Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Mimmo Perna

Determinazione ed emozione hanno contraddistinto i mondiali di canottaggio svoltisi dal 9 al 16 settembre in Polonia. Tra i tanti italiani distintisi nel bacino remiero del Maritza River di Plovdiv, vi sono state anche due siciliane. Il tricolore innalzato sul pennone più alto del podio e l’Inno di Mameli ha risuonato anche per le sorelle Giorgia (capovoga) e Serena Lo Bue che hanno portato a casa la medaglia d’oro, scrivendo per la prima volta il nome di un equipaggio italiano che ha vinto l’oro nella “specialità del due senza pesi leggeri femminile”. Difendendo i colori della Canottieri Palermo, le sorelle Lo Bue si sono lasciate alle spalle le rivali degli Stati Uniti, staccandole di quindici secondi, e laureandosi così campionesse del mondo. Giorgia, ventiquattro anni, dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico Umberto I s’iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo, Serena, invece, ventitré anni, frequenta il Liceo Scientifico Einstein e sceglie la Facoltà di Scienze Motorie a Messina. Nel 2006, quasi per caso, iniziano gli allenamenti al porto guidate dal direttore tecnico della Canottieri Palermo, Benedetto Vitale, e da lì una lunga gavetta che le ha portate a vincere nel 2011 e nel 2012 due campionati del mondo nella Nazionale junior e in seguito dodici titoli italiani, sino alla vittoria di quest’anno del Memorial Paolo D’Aloja, del Secondo Meeting Nazionale, del Campionato Italiano Assoluto nel due senza pesi leggeri e del secondo posto nella categoria “senior” confermandosi tra le migliori atlete nei pesi leggeri del panorama remiero internazionale. Andiamo a conoscere meglio le due campionesse del mondo, i loro caratteri, le loro passioni e i loro sogni.

Come vi descrivete?
Giorgia: «Determinata e precisa, a volte anche troppo! Però quando mi metto in testa qualcosa non c’è verso di fermarmi».
Serena: «Simpaticona».

Com’è nata la passione per il canottaggio?
Giorgia: «Un po’ per caso. Da bambina sono cresciuta facendo danza, l’ho fatta dai tre agli undici anni, ma dovetti smettere perché mi diagnosticarono l’asma e lo pneumologo mi consigliò di praticare sport all’aria aperta o in acqua. Nemmeno un anno dopo il mio allenatore venne nella mia scuola per pubblicizzare uno sport che non conoscevo, ma che mi incuriosì: il canottaggio. Ho voluto provare un corso di avviamento e mi è piaciuto subito».
Serena: «Per caso, mia sorella Giorgia mi ha portato a provare e mi sono appassionata».

Da piccole cosa sognavate di fare?
Giorgia: «Ho sempre sognato di diventare medico».
Serena: «La sportiva a tempo pieno».

Qual è il segreto per andare d’accordo nella vita e nello sport?
Giorgia: «Nello sport i compromessi, senz’altro. Quando eravamo più piccole, litigavamo in continuazione, principalmente perché io a volte sono quasi perfezionista, e non accettavo che qualcosa in barca non andasse come volevo io; crescendo ho imparato che bisogna venirsi incontro per capire a pieno anche il punto di vista del tuo compagno di squadra. Nella vita, invece, il segreto è separare gli ambiti: durante l’allenamento si parla di allenamento, a casa si parla di tutto il resto!».
Serena: «Pazienza, tanta».
Vi hanno paragonato ai fratelli Abbagnale, cosa si prova a diventare campionesse mondiali?
Giorgia: «Vincere un campionato del mondo è una gioia immensa, ed essere paragonate a delle leggende dello sport italiano come gli Abbagnale mi onora perché sono sempre stati un idolo, ma mi rendo conto che io rispetto a loro sono lontana anni luce, anche se spero un giorno di avvicinarmi ai loro livelli».
Serena: «È un’emozione grandissima, soprattutto essere paragonate a loro. Però loro sono a livelli molti più alti dei nostri, noi ancora abbiamo vinto poco».

Quali sono i vostri progetti futuri?
Giorgia: «Riprenderemo la preparazione invernale con grande determinazione, vogliamo migliorare ancora e continuare a crescere. Ovviamente accanto alla vita da atleta provo a fare andare avanti la carriera da studentessa di medicina».
Serena: «Sono molto scaramantica, non parlo molto del futuro. Faccio tutto step by step».

Articolo di Titti Metrico    Foto di Toni Picone

Non è insolito incontrare un artista di strada. Ci si ferma ad ascoltare distrattamente la sua esibizione e poco ci rimane nella memoria di quest’incontro. A volte però capita di rimanere rapiti da un ragazzo semplice, con la chitarra e una voce meravigliosa. Questo è stato il mio primo incontro con Samuel Pietrasanta.

