Articolo di Alessia Giaquinta

Tra i figli più illustri, motivo di orgoglio della nostra Sicilia, vi è sicuramente Toni Campo, un fotografo autore d’importanti scatti per le riviste Vogue, Ladies e per Una Grande Storia Italiana (ed. Taschen, 2007), libro sui quarantacinque anni di carriera del famoso stilista Valentino Garavani.
Dopo anni di studio e lavoro nella capitale italiana della moda, Milano, Toni Campo nato a Comiso, classe ‘68, torna a omaggiare la Sicilia, dedicandole i sui prossimi importanti progetti e non solo!

Come nasce la tua passione per la fotografia?
«Ho sempre sentito dentro di me il bisogno di esprimermi. Ho provato varie forme d’arte: dalla scultura alla pittura ma facevo fatica a realizzare quello che mi proponevo di fare. Poi, mi regalarono una macchina fotografica… ».

Una macchina fotografica, così, rivoluzionò la tua vita?
«Assolutamente sì. Avevo sedici anni. Mia zia Lucia, cieca, mi chiedeva spesso di accompagnarla nei suoi viaggi. Lei, priva della vista, amava godere delle bellezze della vita attraverso il buon cibo, il vino, i viaggi… Mi chiese di accompagnarla a Roma e mi donò una macchina fotografica, la mia prima macchina fotografica».

Scattasti dunque la tua prima foto a Roma?
«Sì, c’era l’udienza del Papa. Nel momento in cui passò Giovanni Paolo II, pensai se fosse il caso di baciargli l’anello o utilizzare la mia macchina fotografica per immortalare quell’evento. Optai per la seconda. Così il mio primo scatto fu proprio il volto del Papa intento a benedirci».

Quasi una benedizione alla tua lunga e prestigiosa carriera…
«Sicuramente! Da quel momento in poi mi appassionai sempre più. Mi piaceva comporre situazioni, applicavo la tecnica dello Still Life che consiste nell’utilizzare oggetti inanimati per esprimere concetti giocando sulle forme, utilizzando le luci. Un giorno, su una rivista lessi dell’Istituto Europeo di Design a Milano e decisi, una volta concluso il militare, di iniziare lì i miei studi».

A Milano hai conosciuto il mondo dell’Alta Moda. Cosa ti ha dato?
«Ho fatto tantissime esperienze. La moda mi ha dato da vivere ma mi ha insegnato anche tanto. A questo proposito voglio ricordare la carissima Franca Sozzani, direttrice della rivista Vogue, per cui ho lavorato tanti anni. Lei m’insegnò una cosa importantissima: far diventare belle le cose brutte. Poi è diventato uno stile di vita, oltre che nel lavoro…»

Puoi farci un esempio?
«Il 26 dicembre ho inaugurato a Chiaramonte Gulfi la mostra “My heads my souls, negative positive” esponendo trenta opere, ciascuna delle quali ha per soggetto volti di uomini e donne di diversa età, provenienza e abilità, elaborate in positivo e in negativo, fotograficamente parlando. Questo mi ha permesso di dare una dignità artistica a ogni volto andando oltre i segni del tempo, il deturpamento della malattia, oltre ogni limite che coglie l’occhio ma che la luce e la fotografia può annullare. Devo ringraziare la cooperativa PietrAngolare con i suoi speciali ragazzi diversamente abili, alcuni soggetti delle mie opere, che mi hanno donato tanto. A loro andrà il ricavato della vendita delle opere».

Dove trai ispirazione?
«La mia terra è sempre stata la mia musa ispiratrice. Quando sono andato via non riuscivo ad apprezzarla. Poi, ho iniziato a guardarla con occhi diversi. La Sicilia è una terra piena di bellezze dai paesaggi al cibo, alla gente genuina e cordiale, ma è anche una terra che grida voglia di riscatto. Amo i contrasti della mia terra».

I tuoi prossimi progetti?
«Una mostra, nel periodo pasquale, a Comiso sulla Passione di Gesù in versione moderna. Sto lavorando anche a una mia interpretazione del vecchio e nuovo testamento, da realizzare a Palermo. Intanto lavoro per Esquire Italia, una rivista di moda».

Hai un sogno?
«Voglio rendere giustizia alla mia terra. Intanto sono contento di esservi tornato. Vivo qui da quattro anni; l’aeroporto di Comiso facilita gli spostamenti… Mi piacerebbe vivere qui la mia vecchiaia, in semplicità, circondato dalle persone che amo e dalle bellezze della mia Sicilia. In fondo cosa è la felicità, se non questa!».

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Il Boliviano

Giarratanese di origine, Massimo Garaffa è l’unico uomo orchestra del Meridione. Vive a Ragusa con la sua splendida famiglia e ha una missione: rendere gloria alla Sicilia tramite la sua musica.

Dopo l’esperienza a La Corrida, su Rai Uno, si prepara a coronare il sogno del suo primo album, frizzante e travolgente, come ogni sua esibizione del resto.

Quando inizia la tua passione per la musica?

