a sicula 500

Andrea Strazzeri e la sua 500 sicula

di Samuel Tasca   Foto di Andrea Strazzeri

Cosa serve per trasformare un carretto siciliano in una Fiat 500 instagrammabile? La risposta è molto semplice: basta un sognatore innamorato della propria terra. È proprio questo il caso di Andrea Strazzeri, originario di Taormina, che ha dato vita al progetto di ‘A Sicula 500 Taormina mescolando insieme la sua formazione nel settore della meccanica, le esperienze pregresse nel settore turistico e l’amore per la propria terra. Tradizione e innovazione si fondono nelle sue 500 abbellite nella carrozzeria con i motivi decorativi tipici dei carretti siciliani

a sicula 500

Da dove nasce l’idea?

«In realtà, da quattro chiacchiere in famiglia, proprio per il forte attaccamento alle radici e al folklore che da sempre si respira in casa nostra. Volevamo regalare ai turisti un ricordo di quella Sicilia autentica tramandata dai nostri nonni, mescolando la tradizione a degli elementi innovativi».

Come avviene il processo di decorazione delle vetture?
«Prendiamo ispirazione dai classici motivi decorativi dei carretti, anche grazie all’aiuto di collaboratori taorminesi che ci hanno donato alcune grafiche che loro stessi utilizzano per decorare le cassette di legno. Poi facciamo realizzare i nostri disegni in digitale per essere applicati sulle auto».

Quante vetture avete realizzato fino ad oggi e che storie raccontano?

«Volevamo raccontare la Sicilia tramite le nostre auto di valore storico unendo arte, cultura e bellezza. Ognuna delle nostre 500 è targata con sigle di province differenti ed è caratterizzata da un colore diverso. Ogni vettura racconta miti e leggende che fanno parte del nostro patrimonio culturale. La prima, legata al territorio catanese, narra un passaggio tratto dall’“Odissea”: l’incontro tra Ulisse e il temibile ciclope Polifemo. Da qui il nome Odissea. La seconda macchina targata PA (Palermo) di colore blu come il mare è legata alla leggenda di Colapesce. La chiamiamo, infatti, Cola ed è l’unico maschietto della nostra famiglia. L’ultima arrivata in casa, targata ME (Messina) di colore bianca come la spuma racconterà una leggenda legata al territorio di Acireale: la storia d’amore travagliata tra Galatea e Aci».

a sicula 500

Cosa affascina tanto i visitatori che scelgono di farsi fotografare sulle vostre auto?

«Quando un turista sceglie di farsi immortalare con le nostre 500 è come se volesse tornare indietro nel tempo, a quegli anni che hanno creato un ricordo indelebile nell’immaginario collettivo italiano, oltre che siciliano. Noi amiamo il ricordo di quell’Italia, di quella Taormina che è stata una delle protagoniste indiscusse di quell’epoca e che, ancora oggi, mantiene il suo fascino».

La tutela dell’ambiente fa parte del vostro progetto, in che modo?

«Il 2023 sarà il terzo anno in cui effettueremo delle donazioni a Lifegate per il progetto IMPATTOZERO. Il loro impegno è quello di compensare le emissioni di CO2 prodotte dalle vetture a benzina, piantando ogni anno alberi nelle zone in cui il disboscamento è un problema serio e reale. Credo che ogni azienda possa fare la differenza per tutelare l’ambiente che ci circonda. Noi abbiamo un punto di forza straordinario che è il nostro paesaggio, grazie al quale possiamo lavorare e operare al meglio. Tutelarlo non è solo un privilegio, ma anche un dovere».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Il nostro è un progetto che ogni giorno, insieme a grandi soddisfazioni, ci fornisce sempre nuove idee. Sicuramente tra i progetti più grandi e ambiziosi che vorremmo portare a termine c’è quello di ampliare il parco auto per coprire un’area più ampia del territorio siciliano. Inoltre, ci piacerebbe affermare la nostra realtà nel settore del wedding e, perché no, diventare un simbolo di Taormina nel mondo».

Per questo Natale un Woody-Leb: sostenibile e artigianale

di Alessia Giaquinta

foto di Lucia Scapellato e Jo Magrean

“Caro Babbo Natale,

Quest’anno vorrei un regalo speciale, che non sia fatto di plastica (per non inquinare l’ambiente) e che sia personalizzato (e non anonimo come tutto ciò che è prodotto in massa). Vorrei un giocattolo che non si rompa e che non abbia scadenze dettate dalla moda, un giocattolo che stimoli la mia creatività e che sia amico mio, dell’ambiente e delle generazioni future…”.

Se Babbo Natale ricevesse questa letterina, avrebbe gli occhi commossi, il cuore gioioso e le renne scattanti, pronte a raggiungere Monterosso Almo, il borgo ibleo dove potrebbe rifornirsi di giocattoli speciali: quelli della collezione Woody-Leb.

Leb racchiude le iniziali dei creatori: Lucia Scapellato e Bernhard Quade.

Woody invece significa “legnoso” perché è dal legno massiccio che – con immenso amore, dedizione e un grande spirito etico di responsabilità verso l’ambiente e le generazioni future – Lucia e Bernhard portano alla luce questi giocattoli, belli ed eco-sostenibili.

Ho incontrato Lucia nel suo piccolo negozietto. Il suo sorriso smagliante e sincero, e la sua spiccata sensibilità sono riconoscibili in tutte le sue produzioni. Chi la conosce mi darà certamente ragione.

