Taormina, anche il professor Francesco Pira tra gli scrittori ospiti del Taobuk Festival 2021

di Merelinda Staita 

Anche il saggista Francesco Pira,  professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Messina, tra gli scrittori ospiti del Festival Internazionale Taobuk di Taormina edizione 2021. Nella giornata di ieri, alle ore 17, presso la sala B di Palazzo Ciampoli, conversando con il giornalista Emilio Pintaldi, ha presentato il suo ultimo lavoro “Figli delle App” (Edizioni Franco Angeli – Collana di Sociologia).

«Sono felice di partecipare – ha dichiarato il professor Pira – a questo prestigioso evento che si svolge in una città magica. Sono stato già ospite del Festival nel 2019. Ringrazio il Direttore Artistico Antonella Ferrara per questa opportunità di parlare delle nuove tecnologie e di pre-adolescenti e adolescenti in una società in continuo mutamento. Converserò con il giornalista Emilio Pintaldi che ringrazio per la disponibilità. Taobuk è una vetrina internazionale di grandissimo prestigio e sono felicissimo di partecipare».

Il volume è disponibile dall’8 marzo in tutte le librerie e in pochi mesi ha già ottenuto un enorme successo da parte del pubblico e della critica. Infatti, il prof. Pira è stato invitato a parlare del suo libro, e delle sue importanti ricerche, sia in incontri nazionali sia in incontri internazionali. Un susseguirsi di inviti a Webinar autorevoli e importanti.

Il prof. Pira ha avuto modo di parlare di come è nato questo saggio, affrontando un percorso che si snoda tra generazioni che si sono evolute all’interno di ambienti sempre più tecnologici, spesso da soli, e che oggi sono gli adulti appena diventati genitori, tutti accomunati nell’evidente dicotomia tra connessione e relazione. Un uso della tecnologia che ci mostra come l’intuitività, l’immediatezza siano gli aspetti prevalenti che di fatto sembrano annullare quasi del tutto lo spazio per comprendere il contesto prima di agire. Così, l’azione viene prima della riflessione, che genera una risposta emotiva immediata e mediata dallo schermo.

Inoltre, il terzo capitolo del libro contiene un importante survey online dal titolo: “La mia vita ai tempi del Covid”. Condotta nel periodo aprile – maggio 2020, ha coinvolto in totale 1.858 ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori che hanno risposto ad un questionario online composto da diciassette domande. I dati evidenziano come questi adolescenti rappresentino a tutti gli effetti la prima generazione digitale. Praticamente il 100% (96,6%) degli intervistati possiede uno smartphone e oltre l’80% (88,8%) ha un computer. Uno degli aspetti di maggiore interesse emerso è quello relativo alla tendenza a isolarsi rispetto all’ambiente familiare. Sempre più dipendenti dal gruppo di pari, hanno vissuto una forte sensazione di isolamento, paura e scoraggiamento, con oltre il 60% degli intervistati che dichiara di avere provato questo sentimento. C’è poi un dato che più di tutti gli altri offre spunti di approfondimento, ed è quello relativo all’eventuale possesso di un profilo social falso. Su 544 risposte ottenute, il 69% ha dichiarato di averlo. Vivono su Instagram e Whatsapp. Appare evidente, una volta di più, come nell’era liquido-moderna l’inganno sia diventato centrale nei processi di comprensione del reale, e la distinzione tra vero e falso non sia più percepita.

Inutile nascondere che la notizia della partecipazione del prof. Pira al Taobuk Festival mi ha resa davvero felice e orgogliosa per la stima che nutro nei suoi confronti come uomo e come professionista.

Il prof. Pira è un sociologo credibile e di estrema competenza che ha raggiunto un enorme successo e traguardi importantissimi nel panorama della sociologia contemporanea. I suoi progetti ottengono risultati grandiosi, perché la chiave di tutto è racchiusa nella sua totale abnegazione al lavoro di ricerca e ai profondi valori umani che lo contraddistinguono.

Auguro al prof. Pira numerosi e prestigiosi riconoscimenti con l’assoluta certezza che a questa partecipazione ne seguiranno tantissime altre ed io potrò gioire ancora per lui.

Il grande Cesare Pavese scriveva che: “Le belle persone si distinguono, non si mettono in mostra. Chi può le riconosce“.  E lui è proprio questo. Si vede, si sente e si percepisce.

È on line il video del nuovo singolo di Lidia Schillaci “Ali nuove”

Articolo di Omar Gelsomino

È uscito l’11 giugno il nuovo singolo di Lidia Schillaci, ALI NUOVE (Puntoeacapo / Artist First), disponibile sulle piattaforme streaming, in digital download, in tutte le radio ed online il video del brano.

 

ALI NUOVE pronte per il decollo di Lidia, che colora l’estate ed il mercato discografico con un brano travolgente, solare e pieno di energia davvero esplosiva. È il primo lavoro discografico dell’artista distribuito da Artist First, con etichetta Puntoeacapo, prodotto da Gianfaby Production e da Puntoeacapo srl con musica di Lidia Schillaci, testo di Marieva (Enza Cirillo), produzione artistica di Christian Rigano e supervisione al progetto di Pippo Kaballà.

 

Il brano disegna al meglio le doti interpretative di Lidia e segna un “nuovo inizio” dell’artista. Impossibile ascoltare ALI NUOVE restando fermi: il ritmo incalzante sin dalle prime note porta a ballare, coinvolge e trascina in una ritrovata felicità, attraverso un sound che si ispira alle sonorità delle hit anni Ottanta.

