Articolo di Omar Gelsomino Foto di Tony Zecchinelli

É una bellezza mediterranea dal sorriso coinvolgente. Catanese di nascita ma romana d’adozione Ornella Giusto, attrice e poeta, dopo aver frequentato il Conservatorio Teatrale Cinematografico ha proseguito gli studi teatrali per la sua formazione artistica con importanti attori e registi, italiani e stranieri. Il suo debutto arriva con un cameo nel film Malena di Tornatore, poi con Virzì, Greco, Tambasco, Gibson e Porporati sino alle serie tv di grande successo, come “L’attentatuni”, “Soldati di pace”, “La Squadra VIII”, “Distretto di Polizia 8”, “Ris 6” e “Il Commissario Montalbano 10 e 11”. Altrettanto importanti i ruoli interpretati in teatro. Ornella Giusto si descrive «come una persona umile, caparbia e ambiziosa, con una grande forza interiore. Amo il mio lavoro e lo faccio con grande amore e dedizione. Mi dicono che ho una forte empatia, mi metto nei panni degli altri perché riesco a lavorare su me stessa ed entro facilmente nell’animo delle persone perché penso che gli altri siano il tuo specchio che ti aiutano a crescere, a maturare». Ben presto si accorse che la recitazione sarebbe stata la sua passione «Dai tempi dell’Accademia ho capito che questa sarebbe stata la mia professione, per cui ho studiato molto, mi sono tenuta sempre informata, ho seguito dei seminari, convinta che dovessi imparare il più possibile e che il percorso sarebbe stato difficile. Lo capii ancora di più, nel 2009, quando decisi di autoprodurmi con tutte le difficoltà  del mondo, lì ho scoperto le mie potenzialità, la rabbia e la mia testardaggine mi hanno dato la forza di tirar fuori il meglio di me, di essere imprenditrice di me stessa». L’abbiamo vista interpretare al meglio diversi ruoli al cinema e in televisione ma lei ribadisce «Mi sento a mio agio sia al cinema, che in teatro che in tv. Per un attore il teatro è una grande palestra, il teatro ti forma, ti dà emozioni forti. Mi piace tutto ciò che mi porta a lavorare su me stessa e soprattutto ad emozionare le persone. Mi lego sempre ai personaggi che interpreto, l’importante è fare arrivare tutto di un personaggio, ogni personaggio l’ho sempre vissuto con grande amore». Un’artista a tutto tondo, anche poeta, tanto che alcuni anni fa ha pubblicato una raccolta di versi, “Il rumore dell’anima”, interpretata poi a teatro. «È dedicato ai miei silenzi. La passione per la poesia nasce in un momento particolare della mia vita, quando ero più ragazzina, i miei genitori si erano separati, vivevo i primi amori e le prime emozioni. Non ho mai avuto paura di esternare i miei sentimenti, di ciò che vivo dentro di me perché ho bisogno di sentirmi continuamente viva, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Sono una persona molto empatica, ho bisogno di queste cose perché mi nutro di tutto questo. Vitamine per l’anima e per lo spirito. Pubblicai questo libro perché avevo voglia di far conoscere, sia nel mio ambiente che fra gli amici, realmente chi fossi». Più volte in teatro ha portato in scena spettacoli dedicati a Verga e Bellini riscuotendo grande successo. «Sono legata a loro perchè oltre ad essere catanesi sono due passionali, sono rimasta molto affascinata dalle loro lettere, documenti attraverso cui puoi conoscere meglio un artista, da lì ho fatto delle ricerche per arrivare ad un lavoro che non era stato fatto prima, parlare di loro non solo come artisti ma come uomini». Dal lunedì al venerdì pomeriggio è possibile vederla nel cast della nuova serie de “Il Paradiso delle Signore Daily” su Rai 1. «Sono felice di respirare di nuovo l’aria del set dove interpreto il ruolo di Rosalia Caffarelli, la migliore amica di Agnese Amato (interpretata da Antonella Attili), mamma di Antonio, Salvatore e Tina. Un ruolo che mi sta dando la possibilità di esprimermi al meglio, cercando di dare sempre più anima al personaggio che sto interpretando». Non resta che augurare alla bella Ornella Giusto un futuro colmo di ulteriori successi. 

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Luca Brunetti

D’un ventri di ‘na Fimmina nascii; Fimmina puru iu, e mi nni vantu. Fimmina, comu la Madonna. Fimmina comu la terra; e Fimmina vulissi rinasciri ancora simmai mi fossi concessu di scegliri ppi la secunna vota. A tia masculu ca ti fai chiamari omu, na sula preghiera: prima ca’ pigghi un cuteddru, o mi tiri un cazzottu, ricordati ca puru tu fusti crisciutu pi novi misi intra a sto corpu. E si ammazzi a mia, e comu si tradisci lu to’ stissu sangu…

A distanza di undici anni, con questi versi contro la violenza sulle Donne, la scrittrice siciliana, Catena Fiorello, ha deciso di riscrivere e ripubblicare il suo romanzo “Picciridda”.

Chi è Catena Fiorello?

«Una ragazza curiosa a 360 gradi. Una donna con la curiosità di una ragazzina. Ecco perché, pur essendo nata nel ’66, quando mi chiamano signora mi giro e penso “Boh, forse stanno circannu quaccunu?”. Insomma, la ragazza che è in me prevale ancora sulla donna. Mia nipote Nicoletta, figlia di mia sorella Anna, mi ha chiamato “la ragazza con la valigia”, una definizione che mi calza a pennello anche se io preferisco chiamarmi una cunta storie».