Cos’è per te la strada?
«È la chiave di tutto. È il modo più sincero per capire se sei portato a fare questo lavoro, di conoscere il tuo pubblico in maniera diretta ed è il punto di equilibrio fra il sogno e la frustrazione. Stare in equilibrio è fondamentale per mantenere i piedi per terra ed essere coscienti che il percorso è lungo e faticoso. Il momento più bello credo che sia quando si crea un cerchio intorno a te. Quando la gente si ferma, ti circonda e si forma un angolo di pace difficile da trovare altrove oggi. Creare questa magia dal nulla è una soddisfazione immensa che nessuna televisione, nessuno show può dare. La strada, a oggi, rimane la cosa più emozionante della mia vita».

Chi è Samuel Pietrasanta?
«Descrivermi non è facile ma le parole chiave sono: viaggiatore, sognatore e forse anche illuso; finché ci saranno i presupposti per sognare mi piacerebbe portare avanti questo mio progetto di vita che è la musica, che sono le canzoni, fotografare dei momenti della mia vita e racchiuderli nelle mie canzoni. Ultimamente ho avuto la fortuna di collaborare con una grande donna dello spettacolo come Raffaella Carrà, che vuole far crescere questo fiore di strada per farlo sbocciare in qualche modo e quindi finché la barca va, lasciamola andare».

Progetti per il futuro?
«La musica rimane il fulcro della mia vita, e devo dire che con “Mamma Raffa” abbiamo un pò di progetti nel cassetto di cui ancora non possiamo parlare, un pò di sogni che cercheremo di realizzare. Ho fatto la scelta di vivere di musica, trasmettere emozioni e sono riuscito, in questi anni, a creare un giro di contatti e di persone importanti che mi sostengono e che mi stanno consentendo di andare avanti. Il progetto per il futuro è crescere ancora di più, portare avanti questo talento, perché non basta la fortuna di avere una dote, ma bisogna saperla coltivare come si fa con una pianta, continuare a studiare ed evolversi».

Ci racconti l’ esperienza di The Voice?
«È stato un passaggio fondamentale della mia vita che non pensavo avrebbe potuto aprire un’autostrada così grande. La mia partecipazione al talent è avvenuta in maniera un po’ incosciente, il che è stato anche la mia fortuna perché in queste trasmissioni ti giochi e rischi tutto, basta l’emozione di un secondo a rovinare il lavoro di tutta una vita. L’incoscienza oltre alla voglia di cercare una nuova strada mi hanno fatto trovare la “carrambata” della mia vita e non c’è termine più azzeccato. Il talent credo abbia deviato un po’ l’ attenzione da quello che è la musica vera ma, siccome non amo sputare nel piatto dove mangio, non posso negare che è stata un’esperienza fondamentale. Entrare in uno studio di registrazione con un produttore artistico, un arrangiatore, lavorare sulle canzoni è in fondo il senso del lavoro che facciamo e cioè fare dischi, comporre canzoni per raccontare qualcosa».

Sei un giovane padre, cos’è per te la paternità?
«È stata la forza motrice assoluta del mio percorso, perché sono un papà innamorato di mio figlio e, quindi, all’interno del mio sogno c’è anche il suo, il mio progetto di vita è anche quello di realizzare il suo. Non è facile perché molte volte il lavoro mi porta a girare, andare lontano. L’esempio di un genitore che impronta il suo stile di vita sulla ricerca della libertà e della felicità credo possa essere un insegnamento importante».

Sei siciliano ma vivi a Milano, cos’è per te la Sicilia?
«È il mio sangue, le mie radici, il mio passato, il mio presente e il mio futuro. È la terra che amo, che mi ha dato grandi ispirazioni, la possibilità di sognare. Paradossalmente quando vieni da un posto tanto criticato, hai la possibilità di pensare e di sognare in grande. Se non hai la fame interiore, il bisogno di arrivare, difficilmente ti dai da fare. La Sicilia mi ha dato la voglia del riscatto!».