Un inno che racconta una rinnovata libertà, la voglia di ripartire verso mete inesplorate, fuori e dentro di sé, lo stare insieme e sorridere alla vita sentendosi liberi di essere ciò che si è, fortificati dall’aver superato grandi difficoltà. Arriva l’estate che porta la speranza di poter ricominciare a volare verso sogni che sembravano ormai irrealizzabili e impossibili. Il messaggio coinvolge tutti perché, dopo questo lungo tempo buio della pandemia, c’è bisogno di volare verso una nuova vita o più semplicemente verso una nuova spiaggia, un nuovo amore.

 

Il video – diretto dal regista siciliano Claudio Colomba – che vede protagonista Lidia è un vero e proprio cortometraggio che mostra la bellezza dei paesaggi siciliani e fa respirare il senso di libertà che si prova nel viverli intensamente. Un viaggio tra amiche lungo un percorso che fa scoprire quanto sia bello vivere, godendosi la gioia che nasce da momenti semplici, essenziali, ricchi di sorrisi, amicizia e senso dell’avventura.

Un’auto, le amiche, la strada, il viaggio, il mare e Sicilia vista da altre prospettive. Una solarità che accompagna visivamente il brano in modo trascinante.

 

È una canzone che comunica la voglia di essere totalmente se stessi – commenta Lidia – ma soprattutto parla della forza ritrovata per uscire più forti di prima da situazioni difficili. La nascita di questo brano ha qualcosa di speciale: è stato scritto in un periodo buio e ha trovato la sua realizzazione quando ho incontrato Pippo Kaballà ed Enza Cirillo. Dopo aver scoperto di aver contratto il Covid prima io, poi Pippo ed Enza (con cui ero stata a stretto contatto) abbiamo trascorso un mese uniti dalla preoccupazione della malattia, un momento di inquietudine che non dava spazio a nient’altro se non alla paura, dopo la guarigione Enza mi ha fatto ripensare a quella canzone, alle parole che aveva scritto di getto. In quel testo sembrava esserci qualcosa di magico, quasi una premonizione che raccontava la voglia di correre fuori casa dopo il buio e la chiusura, sentendosi pronti a volare lontano con un paio di ali nuove. È nata ALI NUOVE che ha per noi (e forse per tutti in un momento come questo) un senso più profondo, un’energia speciale che sentiamo ogni volta che l’ascoltiamo”.

A Salina si parlerà di letteratura e integrazione sociale con il film “Il diritto alla felicità”

Articolo di Omar Gelsomino

Libero grazie alla cultura, felice grazie all’incontro con chi potrebbe sembrare e rappresentare un mondo opposto ma alla fine è molto più vicino di quanto si possa pensare: è la storia di un’amicizia, di uno scambio culturale, di un’integrazione sociale che ha come comune denominatore l’amore nei confronti della letteratura, l’apertura verso orizzonti diversi dal proprio e l’abbattimento delle diseguaglianze. Il film “Il diritto alla felicità”, già vincitore della sezione “De Niro” all’Under The Stars International Film Festival e finalista di vari festival, sarà proiettato nella serata di sabato 3 luglio in occasione del decennale di Marefestival Salina Premio Troisi (1-4 luglio), nella piazza di Malfa nell’isola eoliana, evento promosso dai giornalisti Massimiliano Cavaleri (direttore artistico) e Patrizia Casale.

Libero è il nome del protagonista, proprietario di una libreria, Remo Girone, attore fuoriclasse che fa emergere il suo straordinario talento di grande attore e diventa il perno della trama, cui ruotano attorno altri interpreti tra cui Corrado Fortuna, Pino Calabrese, Federico Perrotta, Annamaria Fittipaldi, Lapo Braschi, Biagio Iacovelli, Valentina Olla e, con una partecipazione speciale, Moni Ovadia. Il ragazzino Didie Lorenz Tchumbu veste i panni di Essien, immigrato ma perfettamente integrato in Italia, che intraprende un rapporto d’amicizia col libraio: generazioni, nazionalità, esperienze di vita diverse si intrecciano attraverso emozioni, riflessioni, pensieri legate alla lettura. È proprio il prezioso e insostituibile strumento della letteratura la chiave attraverso cui il piccolo incontrerà l’Occidente e Libero darà un profondo significato al suo nome: “libero grazie alla cultura”.

Il film è stato scritto e diretto dal maestro Claudio Rossi Massimi, che ritirerà il Premio Troisi 2021 per la categoria Regia: “Onorato di ricevere il Premio in ricordo dell’immenso Massimo Troisi nell’isola del Postino – commenta Rossi Massimi – ho sempre creduto che l’amore e la cultura siano le strade più dirette per conquistare la felicità. L’amore, soprattutto quello per il prossimo, ci libera da ogni egoismo e pregiudizio mentre la cultura, coltivata e accresciuta attraverso i libri, ci rende più liberi e protetti dagli strali dell’avversa fortuna”.

A Salina arriverà anche la produttrice Lucia Macale (IMAGO), la quale ricorda le difficoltà di girare un film in piena seconda ondata covid: “È stato un atto di coraggio. Mi piacerebbe che questo film regalasse ai propri spettatori il coraggio della speranza. Il diritto alla felicità non è mai stato più attuale.”

La pellicola sarà distribuita nel mondo da RaiCom e, alla luce dei temi trattati, è stata dedicata all’UNICEF, cui andranno i proventi: “La nostra storia è quella di un impegno volto a promuovere i diritti dei bambini, come previsto dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – sottolinea Carmela Pace, presidente UNICEF Italia – ‘Il Diritto alla felicità’ è una storia delicata di amicizia e rispetto che sottolinea l’importanza dell’istruzione, dell’integrazione, della solidarietà, tematiche oggi più che mai attuali”.

