono un amante dell’opera, sottolinea Piero Barone, ndr), un’icona della musica classica che ci dava dei consigli su come cantare. È la fortuna del nostro lavoro, uno stile di vita, ti porta a cantare con Placido Domingo, dopo ti trovi in un momento di difficoltà estrema, due giorni dopo ti trovi di fronte al Papa davanti ad un milione di persone. Ci sono degli sbalzi di umore e degli stati d’animo difficili da controllare. Quando ti guardi allo specchio la cosa più importante da fare è pensare: “Domani cosa possiamo fare?” Pensiamo al domani, mai cullarsi del successo e di quello che ti da e mai dire io, io, io».

Siete tornati a Sanremo festeggiando dieci anni di carriera, cosa avete provato?
«Abbiamo provato tanta emozione a cantare lì. L’edizione di Ti lascio una canzone nel 2009 si svolgeva proprio al Teatro Ariston, quindi quel palcoscenico ci ha visti nascere. L’anno scorso siamo andati come ospiti, quest’anno invece da concorrenti. Il palcoscenico è un momento di condivisione, che si è ospiti o concorrenti, le persone stanno lì ad ascoltarti, il resto sono solo circostanze».

Parlateci di Musica che resta, la canzone che avete portato a Sanremo e del vostro nuovo album Musica…
«Quest’album è particolare perché contiene i nostri tre gusti musicali – spiega Gianluca – abbiamo creduto che fosse necessario soddisfare i nostri tre gusti e le nostre personalità: “Be my love” è vicina a Piero, “Arrivederci Roma” è più il mio genere mentre “A chi mi dice” a Ignazio».
«Musica che resta è un brano abbastanza rappresentativo per Il Volo, quando abbiamo finito di registrare abbiamo chiamato Gianna Nannini perché mancava quel graffio rock. Quando cantiamo questo brano, esterniamo perfettamente le nostre vocalità e non vediamo l’ora di tornare in tour, a giugno e luglio, tra l’altro faremo due concerti in Sicilia, il 21 luglio a Palermo e il 23 luglio a Taormina».

Con quale spirito avete iniziato questo nuovo tour?
«Con il sorriso. Con questo tour festeggiamo i nostri dieci anni di carriera davanti al nostro pubblico, ai nostri fan, coloro che hanno permesso tutto ciò. Il pubblico è la ragione per cui viviamo. Ci riteniamo dei privilegiati e per tale motivo lo ringraziamo perché ci permette di condividere il nostro dono, la nostra voce e la nostra passione».

Quali sono i vostri progetti futuri?
«Sono tantissimi ma l’obiettivo de Il volo è confermare e consolidare tutto quello che abbiamo fatto in passato».

 

Articolo di Titti Metrico Foto di Studio C.D.A. Nardo

Aurora Lucia Sara: tre nomi che evocano la luce che traspare dall’animo di Lucia Sardo; un nome, un destino. Una donna forte, equilibrata, forse perché, come dice lei, è cresciuta con un nonno dell’800 che amava raccontarle storie autentiche e le ha assorbite come una spugna, portandosi dentro questo patrimonio di umanità.

Attrice a tutto tondo, per lei il teatro è come il cibo. L’ho conosciuta durante il suo spettacolo-racconto tratto dal film “I cento passi”, una storia drammatica che ricorda la figura di Felicia Impastato, madre di “Peppino”, una madre coraggio che ha lottato per la giustizia, contro la mafia, senza sottomettersi al dolore. Quando la definisco attrice antimafia, Lucia si schermisce, parla di amore, perché i giovani di oggi hanno bisogno di parlare di amore e di relazioni. La cosa che mi appassiona di più, mi dice, è la ricerca interiore, il viaggio più bello che si possa fare.

La sua vocazione è sensibilizzare le nuove generazioni attraverso uno spettacolo teatrale. Cos’è la mafia per Lucia?
«Abbiamo dato questo nome a una forma di cultura che è degenerata, la mafia sta alla Sicilia come il nazismo sta alla Germania. L’intenzione iniziale è buona; ad esempio se cerchiamo di aiutare un amico o vogliamo garantire per lui, diciamo: “guarda questo è amico mio, io te l’affido”, nella degenerazione diventa: “chistu è amicu miu, e tu te l’ha pigghiari” aggiungendo arroganza, presunzione e minaccia, perché la mafia è il piombo nero, dove non c’è speranza non c’è possibilità e felicità. Io non faccio un lavoro anti-mafia, faccio un lavoro anti-infelicità, perché la mafia è uno degli aspetti dell’infelicità, scegliere l’inferno invece del paradiso. La scelta è solo nostra, quando parlo con gli studenti, dico che la mafia è anche nei piccoli gesti, nell’arroganza».

