Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Sergio Furnari

Il suo non è il classico racconto di un siciliano che approdato in America si realizza. Sergio Furnari è andato oltre, ha realizzato il suo sogno americano e i sogni li regala alla gente. Forte della sua arte un giorno ha deciso di lasciare la Sicilia, la sua città natale, Caltagirone, e arrivare a New York.
«Da piccolo realizzavo figurine in terracotta, trascorrevo le mie ore nella veranda di casa mia. Entravo in un mondo tutto mio e dimenticavo tutto. Dopo essermi iscritto al Geometra decisi di andare all’Istituto d’arte per la ceramica, da ragazzino lavoravo nelle botteghe ceramiche così quando presi il diploma aprii la mia attività».
Nel maggio 1992 Sergio Furnari, per la prima volta, arrivò a New York. «Ricordo che uscii la stessa sera del mio arrivo, quella città mi apparve come un posto magico e rimasi cinque giorni. Ben presto il mal d’America si fece sentire così decisi di ritornarvi per altri cinque mesi fino a quando non mi trasferii definitivamente». Come per tutti gli immigrati gli inizi non furono affatto facili, Sergio Furnari da una piccola città siciliana si trovò in una delle metropoli più grandi del mondo.
«Inizialmente andavo porta a porta, nei ristoranti e in altre attività italiane a proporre ciò che sapevo fare: una parete decorata, un pavimento, una panca, una fontana, i piatti. Realizzai anche la prima piscina a Palm Beach, in Florida. I soldi però non bastavano mai. Poi arrivò il momento di eseguire dei lavori per Celine Dion». Un giorno, passeggiando per la Fifth Avenue, rimase colpito da una foto esposta in una vetrina, raffigurava undici lavoratori edili durante la loro pausa pranzo su una trave d’acciaio nel costruendo Rockefeller Center. «Quei volti mi parlarono, erano dei lavoratori immigrati come me, sentivo che dovevo catturare quelle espressioni nell’argilla. Era gente che ha lavorato sodo, ha fatto sacrifici. Tra me e me dissi che dovevo riprodurla. La mia unica forza erano le mani e il cervello, ci sono voluti anni per scoprire che possedevo una vena d’oro. Così iniziai a realizzare le mie sculture in ceramica, resina, metallo, che ben presto furono apprezzate. Quell’opera mi ha reso famoso, rimarrà nella storia americana ed europea, visti che quegli immigrati arrivavano anche dal Vecchio Continente. Nell’ottobre del 2001 quando completai la mia scultura a grandezza naturale, “Lunchtime on a Skyscraper – A tribute to America’s heroes”, la portai nel luogo in cui erano crollate le Torri Gemelle, a Ground Zero, ancora gli operai lavoravano alle rovine fumanti: un mio piccolo tributo perchè potesse sollevare il morale di quegli operai e degli americani, ridare loro speranza, nonostante tutto non avevano buttato giù l’anima dell’America. Quella scultura fece il giro del continente americano».
E se l’America è sempre stata la terra in cui tutti possono realizzare il proprio sogno, l’american dream, Sergio Furnari da alcuni anni a questa parte li realizza per i suoi clienti. «Nel 2005 ripresi a fare di nuovo le piscine, iniziai a venderle a clienti facoltosi, a Beverly Hills e in ogni angolo del pianeta: in America, Sud America, Europa e negli Emirati Arabi. L’anno dopo realizzai la piscina dipinta a mano più grande del mondo». Nonostante le sue sculture e i suoi lavori siano apprezzati da Celine Dion, Robert De Niro, Al Pacino, business people e altre importanti personalità Sergio Furnari ha conservato la sua umiltà. «Sono rimasto quello che ero, anche se venendo in America sono diventato un po’ architetto, scultore, direttore, ecc., ho reinventato nuove tecniche mescolando tradizioni centenarie con quelle americane. Tutto ciò che ho fatto ho provato a farlo nel migliore dei modi, per lasciare un segno. In America senti addosso quella pressione che ti porta a creare sempre cose nuove, per fortuna sempre apprezzate. Il mio è un successo relativo, la sete di successo rimane sempre. Il mio prossimo obiettivo, e sono sicuro che lo raggiungerò, è la musica, sto lavorando ad una canzone. Sono sempre disponibile a tornare nella mia terra se vi sono le condizioni favorevoli».

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Alessandro Lana

Ambiziosi, competenti e giovani: tre architetti siciliani collaborano con Renzo Piano per rigenerare la Mazzarrona, quartiere di Siracusa. Un’opportunità di crescita professionale notevole per Giuseppe, Carmelo e Tommaso, protagonisti siciliani di G124.

IL PROGETTO
G124 è un gruppo di lavoro creato e sostenuto dal senatore a vita Renzo Piano, architetto di fama internazionale, con la finalità di lavorare sulla rigenerazione urbana delle periferie del territorio italiano. Il nome del progetto nasce dalla stanza, la numero 24 del primo piano di Palazzo Giustiniani, assegnata a Piano dopo aver ottenuto la carica di senatore a vita.
“Il progetto sono i ragazzi stessi”, dichiara l’architetto genovese in un’intervista, mettendo in luce il suo obiettivo: permettere a dodici eccellenti neolaureati italiani di “rammendare” attivamente, tramite studio e lavoro, territori fragili.
È l’architetto e senatore Piano a supportare economicamente le borse di studio per i dodici giovani prescelti, quest’anno provenienti dal Politecnico di Milano, dall’Università di Padova, da La Sapienza di Roma e dall’Università di Catania.

