Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Dino Stornello

Dopo una lunga gavetta come cantante, attore, intrattenitore il successo per Pippo Pattavina arriva con una commedia del grande Turi Ferro, intitolata “L’Isola dei Pupi”. L’innata bravura e la sua grande professionalità gli hanno permesso di interpretare ruoli impegnativi e anche comici. Tantissimi i personaggi interpretati lavorando con Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Tuccio Musumeci, Mariella Lo Giudice e tanti altri; al cinema in “Malena” di Giuseppe Tornatore, mentre in TV ha partecipato in alcuni episodi de “Il Commissario Montalbano” interpretando il preside Burgio, il giudice Pietro Scaglione nella fiction “Boris Giuliano – Un poliziotto a Palermo”, “La divina Dolzedia” di Aurelio Grimaldi e ne “Il delitto Mattarella”. «Per quasi sessant’anni ho dato tutto al teatro e continuo a darlo con onestà professionale e tantissima generosità. Quando sono sul palcoscenico, divento un ragazzo che dimostra quarant’anni in meno e dimentico tutti gli acciacchi, divento generoso perché do tutto a 360 gradi e di questo credo che il pubblico se ne accorga perfettamente». La passione di Pippo Pattavina per il teatro inizia sin da giovanissimo. «La mia attività artistica comincia con il canto, per diversi anni ho fatto il cantante nei locali notturni, quando questo tipo di vita non mi ha più soddisfatto ho scoperto il teatro, e da allora in poi gli ho dedicato anima e corpo. In tantissimi spettacoli aggiungo, quando si può, brani cantati, per cui ritrovo quello che ero all’origine». Oltre ad avere la passione per il teatro Pattavina possiede anche quella per il lavoro manuale. «Adoro tantissimo il legno e lavorarlo, mi sarebbe piaciuto fare il falegname o il restauratore. Amo i lavori manuali, sono anche un bravissimo scultore, scolpisco il legno creando figure vere e proprie, statue, ho fatto mostre importantissime». Come tutti gli artisti anche Pippo Pattavina è legato a un personaggio interpretato. «Un ruolo che mi si è attaccato tantissimo e che ritengo di esserne il depositario di questo testo, è “La governante” di Brancati, abbiamo fatto alcune edizioni illustrissime con grandissimi registi con cui ho girato l’Italia in lungo e in largo, riscuotendo altrettanti successi. È stato un lavoro che mi ha dato tantissimo, anche a livello di critica e di soddisfazione personale». Ovviamente la sicilianità e l’interpretazione del teatro siciliano hanno influito nella sua esperienza artistica. «La sicilianità è un mondo, soprattutto per un attore come me che recita testi come L’aria del continente di Martoglio, dove viene espressa al massimo, perché è un capolavoro assoluto del teatro in vernacolo. Quando un attore siciliano recita Pirandello, si trova molto più avvantaggiato rispetto ad un attore che recita soltanto in lingua italiana, perchè Pirandello nonostante scriva in un italiano perfetto senti che pensa in siciliano. Con il teatro in vernacolo ci si esprime così come si parla nella vita di tutti i giorni, quindi si esprime una verità assoluta. La sicilianità è un mondo che ognuno porta dentro di sè, fatto di malinconie, ricordi, sensazioni, drammi, commedie, sofferenze, di dominazioni che abbiamo subito, insomma un vero e proprio universo». Mentre porta in scena L’aria del continente di Nino Martoglio nuovi progetti sono già in itinere «Ad aprile debutta al Teatro Brancati un lavoro, di cui sono autore, intitolato “Il principe del foro”, tratto da una commedia di fine ‘800 che si chiamava “Durand Durand” di Albin Valabrègue e Maurice Ordonneau, due autori francesi, una commedia tutta giocata sugli equivoci, scambi di persona, una commedia di forte impatto».

 

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Shipmates

Quando per la prima volta li vedemmo in Tv erano dei singoli esordienti alla seconda edizione di “Ti lascio una canzone”. Da allora Piero Barone, Ignazio Boschetto (entrambi siciliani, il primo di Naro nell’agrigentino; il secondo di Marsala, in provincia di Trapani) e Gianluca Ginoble, abruzzese, di strada ne hanno fatto e dal 2009 hanno “spiccato” Il Volo. Si chiama proprio così, questo straordinario trio che in dieci anni, dal talent di Antonella Clerici in poi ha firmato un contratto con la Universal e poi con la Sony, ha cantato per le più importanti personalità del mondo, duettato con star internazionali, fatto e continuano a fare tour sold out in ogni parte del globo, nel 2015 ha vinto il Festival di Sanremo con “Grande amore”. Li abbiamo visti al cinema con “Notte Magica”, un film concerto che ha ripercorso le tappe dell’omonimo “A Tribute To The Three Tenors”, recentemente, in Tv nel film “Un amore così grande”, e adesso impegnati in “Musica Tour”.

Tre personalità diverse ma chi siete veramente?
«Siamo tre ragazzi con tanta voglia di fare musica e condividere quello che amiamo fare. Tre ragazzi, con personalità completamente differenti, accomunati dalla passione per lo stesso genere musicale, un po’ dimenticato e stiamo cercando in tutti i modi di riportare di nuovo tra i giovani».

Da un talent al successo mondiale. Come lo vivete?
«Lo viviamo con molta tensione, poiché ti dà lo stimolo a produrre cose nuove, di fare musica, di non mollare mai. La nostra giornata tipo è segnata dal lavoro h24, non riusciamo a immaginare la nostra vita senza questo lavoro, l’ultima cosa che fa l’artista è salire sul palco e cantare, prima c’è tutto un lavoro dietro».
«Le persone che mi stanno vicino quotidianamente mi vedono un giorno sono nervoso, un giorno felicissimo, un giorno pensieroso, un giorno teso, tutti abbiamo lo stimolo e il punto interrogativo del domani, però bisogna godersi sempre il momento (Piero, ndr)».

