Giusy Ferreri e e le sue vite

di Omar Gelsomino, foto di Cosimo Buccolieri

La sua voce particolare le permette di spaziare su più generi musicali e la sua timbrica inconfondibile ne hanno fatto una straordinaria cantante di successo. Giusy Ferreri, all’anagrafe Giuseppa Gaetana Ferreri, si è imposta nel panorama musicale sin da subito, partecipando ai più importanti festival canori e ottenendo riconoscimenti internazionali per la sua bravura. Senza dimenticare che i suoi brani sono tra i più venduti.

Giusy Ferreri in realtà detiene anche tre record: è la cantante lanciata da un talent show ad aver venduto più copie nel mondo, oltre 2,5 milioni tra album e singoli; è rimasta al primo posto per 47 settimane nella classifica italiana dei singoli con Non ti scordar di me, Novembre, Roma-Bangkok, Amore e capoeira e Jambo; insieme a Baby K con Roma-Bangkok è l’unica artista italiana ad aver vinto il disco di diamante per un singolo digitale.

Di origini siciliane ha sempre vissuto in Lombardia, ma non ha mai abbandonato le sue radici perché la Sicilia è nel suo cuore.

«Sono andata via da Palermo in fasce, ma sento forte il legame delle mie origini. Certamente! Frequento normalmente Palermo». Come tutti anche lei ha fatto la gavetta, coltivando giorno per giorno la sua passione, conciliando il suo vero lavoro, sino al meritato successo che continua tuttora.

«La passione per la musica nasce sin da quando ero bambina. Sono cresciuta in un ambiente predisposto alla musica, poiché passione anche di mio padre con il suo pianoforte, un organo in casa e diverse chitarre e musicassette, cd e vinili di artisti italiani e internazionali di vario stile e genere. Mi sento vicina al rock e al blues. Il pop con tutte le sfumature e influenze di vario genere mi riesce bene. La musica ha unito ancor di più la mia famiglia perché è sempre stato un bellissimo motivo di condivisione. Le mie prime esperienze musicali risalgono a quando ero bambina. Mi piaceva partecipare ai concorsi canori sia da solista sia in gruppo con altri bambini. Poi a 13 anni ho iniziato con la prima formazione cover band e da lì in poi è stato un susseguirsi di varie formazioni di cover band di vari generi musicali tra rock, blues, hard rock, southern rock, new wave e nell’adolescenza ho iniziato a scrivere i miei primi brani che portavo in gara nelle varie manifestazioni per band emergenti. Non è mai stato difficile conciliare il lavoro con gli impegni artistici perché avevo scelto di lavorare part-time e avevo parecchio tempo a disposizione e soprattutto riuscivo ad esibirmi anche nei locali in tardissima serata. Come una doppia vita».

La popolarità di Giusy Ferreri inizia con la classificazione al secondo posto alla prima edizione di un famoso talent show e nonostante il successo raggiunto lei è rimasta sempre se stessa. «La partecipazione ad X Factor nel 2008 rappresenta l’esordio della mia popolarità e l’inizio di un nuovo percorso artistico e professionale. Quando penso alla mia vita penso a come se stessi attualmente vivendo la mia quarta vita, mentre nel 2008 possiamo dire che fosse appena iniziata la mia terza vita. Penso a più vite perché le ho vissute catapultandomi in ruoli e situazioni differenti. Ma più che cambiata mi sento solo cresciuta, continuo a riconoscere sempre me stessa nella mia testa e nel pensiero, solo più matura e consapevole di qualche anno fa».

In questi anni ha partecipato quattro volte al Festival di Sanremo, nell’ultima edizione con il brano Miele, e diverse le collaborazioni che hanno suggellato delle vere e proprie hit di successo. «Sanremo è sempre una bella occasione per presentare un nuovo progetto. Quest’anno ci tenevo molto ad esserci per poter parlare anche del mio nuovo album “Cortometraggi” oltre al brano presentato in gara. Sono davvero tante le collaborazioni di cui vado molto fiera e orgogliosa, e tantissime volte mi hanno portato a conoscere qualcosa di nuovo di me stessa. Quella che ho desiderato tanto personalmente e che ho cercato perché più attinente al mio percorso sin da ragazza, è stata la collaborazione con Linda Perry delle 4 non Blondes che ho voluto coinvolgere per la scrittura a quattro mani di nuovi brani che poi ho inserito nell’album “L’attesa”. Parlo di gratificazione personale artistica ovviamente».

Con l’approssimarsi dell’estate a farci compagnia ci sarà qualche tormentone a segnare le nostre giornate e come è capitato in passato alcuni di questi sono di Giusy Ferreri, tanto che l’hanno definita la regina delle hit, ma lei rimane la cantante di sempre che conosciamo ed ammiriamo. «Non mi sento regina delle hit estive, mi è stato attribuito perché più di un brano ha ottenuto un grande riscontro anche se per me è stato solo un gioco. Artisticamente sono una persona istintiva e volevo provare qualcosa di diverso. Takagi e Ketra mi hanno coinvolta in quella nuova avventura e ho apprezzato molto l’energia, la freschezza, l’originalità e la leggerezza dei loro brani, per cui mi sono divertita».

