Tony Canto

“CASA” IL NUOVO BRANO DI TONY CANTO RIEVOCA LE TRADIZIONI SICILIANE E BRASILIANE

È in radio e disponibile in digitale “CASA(Athena Produzioni Srls /Artist First), il nuovo brano del poliedrico artista TONY CANTO, che partendo dalla Sicilia ha conquistato il Brasile fondendo nella sua musica le tradizioni siciliane e brasiliane.

 

Casa(https://tonycanto.lnk.to/Casa), scritto dallo stesso Tony, è un brano dal sound brasiliano, marcatamente influenzato dall’armonia, dal ritmo e dal movimento tipico del paese verde oro.

Lo stile musicale di matrice pop internazionale richiama il samba, l’immancabile chitarra classica, suonata dallo stesso Tony, e le percussioni fanno da anima del brano e accompagnano il testo scritto prevalentemente in italiano, arricchito da espressioni inglesi e portoghesi. Tony affida alla musica, che è da sempre riconosciuta come linguaggio universale, un messaggio di unione tra tutti i popoli e della non appartenenza ad una specifica parte del globo. 

 

«Gli animali da sempre e per sempre conoscono l’armonia e i loro versi antichi evocano vita e rispetto, loro non sanno cosa siano le nazioni né le religioni, esistono e convivono – afferma Tony Canto – L’essere umano è il cortocircuito esistenziale, adatta l’ambiente a se stesso e se migra viene fermato da altri uomini. Il mondo è casa. L’amore è l’unica casa possibile. Una guerra in un luogo è una guerra in tutto il mondo».

 

Online anche il video musicale: https://www.youtube.com/watch?v=r9toqH2fJ-A 

 

Il videoclip, semplice ma incisivo, vede l’alternarsi di scene in cui Tony interpreta il brano, altre in cui impugna la sua chitarra e momenti in cui tiene tra le mani un pallone. La sfericità di quest’ultimo è usata come similitudine del globo sul quale i cittadini del mondo, rappresentati dalle sue dita, si incontrano e proseguono il loro cammino insieme. Il cantautore usa il pallone anche come strumento a percussione, per ribadire come il ritmo della musica sia la forza che unisce tutto il mondo

Tony Canto

Tony Canto è un musicista compositore, cantautore, produttore, scrittore, arrangiatore e chitarrista siciliano. Ha all’attivo cinque album: “Il visionario” (2007, NUDDU), “La strada” (2009, Leave Music/ Self), “Italiano federale” (2011, Leave Music/ Universal) e “Moltiplicato” (2016, Leave Music/ Sugar Music), quest’ultimo edito anche in Brasile con una versione italo portoghese intitolata “Moltiplicato Brasil” (2020, suga music/Dubas musica) e “Casa do Canto” (2022, Dubas musica).

Da diversi anni è nel roster di Sugar Music in qualità di autore per Nina Zilli, Raphael Gualazzi, Mannarino, Pilar, Bungaro ed è co autore con Giovanni Allevi del brano “Life Is A Miracle” interpretato da Federico Paciotti e Sumi Jo. Tony ha inoltre lavorato in qualità di produttore artistico e arrangiatore ai primi quattro album di Alessandro Mannarino e all’ultimo album di Mario Venuti. 

Nell’ambito cinematografico, invece, ha collaborato alla composizione delle colonne sonore di film quali “La Vita Come Viene” (di Stefano Incerti, 2003), “Manuale D’Amore” (di Giovanni Veronesi, 2005), “La Matassa” (di Giambattista Avellino, Valentino Picone e Salvatore Ficarra, 2009), “La Prova” (di Ninni Bruschetta, 2017) e “Ci vuole un fisico” (di Alessandro Tamburini, 2018). Nel 2013 vince il premio Mario Camerini come “Miglior brano su film” con “Ti amo Italia” scritta per il film “Benur” di Massimo Andrei.

È autore del testo e della musica del brano “A mare si gioca”, la poesia sulla migrazione interpretata da Nino Frassica sul palco del Festival di Sanremo 2016.

Nel 2020 Tony pubblica il suo primo romanzoIl sognatore seriale” e nello stesso anno è impegnato in una tournée in Brasile per presentare l’album “Moltiplicato Brasil”. Nel gennaio 2022 pubblica “Casa do Canto” che presenta dal vivo con un tour teatrale che lo vede esibirsi nelle maggiori città brasiliane. Nello stesso anno scrive e porta in scena come attore, insieme a Maurizio Marchetti, la commedia “Ma si…dai”.

san berillo

“Un inconfessabile segreto”: il romanzo di Gloriana Orlando nell’anima di San Berillo

di Eleonora Bufalino  Foto di Gloriana Orlando

… Convivevano, a stretto contatto di gomito, carrettieri, intrallazzeri di vario genere, piccoli artigiani, artisti, avvocati, professori… a poca distanza da tuguri e case terrane, prive anche dei servizi igienici, si trovavano costruzioni dignitose, palazzetti di buon gusto e… postriboli di tutti i tipi…”.