I PROTAGONISTI SICILIANI
I tre giovani siciliani, selezionati tramite un bando pubblico, sono neolaureati in Architettura e non hanno oltre i ventinove anni. A loro spetterà dare un volto nuovo al quartiere della Mazzarrona, a Siracusa. Sono Giuseppe, Carmelo e Tommaso i protagonisti siciliani del G124, menti fresche e propositive al servizio della loro terra.
Giuseppe Cultraro, nato a Catania nel 1992. Laureato, con lode, in Architettura sviluppando una tesi sulla rigenerazione urbana di un borgo siciliano, consegue un master in “Polis Maker-Sviluppo urbano sostenibile” presso il Politecnico di Milano, con il massimo dei voti. È stato selezionato, nel 2018, per rappresentare il Made in Italy nella mostra “Contemporany Design” all’interno della rassegna Taomoda di Taormina e ha partecipato a concorsi internazionali di progettazione ricevendo premi e menzioni di rilievo.
Carmelo Antoniuccio, nato a Siracusa nel 1990. Dopo la laurea in Architettura con una tesi sulla rigenerazione urbana dell’area portuale di Edimburgo, vanta alcune importanti pubblicazioni e vari progetti in ambito architettonico e urbanistico.
Tommaso Bartoloni, nato a Catania nel 1989. Si laurea in Architettura con tesi sul superamento del limite fisico e amministrativo di Parigi, dopo aver svolto in Francia un tirocinio che gli consente di approfondire meglio i temi della progettazione urbana e delle aree periferiche.
I tre lavoreranno a G124 per dieci mesi. A coordinarli il prof. Bruno Messina, ordinario di Progettazione architettonica e urbana dell’Università di Catania.

AREA DI INTERVENTO
Il quartiere Mazzarrona, a nord-est di Siracusa, è considerato un rione-dormitorio il cui degrado urbanistico incide su quello sociale. Sorto durante il boom edilizio degli anni Sessanta, la Mazzarrona è una periferia che presenta un forte contrasto: alla bellezza paesaggistica in cui sorge (si affaccia sulla costa caratterizzata da splendide scogliere con panorami mozzafiato) si contrappone un disordinato assetto urbanistico che ne limita le potenzialità.
A questi tre giovani va il nostro plauso e la convinzione che, parafrasando un detto popolare, chi va “con Piano” va sano e va lontano! Ad Maiora.

Cosa significa per voi prendere parte a questo progetto?

“Rappresenta una possibilità unica per poter collaborare e confrontarmi con eccellenze italiane nel campo della rigenerazione urbana
e non solo”.
Carmelo Antonuccio

“Significa avere un’opportunità unica di crescita formativa e culturale”.
Tommaso Bartolon

“È un’occasione che mi permette di crescere professionalmente e che al tempo stesso mi consente di affrontare concretamente le problematiche che affliggono le nostre città”.
Giuseppe Cultraro

 

Articolo di Titti Metrico  Foto di A. Di Stefano

Luigi Tabita è un giovane ma già affermato artista del panorama teatrale e televisivo italiano, impegnato nel sociale, nella lotta contro ogni tipo di discriminazione. Dopo essersi diplomato alla “Scuola d’Arte Drammatica U. Spadaro” del Teatro Stabile di Catania Luigi Tabita a vent’anni debutta con Leo Gullotta e continua studiando con: Calenda, Albertazzi, Soleri, Piccardi, Wertmuller, Warner, Duggher, Chiti, Baliani. Si laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione presso l’Università di Catania. La sua poliedricità gli permette di interpretare diversi ruoli, dal drammatico al comico, al musical. In tv ha lavorato in fiction di successo Rai e Mediaset come: Boris Giuliano, Il giovane Montalbano 2, La Catturandi, Squadra antimafia 6, Il paese delle piccole piogge, Dov’è mia figlia, Provaci ancora Prof., I Cesaroni, Fratelli detective, Ho sposato uno sbirro 2. Ha lavorato nei teatri d’opera italiani come aiuto regia di grandi maestri, e tiene seminari di teatro all’Università di Palermo. Tanti i riconoscimenti ricevuti: il Premio Gassman 2008 e nel 2011 in Campidoglio ha ricevuto l’Oscar dei Giovani. È stato impegnato nella tournée teatrale, con Lucia Sardo, nello spettacolo “La rondine” di Guillem Clua. Negli ultimi anni partecipa agli eventi culturali della capitale e alle attività di promozione delle eccellenze del Made in Italy all’estero.