È già uscito il suo ultimo disco ricco di sonorità e brani introspettivi ma soprattutto di collaborazioni importanti che porterà in giro per l’Italia nel suo lungo tour. «“Cortometraggi” è un album versatile molto curato negli arrangiamenti e nella produzione. Suonato dai musicisti che mi accompagnano durante i tour ormai da diversi anni. Contiene 12 piccoli film, come amo definirli, che arrivano dritti al cuore, alcuni più introspettivi intervallati da altrettanti brani energici sempre ricchi di significato. In questo album sono sia interprete sia cantautrice come per i miei album precedenti. Tra le firme più importanti che hanno scritto per me ci sono Gaetano Curreri, Marco Masini, Bungaro, Diego Mancino, Casalino e Simonetta. Per l’estate vi sarà sicuramente un brano estratto da questo album a farci compagnia. In programma ho il tour estivo e tour autunnale nei teatri, con la formazione musicale accompagnata da Andrea Polidori (Batteria) Gabriele Cannarozzo (basso, moog), Mattia Boschi (violoncello, chitarra) Fabrizio Leo (chitarre) Fabiano Pagnozzi (pianoforte, sinth)».

 

In attesa di vederla tornare dal vivo questa estate nelle più belle località italiane, già annunciate le due anteprime teatrali di questo autunno, prodotte e organizzate di Friends & Partners: il 1° ottobre al Parco della Musica di Roma (Sala Sinopoli) e il 3 ottobre al Teatro dal Verme di Milano.

Lorenzo Vizzini. Il nuovo De Gregori della musica italiana

di Alessia Giaquinta, foto di Julieta Vivas

Qualcuno lo ricorderà come l’imitatore che, a soli cinque anni, conquistò il pubblico della trasmissione televisiva “Bravo Bravissimo” condotta da Mike Buongiorno. Eppure Lorenzo Vizzini, ormai ventinovenne, da allora ne ha fatta di strada… tanta e nel migliore dei modi! Il giovane ragusano, infatti, oggi è considerato uno dei migliori autori e compositori italiani. Ha scritto brani per Renato Zero, Ornella Vanoni, Arisa, Marco Mengoni, Anna Tatangelo, Laura Pausini e tanti altri noti artisti del panorama musicale. Insomma, alla sua giovane età Lorenzo vanta già un curriculum di collaborazioni importanti, di brani e dischi di successo e la vincita del Premio Siae per gli autori under 30 distinti nel panorama nazionale.

Un Francesco De Gregori più giovanelo ha definito Ornella Vanoni. E come darle torto?!

Dalle melodie alle parole, alle emozioni che evoca: la musica di Lorenzo è un’esperienza di bellezza ad alti livelli, un turbinio di poetiche immagini capaci di emozionare chiunque ascolti i suoi brani.

Artista da sempre. Dalle imitazioni alla musica, alla scrittura. Come è avvenuta la scoperta di ciascuna di queste arti?
«Quello con la musica è stato un innamoramento. Non l’ho scoperta, è accaduto. Ad esempio, quando avrò avuto al massimo 2 anni chiesi a mia madre come regalo un palcoscenico con gli strumenti musicali. È stata una scelta istintiva, come i cani che rincorrono gli odori dai quali sono attratti».

Quando hai scritto il primo brano? E l’ultimo?
«Il primo non l’ho propriamente scritto, avevo 5 anni e mi passava questa melodia in testa. Quando capii di averla inventata io, non ho smesso più. L’ultimo non è mai l’ultimo, c’è sempre una nuova canzone da scrivere».

Se potessimo osservarti nell’atto di comporre un brano, cosa vedremmo?
«Ve la vorrei rendere più bella da immaginare, ma probabilmente vedreste una persona dissociata dalla realtà che lo circonda. Nella testa è tutto chiarissimo, ma da fuori potrebbe risultare alienante».

Lorenzo autore e cantautore. Cosa segna il margine tra scrivere per sé e scrivere per altri?
«Più che un margine, c’ è un oceano in mezzo. Tutte le canzoni che scrivo per me hanno delle caratteristiche che rappresentano la mia persona. Allo stesso modo ogni canzone che scrivo per un altro interprete cerco di immaginarla il più vicino possibile alla sensibilità di chi la canterà».

Raccontaci un aneddoto della tua carriera che ti ha particolarmente emozionato.
«Quella che per me è la carriera, in senso strettamente professionale, mi emoziona raramente. Fare musica per me è un lavoro sacro, che amo e cerco di onorare al massimo ogni giorno. Per questo, più che la carriera in termini aneddotici, il momento che fino ad oggi continua ad emozionarmi di più è quando scrivo una canzone. Quello è il periodo che mi regala più entusiasmi, gioie, estasi, qualche volta felicità. È sempre una mappa del tesoro da riscrivere da zero».

Vivi a Milano, ormai. Cosa ti manca più della Sicilia e qual è la prima cosa che fai appena torni nella tua terra?
«Mi manca vederla, guardare le spiagge, i mandorli in fiore, i fichi d’India. Quando torno a casa vado a mangiare le ‘mpanatigghie e da talassodipendente quale sono torno banalmente davanti al mare».