Il “Teatro di Ventura” ha influito nel fare scelte coraggiose, che vanno fuori dagli schemi?
«Ho iniziato facendo teatro di ricerca interiore, estetica, spirituale. Una volta scoperta quella dimensione non puoi più tornare indietro ma faccio anche cose leggere, ad esempio un programma su Alice TV, dove io cucino, con il quale siamo stati premiati a Montecitorio».

Lei si definisce siciliana doc, ha mai pensato di lasciare quest’Isola?
«Si sono una siciliana, la Sicilia c’è l’ho nel sangue e la porto ovunque. Oggi preferisco essere definita una cittadina del mondo. Non potrei mai dire che un posto in particolare mi appartiene, mi appartengono tutti».
Cos’è la sicilianità?
«È la cultura siciliana, i colori, gli odori, i sapori siciliani. Scopri la sicilianità quando vai via dalla tua terra. Per me era normale che il mare profumasse, ma quando mi trovai in un mare diverso non sentii quel profumo. Il luogo dove siamo nati, la sua tradizione è la nostra linfa. Il grande psicologo Bert Hellingher dice: “senza radici non si vola”, possiamo volare solo se conosciamo bene le nostre radici».

Se dico Picciridda, cosa prova?
«Una gran gioia! Nel film la nostra bimba subisce una grande violenza, tutte le donne la subiscono in un modo o nell’altro. Questa picciridda c’è l’abbiamo tutte quante nel cuore, leggendo il libro di Catena Fiorello me ne sono subito innamorata. Il film è stato girato sull’Isola di Favignana e con tutta la troupe si è creata un’atmosfera magica, raccontare questa storia è diventata la nostra missione, abbiamo sentito l’esigenza di sostenere questa picciridda e questa nonna (il personaggio che io interpreto) che è stata a sua volta una picciridda. Una storia struggente con un lieto fine».

Progetti per il futuro?
«Uno è il lavoro bellissimo di Guillelm Clua, che si chiama la “Rondine”, ispirato alla strage di Orlando, dove quarantanove omosessuali furono uccisi, io interpreto una madre che ha perso suo figlio.
L’altro è “La nave delle spose”, la nave che negli anni ’60 portava le spose per procura. Il racconto di queste ragazze strappate dalle loro case, dai loro affetti, che si ritrovavano in viaggio per l’America o l’Australia per sposare uno sconosciuto, che spesso non corrispondeva neanche all’uomo nella foto».