Articolo di Angelo Barone    Foto di JM Studios

«Amo la musica perché la musica è vita, è la mia vita» con queste parole Marco Grosso, in arte Marc Ross, giovane produttore di musica House/ Tech House e Dj da sempre, comincia a farmi entrare nel suo mondo musicale. È felice che la sua traccia musicale “Magic Stick” sia stata recensita da DJ Mag Italia, una delle riviste musicali più importanti al mondo. Sono curioso di conoscere la sua esperienza di produttore musicale e Marc mi racconta le sue giornate: «Ascolto tutti i generi musicali: Rock, Pop, R&B, House, Tech House, Techno; prendo spunto da tutti i suoni che mi circondano durante la giornata e cerco di trovare idee per comporre la mia musica. Siria, la mia traccia preferita è nata dalla continua ricerca di nuovi sound e dalle sperimentazioni. Ero in studio ad ascoltare musica dalla quale prendere ispirazioni ed ascoltavo una traccia con suoni tribali africani, ad un certo punto trovo questo vocal incredibile e dico: con questa voce mi sono detto, devo fare un disco assolutamente e così è stato». Essendo amico dei genitori, conosco Marc dalla nascita e so della sua passione per la musica sin da piccolo, la prima consolle a dodici anni e a sedici i primi successi e riconoscimenti a Studio Tre Radio, con il programma Vitamina H viene premiato da Tony H & Lady Elena, icone di Radio Italia Network come miglior Dj del Calatino. Completati gli studi, Laurea magistrale in Economia e Management con 110/100 & lode, decide di seguire la sua passione per la musica e nel 2014 si trasferisce a Milano per studiare alla SAE Institute dove ottiene con successo il “Certificato di produzione musicale elettronica”. Qui inizia la carriera di produttore oltre a quella di Dj che non ha smesso mai di praticare. A Milano entra in contatto con JTV (Joe T Vannelli), icona della musica house in Italia e nel mondo, con il quale inizia a collaborare al progetto Subalove Club, party musicale ideato e creato dallo stesso JTV. Un’altra esperienza memorabile da ascrivere nel suo giovane, ma intenso palmares per Marc è accaduta tre anni fa. «È stata un’emozione indimenticabile suonare al Subalove Club durante l’Expo del 2015». Dopo Milano, per due stagioni estive 2016-2017 è stato a Malta come Dj resident dove ha organizzato una scuola estiva di musica elettronica e poi si è spostato a Barcellona. «Con la scusa di andare a trovare un mio grande amico e collega, Pirupa, owner di NONSTOP Records (Casa discografica nota in tutto il mondo, nda) vi rimasi a lavorare. Sono molto legato a lui, gli devo molto e ho imparato tanto da lui così come da JTV».
Marc dopo aver suonato in molti grandi club in tutto il mondo, sta ricevendo supporto da grandi nomi del settore musicale e le sue tracce sono suonate dai migliori Dj.
Il suo ultimo Ep (album, nda), che include Siria e Magic Stick (NONSTOP Records) ha ricevuto feedback immediati da DJ come Carl Cox, Erick Morillo, Mark Knight e Steve Lawler. Le due tracce sono state apprezzate e suonate al Tomorrowland, uno dei festival più importanti al mondo. DJ Mag Italia ha inserito Magic Stick tra le 10 Top Tracks del genere House/Tech House del 2018. Per la prima volta si è esibito al Sonar Music Festival di Barcellona, una manifestazione internazionale di musica elettronica e sino a oggi è Resident Dj al Macarena Club e al Caffè del Mar. A ottobre ha partecipato all’Ade Festival di Amsterdam e, poco prima che andassimo in stampa, è già uscito il suo nuovo album Da da down per NONSTOP Records.
Marc è un creativo pieno di energia, molto motivato e legato alla sua famiglia «Devo tutto e sono grato ai miei genitori che mi hanno supportato sempre in tutte le mie decisioni, lasciandomi libero di sbagliare, imparare e migliorare giorno dopo giorno, sono e sarò sempre orgoglioso di questa loro fiducia».
Anche a noi fa piacere che Marc possa realizzare tutte le sue aspirazioni e gli auguriamo di potersi esibire nei più prestigiosi club al mondo.

Articolo di Gaetano Cutello    Foto di Biagio Tinghino

Dai quartieri di Palermo ai palcoscenici delle più importanti emittenti televisive nazionali, la strada è lunga.
Ne sa qualcosa il comico Roberto Lipari, classe ‘90, che vanta oramai un percorso artistico degno di nota, dovuto principalmente alla vittoria della prima edizione del talent show comico “Eccezionale veramente” in cui è riuscito a farsi amare dal pubblico del piccolo schermo.
Oggi Roberto, oltre ad essere un idolo sui social, fa parte del cast dello storico laboratorio Zelig e gestisce un Lab al Convento Cabaret insieme ai comici Matranga e Minafò, con i quali ha collaborato per i testi del programma di Rai 2 “Made in Sud”.

Roberto quando hai sentito l’esigenza di comunicare attraverso la comicità?
«In realtà, essendo molto timido, attraverso questo strumento riesco a dire cose che altrimenti non riuscirei a esprimere. Quindi, più che una scelta è una vera e propria esigenza che ho sempre sentito nella vita di tutti i giorni, sin da bambino».

Tu dici che la comicità è un veicolo… ma quanto è difficile trattare tematiche molto spesso spinose attraverso la comicità?
«Molto. Esistono, infatti, due possibilità: la prima è di essere troppo scontati e quindi il rischio di dire qualcosa che il pubblico ha sentito migliaia di volte, la seconda, invece, è infastidire qualcuno che magari la prende più sul personale.
L’esempio perfetto è il film “La vita è bella” di Benigni, nel quale è riuscito a inserire, all’interno della cosa più brutta della storia dell’umanità, un corpo comico, riuscendo a far arrivare il messaggio a tutti. Ovviamente è molto rischioso, ma se riesce il risultato che ne viene fuori è strabiliante».

Com’è cambiata la tua vita dopo la vittoria di Eccezionale Veramente?
«La cosa più preziosa che ho ottenuto da questa vittoria è senza ombra di dubbio l’affetto della gente.
Si è creato, infatti, una sorta di legame fra me e il pubblico che tifava per me, un po’ come accade per le squadre di calcio».