Come nascono i tuoi romanzi e quanto c’è di autobiografico?

«Non capisco, anzi per me resta un mistero, lo scrittore che afferma di riuscire ad estraniarsi dal libro che scrive. Il narratore in cui mi identifico è quello che, anche quando non scrive in maniera autobiografica, imperla comunque il racconto di piccole gocce di sè. A parte “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, edito da Rizzoli, che racconta la storia della mia famiglia, anche se con un diverso cognome, che è l’unico romanzo autobiografico, io racconto storie di persone, di fatti, di famiglie e di vite totalmente inventate e tuttavia piccole gocce, tracce di me inevitabilmente cospargono il racconto».

Sei una scrittrice a tempo pieno? A cosa stai lavorando?

«Sono una scrittrice a tempo pieno. Ho fatto anche l’esperienza di sceneggiatrice per il film tratto dal mio romanzo “Picciridda” che si sta girando in questi giorni sull’Isola di Favignana ma il mio lavoro è fare la scrittrice a tempo pieno. A proposito ho appena finito di correggere il mio nuovo romanzo che sarà nelle librerie dal 13 febbraio, il titolo ancora non lo svelo. Quando non scrivo vado in giro per presentare i miei libri, in questo momento sto facendo un tour promozionale per “Picciridda”, è la storia di Lucia, figlia di emigrati, che vive con la nonna, burbera e austera in una Sicilia dei primi anni Sessanta, e, come tutti i bambini che non hanno fortuna, anche lei è figlia della gallina nera.

Quando i suoi genitori sono emigrati in Germania in cerca di fortuna hanno portato con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna, ma Lucia, indimenticabile protagonista di questo romanzo, non accetta la condizione di una vita fatta di sacrifici e rinunce. Col passare dei mesi però l’esistenza della piccola protagonista si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui la picciridda si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro… ».

Cos’è per te una donna?

«Per rispondere a questa domanda dovrei forse scrivere un’altro libro! Cos’è per me una donna? Una fimmina? Veramente non riesco a rispondere a questa domanda perché è talmente complessa, è talmente importante che dovrei scriverci sopra un romanzo e, anche in questo caso, forse non riuscirei comunque a dare una risposta completa».

