bella morea

I Bellamorèa e l’attaccamento alle loro radici

di Omar Gelsomino   Foto di Elio Pedi

I fratelli Emanuele e Francesco Bunetto formano il duo di musica pop world Bellamorèa. Francesco, giornalista, ed Emanuele, musicista compositore, compongono dei brani raccontando storie in musica, affrontando tematiche legate al sociale, all’attualità e alla legalità. Non sono mancate le partecipazioni a tramissioni televisive e radiofoniche nazionali e internazionali. L’omaggio alle vittime innocenti della mafia con il brano Nun c’è chi diri nel 2021 gli è valso una lettera di elogio da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’impegno morale, civile e professionale. Hanno lavorato insieme con artisti di fama nazionale ed internazionale come Phil Palmer, Nino Frassica, Leo Gullotta, Tony Sperandeo, Giovanni Cacioppo, Paride Benassai, Lucia Sardo, Domenico Centamore, Carlo Muratori, Lello Analfino, Roberto Lipari, Roberto Benigno, Faisal Taher, Daria Biancardi, Francesco Castiglione, Alì Babà, Dinastia, ecc.

Così Emanuele e Francesco Bunetto iniziano a raccontarsi mentre lavorano al loro nuovo brano. «Abbiamo scelto questo nome, Bellamorèa, per omaggiare il nostro paese di origine, San Michele di Ganzaria (CT), colonizzato anche da greco-albanesi. Bellamorèa è la traduzione italiana di “Bukura More”, un canto nostalgico Arbëresh che racconta il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; Morea è il luogo da cui venivano la maggior parte degli Arbëresh che oggi si trovano in Italia Meridionale».

Una passione in comune per la musica nata presto. «La musica, oltre che una passione, ha sempre rappresentato per noi una missione di vita: la compagna perfetta e ideale che ritrovi al tuo fianco in ogni momento! In conservatorio abbiamo studiato pianoforte, chitarra classica e canto lirico. Fin da piccoli abbiamo suonato e cantato in vari festival nazionali, toccando vari generi musicali (dal Rock anni 70 dei Pink Floyd al Blues di Eric Clapton, dal Country dei Dire Straits al Pop dei Lunapop). Crediamo che la versatilità musicale e la peculiare sonorità abbiano influito sulla formazione acquisita negli anni e le infinite possibilità creative generate dal dialogo tra la chitarra acustica e le voci».

Dalla fusione di diversi generali musicali sono approdati alla World Music. «Man mano andava sempre di più affermandosi in noi una nuova identità musicale, dettata dalla necessità di studiare e approfondire lo studio della cultura e della tradizione popolare della nostra terra e del Mediterraneo: la World Music. Questa necessità deriva dell’attaccamento alle proprie radici e, attraverso studi e ricerche etnomusicologiche, abbiamo deciso che il mondo della popular music è quello che ci rappresenta di più! Contaminazioni World e attualità si fondono, dando origine a canzoni dai suoni della tradizione di musica popolare del Mediterraneo, con influenze Pop, con testi in italiano, ma anche in vari dialetti del Sud Italia e Arbëresh (greco albanese). Il repertorio attinge alla cultura tradizionale ed etnica del Sud Italia e dell’Europa, canzoni e racconti tradizionali ed originali».

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I loro brani regalano forti emozioni e come spiegano i Bellamorèa nascono: «Dall’esuberanza per l’amore verso la nostra terra, ci proiettiamo e cerchiamo di arrivare a toccare i punti più alti del proprio personale nelle forme emozionali rivelate dall’esistenza e riversati in versi cantati su suoni pop-mediterranei, già bagaglio atavico di chi nasce in un’isola come la Sicilia. Il progetto Med World, nato nel 2019, mira alla sua valorizzazione e alla salvaguardia a con lo scopo di rappresentarla in tutto il mondo attraverso concerti mirati agli italiani residenti all’estero. Abbiamo realizzato concerti in Italia e in America, Giappone, Belgio, Germania, Inghilterra, Malta e, pandemia da Covid permettendo, ripartiremo da Australia, Argentina, Russia e Emirati Arabi».

Nel 2022 è prevista l’uscita del disco “Canta Storie”, con la collaborazione di altri artisti internazionale, che i Bellamorèa porteranno in giro per i teatri di tutto il mondo.

filippo randazzo

Filippo Randazzo: “Nessun obiettivo è irraggiungibile”

di Samuel Tasca   Foto di Giancarlo Colombo

Sei volte campione italiano assoluto del salto in lungo, finalista ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020, Filippo Randazzo, classe ‘96, è sicuramente uno dei giovani talenti sportivi a cui la Sicilia ha dato i natali. Con un curriculum del genere restiamo ancora più colpiti quando, all’altro capo del telefono, durante la nostra intervista, scopriamo una persona umile e gentile, un ragazzo che ancora si emoziona parlando del suo sogno appena vissuto: partecipare alla sua prima Olimpiade.

Filippo cos’ è per te lo sport?

«Lo sport è tutta la mia vita. È il mio lavoro, ma rappresenta tutto, costituisce praticamente tutta la mia giornata. È una parte fondamentale della mia realtà che mi ha dato tanto e continua a darmi tanto. Senza lo sport non saprei proprio cosa fare insomma».

 

Com’ è iniziato il tuo percorso sportivo?