Articolo di Omar Gelsomino Foto di Tony Zecchinelli

É una bellezza mediterranea dal sorriso coinvolgente. Catanese di nascita ma romana d’adozione Ornella Giusto, attrice e poeta, dopo aver frequentato il Conservatorio Teatrale Cinematografico ha proseguito gli studi teatrali per la sua formazione artistica con importanti attori e registi, italiani e stranieri. Il suo debutto arriva con un cameo nel film Malena di Tornatore, poi con Virzì, Greco, Tambasco, Gibson e Porporati sino alle serie tv di grande successo, come “L’attentatuni”, “Soldati di pace”, “La Squadra VIII”, “Distretto di Polizia 8”, “Ris 6” e “Il Commissario Montalbano 10 e 11”. Altrettanto importanti i ruoli interpretati in teatro. Ornella Giusto si descrive «come una persona umile, caparbia e ambiziosa, con una grande forza interiore. Amo il mio lavoro e lo faccio con grande amore e dedizione. Mi dicono che ho una forte empatia, mi metto nei panni degli altri perché riesco a lavorare su me stessa ed entro facilmente nell’animo delle persone perché penso che gli altri siano il tuo specchio che ti aiutano a crescere, a maturare». Ben presto si accorse che la recitazione sarebbe stata la sua passione «Dai tempi dell’Accademia ho capito che questa sarebbe stata la mia professione, per cui ho studiato molto, mi sono tenuta sempre informata, ho seguito dei seminari, convinta che dovessi imparare il più possibile e che il percorso sarebbe stato difficile. Lo capii ancora di più, nel 2009, quando decisi di autoprodurmi con tutte le difficoltà  del mondo, lì ho scoperto le mie potenzialità, la rabbia e la mia testardaggine mi hanno dato la forza di tirar fuori il meglio di me, di essere imprenditrice di me stessa». L’abbiamo vista interpretare al meglio diversi ruoli al cinema e in televisione ma lei ribadisce «Mi sento a mio agio sia al cinema, che in teatro che in tv. Per un attore il teatro è una grande palestra, il teatro ti forma, ti dà emozioni forti. Mi piace tutto ciò che mi porta a lavorare su me stessa e soprattutto ad emozionare le persone. Mi lego sempre ai personaggi che interpreto, l’importante è fare arrivare tutto di un personaggio, ogni personaggio l’ho sempre vissuto con grande amore». Un’artista a tutto tondo, anche poeta, tanto che alcuni anni fa ha pubblicato una raccolta di versi, “Il rumore dell’anima”, interpretata poi a teatro. «È dedicato ai miei silenzi. La passione per la poesia nasce in un momento particolare della mia vita, quando ero più ragazzina, i miei genitori si erano separati, vivevo i primi amori e le prime emozioni. Non ho mai avuto paura di esternare i miei sentimenti, di ciò che vivo dentro di me perché ho bisogno di sentirmi continuamente viva, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Sono una persona molto empatica, ho bisogno di queste cose perché mi nutro di tutto questo. Vitamine per l’anima e per lo spirito. Pubblicai questo libro perché avevo voglia di far conoscere, sia nel mio ambiente che fra gli amici, realmente chi fossi». Più volte in teatro ha portato in scena spettacoli dedicati a Verga e Bellini riscuotendo grande successo. «Sono legata a loro perchè oltre ad essere catanesi sono due passionali, sono rimasta molto affascinata dalle loro lettere, documenti attraverso cui puoi conoscere meglio un artista, da lì ho fatto delle ricerche per arrivare ad un lavoro che non era stato fatto prima, parlare di loro non solo come artisti ma come uomini». Dal lunedì al venerdì pomeriggio è possibile vederla nel cast della nuova serie de “Il Paradiso delle Signore Daily” su Rai 1. «Sono felice di respirare di nuovo l’aria del set dove interpreto il ruolo di Rosalia Caffarelli, la migliore amica di Agnese Amato (interpretata da Antonella Attili), mamma di Antonio, Salvatore e Tina. Un ruolo che mi sta dando la possibilità di esprimermi al meglio, cercando di dare sempre più anima al personaggio che sto interpretando». Non resta che augurare alla bella Ornella Giusto un futuro colmo di ulteriori successi. 

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Luca Brunetti

D’un ventri di ‘na Fimmina nascii; Fimmina puru iu, e mi nni vantu. Fimmina, comu la Madonna. Fimmina comu la terra; e Fimmina vulissi rinasciri ancora simmai mi fossi concessu di scegliri ppi la secunna vota. A tia masculu ca ti fai chiamari omu, na sula preghiera: prima ca’ pigghi un cuteddru, o mi tiri un cazzottu, ricordati ca puru tu fusti crisciutu pi novi misi intra a sto corpu. E si ammazzi a mia, e comu si tradisci lu to’ stissu sangu…

A distanza di undici anni, con questi versi contro la violenza sulle Donne, la scrittrice siciliana, Catena Fiorello, ha deciso di riscrivere e ripubblicare il suo romanzo “Picciridda”.

Chi è Catena Fiorello?

«Una ragazza curiosa a 360 gradi. Una donna con la curiosità di una ragazzina. Ecco perché, pur essendo nata nel ’66, quando mi chiamano signora mi giro e penso “Boh, forse stanno circannu quaccunu?”. Insomma, la ragazza che è in me prevale ancora sulla donna. Mia nipote Nicoletta, figlia di mia sorella Anna, mi ha chiamato “la ragazza con la valigia”, una definizione che mi calza a pennello anche se io preferisco chiamarmi una cunta storie».

Come nascono i tuoi romanzi e quanto c’è di autobiografico?