Maria Grazia Cucinotta

 Maria Grazia Cucinotta

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta e Roberto Rocchi

Attrice, regista e produttrice cinematografica. Ha iniziato come modella, poi ha lavorato a fianco di Renzo Arbore in “Indietro tutta” ma il film che l’ha consacrata al successo internazionale è stato “Il postino” di Massimo Troisi. Da allora per Maria Grazia Cucinotta il successo è stato inarrestabile.
«Per me ogni giorno è una nuova sfida, non mi sono mai fermata per dire sono arrivata, ogni giorno c’è un’opportunità da prendere al volo, per mettersi alla prova». Proprio il film con Massimo Troisi e Philippe Noiret l’ha fatta conoscere al grande pubblico. «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da ventiquattro anni e mi ritengo fortunata. Quel film, a livello culturale e cinematografico, ha portato l’Italia in giro per il mondo». Anche per lei all’inizio non è stato facile ma la sua caparbietà l’ha portata a diventare famosa. «Volevo farcela come Maria Grazia non come attrice, era una sfida con me stessa. Se pensi di farcela solo come attrice pensi solo all’apparenza, la sfida diventa anche più concreta perché è un qualcosa che devi costruire, apparire è la cosa più facile del mondo mentre il pubblico ha bisogno di qualcosa di più concreto». Dopo un periodo lavorativo negli States è tornata in Italia: «Quando ero incinta, ho abbandonato Hollywood perché volevo che mia figlia crescesse in Italia, circondata dall’arte, dalla bellezza e dalle eccellenze. Purtroppo l’Italia non è brava a comunicare tutto questo, solo andando fuori ti rendi conto della grande fortuna che abbiamo soltanto a nascere e crescere in un paese come il nostro». In tutti questi anni l’abbiamo vista in diversi ruoli sempre apprezzati dal pubblico. «(Ride, nda) mi piace scegliere, mi piace assecondare le opportunità che mi si offrono, mi piace riuscire nelle mie piccole sfide, costruire qualcosa anche per il futuro dei ragazzi. Insieme alla mia amica Paola Boschi, regista e sceneggiatrice, stiamo lavorando a una serie che si chiama Teen, nata da un’idea di mia figlia e di un gruppo di suoi amici: sarà una serie tutta italiana dedicata ai giovani, dopo aver fatto più di 5000 provini in tutta Italia, stiamo scegliendo i protagonisti di talento, e tratterà argomenti, nei quali i nostri ragazzi potranno identificarsi». Maria Grazia Cucinotta è stata la prima a esplorare il mercato cinematografico cinese, una pioniera. «Ciò che mi piace di un paese estero è quello di assorbire tutto quello che c’è. Quando arrivai dodici anni fa, non si parlava ancora di Cina, addirittura mi dissuasero, io invece avevo già scoperto un paese meraviglioso, che si stava evolvendo. Mi sono ritrovata in un vortice di crescita ed è meraviglioso vivere in un paese in cui si lavora 24 ore su 24, non ci si ferma mai e tutti lavorano per raggiungere un obiettivo e vedere realizzate le cose che sogni». In realtà, come ci confida, Maria Grazia Cucinotta pensava a tutt’altro che il cinema. «Sognavo di fare la psicologa, perché la mente umana è il più grande mistero in assoluto, siamo dotati di un qualcosa che sfruttiamo solo in minima parte. Descriverei il cervello come un universo infinito di cui conosciamo solo una piccola parte, ma l’universo fa girare il mondo e cosi è il nostro cervello, se lo sai usare impari a conoscere gli altri e ti da una grande forza». Nonostante da anni viva a Roma e per lavoro si sposti in tutto il mondo, Maria Grazia Cucinotta è legata alle sue radici e alla sua terra. «Aver vissuto in tante terre diverse mi ha migliorata perché sono cresciuta culturalmente, ma resto sempre siciliana. Sono una siciliana nel mondo! Viviamo in una terra meravigliosa, unica al mondo, piena di bellezze infinite. Ogni volta che salgo in aereo, mi metto sempre dal lato finestrino e quando vedo la Sicilia andare via ci lascio proprio il cuore». Ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno ma incarna sempre la tipica bellezza mediterranea. «Per me la bellezza è carisma, quando parlo di bellezza non intendo quella fisica, quando è innata fai poca fatica. Il carisma è qualcos’altro e ti resta per sempre. La bellezza non deve mai diventare un’ossessione, deve crescere e invecchiare con te, la devi accettare. La bellezza deve evolversi, non puoi fermarla, altrimenti diventi finta. Le donne mediterranee restano il sogno di tutti nel mondo. Quando si parla di donne mediterranee, non si parla solo di bellezza, ma di donne che sono mamme, mogli, di quelle che sono brave donne di casa e poi quando escono sono delle dive». Di recente l’abbiamo vista anche nel docufilm di Francesco Lama, “I Siciliani”, con un cast tutto siciliano, presentato a New York. «Ho partecipato perché da siciliana mi piaceva l’idea di far parlare della Sicilia, rappresenta proprio i siciliani, una Sicilia sognatrice ma allo stesso tempo problematica. È un documentario che mi ha riportata a New York ed è successo il miracolo che sempre accade quando c’è un film che parla di Sicilia e di Italia: più di duecento persone sono rimaste fuori, allora comprendi la potenza che ha la Sicilia e l’Italia e che purtroppo noi sottovalutiamo. Insisto nel dire che dobbiamo portare i nostri film fuori, perché gli italiani sono ovunque e l’Italia rappresenta un’eccellenza». La scorsa estate, per il sesto anno consecutivo, è stata la madrina del Mare Festival Salina che per lei rappresenta «il festival del cuore. Da anni osservo come all’inizio quando tutti arrivano, sono un po’ scettici poi non vogliono più andare via, ritornano per le nuove edizioni, da Ezio Greggio a Edoardo Leo, tutti si sono lasciati conquistare dalla bellezza di Salina e da un festival un po’ anomalo, dove si parla di cinema, i siciliani hanno l’opportunità di incontrare grandi registi e attori e far scoprire la Sicilia a chi non l’ha mai vista». Oltre a lavorare alla serie Teen la vedremo presto impegnata come attrice in “Tutto liscio”, un film dedicato all’Emilia Romagna e alle sue tradizioni popolari e in altri film ma prima di congedarsi ci rivela che sogna «di continuare a lavorare e riuscire nelle mie piccole sfide e vedere questo paese rinascere come merita».

 

manuela ventura

manuela ventura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Bepi Caroli, Luca Guarneri, Maria Vernetti, Natale De Fino