«Ho cominciato circa dieci anni fa praticamente per caso. In un piccolo comune come San Cono (CT), l’atletica non è uno sport molto praticato e non ci sono nemmeno le strutture adatte per allenarsi. In terza media, durante le gare studentesche, mi distinguevo parecchio rispetto ai miei coetanei, per cui il mio professore di educazione fisica consigliò ai miei genitori di farmi intraprendere questo percorso. Iniziammo ad informarci e siamo finiti a Valguarnera Caropepe (EN), dove mi alleno tutt’oggi insieme all’allenatore Carmelo Giarrizzo. Aver avuto la possibilità di poter fare atletica leggera è una cosa che mi ha da subito entusiasmato. L’ho sempre visto come uno sport nel quale potevo divertirmi e al contempo fare di me stesso il mio più grande orgoglio».

 

Com’ è stato vivere un’Olimpiade?

«In realtà ancora non ho realmente metabolizzato. Quando gareggi a questo livello non hai realmente il tempo di riposare la mente e capire cosa ti sta succedendo. Non hai il tempo di riflettere perché sei sempre concentrato a dare il 110%. Conclusi gli impegni che mi terranno impegnato ancora con altre gare, sicuramente prenderò un paio di settimane di riposo e allora potrò veramente realizzare e godermi il fatto di aver partecipato ad un’ olimpiade e di essere arrivato in finale».

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Qual è uno dei ricordi più belli che ti porti dietro da questa esperienza?

«Sicuramente il giorno della finale quando sono entrato in pedana: mi sono sentito veramente un atleta di livello internazionale ed è stato bellissimo. Per la prima volta in tutta la mia vita ho realizzato di essere parte dell’élite mondiale del salto in lungo».

 

Sappiamo che la tua città, San Cono, ti ha riservato un caloroso benvenuto…

«È stata una sorpresa e un segno di affetto che mi ha fatto un enorme piacere. Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa da parte della mia città. Tornavo dopo un viaggio interminabile ed ero veramente stanchissimo però, nel momento in cui sono arrivato in piazza e ho visto tutta quella gente che era venuta lì per me, è stata davvero un’emozione. Dai miei ricordi ho visto tutte quelle persone fuori solo per le feste patronali! Questa è sicuramente una delle cose più belle di quest’esperienza. Il loro supporto è qualcosa che mi rende veramente fiero e orgoglioso, un privilegio che non so quanti altri possono avere».

 

Cosa vuoi dire ai ragazzi che coltivano un sogno legato allo sport?

«Io sono l’esempio vivente che non importa dove nasci o cresci, se hai delle qualità e metti il giusto impegno puoi arrivare ovunque, anche a una finale o a una medaglia olimpica. Ovviamente bisogna fare dei sacrifici: io da dieci anni continuo a viaggiare tutti i giorni da San Cono a Valguarnera per allenarmi, ma questo spero possa servire da stimolo motivazionale per tutti. Mi auguro che qualcuno possa trarre esempio dalla mia storia e da quella degli altri atleti e capire che nessun obiettivo è irraggiungibile».

 

Cosa ti aspetta adesso?

«Comincerò a programmare i prossimi tre anni che mi porteranno alle Olimpiadi di Parigi, sicuramente per migliorare il mio ottavo posto e magari arrivare anche a qualcosa di inimmaginabile. Nel frattempo, però, testa bassa e pedalare. Sognare sì, ma lavorare tanto pure».

 

Isolano per scelta. L’artista Salvatore Russo e il suo legame con Stromboli

di Samuel Tasca   Foto di Leonardo Nardi Utano

La Sicilia, grazie alle sue vaste dimensioni, raramente offre ai suoi abitanti la percezione di sentirsi isolati dovuta al fatto di vivere su un’isola. Magari ce ne rendiamo conto quando siamo in fila per il traghetto, ma nella maggior parte dei casi, le nostre giornate scorrono inalterate dal nostro essere isolani. Ma cosa si prova davvero nel crescere e vivere su una delle tante isolette che circondano la nostra Sicilia?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Russo, classe 1964 e originario di Stromboli, che da sempre vive su quest’isola meravigliosa nell’arcipelago delle Eolie.
«Penso che nascere e crescere su un’isola come Stromboli con gli anni diventa qualcosa di bellissimo. Quando sei piccolo pensi che tutto si trovi in città, dalle discoteche ai bar, al divertimento. Poi, crescendo, ti rendi conto che i valori veri della vita sono quelli che viviamo qui sull’isola: quella semplicità che in città, purtroppo, non sempre si trova».

È parlando di quella semplicità che Salvatore, ricordando la sua infanzia, ci racconta delle giocate a carte con gli amici durante le sere invernali, dell’unione che si riscontra tra tutti gli abitanti (circa cinquecento) quasi a sentirsi parte di un’unica grande famiglia; e ancora quell’entusiasmo nel veder arrivare i turisti a maggio e poi la malinconia di vederli partire a settembre. «Tutti andavano via e tu rimanevi un pochino solo. Diciamo che si ritornava ad essere isola e quindi isolati, e allora veniva voglia di partire anche a te».

Eppure Salvatore ha sempre scelto di restare, anche quando gli venivano offerti dei posti di lavoro altrove, e alla fine, infatti, la sua Stromboli l’ha in qualche modo ricompensato creando con lui un legame speciale che lo ha portato a scoprire una passione e un talento per la scultura. Seguendo le orme del padre, a vent’anni Salvatore diventa titolare della sua ditta edile. In quegli anni, sull’isola, venne chiamato Lorenzo Reina, scultore di professione, per realizzare una scultura in pietra lavica. Salvatore e il padre furono ingaggiati per trasportare con i loro mezzi i massi che l’autore avrebbe dovuto scolpire. Per la prima volta, così, entrambi ebbero modo di assistere alle fasi di realizzazione di una scultura. Salvatore ne restò affascinato, ma dopo alcuni tentativi, decretò di non possedere quel talento richiesto dall’arte scultorea. «Fino a quando, – ci racconta – nel 2009 mi trovavo a Milazzo con la famiglia e ho sentito come un richiamo. Dissi a mia moglie che l’indomani sarei dovuto tornare a Stromboli perché dovevo lavorare una pietra. Venni a Stromboli il 4 gennaio e il giorno dopo sono ripartito con questa pietra scolpita nello zaino».