Che consigli dai ai giovani di oggi?
«A parte che io sono ancora giovane (ride, n.d.a.), ai giovani consiglio di inseguire i propri sogni proprio come me che volevo fare questo mestiere, anche se la società ci dice che questo non è un vero lavoro, soprattutto in Sicilia. Siccome le nostre generazioni il lavoro se lo devono inventare, abbiamo la possibilità di sperimentare e reinventare ogni giorno qualcosa di nuovo.
Certo, a volte fallirete, come ho fatto anch’io del resto, ma l’importante è non mollare mai.
Cercate di costruire i vostri sogni e non abbandonateli mai».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Adesso sto scrivendo una sceneggiatura per un film che penso, si vedrà nel 2019, per poi tornare in televisione e in teatro».

Attendiamo con ansia i prossimi lavori del simpaticissimo Roberto Lipari, cui auguriamo una carriera ricca di successi, certi che grazie al suo tipico umorismo siciliano conquisterà sempre più i nostri cuori.

 

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

Volevamo consigliare ai lettori di Bianca una ricetta facile e gustosa da preparare durante il periodo natalizio. Abbiamo incontrato, per l’occasione, un piccolo “grande” chef: Alessandro Iudice, secondo classificato a Junior Bake Off 2017, il noto programma televisivo, in onda su Real Time, che prevede la sfida tra giovanissimi aspiranti pasticceri.
Alessandro ha tredici anni, vive a Ragusa Ibla, dove sta frequentando l’ultimo anno di scuola media e, come tutti i ragazzi della sua età, ha tanti sogni da realizzare ma, come pochi, ha un bagaglio di capacità non indifferente: Alessandro, infatti, è un ottimo cuoco e pasticcere, oltre ad essere simpaticissimo e pieno di interessi.

Quali sono gli ingredienti per diventare bravi cuochi?
«Serve tecnica, fantasia e passione. Se manca l’ultima, il risultato non è mai eccellente».

Cosa ti piace cucinare maggiormente, dolce o salato?
«Premetto che non mi piacciono i dolci ma amo cucinarli. Mi riescono molto bene le torte in generale, la crema e la crostata che vi consiglio… Il salato mi piace mangiarlo, oltre a prepararlo: i miei ravioli con la ricotta al sugo di maiale sono davvero buonissimi!».

Chi è il pasticcere che stimi particolarmente?
«Iginio Massari, lui è il maestro dei maestri. Però, dopo mio padre… ».

Tuo padre, infatti, è un pasticcere. È lui ad averti trasmesso questa passione?
«Sicuramente ha influito ma, per me, è naturale darmi da fare in cucina. Lui mi ha stimolato a partecipare al programma televisivo Junior Bake Off. Un’ esperienza bellissima… ».

Come sei riuscito a passare le selezioni per Junior Bake Off?
«Ci sono state più fasi. Inizialmente eravamo cinquecento. Poi ci hanno posto due prove, la prima consisteva nell’imbottire una torta, la seconda nel preparare integralmente una torta. Quest’ultima prova ha permesso di selezionare i dodici partecipanti al programma. Io ho avuto la fortuna di farne parte».

E tu, oltretutto, ti sei pure classificato secondo…
«Sì. Durante la trasmissione ho avuto modo di farmi apprezzare. Durante l’ultima sfida ho presentato un dolce classico come il profiterole che, nella mia versione, rappresentava l’Etna, quindi la mia terra, la Sicilia. All’interno ho messo un cremoso al pistacchio di Bronte, richiamando un prodotto d’eccellenza siciliano e una colata di cioccolato bianco al peperoncino che stava rappresentando la lava».

Complimenti! Cosa ti hanno detto i giudici?
«Si sono complimentati sia per l’idea sia per l’esecuzione. Ernst Knam addirittura mi ha detto “mi passi la ricetta?”».

Hai altre passioni oltre alla cucina?
«Sì. Mi piace uscire, stare in giro con gli amici. Sono un appassionato di feste e fuochi d’artificio».

Cosa hai in programma per il 2019?
«Voglio prendere il patentino. Per il resto spero di continuare a fare bene quello che faccio!».

Ricetta Crostata di Nat… Ale

pasta frolla
burro gr.100
zucchero, gr.100
n.1 uovo
sale gr.1,5
lievito Bertolini gr.5
farina (00) gr.100
farina integrale gr.100

Amalgamare burro e zucchero fino a renderli cremosi. Aggiungere uova e sale e farli assorbire.
Infine aggiungere le farine con il lievito.
Mettere a riposare in frigo per sei ore circa.

Confettura di lamponi
lamponi gr.650,
zucchero gr.50,
glucosio gr300,
pectina, gr10.

Mettere tutti gli ingredienti in un pentolino e
cuocere il tutto a 120 gradi.

Ganache al cioccolato
panna gr.100,
cioccolato fondente gr.150.

Scaldare la panna e versarla sul cioccolato.

Per la decorazione
Lamponi interi ripieni di crema pasticcera.
Montaggio del dolce: tirare la frolla a uno spessore di 4 cm, mettere la confettura di lamponi e infornare a 170 gradi per 25 minuti circa.
Farla raffreddare, aggiungere la ganache e decorarla con i lamponi ripieni di crema pasticcera.