Le prime pagine di “Un inconfessabile segreto” si aprono descrivendo uno dei quartieri più problematici e al contempo affascinanti di Catania, San Berillo. La sua autrice, Gloriana Orlando, ne svela sin dall’inizio i tratti caratteristici, consegnando ai lettori un romanzo in cui si mescolano le sfumature del mistero con i fatti storici della città. Una Catania martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ritorna a vivere dopo la Liberazione, anch’essa teatro di grandi sofferenze per la popolazione, e che proprio in questa rinascita subisce la demolizione di San Berillo. Nel libro, le vicende dei protagonisti tratteggiano lo scorrere dell’esistenza nelle zone più interne della città etnea, immersa ora nella disperazione degli anni del conflitto, ora nel disorientamento di quanto restava da salvare e ricostruire.

Curiosi di cogliere i motivi che hanno condotto la scrittrice a narrare gli eventi del quartiere “a luci rosse” di Catania e ad intrecciarli alle vite dei personaggi del romanzo, le abbiamo rivolto qualche domanda. Gloriana Orlando è anche insegnante di Lettere, attività che svolge nella sua amata città.

gloriana orlando

Gloriana, la trama del tuo racconto crea un intreccio con l’ambientazione, rumorosa e variopinta, del quartiere di San Berillo. Qual è il tuo legame con esso?

«Sono cresciuta in centro, in via Di Sangiuliano, ai margini di San Berillo, che allora era perfettamente inserito nel tessuto sociale di Catania; ricco di tante realtà ma non malfamato come si è soliti generalizzare. Dopo aver vissuto in varie zone, 15 anni fa sono ritornata nel quartiere e ho sentito l’esigenza di raccontare quanto accaduto: il suo cosiddetto “risanamento”. Ho condotto ricerche consultando i giornali dell’epoca e l’Archivio di Stato, ma soprattutto ascoltando le testimonianze degli ex abitanti. Le loro storie mi hanno parlato di una lacerazione mai guarita, dovuta a uno sventramento coatto che, a partire dal 1957, vide lo “spostamento” di circa 15 mila persone in zone appositamente create, prive di collegamenti con il centro e di servizi».

un inconfessabile segreto

Il tema della prostituzione; le stradine, i vicoli, gli angoli di San Berillo brulicavano di donne che, il più delle volte per povertà, vendevano il loro corpo. Nel tuo libro parli soprattutto delle case chiuse, dalle più umili alle più raffinate, frequentate da tutti i ceti sociali. Cosa accadde in seguito allo sventramento?

«Nel 1958 fu approvata la legge Merlin che abolì la regolamentazione della prostituzione e vide la chiusura delle case di tolleranza. Tuttavia, il fenomeno della prostituzione non si arrestò ma anzi dilagò ancora di più in maniera clandestina. Le millantate motivazioni di sradicare la criminalità e offrire alle donne del quartiere la prospettiva di una vita diversa apparvero poco credibili e il progetto di costruire un quartiere moderno nel centro elegante della città stentò ad avverarsi».

san berillo

Che ruolo riveste l’impegno di istituzioni e privati nei veicolare il cambiamento?

«Oggi San Berillo sta provando a riscattarsi; sia attraverso le associazioni, come Trame di Quartiere, che puntano all’integrazione di tutte le componenti del quartiere, sia tramite alcune attività commerciali, che attraggono giovani e turisti. Sono due modi diversi di fare riqualificazione, in un reticolo sociale così complesso!».

 

Il romanzo della Orlando è l’immagine della Sicilia più vivida e autentica, in cui convivono tutti i colori dei sentimenti umani, descritti superbamente da giochi di scrittura che alternano espressioni dialettali a termini ricercati. Leggendo, ci si immerge in una “contraddizione” stilistica, proprio come le scene di vita quotidiana, semplici, che fanno da sfondo a segreti inconfessabili.

marinella fiume

Marinella Fiume racconta l’universo femminile

di Omar Gelsomino   Foto di Andrea Giuseppe Cerra

Lo studio sulle donne è sempre stato al centro delle sue pubblicazioni. Originaria di Noto, ma trasferitasi a Fiumefreddo di Sicilia, dove è stata primo sindaco donna per due mandati, Marinella Fiume, laureata in Lettere classiche e dottore di ricerca in Lingua e Letteratura Italiana, ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti per il suo impegno sociale e la sua produzione letteraria.

Insieme a lei percorriamo un viaggio nell’universo femminile. «Sono una persona perennemente in viaggio, una donna che cerca di imparare dalle avversità, dal dolore, dalle esperienze negative vissute per tesaurizzarle e trarne motivo di forza emotiva. La scrittura in questo è stata fondamentale per me, perché il viaggio è anche ricerca delle parole. La scrittura mette ordine, organizza e risignifica il fluido e caotico mondo interiore e quello della memoria. La scrittura è salvifica».

La sua missione è riscattare le donne dall’oblio. «Le donne sono state dimenticate dalla Storia che pure, ovunque nel mondo – anche in Sicilia – , hanno contribuito a fare. Le donne per lunghissimo tempo non sono mai state raccontate o lo sono state molto poco. È come se non fossero mai esistite, fantasmi invisibili. L’invisibilità è la causa principale della diseguaglianza di genere. Da qui l’esigenza di un vero e proprio Dizionario di Siciliane che ho curato già nel 2006. Si trattava di colmare un grosso vuoto, una profonda lacuna storiografica».

marinella fiume

Una donna in particolare ha influito nella sua vita. «Sono nata, da una famiglia di netini da generazioni, a Noto, il barocco giardino di pietra dove sono rimasta fino alla scuola media. Respiravo bellezza, ma quella bellezza di una decaduta aristocratica d’altri tempi che ha impegnato i suoi gioielli al banco dei pegni. Vivevo in una palazzina Liberty proprio di fronte al palazzo dove Mariannina Coffa, la capinera di Noto, passò gli ultimi anni di vita e dove un’epigrafe marmorea ancora la ricorda. Da quella epigrafe che mi fermavo a leggere ogni mattina andando a scuola non seppi più staccarmi. Fu un destino. Quando ne feci oggetto della tesi del mio dottorato di ricerca scoprii che la sua poesia andava ben al di là di quella sospirosa d’amore che tanto piaceva ai biografi locali e che il linguaggio nascondeva messaggi cifrati. Grazie a lei scoprii una Sicilia diversa, mai studiata dalle Accademie, una Sicilia molto avanzata sotto il profilo culturale e scientifico, in linea con i più progrediti paesi europei».