Cosa canta (se canta) Lorenzo sotto la doccia?
«Ammetto di cantare poco sotto la doccia. È il mio momento di tregua, quindi quando riesco e sono da solo mi godo il silenzio. Quelle poche volte che canto in doccia, solitamente canto canzoni che non esistono».

Nel cassetto hai più sogni o progetti? Cosa puoi svelarci?
«I miei sogni sono i miei progetti. In ambito musicale e personale, nei prossimi anni mi piacerebbe conoscere e studiare le culture degli altri continenti. Mi piacerebbe viaggiare in America, Asia e Africa per diversi mesi e conoscere da vicino le radici di scuole musicali che mi hanno da sempre affascinato. Poi ho ancora mille altri sogni, ma mi hanno detto che se li racconti prima non si avverano. Magari ve li racconterò quando li avrò realizzati!».

loredana cannata

Loredana Cannata. Un vulcano di energia e talento

di Alessia Giaquinta, foto di Marco di Marco

È un’attrice talentuosa e dal sorriso disarmante, Loredana Cannata. Originaria di Giarratana, piccolo paese degli Iblei, “figlia del sole” – come ama definirsi – e convinta attivista dei diritti umani, animali e ambientali: è un concentrato di sagacia, bellezza e determinazione. Nota al piccolo e grande schermo, l’attrice ci racconta il suo amore per questa professione, gli esordi e l’evoluzione di un mestiere che – come dichiara – «aiuta a conoscersi e a conoscere gli altri».

loredana cannata

 

Come nasce la tua passione per la recitazione?
«Ho cominciato a sognare di fare l’attrice verso i sette anni, trovando una foto di Marilyn Monroe. Ebbi una sorta di folgorazione riconoscendo nella luce del suo sorriso una stella che mi avrebbe guidata. Ho creduto in questo sogno in maniera molto forte ma, quando lo cominciai a dire, tutti mi risposero che non era possibile».

Cosa ti dicevano?
«Ricordo mia nonna che diceva: “Questi sono sogni. Tu vieni da un piccolo paese, vedrai che a 20 anni t’innamorerai e ti sposerai, come tutte”. Così smisi di dirlo, ma non di sognarlo. Io volevo assolutamente provarci. E menomale che in quel sogno ci ho creduto».

Ricordi l’ emozione del primo ciak?
«Già quando mi chiamò l’agenzia per dirmi che ero stata scelta per il film “Maestrale” di Sandro Cecca, camminavo un metro sopra terra. Ho girato tutto il tempo con una felicità incredula. Mi vengono anche le lacrime a ripensarci».

E da lì successi, film, fiction, spot e lavori teatrali. Tra questi c’è stata un’ esperienza particolarmente importante per te?
«Significativo, per me, è stato il monologo su Marilyn che ho scritto e che porto in scena da qualche anno a questa parte. Per me, che ho cominciato a sognare di fare l’attrice con lei, vestire i suoi panni e ricevere complimenti della serie: “Sembravi davvero lei”, è stato qualcosa di impagabile. Quello spettacolo è stato un grande onore e un modo per sdebitarmi con lei, se così possiamo dire, per avermi dato tutto quello che ho oggi».

loredana cannata

Cosa consiglieresti a chi vuole fare questo mestiere?
«Ci vuole molta determinazione, bisogna capire perché lo si vuole fare. Il consiglio è studiare. Questo è un lavoro vero e proprio con difficoltà, con le lezioni da imparare, ma è anche una sorta di terapia: ti insegna a guardarti dentro, ti aiuta a capire le persone e ti permette di ricreare stati d’animo e personalità. In verità è molto più che una professione».

Loredana attivista. Quanto è importante?
«Importantissimo. È la mia missione. Io ho sempre sentito di dover fare qualcosa per dare il mio contributo attivo a questo mondo. Sono un’ attivista soprattutto per i diritti umani e sociali, mi sono battuta per la difesa degli indigeni zapatisti del Chiapas, che chiedono dignità e terra. Dieci anni fa, poi, sono diventata vegana e questo mi ha portato in particolare ad occuparmi di diritti animali e ambientali. È tutto connesso».

La Sicilia per te è…
«La mia famiglia, innanzitutto. Ma anche sole, colori vivaci, passioni forti: tutto questo mi ha forgiata. Penso in particolare alla forza della nostra terra, che è vulcanica. Il fuoco ce lo abbiamo sopra e dentro, e questo penso si senta anche».

In quali progetti sei impegnata?
«Da alcuni anni sto lavorando anche come sceneggiatrice e regista. Ho deciso di unire il mio attivismo alla mia professione. Ho scritto un soggetto originale, che ha vinto il finanziamento del Ministero della Cultura per la scrittura di sceneggiatura originale, che presto diventerà un film. Parla di autismo, bullismo, animali e violenza verso i più deboli. Sono inoltre impegnata in una personale indagine metafisica che mi ha portato ad approfondire religioni, miti e scienze per trovare risposte. Oggi sappiamo, grazie a numerosi studi, che la nostra coscienza ha impatto sul mondo fisico. È straordinario: dobbiamo averne consapevolezza al fine di calibrare la nostra vibrazione e frequenza, e dunque le nostre emozioni, per sintonizzarci sulla realtà che desideriamo. Approfondire l’argomento è utile per affrontare al meglio la vita, soprattutto in tempi così burrascosi».