Recentemente l’abbiamo vista in tv come attrice in “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, “Questo nostro amore ’80” e “Prima della notte” dove ha interpretato ruoli straordinari, ma il suo debutto è in teatro. Manuela Ventura spiega «non saprei definirmi, potrei utilizzare un cartello con scritto “lavori in corso”, la sensazione è quella di essere in un continuo divenire, con alcune sporadiche certezze circa il mio modo di essere, inquieta, pensierosa, curiosa, sono una che si arrabbia e si commuove, poi il resto si fa e si disfa, cambia, si aggiungono aggettivi, si tolgono sostantivi, si arricchiscono i sogni e i desideri, arrivano nuove paure e nuove speranze». Dalla sua carriera emerge che la passione per la recitazione «È una passione che sembra venire da lontano, una predisposizione verso questa forma di gioco e di piacere che è diventata un modo per esprimermi, per sparpagliare emozioni, per raccogliere pensieri, per scavare buche alla ricerca di acque, dissetarmi, provare momenti di felicità. Dopo le prime esperienze alle elementari e medie, inizio, a circa tredici anni, a frequentare una scuola di teatro; ero la più piccola e la più introversa, ma silenziosamente osservavo e immaginavo. Dopo gli studi tradizionali, decido di provare la selezione per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Treno, valigia, viaggio, provini, attesa e poi finalmente l’ammissione. Cosa avrei fatto altrimenti? Galoppato per le praterie con un cavallo marrone, indossando una camicia a quadri e un cappello da cowboy. Questo è quello che immaginavo guardando fuori dal finestrino della macchina in corsa, durante le vacanze, nella mia infanzia». Fra cinema, teatro e televisione per Manuela «Il primo amore è stato il teatro e come tale ha un posto privilegiato, però oggi non ho una preferenza assoluta, sono linguaggi diversi, tuttavia nascono da una necessità comune, raccontare la vita, creare una visione, sognare, attingono spesso l’uno dall’altro, s’influenzano. L’arte del teatro è un grande gioco, più ampio è il guardare e più grandi le trasformazioni, gli eccessi, le maschere, le illusioni. Il teatro è inoltre nella sua relazione primaria ed esclusiva con il pubblico, una dinamica forte che parte proprio da questo rapporto che avviene dal vivo tra attori e spettatori, uno scambio “in diretta”, fatto di quell’istante del qui e ora in cui accade il mistero e l’irripetibilità. Per il cinema o la televisione, la relazione è diversa, sicuramente diretta e viva con il regista e il cast artistico e tecnico che segue il set, ma il “pubblico”, mentre si gira, è la macchina da presa, il racconto, l’emozione passano attraverso un primo o un primissimo piano, l’inquadratura, le luci, il montaggio. Per un’attrice riuscire a fare esperienza con i vari tipi di linguaggio è davvero interessante». Nonostante gli impegni professionali la portino lontana il legame con la sua terra rimane sempre forte «Catania è la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha dato le radici e dunque nutrimento. La città dalla quale sono partita tante volte, è la sua stazione, il porto, l’aereo che hanno segnato i momenti di distanza e di riavvicinamento. È la città in cui vivo, il luogo del mio ritorno. Il luogo da cui vedo e sento il mare ogni giorno e quel posto da cui ammiro l’Etna e il suo manto ora nero ora bianco. È una città che dovremmo saper amare di più. È un posto dove, però sento mancanze. La Sicilia per me è quotidianità, odori intensi, estremi, sole caldo che acceca, rabbia, sale che asciuga e che brucia, luce inafferrabile senza orizzonti alle volte, suoni che riconosco, energia, è i miei amici più cari e i miei amori grandi. È quel punto di vista attraverso cui ho conosciuto il resto del mondo, almeno una parte di esso». Chissà che qualche volta non la vedremo nei panni di regista «Ogni tanto ci ho pensato ma per ora rimando; mi piacerebbe vederla la Sicilia attraverso gli occhi dei bambini, liberi di invaderne strade, campagne, mari e città, come in una grande caccia al tesoro, liberi di dipingerla di colori che solo loro possono vedere, liberi di immaginarla come la loro isola del futuro».

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Giuseppe Leone e Costantino Ruspol

É un’emozione incontrare Giuseppe Leone, parlare con lui, visitare il suo studio fotografico e la sua galleria. Frugare nei suoi archivi fotografici è come vivere la Sicilia tutta, tramite i suoi scatti fotografici fatti in sessantacinque anni di attività. Come scrive Silvano Nigro: “Leone è un narratore della Sicilia, dei suoi monumenti, delle sue feste, dei costumi e della vita tutta per immagini fotografiche. Un narratore che si è accompagnato a Leonardo Sciascia, a Gesualdo Bufalino e a Vincenzo Consolo e ha rivelato alla letteratura, la Sicilia più vera, quella degli uomini come quella della pietra vissuta e del paesaggio”.
Ero venuto per raccontare del Barocco tramite le sue fotografie e in modo naturale si comincia con la letteratura, “Il potere evocativo dell’immagine è grande, solo la poesia ha altrettanto presa” e Leone continua con l’incontro che lo farà vivere in simbiosi con la cultura siciliana «la mia fortuna è stata quella di incontrare Enzo Sellerio, il grande maestro della fotografia in Sicilia, che con la moglie Elvira pubblica il mio primo vero libro ‘La pietra vissuta’ e qui entra in scena Leonardo Sciascia, una stella polare che ha fatto della Sicilia negli anni ’60 e ’70 uno snodo culturale importante». Mentre gli ricordo che Gesualdo Bufalino lo definiva “un ladro di luce, un rapinatore di eventi che fulmina l’attimo da consegnare all’eternità”, un velo di malinconia traspare dal suo viso pensando all’assenza di quei grandi Maestri che hanno riempito la sua vita e che ha raccontato nel suo ultimo libro ‘Storie di un’amicizia’. Arriviamo al Barocco e alla collaborazione con Vincenzo Consolo e nel viso di Leone traspare la serenità e parla con passione «Il Barocchismo è il modo di essere dei siciliani e dopo il terremoto del 1693, nella ricostruzione il Barocco rinasce con nuova linfa e impareggiabile bellezza». Leone fotografa Il Barocco Siciliano e Consolo scrive ‘Anarchia equilibrata’, immagini e parole ci fanno rivivere scenografie ardite e fantastiche utopie che sfidano l’orrore della distruzione nella bellezza della ricostruzione. Quando gli chiedo della sua affermazione «La mia amata terra ha il corpo di una donna» il suo viso s’illumina e mi dice «la donna è simbolo della grande passione che si esprime nella bellezza, il paragone tra natura e donna, desiderio e passione è la metafora del mio libro Isola nuda». Arriviamo al presente con le donne e con la sua prossima esposizione ad Arles, in Francia, dove l’hanno invitato al Festival Europeo della Fotografia di Nudo dall’ 8 maggio al 13 maggio. «Il mio è uno sguardo carezzevole, che ricerca la bellezza femminile nel suo vivere quotidiano nell’incedere travolgente e nel vortice sottile dell’erotismo, ne ho colto la sensuale gestualità, le movenze che sprigionano la delicata passionalità». Oggi un’icona della moda che fa tendenza in tutto il mondo, Dolce & Gabbana, utilizza la fotografia di Giuseppe Leone, con t-shirt e felpe, per trasmettere a livello internazionale la bellezza della Sicilia con i suoi molteplici volti. Silvano Nigro, intellettuale caro a Giuseppe Leone, così lo definisce “Autentica memoria vivente della Sicilia tutta. Sa leggere il paesaggio siciliano perché ne fa intimamente parte”.