Come è nata l’idea di produrre giocattoli?
«Due anni fa abbiamo iniziato per gioco, durante il periodo della pandemia Covid. Io sono sempre stata affascinata dal mondo dei giocattoli, tant’è che Bernhard, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa, ha sempre stimolato la mia curiosità inviandomi scatti delle vetrine dei negozi. Ma un giorno è arrivata la proposta: “Perché non proviamo noi a realizzare dei giocattoli in legno?”».

Una proposta a cui non hai saputo rinunciare…
«Certamente, anche se io non avevo idea di come si costruisse un giocattolo. Mi sono sempre occupata di illustrazioni e creazioni all’uncinetto. Bernhard invece, che è un ingegnere meccanico navale, e ha competenze nel lavorare il legno, è subito passato ai fatti: ha comprato una sega a traforo, il legno lo avevamo già in casa perché lui costruisce anche mobili, e così è nato il primo giocattolo».

E qual è stata la vostra prima creazione?
«Il gatto, perché noi siamo gattari, ne abbiamo tantissimi nella nostra casa. Poi sono nati i dinosauri, le pecorelle, gli asinelli e così via… I giocattoli nascono dalle mie illustrazioni. Da queste Bernhard trae il disegno per fare le sagome. Lui invece disegna auto, trattori, tir, barche…».

Ci spieghi come si costruisce un giocattolo?
«La produzione ha una tempistica relativamente lunga. Si parte dal legno massiccio che va lavorato con la pialla e sega circolare. È la parte più pericolosa e se ne occupa Bernhard. Dopo si prende la sagoma disegnata, si mette sulla tavola, si ritaglia con la sega a traforo e poi io eseguo la smerigliatura a mano. Successivamente passo l’acrilico, più strati. Tra uno strato e l’altro devono passare delle ore, in base alle temperature e all’umidità della stanza. Prima faccio la parte anteriore, poi il retro. Quando il colore è completamente asciutto e stabile cospargo l’olio di lino su tutto il giocattolo. Il giorno dopo, quando è tutto asciutto, si procede con una nuova passata. A questo punto si monta il giocattolo in maniera stabile così che sia un giocattolo sicuro».

Qual è la particolarità dei vostri giocattoli?
«“Vogliamo creare un sorriso”: i nostri giocattoli non sono anonimi, sono dinamici, hanno espressioni e stimolano la creatività. Inoltre tutto quello che utilizziamo è bio-sostenibile: il legno massiccio (e non multistrato) viene da foreste certificate, i colori acrilici sono atossici, l’olio di lino è bio. Quando un nostro giocattolo si rompe si può aggiustare, o a limite, si brucia senza incidere sull’ambiente».

È una missione la vostra.
«Sì, oltre a regalare sorrisi e momenti di creatività, i nostri giocattoli rispettano la natura e sono d’aiuto anche per chi vuole esorcizzare delle paure. Un bambino ci ha chiesto di realizzargli un geco perché voleva pensare in modo diverso questo animale che gli incuteva paura. Vogliamo creare un giocattolo che, da buon amico, sia al fianco del bambino, non solo nei primi anni di vita, ma per tutta la vita».

 

Valeria Raciti, (vincitrice Masterchef 2019) e il suo menù di Natale che riempie i cuori

di Patrizia Rubino, Foto di Alex Alberton

È stata la vincitrice dell’ottava edizione di MasterChef nel 2019, Valeria Raciti catanese, 35 anni, ha mostrato con caparbietà e determinazione il suo grande talento, trasformando le sue emozioni in esecuzioni semplicemente perfette. Oggi è una professionista sicura e consapevole che propone una cucina ricca di gusto, colorata che celebra, con il suo tocco originale, i sapori inconfondibili della Sicilia e non solo.

Con il suo trionfo a MasterChef ha mostrato talento e competenza, ma da dove inizia la sua passione per la cucina?
«Da nonna Maria, da piccola stavo spesso a casa sua, cucinava sempre ed io la osservavo con tanta curiosità. Era silenziosa, accurata e precisa in tutto quel che preparava. Ricordo un sugo al pomodoro che come per magia catturò i miei sensi, forse avrò avuto quattro anni. Mi si spalancò un mondo e la cucina diventò la mia più grande passione. Certo inizialmente pasticciavo, ma crescendo miglioravo e in famiglia apprezzavano. La passione per i fornelli l’ho coltivata da autodidatta, non ho mai frequentato un corso di cucina, riproducevo ricette, per il puro piacere di cucinare. Un giorno mio marito m’iscrisse a MasterChef, non credevo che potessero scegliermi, figurarsi vincere una competizione così importante, giudicata da chef di altissimo livello. L’impatto non è stato affatto semplice, anche perché attraversavo un periodo molto difficile; pian piano sono riuscita a trovare me stessa, a cacciare indietro le lacrime e a mettermi in gioco. Cucinavo con passione e istinto come sempre, ma sotto pressione, con i ristrettissimi tempi televisivi, riuscivo a immaginare il piatto, ne sentivo il gusto e il profumo. Le mie preparazioni piacevano e convincevano, questo mi ha restituito l’autostima. Ho capito che potevo essere nuovamente felice».

Dopo questa esperienza la sua passione è diventata la sua professione.
«Ho in progetto di aprire una mia attività, non il classico ristorante, penso piuttosto a uno “Chef’s table”, dove il cliente possa assistere alla preparazione e spiegazione dei miei piatti. Nel frattempo lavoro come personal chef e partecipo a eventi e cooking show in giro per l’Italia e all’estero. Amo parlare di cucina e lo faccio con grande entusiasmo attraverso i social con due rubriche: una dal titolo “Morsi di Sicilia”; dalla mia cucina, racconto, spiego e preparo ricette tradizionali siciliane ma anche più innovative. La tradizione va difesa, ma occorre anche tradurre, interpretare, sta in questo il talento, l’identità dello chef. L’altra rubrica è “L’ABC della cucina felice”, si tratta di tutorial più tecnici in cui spiego ad esempio come preparare i lievitati o la pasta fresca, o come sfilettare il pesce e le diverse tipologie di cottura. Riscontro grande seguito e curiosità e questo mi spinge a fare sempre più e meglio».

