Andrea Finocchiaro

Andrea Finocchiaro. Versatile Chef catanese tra estro, ingegnosità e impegno sociale

di Patrizia Rubino, Foto di Andrea Finocchiaro

Come spesso accade la passione per la cucina ha radici lontane che affondano nella storia della famiglia; i profumi e i sapori che accompagnano come una carezza durante l’infanzia possono rappresentare l’inizio di un percorso che segnerà delle scelte di vita. Lo sa bene Andrea Finocchiaro, trentaseienne versatile chef catanese – cresciuto tra i manicaretti della nonna e l’esperienza e lo spirito di sacrificio del nonno titolare di una rinomata pescheria – che all’estro e al talento culinario unisce capacità organizzative e manageriali. Una carriera già ricca di successi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale, come professionista, docente e creatore di eventi e anche per il suo impegno in ambito culturale e sociale. Recentemente ha realizzato una torta speciale in occasione del cinquantesimo compleanno di Emanuele Filiberto di Savoia, con tanto di apprezzamento e ringraziamento ufficiale da parte del diretto interessato.

Andrea Finocchiaro

Le sue creazioni più importanti sono spesso legate all’arte pasticcera.

«Il mio percorso lavorativo da giovanissimo è cominciato in pasticceria. Con il tempo ho acquisito competenze in Italia e all’estero che mi consentono di svolgere la mia attività di chef a 360 gradi, ma non nego che tra le mie creazioni più significative ci siano dei dolci. La torta “Savoia Royal” dedicata a Emanuele Filiberto di Savoia è realizzata con ingredienti che tengono conto delle sue origini, del luogo in cui ha vissuto. Amo la cura dei dettagli e dietro ogni mia creazione c’è sempre un progetto, uno studio. Come per esempio nel caso di un altro dolce a cui sono molto legato: il “Dolce Provvidenza”, in onore de “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Anche in questo caso tutti gli ingredienti si richiamano alla storia dell’opera: la farina di lupini, il gelèe di nespole, la crema di limone. Questa torta ha ricevuto il patrocino dell’ARS e del Comune di Catania e, cosa di cui mi onoro particolarmente, una sua perfetta riproduzione in porcellana è in mostra permanente nella Casa – Museo Verga a Catania».

Nella sua cucina prevale la tradizione o l’innovazione?

«Per me in cucina vince la semplicità, non amo le trasformazioni o le combinazioni forzate, preferisco esaltare ogni singolo ingrediente. La nostra tradizione è ineguagliabile, i nostri prodotti offrono spunti straordinari per realizzare piatti dai sapori unici. Però occorre anche stare al passo con i tempi, l’innovazione oltre ad essere utile, consente di promuovere le eccellenze della nostra tradizione. Come nel caso dell’innovativo kit di cannoli, con ricotta disidratata, con una scadenza di 16 mesi, che ho ideato e brevettato qualche anno fa. La confezione contiene tutti gli ingredienti necessari e le istruzioni per riportare all’originaria freschezza e gusto il cannolo, simbolo della nostra tradizione, pronto per essere assaporato in qualsiasi parte del mondo».

Nel 2008 ha fondato Ristoworld Italy, una realtà associativa importante che ha l’obiettivo di tutelare e valorizzare la cultura enogastronomica italiana nel mondo ma con un approccio sistemico. 

«Tutto è cominciato da una pagina Facebook dove realizzavamo contest virtuali di ricette. Oggi abbiamo sedi in tutte le regioni e 52 delegazioni estere. Con la guida del presidente Marcello Proietto di Silvestro si è ulteriormente rafforzata la mission dell’associazione che è quella di promuovere la cucina italiana e nelle sue peculiarità quella regionale, ma puntando anche sulle figure professionali che ruotano attorno al mondo della ristorazione e dell’ospitalità nel suo complesso, supportandole nella crescita con consulenze e formazione continua. Nel 2014, inoltre, abbiamo creato un settore “Emergency” di protezione civile, interveniamo con l’organizzazione di cucine da campo in caso di calamità naturali ed emergenze in tutt’Italia, e a supporto di enti e associazioni che promuovono iniziative di solidarietà. Il buon cibo crea sempre gioia e sorrisi e noi siamo felici di offrire il nostro contributo per le buone cause».

 

giovanna taviani

Le due anime di Giovanna Taviani. La letteratura e il cinema per raccontare la realtà

di Omar Gelsomino , Foto di  Salina Doc Fest e Cris Toala Olivares

Ha un curriculum di tutto rispetto: studiosa di letteratura, saggista, critica cinematografica e regista. Già Giovanna Taviani, figlia del grande Vittorio e nipote di Paolo, ha il cinema nel sangue. Dopo aver insegnato letteratura, scritto saggi sul cinema si è cimentata con grande successo nei documentari, tanto da vincere diversi premi e di recente con Cùntami anche il Nastro d’Argento, ha ideato ed è la direttrice artistica del Salina Doc Fest.

«Sono un po’ tutte queste anime. Ho cominciato come saggista con il percorso di Letteratura Contemporanea, Letteratura e Cinema alla Sapienza di Roma e poi con Romano Luperini, grazie a lui ho realizzato il mio primo video. Sono arrivata al cinema come critica cinematografica perché collaboravo con la rivista Allegoria e poi realizzando video didattici per le scuole. Così mi sono cimentata nel linguaggio del documentario. Da quando ero piccola ho capito che mi sarebbe piaciuto scrivere per immagini. Posso dire che le mie due anime, quella della letteratura e quella del cinema, si sono fuse nei miei documentari».

 

Nonostante le sue origini romane è siciliana d’adozione, ha vissuto anche a Palermo. «A Salina vado da quando sono piccola, con i miei fratelli nell’84 fummo i protagonisti del film di mio padre e mio zio “Kaos”, tratto da Pirandello. Loro dieci anni prima acquistarono una casa a Salina, che abbiamo ancora, scegliendola come dimora della loro anima. Più che siciliana mi sento isolana. Ho sentito sempre Salina e la Sicilia come la mia isola».

salina

Dai lunghi soggiorni sulla piccola isola eoliana e crescendo con la gente del luogo è nato un amore indissolubile, tanto che ha ideato il Salina Doc Fest. «Poiché Salina è l’isola della Panaria Film fondata da Francesco Alliata, la prima casa di produzione del documentario subacqueo, attraverso cui Quintino di Napoli, Fosco Maraini, Pietro Moncada, Giovanni Mazza e Renzo Avanzo realizzarono meravigliosi documentari sull’isola e la sua gente, pensai di fare un festival sul documentario narrativo. Ho sempre considerato che si potesse documentare la realtà raccontando una storia, mettendo insieme la grande narrazione con la documentazione, così è nato il Salina Doc Fest».

 

Giunto alla sua XVI edizione, dopo Roma il Festival approderà a Salina dal 15 al 18 settembre prossimi e avrà come tema Diaspore, incontri e metamorfosi. «Osservando il tragico momento che stiamo vivendo l’immagine della guerra ci restituisce l’idea della diaspora, del viaggio verso nuovi luoghi che diventano occasioni d’incontri, di metamorfosi e di cambiamenti. Come diceva Vincenzo Consolo: “La civiltà nasce dallo spostamento dell’uomo”. Senza viaggi, spostamenti, diaspore l’essere umano non sarebbe tale».

giovanna taviani

Giovanna Taviani si è aggiudicata il premio speciale nella sezione documentari ai Nastri d’Argento con Cùntami, un road movie che racconta del viaggio di alcuni uomini alla ricerca di narratori orali con lo scopo di raccontare la Sicilia attraverso storie popolari, i cui protagonisti sono Gaspare Balsamo, Giovanni Calcagno, Mimmo Cuticchio, Mario Incudine, Youssif Jarallah e Vincenzo Pirrotta.