Se guardate indietro cosa e come vi vedete?
«Vediamo tre ragazzi estremamente privilegiati, guardando al nostro passato non possiamo non credere al destino. Se anche uno di noi avesse partecipato alla prima o alla terza edizione di quel programma non sarebbe nato Il Volo. Da allora grazie a Michele Torpedine, il nostro attuale manager, abbiamo fatto tanto lavoro».
Come siete cambiati?
«In positivo ma anche in negativo (scherzano). Siamo cresciuti umanamente e professionalmente. È chiaro che ognuno di noi ha le proprie esigenze, vuole fare le vacanze da solo, vuole stare più da solo. Noi non possiamo lamentarci, chiaramente come qualsiasi matrimonio o convivenza ci sono momenti di discussioni, la cosa più matura per un gruppo e per qualsiasi rapporto è trovare il giusto compromesso, un punto d’incontro».

Come ci si sente a essere ambasciatori del Bel canto nel mondo?
«È una grande responsabilità. Pavarotti, Bocelli e Il Volo condividono le stesse canzoni. Le persone che vivono all’estero non vedono l’ora di ascoltare “O sole mio”, “Torna a Surriento”, “Nessun dorma”, “Libiamo”. Il nostro successo è dovuto all’eco e alla forza della tradizione musicale italiana».

Fra le celebrità che avete incontrato, chi vi ha colpito di più?
«Ognuno di noi ha il suo preferito, quando firmammo il contratto del tour insieme a Barbra Streisand non ci rendemmo conto di quanto fosse importante e grande la cosa. Un momento magico che porterò per tutta la vita e racconterò ai miei nipoti è stato due anni fa, quando siamo stati accanto a Placido Domingo (siamo cresciuti ascoltando la sua musica, lo ascolto sempre perché sono un amante dell’opera, sottolinea Piero Barone, ndr), un’icona della musica classica che ci dava dei consigli su come cantare. È la fortuna del nostro lavoro, uno stile di vita, ti porta a cantare con Placido Domingo, dopo ti trovi in un momento di difficoltà estrema, due giorni dopo ti trovi di fronte al Papa davanti ad un milione di persone. Ci sono degli sbalzi di umore e degli stati d’animo difficili da controllare. Quando ti guardi allo specchio la cosa più importante da fare è pensare: “Domani cosa possiamo fare?” Pensiamo al domani, mai cullarsi del successo e di quello che ti da e mai dire io, io, io».

Siete tornati a Sanremo festeggiando dieci anni di carriera, cosa avete provato?
«Abbiamo provato tanta emozione a cantare lì. L’edizione di Ti lascio una canzone nel 2009 si svolgeva proprio al Teatro Ariston, quindi quel palcoscenico ci ha visti nascere. L’anno scorso siamo andati come ospiti, quest’anno invece da concorrenti. Il palcoscenico è un momento di condivisione, che si è ospiti o concorrenti, le persone stanno lì ad ascoltarti, il resto sono solo circostanze».

Parlateci di Musica che resta, la canzone che avete portato a Sanremo e del vostro nuovo album Musica…
«Quest’album è particolare perché contiene i nostri tre gusti musicali – spiega Gianluca – abbiamo creduto che fosse necessario soddisfare i nostri tre gusti e le nostre personalità: “Be my love” è vicina a Piero, “Arrivederci Roma” è più il mio genere mentre “A chi mi dice” a Ignazio».
«Musica che resta è un brano abbastanza rappresentativo per Il Volo, quando abbiamo finito di registrare abbiamo chiamato Gianna Nannini perché mancava quel graffio rock. Quando cantiamo questo brano, esterniamo perfettamente le nostre vocalità e non vediamo l’ora di tornare in tour, a giugno e luglio, tra l’altro faremo due concerti in Sicilia, il 21 luglio a Palermo e il 23 luglio a Taormina».

Con quale spirito avete iniziato questo nuovo tour?
«Con il sorriso. Con questo tour festeggiamo i nostri dieci anni di carriera davanti al nostro pubblico, ai nostri fan, coloro che hanno permesso tutto ciò. Il pubblico è la ragione per cui viviamo. Ci riteniamo dei privilegiati e per tale motivo lo ringraziamo perché ci permette di condividere il nostro dono, la nostra voce e la nostra passione».

Quali sono i vostri progetti futuri?
«Sono tantissimi ma l’obiettivo de Il volo è confermare e consolidare tutto quello che abbiamo fatto in passato».

 

Articolo di Titti Metrico Foto di Studio C.D.A. Nardo

Aurora Lucia Sara: tre nomi che evocano la luce che traspare dall’animo di Lucia Sardo; un nome, un destino. Una donna forte, equilibrata, forse perché, come dice lei, è cresciuta con un nonno dell’800 che amava raccontarle storie autentiche e le ha assorbite come una spugna, portandosi dentro questo patrimonio di umanità.

Attrice a tutto tondo, per lei il teatro è come il cibo. L’ho conosciuta durante il suo spettacolo-racconto tratto dal film “I cento passi”, una storia drammatica che ricorda la figura di Felicia Impastato, madre di “Peppino”, una madre coraggio che ha lottato per la giustizia, contro la mafia, senza sottomettersi al dolore. Quando la definisco attrice antimafia, Lucia si schermisce, parla di amore, perché i giovani di oggi hanno bisogno di parlare di amore e di relazioni. La cosa che mi appassiona di più, mi dice, è la ricerca interiore, il viaggio più bello che si possa fare.