In questo periodo dell’anno, il cibo è assolutamente protagonista. Come vive queste giornate?
«Ho sempre trascorso il Natale in casa e soprattutto in famiglia, adoro l’atmosfera che si respira in questo periodo, la preparazione del menu delle feste è un momento di grande gioia e condivisione. Una parte dei parenti, noi siamo in tanti, esprime il desiderio di un piatto e altri, ovviamente io sono tra questi, si occupano della preparazione. L’apoteosi è la sera della Vigilia: una meravigliosa tavola stracolma sino all’inverosimile di pietanze sfiziose, colorate, gustose e tutte rigorosamente della nostra tradizione. Dalle scacciate di verdure e di carne, al baccalà fritto, alle crespelle alla ricotta, e ancora broccoli affogati, cavolfiore gratinato con besciamella e l’immancabile gateau di patate di nonna Maria e l’elenco potrebbe continuare. Non mancano poi dolci come i biscotti alla frutta secca o il pandoro con crema al tiramisù. Il pranzo di Natale, sempre rigorosamente in casa, è più contenuto, ma il menu è più sempre ricco e goloso. Sono occasioni irrinunciabili, d’incontro e di scambio con le persone che ami, in cui il cibo riempie anche i nostri cuori».

Filale Restart i dodici finalisti e i giurati

Alla finale di Restart premiate le idee imprenditoriali di successo siciliane.

di Samuel Tasca

Si è tenuta mercoledì 7 dicembre presso la sede centrale della Banca Sicana a Caltanissetta l’evento finale di Restart, la business plan competition promossa dalla Federazione Siciliana BCC, grazie al supporto di Fondosviluppo e alla collaborazione di Confcooperative Sicilia ed Elabora Sicilia, dedicata a chi vuole migliorare la propria terra facendo impresa.

Filale Restart nella Sede Centrale della Banca Sicana

A competere per i premi finali in denaro dodici finalisti qualificati attraverso un intenso processo di selezione svoltosi negli scorsi mesi. A parlarcene è Mirko Viola della società di servizi di Confcooperative Sicilia: «I candidati sono stati tantissimi, ben oltre le nostre aspettative. La call aperta lo scorso luglio è andata avanti sino ad ottobre e ci ha consentito di girare la Sicilia in lungo e largo con degli incontri itineranti che ci hanno portato a stretto contatto con i luoghi in cui le persone si incontrano sia per fare innovazione che per fare impresa. Questa prima fase ha permesso ai promotori della Competition di fare una selezione per la fase finale molto ardua poiché tutti i progetti erano oggettivamente interessanti e di elevata qualità».

Dodici i progetti imprenditoriali finalisti che sono giunti a Caltanissetta per confrontarsi con la giuria e competere per i premi messi in palio. Cinque minuti di presentazione più due di domande da parte dei giurati, il tutto scandito da un timer che non ammetteva ritardi. Ad avere l’arduo compito di valutare ogni progetto una giuria composta da Graziano Cipollina, esponente dei Giovani Soci di Banca Sicana, in rappresentanza di Giuseppe Di Forti, Presidente della Banca Sicana; Cesare Arangio, Vice Presidente di Confcoperative Sicilia, e Marta Dolfini, giunta da Roma in rappresentanza di Fondosviluppo, il fondo mutualistico di Confcooperative.

Filale Restart i dodici finalisti e i giurati

È proprio dalle sue parole che possiamo farci un’idea dell’intenso lavoro svolto dai giurati durante la fase di valutazione, seguita agli interventi dei dodici candidati: «È stata sicuramente una scelta piuttosto difficile: innovatività, impatto sociale e qualità del progetto sono stati i tre criteri che ci hanno guidato nella decisione. Tutte le realtà sono state all’altezza di questa finale. La cosa bella, secondo me, è che sono stati rappresentati molti settori, anche molto distanti tra loro. Tra questi, poi, la valorizzazione del territorio si è rivelata la parte vincente perché sicuramente ha dato vita a progetti che investono sulle risorse siciliane».

A trionfare, aggiudicandosi i premi in denaro e quelli sotto forma di servizi di accompagnamento, consulenza e formazione sono stati i progetti Frida, sesto classificato; Educolab, quinto classificato; Kimia, quarto classificato; Agromini, terzo classificato, VerdeBasico, giunto secondo; e Beehive come primo sul podio.

«È una vittoria che ci gratifica molto – dichiara Sergio Nunzio Parisi, tra i fondatori di Beehive, cooperativa sociale di Trapani che ha dato vita ad uno spazio di coworking all’interno del quale possono lavorare diversi smart worker che hanno avuto la possibilità di ritornare al Sud.Mi piacerebbe che eventi come questo accadano più spesso perché permettono a giovani imprenditori siciliani di incontrarsi, confrontarsi e imparare. Le idee sono tutte valide, chi vince è solo un dettaglio alla fine, quello che realmente conta è il confronto perché una cosa che sicuramente ci manca in Sicilia è fare network».

I vincitori di Restart BeeHive

I vincitori di Restart BeeHive

E il confronto creato durante l’evento, grazie alla moderazione di Mirko Viola, è stato certamente uno dei valori aggiunti di questa manifestazione, mettendo in contatto imprenditori differenti che condividono la passione per i loro sogni imprenditoriali. Sogni che hanno scelto di portare avanti in questa terra che sempre più si sta riscoprendo come culla di talenti che scelgono di restare e di scommettersi.