Articolo di Samuel Tasca    Foto di Valentino Cilmi

Dopo una lunga gavetta, iniziata per gioco, realizzando diversi cortometraggi, il regista calatino Fabio Cillia sta per girare il suo primo film. Nonostante i suoi trentotto anni, tante sono state le soddisfazioni raccolte con i suoi lavori cinematografici. «Sono la stessa persona di sempre – racconta Fabio Cillia -. L’educazione familiare è stata molto fondamentale anche nello sviluppo della mia professione e cerco di portare la semplicità e l’umiltà. A vent’anni volevo andare via per raggiungere obiettivi importanti, oggi devo rendere conto a quel ragazzo che decise di partire da questa terra: mi bastano il mio lavoro, la mia famiglia, i miei affetti, una pacca sulle spalle e sentirmi dire “il tuo film mi è piaciuto tanto”. La passione per il cinema nasce quando mio padre acquistò la prima telecamera, m’innamorai di questo oggetto per giocare e iniziai a fare qualche cortometraggio, diverse persone mi incoraggiarono a continuare in quello che stavo facendo. I filmati diventarono virali con i vhs e cominciarono a girare tra gli amici per farci due risate il sabato sera. La telecamera mi ha portato a pensare che dopo il liceo fosse il caso di provare il cinema». Numerosi sono stati gli apprezzamenti per i suoi film e da lì comprese che la regia sarebbe diventata la sua professione. «Ho capito che fare il regista potesse essere il mio lavoro a tredici anni quando presi quella telecamera. Conservo gelosamente il mio primo lungometraggio “Una vita non basta” girato con l’amico Piero Messina (altro regista calatino, nda) perché credevo che ce l’avrei fatta. È importante credere in ciò che si fa, altrimenti non vai da nessuna parte». Da allora in poi Fabio Cillia ha seguito la sua passione, prima con gli studi e poi subito nel mondo della regia. «Una volta laureato al Dams come programmista e regista di cinema e televisione sono entrato negli studi di Cinecittà, dove ho partecipato a diversi film, ho lavorato con Claudio Fragasso, ho conosciuto produttori come Raffaello Saragò che mi ha seguito per diversi anni, e da poco Salvatore Alongi che sta credendo fortemente in me». L’anno scorso ha pubblicato il libro “Gli amici di mio fratello” in cui racconta la sua adolescenza negli anni ‘80 a Caltagirone, ripercorrendo storie, personaggi e vite vissute e incontrate durante il suo percorso di crescita.
«Prima di scrivere questa storia ne ho analizzato le parti chiave e l’ho lasciata decantare, per poi rivederla a distanza di tempo in modo da essere il più obiettivo possibile. È tratta da un’autobiografia, una storia semplice, ricca di emozioni in cui racconto un periodo di crescita, che sono stati gli anni ‘80 e ‘90 nella mia città. Un momento nostalgico con cui voglio ricordare tutto ciò che ho fatto in quegli anni: la lontananza dalla mia terra è stata la scintilla per rivivere tutta la mia infanzia. L’obiettivo, innanzitutto, è quello di far sorridere la gente, farla commuovere e riflettere, immedesimarsi in alcune situazioni. È un film con cast, regia e produttore (Salvatore Alongi, nda) siciliani, che sarà girato tutto in Sicilia, la maggior parte a Caltagirone, con la collaborazione della Fenix Entertainment di Riccardo Di Pasquale». Fabio Cillia lo scorso giugno ha finito le riprese di “Prigionia”, un progetto nato da un mediometraggio realizzato nel 2010 in collaborazione con l’Istituto Alessio Narbone, che sarà distribuito in Italia e all’estero. «È un documentario su sette personaggi della casa circondariale di Caltagirone che raccontano le loro paure, errori e speranze, il desiderio enorme di redenzione dagli altri e per se stessi, il timore di riprendere in mano la loro libertà perché sono chiusi in un limbo e non sanno come riaffrontare la vita. La produzione One Seven Movies che sta lavorando anche a “Gli amici di mio fratello” (Salvatore Alongi) sta ricevendo diverse richieste di collaborazione da consolidate aziende esportatrici per la distribuzione del docufilm nei paesi esteri».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Cristiano Castaldi

Ha appena compiuto quindici anni, Daniele Bruno, e vanta già un curriculum invidiabile.
“Daniele è un ballerino da sempre – aggiunge il padre – sin da quando, piccolissimo, si muoveva con il girello al ritmo dei suoni che percepiva”.
Oggi Daniele ha ottenuto la possibilità di studiare presso la prestigiosa Accademia Vaganova a San Pietroburgo, laddove si sono formati i più grandi ballerini al mondo e laddove lui, pur lontano dalla propria terra, sta inseguendo il suo più grande sogno.

Daniele quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
«Ho iniziato per gioco. Da bambino mi piaceva guardare i video di Salah, un famoso ballerino di hip hop e ripetevo a me stesso che anch’io avrei voluto fare come lui. All’ età di sei anni decisi di frequentare una scuola di danza ad Augusta: facevo hip hop e breakdance. Ricordo ancora l’entusiasmo della prima gara di gruppo alle Zagare, a Catania, emozionante!».