Da allora quel richiamo non si è più assopito e Salvatore ha rafforzato sempre più il suo legame col vulcano. «Non ho un progetto iniziale anche perché non so disegnare. Alla fine quando finisco mi fermo a guardare e cerco di capire quello che ho fatto. È qualcosa che mi parte da dentro. Il mio modo personale di tirare fuori qualcosa dalla roccia. Non sono mai stato un chiacchierone e questo è il mio modo di esprimermi. È un rapporto nel quale lui (il vulcano, ndr) mi offre le pietre e io le lavoro. È uno scambio. Cerco di dare un’anima a ciò che il vulcano sputa fuori».

Salvatore ha esposto le sue opere da Palermo alla Spagna, ad Edimburgo, a Londra, nelle maggiori città italiane, oltre ad aver ricevuto numerosi premi nell’arco di questi anni. Ciò che traspare di più dalle sue parole, però, è ancora la sua semplicità e la sua umiltà (“io scolpisco, se posso usare questa parola, …”, ci dice ancora durante l’intervista). Il suo essere isolano non lo ha mai abbandonato ed è ciò che gli ha concesso di vivere questo straordinario legame con il suo vulcano e con la sua isola.

Architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (MGGC) o della piccola scala

di Salvatore Genovese   Foto Di Daniele Ratti, Giulia Bruno, Fabio Mantovani, Helene Binet, Armin Linke, Sissi Cesira Roselli

Con la vittoria del Premio Italiano Architettura assegnatole dalla Triennale Milano e Maxxi, per il migliore edificio realizzato tra il 2018 e il 2021 con il progetto 2018 LCM, con cui ha recuperato ad abitazione privata un ex asilo di Mazzarrone, nel catanese, l’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, vittoriese d’adozione, si è confermata come una delle più innovative protagoniste a livello internazionale dell’arte del progettare.

Un prestigioso riconoscimento che va ad aggiungersi ad un curriculum già molto ricco, da cui traiamo solo alcuni punti: 2021, Nomina Accademica Nazionale di San Luca; 2019, Laurea Honoris Causa in Ingegneria Edile – Architettura, Università di Catania; 2016, Menzione Speciale per la partecipazione alla mostra Reporting from the front, XV Biennale di Architettura di Venezia; 2012, premio Medaglia d’Oro alla Carriera assegnato dalla Giuria della Triennale di Milano.

di Daniele Ratti

Numerose le mostre alle quali MGGC, acronimo che la individua anche a livello internazionale, ha partecipato; mostre curate da nomi prestigiosi come Pippo Ciorra, Shelley McNamara, Yvonne Farrell, Alejandro Aravena, Pierluigi Nicolin e Mirko Zardini. Al suo attivo anche una personale, Loose Ends, realizzata all’AUT Architektur und Tirol di Innsbruck, nel 2014.
Quattro le monografie che la riguardano, tra cui Loose Ends, a cura di Sara Marini, Aut/Lars Müller Publishers.

di Giulia Bruno

Nonostante così numerosi riconoscimenti, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo si è tenuta lontana dai riflettori della notorietà e ha assunto un comportamento e uno stile sobri, tanto da indurla, dopo aver vissuto per molti anni a Roma e a Torino, a “incartare tutto e metterlo in una valigia, per portarlo da un’altra parte e vedere cosa farne” (intervista di Manuel Orazi, Domus, 15 maggio 2020) e ritornare nella sua abitazione paterna di Via Magenta, a Vittoria, in quella che lei stessa definisce una “area marginale”. Questo, però, non ha significato un’auto emarginazione: MGGC continua a vivere a stretto contatto con vari centri della cultura e dell’arte contemporanea.

 

di Fabio Mantovani

Ma cosa ha caratterizzato e dato valore all’opera dell’architetto Grasso Cannizzo?
Secondo Pippo Ciorra «MGGC si è presentata fin da subito al mondo come un animale senza branco, molto poco attenta a posizionarsi nel deprimente ‘dibattito architettonico’, molto più incline a cercare di volta in volta il centro assoluto e variabile tra luogo, tecnica e arte».

di Fabio Mantovani

Per Luca Molinari «L’ ossessione costante di una ricerca di senso profondo in quello che si fa e nelle soluzioni che ne derivano, unita a una lettura quasi amorosa e struggente di quello che il luogo e le condizioni offrono senza alcuna apparente forma di moralismo, sono due elementi che distillano soluzioni resistenti alle mode passeggere e che impongono un’attenzione differente a chi le incontra. Non c’ è niente di “social” e ammiccante nei suoi gesti progettuali; non esiste ossessione del “like” né la sua comprensione; molti dei luoghi costruiti sono quasi impossibili da fotografare se non abitandoli direttamente».