Da cinque anni sei il direttore artistico di “Giacinto festival”, evento d’informazione e approfondimento culturale Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender) che si svolge a Noto. Vuoi anticiparci qualcosa di questa edizione che si svolgerà il 3 e 4 agosto?
«Questa quinta edizione avrà un sapore diverso dalle altre visto anche il periodo storico che stiamo attraversando. Il titolo sarà “Orizzonti e non confini”. Racconteremo storie di migranti Lgbt, storie straordinarie come quella di Luca Trapanese, giovane gay che ha adottato una bimba con la sindrome di down, storie di protagonisti che hanno fatto grande il movimento Lgbt in questi cinquant’anni oltre ad ospiti del mondo della politica, dello spettacolo, documentari, mostre, laboratori e molto altro. Sarà un grande momento di informazione e condivisione per costruire un Paese sempre più plurale e inclusivo».

Pensi che l’omofobia sia solo un problema d’ignoranza, risolvibile con un’adeguata educazione? Oppure è qualcosa di più radicato?
«L’omofobia sicuramente è una questione culturale. Il nostro è un Paese patriarcale con una forte impronta maschilista che si è stratificata nei decenni sotto la nostra pelle. Solo facendo informazione ed innescando nuovi processi culturali che coinvolgano principalmente la scuola e la famiglia si potrà finalmente scardinare questa cultura nella quale siamo imbrigliati. Da anni coordino un progetto nelle scuole della Sicilia orientale dal titolo “Alma: educare alle differenze”, un progetto che porto avanti insieme con altre associazioni (Nesea, ColoridiAretusa, ImmaginareInsieme, Demetra, Auser) e che coinvolge alunni/e e i loro genitori. Sono stato discriminato da adolescente per i miei chili di troppo e per i miei atteggiamenti che forse per qualcuno non erano abbastanza “maschili”. Cosa che mi sorprendeva perché per me era la normalità. Io ero sempre stato me stesso anche grazie ai miei genitori estrosi e colorati che mi hanno sempre permesso di esprimermi come volevo nella vita e nella carriera. Auguro a tutti i giovanissimi che oggi sono vittime di soprusi e bullismo che abbiano una famiglia che li sostenga e che dia loro la forza di reagire».

Cos’è per te la Sicilia?
«La Sicilia è il luogo della mia anima. È il luogo della rigenerazione. Altare di grandi creazioni. Sono ritornato da qualche anno a vivere in Sicilia, il suo richiamo è stato forte in questi dodici anni romani e credo di aver fatto la scelta giusta. Ogni giorno i suoi colori, i suoi sapori, le sue bellezze artistiche mi danno un frisson, una scarica di adrenalina e creatività, nonostante la pessima gestione da parte dei nostri politici di questa Isola straordinaria».

 

Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Francesco Spagnoletti

Dopo anni di studio e gavetta per lui è iniziata una brillante carriera artistica. Gaetano Ingala, attore poliedrico originario di Barrafranca, nell’ennese, si divide fra teatro, cinema e Tv: “Cannibal, il musical”, “Buonasera, buonasera”, “Insegnami a sognare”, la pièce da lui scritta “Ad esempio a noi piace il sud”, il musical “La febbre del sabato sera”, il programma “Amore criminale”, la fiction “La mafia uccide solo d’estate”, lo spettacolo “Non è una piscina in giardino”.

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Da bambino dicono che ero bravo ad imitare il grande Totò, adesso se penso ai movimenti con il collo mi fa male la cervicale. La passione nasce nel mio paese natio a Barrafranca in provincia di Enna dove, tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90 si sviluppa la mia fantasia, obbligato dal fatto che aldilà della piazza principale e qualche bar non vi era un granché da fare e, allora, in piazza nasceva il mio primo personaggio di cabaret che serviva ad animare i piccoli scout. La palestra più grande è stata l’associazionismo. Sono cresciuto all’interno dell’Associazione Arcobaleno con gli spettacoli sacri come il Presepe Vivente e “A Vasacra”: passione e morte di Gesù, dove studiare un personaggio e costruire il palco per andare in scena ti formano le braccia e la mente. Mi sono poi perfezionato a Roma frequentando l’Accademia “Corrado Pani” dei fratelli Claudio e Pino Insegno e laureandomi in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università Roma Tre».

Ci racconta la sua esperienza “Amore criminale”?
«Ho lavorato con la regista e autrice del programma, Matilde D’Errico, nel 2009 in “Città Criminali” dove interpretavo i panni del boss Giovanni Brusca e per me è sempre un onore lavorare con lei ma “Amore Criminale” è diverso. Quando prepari e interpreti i protagonisti è inevitabile immedesimarti nelle loro storie. Così è stato sia nel 2015, quando ne ho risentito fisicamente per rivestire il ruolo di Giuliano uomo rude e corpulento compagno di Marianna che trascura e che ucciderà a colpi di fucile, sia nel 2018 quando ho passato notti insonni per interpretare il ruolo di Mattia ragazzo bipolare che dopo avere ucciso la moglie Michela si toglie la vita. Vorrei che un giorno l’uomo capisse che le donne non vanno toccate ma sfiorate e che questo programma televisivo finisse di esistere, perché quel giorno vorrà dire che il femminicidio sarà davvero una piaga del passato».
Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Ho appena finito le riprese di “Greta”, un cortometraggio girato a Cefalù. La sceneggiatura, scritta dall’oncologo Massimiliano Spada, lo psicologo clinico Gaetano Castronovo e dal regista Alberto Culotta, è tratta da una storia vera vissuta tra le mura dell’ospedale Giglio di Cefalù dove si utilizza la medicina narrativa che mette al centro della cura il malato e non la malattia. Esperienza di vita per me difficile da dimenticare. Attualmente sto finendo di scrivere uno spettacolo che mi vedrà protagonista: la storia di un noto brigante siciliano che fece parlare di sé nel mondo, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Fiction? Cinema? Film? Vi farò sapere presto».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Fabrizio Frigerio

