Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Toni Campo e Andrea Mearelli

Nato da un’idea di Turi Occhipinti, Gaetano Scollo ed Emanuele Cavarra – che ne hanno scritto il soggetto – “Redemption for a lost soul” è un film che, al di là della vicenda coinvolgente, ha l’obiettivo di mostrare una terra piena di bellezze e tradizioni, la nostra Sicilia, appunto.
Il regista messicano Roberto Valdes ha voluto così investire le proprie capacità per la realizzazione di questo ambizioso progetto. Dopo oltre vent’anni di esperienza nel mondo cinematografico e pubblicitario, lo sceneggiatore e regista Valdes punta a realizzare un lungometraggio che possa mostrare al mondo una Sicilia viva, pulsante, dinamica.
La vicenda è ambientata in un paesino del sud est della Sicilia. La protagonista è una giovane donna, Marianna (interpretata dall’attrice ragusana Carla Cintolo) che, dopo la perdita della madre, vive il dramma della perdita di Ben, l’uomo che ama, a causa dell’amianto.
Una storia che trae spunto dalla realtà e dall’atroce problematica legata al minerale cancerogeno che, soprattutto nel secolo scorso, ha provocato la morte e la sofferenza di numerose persone. Una tematica cara a Turi Occhipinti e Gaetano Scollo che, nel 2011, hanno anche realizzato il cortometraggio “Lamiantu” e l’opera teatrale Eternity con la partecipazione del compianto Marcello Perracchio e l’attrice Silvia Scuderi.
Le vicende legate a Marianna sembrano far parte di un destino avverso, irto di difficoltà, sofferenze e pregiudizi, un destino determinato dalla solitudine, dall’incomprensione e dal terribile amianto. La protagonista dovrà, infatti, affrontare il lutto della madre, la gelosia di Ciccio – suo spasimante -, la malattia e la morte dell’amato Ben e infine pure quella di Teresa, figlia nata dalla relazione con quest’ultimo.
Il conforto nella fede, perduta e poi ritrovata, farà da filo conduttore alle drammatiche vicende di Marianna che, rimasta sola, inizia la sua lotta contro l’amianto. Lotta per dare una svolta determinante al proprio destino. E forse, non solo al suo.
Una delle scene principali del film si svolge durante la caratteristica festa di San Giovanni Battista a Monterosso Almo: in questo contesto la protagonista, alzando la figlia verso il simulacro del Santo, supplica conforto e protezione. Un aspetto interessante di questa scena è che si è dovuta girare in un unico ciak in quanto le riprese sono state effettuate nel corso della festa reale. In questo modo, nel film si mostrano tradizioni, folclore, paesaggi e bellezze del territorio ibleo.
Numerose le eccellenze siciliane coinvolte nel progetto: dal compositore ragusano Giovanni Celestre, che ha ideato le musiche, al fotografo Toni Campo, allo scenografo Filippo Altomare, oltre agli attori e sceneggiatori summenzionati.
La produzione esecutiva è affidata a chi come Agata Cappello e Cristiano Battaglia – entrambi imprenditori – crede nelle potenzialità di questo lungometraggio. Determinante anche il sostegno del Libero Consorzio Comunale di Ragusa, dell’Associazione Ragusani nel Mondo e di vari altri enti, cinematografici e non, che si sono offerti di promuovere l’ambizioso progetto.
La presentazione del teaser del film si è svolta all’interno del Forum Fedic alla 75a Mostra del Cinema di Venezia. Al Saturnia Film Festival, inoltre, le stesse immagini hanno riscosso particolare interesse e numerosi apprezzamenti da esperti del settore.
Valorizzare un territorio, lanciare messaggi importanti, credere nelle potenzialità e nelle competenze di professionisti locali e confrontarsi con il mondo, ecco quello che muove “Redemption for a lost soul”. Il progetto, in fase di esecuzione, ha un respiro internazionale poiché mira alle sale cinematografiche anche di altri continenti: per questo motivo, infatti, si è scelto di girare il film in lingua inglese.
Le prime immagini, come testimonia il teaser visibile anche su YouTube, sono di grande qualità ma soprattutto di forte impatto emotivo. Un film che emoziona e sensibilizza e che speriamo di vedere quanto prima!