«A dodici anni come autodidatta con la chitarra classica. Crescendo ho iniziato a suonare altri strumenti: dal basso elettrico al contrabbasso a tre quarti. Nel tempo ho coltivato questa passione prendendo parte a numerosissimi gruppi musicali».

Come nasce l’idea dell’uomo orchestra?

«L’idea nasce dopo aver visto il film “Totò le Mokò”. In questa storica pellicola il bravissimo Totò suona più strumenti autonomamente divertendo i bambini attorno a lui. Ho deciso così di provarci anch’io».

Da cosa è composta la tua mini orchestra e chi l’ha costruita?

«È uno strumento artigianale, l’ho costruita io e le ho pure dato un nome: MusicArredo. Essa è costituita da un mixerino a batteria 9 volts e da una trombetta della bici, il campanello della reception, una trombetta bimbi, il kazoo modificato, la “sampugna” siciliana, il microfono, il cestello a pedale, la chitarra e, infine, sul braccio destro ho collegato tramite il filo dei freni della bicicletta il tamburo a cornice e il campanaccio».

Insomma, suoni dieci strumenti contemporaneamente. Fantastico! C’è un segreto per fare bene tutto ciò?

«Sicuramente è necessario saper coordinare ma è indispensabile avere grinta e brio. Bisogna divertirsi per divertire».

E tu hai fatto divertire il numeroso pubblico de La Corrida nella puntata del 22 maggio 2018. Ci racconti l’emozione di quel momento?

«Indescrivibile (sorride, ndr). Ero molto concentrato e tanto emozionato. La mia esibizione prevedeva il medley di sette canzoni. Giunto al terzo brano ho iniziato a sentire gli applausi del pubblico. È stata un’emozione grandissima, e poi, ci tenevo a mantenere la tradizione di famiglia… ».

Quale?

«Mio padre, nel 1992, partecipò a “La Corrida” di Corrado aggiudicandosi il secondo posto. Lui fischiando con le dita intonò “Vitti Na Crozza” e “Il Carnevale di Venezia”. Insomma da padre in figlio, legati dalla musica e dall’amore per la nostra terra».

La Sicilia, infatti, oltre ad essere la tua terra, è anche protagonista della tua musica. Possiamo dire che è anche la tua musa ispiratrice…

«La Sicilia ha una tradizione musicale vastissima e bellissima. Io mi pregio di riproporre alcuni brani e scriverne altri. Porto la Sicilia nella mia musica perché ho la Sicilia nel cuore. Nel 2020 sono stato invitato in Florida a partecipare all’evento degli One Man Band mondiali: anche lì avrò modo di rappresentare e raccontare la mia terra».

Sta per uscire il tuo primo album. Di che si tratta?

«Sono dieci brani, quasi tutti siciliani. Il titolo è “Gilusu Siciliano”. È un album autoprodotto che parla delle bellezze della nostra terra: dalle bontà culinarie alle caratteristiche del popolo siciliano. Da ascoltare e, perché no, ballare!».

La tua esibizione è visualizzatissima sul web…

«Sì, migliaia di visualizzazioni e tanti complimenti. Ultimamente anche il programma Blob, su Rai 3, utilizza pezzi della mia esibizione per intervallare discorsi politici o altro. Posso ritenermi soddisfatto oltre che fortunato: ho una splendida famiglia, un lavoro come magazziniere e una passione stupenda che mi porta a omaggiare la Sicilia con la musica oltre che col sorriso sempre stampato sulle labbra!».