I temi trattati nel film spaziano infatti dalla cultura all’educazione, dall’amicizia all’amore fino alla salute: il progetto è stato patrocinato da Federfarma,  presente al Festival col segretario nazionale Roberto Tobia: “Condividiamo i principi ispiratori del film – spiega Tobia – in piena sintonia col ruolo svolto dalle farmacie ogni giorno sul territorio per accogliere i cittadini e superare le diseguaglianze sanitarie. Offre suggestioni e spunti di riflessione su temi molto importanti, quali la fiducia che alimenta le relazioni interpersonali o la condivisione della conoscenza come difesa contro la disinformazione proprio come avviene in farmacia, nel rapporto quotidiano con i cittadini che spesso entrano semplicemente per avere un consiglio o essere rassicurati sul corretto uso di un medicinale”.

Genius Loci consegna due opere del maestro figurinaio Olindo Scuto al Museo Regionale della Ceramica

Articolo di Omar Gelsomino

Due opere di Olindo Scuto, il compianto e valente maestro figurinaio attivo a Caltagirone nel secolo scorso, ultimo discendente della storica famiglia Bongiovanni – Vaccaro, dopo essere state donate a Genius Loci dal collezionista Francesco Iudica, sono state date dall’associazione in comodato gratuito al Museo regionale della Ceramica. Alla cerimonia di consegna erano presenti per l’Amministrazione comunale, il sindaco Gino Ioppolo e l’assessore alle Politiche culturali Antonino Navanzino. Si tratta di due figurine in terracotta acroma, una alta 30 e l’altra 28 centimetri, che rappresentano rispettivamente un’anziana donna con scialle e con scaldino ai piedi, seduta su uno sgabello cilindrico (1978), e un vecchio ciabattino al lavoro, assiso anche lui su uno sgabello (1977).

“Un grazie sentito per questo contributo generoso” è stato espresso dal direttore del Parco archeologico di Catania e della Valle dell’Aci, Gioconda Lamagna, che si è augurata che ciò possa costituire “il primo passo verso il ritorno alla normalità, con la riapertura, speriamo vicina, di questo museo e degli altri siti oggi chiusi a causa del Covid”. Il dirigente responsabile del Museo calatino, Andrea Patanè, si è detto “felice di accogliere i due manufatti nelle nostre collezioni, secondo l’ideale filo conduttore che dalle botteghe ottocentesche di Bongiovanni e Vaccaro arriva sino ai nostri giorni”.

“Anche in altre circostanze come questa – ha sottolineato il presidente di Genius Loci, Maurizio Pedi – la nostra associazione si è vista riconoscere, da munifici donatori, il valore etico di garante della destinazione delle opere donate alla migliore fruizione pubblica. Ciò è per noi motivo di orgoglio e di forte responsabilità. L’auspicio è che, raccogliendo questi esempi, altri gesti generosi possano seguire”.

“Attraverso questo atto concreto di sensibilità e amore per la nostra comunità – ha osservato l’assessore Navanzino – si dota il Museo della Ceramica di due opere che ben si inseriscono fra i preziosi contributi dei maestri figurinai caltagironesi”. “In questo modo – ha dichiarato il sindaco Ioppolo – si arricchisce l’offerta culturale del prestigioso museo che, grazie ai consistenti lavori che riguardano l’edificio di Sant’Agostino, potrà entro pochi anni disporre di una nuova sede capace di valorizzarne ancora di più e meglio le significative collezioni”.

Andrea Lo Cicero, la delicatezza dell’ex pilone tra cucina, zafferano e filosofia

Articolo di Patrizia Rubino

Una carriera straordinaria nel rugby, con ben 103 presenze in nazionale, Andrea Lo Cicero, catanese, 45 anni, detto “Il Barone” per le sue origini nobiliari, nel 2013 lascia l’attività sportiva e decide d’intraprendere un nuovo percorso, riuscendo a fare della sua passione per la cucina e per la terra, non soltanto la sua nuova dimensione professionale ma anche una vera e propria filosofia di vita. E in questo racconto vedremo che la parola “filosofia” avrà il suo perché. Carisma e simpatia gli consentono di diventare un personaggio televisivo con il reality Giardini da Incubo, Celebrity Masterchef e La Prova del Cuoco, condotto da Elisa Isoardi. Il suo rapporto con il piccolo schermo continua a rappresentare un aspetto importante della sua attività professionale, attualmente è presente su Sky con L’isola del Barone e l’Erba del Barone, ma è la sua tenuta agricola, situata nella provincia di Viterbo, in cui vive con la moglie e il loro bimbo di due anni, il luogo dal quale trae energie ed ispirazioni.

Hai viaggiato per tutto il mondo e vissuto in grandi città, come nasce la scelta di vivere nella campagna laziale?
«Da una parte si tratta di una scelta logistica, sono molto vicino a Roma e raggiungo facilmente Milano, i luoghi in cui registro i programmi televisivi, ma è principalmente il mio fortissimo amore per la terra e la riconoscenza verso i suoi straordinari prodotti, che mi ha spinto a scegliere la campagna, qui la vita è sana e rigenerante. Nella mia azienda “I Scecchi” produco principalmente zafferano, mi occupo dell’orto ed allevo per l’appunto asini. Sono animali straordinari dai quali si può imparare tantissimo. Insieme a mia sorella, che è psicoterapeuta, diamo la possibilità a bambini con disabilità lieve di instaurare un rapporto con queste meravigliose creature. Si tratta di una relazione graduale che porta il bambino a prendersi cura dell’asino e quest’ultimo a fidarsi delle sue attenzioni. I benefici sono assolutamente vicendevoli».