 

antonio catania sul set

Antonio Catania. L’attore dai mille ruoli

di Patrizia Rubino, foto di Filippo Manzini

Da poco ha festeggiato un compleanno importante, settant’anni, ma Antonio Catania uno degli attori più poliedrici e apprezzati del panorama artistico italiano, è in piena attività con film, tour teatrali, serie tv e nuovi progetti. Originario di Acireale, in provincia di Catania, si trasferisce con la famiglia a Milano a 16 anni, qui scoprirà la sua passione per la recitazione che lo spingerà a diplomarsi alla prestigiosa scuola d’arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano. Dal ‘75 all’85 tanto teatro e l’incontro con il regista Gabriele Salvatores, con il quale debutterà nel cinema ed inizierà un lungo sodalizio artistico cominciato con il film Kamikaze, poi Puerto Escondido e il film premio Oscar, Mediterraneo, a cui è particolarmente legato. Ma l’elenco di pellicole a cui ha preso parte è lunghissimo, tanti film d’autore ed importanti opere prime; La cena di Ettore Scola, con il quale ottiene il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista, i film con Aldo Giovanni e Giacomo, Chiedimi se sono felice e Così è la vita e quelli con Carlo Verdone, Ma che colpa abbiamo noi e L’amore è eterno finché dura solo per citarne alcuni. Di tutto rilievo anche i suoi ruoli televisivi, nel Giudice Mastrangelo, Ho sposato uno sbirro, Tutti per Bruno e Agata e Ulisse.

antonio catania

 

Una carriera fittissima, tra cinema, tv e teatro. Interpretazioni sempre puntuali e convincenti; ironia, comicità, ma anche ruoli drammatici. A cosa deve la sua versatilità?

«Ho iniziato con il teatro a Milano e sicuramente la lunga gavetta ma anche gli incontri importanti con attori e registi, con molti dei quali oltre al rapporto di lavoro mi lega anche una solida amicizia, è stato determinante sia per la mia formazione sia per l’approccio in ambiti così diversi come il cinema e la tv. Ma nel mio mestiere c’è sempre da imparare ed io sono sempre pronto a nuove sfide, grazie a questa versatilità o per meglio dire capacità di adattamento».

 

A  proposito di nuove sfide, lei è nuovamente tra i protagonisti della serie cult “Boris” che sarà trasmessa sulla piattaforma on demand Disney Plus. Cosa ne pensa di questi nuovi canali d’intrattenimento?

«Sto lavorando anche ad un’altra serie, ambientata in Sicilia e che sarà trasmessa su Amazon Prime, quindi il mio giudizio è senz’altro positivo. Per quanto riguarda il mio lavoro di attore non cambia nulla e, inoltre, vedo che su queste piattaforme vengono realizzati dei prodotti originali di grande qualità, con straordinarie sceneggiature. Pertanto ben venga il cambiamento, dobbiamo essere flessibili anche perché siamo in continua evoluzione».

antonio catania sul set

A questo punto è d’obbligo la domanda sul suo rapporto con la Sicilia.

«Dopo aver lasciato la Sicilia, ho vissuto molti anni a Milano, poi nel ‘90 mi sono trasferito in Emilia Romagna, qui sono rimasto 10 anni. Dal 2000 vivo a Roma. In questo mio girovagare la Sicilia è sempre rimasta il mio punto di riferimento, è la mia terra e torno tutte le volte che posso, ho anche casa quindi il mio legame resta forte, indissolubile. Non si direbbe ma me la cavo piuttosto bene anche a parlare in dialetto».

 

E a Catania ha realizzato un piccolo sogno.

«Si è vero insieme a mia moglie Rosaria Russo, anche lei attrice, abbiamo fondato l’Accademia nazionale del Cinema “Ciak si gira” a Catania, perché qui mancava una scuola di cinema. Ho sempre pensato che la Sicilia fosse una fucina di talenti naturali, da questo nasce l’idea di trasferire il nostro bagaglio di esperienze e conoscenze e di offrire una formazione di qualità a giovani talenti aspiranti attori, registi, sceneggiatori, montatori, direttori della fotografia, consentendo loro, allo stesso tempo, di restare in città. Nel corpo docenti ci sono anche attori e registi di grande livello: Alessandro Haber, Giovanni Veronesi, Claudio Bisio, Fabio Fulco solo per citarne alcuni. C’è grande entusiasmo e desiderio di apprendere da parte dei nostri giovani allievi e questo ci dà una grande carica e ci spinge a fare sempre meglio».

Viva la vida

Pamela Villoresi: “Sono fortunata perché la mia vita mi assomiglia”.

di  Omar Gelsomino, foto di Marco Ghidelli e Archivio Teatro Biondo

 

«Sono una teatrante, una persona di spettacolo che come tanti può avere dei ruoli diversi. Sono cose che arrivano con l’esperienza, come direbbe Mario Luzi sono “cose che succedono a chi insiste a sopravvivere”, avendo cinquant’anni di teatro». Inizia così l’intervista con Pamela Villoresi, attrice e regista, direttrice dal 2019 del Teatro Biondo Stabile di Palermo. Con una voce calda e allegra racconta il suo percorso professionale, la direzione del teatro e i suoi progetti futuri.