 

«Cùntami è nato dopo il mio trasferimento a Palermo. Incontrai Mimmo Cuticchio nel Vermont, ma collaborando con i Palumbo Editore decisi di andarlo a conoscere e rimasi affascinata dal festival “La Macchina dei Sogni”, conobbi i suoi allievi. Scoprii questa meravigliosa comunità palermitana che ancora crede nella forza del racconto, così presi la macchina e andai in giro per la Sicilia a scoprire i nuovi narratori. Da lì ho visto quello che sarebbe diventato il mio film con cui ho vinto il Nastro d’Argento. In questo momento di caos tornare al racconto e alle grandi storie aiuta ad affrontare meglio il presente».

 

Prima di tornare ai suoi impegni professionali Giovanna Taviani ci svela alcuni suoi progetti. «Sto pensando al mio primo film di finzione, sono molto affascinata dall’attualità, dalla contemporaneità del mito, cioè dalle risposte che ci possono dare ancora oggi le grandi storie».

 

È ripartito il sogno di Totò Cascio

di Omar Gelsomino

Tutto è iniziato per gioco ed inconsapevolmente è diventato famoso in tutto il mondo. L’ex enfant prodige di Nuovo Cinema Paradiso, Salvatore “Totò” Cascio, uno dei protagonisti del capolavoro del grande Giuseppe Tornatore, vincitore del Grand Prix nel 1989 e dell’Oscar nel 1990, interpretava un suo coetaneo, Salvatore, la cui attrazione per le pellicole cinematografiche gli allevia la consapevolezza che non avrebbe più rivisto il padre andato a combattere in Russia. Ruolo che gli è valso il Bafta.

nuovo cinema paradiso totò cascio

L’incontro con Giuseppe Tornatore, nonostante la giovanissima età, e la partecipazione in Nuovo Cinema Paradiso gli cambia la vita. «La passione per il cinema è nata per caso. Nel maggio del 1988, prima che iniziassero le riprese del film, fra i tanti bambini fui fotografato anche io, così fui scelto per interpretare il mio personaggio. All’inizio era solo un gioco, non mi rendevo conto del mondo in cui ero stato catapultato, di tutto il cast stellare: da Philippe Noiret a Leo Gullotta a Jacques Perrin e altri attori. Tornatore mi ha insegnato la disciplina, necessaria per raggiungere qualsiasi obiettivo. Questo film parla di una Sicilia bella, che vuol ripartire dopo la guerra, che ha voglia di sognare, di credere, di appassionarsi, di emozionarsi. A mio avviso è un film che dà lustro alla nostra amata Sicilia».

totò cascio nuovo cinema paradiso

Dopo ha interpretato altri ruoli con famosi registi e sono arrivati diversi premi. «Anche dopo il successo del film l’ho vissuto come un gioco, non ho mai cambiato il mio modo di pensare, di vivere. L’umiltà è la base, non devi cambiare. Sono grato per il successo che ho avuto». Lui che nel film è sorridente e spensierato, dallo sguardo vivo e allegro, passa dalle luci della ribalta di quando è bambino alla sofferenza dell’adolescenza. «La retinite pigmentosa è una malattia invalidante, non ho voluto condividerla, non ho voluto parlarne. Mi sono chiuso in me stesso e l’ho vissuta come una vergogna, una colpa. Sono entrato in un circolo vizioso fatto di panico, di paura del giudizio, di non piacere più. È come se ad un tratto quel bambino brillante non ci fosse più, sono stato come ingabbiato dal personaggio. Adesso ho accettato il problema, ma dopo la pubblicazione del libro e gli inviti in Tv e ad altri eventi avevo paura del pietismo, invece ho incontrato tante persone che mi hanno dimostrato il loro affetto. Per anni ho vissuto la mia retinite come se fosse la mia condanna, quando l’ho accettata ho cambiato la prospettiva facendola diventare la mia condizione. Mi ha restituito l’armonia perduta».

la gloria e la prova di salatore cascio

In questi anni tante sono state le rinunce professionali. «Ho vissuto normalmente nella mia città gestendo i due supermercati di famiglia. Declinavo le interviste e gli inviti in televisione. Poi, durante un’intervista, sentii il bisogno di rispondere e spiegare il motivo del mio abbandono del mondo del cinema. Successivamente la notizia fu ripresa dagli altri media e così mi chiamò la Telethon per fare un cortometraggio e Andrea Bocelli oer dimostrarmi il suo sostegno. In seguito è nato il libro insieme a Giorgio De Martino e da allora non mi sono più fermato».

salvatore cascio

Nel libro, “La gloria e la prova”, in cui ha raccontato la sua esperienza di vita ha investito il suo futuro, la sua ripartenza. «Nella mia anima e nella mia mente suonava già questo titolo: il buon Dio mi ha dato la gloria, il successo, l’affetto delle persone; poi ho avuto la prova. Ecco perché ho scelto questo titolo, “Il mio Nuovo Cinema Paradiso 2.0” è il sottotitolo, come segno di ripartenza. Insieme a Marilena Piu, una bravissima attrice siciliana, abbiamo creato un format dove lei è la voce narrante del mio libro. In autunno progettiamo di portarlo a teatro e nelle scuole. Come nel film il cinema è stato ricostruito ed è ripartito il sogno». Tanti i desideri che accomunano il Totò di Nuovo Cinema Paradiso con l’uomo di oggi. «Dopo questa ripartenza desidero avere una mia famiglia, valutare tutte le proposte e i progetti che stanno arrivando, sempre con umiltà. Non voglio mettere limiti a ciò che il buon Dio mi darà».

 

carretto siciliano

Trinacria Bike Wagon: il fascino del carretto siciliano 4.0

di Patrizia Rubino, foto di Antonio Calabrese e Filippo Mancuso

Se pensiamo ad uno dei simboli della Sicilia nel mondo, il pensiero corre subito al carretto siciliano. Utilizzato prevalentemente dai contadini per il trasporto delle merci, a partire dai primi anni dell’Ottocento, divenne ben presto un pregevole prodotto di artigianato; i proprietari facevano a gara, infatti, per adornarlo con dipinti dai colori sgargianti, decori e incisioni, realizzati da veri artisti, che di fatto lo rendevano un’opera d’arte ambulante. Con l’arrivo dei mezzi a motore, intorno agli anni ‘50, il carretto perderà la sua importante e primaria funzione, ma nell’immaginario collettivo resterà l’emblema del popolo siciliano.

carretto siciliano

La maestria artigiana del carretto siciliano con i suoi colori e decori affascinò Renato Guttuso che li traspose rivisitandoli in alcune sue importanti opere, più recentemente anche gli stilisti Dolce & Gabbana nel 2016 ne trassero fonte d’ispirazione per la loro collezione d’alta moda. Oggi il fascino antico del carretto siciliano potrebbe tornare a risplendere grazie a un’importante iniziativa promossa dall’associazione non profit Lisca Bianca di Palermo che da una parte intende recuperarne e valorizzarne la tradizione artigianale, dall’altra guardare ad un suo utilizzo in chiave contemporanea, con un progetto di ampio respiro per l’inclusione socio-lavorativa di giovani talenti che potranno essere gli artigiani del futuro e continuare, pertanto, a trasmettere gli antichi saperi della tradizione ma attraverso l’innovazione tecnologica.