L’impegno nel sociale è sempre stato presente nella tua vita.
«Da giovane a Catania sono stato volontario della Croce Rossa. Erano gli anni Novanta e si registravano frequentemente omicidi ed episodi di gravissima violenza, per mano dei clan mafiosi. Spesso erano coinvolti giovani che magari conoscevo di vista, ma che purtroppo avevano fatto scelte di vita devianti. Ho sempre pensato che lo sport, specie per i ragazzi, possa svolgere un’importante azione educativa tesa al rispetto delle regole. Come ambasciatore Unicef, ruolo che ricopro da circa dieci anni, cerco di promuovere il più possibile questo importante messaggio».

A proposito di Catania, com’è il tuo rapporto con la città e che mi dici della “Candelora d’oro”, massima onorificenza catanese, promessa e non assegnata?
«Il rapporto è viscerale, nel senso che ciò che sono, le mie passioni, il mio amore per la cucina e per la terra, sono il frutto della mia “catanesità”. Per quanto riguarda il premio, premetto la mia grande devozione a Sant’Agata e questo riconoscimento avrebbe significato per me oltre che un grande onore, un apprezzamento per quello che come catanese ho rappresentato con la mia carriera. Pur essendo stato ampiamente promesso, alla fine il premio non è arrivato».

Torniamo alla cucina. Sostieni di non essere uno chef professionista, ma a guardare i tuoi programmi tv non sembrerebbe.
«Ho sempre amato cucinare per passione; il cibo, la convivialità per me sono il sale della vita. La curiosità e la voglia d’imparare mi hanno spinto poi a perfezionare le mie abilità culinarie. Con le lezioni di Igles Corelli, chef pentastellato, scopro sempre più che la cucina è creatività, tecnica ma anche evoluzione».

Concludiamo la nostra chiacchierata parlando di filosofia.
«Nel 2019 ho voluto riprendere gli studi – da ragazzo avevo tentato con Medicina – iscrivendomi a Lettere e Filosofia. All’inizio non è stato semplice, però pian piano sono entrato nel meccanismo e la mia mente ed i miei pensieri ne stanno giovando tantissimo».

 

Massimo Tringali, Executive Chef all’Armani di Parigi

Articolo di Alessia Giaquinta

È figlio della Sicilia Massimo Tringali, l’executive chef – quattro volte insignito della prestigiosa Stella Michelin – del ristorante “Armani” di Parigi.

È partito da Augusta nel 2001 per approdare a Parigi, passando anche per la Corsica. Le numerose esperienze davanti ai fornelli lo forgiano e danno identità ai suoi piatti dove tradizione e modernità si incontrano in un’ esplosione di sapori capaci di attivare i ricordi, di raccontare i luoghi, di innescare emozioni. Nel 2015 conosce quello che lui definisce “uno degli incontri più importanti della mia vita, un vero ambasciatore della gastronomia italiana in Francia, capace di farmi innamorare ancor di più del mio mestiere indicandomi la via da seguire”: Massimo Mori. Così intraprende l’avventura “Armani”, in uno dei ristoranti italiani più lussuosi della città francese.
Ad accompagnarlo, sin dall’inizio di questa esperienza sono altri due siciliani: Claudio Oliva, il mio Sous Chef di Solarino e Antonino Di Stefano il mio Chef Pasticcere di Avola.

Per il quarto anno consecutivo “Stella Michelin”…
«Confermare per il quarto anno consecutivo la nostra stella Michelin, in un anno delicato come quello che stiamo vivendo, assume un significato ancora più importante per noi. Il nostro in fondo è un lavoro di artigianato, un mestiere antico dove ci si sporca le mani. Ogni traguardo ha sempre un sapore speciale. Sono la stessa persona che ero nel febbraio del 2018, quando appresi la notizia che la Michelin avrebbe premiato il nostro lavoro con la prestigiosa Etoile. Siamo stati l’unica brigata italiana di Francia a ricevere la stella nel 2018, ne siamo orgogliosi. Credo che questo sia l’insegnamento che posso dare ai miei ragazzi: rimanere se stessi senza scalfire la passione che ci permette di affrontare un lavoro duro come quello della ristorazione».

Quali sono gli ingredienti base della tua cucina?
«Prediligiamo una cucina sana. Il nostro spirito gastronomico rispetta le materie prime che utilizziamo e soprattutto le eccellenze italiane che il nostro meraviglioso Paese ci offre. Riceviamo prodotti da tutta l’Italia. L’ olio extra vergine d’oliva è sicuramente uno degli ingredienti più importanti della nostra cucina. L’anima di ogni ricetta che proponiamo».

Parliamo della Francia. Come ti trovi?
«Lavoro in Francia da più di dieci anni. Ho avuto esperienze in Corsica, isola che amo particolarmente. Fare cucina a Parigi è molto stimolante. Questa città è un po’ l’ ombelico gastronomico mondiale. Far conoscere la nostra storia attraverso la cucina è una grande responsabilità. Rimaniamo fedeli alle nostre radici».

Da Augusta a Parigi. Quanto ti manca la tua terra?
«La Sicilia ha un magnetismo particolare nei miei confronti. A volte ho come l’impressione che non mi manchi davvero, ma ogni qualvolta scendo dalle scalette dell’aereo e poggio i piedi per terra ho come l’impressione che una parte di me si risvegli da uno strano letargo».

Come fai “vivere” la Sicilia attraverso i tuoi piatti?
«Proponiamo piatti di tutte le regioni d’Italia, ma com’ è normale che sia alcuni ingredienti appartengono al mio DNA più di altri. L’ origano, i capperi di Salina, il gambero rosso di Mazara, l’olio extra vergine di oliva Settembrino, il fior di sale di Trapani e così tutte le altre eccellenze che la nostra splendida isola ci regala».