«La passione per il teatro è nata da sempre, da bambina quando mia mamma cucinava usavo come microfono un colino, e dicevo: “Ecco a voi Valeria Mattoni” e cominciavo a recitare. Ho sempre voluto fare teatro, mi iscrissi al Teatro Metastasio di Prato e a 15 anni debuttai come protagonista ne “Il Re nudo” insieme a Roberto Benigni. Finalmente i miei genitori capirono che la mia era una missione più che una passione o tutte e due le cose insieme e dal ‘72 iniziarono le mie tournée». Dopo aver interpretato tanti ruoli con i più grandi registi ed attori tra spettacoli teatrali e film, Pamela Villoresi ha diretto diversi festival, è stata consulente di consigli di amministrazione al Teatro Stabile di Prato, al Teatro Argentina di Roma e all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, è stata nominata direttrice del Teatro Biondo Stabile di Palermo.

«Ho accettato con entusiasmo questa nomina, non ultimo il fatto che fosse in Sicilia ed in particolare a Palermo, perché avevo voglia di qualcosa che mi desse più stabilità. Sento sempre la necessità di passare a vedere le prove sul palcoscenico prima di richiudermi in ufficio che continuo a chiamare il mio camerino. Sin dall’inizio ho portato avanti un impegno ben preciso: da una parte radicarci sempre più nel nostro territorio, favorendo la cultura e la letteratura con i nostri artisti; dall’altro aprire alle sperimentazioni e all’arte nazionale ed internazionale».

La pandemia ha colpito tutti i settori, soprattutto il mondo della cultura.  «Il Teatro Biondo non si è fermato nemmeno durante il lockdown. Abbiamo scritturato 164 persone di cui 97 siciliani, vedere come i nostri giovani artisti siano impegnati in spettacoli internazionali mi appaga più del fatto di andare in scena. Il teatro non lo vedo male, più imperano le nuove tecnologie più lo spettacolo dal vivo è sempre più intramontabile. Nonostante la gente abbia ancora il timore del Covid abbiamo appena portato in scena “La concessione del telefono di Camillleri” con ottimi risultati. Il teatro rimane un luogo sicuro».

Pamela Villoresi è una delle protagoniste dello spettacolo ancora in scena in tutta Italia su uno spaccato inedito di Frida Khalo, con “Viva la Vida”, tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci per la regia di Gigi Di Luca, con la cantante Lavinia Mancusi e la body painter Veronica Bottigliero. «Inizialmente ero un po’ titubante per via di un’inflazione tra mostre, libri e film, invece abbiamo sottolineato la parte finale della vita di Frida Khalo, la relazione con Chavela Vargas, la sua sofferenza, le operazioni e la sua immobilità a seguito dell’incidente. È un inno all’amore, alla libertà e alla vita».

Viva la vida

 

In questi anni si è creato un legame solido con l’isola. «Ho un rapporto molto forte con la Sicilia, Palermo vive un momento di grande risorgimento, si respira una bella aria di rinascita. Sono appassionata di mare e facendo canottaggio con il gruppo master del Club Canottieri Roggero di Lauria ho vinto diversi ori».

Concludendo l’intervista molto gioviale, Pamela Villoresi ci svela i suoi progetti futuri: «Abbiamo tanti progetti ambiziosi e l’interesse da parte dei teatri italiani sul Biondo ci ha scaldato il cuore ed io voglio continuare a dirigere questo teatro. Conservo sempre il mio ruolo nella serie TV Don Matteo e poi vorrei vincere qualche altro oro nel canottaggio. Sono fortunata perché la mia vita mi assomiglia».

Il Teatro Biondo e Pamela Villoresi sono stati insigniti del premio “Segal Center Awards for Civic Engagement in the Arts” per l’impegno civile e sociale nella propria attività artistica.

Giusy Ferreri ph Cosimo Buccolieri b min

Giusy Ferreri con il nuovo singolo, in radio e in digitale

«E scusa se mi perdi un’altra volta

siamo come gli Oasis di una volta».

 

Da venerdì 17 dicembre sarà in radio e disponibile in digitale “Gli Oasis di una volta” (Columbia/Sony Music), il nuovo singolo di GIUSY FERRERI, da oggi in pre-save e pre-add al seguente link https://giusyferreri.lnk.to/Gli_Oasisprimo intrigante assaggio del nuovo percorso artistico dell’artista che a febbraio sarà in gara al 72° Festival di Sanremo.

 

Donna dei record, Giusy Ferreri è ora pronta a iniziare un nuovo capitolo musicale con “Gli Oasis di una volta” (canzone scritta da Piero Romitelli, Gaetano Curreri, Mario Fanizzi, Gerardo Pulli e Giusy Ferreri), una ballad che evidenzia il lato più profondo e rockeggiante della voce dell’artista, con un testo malinconico e introspettivo che avvicina il brano alle origini della sua produzione.