Come sei passato dalla frenesia dell’hip hop alla compostezza della danza classica?
«È stato un caso. Non avrei mai pensato di fare danza classica se non fosse stato per uno stage, svoltosi a Catania, dove ho avuto la possibilità di confrontarmi con il classico, il moderno e il contemporaneo. Fu una scoperta per me e mi lasciai incuriosire… ».

Così hai iniziato a studiare danza classica?
«Sì. Ho iniziato a Siracusa, poi alla scuola professionale “Il Balletto” di Catania con i maestri Chiara Garofalo e Luca Russo. Ho a cuore le esperienze fatte al Mediterraneo Dance Festival e a DanzArt Festival, con maestri provenienti da tutto il mondo. A dare, però, una svolta alla mia vita fu uno stage fatto con il Maestro Fethon Miozzi.
Lui si accorse, durante lo stage, della mia predisposizione alla danza classica apprezzando la tecnica e la passione che mettevo nei movimenti. Parlò ai miei genitori perché io potessi accedere all’Accademia Vaganova, in Russia, dove lui, tra l’altro, insegna. Per me era un sogno».

Si tratta di un’Accademia molto prestigiosa…
«Assolutamente sì. È una delle scuole di balletto più note al mondo. Qui si sono formati la maggior parte dei più grandi danzatori del panorama mondiale: si pensi a Rudolf Nureyev, Svetlana Jur’evna Zakharova, Michail Nikolaevič Baryšnikov giusto per citarne alcuni».

Possiamo dire che il sogno è diventato realtà: lo scorso anno, nel 2017, entri a far parte dell’Accademia…
«Sì. Ho avuto il privilegio di essere stato scelto! A quattordici anni, così, mi sono ritrovato lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra per coronare un sogno. Tra l’altro in quel periodo ero già entrato anche all’Accademia del Teatro San Carlo di Napoli, ero stato invitato a un corso estivo dell’Accademia dell’Opera di Roma e avevo vinto una borsa di studio per l’Ecole Supérieure de Danse de Cannes Rosella Hightower e all’Ecole Nationale Supérieure de Danse de Marseille».

Sappiamo che oggi detieni un record che ti fa (e ci fa) onore…
«Sono stato il più giovane italiano entrato all’Accademia Vaganova. In 280 anni di storia, sono il più piccolo, nella nostra nazione, ad aver avuto questa possibilità».

Quali sono le tue aspettative?
«Spero di crescere sempre meglio e magari un giorno diventare ballerino di un’importante compagnia. Il mio motto è crederci, sempre e comunque. Se ci credi sei già a metà dell’opera».

E Daniele ci crede, traspare dal suo entusiasmo costante. I suoi genitori credono in lui e gli hanno dato le ali per volare. Noi crediamo nelle potenzialità di Daniele e crediamo che lui sia motivo di orgoglio per la nostra terra, madre di talenti da far apprezzare al mondo intero.

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giuseppina-torregrossa

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Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Arturo Safina

Ha toni pacati e modi gentili. Un sorriso dolce. Giuseppina Torregrossa, medico e scrittrice, ama profondamente la sua terra, e in particolare Palermo, lasciata da piccola per trasferirsi nella capitale dove si è laureata e ha messo su famiglia. Nonostante viva a Roma da tanti anni, il legame con la sua città natale è rimasto forte, tanto che traspare in tutti i suoi romanzi. «La Sicilia è la mia radice solida e un albero può dispiegare i suoi rami solo se è ancorato a una terra attraverso le sue radici. Scrivo soprattutto in Sicilia, ma anche a Roma. Ho bisogno però della mia casa. Porto con me tutta quella sicilianità che il mio cuore può contenere».
La passione per la scrittura è iniziata a cinque anni ma solo in tarda età, quando ha smesso di fare la ginecologa, ha pubblicato il suo primo romanzo esordendo con “L’assaggiatrice”, ma il successo è arrivato con “Il conto delle minne” (tradotto in dieci lingue), “Manna e miele, ferro e fuoco”, “Panza e prisenza”, “La miscela di casa Olivares”, “A Santiago con Celeste”, “Il figlio maschio” e “Cortile Nostalgia”, attraverso cui ha anche ricevuto prestigiosi premi come “Donne e teatro”, il Premio Letterario Internazionale Nino Martoglio e il Baccante. Per quanto possano sembrare distanti il mondo della medicina con quello della scrittura in realtà «C’è un’antica tradizione di medici scrittori. Forse il medico ha bisogno di scrivere per contenere le emozioni della sua professione. E la letteratura attinge alle profondità dell’animo emotivo. La passione accomuna i due mondi». E a proposito di passioni Giuseppina Torregrossa ci rivela cos’altro ama «la lettura, il teatro, il nuoto, i viaggi, ahimè sempre di meno».
Le sue storie, con uno stile molto fluente, raccontano di sentimenti, di personaggi, delle loro storie, di amore, di cibo e di sesso dov’è possibile percepire la vita e gli umori della Sicilia. «La mia è una scrittura sensoriale e con i miei romanzi voglio trasmettere il mio sentire, tutti i sentimenti, attingendo al mio vissuto. Lo scrittore è un militante che non può permettersi scivoloni».
Nei suoi libri c’è un forte legame con il cibo e la sua terra, «Le parole sono gli ingredienti della letteratura. La lingua siciliana è quella che mi ha cullato da piccola, ovvio che scrivo, parlo e cucino in siciliano. Il cibo è un bisogno primario, la cucina un modo di declinarlo attraverso la cultura. Il mio piatto preferito è la caponata».
Le protagoniste dei suoi libri sono donne dai caratteri forti, decise, determinate ma anche femminili e sensuali ma quasi relegate a ruoli subalterni quando in realtà «la donna potrebbe salvare il pianeta se glielo permettessero».
Anche il suo ultimo romanzo “Il basilico di Palazzo Galletti” è ambientato nella sua Palermo, in un palazzo gotico di Piazza Marina, delimitata da edifici storici come Palazzo Chiaramonte o Steri, l’antica Vicaria o Palazzo delle Finanze, Palazzo Notarbartolo di Villarosa Dagnino, in cui racconta la storia di un omicidio della Palermo bene, «è un giallo, la mia commissaria Marò indaga su un caso di femminicidio». E con la sua eleganza, finita l’intervista, accende un sigaro avvolgendo così altri pensieri e nuove storie.