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Toni Picone

Il suo è un temperamento vulcanico, così come i suoi capelli, dalla tinta rosso fuoco. Oltre ad essere una filologa classica è autrice di numerosi romanzi e racconti, collabora con diverse testate giornalistiche italiane. Incontro Silvana Grasso poco prima della presentazione del suo ultimo romanzo, “La domenica vestivi di rosso” (Marsilio) per intervistarla. La sala è già gremita di lettori e fan desiderosi di poterle parlare, avvicinarla e farsi autografare il nuovo libro. Le sue opere hanno vinto importanti riconoscimenti tra cui: il Premio Mondello, il Premio Brancati, il Premio Vittorini, il Premio Flaiano Narrativa, il Premio Grinzane Cavour Narrativa italiana, Premio Talamone 2018, nonchè semifinalista al Premio Strega 2017. Racconta di passioni, stupisce ed emoziona come pochi sanno fare. «Per me la scrittura è uno stalker, è un pungolo, un’insidia, una molestia, nel senso che avrei la passione a sfuggirle, ma non ce la faccio perché quando non scrivo sento l’urgenza dentro di me di farlo perché la bastarda mi sbatte, mi tormenta, non mi lascia pace. Alla fine mi siedo, scrivo, scendo a compromessi e finisce lì. Non sono legata a nessun mio romanzo, li uccido nel momento stesso in cui vengono pubblicati». Silvana Grasso è una delle scrittrici più importanti del panorama nazionale italiano ed è apprezzata anche all’estero, tanto che le sue opere sono tradotte in diverse lingue. «Da poco anche in cinese, ma, io dico, che ci leggono i cinesi nella Grasso? Ultimamente pure in serbo e in libanese. Per me resta misterioso, penso che non sia la bellezza perché poi è una grande stronzata, la scrittura non è né bella né brutta, è molestante». Inoltre, i suoi romanzi, la sua scrittura, sono diventati oggetto di  «oltre 234 tesi di laurea, master e dottorato conservate presso l’archivio scientifico in Olanda all’Università di Utrecht, per cui consiglio agli studenti di rivolgersi direttamente agli studiosi che li seguono e danno tutte le indicazioni utili». In questa sua ultima opera, la Sicilia fa da sfondo alla storia di una ragazza che si emancipa e diventa simbolo di molte altre ragazze siciliane che hanno sfidato i pregiudizi, ed è un romanzo nel romanzo, la cronistoria di come nasce la passione per la scrittura e come si sviluppa un romanzo. «La domenica vestivi di rosso è ambientato nella Sicilia del ‘68, muovendosi in un periodo in cui denuncio come il “movimento” fu lanciato addosso alla Sicilia come una bomba in tempo di guerra». Ogni sua nuova opera diventa un appuntamento attesissimo per i suoi lettori. «Nonostante abbia vinto diversi premi, mi appaga di più quando la gente sconosciuta mi avvicina a fine presentazione e mi ringrazia per avergli dato delle emozioni, oppure mi ferma per strada, si fa un selfie con uno dei miei romanzi, non ha importanza se lo leggono o no, però quel momento per me è un premio, io vengo premiata dall’amore di tutte le persone che mi seguono con amore pure su Facebook, amici della mia e della loro solitudine. Non amo vivere le cose che piacciono agli altri, tendo a isolarmi, a fare la vita del lupo, che non sta in branco ma da solo». Per lei che ha avuto un breve trascorso in politica come assessore alla Cultura del Comune di Catania e le cui storie sono ambientate nell’Isola, la vede «sprofondare, magnificamente avviata a quello sprofondamento mitologico ed epico che è dell’Isola Ferdinandea che visse tre mesi di fronte a Sciacca e che poi nessuno l’acchiappò più. Questa vive da molto più tempo, però, di fatto, deve restare nella mitologia e può restarci solo se sprofonda con tutte le sue bellezze e ricchezze, annegando chiaramente chi l’ha distrutta, cioè la malsana politica».

silvana-grasso

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Mimmo Perna

Determinazione ed emozione hanno contraddistinto i mondiali di canottaggio svoltisi dal 9 al 16 settembre in Polonia. Tra i tanti italiani distintisi nel bacino remiero del Maritza River di Plovdiv, vi sono state anche due siciliane. Il tricolore innalzato sul pennone più alto del podio e l’Inno di Mameli ha risuonato anche per le sorelle Giorgia (capovoga) e Serena Lo Bue che hanno portato a casa la medaglia d’oro, scrivendo per la prima volta il nome di un equipaggio italiano che ha vinto l’oro nella “specialità del due senza pesi leggeri femminile”. Difendendo i colori della Canottieri Palermo, le sorelle Lo Bue si sono lasciate alle spalle le rivali degli Stati Uniti, staccandole di quindici secondi, e laureandosi così campionesse del mondo. Giorgia, ventiquattro anni, dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico Umberto I s’iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo, Serena, invece, ventitré anni, frequenta il Liceo Scientifico Einstein e sceglie la Facoltà di Scienze Motorie a Messina. Nel 2006, quasi per caso, iniziano gli allenamenti al porto guidate dal direttore tecnico della Canottieri Palermo, Benedetto Vitale, e da lì una lunga gavetta che le ha portate a vincere nel 2011 e nel 2012 due campionati del mondo nella Nazionale junior e in seguito dodici titoli italiani, sino alla vittoria di quest’anno del Memorial Paolo D’Aloja, del Secondo Meeting Nazionale, del Campionato Italiano Assoluto nel due senza pesi leggeri e del secondo posto nella categoria “senior” confermandosi tra le migliori atlete nei pesi leggeri del panorama remiero internazionale. Andiamo a conoscere meglio le due campionesse del mondo, i loro caratteri, le loro passioni e i loro sogni.

Come vi descrivete?
Giorgia: «Determinata e precisa, a volte anche troppo! Però quando mi metto in testa qualcosa non c’è verso di fermarmi».
Serena: «Simpaticona».

Com’è nata la passione per il canottaggio?
Giorgia: «Un po’ per caso. Da bambina sono cresciuta facendo danza, l’ho fatta dai tre agli undici anni, ma dovetti smettere perché mi diagnosticarono l’asma e lo pneumologo mi consigliò di praticare sport all’aria aperta o in acqua. Nemmeno un anno dopo il mio allenatore venne nella mia scuola per pubblicizzare uno sport che non conoscevo, ma che mi incuriosì: il canottaggio. Ho voluto provare un corso di avviamento e mi è piaciuto subito».
Serena: «Per caso, mia sorella Giorgia mi ha portato a provare e mi sono appassionata».

Da piccole cosa sognavate di fare?
Giorgia: «Ho sempre sognato di diventare medico».
Serena: «La sportiva a tempo pieno».