A come Attore, B come Ballerino, C come Cantante, D come Delizioso, E come Entusiasmante, F come Fenomenale… Insomma, si potrebbe procedere all’infinito. A ogni lettera dell’alfabeto corrisponde più di una competenza o aggettivo attribuibili a lui, G come il grande Antonello Costa.

Lo incontro in camerino, dopo l’esibizione nel suo ultimo spettacolo-varietà “C Factor”, a Città della Notte presso Augusta, suo luogo natio, tra l’altro.
Antonello vive a Roma dal 1991 e si muove in tutta Italia per donare al suo pubblico ore di spensieratezza e allegria.

Quando nasce Antonello-Artista?
«(ride, ndr). Mia mamma mi racconta che a tre anni mi divertivo a imitare il mio bisnonno. Mi piaceva fare ridere i parenti. A quattordici anni ho iniziato a fare teatro con una compagnia di Augusta “Teatro Minimo” diretta da Giuseppe Amato. Lui disse a mia mamma “suo figlio è portato per il teatro, lo faccia studiare”. Così, dopo il liceo, mi trasferii a Roma per studiare recitazione, canto, ballo, insomma tutto ciò che serve per sostenere il talento».

Potremmo dire che lo studio è alla base in questo lavoro?
«Certo. È importantissimo. Negli spettacoli nulla è affidato al caso ma ogni battuta, movimento, pausa viene studiata nei dettagli. Ecco perché per preparare uno spettacolo passano parecchi mesi. Non è facile far ridere… ».

E nella vita, lontano dal palco, come sei?
«Beh, devo ammettere che mi piace molto scherzare ma non sono l’Antonello-Artista. C’è differenza tra la sfera privata e lavorativa: sul palco faccio quello che ho studiato e che devo fare, nella vita mi diverto con gli amici, amo la mia famiglia e mi rilasso pescando e suonando la chitarra».

Quindi Antonello persona e personaggio da una parte coincidono, dall’altra fanno vita differente…
«Sì, necessariamente. Ma non è stato facile comprenderlo. Io sono eccessivo in tutto, appartengo alla categoria dei capi-comici. In passato facevo l’ errore di dedicare gran parte del mio tempo all’Antonello-Artista finché un’amica psicologa mi ha aiutato a comprendere che tu sei due: se non coccoli, nel mio caso, l’Antonello-Persona ne risente l’Antonello-Artista e viceversa».

E l’Antonello-Artista, nella sua carriera, ha dato vita a numerosi personaggi. A quali sei maggiormente legato?
«I personaggi sono come dei figli. Ciascuno di loro nasce in un momento e in un contesto che lo rende speciale. Sicuramente sono legatissimo a Sergio (sììììììì) perché è stato il primo e don Antonino, nome di mio nonno, che me lo ricorda tantissimo».

Cosa fai prima di entrare in scena?
«A parte il “merda, merda, merda” di rito, gestisco la concentrazione controllando autonomamente ogni cosa che mi riguarda: ho due bauli interi pieni di parrucche e oggetti, senza contare le camicie, stirate esclusivamente da me. Questo potei definirlo un rito».

Hai un motto?
«Quando si è giovani, l’obiettivo è diventare famoso poi, negli anni, capisci che è molto più importante cercare di diventare bravo».

Utilizzi il corpo in maniera sublime: hai le capacità dei più grandi artisti mondiali, Michael Jackson per esempio…
«Avevo quindici anni quando ho scoperto che mi veniva facile imitare Totò, John Travolta, Michael Jackson, appunto. In discoteca, quando ballavo, si creava un cerchio attorno a me, era un’attrazione. Una cosa però è importante: io utilizzo il loro stile per creare un pezzo tutto mio, non è un copia-incolla».

In cosa sarai impegnato prossimamente?
«Da ottobre a dicembre sarò impegnato come protagonista in una commedia con Barbara Bouchet, Fiordaliso e Sergio Vastano. A gennaio, febbraio e marzo farò la mia commedia. Ad aprile o maggio debutterò col mio nuovo varietà al Teatro Olimpico di Roma».

Prima di chiudere l’intervista fa una considerazione spontanea: “Sono fortunato perché faccio il lavoro che amo”. Lo abbraccio e mi sorride, anche con lo sguardo.
Mette il buonumore – anche solo a parlarci – l’artigiano dello spettacolo, come ama definirsi. Ad maiora, Antonello, la Sicilia è fiera di te!