 

 

di Helene Binet

 

di Armin Linke

Quelle di MGGC sono opere minute, da piccola scala, ma di grande intensità dal punto di vista concettuale. Poco amante delle etichette, provenendo dal restauro, sente l’esigenza che ogni cosa sia trasformabile.
«Dal 1974 al 1990 – spiega – ho potuto mettere in pratica i principi teorici del Restauro sia su preesistenze storiche, sia su scheletri di architetture abusive, sia su porzioni di realizzazioni recenti. L’ esperienza di progetto e di cantiere di fronte a casi sempre diversi mi ha consentito di verificare gli insegnamenti, stabilire nessi e relazioni con esperienze, discipline ed ambiti conoscitivi diversi (FIAT e arti visive). Un autore consapevole della transitorietà dell‘esistenza è ossessivamente presente nell’elaborazione del progetto e usa tutti gli strumenti di cui dispone per assecondare e facilitare il destino di trasformazione dell’opera fino alla scomparsa. Nella mia vita professionale ho realizzato il 2% dei lavori progettati… il restante 98% è archiviato in fase esecutiva».

di Sissi Cesira

Stefano Vaccaro, tra scrittura e amore per la sua terra

di Alessia Giaquinta   Foto Vaccaro di Carmelo Dipasquale  Foto libro di Samuel Tasca

Si avvicina, sorride e, dopo pochi istanti, iniziamo una conversazione “di sostanza”. Scorgo in quel ragazzo, classe ’93, un’ eleganza atipica nel porsi, una capacità di ascolto e commozione notevole, quasi surreale.
“Piacere Stefano Vaccaro”, dice. E si rivela uno degli incontri più sorprendenti mai fatti.
Stefano concentra la sua attività di ricerca sulla letteratura italiana otto-novecentesca con particolare riguardo alla produzione femminile siciliana, dopo aver conseguito la laurea in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano discutendo una tesi in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. È autore di saggi e ricerche. La sua ultima fatica, insieme ad Andrea Guastella, sostenuta dalla deputata Stefania Campo, è un meraviglioso viaggio negli Iblei seguendo le orme di chi questa terra l’ha vissuta, attraversata o sognata.
Ho rincontrato, a distanza di tempo, Stefano: dovevo farvelo conoscere!

Fare lo scrittore talvolta è considerato un mestiere anacronistico e lontano dalla realtà…
«Penso che “fare lo scrittore” sia certamente un mestiere, occorrono impegno, studio e dedizione ma muterei la dimensione nella quale lo scrittore agisce che non è (solo) il piano dell’azione, del “fare”, ma più quello dell’essere. Credo che scrittori si è. Chi scrive plasma, modella, come fosse un artigiano, evoca, riporta in vita, come fosse un negromante. Per quanto riguarda me, non credo di essere uno scrittore, ma piuttosto un ragazzo che scrive. Mi avvalgo della parola per raccontare storie, atmosfere e suggestioni che in prima battuta hanno colpito me. La scrittura per me è un grande spazio, è il laboratorio di un alchimista, nel quale posso muovermi a mio agio ed ha un grandissimo potere, può trasfigurarsi in “mestiere anacronistico” ed anche il suo contrario».

Parlaci di “Viaggio negli Iblei”.
«“Viaggio negli Iblei” è una pubblicazione connessa al progetto culturale “Tour letterario ibleo”, una piattaforma che ci permette di indagare il nostro territorio ripercorrendo i luoghi attraversati da grandi scrittori, giornalisti, poeti e narratori che da questo angolo di Sicilia sono stati emozionati e di cui hanno scritto. Un percorso che consta di più itinerari e numerose chiavi di lettura, tante quante sono le dimensioni in cui si estendono gli Iblei. Ingrediente fondamentale è stato il gruppo di lavoro con cui mi sono confrontato, Andrea Guastella, coautore del volume, e Stefania Campo, deputata all’ARS, ideatrice e prima firmataria di una legge volta a istituire i “Percorsi letterari di Sicilia”, insieme abbiamo portato avanti le ricerche poi confluite nel libro, con loro ho avuto modo di dialogare, di accrescere il mio bagaglio d’esperienze e culturale, e con loro ho il piacere di condividere questo “Viaggio” per tappe che ci vede coinvolti nel confronto con i lettori e ospiti nei comuni del comprensorio».

Se potessimo osservarti mentre scrivi, cosa vedremmo?
«Bella domanda! Dipende dai giorni e dai periodi, il più delle volte vedreste una scrivania in ordine, qualche libro mal riposto, quelli che ho consultato o sto leggendo, tanta cancelleria di cui amo il profumo, agende e diari dove ho appuntato pensieri o parole. In altri periodi confesso un disordine maggiore, credo che le cose vadano di pari passo con i miei pensieri, più sono confusi più la scrivania è in disordine. Mi vedreste poi camminare per tutta la stanza o per tutta la casa. Potrei definirla, la mia, una scrittura itinerante, poiché dopo un numero indefinibile di battute sento la necessità di alzarmi dalla sedia, di muovermi».

Cosa ti è necessario quando scrivi?
«Mi affido tanto alle suggestioni che i luoghi e le persone, nel bene o nel male, mi trasmettono. Per “Viaggio negli Iblei” sono andato di persona nella maggior parte dei posti di cui scrivo, questo mi aiuta a coglierne il senso, a leggere tra le righe quello che temo potrebbe sfuggirmi ad una lettura superficiale. I luoghi credo siano la chiave di tutto. Quando non trovo le parole giuste, stacco tutto e vado al mare, mi dà sempre risposte impressionanti».

La musica e la storia, gli elementi essenziali della vita di Stefania Auci

di Omar Gelsomino   Foto di Bottega Digital Craft

Scrive da diversi anni, ma i suoi ultimi due romanzi hanno venduto milioni di copie. Trapanese di nascita e palermitana d’adozione, dove vive e lavora come insegnante, Stefania Auci, dopo aver pubblicato tanti romanzi, tra cui “Florence”, continuando sulla strada del romanzo storico ha scelto di narrare dell’ascesa e del declino di una famiglia, quella dei Florio, che ha interessato diversi aspetti della vita siciliana, prima con i “Leoni di Sicilia” e poi, con “L’inverno dei Leoni” per Editrice Nord. Riesco a raggiungerla durante una pausa delle sue tante presentazioni del romanzo.