Qual è il segreto per andare d’accordo nella vita e nello sport?
Giorgia: «Nello sport i compromessi, senz’altro. Quando eravamo più piccole, litigavamo in continuazione, principalmente perché io a volte sono quasi perfezionista, e non accettavo che qualcosa in barca non andasse come volevo io; crescendo ho imparato che bisogna venirsi incontro per capire a pieno anche il punto di vista del tuo compagno di squadra. Nella vita, invece, il segreto è separare gli ambiti: durante l’allenamento si parla di allenamento, a casa si parla di tutto il resto!».
Serena: «Pazienza, tanta».
Vi hanno paragonato ai fratelli Abbagnale, cosa si prova a diventare campionesse mondiali?
Giorgia: «Vincere un campionato del mondo è una gioia immensa, ed essere paragonate a delle leggende dello sport italiano come gli Abbagnale mi onora perché sono sempre stati un idolo, ma mi rendo conto che io rispetto a loro sono lontana anni luce, anche se spero un giorno di avvicinarmi ai loro livelli».
Serena: «È un’emozione grandissima, soprattutto essere paragonate a loro. Però loro sono a livelli molti più alti dei nostri, noi ancora abbiamo vinto poco».

Quali sono i vostri progetti futuri?
Giorgia: «Riprenderemo la preparazione invernale con grande determinazione, vogliamo migliorare ancora e continuare a crescere. Ovviamente accanto alla vita da atleta provo a fare andare avanti la carriera da studentessa di medicina».
Serena: «Sono molto scaramantica, non parlo molto del futuro. Faccio tutto step by step».

Articolo di Titti Metrico    Foto di Toni Picone

Non è insolito incontrare un artista di strada. Ci si ferma ad ascoltare distrattamente la sua esibizione e poco ci rimane nella memoria di quest’incontro. A volte però capita di rimanere rapiti da un ragazzo semplice, con la chitarra e una voce meravigliosa. Questo è stato il mio primo incontro con Samuel Pietrasanta.

Cos’è per te la strada?
«È la chiave di tutto. È il modo più sincero per capire se sei portato a fare questo lavoro, di conoscere il tuo pubblico in maniera diretta ed è il punto di equilibrio fra il sogno e la frustrazione. Stare in equilibrio è fondamentale per mantenere i piedi per terra ed essere coscienti che il percorso è lungo e faticoso. Il momento più bello credo che sia quando si crea un cerchio intorno a te. Quando la gente si ferma, ti circonda e si forma un angolo di pace difficile da trovare altrove oggi. Creare questa magia dal nulla è una soddisfazione immensa che nessuna televisione, nessuno show può dare. La strada, a oggi, rimane la cosa più emozionante della mia vita».

Chi è Samuel Pietrasanta?
«Descrivermi non è facile ma le parole chiave sono: viaggiatore, sognatore e forse anche illuso; finché ci saranno i presupposti per sognare mi piacerebbe portare avanti questo mio progetto di vita che è la musica, che sono le canzoni, fotografare dei momenti della mia vita e racchiuderli nelle mie canzoni. Ultimamente ho avuto la fortuna di collaborare con una grande donna dello spettacolo come Raffaella Carrà, che vuole far crescere questo fiore di strada per farlo sbocciare in qualche modo e quindi finché la barca va, lasciamola andare».

Progetti per il futuro?
«La musica rimane il fulcro della mia vita, e devo dire che con “Mamma Raffa” abbiamo un pò di progetti nel cassetto di cui ancora non possiamo parlare, un pò di sogni che cercheremo di realizzare. Ho fatto la scelta di vivere di musica, trasmettere emozioni e sono riuscito, in questi anni, a creare un giro di contatti e di persone importanti che mi sostengono e che mi stanno consentendo di andare avanti. Il progetto per il futuro è crescere ancora di più, portare avanti questo talento, perché non basta la fortuna di avere una dote, ma bisogna saperla coltivare come si fa con una pianta, continuare a studiare ed evolversi».

Ci racconti l’ esperienza di The Voice?
«È stato un passaggio fondamentale della mia vita che non pensavo avrebbe potuto aprire un’autostrada così grande. La mia partecipazione al talent è avvenuta in maniera un po’ incosciente, il che è stato anche la mia fortuna perché in queste trasmissioni ti giochi e rischi tutto, basta l’emozione di un secondo a rovinare il lavoro di tutta una vita. L’incoscienza oltre alla voglia di cercare una nuova strada mi hanno fatto trovare la “carrambata” della mia vita e non c’è termine più azzeccato. Il talent credo abbia deviato un po’ l’ attenzione da quello che è la musica vera ma, siccome non amo sputare nel piatto dove mangio, non posso negare che è stata un’esperienza fondamentale. Entrare in uno studio di registrazione con un produttore artistico, un arrangiatore, lavorare sulle canzoni è in fondo il senso del lavoro che facciamo e cioè fare dischi, comporre canzoni per raccontare qualcosa».