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Franco Lannino e OUTUMURO

Un nome che risplende fra le cantanti liriche, nel panorama internazionale, è il soprano Desirée Rancatore. Bella, solare e allegra. Palermitana d’origine da anni calca i teatri dell’opera di tutto il mondo con la sua voce armoniosa.
«Iniziai a studiare il pianoforte a quattro anni e il violino quattro anni dopo. La mia è una famiglia musicale: mio padre è clarinettista e mia madre cantante al Teatro Massimo, quindi ho sempre bazzicato nel mondo dell’opera senza mai pensare di poterne far parte. Frequentando il corso di canto corale dovetti preparare la “Petite messe solennelle” di Rossini, così m’innamorai follemente del canto. Questo mio percorso iniziò a sedici anni e in pochi anni vide un’evoluzione di enfant prodige. Grazie a mia madre e ai suoi sapienti insegnamenti è uscito fuori questo dono del cielo. Arrivarono le audizioni, vinsi tre concorsi internazionali, debuttai a diciotto anni al Festival di Salisbrugo e ho cantato nei teatri di tutto il mondo». Una scelta sicuramente non facile quella di essere una cantante lirica ma che l’ha affascinata sin da subito. «È bello poter esprimere delle emozioni con la voce, perché parte dall’anima e arriva ai cuori di chi ti sta ascoltando e poi impersonare le eroine dei personaggi di un passato meraviglioso con delle storie d’amore avvincenti anche se quasi sempre tragiche, ma molto intense, molto belle. Sicuramente c’è il fascino di emozionare emozionandosi». Ma oltre alla formazione strumentistica e tecnica si apprendono e portano con sé anche degli insegnamenti per tutta la vita. «Ho iniziato a studiare canto con la mia mamma che continua a essere la costante nella mia vita, lei è molto severa, esigente e perfezionista e questo ha influito sul mio modo di essere. Per tredici anni ho avuto la fortuna di collaborare a Roma con Margaret Baker Genovesi, dei suoi insegnamenti mi porto dietro la precisione, la disciplina, il chiederti il perché di alcune cose di quello che stai cantando, oltre a prepararmi tecnicamente. È stato interessante raffrontarmi con Mariella Devia, per me un mito assoluto dopo la Callas, sia tecnicamente sia umanamente, perché mi ha dato tantissimo nella nuova parte del mio repertorio che sto ampliando perché la voce si evolve, ho debuttato con Norma grazie ai suoi insegnamenti». In realtà, in tutti questi anni sono molteplici i ruoli che ha interpretato, a volte affatto facili, ma Desirée Rancatore li ha affrontati con la sua versatilità. «Penso di non aver fatto mai cose facili. Ho avuto tanta incoscienza e la ringrazio infinitamente per essere stata la mia compagna fedele per tanti anni, anche se un po’ mi spiace averla persa. A diciotto anni ero ignara di tutto quello che mi aspettava, prendevo tutto come un gioco, non conoscevo neanche i cantanti famosi che avevo accanto a me. Mi sono divertita a interpretare tanti ruoli difficili, c’erano delle responsabilità che all’epoca non sentivo più di tanto. Quando la carriera arriva a un certo livello, ti rendi conto che sei sempre molto giudicata, anche criticata perché fa parte del gioco, ti responsabilizzi e capisci che devi mantenere un certo livello». Nonostante sia sempre in giro per il mondo per lavoro, la Sicilia rimane sempre la sua casa. «Sono legatissima alla mia terra, alla mia famiglia, ai miei valori. Ho una famiglia molto bella e penso che questo faccia sì che sia molto legata ai valori e alle tradizioni prettamente nostre: il sole, il cibo, il mare, specialmente da quando sono in Irlanda, che è bellissima, ma la Sicilia è la mia terra e non la cambio per niente». Dopo la masterclass a Foligno, aver ricevuto il premio “Il Parnaso 2019” a Montecatini, a ottobre Desirée Rancatore sarà in tour in Cina e in Giappone con il Rigoletto e la Traviata, poi debutterà con Liu nella Turandot a Trieste e con Anna Bolena a Genova incantando ancora una volta con la sua voce, in continua evoluzione, il suo pubblico.

