Modica svetta nei luoghi del cuore del FAI

Articolo di Patrizia Rubino

Tra i comuni siciliani che più rappresentano il fasto e l’imponenza dell’architettura tardo barocca rientra sicuramente anche Modica, che proprio in virtù di tali numerose testimonianze artistiche, nel 2002 è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Universale dell’Umanità. Ma la cittadina della provincia ragusana, nota anche per aver dato i natali al poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959 e per la produzione di uno straordinario cioccolato, è recentemente balzata alla ribalta della cronaca nazionale per aver ottenuto due importanti piazzamenti, unico caso italiano, nella classifica del censimento nazionale indetto dal FAI su “I Luoghi del Cuore” da salvare, tutelare e valorizzare. Si è aggiudicata, infatti, il 4° posto, con ben 40.521 voti, con “La via delle Collegiate”. Un percorso virtuale che unisce le tre principali chiese della città.

Il Duomo di San Giorgio, considerato uno dei monumenti simboli del barocco siciliano, la cui maestosa facciata si staglia su una suggestiva scalinata di 260 gradini. La chiesa di Santa Maria di Betlem che esprime un’armoniosa miscellanea di stili: dal gotico, al rinascimentale, al barocco e conserva al suo interno uno dei presepi più grandi del Val di Noto. La chiesa di San Pietro, la matrice della parte bassa della città, anch’essa preceduta da una scenografica scalinata ai cui lati sono poste le statue dei 12 apostoli e con all’interno un vero trionfo di affreschi, sculture e decori. «Si tratta di un progetto culturale di ampio respiro – spiega Valerio Petralia, referente del comitato “La via delle Collegiate” – che è stato preceduto da una lunga fase di studio della documentazione e degli archivi storici delle chiese coinvolte. Il tutto nasce dalla volontà di recuperare e valorizzare quelle che sono state le nostre radici, le nostre tradizioni al fine di renderle fruibili e spendibili sicuramente in un’ottica turistica, ma principalmente per le nuove generazioni, future custodi della nostra identità. Perché queste chiese oltre a rappresentare i luoghi della memoria religiosa della nostra città nel corso dei secoli, sono innanzitutto il frutto della nostra evoluzione civile e culturale. E proprio i ragazzi delle scuole – aggiunge Petralia – con la loro massiccia partecipazione all’iniziativa hanno dimostrato di voler sostenere la valorizzazione del loro territorio».

L’altro importante risultato è rappresentato dal 6° posto, con 30.226 voti, ottenuto dalla chiesetta rupestre di San Nicolò Inferiore, grazie alla mobilitazione dall’associazione Via, che la gestisce da 2016. Si tratta probabilmente della chiesa più antica della città e fu scoperta per caso nel 1987. Le sue origini risalirebbero, infatti, intorno all’XI secolo. Al suo interno sono presenti tre diversi cicli pittorici, il più antico dei quali risale all’epoca bizantina.

Grazie a questi importanti risultati potranno essere presentati progetti di recupero e valorizzazione del grande patrimonio artistico e culturale rappresentato da queste chiese, il cui finanziamento avverrà attraverso i fondi erogati dal FAI. Tra gli interventi previsti c’è il consolidamento architettonico delle strutture, il restauro dei dipinti e degli altari e la realizzazione di aree espositive degli oggetti sacri che rappresentano dei veri e propri tesori da conservare ed ammirare.
«Siamo molto soddisfatti per la straordinaria ribalta ottenuta dalla nostra città con il censimento FAI – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Modica, Maria Monisteri – uno straordinario successo dovuto soprattutto all’impegno di comitati informali che in sinergia con l’amministrazione comunale sono riusciti a coinvolgere singoli cittadini, associazioni laiche e religiose, turisti, operatori commerciali e soprattutto le scuole di tutta la provincia ragusana. Continueremo a lavorare per fare tesoro di questo importante riconoscimento affinché possa anche contribuire alla ripresa economica della nostra città con l’avvio della prossima stagione turistica».