«Non capisco, anzi per me resta un mistero, lo scrittore che afferma di riuscire ad estraniarsi dal libro che scrive. Il narratore in cui mi identifico è quello che, anche quando non scrive in maniera autobiografica, imperla comunque il racconto di piccole gocce di sè. A parte “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, edito da Rizzoli, che racconta la storia della mia famiglia, anche se con un diverso cognome, che è l’unico romanzo autobiografico, io racconto storie di persone, di fatti, di famiglie e di vite totalmente inventate e tuttavia piccole gocce, tracce di me inevitabilmente cospargono il racconto».

Sei una scrittrice a tempo pieno? A cosa stai lavorando?

«Sono una scrittrice a tempo pieno. Ho fatto anche l’esperienza di sceneggiatrice per il film tratto dal mio romanzo “Picciridda” che si sta girando in questi giorni sull’Isola di Favignana ma il mio lavoro è fare la scrittrice a tempo pieno. A proposito ho appena finito di correggere il mio nuovo romanzo che sarà nelle librerie dal 13 febbraio, il titolo ancora non lo svelo. Quando non scrivo vado in giro per presentare i miei libri, in questo momento sto facendo un tour promozionale per “Picciridda”, è la storia di Lucia, figlia di emigrati, che vive con la nonna, burbera e austera in una Sicilia dei primi anni Sessanta, e, come tutti i bambini che non hanno fortuna, anche lei è figlia della gallina nera.

Quando i suoi genitori sono emigrati in Germania in cerca di fortuna hanno portato con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna, ma Lucia, indimenticabile protagonista di questo romanzo, non accetta la condizione di una vita fatta di sacrifici e rinunce. Col passare dei mesi però l’esistenza della piccola protagonista si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui la picciridda si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro… ».

Cos’è per te una donna?

«Per rispondere a questa domanda dovrei forse scrivere un’altro libro! Cos’è per me una donna? Una fimmina? Veramente non riesco a rispondere a questa domanda perché è talmente complessa, è talmente importante che dovrei scriverci sopra un romanzo e, anche in questo caso, forse non riuscirei comunque a dare una risposta completa».