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Sam Valadi

Non si può parlare dello scultore Arturo Di Modica senza ricordare la sua opera più famosa, quella che gli ha dato la notorietà a livello mondiale: il toro di Wall Street, il Charging Bull, diventato il simbolo della Borsa americana.
Di Modica è un artista multiforme che guarda sempre “oltre”, tanto da indurlo a creare a Vittoria, dove è nato, anche se la sua vita si è svolta soprattutto a New York, una grande struttura, che poggia su una superficie di centomila metri quadrati, dove, tra centinaia di palme e ulivi ultracentenari, sta sorgendo una Scuola Internazionale di Scultura, una fucina di artisti internazionali e uno studio/esposizione, oltre quello che ha nel Wyoming, per esporre e produrre le sue opere: sculture in bronzo, in acciaio, in legno e in marmo.
Struttura che, ci dice, è pronta all’ottanta per cento e che sarà inaugurata entro la fine del prossimo anno. Varcare la soglia dei suoi laboratori è come entrare in un mondo “fatato”.
Per visitarli bisogna spostarsi in macchina, tanto è vasta la struttura in via di realizzazione.
«Piano piano – spiega – la finirò, anche se occorrono molti capitali ed io non ho avuto aiuto da alcuno, né enti pubblici, né privati. Sto facendo tutto con le mie sole forze».
L’idea finale è realizzare due grandi cavalli rampanti in acciaio, alti quaranta metri, che si contrappongono e si sostengono a vicenda: saranno posizionati sulle sponde del fiume Ippari e ospiteranno un ristorante, due Musei Archeologici, quello di Vittoria e quello di Ragusa, ed altre sale.
Un progetto ambizioso, che lui dichiara di voler fare per la sua città, perché crede fermamente che diventeranno un’attrazione internazionale in grado di interessare turisti da tutto il mondo «solo il turismo può salvare una città come Vittoria, nella quale di recente si sono verificati spiacevolissimi episodi di cronaca».
Di questi cavalli rampanti sono state realizzate, nello studio del Wyoming, tre copie, ciascuna di otto metri di altezza, di cui due in bronzo, destinate alla vendita, ed una in acciaio, che resterà nella struttura vittoriese, posizionata su due piedistalli già pronti ad accoglierla.
«Per realizzare i due grandi cavalli ipparini occorrono trentasei milioni di euro e io non li ho. Per questo intendo rivolgermi alla Comunità Europea e ad altri Enti. Occorre trovare un sistema per avvicinare gli altri a questo mio progetto, perciò sto realizzando, con fondi esclusivamente miei, le tre copie di otto metri, che presenterò insieme al mio studio ed alla galleria del Nuovo Rinascimento».
Arturo Di Modica, instancabile benché non più giovanissimo, ha grinta e determinazione per attuarle. Tutti elementi che dichiara di assorbire dalla sua attività di scultore e di artista.
E sono state proprio queste caratteristiche ad indurlo a realizzare e ad abbandonare, molti anni fa, la pesante scultura bronzea davanti alla Borsa di Wall Street. Ma il suo toro oggi non parla solo americano: anche altre borse, a Shanghai, Amsterdam e Corea gli hanno chiesto di collocare il suo Charging Bull davanti alle rispettive borse. All’originale, quello newyorkese, di recente sono occorsi due strani episodi: il primo è stato attuato da alcune femministe americane, che hanno collocato la statua di una bambina davanti al toro, per dire: “Noi siamo qua e siamo pronte ad andare contro tutto e tutti”. La statua della bambina è stata poi fatta rimuovere dallo stesso Di Modica «perché la mia scultura non c’entra niente con le tematiche femministe». Altro episodio, che risale a pochi giorni fa: il Charging Bull è stato preso a martellate da qualcuno che gridava: “A Trump, a Trump”.
«Che nesso c’è tra il toro e Trump?», gli chiedo.
«Siccome Trump sta facendo le cose con grinta, viene paragonato al toro. Inoltre un giornale americano due mesi fa ha pubblicato una caricatura di Trump che cavalca il mio toro».
La città, quella sana, che è la parte più cospicua, aspetta. Sa che questa struttura, una volta realizzata, ne costituirà il vanto. Sia dal punto di vista culturale, che economico.

Articolo di Irene Novello   Foto di Giampiero Caminiti

 

Anche quest’anno, per la nona edizione, nella suggestiva location dell’antica città di Taormina, ha preso il via dal 21 al 25 giugno Taobuk, il Festival Letterario Internazionale ideato e diretto da Antonella Ferrara. Il tema del Festival è stato il desiderio e per la prima volta si è svolto il concorso di scrittura TaoTim, riconoscimento promosso da Tim per i nuovi talenti letterari, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni. Il premio, dal tema “La tecnologia ispira il desiderio”, è stato consegnato sabato 22 giugno al Teatro Antico di Taormina, da Carlo Nardello, Chief Strategy e Customer Experience & Trasformation Officer di Tim, a una giovane scrittrice di Vizzini, Eleonora Bufalino. La vincitrice ha avuto l’opportunità di seguire a Taormina, nella celebre Casa Cuseni, un corso di scrittura creativa tenuto da due docenti della scuola Holden di Torino. L’obiettivo del concorso è stato quello di invitare i candidati a riflettere sulle modalità con cui la tecnologia ha influenzato e cambiato la nostra quotidiana ricerca dei sogni.
“È un mondo di luci. Luci che scintillano, accecano, disarmano. Quelle degli schermi dei nostri dispositivi, continuamente accesi, come una costante intangibile che regola le ore, i minuti, i secondi delle nostre vite. Proviamo emozioni e sentimenti inesprimibili che urlano di essere ascoltati”. È cosi che inizia il saggio vincitore del premio, consultabile al sito www.taobuk.it.
Eleonora è una ragazza con le idee chiare, dopo essersi diplomata in ragioneria, ha conseguito la laurea triennale in Scienze e Lingue per la Comunicazione Internazionale e oggi segue presso l’Università degli Studi di Catania il corso di laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali.
La sua passione più grande è la scrittura, ma è interessata anche al mondo delle lingue e della comunicazione. Il suo talento è stato premiato anche al concorso “Digital News – L’evoluzione del giornalista 2.0”, evento curato dall’Associazione culturale LiveUnict e al concorso sulla “Giornata della memoria” organizzato dall’ERSU di Catania.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Vorrei fare un’esperienza all’estero in un paese anglofono, voglio migliorare le mie conoscenze sulla lingua inglese. Esperienza che ritengo importante per conoscere nuove culture e ampliare i propri orizzonti. Inoltre, tramite un’esperienza che ho fatto nell’ambito del Servizio Civile, mi sono resa conto che un altro settore che mi interessa per possibili sbocchi lavorativi è il turismo. Non ho intenzione di abbandonare la mia passione per la scrittura e quindi voglio continuare a coltivarla magari con altri nuovi progetti».