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Alessandro Pensini

Bellissima, solare e dalla risata contagiosa. Parliamo di Roberta Caronia, palermitana, giovane attrice di talento.

Dopo l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” è iniziata la sua esperienza teatrale recitando con i più importanti attori teatrali come Giorgio Albertazzi e Dario Fo, ma non sono mancati importanti successi al cinema e in tv. Tanti in questi anni i riconoscimenti più recenti per questa sua straordinaria bravura: Premio Assostampa Teatro nel 2009 per l’interpretazione di Antigone in “Edipo a Colono” di Daniele Salvo, nel 2011 vince la Menzione speciale al Terre di Siena Film Festival per il film di Samuele Rossi “La Strada Verso Casa” e si è aggiudicata il Premio Virginia Reiter 2017, un riconoscimento alla più apprezzata giovane attrice italiana dell’ultima stagione teatrale. Senza dimenticare il successo della fiction “I fantasmi di Portopalo” con Beppe Fiorello e gli spettacoli teatrali “Il Berretto a sonagli” per la regia di Valter Malosti. Andiamo a scoprire quali sono gli impegni professionali di quest’anno.

 

Chi è Roberta Caronia?

«Sono una donna, un’attrice e una mamma. Tre cose che spesso faticano a stare tutte insieme ma facciamo del nostro meglio… Sono una persona emotiva e questo a volte mi limita ma altre volte mi consente di accedere a degli angoli di interiorità con facilità. Credo che nel mio lavoro sia un dono».

 

Com’è nata la passione per il teatro?

«È nata ai tempi del liceo, a Palermo, nella mia città natale. Andavo spesso al Teatro Biondo, rimasi folgorata e così decisi di iscrivermi al laboratorio di teatro della mia scuola».

Come definiresti il teatro?

«Lo immagino come un campo magnetico, dove scorrono energia e sensibilità, una realtà dove tutto è possibile, dove si possono vedere e “sentire” cose che non esistono ma che sono vere e autentiche allo stesso tempo».

 

Quanto è stata importante la gavetta?

«Fondamentale e dura. Mi ha spinto a “volere fortemente” questa professione. Se avessi dovuto interpretare certi ruoli subito dopo l’Accademia, forse sarei stata un’attrice meno consapevole».

 

Fra teatro e tv cosa preferisci? Perché?

«Non c’è una scelta. Sono due approcci diversi… Due modi diametralmente opposti di dosare le energie. Il teatro è un godimento totale, immediato, un fluire potente e si nutre degli occhi del pubblico, del “qui e ora”. La telecamera mi spinge a cercare una maggiore precisione nel sentimento. Due diverse strade di sperimentazione della credibilità».

 

Qual è il tuo rapporto con Palermo e la Sicilia?

«Non vivo in Sicilia da quando avevo diciotto anni. Eppure è il cordone ombelicale mai reciso. Il liquido amniotico che ti culla. A Palermo poi c’è la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella ai quali sono molto legata».

È difficile fare l’attrice?

«Molto difficile. Diventi tu stessa il tuo strumento di lavoro. Il tempio della tua arte sei tu. Ogni vittoria sarà una gratificazione enorme ma ogni “no” che riceverai sarà un rifiuto personalissimo. Devi essere in grado di amare questa fragile unità per fare l’attrice».

 

Cos’è per te la sicilianità?

«Spontaneità, coraggio, energia e intelligenza sottilissima. Così io vedo i miei conterranei».

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«A febbraio andrà in onda una nuova serie targata Rai, tutta ambientata in Sicilia: “Il Cacciatore” per la regia di Lodovichi e Marengo. Ripercorre le vicende che seguirono dopo le stragi eccellenti del ‘92. Verrà trasmessa su Raidue. Sarò tra i protagonisti e interpreto un ruolo molto complesso per me: la moglie di Leoluca Bagarella, Vincenzina. È un personaggio dalla biografia enigmatica e da palermitana, l’ho sentito come un compito forte».

 

In questo nuovo anno in cosa sarai impegnata?

«In primis il grande amore: teatro. Da febbraio sarò nuovamente in scena nel monologo “Ifigenia in Cardiff” di Gary Owen, con cui ho vinto il Premio Reiter. È uno spettacolo che segna un piccolo traguardo per me… sola in scena per più di un’ora… e sono felice di poterlo portare finalmente anche a Roma, la città in cui vivo».

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Dario Azzaro

Travolgente, affascinante e appassionante. Questa sua passione le permette di passare facilmente dal teatro, al piccolo e al grande schermo. Guia Jelo, all’anagrafe Guglielmina Francesca Maria Jelo di Lentini, è un’attrice dal temperamento forte e vulcanico. Il parallelismo con l’Etna è d’obbligo perché lei ama descriversi «Come la sciara, forte ma innocua perché non sa di morte. Sa di amore, sa del fuoco che era prima e quindi mi reputo melanconica, struggente e struggita, eterna come la sciara. Confido nel fatto che non morirò nemmeno quando morirò, principalmente per i miei figli, i miei nipoti e poi per i miei allievi e chi crede in me. Perché la sciara è eterna, non muore mai, come l’amore, muore soltanto chi non ha mai amato. Io non sono mai stata amata ma ho amato».