 

Articolo di Sofia Cocchiaro  Foto di Antonio Bonifacio ( Studio Momm Photography)

Onorata Società, band nata a Ragusa intorno alla fine degli anni ’90, è formata da nove componenti accomunati dalla voglia di ciascuno di essi di trasformare la musica in un mezzo per esprimere un’ opinione forte e fortemente radicata alla realtà.
Il gruppo, rigorosamente autore dei testi e delle musiche, afferma di non essere mai riuscito a scrivere qualcosa di fine a se stesso. In ogni pezzo si avverte l’esigenza profonda di amoreggiare con la musica per informare.
Significativo tale assunto se si pensa che viviamo in un’ epoca nella quale si tende ad appiattire i pareri, conformare le idee e disperdere la cultura.
Proprio per questo noi di Bianca Magazine, sempre alla ricerca di “talenti di sostanza” abbiamo desiderato saperne di più su questa “nostra” eccellenza locale.

Come e quando nasce Onorata Società?
«I nostri incontri iniziano alla fine degli anni ‘90 quando, in una cantina con solo un microfono e due giradischi, iniziamo a sperimentare l’universo della canzone d’autore senza porci né regole né obiettivi se non quelli di dare libero sfogo alla creatività e al desiderio di utilizzare la musica quale strumento di denuncia sociale. Solo agli inizi degli anni 2000 iniziamo ad affrontare l’argomento musica da un punto di vista più professionale. Nascono così i nostri primi due album, “Follow me” e “Medicina popolare”. Nel 2016 infine, spinti ancora dalla necessità di informare e di avventurarci verso nuovi orizzonti musicali iniziamo a lavorare su nuovi testi e nuove sonorità che vedono la luce nel 2018 con l’uscita del nostro ultimo album “L’anima Animale”».

Siete nove gli elementi della band, come avete fatto a resistere tutto questo tempo?
«Ci siamo sempre ritenuti una famiglia e per questo, utilizzando la filosofia da cui prende spunto il nome della nostra band, le esigenze del singolo sono sempre state messe in secondo piano rispetto a quelle del gruppo. Ci sono stati anche momenti di tensione ed è innegabile che negli anni abbiamo più volte sfiorato l’idea dell’abbandono ma tale pensiero non è durato più di una giornata o due. Basta un concerto o una semplicissima serata in sala prove a farci capire che l’Onorata Società non può mollare».

Qual è il vostro stile musicale e quali i temi che vi stanno più a cuore?
«Definiamo il nostro genere “musica in continuo divenire”. La nostra musa ispiratrice è la “black music” ma ci affacciamo anche a tantissimi altri stili un po’ più elettronici o a riff di chitarra, più rock, a momenti pop o dance. I temi sono una caratteristica importantissima della band, da sempre. Abbiamo sempre raccontato ciò che i nostri occhi vedono, ciò che il nostro cervello elabora e ciò che il nostro cuore filtra».

Nel vostro ultimo album c’è un featuring con Lello Analfino dei “ Tinturia”. Come è nata questa collaborazione?
«Il featuring con Lello non era preventivato; è nato spontaneamente durante una delle notti passate allo studio di registrazione. Il brano sembrava già completo quando il cosiddetto “fenomeno inventivo” ha fatto si che nascessero nuove parole registrate da Lello sin da subito. La scelta di lasciare la sua voce è stata un’ ovvia conseguenza».

Qual è la vostra idea di successo?
«Il successo, da non confondere con la popolarità, s’ identifica per noi con il raggiungimento di un obiettivo. Nonostante molti dei nostri obiettivi siano già stati raggiunti tuttavia non possiamo sentirci arrivati anzi al contrario, riteniamo che chi si crede così ha finito, non ha più stimoli, forse ha perso. Non smetteremo mai di cercare nuovi successi, nuovi traguardi, siano essi dovuti alla creazione di un nuovo brano o all’aver emozionato il pubblico suonando l’ultima nota in un concerto. Quest’ ultimo, per noi animali da palco è il successo più gratificante che esista».

Certi che il successo non è altro che il miglior raggiungimento di un traguardo non possiamo che augurarvi infiniti traguardi.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta

Tra i figli più illustri, motivo di orgoglio della nostra Sicilia, vi è sicuramente Toni Campo, un fotografo autore d’importanti scatti per le riviste Vogue, Ladies e per Una Grande Storia Italiana (ed. Taschen, 2007), libro sui quarantacinque anni di carriera del famoso stilista Valentino Garavani.
Dopo anni di studio e lavoro nella capitale italiana della moda, Milano, Toni Campo nato a Comiso, classe ‘68, torna a omaggiare la Sicilia, dedicandole i sui prossimi importanti progetti e non solo!

Come nasce la tua passione per la fotografia?
«Ho sempre sentito dentro di me il bisogno di esprimermi. Ho provato varie forme d’arte: dalla scultura alla pittura ma facevo fatica a realizzare quello che mi proponevo di fare. Poi, mi regalarono una macchina fotografica… ».

Una macchina fotografica, così, rivoluzionò la tua vita?
«Assolutamente sì. Avevo sedici anni. Mia zia Lucia, cieca, mi chiedeva spesso di accompagnarla nei suoi viaggi. Lei, priva della vista, amava godere delle bellezze della vita attraverso il buon cibo, il vino, i viaggi… Mi chiese di accompagnarla a Roma e mi donò una macchina fotografica, la mia prima macchina fotografica».