«Nel 2019 – spiega Monica Guizzardi, project manager e volontaria di Lisca Bianca – abbiamo partecipato al bando “Artigianato” promosso da Fondazione con il Sud, per il sostegno di alcune eccellenze della tradizione artigiana del Mezzogiorno che rischiano di estinguersi: per la Sicilia si faceva espresso riferimento al carretto siciliano. Inizialmente ci sembrava un’impresa impossibile, ma poi abbiamo trovato la strada giusta e così è nato Trinacria Bike Wagon. L’idea – aggiunge – è quella di rendere funzionale e sostenibile il carretto come nuovo prodotto finito, per renderlo appetibile nei moderni mercati di consumo. Pensando ad un rimorchio elettrico per biciclette, a un risciò per i turisti, oppure un mezzo per la distribuzione di street food e molto altro. Resta centrale il rispetto dei canoni estetici, gli aspetti decorativi, anche perché rappresentano gli elementi distintivi del tipico carretto siciliano ammirato in tutto il mondo».

Particolarmente interessante è quanto emerso da una ricerca condotta dall’associazione Sguardi Urbani, partner del progetto, relativamente all’attuale stato dell’arte della tradizione del carretto. Risultano essere 21 gli artigiani attivi, prevalentemente nella provincia di Catania e a seguire quelle di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Agrigento. In grandissima parte sono uomini di età media sui 40 anni formati da una tradizione familiare. Dallo studio emergono anche dati incoraggianti che rivelano che il carretto siciliano è considerato un oggetto interessante seppur prevalentemente con funzionalità accessorie e di abbellimento.

Il progetto – che si concluderà nel 2023 – prevede dei laboratori, tenuti da artisti e professionisti di altissimo livello, in cui i partecipanti oltre ad apprendere le tecniche della tradizione artigianale di pittura e intaglio, saranno formati anche su tecniche progettuali e costruttive altamente innovative: reverse engineeringgrafica per la comunicazionevisual design, fabbricazione digitale.

«Daremo ampio spazio anche alla formazione d’impresa con un modulo economico – aggiunge Monica Guzzardi – che potrà fornire gli strumenti utili per costruire un modello di business che possa essere vincente, in quanto l’obiettivo finale è quello di creare una start up che produca e commercializzi il carretto siciliano di ultima generazione con le nuove destinazioni d’uso».

Un carretto quindi che continuerà a rappresentare l’identità siciliana ma in versione 4.0, e quindi assolutamente al passo dei nostri tempi.

Festival città di Mascalucia: Sabato 6 Agosto la finale del concorso canoro giunto alla tredicesima edizione

di Patrizia Rubino

Dopo mesi di selezioni, realizzate in diverse località della Sicilia e a Malta, a cui hanno preso parte oltre 120 aspiranti cantanti, sabato 6 agosto si terrà la finale della manifestazione canora “Festival Città di Mascalucia”. L’evento giunto alla tredicesima edizione è patrocinato dal Comune di Mascalucia e si terrà al Parco Trinità Manenti alle ore 21,00.

Sul palcoscenico si esibiranno i 30 cantanti che si sono aggiudicati la finale, suddivisi in tre categorie: junior, senior e inediti.

Locandina festival canoro mascalucia

Diverse e accattivanti le proposte musicali dei partecipanti che canteranno dal vivo accompagnati da un’orchestra di 25 elementi, diretta dal maestro Daniel Zappa. La manifestazione organizzata dal prof. Carmelo Russo e Nunzio Russo dell’Associazione Cenacolo 2000 Produzione Spettacoli con la collaborazione tecnica di Lino Mancuso, rappresenta da oltre un decennio un appuntamento importante in Sicilia per coloro che aspirano ad iniziare una carriera nel mondo della musica.

Dalle scorse edizioni, infatti, sono emersi diversi giovani talenti che stanno proseguendo con successo il loro percorso formativo e lavorativo. «La nostra mission – spiega Maurizio Casella ideatore e direttore artistico della manifestazione, grande cultore di musica – è quella di trovare talenti, appassionati di musica, con la speranza che poi con lavoro, impegno e determinazione possano trovare la forza di emergere. Noi – aggiunge – offriamo una vetrina e un’esperienza di confronto. Le sfide se si vorrà proseguire saranno tante, ma se ci si crede si possono anche vincere».

A decretare i vincitori per ciascuna categoria sarà come da tradizione una giuria di professionisti di primissimo piano, nelle passate edizioni sono stati presenti tra gli altri il maestro Beppe Vessicchio, la cantante Mariella Nava, la vocal coach Valentina Ducros, solo per citarne alcuni.

giuria festival canoro mascalucia

Nel parterre dei giudici di quest’anno ci sarà il cantautore e musicista Luca Madonia, Rori Di Benedetto, autore e produttore musicale, e Marco Vito, cantante, direttore d’orchestra e musical performer. Sarà presente anche una giuria composta da giornalisti e addetti ai lavori del settore radio televisivo che assegnerà il premio della critica e quello per la migliore presenza scenica.

Ospite della serata che sarà condotta da Ruggero Sardo, la giovane e talentuosa Christina Magrin, già protagonista dello Junior Eurovision Song Contest.

Mi fai stare bene Lello Analfino

“MI FAI STARE BENE” IL NUOVO SINGOLO DI LELLO ANALFINO

FUORI SU TUTTE LE PIATTAFORME DIGITALI

MI FAI STARE BENE
IL NUOVO SINGOLO DI
LELLO ANALFINO

LA VOCE DEL GRUPPO SICILIANO TINTURIA


ONLINE ANCHE IL VIDEOCLIP DEL BRANO
https://youtu.be/lx5WneeXvwY

IL BRANO ANTICIPA L’ALBUM
PUNTO E A CAPO
IN USCITA IL 9 SETTEMBRE
 

 

È disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali “MI FAI STARE BENE” (distribuzione ADA Music Italy – https://ada.lnk.to/mifaistarebene), il nuovo singolo del cantautore siciliano LELLO ANALFINO, frontman del gruppo Tinturia, che anticipa la pubblicazione del nuovo album dal titolo “Punto e a capo“, in uscita il 9 settembre.

 

Sonorità moderne, elettroniche e quasi psichedeliche preannunciano un nuovo cammino musicale per Lello Analfino, sempre costantemente alla ricerca di nuovi stili e nuovi suoni. Il viaggio di Lello Analfino intrapreso con questo progetto musicale racconta la volontà dell’artista di aprirsi a nuovi orizzonti, nel segno del desiderio di cambiare e conquistare il futuro usando il presente come incipit.

«Nel rumore, nel sudore, nei colori della città che si muove c’è poesia, quella che ci fa stare bene. L’amore dà forma a questa condizione e rende tutto straordinario e semplice allo stesso tempo – racconta Lello Analfino – Con gli occhi innamorati tutto si colora di bello. Non serve ricercare uno stato ameno quando quello che abbiamo basta per stare bene. Del resto, non è questo quello che cerchiamo, la condizione a cui tutti ambiamo?»