La sua vocazione è sensibilizzare le nuove generazioni attraverso uno spettacolo teatrale. Cos’è la mafia per Lucia?
«Abbiamo dato questo nome a una forma di cultura che è degenerata, la mafia sta alla Sicilia come il nazismo sta alla Germania. L’intenzione iniziale è buona; ad esempio se cerchiamo di aiutare un amico o vogliamo garantire per lui, diciamo: “guarda questo è amico mio, io te l’affido”, nella degenerazione diventa: “chistu è amicu miu, e tu te l’ha pigghiari” aggiungendo arroganza, presunzione e minaccia, perché la mafia è il piombo nero, dove non c’è speranza non c’è possibilità e felicità. Io non faccio un lavoro anti-mafia, faccio un lavoro anti-infelicità, perché la mafia è uno degli aspetti dell’infelicità, scegliere l’inferno invece del paradiso. La scelta è solo nostra, quando parlo con gli studenti, dico che la mafia è anche nei piccoli gesti, nell’arroganza».

Il “Teatro di Ventura” ha influito nel fare scelte coraggiose, che vanno fuori dagli schemi?
«Ho iniziato facendo teatro di ricerca interiore, estetica, spirituale. Una volta scoperta quella dimensione non puoi più tornare indietro ma faccio anche cose leggere, ad esempio un programma su Alice TV, dove io cucino, con il quale siamo stati premiati a Montecitorio».

Lei si definisce siciliana doc, ha mai pensato di lasciare quest’Isola?
«Si sono una siciliana, la Sicilia c’è l’ho nel sangue e la porto ovunque. Oggi preferisco essere definita una cittadina del mondo. Non potrei mai dire che un posto in particolare mi appartiene, mi appartengono tutti».
Cos’è la sicilianità?
«È la cultura siciliana, i colori, gli odori, i sapori siciliani. Scopri la sicilianità quando vai via dalla tua terra. Per me era normale che il mare profumasse, ma quando mi trovai in un mare diverso non sentii quel profumo. Il luogo dove siamo nati, la sua tradizione è la nostra linfa. Il grande psicologo Bert Hellingher dice: “senza radici non si vola”, possiamo volare solo se conosciamo bene le nostre radici».

Se dico Picciridda, cosa prova?
«Una gran gioia! Nel film la nostra bimba subisce una grande violenza, tutte le donne la subiscono in un modo o nell’altro. Questa picciridda c’è l’abbiamo tutte quante nel cuore, leggendo il libro di Catena Fiorello me ne sono subito innamorata. Il film è stato girato sull’Isola di Favignana e con tutta la troupe si è creata un’atmosfera magica, raccontare questa storia è diventata la nostra missione, abbiamo sentito l’esigenza di sostenere questa picciridda e questa nonna (il personaggio che io interpreto) che è stata a sua volta una picciridda. Una storia struggente con un lieto fine».

Progetti per il futuro?
«Uno è il lavoro bellissimo di Guillelm Clua, che si chiama la “Rondine”, ispirato alla strage di Orlando, dove quarantanove omosessuali furono uccisi, io interpreto una madre che ha perso suo figlio.
L’altro è “La nave delle spose”, la nave che negli anni ’60 portava le spose per procura. Il racconto di queste ragazze strappate dalle loro case, dai loro affetti, che si ritrovavano in viaggio per l’America o l’Australia per sposare uno sconosciuto, che spesso non corrispondeva neanche all’uomo nella foto».

Articolo di Omar Gelsomino Foto di Tony Zecchinelli

É una bellezza mediterranea dal sorriso coinvolgente. Catanese di nascita ma romana d’adozione Ornella Giusto, attrice e poeta, dopo aver frequentato il Conservatorio Teatrale Cinematografico ha proseguito gli studi teatrali per la sua formazione artistica con importanti attori e registi, italiani e stranieri. Il suo debutto arriva con un cameo nel film Malena di Tornatore, poi con Virzì, Greco, Tambasco, Gibson e Porporati sino alle serie tv di grande successo, come “L’attentatuni”, “Soldati di pace”, “La Squadra VIII”, “Distretto di Polizia 8”, “Ris 6” e “Il Commissario Montalbano 10 e 11”. Altrettanto importanti i ruoli interpretati in teatro. Ornella Giusto si descrive «come una persona umile, caparbia e ambiziosa, con una grande forza interiore. Amo il mio lavoro e lo faccio con grande amore e dedizione. Mi dicono che ho una forte empatia, mi metto nei panni degli altri perché riesco a lavorare su me stessa ed entro facilmente nell’animo delle persone perché penso che gli altri siano il tuo specchio che ti aiutano a crescere, a maturare». Ben presto si accorse che la recitazione sarebbe stata la sua passione «Dai tempi dell’Accademia ho capito che questa sarebbe stata la mia professione, per cui ho studiato molto, mi sono tenuta sempre informata, ho seguito dei seminari, convinta che dovessi imparare il più possibile e che il percorso sarebbe stato difficile. Lo capii ancora di più, nel 2009, quando decisi di autoprodurmi con tutte le difficoltà  del mondo, lì ho scoperto le mie potenzialità, la rabbia e la mia testardaggine mi hanno dato la forza di tirar fuori il meglio di me, di essere imprenditrice di me stessa». L’abbiamo vista interpretare al meglio diversi ruoli al cinema e in televisione ma lei ribadisce «Mi sento a mio agio sia al cinema, che in teatro che in tv. Per un attore il teatro è una grande palestra, il teatro ti forma, ti dà emozioni forti. Mi piace tutto ciò che mi porta a lavorare su me stessa e soprattutto ad emozionare le persone. Mi lego sempre ai personaggi che interpreto, l’importante è fare arrivare tutto di un personaggio, ogni personaggio l’ho sempre vissuto con grande amore». Un’artista a tutto tondo, anche poeta, tanto che alcuni anni fa ha pubblicato una raccolta di versi, “Il rumore dell’anima”, interpretata poi a teatro. «È dedicato ai miei silenzi. La passione per la poesia nasce in un momento particolare della mia vita, quando ero più ragazzina, i miei genitori si erano separati, vivevo i primi amori e le prime emozioni. Non ho mai avuto paura di esternare i miei sentimenti, di ciò che vivo dentro di me perché ho bisogno di sentirmi continuamente viva, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Sono una persona molto empatica, ho bisogno di queste cose perché mi nutro di tutto questo. Vitamine per l’anima e per lo spirito. Pubblicai questo libro perché avevo voglia di far conoscere, sia nel mio ambiente che fra gli amici, realmente chi fossi». Più volte in teatro ha portato in scena spettacoli dedicati a Verga e Bellini riscuotendo grande successo. «Sono legata a loro perchè oltre ad essere catanesi sono due passionali, sono rimasta molto affascinata dalle loro lettere, documenti attraverso cui puoi conoscere meglio un artista, da lì ho fatto delle ricerche per arrivare ad un lavoro che non era stato fatto prima, parlare di loro non solo come artisti ma come uomini». Dal lunedì al venerdì pomeriggio è possibile vederla nel cast della nuova serie de “Il Paradiso delle Signore Daily” su Rai 1. «Sono felice di respirare di nuovo l’aria del set dove interpreto il ruolo di Rosalia Caffarelli, la migliore amica di Agnese Amato (interpretata da Antonella Attili), mamma di Antonio, Salvatore e Tina. Un ruolo che mi sta dando la possibilità di esprimermi al meglio, cercando di dare sempre più anima al personaggio che sto interpretando». Non resta che augurare alla bella Ornella Giusto un futuro colmo di ulteriori successi. 