Sei un giovane padre, cos’è per te la paternità?
«È stata la forza motrice assoluta del mio percorso, perché sono un papà innamorato di mio figlio e, quindi, all’interno del mio sogno c’è anche il suo, il mio progetto di vita è anche quello di realizzare il suo. Non è facile perché molte volte il lavoro mi porta a girare, andare lontano. L’esempio di un genitore che impronta il suo stile di vita sulla ricerca della libertà e della felicità credo possa essere un insegnamento importante».

Sei siciliano ma vivi a Milano, cos’è per te la Sicilia?
«È il mio sangue, le mie radici, il mio passato, il mio presente e il mio futuro. È la terra che amo, che mi ha dato grandi ispirazioni, la possibilità di sognare. Paradossalmente quando vieni da un posto tanto criticato, hai la possibilità di pensare e di sognare in grande. Se non hai la fame interiore, il bisogno di arrivare, difficilmente ti dai da fare. La Sicilia mi ha dato la voglia del riscatto!».

Articolo di Angelo Barone    Foto di JM Studios

«Amo la musica perché la musica è vita, è la mia vita» con queste parole Marco Grosso, in arte Marc Ross, giovane produttore di musica House/ Tech House e Dj da sempre, comincia a farmi entrare nel suo mondo musicale. È felice che la sua traccia musicale “Magic Stick” sia stata recensita da DJ Mag Italia, una delle riviste musicali più importanti al mondo. Sono curioso di conoscere la sua esperienza di produttore musicale e Marc mi racconta le sue giornate: «Ascolto tutti i generi musicali: Rock, Pop, R&B, House, Tech House, Techno; prendo spunto da tutti i suoni che mi circondano durante la giornata e cerco di trovare idee per comporre la mia musica. Siria, la mia traccia preferita è nata dalla continua ricerca di nuovi sound e dalle sperimentazioni. Ero in studio ad ascoltare musica dalla quale prendere ispirazioni ed ascoltavo una traccia con suoni tribali africani, ad un certo punto trovo questo vocal incredibile e dico: con questa voce mi sono detto, devo fare un disco assolutamente e così è stato». Essendo amico dei genitori, conosco Marc dalla nascita e so della sua passione per la musica sin da piccolo, la prima consolle a dodici anni e a sedici i primi successi e riconoscimenti a Studio Tre Radio, con il programma Vitamina H viene premiato da Tony H & Lady Elena, icone di Radio Italia Network come miglior Dj del Calatino. Completati gli studi, Laurea magistrale in Economia e Management con 110/100 & lode, decide di seguire la sua passione per la musica e nel 2014 si trasferisce a Milano per studiare alla SAE Institute dove ottiene con successo il “Certificato di produzione musicale elettronica”. Qui inizia la carriera di produttore oltre a quella di Dj che non ha smesso mai di praticare. A Milano entra in contatto con JTV (Joe T Vannelli), icona della musica house in Italia e nel mondo, con il quale inizia a collaborare al progetto Subalove Club, party musicale ideato e creato dallo stesso JTV. Un’altra esperienza memorabile da ascrivere nel suo giovane, ma intenso palmares per Marc è accaduta tre anni fa. «È stata un’emozione indimenticabile suonare al Subalove Club durante l’Expo del 2015». Dopo Milano, per due stagioni estive 2016-2017 è stato a Malta come Dj resident dove ha organizzato una scuola estiva di musica elettronica e poi si è spostato a Barcellona. «Con la scusa di andare a trovare un mio grande amico e collega, Pirupa, owner di NONSTOP Records (Casa discografica nota in tutto il mondo, nda) vi rimasi a lavorare. Sono molto legato a lui, gli devo molto e ho imparato tanto da lui così come da JTV».
Marc dopo aver suonato in molti grandi club in tutto il mondo, sta ricevendo supporto da grandi nomi del settore musicale e le sue tracce sono suonate dai migliori Dj.
Il suo ultimo Ep (album, nda), che include Siria e Magic Stick (NONSTOP Records) ha ricevuto feedback immediati da DJ come Carl Cox, Erick Morillo, Mark Knight e Steve Lawler. Le due tracce sono state apprezzate e suonate al Tomorrowland, uno dei festival più importanti al mondo. DJ Mag Italia ha inserito Magic Stick tra le 10 Top Tracks del genere House/Tech House del 2018. Per la prima volta si è esibito al Sonar Music Festival di Barcellona, una manifestazione internazionale di musica elettronica e sino a oggi è Resident Dj al Macarena Club e al Caffè del Mar. A ottobre ha partecipato all’Ade Festival di Amsterdam e, poco prima che andassimo in stampa, è già uscito il suo nuovo album Da da down per NONSTOP Records.
Marc è un creativo pieno di energia, molto motivato e legato alla sua famiglia «Devo tutto e sono grato ai miei genitori che mi hanno supportato sempre in tutte le mie decisioni, lasciandomi libero di sbagliare, imparare e migliorare giorno dopo giorno, sono e sarò sempre orgoglioso di questa loro fiducia».
Anche a noi fa piacere che Marc possa realizzare tutte le sue aspirazioni e gli auguriamo di potersi esibire nei più prestigiosi club al mondo.