 

santi visalli

 santi visalli

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Newell Clark e Santi Visalli

É arrivato negli States inseguendo il sogno americano. La Sicilia, per tanti motivi, gli stava stretta e così Santi Visalli armandosi di tenacia e voglia di fare ha raccontato al mondo intero, attraverso i suoi scatti, l’America sino ai giorni nostri. «Quando son cresciuto io, Messina era considerata una delle più belle città della Sicilia. La chiamavano la Regina dello Stretto. Noi eravamo poveri, mio padre era barbiere, però eravamo felici. La parentela era molto numerosa e durante le feste era un’enorme gioia. Dopo la guerra ho preso il diploma di Ragioneria all’Istituto Tecnico Iaci di Messina, e per molti anni ho invano cercato lavoro. Mentre il nord si sviluppava noi al Sud ancora morivamo di fame. Ecco il motivo per il quale, con due altri amici decidemmo di fare un raid di 150 mila chilometri in giro per il mondo. Durante questo giro incominciai ad imparare qualche primo elemento fotografico. Dopo tre anni di avventure e disavventure arrivammo a New York». Santi Visalli, mantenendo le sue radici siciliane, ha ancora vivo il ricordo della sua avventura e gli inizi non facili a New York. «Qui per necessità raffinai le mie capacità di fotografo. Non parlavo inglese e mi esprimevo con le mie immagini. La fotografia è un grande mezzo di comunicazione». Lui che aveva visto al cinema i divi di Hollywood, con uno stile tutto suo, a tratti personale e artistico, ha fotografato star, presidenti e paesaggi urbani raccontando la nazione più ricca del mondo e i suoi personaggi. «Io sono un fotogiornalista, quindi mi sento un testimone. Dall’inizio ho sempre tenuto in mente di impressionare le mie pellicole per i posteri. Sono un testimone oculare del mio periodo storico, sessant’anni di fotogiornalismo». Le prime pagine dei più famosi giornali internazionali, dal New York Times a Life, da Newsweek a Time, da Forbes all’Europeo, hanno pubblicato le sue foto, sono state esposte nei più prestigiosi musei e ha pubblicato oltre 14 libri. «Sì, sono arrivato ai vertici della mia professione. Se esiste un vertice» ma la vera svolta professionale arrivò nel 1966 quando riuscì ad immortalare «la festa di Truman Capote ed il matrimonio a Tel Aviv dei figli di Moshe Dayan». Come tutte le persone dotate di talento e capacità all’estero gli è stato tributato il successo che merita, meno nel suo Paese, anche se recentemente qualcosa, per fortuna, è cambiata «mi pesa moltissimo. Ci penso ogni giorno. Nemo Profeta in Patria» dichiara Santi Visalli con un po’ di rammarico e da persona umile spiega che ciò che lo inorgoglisce di più è «quando qualcuno mi ferma per congratularsi con me per quella particolare fotografia». Occorrono tre elementi fondamentali per avere una foto ottimale che rimanga un punto fermo nella storia, «la rendono eterna la luce, la composizione ed il messaggio. Come diceva Henri Cartier Bresson bisogna catturare “the decisive moment”, il momento decisivo. Per la luce mi sono ispirato ai nostri quadri rinascimentali. Per la composizione agli impressionisti francesi e per il messaggio alla mia esperienza. I miei idoli sono, come ha visto, Tony Vaccaro e Lewis Wickes Hine». Tra i tanti personaggi ritratti quello che l’ha più colpito è stato «Federico Fellini, con il quale ho lavorato» ed altri ancora sono quelli con cui «qualche volta più che amicizia, è nata la stima, il rispetto professionale». Mentre oggi si tende a pubblicare tutto sui social Visalli è di parere diverso «odio i social, però la digitalizzazione pur essendo povera di qualità ed aver sputtanato la professione, è di enorme importanza per la rapida comunicazione. L’analogico. La grana nella pellicola è insostituibile». In tanti anni di carriera, che gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha messo su un grandissimo archivio con oltre centomila fotografie, custodite in una fondazione «Il patrimonio è stato collocato due anni fa. Volevo darlo alla mia Messina, ma mi hanno riso in faccia». I suoi scatti, quasi poetici, ripercorrono un vero e proprio viaggio nel tempo, eventi storici, personaggi famosi e icone del nostro tempo, grazie alla sua grande capacità di catturare quella luce che li rendono eterni perché diventi il tempo di tutti, e Santi Visalli mi anticipa che sta lavorando a nuovi progetti, di cui per ora vuol mantenere il più stretto riserbo.