Maria Grazia Cucinotta

 Maria Grazia Cucinotta

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta e Roberto Rocchi

Attrice, regista e produttrice cinematografica. Ha iniziato come modella, poi ha lavorato a fianco di Renzo Arbore in “Indietro tutta” ma il film che l’ha consacrata al successo internazionale è stato “Il postino” di Massimo Troisi. Da allora per Maria Grazia Cucinotta il successo è stato inarrestabile.
«Per me ogni giorno è una nuova sfida, non mi sono mai fermata per dire sono arrivata, ogni giorno c’è un’opportunità da prendere al volo, per mettersi alla prova». Proprio il film con Massimo Troisi e Philippe Noiret l’ha fatta conoscere al grande pubblico. «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da ventiquattro anni e mi ritengo fortunata. Quel film, a livello culturale e cinematografico, ha portato l’Italia in giro per il mondo». Anche per lei all’inizio non è stato facile ma la sua caparbietà l’ha portata a diventare famosa. «Volevo farcela come Maria Grazia non come attrice, era una sfida con me stessa. Se pensi di farcela solo come attrice pensi solo all’apparenza, la sfida diventa anche più concreta perché è un qualcosa che devi costruire, apparire è la cosa più facile del mondo mentre il pubblico ha bisogno di qualcosa di più concreto». Dopo un periodo lavorativo negli States è tornata in Italia: «Quando ero incinta, ho abbandonato Hollywood perché volevo che mia figlia crescesse in Italia, circondata dall’arte, dalla bellezza e dalle eccellenze. Purtroppo l’Italia non è brava a comunicare tutto questo, solo andando fuori ti rendi conto della grande fortuna che abbiamo soltanto a nascere e crescere in un paese come il nostro». In tutti questi anni l’abbiamo vista in diversi ruoli sempre apprezzati dal pubblico. «(Ride, nda) mi piace scegliere, mi piace assecondare le opportunità che mi si offrono, mi piace riuscire nelle mie piccole sfide, costruire qualcosa anche per il futuro dei ragazzi. Insieme alla mia amica Paola Boschi, regista e sceneggiatrice, stiamo lavorando a una serie che si chiama Teen, nata da un’idea di mia figlia e di un gruppo di suoi amici: sarà una serie tutta italiana dedicata ai giovani, dopo aver fatto più di 5000 provini in tutta Italia, stiamo scegliendo i protagonisti di talento, e tratterà argomenti, nei quali i nostri ragazzi potranno identificarsi». Maria Grazia Cucinotta è stata la prima a esplorare il mercato cinematografico cinese, una pioniera. «Ciò che mi piace di un paese estero è quello di assorbire tutto quello che c’è. Quando arrivai dodici anni fa, non si parlava ancora di Cina, addirittura mi dissuasero, io invece avevo già scoperto un paese meraviglioso, che si stava evolvendo. Mi sono ritrovata in un vortice di crescita ed è meraviglioso vivere in un paese in cui si lavora 24 ore su 24, non ci si ferma mai e tutti lavorano per raggiungere un obiettivo e vedere realizzate le cose che sogni». In realtà, come ci confida, Maria Grazia Cucinotta pensava a tutt’altro che il cinema. «Sognavo di fare la psicologa, perché la mente umana è il più grande mistero in assoluto, siamo dotati di un qualcosa che sfruttiamo solo in minima parte. Descriverei il cervello come un universo infinito di cui conosciamo solo una piccola parte, ma l’universo fa girare il mondo e cosi è il nostro cervello, se lo sai usare impari a conoscere gli altri e ti da una grande forza». Nonostante da anni viva a Roma e per lavoro si sposti in tutto il mondo, Maria Grazia Cucinotta è legata alle sue radici e alla sua terra. «Aver vissuto in tante terre diverse mi ha migliorata perché sono cresciuta culturalmente, ma resto sempre siciliana. Sono una siciliana nel mondo! Viviamo in una terra meravigliosa, unica al mondo, piena di bellezze infinite. Ogni volta che salgo in aereo, mi metto sempre dal lato finestrino e quando vedo la Sicilia andare via ci lascio proprio il cuore». Ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno ma incarna sempre la tipica bellezza mediterranea. «Per me la bellezza è carisma, quando parlo di bellezza non intendo quella fisica, quando è innata fai poca fatica. Il carisma è qualcos’altro e ti resta per sempre. La bellezza non deve mai diventare un’ossessione, deve crescere e invecchiare con te, la devi accettare. La bellezza deve evolversi, non puoi fermarla, altrimenti diventi finta. Le donne mediterranee restano il sogno di tutti nel mondo. Quando si parla di donne mediterranee, non si parla solo di bellezza, ma di donne che sono mamme, mogli, di quelle che sono brave donne di casa e poi quando escono sono delle dive». Di recente l’abbiamo vista anche nel docufilm di Francesco Lama, “I Siciliani”, con un cast tutto siciliano, presentato a New York. «Ho partecipato perché da siciliana mi piaceva l’idea di far parlare della Sicilia, rappresenta proprio i siciliani, una Sicilia sognatrice ma allo stesso tempo problematica. È un documentario che mi ha riportata a New York ed è successo il miracolo che sempre accade quando c’è un film che parla di Sicilia e di Italia: più di duecento persone sono rimaste fuori, allora comprendi la potenza che ha la Sicilia e l’Italia e che purtroppo noi sottovalutiamo. Insisto nel dire che dobbiamo portare i nostri film fuori, perché gli italiani sono ovunque e l’Italia rappresenta un’eccellenza». La scorsa estate, per il sesto anno consecutivo, è stata la madrina del Mare Festival Salina che per lei rappresenta «il festival del cuore. Da anni osservo come all’inizio quando tutti arrivano, sono un po’ scettici poi non vogliono più andare via, ritornano per le nuove edizioni, da Ezio Greggio a Edoardo Leo, tutti si sono lasciati conquistare dalla bellezza di Salina e da un festival un po’ anomalo, dove si parla di cinema, i siciliani hanno l’opportunità di incontrare grandi registi e attori e far scoprire la Sicilia a chi non l’ha mai vista». Oltre a lavorare alla serie Teen la vedremo presto impegnata come attrice in “Tutto liscio”, un film dedicato all’Emilia Romagna e alle sue tradizioni popolari e in altri film ma prima di congedarsi ci rivela che sogna «di continuare a lavorare e riuscire nelle mie piccole sfide e vedere questo paese rinascere come merita».