Mi fai stare bene” è anche un video, diretto da Fabio Florio, con il montaggio a cura di Antony Saldì, il soggetto scritto da Peppe Milia e la partecipazione di Simona Trupia. Il videoclip è disponibile al seguente link: https://youtu.be/lx5WneeXvwY.

Questa la tracklist di “Punto e a capo“: “Tutto sembra normale“, “Maschere“, “Svegliati“, “Eroi diversi“, “Mi fai stare bene“, “Ogni volta“, “Io mi diverto“, “Baci definitivi“, “Regine“, “La tristezza non esiste“.

Frontman del gruppo siciliano Tinturia, nel corso della sua carriera Lello Analfino si afferma e si conferma come vero e proprio “animale da palcoscenico”. I suoi concerti sono un’esplosione di musica e intrattenimento, col pubblico Lello si trasforma in un moderno folletto che non ha paura di esprimere liberamente i suoi pensieri attraverso la musica.

Mi fai stare bene Lello Analfino

Lello Analfino, infatti, è anche un cantautore che principalmente attraverso la composizione di colonne sonore è sempre stato in prima linea relativamente a tematiche di carattere sociale e politico come la lotta contro la mafia e ha prestato il suo volto a favore di diverse campagne di sensibilizzazione su varie tematiche. Lello porta avanti la sua carriera solista parallelamente all’attività con i Tinturia, riversando nel progetto tutta la sua creatività, in grado di spaziare senza difficoltà dal pop al reggae, dal funk al rap – con un pizzico di folk innato nelle sue radici sicule ormeggiate nel mare siciliano. Con i Tinturia, Lello Analfino ha pubblicato 6 album, esibendosi in tutta Italia e all’estero. Ha collaborato, nel corso degli anni anche con Ficarra e Picone, componendo brani per i diversi progetti televisivi e cinematografici del duo comico. Il brano “Cocciu d’amuri” scritto per il film “Andiamo a quel paese” è stato candidato ai Nastri D’Argento nel 2015. Si è esibito per Papa Benedetto XVI in occasione del suo pellegrinaggio a Palermo nel 2010 e al Concerto del Primo Maggio di Roma con Paolo Belli nel 2011, tornando a calcare quel palcoscenico per diversi anni ancora, tra cui nei 2015 con i Tinturia; e infine ha suonato per il la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Partanna (TP) in occasione del 50° anniversario del Terremoto nella Valle del Belice e per Papa Francesco nel 2018. Altri suoi progetti sono stati la “Lello Analfino Lounge Orchestra“, una band formata dai maggiori esponenti del jazz in Sicilia e il “Lello Analfino Acoustic – 3io in4“, in cui ha unito la sua anima teatrale alla musica, grazie all’accompagnamento di un terzetto di musicisti, miscelando le sue radici etno con la sua anima pop. Nel 2017 Lello Analfino ha anche pubblicato un remake del celebre brano dei Righeira “L’estate sta finendo” riarrangiato e reinterpretato in una chiave più malinconia, con un suono rarefatto e psichedelico. Nel 2021 ha partecipato al Festival del Cinema di Venezia per aver composto il brano di chiusura del film “Cuntami“, diretto da Giovanna Taviani.

 

oriana civile

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale di Oriana Civile

IL PRIMO ALBUM DI INEDITI DI ORIANA CIVILE

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale

PRIMO SINGOLO ESTRATTO: UNNI SINI

Il video: https://www.youtube.com/watch?v=bRZNd3mfwYU

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Si intitola “Storii (tra il serio e il faceto)” il nuovo album di Oriana Civile, artista, studiosa delle tradizioni musicali siciliane e interprete del repertorio di tradizione orale della sua terra. Si tratta del suo primo disco di inediti: tredici brani, tredici racconti in lingua siciliana dalle sonorità minimaliste e di grande impatto. Registrato in presa diretta, come un live in studio insieme al chitarrista Nino Milia, sorprende per il carisma e la grande genuinità interpretativa della Civile. “Ho voluto un disco – dice l’artista – che fosse più vicino possibile a quello che si ascolta in un mio concerto. Per questo ho ricercato un suono reale e senza artifizi”.

A comporlo, come indica il titolo, una manciata di storie. Storie personali e storie collettive. Storie individuali e storie universali. Tredici brani che si aprono con una canzone il cui testo è una poesia dell’avvocato Pippo Mancuso, tratta dal libro “Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti”. Tra le tracce del disco incontriamo poi paesaggi, leggende, denunce, provocazioni e strambi interrogativi ai quali dare finalmente una risposta definitiva, come il sesso dell’arancin*. Ma anche personaggi come Attilio Manca (la cui morte è uno dei misteri italiani legati a Cosa Nostra), Claudio (agente di scorta di Paolo Borsellino) e Luciano Traina e addirittura Lady Gaga, la pop-star americana originaria di Naso, il paese in provincia di Messina da cui viene anche Oriana Civile.

Questi brani – scrive la Civile nell’introduzione all’album – sono un esplicito invito ad approfondire la conoscenza di queste storie che sembrano lontane da noi ma non lo sono affatto”.

Nel booklet ogni canzone è accompagnata da una fotografia estratta dal progetto “Life (serie Faces and Hands)” di Raffaele Montepaone, fotografo calabrese, instancabile ricercatore di espressioni ed atmosfere senza tempo, “lo ringrazio sentitamente di vero cuore per aver abbracciato la mia idea; queste fotografie sono la testimonianza di un mondo pieno di dignità e bellezza che ci appartiene nel profondo, il mondo che io canto, e io le trovo semplicemente meravigliose”

Storii”, che è stato preceduto da una fortunata campagna di crowdfunding, esce per l’etichetta Suoni Indelebili ed è distribuito da Ird.

TRACCIA DOPO TRACCIA (Guida all’ascolto a cura di Oriana Civile)

01. U ME RITRATTU

testo di Pippo Mancuso – musica di Oriana Civile

U me ritrattu” mi descrive con le parole dell’Avvocato Pippo Mancuso. È l’unico brano del disco il cui testo non è scritto da me, ma mi racconta alla perfezione; io non sarei stata capace di descrivermi allo stesso modo. Il componimento è contenuto nella raccolta Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti di Pippo Mancuso (Casa Costanza, 2018).

02. PUNTI DI VISTA – 14 LUGLIO 2017

Questo brano racconta l’arrivo dei migranti a Castell’Umberto il 14 luglio del 2017. Una piccola comunità sconvolta dall’arrivo di cinquanta ragazzini neri, accolti con le barricate dal sindaco e pochi suoi seguaci. Il paese, mai considerato prima dai media, è stato letteralmente invaso dalle telecamere; la RAI, Mediaset e persino la BBC hanno messo le tende a Castell’Umberto per settimane, intervistando passanti e abitanti pro e contro accoglienza. Un caso mediatico senza precedenti nelle nostre zone.

A Castell’Umberto c’è il seminario vescovile. In questa occasione io mi sono chiesta: ma se queste persone, invece che essere etichettate come “migranti”, fossero stati seminaristi? L’accoglienza sarebbe stata sicuramente diversa. Ecco l’importanza dei Punti di vista.