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Luca Brunetti

D’un ventri di ‘na Fimmina nascii; Fimmina puru iu, e mi nni vantu. Fimmina, comu la Madonna. Fimmina comu la terra; e Fimmina vulissi rinasciri ancora simmai mi fossi concessu di scegliri ppi la secunna vota. A tia masculu ca ti fai chiamari omu, na sula preghiera: prima ca’ pigghi un cuteddru, o mi tiri un cazzottu, ricordati ca puru tu fusti crisciutu pi novi misi intra a sto corpu. E si ammazzi a mia, e comu si tradisci lu to’ stissu sangu…

A distanza di undici anni, con questi versi contro la violenza sulle Donne, la scrittrice siciliana, Catena Fiorello, ha deciso di riscrivere e ripubblicare il suo romanzo “Picciridda”.

Chi è Catena Fiorello?

«Una ragazza curiosa a 360 gradi. Una donna con la curiosità di una ragazzina. Ecco perché, pur essendo nata nel ’66, quando mi chiamano signora mi giro e penso “Boh, forse stanno circannu quaccunu?”. Insomma, la ragazza che è in me prevale ancora sulla donna. Mia nipote Nicoletta, figlia di mia sorella Anna, mi ha chiamato “la ragazza con la valigia”, una definizione che mi calza a pennello anche se io preferisco chiamarmi una cunta storie».

Come nascono i tuoi romanzi e quanto c’è di autobiografico?

«Non capisco, anzi per me resta un mistero, lo scrittore che afferma di riuscire ad estraniarsi dal libro che scrive. Il narratore in cui mi identifico è quello che, anche quando non scrive in maniera autobiografica, imperla comunque il racconto di piccole gocce di sè. A parte “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, edito da Rizzoli, che racconta la storia della mia famiglia, anche se con un diverso cognome, che è l’unico romanzo autobiografico, io racconto storie di persone, di fatti, di famiglie e di vite totalmente inventate e tuttavia piccole gocce, tracce di me inevitabilmente cospargono il racconto».

Sei una scrittrice a tempo pieno? A cosa stai lavorando?

«Sono una scrittrice a tempo pieno. Ho fatto anche l’esperienza di sceneggiatrice per il film tratto dal mio romanzo “Picciridda” che si sta girando in questi giorni sull’Isola di Favignana ma il mio lavoro è fare la scrittrice a tempo pieno. A proposito ho appena finito di correggere il mio nuovo romanzo che sarà nelle librerie dal 13 febbraio, il titolo ancora non lo svelo. Quando non scrivo vado in giro per presentare i miei libri, in questo momento sto facendo un tour promozionale per “Picciridda”, è la storia di Lucia, figlia di emigrati, che vive con la nonna, burbera e austera in una Sicilia dei primi anni Sessanta, e, come tutti i bambini che non hanno fortuna, anche lei è figlia della gallina nera.

Quando i suoi genitori sono emigrati in Germania in cerca di fortuna hanno portato con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna, ma Lucia, indimenticabile protagonista di questo romanzo, non accetta la condizione di una vita fatta di sacrifici e rinunce. Col passare dei mesi però l’esistenza della piccola protagonista si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui la picciridda si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro… ».

Cos’è per te una donna?

«Per rispondere a questa domanda dovrei forse scrivere un’altro libro! Cos’è per me una donna? Una fimmina? Veramente non riesco a rispondere a questa domanda perché è talmente complessa, è talmente importante che dovrei scriverci sopra un romanzo e, anche in questo caso, forse non riuscirei comunque a dare una risposta completa».