Considerando la situazione attuale italiana, dove molti giovani sono costretti ad espatriare per portare avanti i loro desideri, tu cosa consigli ai tuoi coetanei?
«La situazione è difficile, i giovani oggi stanno pagando gli errori commessi dalle generazioni passate. Ci troviamo a fare tantissimi sacrifici e a non trovare una gratificazione per tutto il nostro impegno, quindi siamo costretti a volgere il nostro sguardo all’estero. Il mio consiglio è quello di non abbattersi. Questa è la nostra terra e dovrebbe essere naturale realizzarci qui. Se non ci sono le opportunità è anche giusto muoversi e andare avanti, ma l’importante è continuare a coltivare le proprie passioni e credere nel proprio talento».

Eleonora è uno di quei talenti da valorizzare e che la propria terra non dovrebbe lasciar andare via e noi le facciamo un grande in bocca al lupo!

 

 

Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Francesco Spagnoletti

Dopo anni di studio e gavetta per lui è iniziata una brillante carriera artistica. Gaetano Ingala, attore poliedrico originario di Barrafranca, nell’ennese, si divide fra teatro, cinema e Tv: “Cannibal, il musical”, “Buonasera, buonasera”, “Insegnami a sognare”, la pièce da lui scritta “Ad esempio a noi piace il sud”, il musical “La febbre del sabato sera”, il programma “Amore criminale”, la fiction “La mafia uccide solo d’estate”, lo spettacolo “Non è una piscina in giardino”.

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Da bambino dicono che ero bravo ad imitare il grande Totò, adesso se penso ai movimenti con il collo mi fa male la cervicale. La passione nasce nel mio paese natio a Barrafranca in provincia di Enna dove, tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90 si sviluppa la mia fantasia, obbligato dal fatto che aldilà della piazza principale e qualche bar non vi era un granché da fare e, allora, in piazza nasceva il mio primo personaggio di cabaret che serviva ad animare i piccoli scout. La palestra più grande è stata l’associazionismo. Sono cresciuto all’interno dell’Associazione Arcobaleno con gli spettacoli sacri come il Presepe Vivente e “A Vasacra”: passione e morte di Gesù, dove studiare un personaggio e costruire il palco per andare in scena ti formano le braccia e la mente. Mi sono poi perfezionato a Roma frequentando l’Accademia “Corrado Pani” dei fratelli Claudio e Pino Insegno e laureandomi in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università Roma Tre».

Ci racconta la sua esperienza “Amore criminale”?
«Ho lavorato con la regista e autrice del programma, Matilde D’Errico, nel 2009 in “Città Criminali” dove interpretavo i panni del boss Giovanni Brusca e per me è sempre un onore lavorare con lei ma “Amore Criminale” è diverso. Quando prepari e interpreti i protagonisti è inevitabile immedesimarti nelle loro storie. Così è stato sia nel 2015, quando ne ho risentito fisicamente per rivestire il ruolo di Giuliano uomo rude e corpulento compagno di Marianna che trascura e che ucciderà a colpi di fucile, sia nel 2018 quando ho passato notti insonni per interpretare il ruolo di Mattia ragazzo bipolare che dopo avere ucciso la moglie Michela si toglie la vita. Vorrei che un giorno l’uomo capisse che le donne non vanno toccate ma sfiorate e che questo programma televisivo finisse di esistere, perché quel giorno vorrà dire che il femminicidio sarà davvero una piaga del passato».
Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Ho appena finito le riprese di “Greta”, un cortometraggio girato a Cefalù. La sceneggiatura, scritta dall’oncologo Massimiliano Spada, lo psicologo clinico Gaetano Castronovo e dal regista Alberto Culotta, è tratta da una storia vera vissuta tra le mura dell’ospedale Giglio di Cefalù dove si utilizza la medicina narrativa che mette al centro della cura il malato e non la malattia. Esperienza di vita per me difficile da dimenticare. Attualmente sto finendo di scrivere uno spettacolo che mi vedrà protagonista: la storia di un noto brigante siciliano che fece parlare di sé nel mondo, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Fiction? Cinema? Film? Vi farò sapere presto».

 

Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Sergio Furnari

Il suo non è il classico racconto di un siciliano che approdato in America si realizza. Sergio Furnari è andato oltre, ha realizzato il suo sogno americano e i sogni li regala alla gente. Forte della sua arte un giorno ha deciso di lasciare la Sicilia, la sua città natale, Caltagirone, e arrivare a New York.
«Da piccolo realizzavo figurine in terracotta, trascorrevo le mie ore nella veranda di casa mia. Entravo in un mondo tutto mio e dimenticavo tutto. Dopo essermi iscritto al Geometra decisi di andare all’Istituto d’arte per la ceramica, da ragazzino lavoravo nelle botteghe ceramiche così quando presi il diploma aprii la mia attività».
Nel maggio 1992 Sergio Furnari, per la prima volta, arrivò a New York. «Ricordo che uscii la stessa sera del mio arrivo, quella città mi apparve come un posto magico e rimasi cinque giorni. Ben presto il mal d’America si fece sentire così decisi di ritornarvi per altri cinque mesi fino a quando non mi trasferii definitivamente». Come per tutti gli immigrati gli inizi non furono affatto facili, Sergio Furnari da una piccola città siciliana si trovò in una delle metropoli più grandi del mondo.
«Inizialmente andavo porta a porta, nei ristoranti e in altre attività italiane a proporre ciò che sapevo fare: una parete decorata, un pavimento, una panca, una fontana, i piatti. Realizzai anche la prima piscina a Palm Beach, in Florida. I soldi però non bastavano mai. Poi arrivò il momento di eseguire dei lavori per Celine Dion». Un giorno, passeggiando per la Fifth Avenue, rimase colpito da una foto esposta in una vetrina, raffigurava undici lavoratori edili durante la loro pausa pranzo su una trave d’acciaio nel costruendo Rockefeller Center. «Quei volti mi parlarono, erano dei lavoratori immigrati come me, sentivo che dovevo catturare quelle espressioni nell’argilla. Era gente che ha lavorato sodo, ha fatto sacrifici. Tra me e me dissi che dovevo riprodurla. La mia unica forza erano le mani e il cervello, ci sono voluti anni per scoprire che possedevo una vena d’oro. Così iniziai a realizzare le mie sculture in ceramica, resina, metallo, che ben presto furono apprezzate. Quell’opera mi ha reso famoso, rimarrà nella storia americana ed europea, visti che quegli immigrati arrivavano anche dal Vecchio Continente. Nell’ottobre del 2001 quando completai la mia scultura a grandezza naturale, “Lunchtime on a Skyscraper – A tribute to America’s heroes”, la portai nel luogo in cui erano crollate le Torri Gemelle, a Ground Zero, ancora gli operai lavoravano alle rovine fumanti: un mio piccolo tributo perchè potesse sollevare il morale di quegli operai e degli americani, ridare loro speranza, nonostante tutto non avevano buttato giù l’anima dell’America. Quella scultura fece il giro del continente americano».
E se l’America è sempre stata la terra in cui tutti possono realizzare il proprio sogno, l’american dream, Sergio Furnari da alcuni anni a questa parte li realizza per i suoi clienti. «Nel 2005 ripresi a fare di nuovo le piscine, iniziai a venderle a clienti facoltosi, a Beverly Hills e in ogni angolo del pianeta: in America, Sud America, Europa e negli Emirati Arabi. L’anno dopo realizzai la piscina dipinta a mano più grande del mondo». Nonostante le sue sculture e i suoi lavori siano apprezzati da Celine Dion, Robert De Niro, Al Pacino, business people e altre importanti personalità Sergio Furnari ha conservato la sua umiltà. «Sono rimasto quello che ero, anche se venendo in America sono diventato un po’ architetto, scultore, direttore, ecc., ho reinventato nuove tecniche mescolando tradizioni centenarie con quelle americane. Tutto ciò che ho fatto ho provato a farlo nel migliore dei modi, per lasciare un segno. In America senti addosso quella pressione che ti porta a creare sempre cose nuove, per fortuna sempre apprezzate. Il mio è un successo relativo, la sete di successo rimane sempre. Il mio prossimo obiettivo, e sono sicuro che lo raggiungerò, è la musica, sto lavorando ad una canzone. Sono sempre disponibile a tornare nella mia terra se vi sono le condizioni favorevoli».

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Alessandro Lana

Ambiziosi, competenti e giovani: tre architetti siciliani collaborano con Renzo Piano per rigenerare la Mazzarrona, quartiere di Siracusa. Un’opportunità di crescita professionale notevole per Giuseppe, Carmelo e Tommaso, protagonisti siciliani di G124.

IL PROGETTO
G124 è un gruppo di lavoro creato e sostenuto dal senatore a vita Renzo Piano, architetto di fama internazionale, con la finalità di lavorare sulla rigenerazione urbana delle periferie del territorio italiano. Il nome del progetto nasce dalla stanza, la numero 24 del primo piano di Palazzo Giustiniani, assegnata a Piano dopo aver ottenuto la carica di senatore a vita.
“Il progetto sono i ragazzi stessi”, dichiara l’architetto genovese in un’intervista, mettendo in luce il suo obiettivo: permettere a dodici eccellenti neolaureati italiani di “rammendare” attivamente, tramite studio e lavoro, territori fragili.
È l’architetto e senatore Piano a supportare economicamente le borse di studio per i dodici giovani prescelti, quest’anno provenienti dal Politecnico di Milano, dall’Università di Padova, da La Sapienza di Roma e dall’Università di Catania.