Una passione per la recitazione che ha portato Guia Jelo a dividersi in ruoli comici e drammatici ma che «nasce tra i banchi di scuola, dove tutti avevano ruoli da protagonisti ed io invece avevo piccoli ruoli, fino a quando un giorno Turi Ferro mi vide recitare nella compagnia teatrale di mio zio Fernando Jelo, molto bravo e che è stato mio maestro con Giuseppe Di Martino e Giorgio Strehler, e insieme alla moglie, Ida Carrara, mi “buttarono” sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania. Credo che la passione per la recitazione sia nel mio Dna, l’aveva mio padre e adesso una delle mie nipoti (Guia, nda). È una passione che si tramanda».

Nella sua lunga carriera da artista sono tantissimi i ruoli interpretati, tutti importanti ma solo pochi lasciano un ricordo indelebile. «Ce ne sono talmente tanti anche perché ho avuto la fortuna di lavorare al Burgtheater di Vienna dove ho avuto un ruolo immenso a fianco di Brandauer in “Questa sera si recita a soggetto” per la regia di Bayer  – racconta Guia -. In televisione, il primo episodio del Commissario Montalbano “Il ladro di merendine”. Generalmente sono sempre gli ultimi due lavori che faccio, ma uno a cui sono affezionata è l’episodio “Black Out” della mini serie Tv “Un caso di coscienza” che ho girato con Corrado Pani».

Chiediamo a Guia Jelo cosa preferisce fra il teatro e la televisione, e quale le regala più emozioni «quando faccio teatro non vedo l’ora di fare tv, quando faccio tv non vedo l’ora di andare a fare le prove, il debutto, il pubblico. Forse quello che più mi eccita è il cinema. Una delle ultime volte che ho invitato mia nipote Guia a uno spettacolo e non è potuta venire, mi ha risposto: “È stato peggio non venire a teatro quella volta, perché il cinema lo potrò vedere sempre”. Quella risposta mi ha colpito e non la dimenticherò mai».

Il grande talento e lo spessore umano nel 2015 le sono valsi il conferimento della medaglia di Cavaliere al Merito della Repubblica. «Ho provato un’emozione enorme, dopo la nascita dei miei figli e il momento in cui li ho allattati per la prima volta, quando il prefetto mi ha appuntato la medaglia davanti ai miei figli e ai miei nipoti mi ha dato un’emozione fortissima».

I consigli per la rubrica “Jelodicoaguia” di SiciliainRosa sono stati raccolti nel libro “Donna Giudizia” di Algra Editore in cui tutte le lettere «le ho messe insieme completandole con la mia storia, con le mie origini» ma ci anticipa che sta lavorando a un libro tutto suo «frutto di fantasia, temi veri, testimonianze di persone incontrate in giro per il mondo, credo che richiederà due anni di lavoro».

Nell’ultima edizione del Taormina Film Festival è stata la protagonista in un film di Aurelio Grimaldi, “Divina Dolzedia” in cui è lei stessa a spiegarci il ruolo interpretato «sono io la Divina Dolzedia, una prostituta di sessant’anni, molto vintage e molto nave scuola, bona, simpatica, fissata con la cultura, con Dante e Jacopone da Todi, a tutti questi ragazzotti non fa sesso se non imparano almeno le cose basilari della letteratura».

Impegnata in scena con “Il cavaliere Pedagna” e “I Civitoti in Pretura” con la sua straordinaria bravura e il suo talento vulcanico, l’unica certezza è che Guia Jelo continuerà a regalarci bellissime emozioni.

Articolo di Samuel Tasca,  Foto di Susie Delaney

Grey’s Anatomy. Il dottor De Luca rientra a casa dall’ospedale, la dottoressa Arizona sta baciando un nuovo personaggio conosciuto al bar e di colpo sentiamo: “Andrea, ma che ci fai qui?”
Abbiamo forse capito male? Non facciamo in tempo ad accorgercene che nel nostro medical drama preferito, di origine americana, inizia per la prima volta una scena interamente recitata in italiano. Chi è questa ragazza che parla così bene la nostra lingua? La bella, mora e divertente dottoressa è in realtà Stefania Spampinato, attrice siciliana di Belpasso, che interpreta il ruolo di Carina De Luca, new entry del cast di Grey’s Anatomy, serie tv giunta ormai alla sua quattordicesima stagione che conta milioni di fan in tutto il mondo.

Attrice, ballerina, siciliana, nuova star di Grey’s Anatomy… Chi è davvero Stefania Spampinato?
«(Ride) Una volta sui social ho visto un post in cui chiedevano di descriversi attraverso tre personaggi di finzione; io scelsi Pluto, il cane un po’ distratto con la testa tra le nuvole che magari fa cose che non dovrebbe; Penelope Cruz in Vicky Cristina Barcelona, passionale con un temperamento abbastanza labile; e Indiana Jones perché adoro viaggiare con lo zaino in spalla, stare in ostelli della gioventù e girare il mondo».

Dove ti piacerebbe vivere tra dieci anni?
«È dura scegliere un posto specifico – ci dice sorridendo divertita dalla sua incapacità di scegliere. Direi che la mia top three potrebbe essere Milano, Londra e Barcellona!».