Maria Grazia Cucinotta

 Maria Grazia Cucinotta

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta e Roberto Rocchi

Attrice, regista e produttrice cinematografica. Ha iniziato come modella, poi ha lavorato a fianco di Renzo Arbore in “Indietro tutta” ma il film che l’ha consacrata al successo internazionale è stato “Il postino” di Massimo Troisi. Da allora per Maria Grazia Cucinotta il successo è stato inarrestabile.
«Per me ogni giorno è una nuova sfida, non mi sono mai fermata per dire sono arrivata, ogni giorno c’è un’opportunità da prendere al volo, per mettersi alla prova». Proprio il film con Massimo Troisi e Philippe Noiret l’ha fatta conoscere al grande pubblico. «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da ventiquattro anni e mi ritengo fortunata. Quel film, a livello culturale e cinematografico, ha portato l’Italia in giro per il mondo». Anche per lei all’inizio non è stato facile ma la sua caparbietà l’ha portata a diventare famosa. «Volevo farcela come Maria Grazia non come attrice, era una sfida con me stessa. Se pensi di farcela solo come attrice pensi solo all’apparenza, la sfida diventa anche più concreta perché è un qualcosa che devi costruire, apparire è la cosa più facile del mondo mentre il pubblico ha bisogno di qualcosa di più concreto». Dopo un periodo lavorativo negli States è tornata in Italia: «Quando ero incinta, ho abbandonato Hollywood perché volevo che mia figlia crescesse in Italia, circondata dall’arte, dalla bellezza e dalle eccellenze. Purtroppo l’Italia non è brava a comunicare tutto questo, solo andando fuori ti rendi conto della grande fortuna che abbiamo soltanto a nascere e crescere in un paese come il nostro». In tutti questi anni l’abbiamo vista in diversi ruoli sempre apprezzati dal pubblico. «(Ride, nda) mi piace scegliere, mi piace assecondare le opportunità che mi si offrono, mi piace riuscire nelle mie piccole sfide, costruire qualcosa anche per il futuro dei ragazzi. Insieme alla mia amica Paola Boschi, regista e sceneggiatrice, stiamo lavorando a una serie che si chiama Teen, nata da un’idea di mia figlia e di un gruppo di suoi amici: sarà una serie tutta italiana dedicata ai giovani, dopo aver fatto più di 5000 provini in tutta Italia, stiamo scegliendo i protagonisti di talento, e tratterà argomenti, nei quali i nostri ragazzi potranno identificarsi». Maria Grazia Cucinotta è stata la prima a esplorare il mercato cinematografico cinese, una pioniera. «Ciò che mi piace di un paese estero è quello di assorbire tutto quello che c’è. Quando arrivai dodici anni fa, non si parlava ancora di Cina, addirittura mi dissuasero, io invece avevo già scoperto un paese meraviglioso, che si stava evolvendo. Mi sono ritrovata in un vortice di crescita ed è meraviglioso vivere in un paese in cui si lavora 24 ore su 24, non ci si ferma mai e tutti lavorano per raggiungere un obiettivo e vedere realizzate le cose che sogni». In realtà, come ci confida, Maria Grazia Cucinotta pensava a tutt’altro che il cinema. «Sognavo di fare la psicologa, perché la mente umana è il più grande mistero in assoluto, siamo dotati di un qualcosa che sfruttiamo solo in minima parte. Descriverei il cervello come un universo infinito di cui conosciamo solo una piccola parte, ma l’universo fa girare il mondo e cosi è il nostro cervello, se lo sai usare impari a conoscere gli altri e ti da una grande forza». Nonostante da anni viva a Roma e per lavoro si sposti in tutto il mondo, Maria Grazia Cucinotta è legata alle sue radici e alla sua terra. «Aver vissuto in tante terre diverse mi ha migliorata perché sono cresciuta culturalmente, ma resto sempre siciliana. Sono una siciliana nel mondo! Viviamo in una terra meravigliosa, unica al mondo, piena di bellezze infinite. Ogni volta che salgo in aereo, mi metto sempre dal lato finestrino e quando vedo la Sicilia andare via ci lascio proprio il cuore». Ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno ma incarna sempre la tipica bellezza mediterranea. «Per me la bellezza è carisma, quando parlo di bellezza non intendo quella fisica, quando è innata fai poca fatica. Il carisma è qualcos’altro e ti resta per sempre. La bellezza non deve mai diventare un’ossessione, deve crescere e invecchiare con te, la devi accettare. La bellezza deve evolversi, non puoi fermarla, altrimenti diventi finta. Le donne mediterranee restano il sogno di tutti nel mondo. Quando si parla di donne mediterranee, non si parla solo di bellezza, ma di donne che sono mamme, mogli, di quelle che sono brave donne di casa e poi quando escono sono delle dive». Di recente l’abbiamo vista anche nel docufilm di Francesco Lama, “I Siciliani”, con un cast tutto siciliano, presentato a New York. «Ho partecipato perché da siciliana mi piaceva l’idea di far parlare della Sicilia, rappresenta proprio i siciliani, una Sicilia sognatrice ma allo stesso tempo problematica. È un documentario che mi ha riportata a New York ed è successo il miracolo che sempre accade quando c’è un film che parla di Sicilia e di Italia: più di duecento persone sono rimaste fuori, allora comprendi la potenza che ha la Sicilia e l’Italia e che purtroppo noi sottovalutiamo. Insisto nel dire che dobbiamo portare i nostri film fuori, perché gli italiani sono ovunque e l’Italia rappresenta un’eccellenza». La scorsa estate, per il sesto anno consecutivo, è stata la madrina del Mare Festival Salina che per lei rappresenta «il festival del cuore. Da anni osservo come all’inizio quando tutti arrivano, sono un po’ scettici poi non vogliono più andare via, ritornano per le nuove edizioni, da Ezio Greggio a Edoardo Leo, tutti si sono lasciati conquistare dalla bellezza di Salina e da un festival un po’ anomalo, dove si parla di cinema, i siciliani hanno l’opportunità di incontrare grandi registi e attori e far scoprire la Sicilia a chi non l’ha mai vista». Oltre a lavorare alla serie Teen la vedremo presto impegnata come attrice in “Tutto liscio”, un film dedicato all’Emilia Romagna e alle sue tradizioni popolari e in altri film ma prima di congedarsi ci rivela che sogna «di continuare a lavorare e riuscire nelle mie piccole sfide e vedere questo paese rinascere come merita».