 

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Archivio Sonzogno Editori

La musica per lui non è un fine ma il mezzo per comunicare sentimenti ed emozioni con il mondo. È un musicista, un virtuoso del violoncello, un accademico, un compositore fuori dal comune e un esploratore del mondo dei suoni, dei continenti emotivi, del tempo, del mondo in tutta la sua varietà e interezza. Per Giovanni Sollima, autore poliedrico palermitano di fama mondiale e figlio d’arte, «Il suono è uno strano flusso. L’aria, l’acqua e il suono sono tutte materie liquide. Il suono ti avvolge, ti copre, scompare, ti trafigge, può essere violentissimo. È qualcosa che non riesci ad afferrare, perché lui ti abbraccia, ti prende. Io sento questa cosa. Se tolgo questa patina protettiva che è il suono e mi spoglio divento fragilissimo o fortissimo, comincio a lottare, a tirare fuori i denti e mi accorgo di com’è il mondo. A me non dispiace, se ne parla male ed è tremendo, ma in questa negatività vengono fuori delle isole di positività e di una bellezza incredibile».
Il suo genio creativo lo spinge a esplorare diversi generi, dal Rock al Jazz, dalla musica elettronica a quella mediterranea e con il suo unico compagno di scena, un violoncello Francesco Ruggeri del 1679, trasmette i suoi stati d’animo nella sua musica senza confini.
«La musica può assumere qualunque forma e valenza e la cosa più inaspettata per me è che spesso ciò che dico viene interpretato in maniera diametralmente opposta ma valida o comunque con una certa libertà. La musica ha un segno, fornisce un indizio, poi è come una schermata internet, vai a cliccare e prendi dei percorsi, delle strade che ti portano anche lontano».
Giovanni Sollima è anche un grandissimo compositore di colonne sonore per il cinema, il teatro e la danza, tanto che, oltre a proporre le sue composizioni in tutto il mondo, gli sono stati tributati tantissimi premi, «Per me il brano nasce da un indizio oppure arriva già composto in qualche modo, spesso nasce dalla fine, alcuni brani è come se maturassero nella mia testa da tempo».
Ovviamente i suoi continui viaggi in giro per il mondo hanno “contaminato” le sue composizioni «Quando scrivo il tema del viaggio, anche a volerlo evitare, è sempre saltato fuori nei miei pezzi in modo palese, dirompente, a volte anche fastidioso».
Insegnante presso la Fondazione Romanini di Brescia e l’Accademia di Santa Cecilia e direttore artistico della Società Italiana del Violoncello da sempre coinvolge gli allievi anche in attività extra accademiche, «Il mio rapporto con i ragazzi è alla pari, da coetanei, perché con loro ho anche un rapporto di amicizia. Gli stimoli non sono legati solo alla musica, propongo di studiare delle cose, loro propongono di lavorare su certi pezzi, fanno ricerche anche su internet, si ascolta. Insomma insegno in un conservatorio ma c’è ben poco di accademico in quello che faccio».
Il suo genio creativo lo porta a sperimentare continuamente, nuovi generi, nuovi strumenti, nuove sonorità, e di recente si è concluso il N-Ice Cello, un tour che ha interessato tutta la Penisola, un progetto culturale e musicale in cui Giovanni Sollima si è esibito nelle sue performance con un violoncello di ghiaccio realizzato dall’artista americano Tim Linhart. «L’idea è nata una decina di anni fa in Val Senales sui 3000 metri di quota in un igloo e suonato in una bolla con una temperatura di circa -12 gradi dando la sensazione di essere un grande risuonatore mentre il suono è siderale, ancestrale, diverso, più lungo». Con questo progetto, che prevede anche un docufilm scritto e diretto da Corrado Bungaro, con la raccolta di riflessioni di personaggi incontrati dalle Alpi alla Sicilia, si vuole far riflettere sul tema dell’acqua e della sua importanza globale, poiché ogni anno milioni di persone si spostano dal sud al nord alla sua ricerca. E questo tour è stato un itinerario al contrario, restituendo così l’acqua nel Mediterraneo. Giovanni Sollima, ricercatore e sperimentatore di nuovi suoni, presto saprà regalarci nuove emozioni con i suoi virtuosismi con il violoncello.

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