«La passione per la scrittura è nata da quando avevo dieci anni, da così tanto tempo che non riesco a separare la scrittura da quelle che sono le mie memorie, i miei ricordi, ho sempre scritto. È qualcosa che mi appartiene profondamente. Non mi butto nelle cose facili, la facilità talvolta finisce per essere limitante e banale. Mi piace leggere e raccontare la storia. Nella mia vita ci sono stati due elementi molto forti e presenti: la musica e i libri di storia, per me è diventata una vera e propria passione. Sono nata letteralmente così».

Alcuni hanno accostato i suoi romanzi sui Florio al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma lei tiene a precisare che il confronto è immeritato.
«Trovo questa definizione ingiusta ed eccessiva. Io sono Stefania Auci e avvinarmi o paragonarmi a Tomasi di Lampedusa mi sembra una forzatura, perché lui è un genio della letteratura, è uno scrittore grandioso, che con pochissimo riusciva a rendere l’idea di un clima, di una situazione, di un mondo che stava per tramontare in maniera definitiva. Capisco l’affinità, il periodo storico, alla fine io ho raccontato una storia complicatissima di una famiglia. È stata la mia sfida principale. Mi piaceva cimentarmi in cose difficili, ecco perché la scelta di raccontare sin dall’inizio non tanto e non solo il periodo del maggiore successo e poi il crollo di una famiglia, come sarebbe stato sicuramente più semplice, avevo l’intenzione di ricreare il cambiamento sociale, le mutate condizioni economiche che hanno portato alla grandezza di questa famiglia e ciò che poi è successo con le diverse generazioni. Sicuramente i Florio rappresentano un punto di vista fondamentale per capire come si sia evoluta l’economia del tempo in Sicilia e come avrebbe potuto evolversi se non ci fossero state le crisi e il crollo che hanno portato alla disfatta economica della famiglia».

Stefania Auci ha il merito di raccontare l’ascesa e il declino dei Florio, una famiglia il cui contributo è stato determinante per la città di Palermo e la Sicilia dal punto di vista economico, sociale e culturale.
«Purtroppo è rimasto molto poco, dal punto di vista dell’economia non c’è più niente perché le loro aziende sono passate di mano, in una maniera irreversibile. Immaginiamoci che tipo di depauperamento ha subito il patrimonio di famiglia. Secondo me si è creata una situazione di profondo malessere da parte della società nei confronti della famiglia, perché nel momento in cui sono stati costretti ad abbandonare tutti i loro beni, la gente è rimasta in mezzo a una strada perché non aveva più lavoro. È come se le persone e la città avessero avuto timore della loro presenza, ciò che è accaduto è qualcosa di molto forte».

Nonostante le ostilità incontrate quando i Florio sono arrivati in Sicilia hanno saputo imporsi e ritagliarsi grandi spazi, ma la Sicilia e i siciliani sono davvero cambiati? C’è ancora tra i siciliani quel desiderio di riscatto sociale?
«Non sempre la Sicilia è così accogliente come ci piacerebbe credere, non siamo così generosi con chi viene da fuori, lo siamo più di altre nazioni e regioni questo è innegabile, ma diciamo che non facciamo niente per rendere ad altri le cose semplici. Non sempre viene fuori questa capacità di accoglienza, e quando accade la cosa brutta è che i siciliani te lo fanno pesare. Per fortuna non sempre accade. I siciliani non hanno perso la voglia del riscatto, ma hanno perso l’energia. È una cosa differente, si può avere voglia di cambiare le cose, ma si deve avere anche la forza di cambiarle: quello che io vedo drammaticamente è che i siciliani questa forza non ce l’hanno più».

Il successo de “I Leoni di Sicilia” è giunto inaspettato, ha raggiunto record di vendita incalzando perfino l’ultimo romanzo del maestro Andrea Camilleri, e un ottimo riscontro sta riscuotendo anche “L’inverno dei Leoni”. Sono tradotti in tante lingue e sono stati acquistati anche i diritti televisivi.
«Sono dieci anni che scrivo, non me lo aspettavo e sfido chiunque a dire di poter aspettare un successo di questo tipo. Mi sembra strano. L’iniziale incredulità è passata quando mi sono resa conto che il libro piaceva, continuava a vendere e continua tuttora. Non me lo aspettavo però accolgo tutto con gratitudine e grande gioia. Alla fine non ho creato un vaccino, né una cura contro una malattia mortale, ho solo scritto dei libri, una cosa bellissima e meritoria. Vediamo la cosa sempre nella giusta prospettiva, abbiamo ben altri problemi, quindi cerchiamo di ricordarci che è più importante investire nella ricerca e continuare a fare studiare chi si occupa della nostra salute. Gli eventi degli ultimi mesi ce l’hanno ampiamente dimostrato. Sono stati comprati i diritti televisivi dei due romanzi, poi c’è stata una battuta d’arresto perché sono cambiati i vertici della Rai, c’è stato il Covid. Mi rendo conto anche delle difficoltà, è un romanzo storico molto complesso. Spero che tra la fine del 2021 e gli inizi del 2022 qualcosa si muova. Aspetto anch’io paziente».