I PROTAGONISTI SICILIANI
I tre giovani siciliani, selezionati tramite un bando pubblico, sono neolaureati in Architettura e non hanno oltre i ventinove anni. A loro spetterà dare un volto nuovo al quartiere della Mazzarrona, a Siracusa. Sono Giuseppe, Carmelo e Tommaso i protagonisti siciliani del G124, menti fresche e propositive al servizio della loro terra.
Giuseppe Cultraro, nato a Catania nel 1992. Laureato, con lode, in Architettura sviluppando una tesi sulla rigenerazione urbana di un borgo siciliano, consegue un master in “Polis Maker-Sviluppo urbano sostenibile” presso il Politecnico di Milano, con il massimo dei voti. È stato selezionato, nel 2018, per rappresentare il Made in Italy nella mostra “Contemporany Design” all’interno della rassegna Taomoda di Taormina e ha partecipato a concorsi internazionali di progettazione ricevendo premi e menzioni di rilievo.
Carmelo Antoniuccio, nato a Siracusa nel 1990. Dopo la laurea in Architettura con una tesi sulla rigenerazione urbana dell’area portuale di Edimburgo, vanta alcune importanti pubblicazioni e vari progetti in ambito architettonico e urbanistico.
Tommaso Bartoloni, nato a Catania nel 1989. Si laurea in Architettura con tesi sul superamento del limite fisico e amministrativo di Parigi, dopo aver svolto in Francia un tirocinio che gli consente di approfondire meglio i temi della progettazione urbana e delle aree periferiche.
I tre lavoreranno a G124 per dieci mesi. A coordinarli il prof. Bruno Messina, ordinario di Progettazione architettonica e urbana dell’Università di Catania.

AREA DI INTERVENTO
Il quartiere Mazzarrona, a nord-est di Siracusa, è considerato un rione-dormitorio il cui degrado urbanistico incide su quello sociale. Sorto durante il boom edilizio degli anni Sessanta, la Mazzarrona è una periferia che presenta un forte contrasto: alla bellezza paesaggistica in cui sorge (si affaccia sulla costa caratterizzata da splendide scogliere con panorami mozzafiato) si contrappone un disordinato assetto urbanistico che ne limita le potenzialità.
A questi tre giovani va il nostro plauso e la convinzione che, parafrasando un detto popolare, chi va “con Piano” va sano e va lontano! Ad Maiora.

Cosa significa per voi prendere parte a questo progetto?

“Rappresenta una possibilità unica per poter collaborare e confrontarmi con eccellenze italiane nel campo della rigenerazione urbana
e non solo”.
Carmelo Antonuccio

“Significa avere un’opportunità unica di crescita formativa e culturale”.
Tommaso Bartolon

“È un’occasione che mi permette di crescere professionalmente e che al tempo stesso mi consente di affrontare concretamente le problematiche che affliggono le nostre città”.
Giuseppe Cultraro

 

Articolo di Titti Metrico  Foto di A. Di Stefano

Luigi Tabita è un giovane ma già affermato artista del panorama teatrale e televisivo italiano, impegnato nel sociale, nella lotta contro ogni tipo di discriminazione. Dopo essersi diplomato alla “Scuola d’Arte Drammatica U. Spadaro” del Teatro Stabile di Catania Luigi Tabita a vent’anni debutta con Leo Gullotta e continua studiando con: Calenda, Albertazzi, Soleri, Piccardi, Wertmuller, Warner, Duggher, Chiti, Baliani. Si laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione presso l’Università di Catania. La sua poliedricità gli permette di interpretare diversi ruoli, dal drammatico al comico, al musical. In tv ha lavorato in fiction di successo Rai e Mediaset come: Boris Giuliano, Il giovane Montalbano 2, La Catturandi, Squadra antimafia 6, Il paese delle piccole piogge, Dov’è mia figlia, Provaci ancora Prof., I Cesaroni, Fratelli detective, Ho sposato uno sbirro 2. Ha lavorato nei teatri d’opera italiani come aiuto regia di grandi maestri, e tiene seminari di teatro all’Università di Palermo. Tanti i riconoscimenti ricevuti: il Premio Gassman 2008 e nel 2011 in Campidoglio ha ricevuto l’Oscar dei Giovani. È stato impegnato nella tournée teatrale, con Lucia Sardo, nello spettacolo “La rondine” di Guillem Clua. Negli ultimi anni partecipa agli eventi culturali della capitale e alle attività di promozione delle eccellenze del Made in Italy all’estero.

Da cinque anni sei il direttore artistico di “Giacinto festival”, evento d’informazione e approfondimento culturale Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender) che si svolge a Noto. Vuoi anticiparci qualcosa di questa edizione che si svolgerà il 3 e 4 agosto?
«Questa quinta edizione avrà un sapore diverso dalle altre visto anche il periodo storico che stiamo attraversando. Il titolo sarà “Orizzonti e non confini”. Racconteremo storie di migranti Lgbt, storie straordinarie come quella di Luca Trapanese, giovane gay che ha adottato una bimba con la sindrome di down, storie di protagonisti che hanno fatto grande il movimento Lgbt in questi cinquant’anni oltre ad ospiti del mondo della politica, dello spettacolo, documentari, mostre, laboratori e molto altro. Sarà un grande momento di informazione e condivisione per costruire un Paese sempre più plurale e inclusivo».