 

manuela ventura

manuela ventura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Bepi Caroli, Luca Guarneri, Maria Vernetti, Natale De Fino

Recentemente l’abbiamo vista in tv come attrice in “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, “Questo nostro amore ’80” e “Prima della notte” dove ha interpretato ruoli straordinari, ma il suo debutto è in teatro. Manuela Ventura spiega «non saprei definirmi, potrei utilizzare un cartello con scritto “lavori in corso”, la sensazione è quella di essere in un continuo divenire, con alcune sporadiche certezze circa il mio modo di essere, inquieta, pensierosa, curiosa, sono una che si arrabbia e si commuove, poi il resto si fa e si disfa, cambia, si aggiungono aggettivi, si tolgono sostantivi, si arricchiscono i sogni e i desideri, arrivano nuove paure e nuove speranze». Dalla sua carriera emerge che la passione per la recitazione «È una passione che sembra venire da lontano, una predisposizione verso questa forma di gioco e di piacere che è diventata un modo per esprimermi, per sparpagliare emozioni, per raccogliere pensieri, per scavare buche alla ricerca di acque, dissetarmi, provare momenti di felicità. Dopo le prime esperienze alle elementari e medie, inizio, a circa tredici anni, a frequentare una scuola di teatro; ero la più piccola e la più introversa, ma silenziosamente osservavo e immaginavo. Dopo gli studi tradizionali, decido di provare la selezione per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Treno, valigia, viaggio, provini, attesa e poi finalmente l’ammissione. Cosa avrei fatto altrimenti? Galoppato per le praterie con un cavallo marrone, indossando una camicia a quadri e un cappello da cowboy. Questo è quello che immaginavo guardando fuori dal finestrino della macchina in corsa, durante le vacanze, nella mia infanzia». Fra cinema, teatro e televisione per Manuela «Il primo amore è stato il teatro e come tale ha un posto privilegiato, però oggi non ho una preferenza assoluta, sono linguaggi diversi, tuttavia nascono da una necessità comune, raccontare la vita, creare una visione, sognare, attingono spesso l’uno dall’altro, s’influenzano. L’arte del teatro è un grande gioco, più ampio è il guardare e più grandi le trasformazioni, gli eccessi, le maschere, le illusioni. Il teatro è inoltre nella sua relazione primaria ed esclusiva con il pubblico, una dinamica forte che parte proprio da questo rapporto che avviene dal vivo tra attori e spettatori, uno scambio “in diretta”, fatto di quell’istante del qui e ora in cui accade il mistero e l’irripetibilità. Per il cinema o la televisione, la relazione è diversa, sicuramente diretta e viva con il regista e il cast artistico e tecnico che segue il set, ma il “pubblico”, mentre si gira, è la macchina da presa, il racconto, l’emozione passano attraverso un primo o un primissimo piano, l’inquadratura, le luci, il montaggio. Per un’attrice riuscire a fare esperienza con i vari tipi di linguaggio è davvero interessante». Nonostante gli impegni professionali la portino lontana il legame con la sua terra rimane sempre forte «Catania è la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha dato le radici e dunque nutrimento. La città dalla quale sono partita tante volte, è la sua stazione, il porto, l’aereo che hanno segnato i momenti di distanza e di riavvicinamento. È la città in cui vivo, il luogo del mio ritorno. Il luogo da cui vedo e sento il mare ogni giorno e quel posto da cui ammiro l’Etna e il suo manto ora nero ora bianco. È una città che dovremmo saper amare di più. È un posto dove, però sento mancanze. La Sicilia per me è quotidianità, odori intensi, estremi, sole caldo che acceca, rabbia, sale che asciuga e che brucia, luce inafferrabile senza orizzonti alle volte, suoni che riconosco, energia, è i miei amici più cari e i miei amori grandi. È quel punto di vista attraverso cui ho conosciuto il resto del mondo, almeno una parte di esso». Chissà che qualche volta non la vedremo nei panni di regista «Ogni tanto ci ho pensato ma per ora rimando; mi piacerebbe vederla la Sicilia attraverso gli occhi dei bambini, liberi di invaderne strade, campagne, mari e città, come in una grande caccia al tesoro, liberi di dipingerla di colori che solo loro possono vedere, liberi di immaginarla come la loro isola del futuro».