Che rapporto hanno i francesi con la cucina italiana?
«I francesi amano la cucina italiana. Cerco di raccontare ai nostri clienti gli ingredienti che utilizziamo facendo nomi e cognomi delle persone che con fatica e dedizione portano avanti il Made in Italy. Un filo conduttore che passa dalle mani degli agricoltori, dei produttori di olio, di vino e di tutte le specialità italiane fino ad arrivare sui nostri fornelli. Il nostro lavoro è quello di accompagnare con rispetto queste materie prime fino ai nostri clienti».

 

Le sonorità brasiliane di Tony Canto nel nuovo progetto di Mario Venuti

di Omar Gelsomino

Produttore, arrangiatore e musicista del nuovo singolo-cover del cantautore catanese Mario Venuti pubblicato nei giorni scorsi: Tony Canto torna a suonare “brasiliano” per uno dei pezzi più noti della canzone popolare italiana, “Ma che freddo fa”, cantata da Nada a Sanremo ‘69. Il pezzo, ora reinterpretato dalla voce di Venuti, anticipa un progetto più ampio e articolato che vedrà prossimamente la luce e in cui sarà protagonista la musica made in Brasil, di cui Canto è un prezioso riferimento in Italia: gli artisti siciliani hanno scelto periodi e generi diversi per disegnare un tema originale, sviluppando un’unica storia compositiva in cui ciascun brano traccerà una linea netta capace di unire le melodie italiane ai tropici. “Ma che freddo fa” (distribuito in tutte le piattaforme digitali) diventa un coinvolgente samba-pagode: la celebrazione di un grande successo per la prima volta trasformato in una veste tropicalista.

Sono passati dieci anni dalla precedente collaborazione tra i due artisti siciliani che tornano a lavorare assieme all’insegna delle inconfondibili sonorità carioca grazie alla straordinaria esperienza che Canto ha maturato nel tempo attraverso numerose e raffinate produzioni, tra le quali spiccano i quattro album pubblicati di Alessandro Mannarino.

Profondo conoscitore della cultura del paese sudamericano, Canto di recente ha anche pubblicato, per un’importante etichetta brasiliana, un piccolo “gioiello” musicale dal titolo ”Moltiplicato”: all’interno vanta prestigiosi duetti con nomi del calibro di Mariana De Moraes ritrovata nel suo tour del 2020, che ha toccato le principali città brasiliane, condividendo il palcoscenico al fianco di Chico Cesar, Paula Morelembaum, Mariana De Moraes, Chiara Civello, Fernanda Takai, Affonsinho, Barro e altre celebrità della musica popolare brasiliana.

Nell’affascinante suono degli arrangiamenti di Tony Canto, che accompagneranno l’intero lavoro di Venuti, si ritrovano echi che vanno da Joao Gilberto a Caetano Veloso: il suo ritmo, la sua cifra musicale, le sue sonorità sono un omaggio al loro mondo e alla loro grammatica musicale. Per Venuti è un originale e suggestivo ritorno ai suoi esordi, che non ha mai dimenticato: un tuffo nel passato al fianco dell’amico musicista per esaltare insieme il comune gusto nei confronti del pop internazionale intriso di melodie sudamericane e portoghesi. Canto sarà anche ospite fisso nella prossima tournée di Venuti; nel frattempo, sta ultimando il suo nuovo disco, registrato proprio a Rio de Janeiro, insieme ad eccellenze della musica brasiliana, ancora “top secret” la tracklist tra inediti e cover.

Conosciamo un po’ meglio Tony Canto…

Tony Canto è un autore, compositore, cantautore, produttore, arrangiatore e chitarrista siciliano. Da diversi anni lavora per la Sugar Music, ha scritto per Nina Zilli, Mannarino, Raphael Gualazzi, Patrizia Laquidara, Le Sorelle Marinetti, Musica Nuda (Petra Magoni e Ferruccio Spinetti), Pilar, Bungaro, Paciotti/ Giovanni Allevi, Mario Venuti. Ha pubblicato quattro album: “Il visionario”, “La strada”, “Italiano federale” e ”Moltiplicato”. Autore del brano “A mare si gioca”, la dolceamara poesia sulla migrazione interpretata da Nino Frassica a Sanremo 2016. Ha registrato con la pianista brasiliana Christianne Neves nel suo album “Andata e Ritorno” il pezzo “La Cura” di Franco Battiato. Ha collaborato alle colonne sonore di: “La Vita Come Viene”, “Manuale D’Amore”, “La Matassa”, “La Prova”, “Ci vuole un fisico”, “Benur” (Premio Mario Camerini), “Io e lui”, “Cruel Peter”. Ha duettato nel brano “samba minimo” della pianista Delia Fischer, candidata al Grammy latino. A Rio de Janeiro ha scritto per i cantautori Paulo Neto e Dora Toia. Ha collaborato col tenore italiano Federico Paciotti e col soprano coreano Sumi Jo. Ha scritto insieme a Paciotti e Giovanni Allevi “Life is a miracle” da quest’ultimo interpretata e distribuita per Universal Asia in Cina, Giappone e Corea. Ora sta collaborando alla produzione del disco di Mannarino di prossima uscita. Nel 2021 ha prodotto e arrangiato il singolo “Selfie in lockdown” di Mario Incudine.