Ma qual è la condizione della donna in Sicilia? «Sotto il profilo socio-politico e lavorativo la situazione non è rosea, anche se la pandemia ha dimostrato come il Paese abbia retto grazie alle donne. Ma credo che ovunque, anche in Sicilia sia iniziata l’èra delle donne perché solo da queste può venire la salvezza a questo nostro mondo malato. È il modo diverso delle donne di stare al mondo, di abitarlo, che sta producendo una profonda rivoluzione».

Insieme a Fulvia Toscano hanno ideato un festival dedicato alle donne. «“La Sicilia e la Calabria delle donne – Festival del genio femminile in Sicilia e in Calabria” vede come protagonista il multiforme ingegno declinato dalle donne in molteplici settori con l’intento di sottrarre all’invisibilità le donne siciliane e marcare della loro presenza i territori di appartenenza narrando le “storie”, le “imprese”, l’impegno, i percorsi, i risultati raggiunti nei vari campi, in una parola il genio. Questa terza edizione vede protagoniste le donne e la politica, le donne e le istituzioni. Il festival diventerà “L’Italia delle donne” grazie all’interesse dimostrato dal Centro per la lettura e il libro del Ministero della Cultura che comprende 700 città che leggono».

Prima di lasciarci a questa piacevole intervista Marinella Fiume ci anticipa la sua prossima fatica letteraria. «A marzo uscirà per la romana casa editrice Iacobelli il mio nuovo libro, dal titolo curioso e ironico: “Strèuse. Strane e straniere di Sicilia”. Una galleria di ritratti di regine senza corona».

laura distefano giornalista

Laura Distefano: il mestiere di scrivere tra rigore, passione e coraggio

di Patrizia Rubino   Foto di Salvatore Ferrara

C’è rigore, scrupolo e coraggio, nel lavoro di Laura Distefano stimata cronista di nera e giudiziaria ed esperta di storia della mafia siciliana. Giornalista professionista, 43 anni, originaria di Ispica, vive e lavora da diversi anni a Catania. Si fa notare per il suo stile incisivo che rivela studio e preparazione, attraverso l’intensa e lunga collaborazione con la testata online LiveSicilia, ma è anche la grande passione per il mestiere che traspare dai suoi articoli, a creare una forte empatia con i lettori.

Conclusa da qualche mese l’esperienza professionale con LiveSicilia, è approdata al quotidiano La Sicilia.

laura distefano giornalista

Quando scopri la tua passione per il giornalismo?
«Diciamo che l’ho maturata nel tempo. Da piccola amavo la danza e immaginavo una carriera da ballerina, crescendo ho abbandonato, però la passione per il ballo mi è rimasta dentro. Mi piaceva scrivere, a 12 anni ho cominciato a tenere un diario dove buttavo giù le riflessioni di un’adolescenza complessa. Ho frequentato un istituto tecnico, i miei genitori speravano in un mio futuro nell’azienda di famiglia, ma non era la mia strada così dopo il diploma scelsi di studiare Scienze della Comunicazione in Toscana. Non pensavo ancora al giornalismo, ma amavo scrivere e mi ero appassionata alla sceneggiatura. Tra il 2000 e il 2001 sono andata a studiare a New York, qui ho fatto uno stage alla Rizzoli; mi occupavo di fotocopie, ricerca di articoli e archiviazione. Un’ esperienza breve ma il contesto era molto stimolante. Rientrata in Sicilia, dopo una parentesi a Torino, il mio approccio importante al giornalismo nasce dalla collaborazione con Video Mediterraneo, emittente televisiva di Modica. Lavoravo per la redazione catanese: servizi giornalistici, riprese e anche il telegiornale, che confesso soffrivo perché non amavo andare in onda. Sono stati sei anni intensi, durante i quali ho imparato molto, grazie anche a colleghi che hanno creduto in me. Ho capito che quello era il mio mestiere, da qui la decisione di diventare giornalista professionista».

Nei tuoi articoli racconti di mafia e malaffare con una perizia non comune.  Come nasce l’interesse per questi temi?
«Nel 2012 sono entrata a far parte della redazione catanese di LiveSicilia – che ho lasciato da qualche mese – con un gruppo di giornalisti coordinati da Antonio Condorelli, oggi direttore, a cui sono molto grata per la grande opportunità di crescita professionale. Inizialmente scrivevo di tutto ma mi resi conto che riguardo ai fatti di cronaca giudiziaria specie quelli legati alla mafia catanese, c’era un buco, mancava il giusto approfondimento. Così ho cominciato a frequentare sempre più spesso il tribunale, a studiare i processi, a raccogliere dati, immergendomi nell’intricato mondo dei clan, scrivendo le loro storie fatte di guerre, alleanze e malaffare. Racconto di una mafia che c’è ma sembra non esistere perché si trasforma, s’infiltra e fa affari con i colletti bianchi. Ho fatto un lungo e complesso lavoro di ricostruzione della storia della mafia etnea dal ’93 ad oggi che ho voluto raccogliere in un libro che pubblicherò presto».