Scattasti dunque la tua prima foto a Roma?
«Sì, c’era l’udienza del Papa. Nel momento in cui passò Giovanni Paolo II, pensai se fosse il caso di baciargli l’anello o utilizzare la mia macchina fotografica per immortalare quell’evento. Optai per la seconda. Così il mio primo scatto fu proprio il volto del Papa intento a benedirci».

Quasi una benedizione alla tua lunga e prestigiosa carriera…
«Sicuramente! Da quel momento in poi mi appassionai sempre più. Mi piaceva comporre situazioni, applicavo la tecnica dello Still Life che consiste nell’utilizzare oggetti inanimati per esprimere concetti giocando sulle forme, utilizzando le luci. Un giorno, su una rivista lessi dell’Istituto Europeo di Design a Milano e decisi, una volta concluso il militare, di iniziare lì i miei studi».

A Milano hai conosciuto il mondo dell’Alta Moda. Cosa ti ha dato?
«Ho fatto tantissime esperienze. La moda mi ha dato da vivere ma mi ha insegnato anche tanto. A questo proposito voglio ricordare la carissima Franca Sozzani, direttrice della rivista Vogue, per cui ho lavorato tanti anni. Lei m’insegnò una cosa importantissima: far diventare belle le cose brutte. Poi è diventato uno stile di vita, oltre che nel lavoro…»

Puoi farci un esempio?
«Il 26 dicembre ho inaugurato a Chiaramonte Gulfi la mostra “My heads my souls, negative positive” esponendo trenta opere, ciascuna delle quali ha per soggetto volti di uomini e donne di diversa età, provenienza e abilità, elaborate in positivo e in negativo, fotograficamente parlando. Questo mi ha permesso di dare una dignità artistica a ogni volto andando oltre i segni del tempo, il deturpamento della malattia, oltre ogni limite che coglie l’occhio ma che la luce e la fotografia può annullare. Devo ringraziare la cooperativa PietrAngolare con i suoi speciali ragazzi diversamente abili, alcuni soggetti delle mie opere, che mi hanno donato tanto. A loro andrà il ricavato della vendita delle opere».

Dove trai ispirazione?
«La mia terra è sempre stata la mia musa ispiratrice. Quando sono andato via non riuscivo ad apprezzarla. Poi, ho iniziato a guardarla con occhi diversi. La Sicilia è una terra piena di bellezze dai paesaggi al cibo, alla gente genuina e cordiale, ma è anche una terra che grida voglia di riscatto. Amo i contrasti della mia terra».

I tuoi prossimi progetti?
«Una mostra, nel periodo pasquale, a Comiso sulla Passione di Gesù in versione moderna. Sto lavorando anche a una mia interpretazione del vecchio e nuovo testamento, da realizzare a Palermo. Intanto lavoro per Esquire Italia, una rivista di moda».

Hai un sogno?
«Voglio rendere giustizia alla mia terra. Intanto sono contento di esservi tornato. Vivo qui da quattro anni; l’aeroporto di Comiso facilita gli spostamenti… Mi piacerebbe vivere qui la mia vecchiaia, in semplicità, circondato dalle persone che amo e dalle bellezze della mia Sicilia. In fondo cosa è la felicità, se non questa!».

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Il Boliviano

Giarratanese di origine, Massimo Garaffa è l’unico uomo orchestra del Meridione. Vive a Ragusa con la sua splendida famiglia e ha una missione: rendere gloria alla Sicilia tramite la sua musica.

Dopo l’esperienza a La Corrida, su Rai Uno, si prepara a coronare il sogno del suo primo album, frizzante e travolgente, come ogni sua esibizione del resto.

Quando inizia la tua passione per la musica?

«A dodici anni come autodidatta con la chitarra classica. Crescendo ho iniziato a suonare altri strumenti: dal basso elettrico al contrabbasso a tre quarti. Nel tempo ho coltivato questa passione prendendo parte a numerosissimi gruppi musicali».

Come nasce l’idea dell’uomo orchestra?

«L’idea nasce dopo aver visto il film “Totò le Mokò”. In questa storica pellicola il bravissimo Totò suona più strumenti autonomamente divertendo i bambini attorno a lui. Ho deciso così di provarci anch’io».

Da cosa è composta la tua mini orchestra e chi l’ha costruita?

«È uno strumento artigianale, l’ho costruita io e le ho pure dato un nome: MusicArredo. Essa è costituita da un mixerino a batteria 9 volts e da una trombetta della bici, il campanello della reception, una trombetta bimbi, il kazoo modificato, la “sampugna” siciliana, il microfono, il cestello a pedale, la chitarra e, infine, sul braccio destro ho collegato tramite il filo dei freni della bicicletta il tamburo a cornice e il campanaccio».

Insomma, suoni dieci strumenti contemporaneamente. Fantastico! C’è un segreto per fare bene tutto ciò?

«Sicuramente è necessario saper coordinare ma è indispensabile avere grinta e brio. Bisogna divertirsi per divertire».

E tu hai fatto divertire il numeroso pubblico de La Corrida nella puntata del 22 maggio 2018. Ci racconti l’emozione di quel momento?