“Risorgiamo Italia”: dal trauma alla rinascita in cento fotografie

di Omar Gelsomino

Presentata la mostra del fotoreporter Igor Petyx all’hub vaccinale della Fiera del Mediterraneo

I medici in trincea. Il mare off limits. Viale della Regione Siciliana ridotto a un lungo nastro d’asfalto grigio, vuoto come nessuno l’aveva mai visto. Poi la ripartenza dopo il lockdown. La prima crociera sbarcata a Palermo. Le città tornate Covid free: un ragazzo di Campofelice di Fitalia sfila la mascherina per un attimo e respira. Altrove un’anziana cala sul viso la coppa di un reggiseno: i dispositivi di protezione individuale scarseggiano, l’ingegno mai.

C’è tutto questo e molto di più negli scatti di Igor Petyx, una vita da fotoreporter, per passione e professione. Più di un anno di lavoro ininterrotto offerto alla città: da oggi, un’accurata selezione del suo sterminato bagaglio di fotografie è esposta alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, nella mostra “Risorgiamo Italia”. Cento scatti che potrà ammirare chi sceglierà di vaccinarsi all’hub provinciale: una platea di potenziali visitatori che è già record, dato che in Fiera, ogni giorno, circa quattromila persone vengono a immunizzarsi dal Coronavirus.

L’esposizione permanente è realizzata dalla struttura commissariale e promossa da MSC Crociere. Gli scatti saranno visibili esclusivamente agli utenti in arrivo alla Fiera del Mediterraneo per vaccinarsi.

Immagini che raccontano storie di una realtà stravolta. È soprattutto questo che ha colpito l’occhio del fotoreporter esperto. “Bisognava ricominciare da capo – ha detto Petyx stamattina, presentando la sua mostra -. Dato che tutto era cambiato, quello che avevamo raccontato fino a quel momento non bastava più e doveva essere aggiornato. Le persone hanno dovuto imparare una nuova quotidianità fatta di distanze, mascherine, protezioni. Io, come gli altri colleghi, ci siamo sentiti investiti del dovere di raccontare questo cambiamento epocale dal lockdown alla ripartenza alla speranza dei vaccini. Era qualcosa che mi bolliva dentro e questo è un modo per restituire alla città la riserva di storie che mi ha regalato in questi mesi”.

“Risorgiamo Italia” è la memoria del trauma. Una carezza su una cicatrice. Se i mesi passati sono stati frenetici al punto da non lasciar realizzare lo stravolgimento in atto, gli scatti di Petyx propongono una pausa. Un respiro. Un’occasione per guardarsi indietro e capire che, pur ammaccati e feriti, siamo ancora interi. “Il Coronavirus è arrivato come un’onda d’urto così violenta che siamo stati travolti senza accorgercene – ha detto il commissario Covid di Palermo e provincia, Renato Costa -. È stata una rivoluzione assoluta. Ecco perché rivivere alcuni momenti di questa pandemia, che sembravano impensabili, è davvero emozionante. È la memoria collettiva, di una città e di un paese, che riaffiora piano, ci ricorda quanta strada abbiamo già percorso e che non possiamo fermarci adesso, a pochi passi dall’uscita dal tunnel”.

 

Chi è Igor Petyx?

Nato a Palermo, anno di grazia 1974, Igor è figlio del mitico fotografo del giornale L’Ora Gigi Petyx, lo ha seguito fin da piccino nei suoi reportage in giro per la Sicilia. A 19 anni comincia a collaborare con Il Giornale di Sicilia e diventa giornalista pubblicista nel 2002. Ha documentato i maggiori fatti di cronaca, con una consapevolezza: non lasciare mai nulla al caso e aiutare a ricordare con i suoi occhi e i suoi scatti tutti quei momenti che diventano storia. Ha fotografato i migranti – e gli scatti sono racchiusi in due mostre “Amare senza confini”, con la Croce Rossa e la Prefettura di Palermo nel 2015 a Villa Pajno e “Clandestinamente”, nata da un reportage all’interno del centro di accoglienza di Lampedusa nel 2008 esposta al “Teatrino delle beffe” nel 2009 – e il degrado dei sottopassaggi, ormai casa dei tossicodipendenti – un altro mostra è nata così, “Subway” esposta nel 2011 in un sottopassaggio di viale della Regione Siciliana. Collaboratore de La Repubblica, dell’agenzia Ansa, del mensile Gattopardo e delle maggiori testate nazionali ed estere, è il fotografo ufficiale del festival “Le Vie dei Tesori”.

La pianista e compositrice siciliana Giuseppina Torre insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica

di Omar Gelsomino

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con proprio decreto in data 27 dicembre 2020, su segnalazione della Prefettura di Ragusa, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “al merito della Repubblica Italiana” alla pianista e compositrice siciliana GIUSEPPINA TORRE, già nostra ospite in passato sulle pagine di Bianca Magazine. Nel corso di una cerimonia svoltasi al Palazzo del Governo di Ragusa è stata assegnata dal Prefetto Filippina Cocuzza l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito Della Repubblica Italiana” anche ad altri cittadini distintisi per il loro impegno professionale e sociale profuso nei confronti della comunità iblea e che si sono resi benemeriti nei confronti della Repubblica.

Tra i premiati vi è Giuseppina Torre che si è contraddistinta negli anni con la sua musica e le sue composizioni che hanno conquistato anche il pubblico americano. Una carriera che ha le sue origini da Vittoria, provincia di Ragusa, dove Giuseppina Torre è nata, cresciuta e ha intrapreso gli studi musicali. «Questo è per me l’onore più grande della mia vita, il riconoscimento più prestigioso che si possa ricevere dalla propria Patria – afferma Giuseppina Torre – Dedico questa onorificenza ai miei genitori che, con enormi sacrifici, mi hanno sempre sostenuto a perseguire quello in cui credo e a dedicarmi alla mia più grande passione, il pianoforte. Ringrazio il Prefetto di Ragusa la Dott.ssa Filippina Cocuzza, per la stima dimostratami».