Prima di congedarsi Stefania Auci ci rivela che in autunno, dopo i tanti impegni, riprenderà di nuovo a scrivere, senza anticiparci nulla.
«Per adesso faccio la promozione del mio ultimo romanzo che mi assorbe tanto tempo, poi ho tutta una serie di collaborazioni da scrivere e per settembre, con il fresco, riprenderò a lavorare su un nuovo progetto. Mi riservo di tenere un po’ di suspense».

 

Chef Martina Caruso, quando l’eccellenza è equilibrio e semplicità

di Patrizia Rubino   Foto di Giò Martorana

La rivista Forbes Italia l’ha inserita tra le 100 donne di successo del 2020, ma questo non è che l’ultimo dei prestigiosi riconoscimenti, per così dire a consuntivo, che Martina Caruso chef Patron dell’Hotel Signum di Salina ha ottenuto nel corso della sua ancora breve, ma già luminosissima carriera. Nel 2016, infatti, a soli 25 anni, è stata la più giovane chef italiana a ricevere la stella Michelin, nello stesso anno ha ricevuto il premio “Cuoco emergente d’Italia” dal Gambero Rosso e il premio “Cuoca dell’anno” da Identità Golose. Nel 2019 è arrivato anche il premio “Miglior chef donna Michelin” e ancora l’elenco potrebbe continuare. Uno straordinario palmares che appartiene ad una giovane donna di 31 anni dal sorriso largo e sincero, sposata da qualche mese, che è riuscita a fare emergere il suo straordinario talento grazie alla determinazione e all’impegno, uniti ad un equilibrio e solidità fuori dal comune.

Come si arriva ad ottenere la stella Michelin, il riconoscimento più ambito dagli chef?
«Per quanto mi riguarda la cucina è nel mio destino, nel senso che ho vissuto tra i fornelli sin da piccola osservando mio padre che allora era chef al Signum, ma anche mia nonna è stata per me fonte di grande ispirazione. Gli ingredienti, con i loro colori e profumi, solleticavano la mia curiosità e creatività. A 14 anni mi sono iscritta all’istituto alberghiero e durante le vacanze estive facevo esperienze in cucina con mio padre. Una volta diplomata ho cominciato a frequentare corsi di cucina in Italia e all’estero e a fare diverse esperienze lavorative con grandi professionisti. Sono sempre stata desiderosa di apprendere e di migliorare tecniche e conoscenze. La creatività va alimentata e se possibile perfezionata. I risultati importanti che nel tempo ho conseguito sono il frutto anche di un grande lavoro di squadra».

Come definirebbe la sua cucina?
«Una cucina assolutamente con i piedi per terra, bella ma di sostanza, che unisce tradizione e innovazione ed ha per protagonisti gli straordinari prodotti della nostra terra e del nostro mare. Verdure ed ortaggi del nostro orto, il pescato locale, aromi e spezie. La natura offre tutto, ma un piatto diventa speciale quando si riesce a valorizzarne gli ingredienti e ad esaltarne i sapori anche grazie a quelle contaminazioni che da sempre hanno caratterizzato la Sicilia».

Quest’estate un’altra bella soddisfazione. La firma sull’edizione limitata “Chef stellati” di Cornetto Algida. Com’è nata questa collaborazione?
«Mi hanno chiesto di creare un cornetto che parlasse di Sicilia ed ho pensato al nostro dolce per eccellenza: il cannolo di ricotta. Da qui l’idea di realizzare un cornetto al cannolo, con un ripieno di gelato alla panna con ricotta, un cuore di salsa all’arancia, la granella al pistacchio e una cialda aromatizzata alla cannella. E la Sicilia è servita».

Insieme a suo fratello gestisce l’Hotel Signum a Salina, dove vive da sempre. Ha mai pensato di andare a vivere fuori, magari aprire un altro ristorante?
«No, sono troppo legata alla mia isola e qui sto benissimo. Ho tutto. Sono stata spesso fuori, per migliorare e perfezionarmi sempre più nel mio lavoro. Ma ogni volta non vedevo l’ora di tornare, per mettere a frutto qui il mio bagaglio di esperienze acquisite e per risentire i profumi e rivedere quei colori che sono parte di me. I riconoscimenti, i successi hanno più valore se riesci a viverli con equilibrio e serenità con le persone che ami e nei luoghi a te cari».

Lei è molto giovane ed ha già realizzato parecchie cose importanti in carriera. Ha qualche altro sogno nel cassetto?
«Si, ho tanti sogni e di recente ne ho realizzati alcuni veramente importanti. Mi sono sposata da qualche mese e aspetto un bambino che nascerà a novembre. Mi sento felice e realizzata perché nonostante i numerosi impegni di lavoro riesco ad assaporare le cose belle e semplici della vita, come fare una passeggiata immersa nella natura o andare a pescare insieme a mio marito. Cosa volere di più?».

Taormina, anche il professor Francesco Pira tra gli scrittori ospiti del Taobuk Festival 2021

di Merelinda Staita 

Anche il saggista Francesco Pira,  professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Messina, tra gli scrittori ospiti del Festival Internazionale Taobuk di Taormina edizione 2021. Nella giornata di ieri, alle ore 17, presso la sala B di Palazzo Ciampoli, conversando con il giornalista Emilio Pintaldi, ha presentato il suo ultimo lavoro “Figli delle App” (Edizioni Franco Angeli – Collana di Sociologia).

«Sono felice di partecipare – ha dichiarato il professor Pira – a questo prestigioso evento che si svolge in una città magica. Sono stato già ospite del Festival nel 2019. Ringrazio il Direttore Artistico Antonella Ferrara per questa opportunità di parlare delle nuove tecnologie e di pre-adolescenti e adolescenti in una società in continuo mutamento. Converserò con il giornalista Emilio Pintaldi che ringrazio per la disponibilità. Taobuk è una vetrina internazionale di grandissimo prestigio e sono felicissimo di partecipare».