 

Dal suo clamoroso esordio del 2008 ad oggi, Giusy Ferreri ha collezionato risultati unici e straordinari costruendo una carriera di traguardi e record, tra hit radiofoniche, 1 disco di diamante e 18 dischi di platino.

Sono 5, ad ora, gli album in studio, e innumerevoli, invece, i brani che negli anni, hanno mostrato l’incredibile capacità della Ferreri di interpretare generi e stili più disparati, spaziando dal rock al pop, dal blues alla world music, tra cui, solo per citarne alcuni, “Non ti scordar mai di me”, “Novembre”, “Il Mare Immenso”, “Ti Porto A Cena Con Me”, “Partiti Adesso”, “Volevo Te”.

 

Una vita segnata da grandi successi e importanti collaborazioni con alcuni dei nomi più rilevanti del panorama italiano quali Tiziano Ferro, Nicola Piovani, Marco Masini, Michele Canova, Sergio Cammariere, Takagi & Ketra, Corrado Rustici, Federico Zampaglione, Bungaro e molti altri, e con Linda Perry autrice internazionale.

anteprima frassica

Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

sergio vespertino

Sergio Vespertino, il valore di una risata

di Samuel Tasca   Foto di Vincenzo Zaffuto

Lo avrete visto in numerose fiction, dall’ultimo successo di “Màkari” a “La mafia uccide solo d’estate”; molti lo seguono a teatro dove rimangono catturati dalla sua comicità spiccata e genuina: stiamo parlando di Sergio Vespertino, palermitano dallo sguardo intenso che, partendo dal teatro, ha saputo conquistare anche il pubblico di cinema e televisione.

Sergio, ci racconti perché hai scelto di fare l’attore?
«Perché avevo bisogno di vedere attorno a me gente che ride. Sentivo la voglia e la necessità di interfacciarmi con un pubblico nel migliore dei modi: dando infinite possibilità all’anima. Comunicare è qualcosa di incredibile che ho sempre nutrito sin da bambino. Già da piccolo inventavo delle storie che poi mi divertivo a interpretare assieme agli amici. Ricordo le mie avventure di Zorro nelle quali con la mia spada giocattolo fingevo che il mio cane fosse il mio cavallo».

E poi com’è andata?
«Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che mi hanno aiutato a levigare la mia recitazione, che mi hanno dettato i perimetri di scena e quant’altro c’è da sapere. Primo tra tutti il grande regista Pippo Spicuzza a Palermo e poi, allo Stabile di Catania, alcuni tra i nomi più importanti come Turi Ferro, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. In seguito, ho iniziato a scrivere dei monologhi, cosa che per me fu una novità. Così, dal 2003, ho iniziato questa nuova avventura da solo in scena, anche se non sono mai del tutto da solo perché con me c’è sempre il Maestro Pier Paolo Petta che coadiuva tutte le musiche e con i suoi suoni colora il mio percorso narrativo».

Quando scrivi da cosa trai ispirazione?
«Più che altro dalla vita. Non ho mai voluto attingere troppo ai classici. Mi sono detto: “Perché non possiamo parlare di questo tempo e del nostro bagaglio che ci portiamo dentro?”. Parto spesso dai miei ricordi d’infanzia, dalle persone che hanno condiviso parte del mio cammino, dall’idea di poter ridere di noi stessi facendo anche dell’autocritica».

Perché è così importante una risata secondo te?
«Sono uno di quelli che crede che il meglio di noi stessi si ottenga solamente grazie ad un sorriso. Siamo in un’epoca nella quale ci rendiamo conto di non essere il centro del mondo e che la vita è spesso caratterizzata da sforzi, sacrifici e disillusioni. È qui che nasce in me la voglia di trovare nella risata una forma di alternativa a quanto di negativo può succedere».

Qual è un ruolo che ti ha caratterizzato particolarmente?
«Dopo l’esperienza nella fiction “La Mafia Uccide solo d’Estate”, nella quale interpretavo Tommaso Buscetta, ho avuto la possibilità di continuare la collaborazione con Pierfrancesco Diliberto (Pif) con il film al cinema “In guerra per amore”, nel quale interpretavo il ruolo di un cieco. È stata una bella sfida dal punto di vista recitativo perché sicuramente non capita tutti i giorni di interpretare un personaggio che possiede un handicap di questo tipo».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
«Ho partecipato al nuovo film di Aldo Baglio, con la regia di Alessio Lauria, che mi ha dato la possibilità di usare alcune mie forme di coinvolgimento verso il pubblico senza essere troppo imbrigliato nel personaggio, lasciandomi un certo grado di libertà. “Una boccata d’aria” uscirà alla fine di quest’anno e racconterà questa storia che parte da Milano, per poi arrivare qui in Sicilia tra i territori di Segesta e Calatafimi. Nel frattempo continuerò a lavorare con la Rai, mantenendo il mio personaggio di Girolamo Ammirata all’interno de “Il Paradiso delle Signore”. E poi tanto teatro da portare in Sicilia e nel resto della penisola».