Da questa esperienza è nato il Coordinamento Senza Frontiere, la più bella realtà di accoglienza che abbia mai vissuto. Perché, come diceva “qualcuno”, se «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

03. ‘A RISURVEMMU

Qual è il sesso dell’arancin*? Un’annosa questione, questa, per la nostra terra. Io l’ho risolta così: perché mai eliminare l’uno o l’altra? Sarebbe bene che convivessero e che magari lo facessero in pace, anzi in amore. La tradizione va mantenuta anche attraverso la lingua, certe volte, e questa è una di quelle. Dalle mie parti l’arancino è maschio; lo è sempre stato. Se a mio nonno parlavi di “arancine”, lui restava dubbioso di fronte a qualcosa che non conosceva. Lo stesso vale per Palermo e i palermitani; lì l’arancina è femmina e così deve continuare ad essere. Le motivazioni possono essere (e sono) svariate; proprio per questo è giusto mantenere e preservare ognuno le proprie tradizioni, senza cercare di eliminare quelle degli altri. D’altronde la diversità è ricchezza da sempre.

04. UNCIA E SDUNCIA

Comincia il viaggio attraverso i paesi dei Nebrodi. Nei Nebrodi esiste una “figura mitologica”, ‘a Buffa di Lonci (il rospo di Longi), alla quale è legato un modo di dire diffuso in tutto il territorio che, quando l’ho sentito per la prima volta da mia nonna, non ci ho capito nulla e ho dovuto chiedere spiegazioni. Il detto è: «Uncia e sduncia, sempri carcirata a Lonci resti» (Gonfia e sgonfia, resti sempre carcerata a Longi). Questo detto si utilizza quando proprio non si vuole fare una cosa, ma è necessario farla, anche controvoglia, oppure quando qualcuno si dà delle arie senza averne motivo. A questo detto è legata una storia che si racconta da sempre e che io ho raccolto, scritto e musicato per farne un racconto in musica, così come per tutte le altre storie contenute in questo disco.

05. LADY GAGA NUN NNI CACA

Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, la più importante pop-star contemporanea del mondo, è originaria di Naso, il mio paese, in provincia di Messina. Il suo bisnonno Antonino è partito da lì, con la valigia di cartone, alla volta delle Americhe nei primi decenni del 1900, come milioni di altri siciliani. Da allora non è più tornato, ma la famiglia che si è costruito ha sempre avuto un forte legame con la terra di origine e anche Stefania Angelina rivendica spesso e volentieri le sue origini siciliane, nei suoi concerti e nelle sue interviste. Nel suo ristorante nel cuore New York, il padre di Lady Gaga, Joseph, ha appeso ai muri vecchie foto di famiglia in cui Naso è protagonista come le polpette al sugo lo sono sulla tavola. Peccato che Lady Gaga non sia mai venuta a trovarci. Peccato che si dica da anni di volerle dare la cittadinanza onoraria, ma non si sia mai fatto. Peccato che, se Lady Gaga venisse a Naso, non avremmo le risorse per riceverla come si deve. Peccato che le risorse che abbiamo spesso le lasciamo abbandonate a loro stesse, nonostante siano davvero importanti e di notevole interesse storico-artistico-culturale. Da qui il mio invito a curarci del Bello (cose e persone) e di trattarlo come merita. Solo così saremo un paese all’altezza di una diva.

Ma questo non vale solo per Naso; questo vale per tutti i paesini dell’entroterra siciliano che fanno fatica a creare circoli virtuosi di crescita e, piuttosto che puntare sulle proprie risorse, si lasciano andare all’incuria e all’abbandono, non credendo realmente nelle proprie potenzialità e, spesso, anche mettendo i bastoni tra le ruote a chi vuole e tenta di risollevare le loro sorti con tutta la sua buona volontà. La buona volontà però prima o poi finisce, se non è sostenuta dalla comunità e dalle istituzioni. Inutile andare a cercar lontano, se non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi.

06. SABBATURANI ANNACA-PUCCEDDI

In Sicilia, fino a pochissimo tempo fa, esisteva l’usanza di appioppare soprannomi (le cosiddette inciurie) alle singole persone o a intere famiglie, anche per distinguerle le une dalle altre, esistendo una forte omonimia tra i componenti della comunità. Nei Nebrodi (ma girando per la Sicilia mi sono accorta che è una pratica diffusa in tutta l’isola) i soprannomi vengono affibbiati anche a tutti gli abitanti di interi paesi che vengono definiti in un determinato modo a causa di fatti (secondo la credenza popolare realmente accaduti) che ne hanno stabilito l’identità.

A San Salvatore di Fitalia gli abitanti vengono chiamati Annaca-pucceddi, cioè Culla-maiali. Il perché lo racconto nella canzone. Da questo racconto emerge forte l’acume del popolo, che fa fronte comune per risolvere problemi importanti.

07. GALATISI ZZAPULÌA-SARDEDDI

Galati Mamertino è un bel paesino di montagna, dedito all’agricoltura e alla pastorizia. Fino a qualche decennio fa, i collegamenti con la costa erano infrequenti, oltre che difficili. La dieta dei galatesi, quindi, ha conosciuto il pesce solo quando il primo pescivendolo si è avventurato fino al paese. Questa storia è simbolo dell’ingenuità del popolo che, legando la propria sopravvivenza alla terra e alla sua coltivazione, si convince che può piantare qualsiasi cosa, per evitare di spendere i soldi che non ha; anche i pesci, invece di comprarli dall’ambulante.

L’abbanniata iniziale è di Maurizio Monzù, figlio di Nicola, il pescivendolo che per quasi 40 anni mi ha svegliato col suo canto imbonitore che il figlio replica alla perfezione. Sarà un’emozione fortissima per tante persone ritrovarla qui. In tanti volevamo bene a Nicola e risentire la “sua” voce riporterà, alla memoria di tanti, tanti bei ricordi.

08. FICARRISI ‘NFURNA-CANNILI

Anche questo soprannome l’ho scoperto da un modo di dire che usava mia nonna: “Chistu sì chi è veru Diu! Pisciò ‘nto furnu e si nni ìu!” (Questo sì che è vero Dio! Ha pisciato nel forno ed è scappato!). Mia nonna lo riferiva ad una persona che si credeva tanto intelligente, ma in realtà era una mezza calzetta.

La stessa storia esiste anche nel paese di Ucria dove, invece della cera, per costruire il Bambin Gesù viene utilizzata la neve.

09. ATTILIO MANCA – LAMENTU PI LA MORTI DI ATTILIO MANCA

Il 12 febbraio del 2004 il giovane urologo siciliano venne ritrovato cadavere nel suo appartamento a Viterbo. Il corpo presentava evidenti segni di colluttazione mentre dal naso era uscita una considerevole quantità di sangue. Da quella scena straziante iniziò uno dei casi di cronaca più sconcertanti della storia della nostra Repubblica reso ancor più sinistro dalle innumerevoli menzogne raccontate dal potere.

Dipinto come un tossicomane morto suicida per un’overdose causata da un mix di droga e farmaci autoinoculati, Attilio fu oggetto di scherno e di derisione in primis da coloro che avrebbero dovuto ricercare la verità. E i due buchi nel braccio sbagliato, lui che era un mancino? Quisquilie. L’assenza delle sue impronte dalle due siringhe ritrovate con tanto di cappuccio salva-ago inserito? Dettagli insignificanti. Il suo computer? Sparito. Il suo appartamento? Quasi completamente pulito a lucido da impronte.