Per le tue inchieste hai ricevuto offese e anche intimidazioni.
«Purtroppo sì. Io rispondo sempre con il mio lavoro, raccontando i fatti e verificando le notizie nel rispetto della deontologia. Credo moltissimo nel ruolo sociale del giornalista, l’informazione stimola il pensiero dell’opinione pubblica e apre le menti. E quando succede con i giovani, l’ho riscontrato incontrando gli studenti, la soddisfazione è grandissima e sento che il mio lavoro ha valore».

C’è un approccio particolare nel tuo racconto di casi di cronaca.
«Cerco sempre di scavare, di andare oltre la nuda cronaca, che resta sempre di base. Ci sono storie che rimangono dentro: la piccola Elena Dal Pozzo uccisa dalla madre, il papà che dimenticò il figlioletto in auto, o l’ omicidio-suicidio di una coppia di anziani. Storie di vite dove anche il dettaglio, che cerco sempre, fa la differenza nel racconto».

asja abate

Asja Abate. Inarrestabile campionessa

di Samuel Tasca  Foto di Asja Abate

Classe 2000, originaria di Porto Empedocle (AG), Asja è… “una persona importante”, mi risponde lei quando le chiedo di descriversi, “e soprattutto modesta” aggiunge divertita la madre Caterina, presente anche lei all’intervista.

Ventitré anni appena compiuti sono bastati ad Asja per collezionare una lunga serie di importanti traguardi nella sua vita: prima gli studi, con il conseguimento del Diploma Alberghiero e poi la Laurea Triennale e Specialistica in Scienze Motorie; poi il conseguimento del titolo come Tecnico Societario per la Ginnastica Artistica e un secondo corso come istruttrice di pilates. Ma ciò che più di tutto la rende orgogliosa sono i risultati nell’ambito della sua disciplina sportiva: la ginnastica artistica. Asja, infatti, nel 2022 ha trionfato ai Campionati Mondiali di Ginnastica Artistica, svoltisi a Pontedilegno-Tonale, classificandosi terza nella specialità Trave e Volteggio in una competizione che ha visto coinvolti più di centocinquanta atleti.

A precedere questo importante risultato altri innumerevoli traguardi: medaglia di bronzo ai Trisome Games di Firenze nel 2016; terza classificata ai Mondiali di Ginnastica Artistica a Mortara nel 2015 e ancora il podio assoluto in tutte le quattro specialità agli ultimi Campionati Italiani 2019, 2021 e 2022 organizzati della F.I.S.D.I.R.

«Abbiamo iniziato a piccoli passi, ma siamo arrivati a traguardi davvero importanti, anche senza troppe difficoltà, perché lei è molto caparbia – mi racconta Caterina -. Lei è piccolina, ma quando affronta le gare diventa una vera e propria gigante».

Per Asja, infatti, la sfida più grande è stato diventare campionessa mondiale. «Io sono andata là per vincere, non per partecipare», mi dice convinta riferendosi all’ultimo campionato. Ed è proprio questa caparbietà ad averla resa a tutti gli effetti un’inarrestabile campionessa in tutte le sfide che ha affrontato sin dalla più tenera età: iniziare la scuola a cinque anni e conseguire la laurea specialistica, diciotto anni più tardi, con una sessione d’anticipo; diventare allenatrice per i bambini che vanno dai quattro ai sette anni continuando ad allenarsi per tre ore ogni sessione; e diventare la prima istruttrice della F.G.I. (Federazione Ginnastica d’Italia) con sindrome di Down.

asja abate

Proprio così, perché Asja è affetta da sindrome di Down, ma questo non le ha mai impedito di raggiungere i suoi obiettivi, ed è il motivo per cui fino a questo punto ho scelto di non nominare mai la sua disabilità: perché quelli di Asja sono risultati impressionanti a prescindere dalla sua condizione e perché ciò che la rende davvero speciale è la sua grinta, la sua testa dura e la sua voglia di fare, diventando davvero un esempio per chiunque. Oltre alla sua allenatrice Francesca Trupìa, «che è sempre stata un’eccellente motivatrice – raccontano Asja e la madre -, ciò che l’ha sempre stimolata e spinta a superare i propri limiti è stato proprio allenarsi in un contesto in cui non erano presenti altri atleti disabili, ponendola al pari di tutti gli altri, senza ricevere alcun trattamento di favore».

Quella di Asja è una storia straordinaria che mostra a ognuno di noi quanto si possa ottenere con l’impegno e la motivazione. Oggi la nostra campionessa si prepara già per la sua prossima sfida: le competizioni nazionali di Rimini che si terranno a giugno e le permetteranno di qualificarsi per i Mondiali di Turchia. Nel frattempo, però, ha iniziato quella che sembra essere davvero la sfida più ardua che abbia mai affrontato, addirittura più complessa di un campionato internazionale: prendere la patente!

rita botto

Rita Botto. La custode della musica siciliana

di Omar Gelsomino   Foto di Teresa Bellina

Musica coinvolgente, voce fluida e talento indiscutibile. Sono questi i tratti distintivi di Rita Botto, l’affascinante cantante e autrice catanese, aperta alle sperimentazioni e ancorata alle proprie tradizioni. Una voce versatile che le permette di spaziare fra repertori diversi, cantando in siciliano e reinterpretando alcuni brani rimane fedele alla sua terra, regalando emozioni a chi l’ascolta.