Nei tuoi progetti ti porti spesso dietro la tua Sicilia…
«Sì, penso si possa fare molto per valorizzare alcuni luoghi di questa terra. Una bella iniziativa che ho condiviso col Maestro Petta è stata quella di portare lo spettacolo “Novecento” in giro per i teatri di pietra della Sicilia. Un’esperienza che ha permesso a me per primo di scoprire alcuni luoghi incredibili».

 

 

 

anteprima katia greco

Le corde emotive di Katia Greco

di Omar Gelsomino   Foto di Elsa Campini

Una bellezza acqua e sapone, semplice e talentuosa. Lei è l’attrice messinese Katia Greco, apprezzata e seguitissima dal pubblico italiano per i ruoli interpretati in diversi prodotti di successo: da “Il giovane Montalbano” a “Il Cacciatore” e a “Rita Levi Montalcini” solo per citarne alcuni. Di recente è stata candidata al David di Donatello come “Migliore attrice non protagonista” per la sua interpretazione in “Picciridda – Con i piedi sulla sabbia”, un film di Paolo Licata adattato all’omonimo romanzo di Catena Fiorello. 

Incontriamo Katia Greco, durante una pausa dal set, e comincia a raccontarci dei suoi esordi, del suo faticoso percorso artistico e dei suoi sogni. «Sono una sognatrice che a volte fa fatica a connettersi con la realtà. Ho dei momenti di forte lucidità che mi portano a stare con i piedi per terra ed altri in cui i sogni prendono il sopravvento e mi rendono un po’ bambina. Quando al liceo ho partecipato ad un laboratorio extra-scolastico di cinema e prendendo parte al cortometraggio di fine corso come protagonista, ho capito che recitare era ciò che avrei voluto continuare a fare nella mia vita. Ho iniziato i miei primi lavori da professionista nel 2007 prendendo parte a varie serie tv e nel frattempo ho continuato a studiare con vari insegnanti tra cui Danny Lemmo e Michael Margotta. Poi arriva la prima esperienza al cinema nel 2012 con “The Elevator” per la regia di Massimo Coglitore e in questi anni prendo parte anche a varie pubblicità. Nel 2016 arriva il primo ruolo da protagonista per il cinema nel film “Cruel Peter” e a seguire “Picciridda” e il film tunisino “L’Île du Pardon” con Claudia Cardinale».

Abbiamo avuto la possibilità di apprezzare le qualità artistiche di Katia Greco al cinema, teatro e televisione interpretando magistralmente diversi ruoli, poi però ce n’è sempre uno a cui si rimane sempre più legati perché è stato quello che ha regalato più emozioni e un altro che si vorrebbe fare. «Il palcoscenico dà delle emozioni uniche, ma amo particolarmente stare sul set cinematografico. Sono molto legata al ruolo di Rosamaria in “Picciridda” perché ho toccato delle corde emotive molto forti ed anche perché reputo il film un piccolo gioiello di cui sono fiera di averne fatto parte. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di una cattiva».

Talento ed esperienza a cui si aggiunge la sicilianità, quel pizzico di ingrediente in più che tanto dà a livello caratteriale, ma che allo stesso tempo inevitabilmente toglie perché se ne avverte la mancanza e la distanza. «La Sicilia mi manca ogni giorno ed essere siciliana per me significa avere quella grinta e quell’energia in più che mi permettono di essere determinata a perseguire i miei obiettivi e a non aver paura di affrontare le difficoltà e i sacrifici che spesso si presentano anche nel mio lavoro».

Così prima di ritornare sul set Katia Greco ci confida il suo sogno nel cassetto e ci accenna che la rivedremo molto presto in tv. «Mi piacerebbe girare tutto il mondo. Per quanto riguarda i miei progetti futuri in verità non posso ancora parlarne, ma in pentola bolle qualcosa di molto interessante di cui vi parlerò in seguito».

Dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza e presto avremo modo di apprezzare ancora una volta la sua bellezza e le sue indiscutibili qualità artistiche.

 

 

Photo ADOLFO FRANZO  min

Roberta Procida «Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale»

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Adolfo Franzò

Esuberante, molto femminile, dalla bellezza mediterranea. Lei è Roberta Procida, attrice palermitana da anni trasferitasi a Roma con una prestigiosa carriera artistica: dal teatro (Aggiungi un posto a tavola di Pietro Massaro, Da Nazaret una stella… la vita di Mario Pupella) alle fiction tv (Squadra Antimafia, Il restauratore, Il Giovane Montalbano 2, Squadra mobile, Libero Grassi, Garibaldi, Rocco Schiavone, ecc.), dal cinema (Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, The Job divisione NOAT di George e Nicolas Molinari, Fuori dal coro di Sergio Misuraca) ai cortometraggi e agli spot pubblicitari. Oltre ad essere una brava attrice è anche felicemente mamma di Elia, un bambino sensibile e speciale che le dà tanta carica e con cui trascorre gran parte del suo tempo. Ci racconta di sé durante una piacevole e allegra chiacchierata.

«Sono una donna coraggiosa, passionale e vitale. Sono capace di risalire, di reinventarmi, di non perdere mai la forza. Ritengo siano qualità importanti nel nostro mondo, in cui non vi è nessuna certezza e si vive alla giornata. È un mestiere ricco di stimoli, ogni volta è bello scoprire un nuovo personaggio, affrontare una nuova avventura, lavorare con un nuovo regista. Questa è l’avventura di noi attori».