Pensi che l’omofobia sia solo un problema d’ignoranza, risolvibile con un’adeguata educazione? Oppure è qualcosa di più radicato?
«L’omofobia sicuramente è una questione culturale. Il nostro è un Paese patriarcale con una forte impronta maschilista che si è stratificata nei decenni sotto la nostra pelle. Solo facendo informazione ed innescando nuovi processi culturali che coinvolgano principalmente la scuola e la famiglia si potrà finalmente scardinare questa cultura nella quale siamo imbrigliati. Da anni coordino un progetto nelle scuole della Sicilia orientale dal titolo “Alma: educare alle differenze”, un progetto che porto avanti insieme con altre associazioni (Nesea, ColoridiAretusa, ImmaginareInsieme, Demetra, Auser) e che coinvolge alunni/e e i loro genitori. Sono stato discriminato da adolescente per i miei chili di troppo e per i miei atteggiamenti che forse per qualcuno non erano abbastanza “maschili”. Cosa che mi sorprendeva perché per me era la normalità. Io ero sempre stato me stesso anche grazie ai miei genitori estrosi e colorati che mi hanno sempre permesso di esprimermi come volevo nella vita e nella carriera. Auguro a tutti i giovanissimi che oggi sono vittime di soprusi e bullismo che abbiano una famiglia che li sostenga e che dia loro la forza di reagire».

Cos’è per te la Sicilia?
«La Sicilia è il luogo della mia anima. È il luogo della rigenerazione. Altare di grandi creazioni. Sono ritornato da qualche anno a vivere in Sicilia, il suo richiamo è stato forte in questi dodici anni romani e credo di aver fatto la scelta giusta. Ogni giorno i suoi colori, i suoi sapori, le sue bellezze artistiche mi danno un frisson, una scarica di adrenalina e creatività, nonostante la pessima gestione da parte dei nostri politici di questa Isola straordinaria».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Fabrizio Frigerio

A come Attore, B come Ballerino, C come Cantante, D come Delizioso, E come Entusiasmante, F come Fenomenale… Insomma, si potrebbe procedere all’infinito. A ogni lettera dell’alfabeto corrisponde più di una competenza o aggettivo attribuibili a lui, G come il grande Antonello Costa.

Lo incontro in camerino, dopo l’esibizione nel suo ultimo spettacolo-varietà “C Factor”, a Città della Notte presso Augusta, suo luogo natio, tra l’altro.
Antonello vive a Roma dal 1991 e si muove in tutta Italia per donare al suo pubblico ore di spensieratezza e allegria.

Quando nasce Antonello-Artista?
«(ride, ndr). Mia mamma mi racconta che a tre anni mi divertivo a imitare il mio bisnonno. Mi piaceva fare ridere i parenti. A quattordici anni ho iniziato a fare teatro con una compagnia di Augusta “Teatro Minimo” diretta da Giuseppe Amato. Lui disse a mia mamma “suo figlio è portato per il teatro, lo faccia studiare”. Così, dopo il liceo, mi trasferii a Roma per studiare recitazione, canto, ballo, insomma tutto ciò che serve per sostenere il talento».

Potremmo dire che lo studio è alla base in questo lavoro?
«Certo. È importantissimo. Negli spettacoli nulla è affidato al caso ma ogni battuta, movimento, pausa viene studiata nei dettagli. Ecco perché per preparare uno spettacolo passano parecchi mesi. Non è facile far ridere… ».

E nella vita, lontano dal palco, come sei?
«Beh, devo ammettere che mi piace molto scherzare ma non sono l’Antonello-Artista. C’è differenza tra la sfera privata e lavorativa: sul palco faccio quello che ho studiato e che devo fare, nella vita mi diverto con gli amici, amo la mia famiglia e mi rilasso pescando e suonando la chitarra».

Quindi Antonello persona e personaggio da una parte coincidono, dall’altra fanno vita differente…
«Sì, necessariamente. Ma non è stato facile comprenderlo. Io sono eccessivo in tutto, appartengo alla categoria dei capi-comici. In passato facevo l’ errore di dedicare gran parte del mio tempo all’Antonello-Artista finché un’amica psicologa mi ha aiutato a comprendere che tu sei due: se non coccoli, nel mio caso, l’Antonello-Persona ne risente l’Antonello-Artista e viceversa».

E l’Antonello-Artista, nella sua carriera, ha dato vita a numerosi personaggi. A quali sei maggiormente legato?
«I personaggi sono come dei figli. Ciascuno di loro nasce in un momento e in un contesto che lo rende speciale. Sicuramente sono legatissimo a Sergio (sììììììì) perché è stato il primo e don Antonino, nome di mio nonno, che me lo ricorda tantissimo».

Cosa fai prima di entrare in scena?
«A parte il “merda, merda, merda” di rito, gestisco la concentrazione controllando autonomamente ogni cosa che mi riguarda: ho due bauli interi pieni di parrucche e oggetti, senza contare le camicie, stirate esclusivamente da me. Questo potei definirlo un rito».

Hai un motto?
«Quando si è giovani, l’obiettivo è diventare famoso poi, negli anni, capisci che è molto più importante cercare di diventare bravo».