Articolo di Gaetano Cutello    Foto di Biagio Tinghino

Dai quartieri di Palermo ai palcoscenici delle più importanti emittenti televisive nazionali, la strada è lunga.
Ne sa qualcosa il comico Roberto Lipari, classe ‘90, che vanta oramai un percorso artistico degno di nota, dovuto principalmente alla vittoria della prima edizione del talent show comico “Eccezionale veramente” in cui è riuscito a farsi amare dal pubblico del piccolo schermo.
Oggi Roberto, oltre ad essere un idolo sui social, fa parte del cast dello storico laboratorio Zelig e gestisce un Lab al Convento Cabaret insieme ai comici Matranga e Minafò, con i quali ha collaborato per i testi del programma di Rai 2 “Made in Sud”.

Roberto quando hai sentito l’esigenza di comunicare attraverso la comicità?
«In realtà, essendo molto timido, attraverso questo strumento riesco a dire cose che altrimenti non riuscirei a esprimere. Quindi, più che una scelta è una vera e propria esigenza che ho sempre sentito nella vita di tutti i giorni, sin da bambino».

Tu dici che la comicità è un veicolo… ma quanto è difficile trattare tematiche molto spesso spinose attraverso la comicità?
«Molto. Esistono, infatti, due possibilità: la prima è di essere troppo scontati e quindi il rischio di dire qualcosa che il pubblico ha sentito migliaia di volte, la seconda, invece, è infastidire qualcuno che magari la prende più sul personale.
L’esempio perfetto è il film “La vita è bella” di Benigni, nel quale è riuscito a inserire, all’interno della cosa più brutta della storia dell’umanità, un corpo comico, riuscendo a far arrivare il messaggio a tutti. Ovviamente è molto rischioso, ma se riesce il risultato che ne viene fuori è strabiliante».

Com’è cambiata la tua vita dopo la vittoria di Eccezionale Veramente?
«La cosa più preziosa che ho ottenuto da questa vittoria è senza ombra di dubbio l’affetto della gente.
Si è creato, infatti, una sorta di legame fra me e il pubblico che tifava per me, un po’ come accade per le squadre di calcio».

Che consigli dai ai giovani di oggi?
«A parte che io sono ancora giovane (ride, n.d.a.), ai giovani consiglio di inseguire i propri sogni proprio come me che volevo fare questo mestiere, anche se la società ci dice che questo non è un vero lavoro, soprattutto in Sicilia. Siccome le nostre generazioni il lavoro se lo devono inventare, abbiamo la possibilità di sperimentare e reinventare ogni giorno qualcosa di nuovo.
Certo, a volte fallirete, come ho fatto anch’io del resto, ma l’importante è non mollare mai.
Cercate di costruire i vostri sogni e non abbandonateli mai».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Adesso sto scrivendo una sceneggiatura per un film che penso, si vedrà nel 2019, per poi tornare in televisione e in teatro».

Attendiamo con ansia i prossimi lavori del simpaticissimo Roberto Lipari, cui auguriamo una carriera ricca di successi, certi che grazie al suo tipico umorismo siciliano conquisterà sempre più i nostri cuori.

 

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

Volevamo consigliare ai lettori di Bianca una ricetta facile e gustosa da preparare durante il periodo natalizio. Abbiamo incontrato, per l’occasione, un piccolo “grande” chef: Alessandro Iudice, secondo classificato a Junior Bake Off 2017, il noto programma televisivo, in onda su Real Time, che prevede la sfida tra giovanissimi aspiranti pasticceri.
Alessandro ha tredici anni, vive a Ragusa Ibla, dove sta frequentando l’ultimo anno di scuola media e, come tutti i ragazzi della sua età, ha tanti sogni da realizzare ma, come pochi, ha un bagaglio di capacità non indifferente: Alessandro, infatti, è un ottimo cuoco e pasticcere, oltre ad essere simpaticissimo e pieno di interessi.

Quali sono gli ingredienti per diventare bravi cuochi?
«Serve tecnica, fantasia e passione. Se manca l’ultima, il risultato non è mai eccellente».

Cosa ti piace cucinare maggiormente, dolce o salato?
«Premetto che non mi piacciono i dolci ma amo cucinarli. Mi riescono molto bene le torte in generale, la crema e la crostata che vi consiglio… Il salato mi piace mangiarlo, oltre a prepararlo: i miei ravioli con la ricotta al sugo di maiale sono davvero buonissimi!».

Chi è il pasticcere che stimi particolarmente?
«Iginio Massari, lui è il maestro dei maestri. Però, dopo mio padre… ».

Tuo padre, infatti, è un pasticcere. È lui ad averti trasmesso questa passione?
«Sicuramente ha influito ma, per me, è naturale darmi da fare in cucina. Lui mi ha stimolato a partecipare al programma televisivo Junior Bake Off. Un’ esperienza bellissima… ».

Come sei riuscito a passare le selezioni per Junior Bake Off?
«Ci sono state più fasi. Inizialmente eravamo cinquecento. Poi ci hanno posto due prove, la prima consisteva nell’imbottire una torta, la seconda nel preparare integralmente una torta. Quest’ultima prova ha permesso di selezionare i dodici partecipanti al programma. Io ho avuto la fortuna di farne parte».