 

manuela ventura

manuela ventura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Bepi Caroli, Luca Guarneri, Maria Vernetti, Natale De Fino

Recentemente l’abbiamo vista in tv come attrice in “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, “Questo nostro amore ’80” e “Prima della notte” dove ha interpretato ruoli straordinari, ma il suo debutto è in teatro. Manuela Ventura spiega «non saprei definirmi, potrei utilizzare un cartello con scritto “lavori in corso”, la sensazione è quella di essere in un continuo divenire, con alcune sporadiche certezze circa il mio modo di essere, inquieta, pensierosa, curiosa, sono una che si arrabbia e si commuove, poi il resto si fa e si disfa, cambia, si aggiungono aggettivi, si tolgono sostantivi, si arricchiscono i sogni e i desideri, arrivano nuove paure e nuove speranze». Dalla sua carriera emerge che la passione per la recitazione «È una passione che sembra venire da lontano, una predisposizione verso questa forma di gioco e di piacere che è diventata un modo per esprimermi, per sparpagliare emozioni, per raccogliere pensieri, per scavare buche alla ricerca di acque, dissetarmi, provare momenti di felicità. Dopo le prime esperienze alle elementari e medie, inizio, a circa tredici anni, a frequentare una scuola di teatro; ero la più piccola e la più introversa, ma silenziosamente osservavo e immaginavo. Dopo gli studi tradizionali, decido di provare la selezione per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Treno, valigia, viaggio, provini, attesa e poi finalmente l’ammissione. Cosa avrei fatto altrimenti? Galoppato per le praterie con un cavallo marrone, indossando una camicia a quadri e un cappello da cowboy. Questo è quello che immaginavo guardando fuori dal finestrino della macchina in corsa, durante le vacanze, nella mia infanzia». Fra cinema, teatro e televisione per Manuela «Il primo amore è stato il teatro e come tale ha un posto privilegiato, però oggi non ho una preferenza assoluta, sono linguaggi diversi, tuttavia nascono da una necessità comune, raccontare la vita, creare una visione, sognare, attingono spesso l’uno dall’altro, s’influenzano. L’arte del teatro è un grande gioco, più ampio è il guardare e più grandi le trasformazioni, gli eccessi, le maschere, le illusioni. Il teatro è inoltre nella sua relazione primaria ed esclusiva con il pubblico, una dinamica forte che parte proprio da questo rapporto che avviene dal vivo tra attori e spettatori, uno scambio “in diretta”, fatto di quell’istante del qui e ora in cui accade il mistero e l’irripetibilità. Per il cinema o la televisione, la relazione è diversa, sicuramente diretta e viva con il regista e il cast artistico e tecnico che segue il set, ma il “pubblico”, mentre si gira, è la macchina da presa, il racconto, l’emozione passano attraverso un primo o un primissimo piano, l’inquadratura, le luci, il montaggio. Per un’attrice riuscire a fare esperienza con i vari tipi di linguaggio è davvero interessante». Nonostante gli impegni professionali la portino lontana il legame con la sua terra rimane sempre forte «Catania è la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha dato le radici e dunque nutrimento. La città dalla quale sono partita tante volte, è la sua stazione, il porto, l’aereo che hanno segnato i momenti di distanza e di riavvicinamento. È la città in cui vivo, il luogo del mio ritorno. Il luogo da cui vedo e sento il mare ogni giorno e quel posto da cui ammiro l’Etna e il suo manto ora nero ora bianco. È una città che dovremmo saper amare di più. È un posto dove, però sento mancanze. La Sicilia per me è quotidianità, odori intensi, estremi, sole caldo che acceca, rabbia, sale che asciuga e che brucia, luce inafferrabile senza orizzonti alle volte, suoni che riconosco, energia, è i miei amici più cari e i miei amori grandi. È quel punto di vista attraverso cui ho conosciuto il resto del mondo, almeno una parte di esso». Chissà che qualche volta non la vedremo nei panni di regista «Ogni tanto ci ho pensato ma per ora rimando; mi piacerebbe vederla la Sicilia attraverso gli occhi dei bambini, liberi di invaderne strade, campagne, mari e città, come in una grande caccia al tesoro, liberi di dipingerla di colori che solo loro possono vedere, liberi di immaginarla come la loro isola del futuro».

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Giuseppe Leone e Costantino Ruspol