Da fan a star di una delle tue serie tv preferite, cosa si prova?
«In ventiquattro ore mi è cambiata la vita. Arrivo sul set e penso: “Ma sta succedendo veramente a me?”. Nonostante lavori insieme a loro dal 10 agosto, a volte mi do dei pizzichi per capire se sto sognando, alla prima lettura del copione con tutti gli attori ho dovuto fare tipo dieci respiri profondi prima di iniziare a leggere le parti. Indubbiamente è una grande opportunità per me».

Sempre più presenze di attori italiani nei cast hollywoodiani, cos’è di noi che affascina tanto gli sceneggiatori americani?
«Devo dire che l’Italia andava alla grande tanti anni fa, mi viene da pensare a personaggi incredibili come Sofia Loren, ad esempio. Poi per un periodo siamo spariti – dice facendo un po’ di fatica a ritrovare qualche termine in italiano, ma dopo una gran risata e un po’ di autoironia continua – da quattro-cinque anni siamo riapparsi».

Potresti essere la prossima Sofia Loren, quindi?
«No, non scherziamo. Non c’è nessuno come Sofia Loren, però sono contenta del fatto che sempre più attori italiani possano lavorare negli Stati Uniti».

Qual è il ruolo che non vorresti mai interpretare?
«Non credo ci sia un ruolo che non vorrei interpretare. Per me recitare è come avere cinque anni e giocare a essere chiunque: un supereroe piuttosto che una dottoressa o perché no, una pazza psicopatica».

Sei la prova vivente che con impegno e caparbietà si possono ottenere importanti risultati come questi, cosa vuoi dire ai tanti giovani che coltivano un sogno?
«Di recente ho letto un libro che mi è rimasto molto impresso, diceva: “La riuscita dipende da tre cose: dal talento che hai naturalmente, dalla fortuna e dalla dedizione; due di queste non dipendono da te”. L’unica cosa che possiamo fare è impegnarci veramente al massimo e cercare di fare quello che ci piace nella vita».

Qual è il tuo più bel ricordo legato al Natale a casa in Sicilia?
«Sicuramente il Natale in famiglia, con mia madre, mio padre, i miei fratelli, i miei nipoti, i cognati… Io purtroppo ho perso mia madre un anno e mezzo fa quindi il ricordo più bello è il Natale tutti insieme».

Verrai a trovarci a Natale?

Adesso tutti vi starete chiedendo se vedremo la bella Stefania qui da noi questo Natale, ma preferiamo lasciarvi nel dubbio e stuzzicare la vostra curiosità. Chissà che la dottoressa De Luca non appaia all’improvviso, aspetto tipico del suo personaggio, anche nella nostra redazione!

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di Christian Arancio e Antonella Rizzuto

Basta sentire poche note di “Un’estate italiana” di Gianna Nannini e Edoardo Bennato per tornare indietro ai tempi del Mondiale ’90. Il protagonista indiscusso fu Totò Schillaci, l’attaccante italiano che divenne ben presto capocannoniere della nazionale e amato dai tifosi. Ancora oggi ricordiamo quei suoi occhi che esprimevano la felicità e l’esaltazione dei gol segnati in quella memorabile competizione e che videro l’Italia arrivare al terzo posto. Innumerevoli i premi vinti durante quel torneo: secondo nella classifica del Pallone d’oro, pallone d’oro e scarpa d’oro Adidas.

Schillaci, che trasformò le sere d’estate per milioni di italiani in notti magiche, ha scritto un libro “Il gol è tutto” (Piemme edizioni) in cui si mette a nudo raccontando la sua vita, dall’infanzia ad oggi. «È un libro che parla di un ragazzo che, pur vivendo in un quartiere molto povero e nonostante le difficoltà, insegue il grande sogno che è il mondo del calcio. Per quei ragazzi che vogliono intraprendere questa professione, è un invito a credere in qualsiasi cosa si voglia fare e non smettere mai di sognare, seguendo le regole del mondo del calcio e della vita in generale».

Ed il calcio per l’attaccante palermitano «è stato la mia vita, la mia passione. Mi ha cambiato profondamente, mi ha dato la popolarità, ho ottenuto grandi successi e risultati molto più importanti di quelli che io pensassi».

Una carriera calcistica iniziata nella squadra dell’Amat Palermo, poi nel Messina e nella Juventus, i cui risultati gli valsero la convocazione in Nazionale proprio per il Mondiale ’90.

«Fu un’annata importante e quelle immagini sono rimaste impresse nella mente delle persone. Eravamo una grande squadra, forse una delle migliori formazioni degli ultimi decenni, con giocatori straordinari, ma nonostante fossero alla nostra portata non abbiamo vinto i mondiali. Avrei rinunciato persino alla mia carriera pur di vincere i mondiali». Ma da lì a poco ecco che le strade fra Schillaci e la Juve si divisero, solo contrattualmente «attraversavo un periodo non molto felice sentimentalmente, e questo influì molto sul rendimento sportivo, poi la società ha puntato su altri obiettivi, è arrivata la richiesta dell’Inter e così sono andato via. Ma il legame con la Juve è sempre rimasto, perché sin da piccolo sono sempre stato un suo tifoso e il sogno è stato coronato, aver indossato la maglia bianconera. È un po’ il sogno di tutti i tifosi e lavoro ancora per la Juve e i suoi club».

Nel 1994 iniziò l’avventura giapponese nelle fila del Jubilo Iwata definita da Schillaci, che divenne Totò San, «una bella esperienza, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e professionale, sul piano del gioco credo di aver dato il mio contributo ed aver insegnato qualcosa. Sono stato il primo calciatore italiano ad andare all’estero».