Anche per lei la passione per la musica è nata molto presto. «Sin da piccola imitavo, davanti al televisore in bianco e nero, la grande Mina! Cantare è un dono di natura, bisogna solo riconoscerlo e poi coltivarlo. Si possono fare studi canonici, oppure come ho fatto io, tutto ad orecchio, con molto ascolto di musica e soprattutto di voci, le più disparate. Certo il mio modo, non mi ha semplificato sempre la vita, ma ha dato i suoi frutti e rende creativo il risultato». Così dopo diverse sperimentazioni ha scelto il suo genere musicale. «La musica folk è stata solo un punto d’approdo di tutte le mie diverse esperienze precedenti. Frutto di anni di sperimentazione tra diversi generi musicali. Tutto questo è una splendida palestra, ma ad un certo punto ti confondi, non sai che strada prendere. Credo che la scelta del folk sia nata dalla necessità di affermare la mia identità in una città come Bologna, in cui ho vissuto per più di 20 anni e dove per la prima volta ho cominciato a cantare. Finalmente potevo esprimermi nella mia lingua. Tutto questo mi dava una spinta maggiore, veniva fuori tutto il vulcano e il mare che avevo dentro».

rita botto

Alla domanda a chi si è ispirata, Rita Botto risponde seccamente: «A Rosa Balistreri. L’unica grande cantante del folk siciliano e prima cantautrice italiana. Una voce intensa e una vita sofferta, che ha saputo tramandare tantissimi canti della tradizione siciliana. Ad oggi tutti, cantano le sue canzoni. Rimane eterna. Non mi sono mai sentita la sua erede. Inizialmente, appena morta Rosa, ho sentito di non lasciare che la sua figura così forte venisse dimenticata, ed ho trovato nel suo materiale la possibilità di sciogliere tutte le mie emozioni cantando in siciliano. È giusto essere in tanti a farla rivivere nei cuori di chi ascolta».

L’amore è il tema dominante di tutti i suoi brani. «L’amore è importante per tutti, è il sale della vita. Cantare ciò che si sente aiuta l’interpretazione, anche quando si parla d’amore finito, spento. Da questa musica ho cercato di prendere i temi della tradizione più attuali, che rispecchiassero la mia contemporaneità. Bellissimi i canti che parlano del raccolto, della semina, certo, ci dicono qualcosa che non c’è più, almeno in quel modo! Ma i sentimenti nell’uomo, nel trascorrere tempo, restano un po’ quelli…».

La sua terra rimane un altro punto saldo oltre alla musica. «La Sicilia è il punto fermo della mia vita, è il luogo dell’anima. Sono e resto isolana! Conservo lì tutti i miei tesori, la famiglia, gli amici, i ricordi. Forte è il richiamo di odori e profumi, quanto di più atavico è nell’uomo. Adesso sono ritornata a vivere a Catania e non vedo l’ora dopo un viaggio di farvi ritorno. Ma ho lasciato un bel pezzo di me in Emilia, la sento come una seconda casa. Posso dire con le parole di Gesualdo Bufalino, che un siciliano è un concentrato di personalità indecifrabili persino a se stesso, una contraddizione vivente, dominato da bizzarri sentimenti! E poi, personalmente ho la tragedia dentro, alternata a grandi entusiasmi ed euforia, momenti teatrali. Ecco tutto questo abita in me, e l’essere un’isolana mi ha sempre spinto ad uscire fuori dai confini».

Per Rita Botto adesso è tempo di nuovi progetti. «Sto lavorando ad un tributo a Franco Battiato, assieme al coro Lirico Siciliano ed un ensemble di musicisti, dove interpreto alcune sue celebri canzoni. Ho appena finito di fare, per il centenario della sua morte, un bellissimo omaggio a Pier Paolo Pasolini, ospite dell’orchestra di Carlo Cattano, che mi vede cantare e recitare le poesie del maestro. E poi chissà cosa porterà questo nuovo anno».

 

cappellani

Marianna Cappellani e la passione per la lirica.

di Omar Gelsomino  Foto di Bruno Torrisi

La sua voce incanta tutti. Un vero talento della lirica quello di Marianna Cappellani, soprano catanese apprezzata nei teatri italiani e non solo, per la predisposizione ad interpretare diversi personaggi nel mondo del canto e della recitazione.

marianna cappellani

Ha respirato in casa la musica sin da giovanissima. «La passione per la musica me l’ha trasmessa mia mamma, era una bravissima pianista. Ho iniziato a 6 anni con lo studio del pianoforte per poi avvicinarmi al canto lirico intorno ai 20 anni. La passione per la lirica è nata casualmente, mio papà, avvocato, conosceva tutte le opere a memoria, era un appassionato di lirica. A dire il vero quando ho iniziato a studiare canto avevo già abbandonato lo studio del pianoforte, mi ero iscritta in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Poi un evento inaspettato e molto doloroso cambiò la mia vita di diciottenne, dovetti tornare a Catania. Mio padre ebbe un brutto infarto, fu dichiarato inoperabile e si salvò grazie ad un intervento miracoloso a Bergamo. I cambiamenti avvenuti prima della sua ripresa e la paura di perderlo mi portarono ad avere disturbi alimentari. Mi riavvicinai alla musica grazie a mia madre e al consiglio di Marcello Inguscio, marito della sua cara amica Anna Maria Ritter, che le disse: “la musica è un’àncora di salvezza”. Mia madre preoccupata seguì il prezioso consiglio, mi fece riavvicinare alla musica e grazie alla mia insegnante di solfeggio Lucia Inguscio, che mi disse che avevo una bella voce, iniziai per caso lo studio del canto lirico. Non sono più riuscita a smettere, una passione grandissima grazie alla quale sono uscita da un periodo molto complicato».