E poi ancora, non c’è spiegazione alla “sparizione” di una telefonata di Attilio dei mesi gennaio-febbraio 2004 giunta ai genitori qualche giorno prima della morte e poi c’è quell’inquietante “coincidenza” dell’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia negli stessi giorni in cui Attilio si spostò in Francia “per lavoro”. Altra “coincidenza” è quella del mafioso Francesco Pastoia che morì suicida in carcere il 28 gennaio 2005 dopo essere stato intercettato mentre parlava di un urologo che avrebbe visitato Provenzano nel suo rifugio da latitante in convalescenza. La morte di Attilio Manca è quindi avvolta dalla stessa coltre nera che ha permesso la latitanza di Bernardo Provenzano. E tante altre sono le ombre sulla scena del caso Manca, ma una più di tutte è la più sinistra, quella dello Stato.

Proprio di questi giorni la notizia delle sconcertanti intercettazioni che potrebbero riaprire il caso e riaccendere la speranza di avere giustizia per Attilio.

10. CLAUDIO E LUCIANO

Claudio e Luciano Traina sono due fratelli.

Nel 1992 Claudio è stato trasferito a Palermo da poco tempo ed è agente di scorta di un leader di un’associazione antiracket, Costantino Garraffa, che nei fine settimana non è quasi mai in città e perciò Claudio il sabato e la domenica viene utilizzato come jolly a disposizione di chi serve. Il 17 luglio, venerdì, chiama suo fratello Luciano col quale condivide la passione della pesca e lo invita ad andare a pescare la domenica successiva, il 19 luglio. Partono di buon ora, ma intorno alle 9 Claudio dice al fratello che alle 14 deve rientrare in servizio, deve fare una scorta. Luciano si risente un po’ perché uscire per tre ore in barca “non ne vale la pena”, ma Claudio risponde che voleva stare un po’ con lui da solo in mare. Prima di andarsene, gli dice: “Mi raccomando, stasera riunisci la famiglia, ci vediamo tutti a casa di mamma”. Claudio quel giorno sostituiva un agente della scorta del Dottore Paolo Borsellino. Muore a 26 anni in Via d’Amelio dilaniato dal tritolo.

Luciano è un agente della sezione catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Anche lui poliziotto, anzi è il tipo di poliziotto a cui suo fratello Claudio, di tanti anni più piccolo, si è sempre ispirato, anche se fanno lavori diversi. Luciano il 20 maggio 1996 è nella squadra che ha catturato Giovanni Brusca. Entra per primo nel covo del latitante dopo due giorni di appostamento senza neanche mangiare. Il giorno dopo della cattura viene chiamato dal Questore di Palermo e mandato in Sardegna, per motivi di sicurezza; pende una taglia sulla sua testa. Col senno del poi, Luciano ricostruisce tutto e realizza che il Questore di allora, Arnaldo La Barbera (che è stato addirittura promosso per aver messo in atto depistaggi e insabbiamenti su Via d’Amelio) lo manda in Sardegna, non per proteggerlo, ma per punizione. In vacanza prima, in pensionamento anticipato dopo. Le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone avevano voluto mandare Luciano Traina a catturare Giovanni Brusca, pensando che il poliziotto, trovandosi davanti a uno dei responsabili della morte di suo fratello, lo avrebbe ucciso per vendetta. Brusca doveva morire per evitare che diventasse collaboratore di giustizia; avrebbe avuto troppe cose da dire, troppi insospettabili da coinvolgere. Ma Luciano è un uomo per bene, è un poliziotto, e così “si limita” a fare il suo dovere, a catturare un latitante, un uomo seminudo e disarmato che gli fa persino schifo quando lo vede in quelle condizioni. Per questo motivo, per aver fatto il suo dovere, abbiamo perso un valoroso servitore dello Stato, mentre un traditore dello stesso Stato veniva promosso fino ad ottenere persino la decorazione di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Luciano adesso continua a portare avanti la memoria di Via d’Amelio e continua a raccontare la sua storia a tanti ragazzi che lo stanno a sentire con le lacrime agli occhi; spiega loro cosa significa stare dalla parte giusta, parla di giustizia e del valore delle Istituzioni, anche se, confessa, a volte gli sembra di prenderli in giro. “Io ci credo poco – dice – ma loro devono crederci.”

11. ‘NA NUCI

Per questo brano ho preso spunto da una vicenda realmente accaduta ai miei nonni. A tutti capita di dover fare qualcosa, ma dimenticarsene per i troppi pensieri o le troppe cose da fare o per semplice sbadataggine. Così la convivenza, in qualche modo, ne risente.

12. U BOI E U SCICCAREDDU

Un classico: il bue che dice cornuto all’asino. Una storia antica come il cucco! Una prevaricazione talmente evidente che non smetterà mai di esistere perché non smetteranno mai di esistere la prepotenza del più “forte” sul più debole, l’arroganza, il pregiudizio e il silenzio complice e colpevole di chi dovrebbe far notare al bue che le corna è lui a portarle sulla testa. D’altronde chi lavora umilmente, con rispetto e dignità, commu ‘nu sceccu, da sempre è soggetto ai soprusi di chi si crede superiore, e per sempre lo sarà. L’importante è essere consapevole del proprio valore e del proprio operato. Tanto, prima o poi, al bue pruderanno; sentirà il bisogno di grattarsi e allora, raspannusi i corna, scoprirà di averle!

U boi chi cci dici curnutu ô sceccu è un paradosso destinato a ripetersi fino alla fine del mondo!!!

13. UNNI SINI

È il mio personale inno alla Solitudine, compagna inseparabile e fondamentale nella mia vita soprattutto nel momento della creazione.

Nello sviluppo del brano questa solitudine si evolve in un atto di autoerotismo, in cui lui (o lei) si identifica in una immaginaria presenza che lascia spazio alla fantasia erotica più di quanto farebbe un reale contatto.

ORIANA CIVILE

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Oriana Civile, cantante, attrice, autrice, appassionata studiosa delle tradizioni musicali della terra di Sicilia, è una interprete unica e preziosa del repertorio musicale di tradizione orale della sua terra.

È presidente della sezione ANPI Capo d’Orlando/Nebrodi Ignazio Di Lena.

È stata coordinatore artistico della rassegna Il Teatro siamo Noi del Teatro Vittorio Alfieri di Naso, importante borgo in provincia di Messina e suo paese di origine.

Nel 2018 le è stato assegnato il Premio Antimafia Salvatore Carnevale “per l’impegno culturale e civile profuso come attrice e cantautrice, sempre congiunto a meritevoli battaglie di legalità e alla valorizzazione del ruolo di coraggiose figure femminili del movimento antimafia”.

Nel 2016 ha aperto il concerto di Noa e Gil Dor in occasione della XXIII edizione del Capo d’Orlando in Blues Festival, consacrando così le sue qualità di interprete in grado di calcare importanti palcoscenici internazionali.

Ha all’attivo numerose collaborazioni con artisti italiani e internazionali, tra cui Mario Incudine, Antonio Putzu, Salvo Piparo, Marco Corrao, Roy Paci, Pierre Vaiana, Salvatore Bonafede e altri.