Il volume è disponibile dall’8 marzo in tutte le librerie e in pochi mesi ha già ottenuto un enorme successo da parte del pubblico e della critica. Infatti, il prof. Pira è stato invitato a parlare del suo libro, e delle sue importanti ricerche, sia in incontri nazionali sia in incontri internazionali. Un susseguirsi di inviti a Webinar autorevoli e importanti.

Il prof. Pira ha avuto modo di parlare di come è nato questo saggio, affrontando un percorso che si snoda tra generazioni che si sono evolute all’interno di ambienti sempre più tecnologici, spesso da soli, e che oggi sono gli adulti appena diventati genitori, tutti accomunati nell’evidente dicotomia tra connessione e relazione. Un uso della tecnologia che ci mostra come l’intuitività, l’immediatezza siano gli aspetti prevalenti che di fatto sembrano annullare quasi del tutto lo spazio per comprendere il contesto prima di agire. Così, l’azione viene prima della riflessione, che genera una risposta emotiva immediata e mediata dallo schermo.

Inoltre, il terzo capitolo del libro contiene un importante survey online dal titolo: “La mia vita ai tempi del Covid”. Condotta nel periodo aprile – maggio 2020, ha coinvolto in totale 1.858 ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori che hanno risposto ad un questionario online composto da diciassette domande. I dati evidenziano come questi adolescenti rappresentino a tutti gli effetti la prima generazione digitale. Praticamente il 100% (96,6%) degli intervistati possiede uno smartphone e oltre l’80% (88,8%) ha un computer. Uno degli aspetti di maggiore interesse emerso è quello relativo alla tendenza a isolarsi rispetto all’ambiente familiare. Sempre più dipendenti dal gruppo di pari, hanno vissuto una forte sensazione di isolamento, paura e scoraggiamento, con oltre il 60% degli intervistati che dichiara di avere provato questo sentimento. C’è poi un dato che più di tutti gli altri offre spunti di approfondimento, ed è quello relativo all’eventuale possesso di un profilo social falso. Su 544 risposte ottenute, il 69% ha dichiarato di averlo. Vivono su Instagram e Whatsapp. Appare evidente, una volta di più, come nell’era liquido-moderna l’inganno sia diventato centrale nei processi di comprensione del reale, e la distinzione tra vero e falso non sia più percepita.

Inutile nascondere che la notizia della partecipazione del prof. Pira al Taobuk Festival mi ha resa davvero felice e orgogliosa per la stima che nutro nei suoi confronti come uomo e come professionista.

Il prof. Pira è un sociologo credibile e di estrema competenza che ha raggiunto un enorme successo e traguardi importantissimi nel panorama della sociologia contemporanea. I suoi progetti ottengono risultati grandiosi, perché la chiave di tutto è racchiusa nella sua totale abnegazione al lavoro di ricerca e ai profondi valori umani che lo contraddistinguono.

Auguro al prof. Pira numerosi e prestigiosi riconoscimenti con l’assoluta certezza che a questa partecipazione ne seguiranno tantissime altre ed io potrò gioire ancora per lui.

Il grande Cesare Pavese scriveva che: “Le belle persone si distinguono, non si mettono in mostra. Chi può le riconosce“.  E lui è proprio questo. Si vede, si sente e si percepisce.

È on line il video del nuovo singolo di Lidia Schillaci “Ali nuove”

Articolo di Omar Gelsomino

È uscito l’11 giugno il nuovo singolo di Lidia Schillaci, ALI NUOVE (Puntoeacapo / Artist First), disponibile sulle piattaforme streaming, in digital download, in tutte le radio ed online il video del brano.

 

ALI NUOVE pronte per il decollo di Lidia, che colora l’estate ed il mercato discografico con un brano travolgente, solare e pieno di energia davvero esplosiva. È il primo lavoro discografico dell’artista distribuito da Artist First, con etichetta Puntoeacapo, prodotto da Gianfaby Production e da Puntoeacapo srl con musica di Lidia Schillaci, testo di Marieva (Enza Cirillo), produzione artistica di Christian Rigano e supervisione al progetto di Pippo Kaballà.

 

Il brano disegna al meglio le doti interpretative di Lidia e segna un “nuovo inizio” dell’artista. Impossibile ascoltare ALI NUOVE restando fermi: il ritmo incalzante sin dalle prime note porta a ballare, coinvolge e trascina in una ritrovata felicità, attraverso un sound che si ispira alle sonorità delle hit anni Ottanta.

Un inno che racconta una rinnovata libertà, la voglia di ripartire verso mete inesplorate, fuori e dentro di sé, lo stare insieme e sorridere alla vita sentendosi liberi di essere ciò che si è, fortificati dall’aver superato grandi difficoltà. Arriva l’estate che porta la speranza di poter ricominciare a volare verso sogni che sembravano ormai irrealizzabili e impossibili. Il messaggio coinvolge tutti perché, dopo questo lungo tempo buio della pandemia, c’è bisogno di volare verso una nuova vita o più semplicemente verso una nuova spiaggia, un nuovo amore.

 

Il video – diretto dal regista siciliano Claudio Colomba – che vede protagonista Lidia è un vero e proprio cortometraggio che mostra la bellezza dei paesaggi siciliani e fa respirare il senso di libertà che si prova nel viverli intensamente. Un viaggio tra amiche lungo un percorso che fa scoprire quanto sia bello vivere, godendosi la gioia che nasce da momenti semplici, essenziali, ricchi di sorrisi, amicizia e senso dell’avventura.