Giuseppina Torre ha vinto numerosi premi negli Stati Uniti: Los Angeles Music Awards (“International Artist of the Year” e “International Solo Performer of the Year”), Akademia Awards di Los Angeles (“Ambiental/Instrumental”) e 5th I.M.E.A. Awards 2018. La pianista e compositrice siciliana ha tenuto concerti in Italia e all’estero, suonando per Papa Francesco in occasione del Concerto dell’Epifania andato in onda su Rai 1 (2014) e in Vaticano presso la Casina di Pio IV – Pontificia Accademia delle Scienze alla presenza del Cardinale Lorenzo Baldisseri (2017). Opening act del concerto de Il Volo all’Arena di Verona (24 settembre 2019) e protagonista delle ultime edizioni di Piano City Milano (2019), Piano City Palermo (2019), e Piano City Napoli (2020). Ha all’attivo due album: “Il Silenzio Delle Stelle” (Sony Music Italia, 2015) e “Life Book” (Universal Music Italia, 2019) ed è autrice delle musiche del docu-film “Papa Francesco – La mia Idea di Arte” (Walkman Records, 2018).

Giuseppina Torre inoltre è da sempre impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne e da anni sostiene importanti iniziative nazionali di sensibilizzazione e partecipa a concerti di beneficenza. Il suo ultimo album “LIFE BOOK”, pubblicato da Decca Records e distribuito da Universal Music Italia, è disponibile in tutti i negozi, in digital download e sulle piattaforme streaming (https://udsc.lnk.to/CNP8Ab8S). Prodotto da Giuseppina Torre e Davide Ferrario, mixato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio, l’album “Life Book” racchiude 10 composizioni inedite, con musiche composte ed eseguite da Giuseppina Torre, che raccontano le suggestioni, i pensieri e il vissuto dell’artista negli ultimi anni, come un vero e proprio “racconto di vita” in musica: “Rosa tra le rose”, “La promessa”, “Gocce di veleno”, “Dove sei”, “The golden cage”, “Siempre y para siempre”, “Mentre tu dormi”, “My miracle of love”, “Un mare di mani”, “Never look back”. Di quest’ultimo brano ecco il video, girato da Umberto Romagnoli con la direzione artistica di Stefano Salvati nella meravigliosa cornice delle valli di Comacchio (Ferrara).

Valentina Mattia: «Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita»

di Omar Gelsomino

Complici senza destino” segna il ritorno in libreria di Valentina Mattia. L’autrice siciliana, nata a Caltagirone, da anni vive a Cuneo con la sua famiglia, scrive romanzi e poesie. Esordisce nel 2014 col suo primo romanzo Intimo ritratto (edizioni Araba Fenice Libri) partecipando al Salone Internazionale del Libro di Torino ha vinto il premio “Il Ponte” dell’associazione culturale “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”. Nel 2017 si è classificata terza nella sezione Prosa dell’Antologia di narrativa e poesia edita da Primalpe Cuneo e l’anno successivo con la stessa casa editrice ha pubblicato il suo secondo romanzo, Alice Schanzer l’alambicco dei ricordi, ispirato alla poetessa e critica letteraria Alice Schanzer in Galimberti. Ha frequentato una scuola di teatro e di dizione, il corso completo di Nati per Leggere a cura di Sillabaria – Semi di Libro e un laboratorio di scrittura. Fa parte del comitato di lettura degli adulti per il Premio Primo Romanzo città di Cuneo. Valentina Mattia con la sua penna molto delicata in “Complici senza destino” (Golem Edizioni, 2020) ci accompagna alla scoperta di una storia d’amore complicata, fatta di sentimenti, di bisogni profondi, di imprevisti, di sospetti e di dolori. Un romanzo pieno di suspense, che il lettore divora alla ricerca di risposte anche se non sempre le risposte arrivano e sono chiare nell’indurci una qualsiasi scelta. Ha scelto Bianca Magazine per raccontare il suo rapporto con la scrittura, cosa rappresenta per lei e come nascono i suoi romanzi. Andiamo a conoscerla meglio.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
«Ho iniziato a scrivere nel 2008, dopo la nascita del mio terzo figlio. Non ricordo come ho fatto a trovarne il tempo, con altri due bambini da accudire. Stavo scrivendo una storia che poi ho ultimato per poter partecipare a un concorso letterario (il primo, per me) per racconti inediti. In tutta sincerità non so che cosa mi abbia spinta a scrivere. Sarà stata la lontananza dalla mia famiglia d’origine, dalla mia terra, dalle mie abitudini, da ciò che ero prima di trasferirmi al Nord. Forse avevo bisogno di uno spazio tutto mio, di assentarmi ogni tanto dalla quotidianità per vivere esperienze diverse, anche se solo apparenti. So che mi ha fatto bene e questo mi basta. Scrivere è stata ed è senza dubbio la mia valvola di sfogo».

Come nascono le tue storie?
«Nascono innanzitutto da un’idea. Senza idee la scrittura è debole, e può causare anche momenti di blocco. Nascono osservando i gesti, le situazioni, le persone, gli stati d’animo, i sentimenti. Mi definisco un’ottima osservatrice, amo i dettagli. Nei miei romanzi mi diverto a descrivere i gesti che fanno parte della quotidianità e che rendono la narrazione molto simile alla realtà. Una volta messa a fuoco la storia, mi soffermo sui personaggi, ne definisco il carattere e le sembianze. Fatto questo, do libero sfogo alle parole e marchio le pagine con il mio stile. Scrivere un romanzo è complicato, tanti sono gli elementi da tenere in considerazione: tempo, concentrazione, studio, ispirazione. Allo stesso tempo, però, è affascinante, adrenalinico, appagante».