Ha preso parte a diverse produzioni discografiche e ha realizzato due album da solista come interprete: Arie di Sicilia (di Oriana Civile e Maurizio Curcio, OnAir Records, 2009) e Canto di una vita qualunque (di Oriana Civile, Autoproduzione, 2016), che contiene i brani dell’omonimo spettacolo di teatro-canzone da lei scritto, diretto e interpretato.

Oriana ha, inoltre, collaborato a numerose produzioni cinematografiche; una per tutte Ore diciotto in punto del regista Pippo Gigliorosso, investendo nella produzione e interpretando la colonna sonora composta da Francesco Di Fiore, della quale nel 2019 è stato pubblicato il disco dall’etichetta olandese Zefir Records.

L’11 ottobre 2019 il debutto alla Cité de la Musique di Marsiglia con il progetto A Vuci Longa della “chanteuse sicilienne” Maura Guerrera insieme a Catherine Catella, progetto che punta alla riproposta delle complesse forme polivocali di tradizione orale contadina siciliana.

Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Oriana_Civile

Avvio al primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo

Dalla collaborazione tra la Fondazione Sant’Elia e la Direzione Edilizia, Pubblica Istruzione e Beni Culturali della Città Metropolitana di Palermo, resp. Ing. Claudio Delfino, prende l’avvio il primo programma di Residenze d’artista di Palazzo Sant’Elia a Palermo curato da Giusi Diana.

cavallerizza di palazzo sant'elia

Grazie al contatto diretto del Sovrintendente Antonino Ticali con l’artista ucraino Aljoscha, (a cui la Fondazione ha dedicato una mostra da poco conclusasi), ha offerto nel mese di marzo la propria disponibilità ad ospitare in residenza per scopi culturali e umanitari due giovani artiste in fuga dalla guerra. Dopo un appello sulle pagine social di Aljoscha, sono arrivate a Palermo le prime due artiste. Si tratta di Anastasia Kolibaba, pittrice e scultrice nata nel 1994 ad Odessa e Daria Koltsova, artista visiva, performer, ricercatrice e curatrice, nata nel 1987 a Kharkiv in Ucraina. Le due artiste sono state invitate a realizzare un progetto espositivo appositamente pensato per la Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia, e concluderanno la loro residenza con due mostre personali che verranno inaugurate, rispettivamente, il 21 luglio Anastasia Kolibaba e il 23 settembre 2022 Daria Koltsova

 

Il Sindaco Metropolitano Leoluca Orlando ha sottolineato “L’accoglienza da parte della Città e della Città Metropolitana di Palermo di quanti stanno fuggendo dall’inferno ucraino non si ferma. Nel tempo difficile che stiamo vivendo la pace si collega, oggi più che mai, alla vita che costituisce il diritto dei diritti degli esseri umani e che s’intreccia con la mobilità internazionale che non può essere violata da insulse leggi da parte degli Stati. Palermo continua a dare, con azioni concrete, un forte segnale all’Europa accogliendo quanti scappano dalla guerra. Esprimo il mio più sentito ringraziamento alla Fondazione Sant’Elia che si è subito resa disponibile ad offrire a giovani artisti alcuni locali di Palazzo Sant’Elia dove potranno continuare ad esprimere la propria arte in totale libertà”.

DJ Helen Brown in un’esplosione di energia

di Omar Gelsomino, foto di Antonio Fiorentino e Valentina Pellitteri

La passione per la musica e la determinazione hanno fatto di lei un’artista di successo. All’inizio non è stato facile, ma nonostante tutto è riuscita ad imporsi nel mondo delle consolle predominato dagli uomini.

Helen Brown, dj e producer Made in Sicily, ha portato la sua musica nei dj set internazionali. Adesso, con l’arrivo dell’estate e l’uscita del suo nuovo album, è pronta a farci ballare.

Cosa ti spinta a fare la dj? 

«Una notte, all’età di 17 anni entrai in una nota discoteca di Giardini Naxos, vidi la consolle, mi innamorai del dj e mi ripromisi di essere al suo posto un giorno. Da allora, ho passato giorni interi sui “1210” per poter apprendere la tecnica del “mixing” e, soprattutto, ho dovuto fare i conti con una società nella quale vedere un dj “donna” era assolutamente improponibile, per questo ho dovuto impegnarmi molto di più. Oggi, sono quasi più le donne che gli uomini a svolgere questa professione artistica».

Cosa avresti fatto oltre la dj?

«Non riuscirei ad immaginare una vita senza musica, anche se ho portato avanti tutti gli studi. Mi sono laureata in Giurisprudenza, ho conseguito il master in Criminologia e sono stata, per un periodo di tempo, avvocato del Foro di Messina».

Qual è stato il tuo percorso?

«Mel 2003, ho cominciato a suonare in Sicilia, in diversi clubs famosi. Nel 2006, conobbi Luca Marino e la Jayvip Agency con sede in Bologna. Grazie a Luca ho suonato in tantissimi clubs italiani: Matis, The Club, Domus ed altri ancora. Ho proposto il mio dj set anche al Motor Show, alla Fiera della Moto, ecc. Nel 2009 in seguito alle produzioni, ho cominciato a suonare anche all’estero. Ho avuto il piacere di mixare in Kosovo, Bahrein, Olanda, Tunisia, Francia, Spagna, America, Cina, ecc. Ho partecipato all’Ade (Amsterdam Dance Event) nel 2016, nel 2018 e nel 2019; al WMC (Winter Music Conference) a Miami Beach nel 2012, 2013, 2015 e 2017; IMS (Ibiza Music Summit) nel 2019. Avevo la valigia chiusa a marzo del 2020 pronta per andare a suonare al Barsecco, noto club di Miami Beach, insieme alla famosa vocalist Monica Kiss, ma purtroppo è scoppiata la pandemia ed il resto è storia».

Ci parli del tuo primo Ep?

«“Here I go” è una produzione uscita nel 2009. Si tratta di una release fatta in collaborazione con Lypocodium (Fausto Belardinelli) e con la cantante Linda Lugnet. Questa traccia è stata suonata da Tiesto… questo, mi ha consentito di fare dei tour in giro per il mondo».

Com’è cambiato il mestiere del dj nell’era digitale?

«Moltissimo, si è semplificato tanto dal punto di vista tecnico, nel senso che rispetto ai giradischi o meglio ai piatti “1210” Technics… proporre un dj set in digitale è molto più semplice perché ci sono tante funzioni che permettono una miscelazione quasi perfetta senza dovere avere una competenza tecnica adeguata. Con i piatti dovevi saper mixare sul serio».

Quali cambiamenti sono avvenuti?

«Negli anni, ho visto dare più importanza all’apparenza che alla sostanza. Ho iniziato in un momento storico nel quale la tecnica era tutto, oggi si punta sull’immagine. Credo che siano fondamentali entrambe le cose».

Dopo il Covid, quanto sono importanti i dj set live?

«Direi che sono il segno della rinascita, visto che l’industria della nightlife è stato il settore più colpito dal Covid 19».

E l’estate che verrà come te la immagini? Hai già in mente quale hit farai ballare?

«Immagino e spero sia un’estate di ripartenza per tutti e spero di far ballare la mia nuova traccia “Fire” uscita, da pochissimo, sull’etichetta Groover Records. La release è su tutti i portali digitali. La posso definire come la ripartenza e si chiama “Fire” perché è un’esplosione, in crescendo, di energia. Quello che desidero, del resto, quando propongo i miei dj set è proprio di trasmettere adrenalina con il mezzo più naturale e puro che esista al mondo: la musica».