«Indescrivibile (sorride, ndr). Ero molto concentrato e tanto emozionato. La mia esibizione prevedeva il medley di sette canzoni. Giunto al terzo brano ho iniziato a sentire gli applausi del pubblico. È stata un’emozione grandissima, e poi, ci tenevo a mantenere la tradizione di famiglia… ».

Quale?

«Mio padre, nel 1992, partecipò a “La Corrida” di Corrado aggiudicandosi il secondo posto. Lui fischiando con le dita intonò “Vitti Na Crozza” e “Il Carnevale di Venezia”. Insomma da padre in figlio, legati dalla musica e dall’amore per la nostra terra».

La Sicilia, infatti, oltre ad essere la tua terra, è anche protagonista della tua musica. Possiamo dire che è anche la tua musa ispiratrice…

«La Sicilia ha una tradizione musicale vastissima e bellissima. Io mi pregio di riproporre alcuni brani e scriverne altri. Porto la Sicilia nella mia musica perché ho la Sicilia nel cuore. Nel 2020 sono stato invitato in Florida a partecipare all’evento degli One Man Band mondiali: anche lì avrò modo di rappresentare e raccontare la mia terra».

Sta per uscire il tuo primo album. Di che si tratta?

«Sono dieci brani, quasi tutti siciliani. Il titolo è “Gilusu Siciliano”. È un album autoprodotto che parla delle bellezze della nostra terra: dalle bontà culinarie alle caratteristiche del popolo siciliano. Da ascoltare e, perché no, ballare!».

La tua esibizione è visualizzatissima sul web…

«Sì, migliaia di visualizzazioni e tanti complimenti. Ultimamente anche il programma Blob, su Rai 3, utilizza pezzi della mia esibizione per intervallare discorsi politici o altro. Posso ritenermi soddisfatto oltre che fortunato: ho una splendida famiglia, un lavoro come magazziniere e una passione stupenda che mi porta a omaggiare la Sicilia con la musica oltre che col sorriso sempre stampato sulle labbra!».

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Toni Picone

Il suo è un temperamento vulcanico, così come i suoi capelli, dalla tinta rosso fuoco. Oltre ad essere una filologa classica è autrice di numerosi romanzi e racconti, collabora con diverse testate giornalistiche italiane. Incontro Silvana Grasso poco prima della presentazione del suo ultimo romanzo, “La domenica vestivi di rosso” (Marsilio) per intervistarla. La sala è già gremita di lettori e fan desiderosi di poterle parlare, avvicinarla e farsi autografare il nuovo libro. Le sue opere hanno vinto importanti riconoscimenti tra cui: il Premio Mondello, il Premio Brancati, il Premio Vittorini, il Premio Flaiano Narrativa, il Premio Grinzane Cavour Narrativa italiana, Premio Talamone 2018, nonchè semifinalista al Premio Strega 2017. Racconta di passioni, stupisce ed emoziona come pochi sanno fare. «Per me la scrittura è uno stalker, è un pungolo, un’insidia, una molestia, nel senso che avrei la passione a sfuggirle, ma non ce la faccio perché quando non scrivo sento l’urgenza dentro di me di farlo perché la bastarda mi sbatte, mi tormenta, non mi lascia pace. Alla fine mi siedo, scrivo, scendo a compromessi e finisce lì. Non sono legata a nessun mio romanzo, li uccido nel momento stesso in cui vengono pubblicati». Silvana Grasso è una delle scrittrici più importanti del panorama nazionale italiano ed è apprezzata anche all’estero, tanto che le sue opere sono tradotte in diverse lingue. «Da poco anche in cinese, ma, io dico, che ci leggono i cinesi nella Grasso? Ultimamente pure in serbo e in libanese. Per me resta misterioso, penso che non sia la bellezza perché poi è una grande stronzata, la scrittura non è né bella né brutta, è molestante». Inoltre, i suoi romanzi, la sua scrittura, sono diventati oggetto di  «oltre 234 tesi di laurea, master e dottorato conservate presso l’archivio scientifico in Olanda all’Università di Utrecht, per cui consiglio agli studenti di rivolgersi direttamente agli studiosi che li seguono e danno tutte le indicazioni utili». In questa sua ultima opera, la Sicilia fa da sfondo alla storia di una ragazza che si emancipa e diventa simbolo di molte altre ragazze siciliane che hanno sfidato i pregiudizi, ed è un romanzo nel romanzo, la cronistoria di come nasce la passione per la scrittura e come si sviluppa un romanzo. «La domenica vestivi di rosso è ambientato nella Sicilia del ‘68, muovendosi in un periodo in cui denuncio come il “movimento” fu lanciato addosso alla Sicilia come una bomba in tempo di guerra». Ogni sua nuova opera diventa un appuntamento attesissimo per i suoi lettori. «Nonostante abbia vinto diversi premi, mi appaga di più quando la gente sconosciuta mi avvicina a fine presentazione e mi ringrazia per avergli dato delle emozioni, oppure mi ferma per strada, si fa un selfie con uno dei miei romanzi, non ha importanza se lo leggono o no, però quel momento per me è un premio, io vengo premiata dall’amore di tutte le persone che mi seguono con amore pure su Facebook, amici della mia e della loro solitudine. Non amo vivere le cose che piacciono agli altri, tendo a isolarmi, a fare la vita del lupo, che non sta in branco ma da solo». Per lei che ha avuto un breve trascorso in politica come assessore alla Cultura del Comune di Catania e le cui storie sono ambientate nell’Isola, la vede «sprofondare, magnificamente avviata a quello sprofondamento mitologico ed epico che è dell’Isola Ferdinandea che visse tre mesi di fronte a Sciacca e che poi nessuno l’acchiappò più. Questa vive da molto più tempo, però, di fatto, deve restare nella mitologia e può restarci solo se sprofonda con tutte le sue bellezze e ricchezze, annegando chiaramente chi l’ha distrutta, cioè la malsana politica».