Quanto c’è di autobiografico?
«Dipende. A volte c’è tanto di me, altre volte poco. Diciamo che vivo in ogni storia che scrivo, e questo mi piace moltissimo. Ogni volta, il mio, è un viaggio diverso nel tempo. La stessa cosa mi succede con la lettura. In genere, comunque, cerco di distaccarmi dalla storia, di seguirne solo la regia, anche se non sempre ci riesco. Qualcosa di me ‒ qualità o difetto ‒ diventa parte integrante di qualche personaggio. È come rivedersi allo specchio, non sempre ci si piace. A palesarsi è senza dubbio il mio attaccamento verso l’amata Sicilia. In ogni libro che ho scritto, infatti, è venuto sempre fuori qualche elemento che la descrive. Ho l’impressione che quando ci si allontana da un luogo, poi questo lo si apprezza di più. Non è così? A me è capitato».

Quale valore ha per te la scrittura?
«Ha un valore altissimo. È diventata parte integrante delle mie giornate. Scrivere mi aiuta a superare le difficoltà della vita, incrementa le mie conoscenze, mi migliora come persona, accorcia le distanze. Non so se per gli altri scrittori è lo stesso, per me rappresenta un diversivo dalla realtà, un’opportunità da cogliere sempre al volo, una scommessa con me stessa, l’immunità alla solitudine e alla noia».

Quale messaggio vuoi lanciare?
«Quando si pianifica un’Opera letteraria bisogna avere ben chiaro il suo costrutto. A volte sono necessari numerosi tentativi, alcuni anche a vuoto, per delineare il progetto finale. La perseveranza alla lunga gratifica. Ritornando al mio caso… Questi anni, dal 2008 a oggi, sono stati d’oro, per me. Riconosco di essere migliorata molto, rispetto a quando ho iniziato, e ne sono contenta. Le diverse esperienze vissute ‒ partecipazione ai concorsi letterari, presentazione dei libri in librerie, biblioteche, associazioni culturali, interviste radiofoniche ‒ hanno messo da parte un po’ della mia timidezza, incoraggiandomi a proseguire il percorso intrapreso».

Qual è l’ultimo libro che hai pubblicato? Di cosa tratta?
«Si intitola “Complici senza destino” ed è stato pubblicato dalla casa editrice Golem di Torino. Dallo scorso cinque novembre in libreria, tratta diversi temi: amore, lontananza, malattia, separazione, differenze culturali e religiose. I personaggi principali sono Amhir e Nunziatina. Alla base di tutto c’è un amore fortissimo che sboccia quasi subito, urgente e famelico, tra i due ragazzi, un amore che sfida chiunque lo contrasti, che si oppone alle distanze e alle differenze di cultura e di religione che, invece sembrano avere un peso importante per le rispettive famiglie. Nella parte successiva sorgono i primi malumori, alcune freddezze di coppia, incomprensioni, distacchi. Arriva anche una malattia. I due ragazzi vengono risucchiati in un vortice che schiaccia tutto il bello di prima e che stravolge le loro esistenze. Uno dei due è in svantaggio e soffre più dell’altro. L’amore tra Amhir e Nunziatina si fa sempre più complicato, loro non sono più gli stessi di prima e si fanno la guerra, come due perfetti estranei. Ciononostante, ci sarà qualcuno della famiglia che non guarderà con distacco l’evolversi degli eventi, che vorrà riallacciare i rapporti con il genitore che se ne è andato via di casa troppo presto, che tenterà di accorciare le distanze tra di loro, che rimetterà ordine in famiglia».

Nei tuoi romanzi parli di amore, forte, tormentato, dilaniato, imprevedibile. Cos’è per te l’amore?
«L’amore racchiude tutta una serie di situazioni che possono portare la coppia a vivere momenti idilliaci oppure a diventare estranei l’uno per l’altra. L’amore è bello perché è imprevedibile, non si sa mai dove può portare. Se è forte vince su tutto, ma se è tormentato, dilaniato è meglio lasciarlo perdere. Nei miei romanzi l’amore spesso porta a compiere atti efferati, prende spunto dalla realtà. In ogni caso, offre una speranza. Nei cuori sanguinanti di qualcuno può nascere anche qualcosa di positivo».

Quali consigli daresti a un ragazzo per diventare scrittore?
«Gli direi prima di tutto di leggere molto. Con questa pandemia sono aumentate le persone che vogliono diventare scrittori. Un diritto sacrosanto, certo. Tuttavia, non bisogna improvvisarsi scrittori. Scrivere non è facilissimo. Come ho detto in precedenza, deve essere un’azione quotidiana, un esercizio da compiere con sacrificio e pazienza. È un po’ come andare in palestra. Ci si allena quasi tutti i giorni, ma i risultati si vedono soltanto alla fine. Lo stesso è per la scrittura. Oltre al talento occorrono esercizio e studio. Fatto questo, possono delinearsi le premesse per poter diventare uno scrittore».

A cosa stai lavorando?
«Ho ultimato un romanzo che proporrò all’editore. Nel frattempo, mi sto dando da fare valutando romanzi altrui e facendo l’editing su alcuni testi ancora inediti. Anche questa è una bella scommessa per me, è una passione sbocciata da poco, che mi sta permettendo di confrontarmi con gli altri autori e di affinare le tecniche della scrittura. È un lavoro impegnativo, non lo metto in dubbio, che richiede molta attenzione e precisione e che sacrifica buona parte del tempo libero. Chi lo sa, magari questa potrebbe diventare una professione a tutti gli effetti!».