La passione per la recitazione l’ha scoperta in tenera età più che altro inconsapevolmente, ma per evadere dalla realtà.

«Da bambina per qualche anno sono cresciuta in un collegio di suore per varie vicissitudini. Per fortuna in collegio si faceva tanta arte: si disegnava, si cantava, si recitava. Non volendo accettare quella decisione seguivo tante discipline, mi appigliavo a tutte quelle attività che mi facevano entrare in un mondo tutto mio. Imparare a memoria quelle cose e salire su un palco era il mio obiettivo. Rappresentava un modo diverso di comunicare. Una volta giunta a Roma è stato significativo e per me rappresenta una mia «seconda nascita» l’ingresso nel gruppo di «terapia dei sogni», guidato dallo psicoterapeuta Giovanni Sneider, dove ho trovato dei coraggiosissimi compagni di viaggio. La recitazione è un’espressione, un prolungamento di me stessa, non posso farne a meno».

In tanti anni di carriera ha interpretato diversi ruoli, facendo tanta esperienza, ma soprattutto vivendo forti emozioni.
«Arrivando dal Teatro Biondo porto nel mio cuore grandi emozioni, il cinema però mi ha fatto sognare sin da bambina, quando l’ho scoperto sono andata fuori di testa. Il cinema racconta storie con un tocco di magia. Mentre la tv ti dà un messaggio istantaneo, il cinema diventa una finzione bellissima, sembra qualcosa di inarrivabile. Sono legata a due personaggi, uno nello spettacolo teatrale Aggiungi un posto a tavola che portammo in giro per l’Italia in cui interpretavo Consolazione, l’altro è Serena, una donna sicula molto sfacciata, senza filtri, senza mezze misure, passionale, che gioca con il corpo per conquistare tutto e tutti, nel Giovane Montalbano 2 per la regia di Gianluca Tavarelli. Un film che amo tantissimo e che ritorna sempre nella mia vita è Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, in cui la protagonista è Maria Schneider, forse perché sono stata anch’io un po’ così nell’approccio all’amore, questo incontrarsi per amarsi e non sapere dove si è. Mi piacerebbe interpretare un ruolo come quello della protagonista femminile del film tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti Ti prendo e ti porto via. Insomma mi piacciono le storie crude, sofferte, penso che tutti passiamo dalla sofferenza per arrivare da qualche parte. È importante fare tutto, per me va benissimo qualsiasi ruolo purché mi dia delle sensazioni belle. Adesso mi piacerebbe raccontare al cinema un personaggio interessante, lavorandoci con calma e gustarmelo, studiarlo per qualche mese. Anche le fiction, per questione di tempi, raccontano dei personaggi senza andare in profondità».

Come tanti che sono andati via dalla Sicilia anche Roberta Procida porta con sé il proprio bagaglio di ricordi nel cuore e di sicilianità.
«La Sicilia e i suoi profumi mi mancano tantissimo. Ciò che più mi manca è il mare, così come per chiunque anche per me che sono cresciuta vicino al mare è vitale, mi dà quella sensazione di spazio che pervade l’anima e la testa, è una visione interna che mi fa stare bene. È anche vero che dopo un po’ di tempo comincia a starmi stretta, proprio come Roma, mi viene di andare via. C’è tanto di siciliano in me: dall’accento ai lineamenti e ai capelli, dal modo di comunicare con gli altri ad avere una mentalità aperta. Per fortuna qui a Roma ho alcune amiche fantastiche come Victoria Raies (argentina ma che ha vissuto per dieci anni in Sicilia ed ha imparato il siciliano), Ester Vinci e Katia Greco con cui spesso ci ritroviamo e così si mischiano i vari accenti siciliani. Un modo per sentirsi quasi a casa».

Dopo il successo recente ottenuto in film e fiction, il fermo imposto dal Covid, adesso è pronta a cimentarsi in nuove avventure.
«Dopo I Moschettieri del re, ho partecipato ad un progetto per l’estero. In un docufilm tedesco interpreto Anita Garibaldi, un’altra esperienza stupenda. Essere stata nel cast di Rocco Schiavone e lavorare accanto a Marco Giallini e al regista Simone Spada è stata una bellissima esperienza. Il monologo «Io sono Covid-19» di Ciro Rossi, andato in giro per i festival on line, ha ottenuto migliaia di visualizzazioni e vinto tanti premi. Ad agosto sarò impegnata nelle riprese del film Purtedda, di Francesco Zarzana, sarò Concetta, nel ruolo drammatico di una figlia che ha perso la madre a Portella della Ginestra. In Nero a metà con la regia di Claudio Amendola, che andrà in onda a metà ottobre, interpreto Miriam, nella cui sartoria confeziona abiti da sposa, sfiorata dall’indagine per l’omicidio del fratello. Sto lavorando ad uno spettacolo teatrale con cui vorrei girare la Sicilia e l’Italia, ma ancora è in itinere così come tanti altri progetti rimasti bloccati a causa della pandemia».