Quali sono i tuoi progetti attuali e per il futuro?

«Suonare in giro per il mondo con l’entusiasmo di sempre e la voglia irrefrenabile di far ballare la gente che è stata per troppo tempo chiusa in casa».

Limitrofi mostra

“Limitrofi”, presentato a Milano l’evento d’Arte contemporanea e cultura tra Greci d’oriente e Greci d’Occidente in programma a Siracusa dal 2 luglio al 10 agosto prossimi

Presentata nella Casa della Cultura di Milano, dall’associazione culturale Leucò Art gallery, sotto l’egida di Jean Blanchaert, “Limitrofi – Solo lo spazio ricorda”, la bi-personale di scultura e pittura di Stefania Pennacchio e Vassilis Vassiliades che sarà visitabile, dal 2 luglio al 10 agosto, all’Ex Convento del Ritiro di Siracusa. L’inaugurazione dell’evento, da un’idea di Vassilis Vassiliades, Stefania Pennacchio e Salvatore Nicosia, sarà anticipata, lo stesso giorno, da una giornata di studi dal titolo “Kairos: solo lo spazio ricorda – Confronto tra Greci d’Oriente e Greci d’Occidente” divisa in tre sezioni: “Studi sul Tempo” – “Studi sulla Lingua” – “Studi sullo Spazio”. A Milano è stato inoltre presentato il video dal titolo A-Kairos, che ha come tematica l’eternità che esiste, vive nella sottotraccia della materia che è linearità assoluta del tempo e il video Documentario “Limitrofi: solo lo spazio ricorda” regia di Katrina Eglite.

 

Alla presentazione della mostra (curata da Jean Blanchaert, con la direzione artistica di Stefania Pennacchio, Vassilis Vassiliades e Salvatore Nicosia) e della conferenza (con la direzione scientifica di Fulvia Toscano), erano presenti: Jean Blanchaert, curatore, gallerista e critico d’arte; Stefania Pennacchio, artista e docente di Arti Applicate all’Accademia di Belle Arti di Siracusa; Vassilis Vassiliades, artista e curatore della Biennale di Larnaca – Cipro; Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale – Milano; Giuseppe Marino, presidente della Camera di Commercio Italo-Cipriota; Joannis Tziros, console di Cipro a Milano; Federico Barbieri antropologo.

 

Concettualità evento. Il progetto prende il via dalla parola stessa che ne dà il titolo: “Limitrofi”. Quest’aggettivo è un composto della parola latina Limes «confine» e della parola greca τρέφω (tréfo) «nutrire». Come i margini di tutte le cose, il confine nutre e protegge. Si ibrida plasmando un mondo in continuo rinnovamento. L’evento articolato in più tappe e in diversi luoghi (Sicilia, Calabria, Grecia, Cipro) vuole creare un territorio ideale di confronto tra luoghi temporalmente e spazialmente differenti in cui è, però, rintracciabile la matrice greca classica comune ai popoli del bacino del Mediterraneo. La concettualità dell’intero evento prende il via dalle origini classiche del capoluogo aretuseo, muovendosi alla ricerca delle tracce identitarie sedimentate e tuttora riconoscibili nella cultura della Calabria e della Sicilia ellenofona. L’evento si muoverà, poi, verso Atene, sino a risolversi a Nicosia (Cipro) come ultima tappa. L’ideale territorio di confronto che l’evento vuole creare, vuole essere uno spazio libero, di dialogo ed approfondimento, oltre i confini nazionali. Uno spazio vicino in cui le tracce del passato si risolvono nella costruzione di un’idea nuova di contemporaneità. 

Limitrofi mostra

Mostra “Limitrofi – solo lo spazio ricorda”. La mostra parte da un confronto concettuale, estetico e culturale tra due artisti di confine, tra la forza materica delle sculture di Stefania Pennacchio e le pitture quantistiche di Vassilis Vassiliades. Il duale femminile-maschile, nutrendosi delle stratificazioni dei territori di provenienza dei due artisti (Sicilia/Calabria – Cipro) contribuisce alla creazione di un dialogo puro e atemporale alla ricerca della sacralità delle forme e dei colori traendo linfa dalle comuni radici mediterranee greche e greco-bizantine. La mostra (2 luglio – 10 agosto 2022) si terrà nell’Ex-Convento del Ritiro di Siracusa. Lo spazio espositivo, un’antica cappella barocca, è un luogo fortemente evocativo e rappresenta il palcoscenico naturale in cui lo spazio e il tempo, assi portanti della concettualità della mostra, trovano dimora. La gestione degli spazi è pensata per accentuare il dualismo tra la componete “temporale” rappresentata dalle opere materiche e verticali della Pennacchio e quella “spaziale” e lineare delle tavole di Vassiliades delle cui istanze l’artista si fa portavoce. 

 

Giornate di Studio “Kairos: Solo lo spazio ricorda – Confronto tra Greci d’Oriente e Greci d’Occidente”. Le Giornate sono suddivise in tre sezioni: “Studi sul Tempo” – “Studi sulla Lingua” – “Studi sullo Spazio”. I vari interventi divisi per tematiche, affidate per professionalità, mirano a definire un’identità culturale, antropologica e genetica attraverso la traccia che la stessa lascia sui territori e la materia intesa come arte. Il racconto del tempo verte a definire una sorta di spartito musicale entro il quale l’uomo antico e l’uomo contemporaneo tesse la propria esistenza. Le finalità, quindi, sono: proporre sul territorio una profonda ricerca culturale sull’identità della cultura greca classica e bizantina attraverso la chiave di lettura del passaggio del tempo sulla materia.

Tutto l’evento è realizzato con la collaborazione del Comune di Siracusa – assessorato alla Cultura, della Regione siciliana – assessorato alla Cultura, di Noi albergatori Siracusa col suo presidente Giuseppe Rosano e con il libero patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Istruzione di Cipro e la Scuola di Belle Arti dell’Università tecnica di Cipro.

 

Cenni Biografici degli artisti

Vassilis Vassiliades è nato a Nicosia – Cipro nel 1972. Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia “Pietro Vannucci”. La personale ricerca artistica di Vassilis Vassiliades è frutto di una grande meditazione e ricerca, partendo da un senso di equilibrio in un ambiente geometricamente strutturato. L’elemento del tempo esiste solo come memoria attraverso un movimento. Vassiliades considera lo spazio l’ingrediente principale della nostra esistenza. Un’arte “quantistica” che ha la capacità di apparire simultaneamente in tempi paralleli diversi continuando a funzionare in modo altrettanto efficace. 

 

Stefania Pennacchio

È un’artista dalla carriera ormai consolidata da mostre internazionali, è dedita all’indagine e alla sperimentazione della scultura ceramica e del bronzo. Le sue origini calabresi e la cultura ionica sono ben presenti nell’uso delle tecniche di lavorazione di questi materiali. L’artista mescola e fa dialogare le millenarie conoscenze artigianali del Mediterraneo con quella dell’altrettanto lontana e affascinante tecnica giapponese del Raku. I materiali prediletti sono la terra (la ceramica), semplice e vera, i metalli, forti ma anche duttili, le pietre, antiche e stratificate in nome della storia e delle tradizioni che le hanno levigate.