É un’emozione incontrare Giuseppe Leone, parlare con lui, visitare il suo studio fotografico e la sua galleria. Frugare nei suoi archivi fotografici è come vivere la Sicilia tutta, tramite i suoi scatti fotografici fatti in sessantacinque anni di attività. Come scrive Silvano Nigro: “Leone è un narratore della Sicilia, dei suoi monumenti, delle sue feste, dei costumi e della vita tutta per immagini fotografiche. Un narratore che si è accompagnato a Leonardo Sciascia, a Gesualdo Bufalino e a Vincenzo Consolo e ha rivelato alla letteratura, la Sicilia più vera, quella degli uomini come quella della pietra vissuta e del paesaggio”.
Ero venuto per raccontare del Barocco tramite le sue fotografie e in modo naturale si comincia con la letteratura, “Il potere evocativo dell’immagine è grande, solo la poesia ha altrettanto presa” e Leone continua con l’incontro che lo farà vivere in simbiosi con la cultura siciliana «la mia fortuna è stata quella di incontrare Enzo Sellerio, il grande maestro della fotografia in Sicilia, che con la moglie Elvira pubblica il mio primo vero libro ‘La pietra vissuta’ e qui entra in scena Leonardo Sciascia, una stella polare che ha fatto della Sicilia negli anni ’60 e ’70 uno snodo culturale importante». Mentre gli ricordo che Gesualdo Bufalino lo definiva “un ladro di luce, un rapinatore di eventi che fulmina l’attimo da consegnare all’eternità”, un velo di malinconia traspare dal suo viso pensando all’assenza di quei grandi Maestri che hanno riempito la sua vita e che ha raccontato nel suo ultimo libro ‘Storie di un’amicizia’. Arriviamo al Barocco e alla collaborazione con Vincenzo Consolo e nel viso di Leone traspare la serenità e parla con passione «Il Barocchismo è il modo di essere dei siciliani e dopo il terremoto del 1693, nella ricostruzione il Barocco rinasce con nuova linfa e impareggiabile bellezza». Leone fotografa Il Barocco Siciliano e Consolo scrive ‘Anarchia equilibrata’, immagini e parole ci fanno rivivere scenografie ardite e fantastiche utopie che sfidano l’orrore della distruzione nella bellezza della ricostruzione. Quando gli chiedo della sua affermazione «La mia amata terra ha il corpo di una donna» il suo viso s’illumina e mi dice «la donna è simbolo della grande passione che si esprime nella bellezza, il paragone tra natura e donna, desiderio e passione è la metafora del mio libro Isola nuda». Arriviamo al presente con le donne e con la sua prossima esposizione ad Arles, in Francia, dove l’hanno invitato al Festival Europeo della Fotografia di Nudo dall’ 8 maggio al 13 maggio. «Il mio è uno sguardo carezzevole, che ricerca la bellezza femminile nel suo vivere quotidiano nell’incedere travolgente e nel vortice sottile dell’erotismo, ne ho colto la sensuale gestualità, le movenze che sprigionano la delicata passionalità». Oggi un’icona della moda che fa tendenza in tutto il mondo, Dolce & Gabbana, utilizza la fotografia di Giuseppe Leone, con t-shirt e felpe, per trasmettere a livello internazionale la bellezza della Sicilia con i suoi molteplici volti. Silvano Nigro, intellettuale caro a Giuseppe Leone, così lo definisce “Autentica memoria vivente della Sicilia tutta. Sa leggere il paesaggio siciliano perché ne fa intimamente parte”.

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Alessandro Pensini

Bellissima, solare e dalla risata contagiosa. Parliamo di Roberta Caronia, palermitana, giovane attrice di talento.

Dopo l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” è iniziata la sua esperienza teatrale recitando con i più importanti attori teatrali come Giorgio Albertazzi e Dario Fo, ma non sono mancati importanti successi al cinema e in tv. Tanti in questi anni i riconoscimenti più recenti per questa sua straordinaria bravura: Premio Assostampa Teatro nel 2009 per l’interpretazione di Antigone in “Edipo a Colono” di Daniele Salvo, nel 2011 vince la Menzione speciale al Terre di Siena Film Festival per il film di Samuele Rossi “La Strada Verso Casa” e si è aggiudicata il Premio Virginia Reiter 2017, un riconoscimento alla più apprezzata giovane attrice italiana dell’ultima stagione teatrale. Senza dimenticare il successo della fiction “I fantasmi di Portopalo” con Beppe Fiorello e gli spettacoli teatrali “Il Berretto a sonagli” per la regia di Valter Malosti. Andiamo a scoprire quali sono gli impegni professionali di quest’anno.

 

Chi è Roberta Caronia?

«Sono una donna, un’attrice e una mamma. Tre cose che spesso faticano a stare tutte insieme ma facciamo del nostro meglio… Sono una persona emotiva e questo a volte mi limita ma altre volte mi consente di accedere a degli angoli di interiorità con facilità. Credo che nel mio lavoro sia un dono».

 

Com’è nata la passione per il teatro?

«È nata ai tempi del liceo, a Palermo, nella mia città natale. Andavo spesso al Teatro Biondo, rimasi folgorata e così decisi di iscrivermi al laboratorio di teatro della mia scuola».

Come definiresti il teatro?

«Lo immagino come un campo magnetico, dove scorrono energia e sensibilità, una realtà dove tutto è possibile, dove si possono vedere e “sentire” cose che non esistono ma che sono vere e autentiche allo stesso tempo».

 

Quanto è stata importante la gavetta?

«Fondamentale e dura. Mi ha spinto a “volere fortemente” questa professione. Se avessi dovuto interpretare certi ruoli subito dopo l’Accademia, forse sarei stata un’attrice meno consapevole».

 

Fra teatro e tv cosa preferisci? Perché?

«Non c’è una scelta. Sono due approcci diversi… Due modi diametralmente opposti di dosare le energie. Il teatro è un godimento totale, immediato, un fluire potente e si nutre degli occhi del pubblico, del “qui e ora”. La telecamera mi spinge a cercare una maggiore precisione nel sentimento. Due diverse strade di sperimentazione della credibilità».

 

Qual è il tuo rapporto con Palermo e la Sicilia?

«Non vivo in Sicilia da quando avevo diciotto anni. Eppure è il cordone ombelicale mai reciso. Il liquido amniotico che ti culla. A Palermo poi c’è la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella ai quali sono molto legata».

È difficile fare l’attrice?