Insegnamenti e tanta gavetta aiutano a forgiare le proprie abilità. «Disciplina, determinazione, sacrificio e dedizione per arrivare ad un obiettivo. La musica aiuta ad avere consapevolezza delle proprie capacità e anche dei propri limiti imparando ad accettarli e se si può a superarli».

Per Marianna Cappellani nell’interpretare le opere di Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini e di molti altri la sfida più ardua è quella di: «Far vivere il personaggio e non limitarsi a eseguirne correttamente le note. Mi ha aiutato moltissimo, oltre l’esperienza con grandi registi – uno fra tutti il grande Roberto De Simone – soprattutto il mio compagno, l’attore Bruno Torrisi con cui ho lavorato tanto per poter raccontare al pubblico, anche attraverso il movimento e non solo con la voce, la psicologia, la storia dei personaggi, unico modo per poter arrivare al cuore di chi ascolta. La lirica è teatro. Da siciliana il ruolo a cui sono più legata è certamente Santuzza, in Cavalleria Rusticana, ruolo psicologicamente complicato, una vittima che si trasforma in carnefice. Per lo stesso motivo mi piacerebbe interpretare il ruolo di Tosca».

Anche lei è legata alla sua terra, con le sue bellezze e i suoi contrasti. «La Sicilia è la mia terra, bellissima, ricca di colori, sapori, profumi, natura irruente. Viviamo sotto un vulcano, come non essere fatalisti, come non credere nel destino? Ho un carrubeto ereditato da mio padre, appartiene alla mia famiglia da secoli, me ne prendo cura in memoria dei miei genitori, una campagna meravigliosa in provincia di Siracusa, mio padre era di Palazzolo Acreide. L’amore che provo per la Sicilia è grande anche se, vedendo certi comportamenti mi arrabbio e provo dispiacere, siamo così abituati alla bellezza di questa terra che a volte la si dà per scontata, la maltrattiamo come se non avesse bisogno di cura. Per fortuna al contrario di alcuni molti ne hanno consapevolezza e lavorano per migliorare le cose dove vanno migliorate».

In questo nuovo anno i suoi prossimi impegni sono legati alla Compagnia Zappalà Danza con i lavori de “La Nona” e “Naufragio con spettatore” e con i progetti che realizza insieme a Bruno Torrisi, progetti che uniscono la recitazione e la lirica, “Un bel dì vedremo”, “Vissi d’arte, vissi d’amore” sulla vita di Giacomo Puccini e “Cavalleria Rusticana, tra parole e musica” di Pietro Mascagni e Giovanni Verga.

 

smartisland

Smartisland, in aiuto alle colture agricole

di Merelinda Staita  foto di Maria Luisa Cinquerrui

Maria Luisa Cinquerrui, originaria di Niscemi, città in provincia di Caltanissetta, è alla guida di Smartisland, una startup che punta ad abbassare i costi di coltivazione e a sviluppare metodi di coltivazione innovativi, adeguati ai tempi e anche ecosostenibili. I suoi “piccoli robot”con intelligenza artificiale sono in grado di sottoporre a monitoraggio le colture e le coltivazioni in serra. Incuriosita dalla sua personalità, e dai suoi progetti di innovazione digitale, ho deciso di intervistarla per scoprire come è nata la sua attività e soprattutto per comprendere l’importanza della tecnologia Daiki.

maria luisa cinquerrui

Chi è Maria Luisa Cinquerrui?
«Sono laureata in Ingegneria informatica e delle Telecomunicazioni e sono la fondatrice e amministratrice di Smartisland Group Srl. Ho iniziato a lavorare al progetto durante la tesi di laurea. Ho avuto l’idea di dar vita al primo prototipo di Bioscanner, sistema biometrico alimentare, che prende il nome di Daiki. Così ho deciso di dedicarmi pienamente al progetto e creare una startup».

Com’è nata Smartisland?
«Smartisland nasce all’interno della mia azienda agricola di famiglia e da un bisogno vissuto all’interno dell’azienda stessa. Comincia dalla necessità di risolvere problematiche alle colture, dovute alle condizioni climatiche sfavorevoli e all’uso squilibrato di concimi e irrigazione».