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Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Mimmo Perna

Determinazione ed emozione hanno contraddistinto i mondiali di canottaggio svoltisi dal 9 al 16 settembre in Polonia. Tra i tanti italiani distintisi nel bacino remiero del Maritza River di Plovdiv, vi sono state anche due siciliane. Il tricolore innalzato sul pennone più alto del podio e l’Inno di Mameli ha risuonato anche per le sorelle Giorgia (capovoga) e Serena Lo Bue che hanno portato a casa la medaglia d’oro, scrivendo per la prima volta il nome di un equipaggio italiano che ha vinto l’oro nella “specialità del due senza pesi leggeri femminile”. Difendendo i colori della Canottieri Palermo, le sorelle Lo Bue si sono lasciate alle spalle le rivali degli Stati Uniti, staccandole di quindici secondi, e laureandosi così campionesse del mondo. Giorgia, ventiquattro anni, dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico Umberto I s’iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo, Serena, invece, ventitré anni, frequenta il Liceo Scientifico Einstein e sceglie la Facoltà di Scienze Motorie a Messina. Nel 2006, quasi per caso, iniziano gli allenamenti al porto guidate dal direttore tecnico della Canottieri Palermo, Benedetto Vitale, e da lì una lunga gavetta che le ha portate a vincere nel 2011 e nel 2012 due campionati del mondo nella Nazionale junior e in seguito dodici titoli italiani, sino alla vittoria di quest’anno del Memorial Paolo D’Aloja, del Secondo Meeting Nazionale, del Campionato Italiano Assoluto nel due senza pesi leggeri e del secondo posto nella categoria “senior” confermandosi tra le migliori atlete nei pesi leggeri del panorama remiero internazionale. Andiamo a conoscere meglio le due campionesse del mondo, i loro caratteri, le loro passioni e i loro sogni.

Come vi descrivete?
Giorgia: «Determinata e precisa, a volte anche troppo! Però quando mi metto in testa qualcosa non c’è verso di fermarmi».
Serena: «Simpaticona».

Com’è nata la passione per il canottaggio?
Giorgia: «Un po’ per caso. Da bambina sono cresciuta facendo danza, l’ho fatta dai tre agli undici anni, ma dovetti smettere perché mi diagnosticarono l’asma e lo pneumologo mi consigliò di praticare sport all’aria aperta o in acqua. Nemmeno un anno dopo il mio allenatore venne nella mia scuola per pubblicizzare uno sport che non conoscevo, ma che mi incuriosì: il canottaggio. Ho voluto provare un corso di avviamento e mi è piaciuto subito».
Serena: «Per caso, mia sorella Giorgia mi ha portato a provare e mi sono appassionata».

Da piccole cosa sognavate di fare?
Giorgia: «Ho sempre sognato di diventare medico».
Serena: «La sportiva a tempo pieno».

Qual è il segreto per andare d’accordo nella vita e nello sport?
Giorgia: «Nello sport i compromessi, senz’altro. Quando eravamo più piccole, litigavamo in continuazione, principalmente perché io a volte sono quasi perfezionista, e non accettavo che qualcosa in barca non andasse come volevo io; crescendo ho imparato che bisogna venirsi incontro per capire a pieno anche il punto di vista del tuo compagno di squadra. Nella vita, invece, il segreto è separare gli ambiti: durante l’allenamento si parla di allenamento, a casa si parla di tutto il resto!».
Serena: «Pazienza, tanta».
Vi hanno paragonato ai fratelli Abbagnale, cosa si prova a diventare campionesse mondiali?
Giorgia: «Vincere un campionato del mondo è una gioia immensa, ed essere paragonate a delle leggende dello sport italiano come gli Abbagnale mi onora perché sono sempre stati un idolo, ma mi rendo conto che io rispetto a loro sono lontana anni luce, anche se spero un giorno di avvicinarmi ai loro livelli».
Serena: «È un’emozione grandissima, soprattutto essere paragonate a loro. Però loro sono a livelli molti più alti dei nostri, noi ancora abbiamo vinto poco».

Quali sono i vostri progetti futuri?
Giorgia: «Riprenderemo la preparazione invernale con grande determinazione, vogliamo migliorare ancora e continuare a crescere. Ovviamente accanto alla vita da atleta provo a fare andare avanti la carriera da studentessa di medicina».
Serena: «Sono molto scaramantica, non parlo molto del futuro. Faccio tutto step by step».