Ed è proprio per offrire maggiori opportunità a questi talenti che si propongono eventi come Restart, il quale, come ci spiegano Mirko Viola e Luciano Ventura (Segretario Generale di Confcooperative Sicilia), «nasce dalla considerazione che ci sono tantissimi finanziamenti, contributi ed opportunità per chi sceglie di fare impresa, ma ancora poche persone che riescono ad ottenerli. Questa iniziativa, infatti, rappresenta un segnale per mostrare che il sistema di Confcooperative è presente e vicino a chi vuole fare impresa creando valore qui in Sicilia. La finale di Restart, infatti, non è da considerarsi come l’evento conclusivo di un percorso, ma come una tappa. Oltre ai premiati, appunto, tutti i partecipanti potranno essere seguiti e sostenuti attraverso i servizi di formazione, consulenza e accompagnamento su misura, al fine di trasformare la loro idea in realtà imprenditoriale».

Parole, queste, che prospettano un futuro positivo per lo scenario imprenditoriale siciliano. Non è un caso, infatti, che i progetti finalisti provenissero dalla maggior parte dei territori siciliani, dimostrando una voglia diffusa di mettersi in gioco e di valorizzare, oltre al proprio talento, anche la propria terra.

Badia Lost and Found: il fenomeno di rigenerazione urbana di Lentini

di Samuel Tasca 

Lentini, comune dell’entroterra siciliano che possiede una storia ultracentenaria, da qualche tempo ha attirato i riflettori su di sé per le iniziative artistiche e culturali che hanno avuto luogo nel suo territorio, e nello specifico nello storico quartiere Badia.
È proprio da questo quartiere che si è accesa la scintilla di Badia Lost & Found, un gruppo di giovani lentinesi che, in collaborazione con gli abitanti del quartiere, ha dedicato il proprio tempo e la propria preparazione alla rigenerazione urbana creando un processo virtuoso che ha dato il via a numerose iniziative che oggi hanno varcato i limiti della città (e anche quelli dello Stretto) ricevendo il plauso ufficiale di diversi enti e fondazioni tra i quali, l’Anci, il Ministero della Cultura, la Fondazione Fitzcarraldo, Inward, Le Vie dei Tesori, CoopCulture, divenendo un esempio da studiare, imitare e replicare.

Ne parlo con Giorgio Franco, presidente della cooperativa Badia Lost & Found, che insieme agli altri soci, mi racconta gli esordi e i progetti di questa realtà.

Cosa è di preciso Badia Lost & Found?

«Badia Lost & Found è oggi una società cooperativa nata come gruppo informale nel 2015 con lo scopo di mettere insieme energie, intelligenze e capacità, e dedicarle ad uno spazio che potesse segnare lo sviluppo e la riattivazione di una parte del territorio siciliano. Oggi la cooperativa è una delle imprese culturali-creative della Sicilia, oggetto di studio da parte di alcune università, che segue la progettazione e programmazione di diversi interventi per conto di alcune amministrazioni comunali sul territorio regionale e nazionale».


famiglie di fronte al murales di Lentini

Chi sono i giovani lentinesi dietro al fenomeno culturale Badia Lost & Found?

«Siamo giovani professionisti nel settore della Gestione e Promozione del patrimonio culturale e delle arti visive. Ci occupiamo di progettazione europea e di arte pubblica o Street Art.
Amiamo il nostro lavoro e ci prendiamo cura dei luoghi divenendone profondi conoscitori e progettandone le attività per la ricreazione culturale delle comunità. Per noi è fondamentale avvalerci dell’aiuto e della fiducia della comunità patrimoniale dei territori nei quali operiamo».

Raccontateci come è iniziata…

«A partire dal 2016 la nostra base operativa di sperimentazione con e per la comunità è stato il Palazzo Beneventano, immobile storico di proprietà del Comune di Lentini. L’attività di presidio, che ha avuto luogo all’interno degli edifici del palazzo, ha impedito il degrado strutturale del bene e ha sventato tantissimi tentativi di intrusione tramite un positivo rapporto con gli abitanti del quartiere e le forze dell’ordine. Nel frattempo, abbiamo portato avanti un’intensa attività di interventi culturali nel Palazzo e nel quartiere Badia garantendo 320 giorni di apertura all’anno e oltre 50.000 visitatori locali, regionali, nazionali e stranieri ogni anno.

palazzo beneventano lentini
L’offerta culturale è stata ampliata nel tempo con mostre multidisciplinari, concerti e spettacoli, conferenze e presentazioni di libri, dedicando un’attenzione particolare ai laboratori didattici organizzati con le scuole. Ma ciò che ci ha permesso di avviare una piccola rivoluzione urbana e di ampliare l’attrattiva turistica sono state le passeggiate urbane e le visite guidate che hanno suscitato l’interesse dei visitatori, non solo verso le opere di Street Art realizzate all’interno del Parco Urbano d’Arte, ma anche verso il patrimonio artistico della città di Lentini».

Le opere di Street Art hanno fatto da volano per le vostre iniziative amplificando l’attenzione mediatica e turistica grazie alla realizzazione di un vero e proprio museo a cielo aperto. Che risultati avete raggiunto oggi?

«Quello relativo al PUA, il primo Parco Urbano d’Arte della provincia di Siracusa, che si snoda a partire da poche centinaia di metri dalla piazza principale di Lentini fino al cuore del quartiere Badia, oggi conta ben 40 opere a “cielo aperto” realizzate da artisti di levatura nazionale e internazionale, sancendo la partecipazione attiva degli abitanti del quartiere Badia di Lentini e delle realtà educative locali, trasformando un’area fortemente svantaggiata e in fase di spopolamento in una “comunità di pratica”, come da Convenzione Faro (2005)».