 

 

 

 

Kamarina, un museo da vivere

Articolo di Salvatore Genovese

“Ragazzi, andiamo a farci un aperitivo al Museo?”
“E vai! Lì il panorama è magnifico!”

“Cara, stasera pizza?”
“Magari; è da un po’ che non usciamo. Dove andiamo? – “Al Kamarina”.

“Sai, è da un po’ che penso ad un posto magnifico per il nostro matrimonio” “Cioè?” – “Al Museo di Kamarina” – “Ottimo. Mi piace!”.

Tre frasi al momento abbastanza fantasiose, ma che potrebbero acquistare concretezza tra non molto. Parola del direttore del “Parco Archeologico Regionale Kamarina e Cava Ispica”, architetto Domenico Buzzone impegnato, assieme a tutto lo staff, in un’opera di riqualificazione e valorizzazione funzionale che, oltre a questi due grandi Parchi, comprende le aree archeologiche di Caucana e del Bagno Arabo di Mazzagnone (Santa Croce Camerina), il Convento della Croce (Scicli), Cava Ispica (Modica), il Parco della Forza (Ispica), le Miniere di Castelluccio (Ragusa) e la Collezione Quasimodo (Modica).
Nello specifico, quest’opera prevede la “musealizzazione interna ed esterna del Museo Archeologico di Kamarina”.

Un progetto innovativo e articolato, i cui tempi di attuazione sono previsti da giugno 2021 a novembre 2021 – quindi abbastanza brevi – che dovrebbe dare un volto e una funzione nuovi alla struttura museale, sia interna, che esterna.
L’ obiettivo, spiega Buzzone, è duplice: «Mettere in risalto l’aspetto scientifico dei resti archeologici e allestire elementi (e momenti) di grande impatto emotivo e scenografico».

A tal fine, il progetto prevede, oltre al miglioramento dell’interpretazione dell’area archeologica e alla musealizzazione dei vari ambienti, la progettazione di un bookshop, di una caffetteria e di locali accessori.

Il tutto, ovviamente, nel continuo richiamo a quella che fu Kamarina, importante colonia greca fondata nel 598 a.C. dai Siracusani su un promontorio alla foce del fiume Ippari per creare un presidio lungo la rotta africana. Dopo varie vicende, che la videro, tra l’altro, alleata di Atene, Kamarina fu conquistata da Roma nel 258 a.C. e nel corso del tempo accolse le navi da guerra di Cesare, Ottaviano, Pompeo Magno, Scipione ed altri generali Romani. Venne distrutta nell’827 da Asad ibn al-Furat nel contesto della conquista arabo-berbera della Sicilia.

Ovviamente, qualsiasi rimodulazione museale non può prescindere da tali elementi storici ed in tale contesto si muove il progetto di musealizzazione dell’intero complesso archeologico kamarinese.

Già alcuni interventi extra progetto sono stati ultimati da mesi e sono in attesa del necessario collaudo amministrativo.
Domenico Buzzone mette anche l’accento sui continui lavori di manutenzione che la struttura richiede per la sua messa in sicurezza e per consentire da subito l’accesso alla parte esterna dell’area archeologica del museo, come la splendida Agorà, che si presume fosse l’area commerciale dell’antica Kamarina.
«La vastissima area esterna sarà, come da progetto, destinata a diverse attività, anche serali, che, se vogliamo, possiamo definire del tutto innovative, se non addirittura ‘rivoluzionarie’, come la caffetteria».
Domenico Buzzone ha le idee ben chiare e lo spirito giusto per attuarle: il museo non solo come luogo di passaggio, ma anche di aggregazione. Qualcosa, in tal senso, è stato fatto: il museo ha già ospitato eventi culturali, musicali e teatrali, ma in forma temporanea, una tantum.