«Molto difficile. Diventi tu stessa il tuo strumento di lavoro. Il tempio della tua arte sei tu. Ogni vittoria sarà una gratificazione enorme ma ogni “no” che riceverai sarà un rifiuto personalissimo. Devi essere in grado di amare questa fragile unità per fare l’attrice».

 

Cos’è per te la sicilianità?

«Spontaneità, coraggio, energia e intelligenza sottilissima. Così io vedo i miei conterranei».

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«A febbraio andrà in onda una nuova serie targata Rai, tutta ambientata in Sicilia: “Il Cacciatore” per la regia di Lodovichi e Marengo. Ripercorre le vicende che seguirono dopo le stragi eccellenti del ‘92. Verrà trasmessa su Raidue. Sarò tra i protagonisti e interpreto un ruolo molto complesso per me: la moglie di Leoluca Bagarella, Vincenzina. È un personaggio dalla biografia enigmatica e da palermitana, l’ho sentito come un compito forte».

 

In questo nuovo anno in cosa sarai impegnata?

«In primis il grande amore: teatro. Da febbraio sarò nuovamente in scena nel monologo “Ifigenia in Cardiff” di Gary Owen, con cui ho vinto il Premio Reiter. È uno spettacolo che segna un piccolo traguardo per me… sola in scena per più di un’ora… e sono felice di poterlo portare finalmente anche a Roma, la città in cui vivo».

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Dario Azzaro

Travolgente, affascinante e appassionante. Questa sua passione le permette di passare facilmente dal teatro, al piccolo e al grande schermo. Guia Jelo, all’anagrafe Guglielmina Francesca Maria Jelo di Lentini, è un’attrice dal temperamento forte e vulcanico. Il parallelismo con l’Etna è d’obbligo perché lei ama descriversi «Come la sciara, forte ma innocua perché non sa di morte. Sa di amore, sa del fuoco che era prima e quindi mi reputo melanconica, struggente e struggita, eterna come la sciara. Confido nel fatto che non morirò nemmeno quando morirò, principalmente per i miei figli, i miei nipoti e poi per i miei allievi e chi crede in me. Perché la sciara è eterna, non muore mai, come l’amore, muore soltanto chi non ha mai amato. Io non sono mai stata amata ma ho amato».

Una passione per la recitazione che ha portato Guia Jelo a dividersi in ruoli comici e drammatici ma che «nasce tra i banchi di scuola, dove tutti avevano ruoli da protagonisti ed io invece avevo piccoli ruoli, fino a quando un giorno Turi Ferro mi vide recitare nella compagnia teatrale di mio zio Fernando Jelo, molto bravo e che è stato mio maestro con Giuseppe Di Martino e Giorgio Strehler, e insieme alla moglie, Ida Carrara, mi “buttarono” sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania. Credo che la passione per la recitazione sia nel mio Dna, l’aveva mio padre e adesso una delle mie nipoti (Guia, nda). È una passione che si tramanda».

Nella sua lunga carriera da artista sono tantissimi i ruoli interpretati, tutti importanti ma solo pochi lasciano un ricordo indelebile. «Ce ne sono talmente tanti anche perché ho avuto la fortuna di lavorare al Burgtheater di Vienna dove ho avuto un ruolo immenso a fianco di Brandauer in “Questa sera si recita a soggetto” per la regia di Bayer  – racconta Guia -. In televisione, il primo episodio del Commissario Montalbano “Il ladro di merendine”. Generalmente sono sempre gli ultimi due lavori che faccio, ma uno a cui sono affezionata è l’episodio “Black Out” della mini serie Tv “Un caso di coscienza” che ho girato con Corrado Pani».

Chiediamo a Guia Jelo cosa preferisce fra il teatro e la televisione, e quale le regala più emozioni «quando faccio teatro non vedo l’ora di fare tv, quando faccio tv non vedo l’ora di andare a fare le prove, il debutto, il pubblico. Forse quello che più mi eccita è il cinema. Una delle ultime volte che ho invitato mia nipote Guia a uno spettacolo e non è potuta venire, mi ha risposto: “È stato peggio non venire a teatro quella volta, perché il cinema lo potrò vedere sempre”. Quella risposta mi ha colpito e non la dimenticherò mai».

Il grande talento e lo spessore umano nel 2015 le sono valsi il conferimento della medaglia di Cavaliere al Merito della Repubblica. «Ho provato un’emozione enorme, dopo la nascita dei miei figli e il momento in cui li ho allattati per la prima volta, quando il prefetto mi ha appuntato la medaglia davanti ai miei figli e ai miei nipoti mi ha dato un’emozione fortissima».

I consigli per la rubrica “Jelodicoaguia” di SiciliainRosa sono stati raccolti nel libro “Donna Giudizia” di Algra Editore in cui tutte le lettere «le ho messe insieme completandole con la mia storia, con le mie origini» ma ci anticipa che sta lavorando a un libro tutto suo «frutto di fantasia, temi veri, testimonianze di persone incontrate in giro per il mondo, credo che richiederà due anni di lavoro».

Nell’ultima edizione del Taormina Film Festival è stata la protagonista in un film di Aurelio Grimaldi, “Divina Dolzedia” in cui è lei stessa a spiegarci il ruolo interpretato «sono io la Divina Dolzedia, una prostituta di sessant’anni, molto vintage e molto nave scuola, bona, simpatica, fissata con la cultura, con Dante e Jacopone da Todi, a tutti questi ragazzotti non fa sesso se non imparano almeno le cose basilari della letteratura».

Impegnata in scena con “Il cavaliere Pedagna” e “I Civitoti in Pretura” con la sua straordinaria bravura e il suo talento vulcanico, l’unica certezza è che Guia Jelo continuerà a regalarci bellissime emozioni.