In seguito al successo del PUA, diverse le collaborazioni con altri comuni, non solo siciliani. In che modo offrite il vostro sostegno alle realtà locali?

«C’è la necessità di supportare le istituzioni e aumentarne le competenze interne. In questa difficile fase storica che sta attraversando il nostro Paese, diventa fondamentale riconoscere la necessità di un coinvolgimento strutturale nei processi decisionali delle giovani generazioni, così come dei professionisti locali. Oggi il nostro modello di rigenerazione urbana non vuole fermarsi solo sul concetto “superficiale” dell’arte e del muralismo italiano, ma svolgere attività d’accompagnamento e di mentoring per istituzioni, organizzazioni, soggetti pubblici e privati che intendono diffondere la conoscenza e promuovere l’avanzamento della discussione pubblica sui temi della rigenerazione urbana a base culturale».

Cosa si può fare nei piccoli borghi per rilanciarli da un punto di vista turistico?

«In materia di attrattività dei Borghi il PNRR_MiC e i Piani Nazionali Cultura, ad esempio, oggi rappresentano una valida via di sviluppo. Servono azioni di valorizzazione delle attività e delle competenze nell’ambito di iniziative che prevedono forme di collaborazione tra pubblico e privato, in grado di riattivare il patrimonio culturale, allontanando le comunità dall’idea “nostalgica” che ancora oggi si riscontra della cultura e dei luoghi della cultura. Il nostro consiglio è quello di intendere lo sviluppo culturale come una materia viva che si dispiega nelle diverse discipline che vanno dall’editoria allo spettacolo, alle sperimentazioni delle arti visive e alle iniziative didattiche.
La storia è spesso ciò che ci permette di partire da un patrimonio già esistente nelle nostre città, ma quello che fa la differenza è ciò che una comunità, o più in generale una società, sa fare con quel patrimonio. Possiamo avere monumenti e borghi meravigliosi, ma questi spesso esistono in maniera completamente distaccata dalle dinamiche sociali che li circondano.
È necessario lavorare sulla partecipazione e sul coinvolgimento delle persone, concedendo loro le competenze che servono per partecipare al patrimonio in modo attivo, responsabile, consapevole e creativo».

Damiano La Terra finalista

Damiano La Terra, DJ finalista al Tour Music Fest di San Marino su oltre 20.000 candidati

di Samuel Tasca

Damiano La Terra, classe ‘92, promettente DJ della provincia di Catania, vivrà il sogno di partecipare alla finale del Tour Music Fest – The European Music Contest nella Repubblica di San Marino dal 22 al 27 Novembre, dopo aver superato le selezioni tra oltre 20.000 tra artisti e band partecipanti provenienti da tutta Europa.

«Essere un finalista su 20.000 candidati è un grande traguardo per la mia esperienza musicale – mi racconta Damiano -. Una rivincita personale che mi ha fatto tornare la voglia di continuare a produrre musica».

damiano la terra finalista Tour music fest san marino

Una storia d’amore nata negli anni dell’infanzia, quella di Damiano per la musica, nella quale suo padre ha giocato un ruolo fondamentale. «La mia passione è nata ascoltando mio padre suonare la tastiera. Mi sono innamorato di un brano in particolare dei PFM, “Impressioni di settembre”, dove era presente un suono creato da un synth analogico. Da lì in poi la mia mente è sempre stata proiettata su questo genere di musica elettronica».

Damiano, infatti, ha fatto le sue prime esperienze come DJ presso la discoteca Saratoga di Grammichele (CT) e ai Mercati Generali di Catania. Inoltre, per un periodo, ha fondato un gruppo culturale musicale dal nome BLOW con l’aiuto di altri due colleghi. L’esperienza insieme al gruppo, dedicata allo stile Underground e fondata sull’impiego di attrezzature come giradischi e lettori cd, lo ha portato a farsi apprezzare da molti personaggi della scena musicale.

damiano la terra in console

Il prossimo palcoscenico sarà proprio quello delle finali del Tour Music Fest, durante le quali andranno in scena le performance degli artisti finalisti di questa nuova edizione provenienti da tutte le regioni d’Italia. Inoltre, Damiano La Terra potrebbe esibirsi il 26 Novembre al Purple Vision Club di San Marino, in occasione della DJ Night del Tour Music Fest, nella quale i vari DJ e i DJ Producer vincitori del festival si alterneranno in console. Ma le emozioni non terminano qui. Infatti, il DJ Producer vincitore verrà premiato dai presidenti di giuria Mogol e Kara Dioguardi, dai rappresentanti Berklee – College Of Music e dai massimi esponenti della discografia italiana.

damiano la terra

«Per me è sicuramente un sogno che si avvera, ma anche una soddisfazione da donare ai miei genitori che mi hanno sostenuto nella mia carriera», confessa La Terra, che se dovesse vincere il TMF potrebbe volare a Ibiza per sette giorni a suonare in uno dei locali più ambiti dell’isola e partecipare ad un corso di formazione full immersion per DJ e DJ Producer, oltre alla possibilità di ricevere un contratto di sponsorizzazione del valore di 10.000 euro da investire nella propria musica.

Non ci resta quindi augurare a Damiano un grosso “in bocca al lupo” per questa imminente esperienza, che possa essere l’avvio di una stupenda carriera musicale.