Come funziona Daiki?
«La tecnologia Daiki è proprietaria della Smartisland Group Srl registrata al registro delle startup innovative di Caltanissetta nel 2017 e registrata con marchio internazionale presso l’ufficio Eipo il 27 dicembre 2018. Il progetto proposto per l’Azienda Agricola Bioaretusa Società Agricola Srl ha l’obiettivo di generare un sistema di fertirrigazione di precisione capace di controllare e rilevare dati attraverso una rete IIoT, ossia una rete di tecnologie connesse ad internet capaci di controllare e gestire processi industriali attraverso la rilevazione di dati relativi al fabbisogno idrico e di concimazione, rilevati da una rete di dispositivi in grado di monitorare dati come espressi successivamente da Daiki Modular Cloud Platform. La rete di dati connessa in rete attraverso nodi Wi-Fi si interfaccia attraverso un trasduttore industriale ad altre macchine come il sistema di fertirrigazione con l’obiettivo di inviargli dei comandi e permettere la gestione telematica di processi di fertirrigazione a seguito dell’analisi e/o allarmi provenienti dall’analisi di dati agricoli. Daiki Modular Cloud Platform entra ufficialmente nel mercato nel maggio del 2020, è la prima tecnologia al mondo ad essere un sistema di edge intelligence per l’agri-food, identificato come un computer modulare in grado di raccogliere dati e quindi informazioni relative allo stato di vita di una coltura. Nel caso del Daiki Platform sarà possibile monitorare le condizioni dello stato del terreno a diverse profondità come: temperatura e umidità aria, conducibilità elettrica del terreno correlata a umidità e temperatura alle profondità di 15 e 30 cm. L’utilizzo della tecnologia Daiki per la coltivazione di agrumi permetterà un risparmio irriguo intorno al 35 per cento correlato a una prevenzione di parassiti e virus, permettendo quindi una maggior tutela all’impatto ambientale. Grazie all’utilizzo di Daiki sarà possibile controllare quando concimare, evitando lo spreco di risorse chimiche e ridurre un eventuale inquinamento ambientale. Inoltre, attraverso il monitoraggio della quantità del drenaggio sarà possibile monitorare il reale fabbisogno idrico delle piante e controllare i corretti passaggi irrigui e idrici, ma anche assimilare la corretta nutrizione delle piante».

Quali sono i prossimi obiettivi?
«I prossimi obiettivi sono legati all’apertura su Niscemi e Latina di una sede sperimentale con campi sperimentali e all’industria sullo sviluppo tecnologico di sistemi per l’agricoltura e per il settore alimentare. Quest’anno Smartisland inizia la fase di internazionalizzazione».

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Andrea Strazzeri e la sua 500 sicula

di Samuel Tasca   Foto di Andrea Strazzeri

Cosa serve per trasformare un carretto siciliano in una Fiat 500 instagrammabile? La risposta è molto semplice: basta un sognatore innamorato della propria terra. È proprio questo il caso di Andrea Strazzeri, originario di Taormina, che ha dato vita al progetto di ‘A Sicula 500 Taormina mescolando insieme la sua formazione nel settore della meccanica, le esperienze pregresse nel settore turistico e l’amore per la propria terra. Tradizione e innovazione si fondono nelle sue 500 abbellite nella carrozzeria con i motivi decorativi tipici dei carretti siciliani

a sicula 500

Da dove nasce l’idea?

«In realtà, da quattro chiacchiere in famiglia, proprio per il forte attaccamento alle radici e al folklore che da sempre si respira in casa nostra. Volevamo regalare ai turisti un ricordo di quella Sicilia autentica tramandata dai nostri nonni, mescolando la tradizione a degli elementi innovativi».

Come avviene il processo di decorazione delle vetture?
«Prendiamo ispirazione dai classici motivi decorativi dei carretti, anche grazie all’aiuto di collaboratori taorminesi che ci hanno donato alcune grafiche che loro stessi utilizzano per decorare le cassette di legno. Poi facciamo realizzare i nostri disegni in digitale per essere applicati sulle auto».

Quante vetture avete realizzato fino ad oggi e che storie raccontano?

«Volevamo raccontare la Sicilia tramite le nostre auto di valore storico unendo arte, cultura e bellezza. Ognuna delle nostre 500 è targata con sigle di province differenti ed è caratterizzata da un colore diverso. Ogni vettura racconta miti e leggende che fanno parte del nostro patrimonio culturale. La prima, legata al territorio catanese, narra un passaggio tratto dall’“Odissea”: l’incontro tra Ulisse e il temibile ciclope Polifemo. Da qui il nome Odissea. La seconda macchina targata PA (Palermo) di colore blu come il mare è legata alla leggenda di Colapesce. La chiamiamo, infatti, Cola ed è l’unico maschietto della nostra famiglia. L’ultima arrivata in casa, targata ME (Messina) di colore bianca come la spuma racconterà una leggenda legata al territorio di Acireale: la storia d’amore travagliata tra Galatea e Aci».

a sicula 500

Cosa affascina tanto i visitatori che scelgono di farsi fotografare sulle vostre auto?

«Quando un turista sceglie di farsi immortalare con le nostre 500 è come se volesse tornare indietro nel tempo, a quegli anni che hanno creato un ricordo indelebile nell’immaginario collettivo italiano, oltre che siciliano. Noi amiamo il ricordo di quell’Italia, di quella Taormina che è stata una delle protagoniste indiscusse di quell’epoca e che, ancora oggi, mantiene il suo fascino».

La tutela dell’ambiente fa parte del vostro progetto, in che modo?