Un’auto, le amiche, la strada, il viaggio, il mare e Sicilia vista da altre prospettive. Una solarità che accompagna visivamente il brano in modo trascinante.

 

È una canzone che comunica la voglia di essere totalmente se stessi – commenta Lidia – ma soprattutto parla della forza ritrovata per uscire più forti di prima da situazioni difficili. La nascita di questo brano ha qualcosa di speciale: è stato scritto in un periodo buio e ha trovato la sua realizzazione quando ho incontrato Pippo Kaballà ed Enza Cirillo. Dopo aver scoperto di aver contratto il Covid prima io, poi Pippo ed Enza (con cui ero stata a stretto contatto) abbiamo trascorso un mese uniti dalla preoccupazione della malattia, un momento di inquietudine che non dava spazio a nient’altro se non alla paura, dopo la guarigione Enza mi ha fatto ripensare a quella canzone, alle parole che aveva scritto di getto. In quel testo sembrava esserci qualcosa di magico, quasi una premonizione che raccontava la voglia di correre fuori casa dopo il buio e la chiusura, sentendosi pronti a volare lontano con un paio di ali nuove. È nata ALI NUOVE che ha per noi (e forse per tutti in un momento come questo) un senso più profondo, un’energia speciale che sentiamo ogni volta che l’ascoltiamo”.

A Salina si parlerà di letteratura e integrazione sociale con il film “Il diritto alla felicità”

Articolo di Omar Gelsomino

Libero grazie alla cultura, felice grazie all’incontro con chi potrebbe sembrare e rappresentare un mondo opposto ma alla fine è molto più vicino di quanto si possa pensare: è la storia di un’amicizia, di uno scambio culturale, di un’integrazione sociale che ha come comune denominatore l’amore nei confronti della letteratura, l’apertura verso orizzonti diversi dal proprio e l’abbattimento delle diseguaglianze. Il film “Il diritto alla felicità”, già vincitore della sezione “De Niro” all’Under The Stars International Film Festival e finalista di vari festival, sarà proiettato nella serata di sabato 3 luglio in occasione del decennale di Marefestival Salina Premio Troisi (1-4 luglio), nella piazza di Malfa nell’isola eoliana, evento promosso dai giornalisti Massimiliano Cavaleri (direttore artistico) e Patrizia Casale.

Libero è il nome del protagonista, proprietario di una libreria, Remo Girone, attore fuoriclasse che fa emergere il suo straordinario talento di grande attore e diventa il perno della trama, cui ruotano attorno altri interpreti tra cui Corrado Fortuna, Pino Calabrese, Federico Perrotta, Annamaria Fittipaldi, Lapo Braschi, Biagio Iacovelli, Valentina Olla e, con una partecipazione speciale, Moni Ovadia. Il ragazzino Didie Lorenz Tchumbu veste i panni di Essien, immigrato ma perfettamente integrato in Italia, che intraprende un rapporto d’amicizia col libraio: generazioni, nazionalità, esperienze di vita diverse si intrecciano attraverso emozioni, riflessioni, pensieri legate alla lettura. È proprio il prezioso e insostituibile strumento della letteratura la chiave attraverso cui il piccolo incontrerà l’Occidente e Libero darà un profondo significato al suo nome: “libero grazie alla cultura”.

Il film è stato scritto e diretto dal maestro Claudio Rossi Massimi, che ritirerà il Premio Troisi 2021 per la categoria Regia: “Onorato di ricevere il Premio in ricordo dell’immenso Massimo Troisi nell’isola del Postino – commenta Rossi Massimi – ho sempre creduto che l’amore e la cultura siano le strade più dirette per conquistare la felicità. L’amore, soprattutto quello per il prossimo, ci libera da ogni egoismo e pregiudizio mentre la cultura, coltivata e accresciuta attraverso i libri, ci rende più liberi e protetti dagli strali dell’avversa fortuna”.

A Salina arriverà anche la produttrice Lucia Macale (IMAGO), la quale ricorda le difficoltà di girare un film in piena seconda ondata covid: “È stato un atto di coraggio. Mi piacerebbe che questo film regalasse ai propri spettatori il coraggio della speranza. Il diritto alla felicità non è mai stato più attuale.”

La pellicola sarà distribuita nel mondo da RaiCom e, alla luce dei temi trattati, è stata dedicata all’UNICEF, cui andranno i proventi: “La nostra storia è quella di un impegno volto a promuovere i diritti dei bambini, come previsto dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – sottolinea Carmela Pace, presidente UNICEF Italia – ‘Il Diritto alla felicità’ è una storia delicata di amicizia e rispetto che sottolinea l’importanza dell’istruzione, dell’integrazione, della solidarietà, tematiche oggi più che mai attuali”.

I temi trattati nel film spaziano infatti dalla cultura all’educazione, dall’amicizia all’amore fino alla salute: il progetto è stato patrocinato da Federfarma,  presente al Festival col segretario nazionale Roberto Tobia: “Condividiamo i principi ispiratori del film – spiega Tobia – in piena sintonia col ruolo svolto dalle farmacie ogni giorno sul territorio per accogliere i cittadini e superare le diseguaglianze sanitarie. Offre suggestioni e spunti di riflessione su temi molto importanti, quali la fiducia che alimenta le relazioni interpersonali o la condivisione della conoscenza come difesa contro la disinformazione proprio come avviene in farmacia, nel rapporto quotidiano con i cittadini che spesso entrano semplicemente per avere un consiglio o essere rassicurati sul corretto uso di un medicinale”.