Maria Grammatico. La famosa pasticciera di Sicilia

di Merelinda Staita, foto di Nino Lombardo

Maria Grammatico è ormai una celebrità e i suoi dolci conquistano il palato di ogni persona che ha la fortuna di assaporare le sue prelibatezze. La pasticceria Grammatico si trova a Erice ed è il luogo in cui si fermano i turisti che provengono da ogni parte del mondo. Recentemente, Vanity Fair, magazine di costume, cultura e moda, ha dedicato un ampio articolo alla creatività della signora Maria.

Io l’ho raggiunta telefonicamente per scoprire il segreto del suo successo e delle sue eccellenti leccornie.

Maria, lei è ormai una celebrità ci racconti la sua storia.

«Ho vissuto tante esperienze tra cui la guerra e la perdita a 11 anni di mio padre. Fui mandata al Convento San Carlo e proprio lì mi resi conto cosa vuol dire lavorare con responsabilità e tenacia».

Come è nata la sua arte?

«Rimasi al Convento San Carlo per 15 anni e imparai l’arte pasticcera conventuale e dopo ho deciso di aprire un piccolo negozio per mettere in pratica le mie conoscenze e le mie competenze. In questo piccolo negozio iniziai a creare ed inventare. Col passare del tempo la mia pasticceria è stata apprezzata e amata».

Quali sono i prodotti che prepara con amore e passione?

«I prodotti sono davvero tanti come ad esempio: i biscotti di fico, la lingua di suocera, i mustazzoli, le confetture, le diverse tipologie di dolci alla mandorla e poi le Genovesi. Piccoli dolcetti di pasta frolla, ripieni di crema pasticciera, ricoperti con zucchero a velo».

Impartisce anche lezioni a quanti vogliono imparare l’arte culinaria siciliana?

«Sì, impartisco anche lezioni. La mia scuola di cucina dà la possibilità, a quanti vogliono imparare, di immergersi nei sapori della gastronomia sicula. Nel corso di pasticceria è possibile preparare tutti i dolci della pasticceria siciliana: dai dolci di mandorla, ai cannoli e alle cassate. Il corso di gastronomia prevede la preparazione di sformati, sughi (in particolare il pesto alla trapanese), impastare la pasta (in particolare le busiate, pasta tipica trapanese) e tutto ciò che fa parte della nostra tradizione culinaria. Inoltre, c’è la possibilità di seguire contemporaneamente il corso di gastronomia e pasticceria, ricco di dolci e prelibatezze uniche».

So che nella sua pasticceria è possibile effettuare degustazioni per gruppi di persone. Come vengono organizzate?

«Sì, è vero. Offriamo tre particolari degustazioni ed possibile effettuare le prenotazioni online».

Lanci un messaggio ai giovani che desiderano diventare pasticcieri.     

«Impegnatevi e lavorate con costanza. Gli ingredienti per raggiungere un obiettivo sono: tanta pazienza, tanti sacrifici e tanto amore. Il mio sogno è sempre stato quello di tramandare la mia tradizione e insegnare ciò che ho imparato dalla mia esperienza. Spero che i ragazzi non perdano mai il desiderio di lottare per raggiungere i loro traguardi».

 

A raccontare la storia di Maria Grammatico ci ha pensato la giornalista statunitense Mary Taylor Simeti, rimasta affascinata dalla vita di Maria. Raccoglie la sua testimonianza e le sue ricette in un libro “Mandorle amare”. Una storia siciliana tra ricordi e ricette, edito da William Morrow and Company Inc. a negli USA e da Flaccovio Editore in Italia.

Insomma, la Sicilia dimostra di essere una terra ricca di personalità eccellenti e questa volta è Erice a fare da cornice al meraviglioso e dolcissimo mondo di Maria Grammatico.

Elita Schillaci: le start up come progetto di vita e bene sociale

di Patrizia Rubino

Anche quest’anno StartupItalia, il magazine che si occupa di start up e innovazione, ha inserito Elita Schillaci nella sua speciale lista delle “Unstoppable Women”, le mille donne che con il loro impegno “inarrestabile” stanno cambiando il nostro Paese. Catanese, già preside della Facoltà di Economia di Catania, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, Schillaci si occupa da circa quarant’anni, di impresa e modelli economici innovativi. Un vero e proprio faro per generazioni di studenti, che con il suo lungo e prestigioso elenco di incarichi e pubblicazioni, testimonia una carriera a sostegno della crescita del territorio siciliano.

In Sicilia è stata tra le prime a credere nelle iniziative imprenditoriali innovative, le start up appunto, spingendo i suoi studenti a superare la cultura dell’impossibile e a concentrarsi sul merito.

«Ho iniziato a occuparmi di start up nel 1984, ho ancora la stessa energia, passione e curiosità che mi spinge a stimolare e incoraggiare verso la creazione di nuove imprese. Abbiamo attraversato grandi cambiamenti, e non mi riferisco solamente alla rivoluzione digitale, ma siamo riusciti, quasi del tutto, a liberarci dalla convinzione che nella nostra terra sia impossibile fare impresa se non a certe condizioni. Oggi sempre più giovani investono su loro stessi, sulle proprie capacità e sul proprio merito. Tra i miei studenti noto subito quelli che hanno una luce particolare, che credono fermamente nel loro modello di business, ma non mi stanco mai di spiegare che avviare un’attività economica non è un modo veloce per fare soldi e acquisire visibilità. L’impresa deve piuttosto rappresentare un progetto di vita e come tale prevede la messa in campo oltre che di competenze anche di una buona dose di apertura mentale che va oltre il proprio interesse personale».

Perché moltissime start up non riescono a superare i primi anni di vita?