E tu, oltretutto, ti sei pure classificato secondo…
«Sì. Durante la trasmissione ho avuto modo di farmi apprezzare. Durante l’ultima sfida ho presentato un dolce classico come il profiterole che, nella mia versione, rappresentava l’Etna, quindi la mia terra, la Sicilia. All’interno ho messo un cremoso al pistacchio di Bronte, richiamando un prodotto d’eccellenza siciliano e una colata di cioccolato bianco al peperoncino che stava rappresentando la lava».

Complimenti! Cosa ti hanno detto i giudici?
«Si sono complimentati sia per l’idea sia per l’esecuzione. Ernst Knam addirittura mi ha detto “mi passi la ricetta?”».

Hai altre passioni oltre alla cucina?
«Sì. Mi piace uscire, stare in giro con gli amici. Sono un appassionato di feste e fuochi d’artificio».

Cosa hai in programma per il 2019?
«Voglio prendere il patentino. Per il resto spero di continuare a fare bene quello che faccio!».

Ricetta Crostata di Nat… Ale

pasta frolla
burro gr.100
zucchero, gr.100
n.1 uovo
sale gr.1,5
lievito Bertolini gr.5
farina (00) gr.100
farina integrale gr.100

Amalgamare burro e zucchero fino a renderli cremosi. Aggiungere uova e sale e farli assorbire.
Infine aggiungere le farine con il lievito.
Mettere a riposare in frigo per sei ore circa.

Confettura di lamponi
lamponi gr.650,
zucchero gr.50,
glucosio gr300,
pectina, gr10.

Mettere tutti gli ingredienti in un pentolino e
cuocere il tutto a 120 gradi.

Ganache al cioccolato
panna gr.100,
cioccolato fondente gr.150.

Scaldare la panna e versarla sul cioccolato.

Per la decorazione
Lamponi interi ripieni di crema pasticcera.
Montaggio del dolce: tirare la frolla a uno spessore di 4 cm, mettere la confettura di lamponi e infornare a 170 gradi per 25 minuti circa.
Farla raffreddare, aggiungere la ganache e decorarla con i lamponi ripieni di crema pasticcera.

Articolo di Samuel Tasca    Foto di Valentino Cilmi

Dopo una lunga gavetta, iniziata per gioco, realizzando diversi cortometraggi, il regista calatino Fabio Cillia sta per girare il suo primo film. Nonostante i suoi trentotto anni, tante sono state le soddisfazioni raccolte con i suoi lavori cinematografici. «Sono la stessa persona di sempre – racconta Fabio Cillia -. L’educazione familiare è stata molto fondamentale anche nello sviluppo della mia professione e cerco di portare la semplicità e l’umiltà. A vent’anni volevo andare via per raggiungere obiettivi importanti, oggi devo rendere conto a quel ragazzo che decise di partire da questa terra: mi bastano il mio lavoro, la mia famiglia, i miei affetti, una pacca sulle spalle e sentirmi dire “il tuo film mi è piaciuto tanto”. La passione per il cinema nasce quando mio padre acquistò la prima telecamera, m’innamorai di questo oggetto per giocare e iniziai a fare qualche cortometraggio, diverse persone mi incoraggiarono a continuare in quello che stavo facendo. I filmati diventarono virali con i vhs e cominciarono a girare tra gli amici per farci due risate il sabato sera. La telecamera mi ha portato a pensare che dopo il liceo fosse il caso di provare il cinema». Numerosi sono stati gli apprezzamenti per i suoi film e da lì comprese che la regia sarebbe diventata la sua professione. «Ho capito che fare il regista potesse essere il mio lavoro a tredici anni quando presi quella telecamera. Conservo gelosamente il mio primo lungometraggio “Una vita non basta” girato con l’amico Piero Messina (altro regista calatino, nda) perché credevo che ce l’avrei fatta. È importante credere in ciò che si fa, altrimenti non vai da nessuna parte». Da allora in poi Fabio Cillia ha seguito la sua passione, prima con gli studi e poi subito nel mondo della regia. «Una volta laureato al Dams come programmista e regista di cinema e televisione sono entrato negli studi di Cinecittà, dove ho partecipato a diversi film, ho lavorato con Claudio Fragasso, ho conosciuto produttori come Raffaello Saragò che mi ha seguito per diversi anni, e da poco Salvatore Alongi che sta credendo fortemente in me». L’anno scorso ha pubblicato il libro “Gli amici di mio fratello” in cui racconta la sua adolescenza negli anni ‘80 a Caltagirone, ripercorrendo storie, personaggi e vite vissute e incontrate durante il suo percorso di crescita.
«Prima di scrivere questa storia ne ho analizzato le parti chiave e l’ho lasciata decantare, per poi rivederla a distanza di tempo in modo da essere il più obiettivo possibile. È tratta da un’autobiografia, una storia semplice, ricca di emozioni in cui racconto un periodo di crescita, che sono stati gli anni ‘80 e ‘90 nella mia città. Un momento nostalgico con cui voglio ricordare tutto ciò che ho fatto in quegli anni: la lontananza dalla mia terra è stata la scintilla per rivivere tutta la mia infanzia. L’obiettivo, innanzitutto, è quello di far sorridere la gente, farla commuovere e riflettere, immedesimarsi in alcune situazioni. È un film con cast, regia e produttore (Salvatore Alongi, nda) siciliani, che sarà girato tutto in Sicilia, la maggior parte a Caltagirone, con la collaborazione della Fenix Entertainment di Riccardo Di Pasquale». Fabio Cillia lo scorso giugno ha finito le riprese di “Prigionia”, un progetto nato da un mediometraggio realizzato nel 2010 in collaborazione con l’Istituto Alessio Narbone, che sarà distribuito in Italia e all’estero. «È un documentario su sette personaggi della casa circondariale di Caltagirone che raccontano le loro paure, errori e speranze, il desiderio enorme di redenzione dagli altri e per se stessi, il timore di riprendere in mano la loro libertà perché sono chiusi in un limbo e non sanno come riaffrontare la vita. La produzione One Seven Movies che sta lavorando anche a “Gli amici di mio fratello” (Salvatore Alongi) sta ricevendo diverse richieste di collaborazione da consolidate aziende esportatrici per la distribuzione del docufilm nei paesi esteri».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Cristiano Castaldi