Anche per lui il richiamo della sua terra è stato forte ed è ritornato «perché sono molto legato a questa città, ai suoi profumi, ai suoi colori e in particolar modo ai miei genitori. Da diversi anni gestisco il centro sportivo Louis Ribolla con l’obiettivo di far crescere questi ragazzi sia umanamente che sportivamente, dando loro un equilibrio nella vita».

Nonostante sia diventato un personaggio famoso, sia ospite di programmi televisivi ed abbia interpretato diversi ruoli in serie tv, Totò Schillaci non ha mai dimenticato le sue origini e da alcuni giorni è il direttore sportivo dell’Asante Calcio, una squadra militante nel campionato di terza categoria siciliana, allenata da Giuseppe Leone, e formata da migranti ospiti dell’associazione Asante Onlus nei centri Azad e Elom di Palermo: in questo modo incontreranno altri coetanei, conosceranno la Sicilia e potranno trasformare la passione per il calcio in una professione. Un collegamento domenicale con la trasmissione tv “Quelli che il calcio”, permetterà loro di farsi conoscere a livello nazionale e sensibilizzerà l’opinione pubblica sul tema dei migranti. Il nuovo sogno di Totò Schillaci «è essere utile per le cose importanti».

Paladini della Cultura

Paladini della Cultura

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Giulia Parlato

Dopo il cortometraggio “Rita” i due registi palermitani, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, realizzano il loro primo lungometraggio “Salvo” premiato al Festival di Cannes nel 2013. Sicilian Ghost Story ha aperto la Semaine de la Critique ed è stato premiato con i Nastri d’Argento come miglior fotografia e scenografia e al Magna Graecia Film Festival.

Come nasce questa vostra collaborazione?

  1. P.: «Ci siamo conosciuti a Torino, frequentando un master in tecnica della narrazione alla Scuola Holden e abbiamo deciso di scrivere insieme. Abbiamo lavorato a lungo come sceneggiatori, script editor e consulenti di case di produzione per lo sviluppo dei copioni e nel 2009 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio da registi, “Rita”. Nello stesso periodo stavamo lavorando alla sceneggiatura del nostro primo film “Salvo”, che realizzammo nel 2012 e da lì è iniziata la nostra carriera di registi».

Perché avete voluto raccontare proprio la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?

  1. G.: «Come tutti i palermitani e i siciliani abbiamo vissuto gli anni ’80 e ‘90, gli anni più terribili della recente storia siciliana. Nel 1993 viene sequestrato il piccolo Giuseppe Di Matteo da Brusca perché il padre, Santino Di Matteo, sta collaborando con i magistrati nella ricostruzione dell’attentato a Falcone e dopo 779 giorni di prigionia il bambino viene soppresso. Quell’episodio è stato il culmine della violenza della mafia siciliana ed il momento in cui abbiamo deciso di provare a costruirci un futuro lontano dalla Sicilia. Dopo il primo film “Salvo”, per noi era giunto il momento di confrontarci con la ferita più terribile di tutte, il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo: volevamo, da quella storia così dura, senza redenzione per nessuno, provare a costruire una storia di speranza, quanto meno per i coetanei di Giuseppe, per le nuove generazioni di siciliani».

 

Cosa avete provato ad aprire la Semaine de la Critique a Cannes quattro anni dopo la vittoria con “Salvo”?

  1. P.: «È stato molto emozionante perché abbiamo condiviso questa esperienza non solo con i due protagonisti, Gaetano Fernandez e Julia Jedikowska che nel film interpretano Giuseppe e Luna, ma anche con gli altri quattro ragazzi coprotagonisti. La loro commozione e i loro sentimenti hanno trascinato tutto il pubblico in sala».

Perché avete scelto di raccontare delle storie attraverso il format della favola?

  1. G.: «Interrogandoci sul senso dell’esperienza del bambino e degli ultimi due anni e mezzo della sua vita, di negazione della vita, dei sentimenti e dell’amore abbiamo cercato una chiave che portasse a tutto ciò che nella realtà a Giuseppe Di Matteo è mancato. Fondamentalmente è mancato l’amore, per questo abbiamo creato una favola d’amore che da un lato non dovesse tradire minimamente la realtà, la favola è sicuramente una favola nera, ma dall’altro lato dovesse schiudere la possibilità per il ragazzino, il protagonista della storia e lo spettatore una possibilità di speranza per il futuro. La chiave è stata la favola d’amore, partendo dalla creazione di un personaggio immaginario, Luna, una sua compagna di classe, innamorata di Giuseppe che, al contrario del mondo che lo circonda, non è disposta ad accettare lo stato di fatto, ma vuole capire e ritrovare Giuseppe costi quel che costi, anche a costo della propria vita».

Qual è la vostra maggiore soddisfazione e i vostri progetti futuri?

  1. G.: «Il fatto che non si sia limitato solo ad arrivare nelle grosse città ma anche nei centri più piccoli siciliani e del Meridione e che questo bel percorso del film, partendo dalla Sicilia, avrà incontrato migliaia di studenti».
  2. P.: «Accompagneremo il film in Italia e all’estero sino alla prossima primavera. Stiamo riflettendo e studiando su alcune idee che hanno a che fare con la Sicilia ma probabilmente all’interno di generi diversi, non è detto che debbano confrontarsi per forza col mondo della mafia».