«Oltre l’80% delle nuove imprese nel mondo falliscono perché creatività, idee innovative non sono sufficienti per andare oltre la fase embrionale. Le start up, specie all’inizio, sono fragili per definizione e spessissimo s’imbattono in quella che in gergo viene definita la Death Valley, ovvero la morte prematura dell’attività. Per ottenere stabilità nel lungo periodo occorre intraprendere un percorso di anti – fragilità, che consiste nel superare le difficoltà, gli iniziali fallimenti, uscire dalla propria comfort zone e puntare sul cambiamento, esplorando dimensioni diverse dalla propria. Oltre alle questioni finanziarie, possono esserci altre ragioni dietro l’insuccesso della start up; il cosiddetto hybris imprenditoriale, ovvero l’arroganza del founder, la mancanza di empatia verso fornitori o addirittura verso i clienti, che sono la risorsa più preziosa dell’impresa, o anche perché non ci si avvale di un team esperto che condivide in pieno il progetto. Per superare la fase di avvio occorre continuamente alimentare il merito, che non è soltanto capacità, ma è un approccio etico che si traduce in rispetto e correttezza verso gli altri, perché ribadisco l’impresa deve essere considerata un bene sociale».

Negli ultimi anni il fenomeno delle start up in Sicilia è in forte crescita, attualmente sarebbero oltre 650. Quali sono i settori di maggior interesse?

«Sì c’è un bel fermento, all’interno dei miei corsi ogni anno vengono presentati 10/20 progetti di start up con business plan, e tra questi vedono la luce sino a due nuove imprese. Si punta spesso ai servizi, turismo, arte e cultura, ma c’è anche grande interesse per il food, l’agroalimentare, i prodotti d’eccellenza siciliana. In crescita anche i settori di salute e benessere e l’e-commerce. Queste nuove imprese testimoniano la volontà dei nostri giovani di volere scommettere su se stessi, ribaltando l’idea del posto fisso. Occorre, però, che oltre all’Università che dà il suo contributo con la formazione ci siano altri attori che partecipino all’ecosistema dell’innovazione, come ad esempio industrie, istituzioni, banche».

A partire dal prossimo numero vi proporremo una rubrica dedicata al mondo delle start-up siciliane. Una sorta di viaggio alla scoperta delle idee, della creatività e del talento di giovani che hanno scelto di fare impresa, restando in Sicilia, puntando su un modello di business innovativo ad alto contenuto tecnologico e sostenibile. Vi racconteremo storie di eccellenza… in perfetto stile Bianca Magazine.

Maria Macellaro La Franca

Maria Luisa Macellaro La Franca: «La passione per la musica è nel mio DNA»

di Omar Gelsomino , foto di Jraw Studio 

«La passione per la musica è nata quando avevo sei anni, invece della Barbie “Fior di pesco”, mi regalarono un pianoforte elettrico. Inizialmente lo detestai e lo misi in un angolo della mia stanza. Poiché sono sempre stata curiosa, iniziai ad usarlo e capii che pigiando sui tasti uscivano melodie che potevo combinare a seconda di come muovevo le dita, così cominciai a suonare ad orecchio. Un giorno mio padre mi portò a Villabate per fare una specie di test attitudinale e capii che dovevo iniziare a studiare il pianoforte. Ero un “enfant prodige”, così come mia sorella. Più tardi scoprii che un assistente di Chopin, il maestro Fontana, era un mio antenato».

Inizia così a raccontarsi Maria Luisa Macellaro La Franca, palermitana d’origine che dopo il Conservatorio si è perfezionata in Olanda, Germania e Svizzera, per stabilirsi a Bordeaux. Ad oggi è una pianista, compositrice e direttrice d’orchestra di fama internazionale. Questa sua passione per la musica l’ha portata a suonare in giro per il mondo e ad essere acclamata dalla critica internazionale.

«Nella mia vita sono stata una persona molto fragile, ho vissuto anche grossi drammi, ma sono rinata dalle mie ceneri diventando una persona molto forte e sicura. Prima di essere un’artista sono una persona sensibile, attenta all’altro, cerco di fare le cose con il massimo impegno. Ho bisogno di essere stimolata, quando una cosa mi appassiona mi butto a capofitto, sino a quando non riesco a raggiungere i miei limiti».

Nonostante la giovane età si è esibita nei più importanti teatri del mondo con un repertorio che spazia dalla musica antica a quella moderna, un vero e proprio talento riconosciuto con premi nazionali e internazionali. «Non mi sento ancora affermata nella mia carriera, penso che ci sia sempre una possibilità di migliorarla. Ho costruito la mia carriera da sola. Ho dovuto abbandonare la Sicilia perché fare la direttrice d’orchestra negli anni ‘90 non era possibile, magari oggi è diverso. Non c’è meritocrazia».

Nonostante per lavoro giri il mondo mantiene salde le radici con la sua terra. «La mancanza della Sicilia è incommensurabile, sento la mancanza della mia famiglia e degli affetti, la pandemia l’ha fatta pesare ancora di più, e poi mi manca il cibo siciliano».

Oltre alla musica c’è l’impegno sociale, a favore degli artisti, dei soggetti deboli e delle donne. «Durante il confinamento, come tanti artisti, mi sono vista annullare i miei concerti e le mie tournée, attraverso i social ho dato appuntamento nella Piazza dell’Opera di Bordeaux per manifestare pacificamente, così sono stata chiamata come consulente al Ministero della Cultura a partecipare ad un gruppo parlamentare per contribuire ad aiutare gli artisti. Un’esperienza esaltante. Attraverso queste manifestazioni sono diventata la protagonista del fumetto francese “Topo”, con cui si spiega ai giovani l’attualità, attraverso i disegni di Akeussel, un fumettista di Le Figaro e Le Monde, che mi ha definita “anticonformista”. Sono riuscita a imporre i programmi delle nuove compositrici e di altre epoche nei teatri, fra cui all’Opera di Bordeaux, faccio conferenze per sensibilizzare le persone e suono alcune loro opere».