Utilizzi il corpo in maniera sublime: hai le capacità dei più grandi artisti mondiali, Michael Jackson per esempio…
«Avevo quindici anni quando ho scoperto che mi veniva facile imitare Totò, John Travolta, Michael Jackson, appunto. In discoteca, quando ballavo, si creava un cerchio attorno a me, era un’attrazione. Una cosa però è importante: io utilizzo il loro stile per creare un pezzo tutto mio, non è un copia-incolla».

In cosa sarai impegnato prossimamente?
«Da ottobre a dicembre sarò impegnato come protagonista in una commedia con Barbara Bouchet, Fiordaliso e Sergio Vastano. A gennaio, febbraio e marzo farò la mia commedia. Ad aprile o maggio debutterò col mio nuovo varietà al Teatro Olimpico di Roma».

Prima di chiudere l’intervista fa una considerazione spontanea: “Sono fortunato perché faccio il lavoro che amo”. Lo abbraccio e mi sorride, anche con lo sguardo.
Mette il buonumore – anche solo a parlarci – l’artigiano dello spettacolo, come ama definirsi. Ad maiora, Antonello, la Sicilia è fiera di te!

 

Articolo di Sofia Cocchiaro  Foto di Antonio Bonifacio ( Studio Momm Photography)

Onorata Società, band nata a Ragusa intorno alla fine degli anni ’90, è formata da nove componenti accomunati dalla voglia di ciascuno di essi di trasformare la musica in un mezzo per esprimere un’ opinione forte e fortemente radicata alla realtà.
Il gruppo, rigorosamente autore dei testi e delle musiche, afferma di non essere mai riuscito a scrivere qualcosa di fine a se stesso. In ogni pezzo si avverte l’esigenza profonda di amoreggiare con la musica per informare.
Significativo tale assunto se si pensa che viviamo in un’ epoca nella quale si tende ad appiattire i pareri, conformare le idee e disperdere la cultura.
Proprio per questo noi di Bianca Magazine, sempre alla ricerca di “talenti di sostanza” abbiamo desiderato saperne di più su questa “nostra” eccellenza locale.

Come e quando nasce Onorata Società?
«I nostri incontri iniziano alla fine degli anni ‘90 quando, in una cantina con solo un microfono e due giradischi, iniziamo a sperimentare l’universo della canzone d’autore senza porci né regole né obiettivi se non quelli di dare libero sfogo alla creatività e al desiderio di utilizzare la musica quale strumento di denuncia sociale. Solo agli inizi degli anni 2000 iniziamo ad affrontare l’argomento musica da un punto di vista più professionale. Nascono così i nostri primi due album, “Follow me” e “Medicina popolare”. Nel 2016 infine, spinti ancora dalla necessità di informare e di avventurarci verso nuovi orizzonti musicali iniziamo a lavorare su nuovi testi e nuove sonorità che vedono la luce nel 2018 con l’uscita del nostro ultimo album “L’anima Animale”».

Siete nove gli elementi della band, come avete fatto a resistere tutto questo tempo?
«Ci siamo sempre ritenuti una famiglia e per questo, utilizzando la filosofia da cui prende spunto il nome della nostra band, le esigenze del singolo sono sempre state messe in secondo piano rispetto a quelle del gruppo. Ci sono stati anche momenti di tensione ed è innegabile che negli anni abbiamo più volte sfiorato l’idea dell’abbandono ma tale pensiero non è durato più di una giornata o due. Basta un concerto o una semplicissima serata in sala prove a farci capire che l’Onorata Società non può mollare».

Qual è il vostro stile musicale e quali i temi che vi stanno più a cuore?
«Definiamo il nostro genere “musica in continuo divenire”. La nostra musa ispiratrice è la “black music” ma ci affacciamo anche a tantissimi altri stili un po’ più elettronici o a riff di chitarra, più rock, a momenti pop o dance. I temi sono una caratteristica importantissima della band, da sempre. Abbiamo sempre raccontato ciò che i nostri occhi vedono, ciò che il nostro cervello elabora e ciò che il nostro cuore filtra».

Nel vostro ultimo album c’è un featuring con Lello Analfino dei “ Tinturia”. Come è nata questa collaborazione?
«Il featuring con Lello non era preventivato; è nato spontaneamente durante una delle notti passate allo studio di registrazione. Il brano sembrava già completo quando il cosiddetto “fenomeno inventivo” ha fatto si che nascessero nuove parole registrate da Lello sin da subito. La scelta di lasciare la sua voce è stata un’ ovvia conseguenza».

Qual è la vostra idea di successo?
«Il successo, da non confondere con la popolarità, s’ identifica per noi con il raggiungimento di un obiettivo. Nonostante molti dei nostri obiettivi siano già stati raggiunti tuttavia non possiamo sentirci arrivati anzi al contrario, riteniamo che chi si crede così ha finito, non ha più stimoli, forse ha perso. Non smetteremo mai di cercare nuovi successi, nuovi traguardi, siano essi dovuti alla creazione di un nuovo brano o all’aver emozionato il pubblico suonando l’ultima nota in un concerto. Quest’ ultimo, per noi animali da palco è il successo più gratificante che esista».

Certi che il successo non è altro che il miglior raggiungimento di un traguardo non possiamo che augurarvi infiniti traguardi.