Ha appena compiuto quindici anni, Daniele Bruno, e vanta già un curriculum invidiabile.
“Daniele è un ballerino da sempre – aggiunge il padre – sin da quando, piccolissimo, si muoveva con il girello al ritmo dei suoni che percepiva”.
Oggi Daniele ha ottenuto la possibilità di studiare presso la prestigiosa Accademia Vaganova a San Pietroburgo, laddove si sono formati i più grandi ballerini al mondo e laddove lui, pur lontano dalla propria terra, sta inseguendo il suo più grande sogno.

Daniele quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
«Ho iniziato per gioco. Da bambino mi piaceva guardare i video di Salah, un famoso ballerino di hip hop e ripetevo a me stesso che anch’io avrei voluto fare come lui. All’ età di sei anni decisi di frequentare una scuola di danza ad Augusta: facevo hip hop e breakdance. Ricordo ancora l’entusiasmo della prima gara di gruppo alle Zagare, a Catania, emozionante!».

Come sei passato dalla frenesia dell’hip hop alla compostezza della danza classica?
«È stato un caso. Non avrei mai pensato di fare danza classica se non fosse stato per uno stage, svoltosi a Catania, dove ho avuto la possibilità di confrontarmi con il classico, il moderno e il contemporaneo. Fu una scoperta per me e mi lasciai incuriosire… ».

Così hai iniziato a studiare danza classica?
«Sì. Ho iniziato a Siracusa, poi alla scuola professionale “Il Balletto” di Catania con i maestri Chiara Garofalo e Luca Russo. Ho a cuore le esperienze fatte al Mediterraneo Dance Festival e a DanzArt Festival, con maestri provenienti da tutto il mondo. A dare, però, una svolta alla mia vita fu uno stage fatto con il Maestro Fethon Miozzi.
Lui si accorse, durante lo stage, della mia predisposizione alla danza classica apprezzando la tecnica e la passione che mettevo nei movimenti. Parlò ai miei genitori perché io potessi accedere all’Accademia Vaganova, in Russia, dove lui, tra l’altro, insegna. Per me era un sogno».

Si tratta di un’Accademia molto prestigiosa…
«Assolutamente sì. È una delle scuole di balletto più note al mondo. Qui si sono formati la maggior parte dei più grandi danzatori del panorama mondiale: si pensi a Rudolf Nureyev, Svetlana Jur’evna Zakharova, Michail Nikolaevič Baryšnikov giusto per citarne alcuni».

Possiamo dire che il sogno è diventato realtà: lo scorso anno, nel 2017, entri a far parte dell’Accademia…
«Sì. Ho avuto il privilegio di essere stato scelto! A quattordici anni, così, mi sono ritrovato lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra per coronare un sogno. Tra l’altro in quel periodo ero già entrato anche all’Accademia del Teatro San Carlo di Napoli, ero stato invitato a un corso estivo dell’Accademia dell’Opera di Roma e avevo vinto una borsa di studio per l’Ecole Supérieure de Danse de Cannes Rosella Hightower e all’Ecole Nationale Supérieure de Danse de Marseille».

Sappiamo che oggi detieni un record che ti fa (e ci fa) onore…
«Sono stato il più giovane italiano entrato all’Accademia Vaganova. In 280 anni di storia, sono il più piccolo, nella nostra nazione, ad aver avuto questa possibilità».

Quali sono le tue aspettative?
«Spero di crescere sempre meglio e magari un giorno diventare ballerino di un’importante compagnia. Il mio motto è crederci, sempre e comunque. Se ci credi sei già a metà dell’opera».

E Daniele ci crede, traspare dal suo entusiasmo costante. I suoi genitori credono in lui e gli hanno dato le ali per volare. Noi crediamo nelle potenzialità di Daniele e crediamo che lui sia motivo di orgoglio per la nostra terra, madre di talenti da far apprezzare al mondo intero.

daniele-bruno