La musica è solo una delle passioni di Maria Luisa Macellaro La Franca, coltiva, infatti, anche tanti altri interessi dal giornalismo alla scrittura, alla cucina. «Conduco una trasmissione alla radio, scrivo per il teatro ed ho appena pubblicato un libro sui diritti degli artisti insieme con un importante studio legale francese. Dopo aver condiviso sui social alcuni piatti di cucina sono stata selezionata per partecipare al reality Objectif Top Chef su M6, affiancata da un giovane chef con cui ho preparato piatti siciliani utilizzando agrumi, pistacchi, melanzane, basilico, ecc. Un’altra esperienza eccitante in cui ho mostrato la mia sicilianità ed ho raccontato anche della mia anoressia e di come l’ho superata, sperando di poter essere d’aiuto ai giovani. La mia partecipazione sarà trasmessa ad ottobre. E poi continuerò con i miei impegni professionali».

 

Giuseppe Patti “Ambasciatore del Gusto Doc Italy per la pizza – Sicilia” per il quinto anno consecutivo

di Merelinda Staita, foto di SardaSalata

 

Ci sono giovani talenti siciliani che rappresentano il territorio nel panorama nazionale e internazionale. Ho intervistato il licatese Giuseppe Patti che ha ricevuto, per la quinta volta, il titolo di “Ambasciatore del Gusto Doc Italy per la pizza – Sicilia”.

A Giuseppe ho chiesto alcune curiosità sulla sua esperienza lavorativa e sulla sua formazione professionale.

Chi è Giuseppe Patti e come nasce la sua passione per la pizza?

«Sono un ex giornalista prestato al mondo della cucina. È avvenuto tutto per caso, o meglio, per una serie di circostanze che mi hanno portato dal tenere la penna in mano al mondo dei lieviti e delle farine».

Come è nata la sua attività e in particolare la pizzeria SardaSalata?

«Io e il mio vecchio socio avevamo rilevato un bar gelateria all’interno del porto turistico di Licata. L’attività era fortemente stagionale e, per coprire gli altissimi costi di affitto e gestione degli immobili all’interno della Marina, abbiamo deciso di aprire una pizzeria. Non ci aspettavamo, né inseguivamo, un successo come quello che ci ha travolto pochi mesi dopo».

La Pizzeria SardaSalata sta cercando nuovi partner ambiziosi con i quali intraprendere una strada di successo e dar vita ad una catena di franchising. Ci parli di questo progetto.

«Abbiamo aperto il nostro primo punto vendita in franchising nel settembre del 2021, a Caltanissetta. È trascorso quasi un anno dall’inizio di questa avventura e siamo molto soddisfatti. Pensi che abbiamo stipulato l’accordo e firmato il contratto in pieno lockdown, dopo aver ottenuto le dovute autorizzazioni. Una grande scommessa sia nostra che del nostro partner».

Ha già intrapreso un percorso di esportazione, il cosiddetto know how, con altre città?

«Noi proponiamo un progetto adatto a chi vuole investire nel settore del food di qualità senza averne le competenze. Forniamo tutto noi: consulenza nel layout, formazione e produzione dei panetti pizza da servire nel locale affiliato. Ci siamo dotati di un laboratorio centralizzato per la produzione dei panetti. Infatti, a Caltanissetta arrivano tre volte la settimana con mezzi refrigerati che ne garantiscono la corretta catena del freddo».

Quali sono gli ingredienti tipici siciliani che rendono speciali le sue pizze?

«Il mix di farine di cui è composto il nostro impasto. Messo a punto per noi da Francesco Arena, Bakery Chef di Messina, Ambasciatore del Gusto e Cinque Pani del Gambero Rosso nei suoi locali. Si tratta di un mix di farine siciliane macinate a pietra che abbiamo chiamato “Profumo di Sicilia” e che offriamo in esclusiva a chi si affilierà al nostro marchio».

Il territorio licatese gode di un particolare pomodoro che prende il nome di “Buttiglieddru”, grazie alla sua forma che ricorda quella di una bottiglia, allungata e appiattita, e si distingue per la sua particolare dolcezza. So che lei ama questo prodotto…

«Sì, è vero. Questo pomodoro, da quasi trent’ anni, non veniva più coltivato e se ne conservava solo il ricordo. Un gruppo di pionieri, dei veri e propri custodi della terra, ha cominciato a coltivarlo nuovamente e la loro costanza è stata premiata con il riconoscimento del “presidio” da parte di Slow Food».

Può svelare ai nostri lettori qualche segreto sulle sue pizze?

«Il segreto è che “non ci sono segreti”. La pizza è scienza, non alchimia come qualcuno vorrebbe fare intendere. I pizzaioli non hanno nessun potere nelle mani, ma bisogna utilizzare i prodotti migliori, selezionarli e scegliere quelle aziende che lavorano con metodi rigorosi e di qualità».

Prima di salutarla dia un consiglio ai tanti giovani che vogliono dare un contributo alla produzione di un Made in Italy d’eccellenza.

«Io ho 42 anni e non smetterò mai di essere curioso, di chiedere, di informarmi e di mettere “le mani in pasta”. Sporcatevi, faticate e abbiate lo spirito di chi è nel mondo per cercare di vivere al mondo e non semplicemente di esistere».

Giuseppe Patti riceverà questo prestigioso riconoscimento nel mese di gennaio del 2023, nella Sala Protomoteca in Campidoglio, a Roma.