«Il 2023 sarà il terzo anno in cui effettueremo delle donazioni a Lifegate per il progetto IMPATTOZERO. Il loro impegno è quello di compensare le emissioni di CO2 prodotte dalle vetture a benzina, piantando ogni anno alberi nelle zone in cui il disboscamento è un problema serio e reale. Credo che ogni azienda possa fare la differenza per tutelare l’ambiente che ci circonda. Noi abbiamo un punto di forza straordinario che è il nostro paesaggio, grazie al quale possiamo lavorare e operare al meglio. Tutelarlo non è solo un privilegio, ma anche un dovere».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Il nostro è un progetto che ogni giorno, insieme a grandi soddisfazioni, ci fornisce sempre nuove idee. Sicuramente tra i progetti più grandi e ambiziosi che vorremmo portare a termine c’è quello di ampliare il parco auto per coprire un’area più ampia del territorio siciliano. Inoltre, ci piacerebbe affermare la nostra realtà nel settore del wedding e, perché no, diventare un simbolo di Taormina nel mondo».

Per questo Natale un Woody-Leb: sostenibile e artigianale

di Alessia Giaquinta

foto di Lucia Scapellato e Jo Magrean

“Caro Babbo Natale,

Quest’anno vorrei un regalo speciale, che non sia fatto di plastica (per non inquinare l’ambiente) e che sia personalizzato (e non anonimo come tutto ciò che è prodotto in massa). Vorrei un giocattolo che non si rompa e che non abbia scadenze dettate dalla moda, un giocattolo che stimoli la mia creatività e che sia amico mio, dell’ambiente e delle generazioni future…”.

Se Babbo Natale ricevesse questa letterina, avrebbe gli occhi commossi, il cuore gioioso e le renne scattanti, pronte a raggiungere Monterosso Almo, il borgo ibleo dove potrebbe rifornirsi di giocattoli speciali: quelli della collezione Woody-Leb.

Leb racchiude le iniziali dei creatori: Lucia Scapellato e Bernhard Quade.

Woody invece significa “legnoso” perché è dal legno massiccio che – con immenso amore, dedizione e un grande spirito etico di responsabilità verso l’ambiente e le generazioni future – Lucia e Bernhard portano alla luce questi giocattoli, belli ed eco-sostenibili.

Ho incontrato Lucia nel suo piccolo negozietto. Il suo sorriso smagliante e sincero, e la sua spiccata sensibilità sono riconoscibili in tutte le sue produzioni. Chi la conosce mi darà certamente ragione.

Come è nata l’idea di produrre giocattoli?
«Due anni fa abbiamo iniziato per gioco, durante il periodo della pandemia Covid. Io sono sempre stata affascinata dal mondo dei giocattoli, tant’è che Bernhard, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa, ha sempre stimolato la mia curiosità inviandomi scatti delle vetrine dei negozi. Ma un giorno è arrivata la proposta: “Perché non proviamo noi a realizzare dei giocattoli in legno?”».

Una proposta a cui non hai saputo rinunciare…
«Certamente, anche se io non avevo idea di come si costruisse un giocattolo. Mi sono sempre occupata di illustrazioni e creazioni all’uncinetto. Bernhard invece, che è un ingegnere meccanico navale, e ha competenze nel lavorare il legno, è subito passato ai fatti: ha comprato una sega a traforo, il legno lo avevamo già in casa perché lui costruisce anche mobili, e così è nato il primo giocattolo».

E qual è stata la vostra prima creazione?
«Il gatto, perché noi siamo gattari, ne abbiamo tantissimi nella nostra casa. Poi sono nati i dinosauri, le pecorelle, gli asinelli e così via… I giocattoli nascono dalle mie illustrazioni. Da queste Bernhard trae il disegno per fare le sagome. Lui invece disegna auto, trattori, tir, barche…».

Ci spieghi come si costruisce un giocattolo?
«La produzione ha una tempistica relativamente lunga. Si parte dal legno massiccio che va lavorato con la pialla e sega circolare. È la parte più pericolosa e se ne occupa Bernhard. Dopo si prende la sagoma disegnata, si mette sulla tavola, si ritaglia con la sega a traforo e poi io eseguo la smerigliatura a mano. Successivamente passo l’acrilico, più strati. Tra uno strato e l’altro devono passare delle ore, in base alle temperature e all’umidità della stanza. Prima faccio la parte anteriore, poi il retro. Quando il colore è completamente asciutto e stabile cospargo l’olio di lino su tutto il giocattolo. Il giorno dopo, quando è tutto asciutto, si procede con una nuova passata. A questo punto si monta il giocattolo in maniera stabile così che sia un giocattolo sicuro».

Qual è la particolarità dei vostri giocattoli?
«“Vogliamo creare un sorriso”: i nostri giocattoli non sono anonimi, sono dinamici, hanno espressioni e stimolano la creatività. Inoltre tutto quello che utilizziamo è bio-sostenibile: il legno massiccio (e non multistrato) viene da foreste certificate, i colori acrilici sono atossici, l’olio di lino è bio. Quando un nostro giocattolo si rompe si può aggiustare, o a limite, si brucia senza incidere sull’ambiente».

È una missione la vostra.
«Sì, oltre a regalare sorrisi e momenti di creatività, i nostri giocattoli rispettano la natura e sono d’aiuto anche per chi vuole esorcizzare delle paure. Un bambino ci ha chiesto di realizzargli un geco perché voleva pensare in modo diverso questo animale che gli incuteva paura. Vogliamo creare un giocattolo che, da buon amico, sia al fianco del bambino, non solo nei primi anni di vita, ma per tutta la vita».