Adesso l’obiettivo è quello di una diversa fruizione, che consenta stabilità agli eventi extra archeologici.
Quelli archeologici, ovviamente, costituiranno la nervatura dell’attività museale, soprattutto, partendo dall’esterno, puntando all’integrazione del sito in un percorso museale più organizzato e multifunzionale, in grado di inserire gli scavi e le rovine in una visita più ampia ed articolata, arricchita da servizi accessori quali il bookshop, la caffetteria ed altro ancora.

In ogni caso, importanza massima sarà data all’interpretazione visiva e di facile comprensione dei numerosi reperti del sito archeologico.

 

 

 

Il museo del mare di Licata

Articolo e foto di Merelinda Staita

Ho insegnato per tanti anni a Licata, in provincia di Agrigento, e ho avuto modo, in occasione di diversi progetti scolastici, di conoscere il patrimonio storico-archeologico del suo magnifico Museo del Mare.

Il Museo del Mare nasce su iniziativa del Gruppo Archeologico Finziade che, dal 2012, si è dotato di un nucleo subacqueo che è riuscito a recuperare i primi reperti già nel 2013. Si trova nel centro storico di Licata, presso i locali del chiostro Sant’Angelo, immobile del Comune dato in gestione al Gruppo Archeologico Finziade. All’interno del chiostro Sant’Angelo, oltre al Museo del Mare, c’è il Museo dello Sbarco. Infatti, la prima parte è dedicata ai reperti subacquei e la seconda parte è dedicata allo sbarco alleato del 1943. Prima è nato il Museo del Mare e in seguito il Museo dello Sbarco.
È stato valorizzato dal Gruppo Archeologico Finziade che svolge l’attività subacquea sotto la tutela e il controllo delle autorità marittime. L’attività del gruppo si svolge in collaborazione con la Soprintendenza del Mare.

I lavori di recupero, condotti sotto la supervisione della Soprintendenza del Mare, presso il sito dell’isolotto San Nicola e della Secca Poliscia, hanno riportato a galla reperti archeologici databili tra il periodo protostorico e l’età medievale fino agli inizi del 1900.

All’ingresso del Museo è presente una vetrina che desta curiosità per la presenza di: un frammento di legno perforato dalla Teredo Navalis, un orlo di brocca in bronzo, un collo d’anfora Massaliota (VI-V secolo a.C), una palla incatenata di cannone (XV-XVI secolo), un piccone in piombo, un collo d’anfora Agorà M254 con graffite due lettere in alfabeto greco (I-IV secolo d.C), un frammento di tegame, un frammento di tazza, un collo d’anfora Keay 62 (V-VII secolo d.C), un collo d’anfora Dressel 2-4 (I secolo a. C – II secolo d. C). La maggior parte di questi reperti è stata rinvenuta nell’area di Rocca San Nicola e di Marianello, proprio nel territorio di Licata.

Sempre all’ingresso troviamo esposta in vetrina, tra gli oggetti restituiti dal mare, una delicata gemma in pasta vitrea con incisa una figura umana pensante.

A seguire c’è un’area dedicata alle anfore di diversa epoca, intere o anche in piccoli frammenti. Inoltre, ci sono le donazioni dei pescatori o di chi pratica la pesca amatoriale. Non si può non ammirare la collezione di ancore antiche recuperate dal mare: due ancore a gravità a un foro, tre a gravità a tre fori, due ceppi litici, sei ceppi in piombo e una contrammarra plumbea. Tra le ancore in ferro: una di epoca romana del tipo a freccia, una bizantina, un’ancora Trotman (XIX-XX secolo) e un ammiragliato italiana (XX secolo). La disposizione delle ancore segue un percorso storico ben preciso dalle più antiche alle più moderne. Tutti questi importanti ritrovamenti sono collocati nell’atrio, sotto ai portici, del chiostro Sant’Angelo.

A giugno riprenderà il servizio civile ed è in programma l’ampliamento del Museo, con la volontà di allestire una sala dedicata ai supporti informatici e multimediali.
L’intento è quello di mostrare agli studenti delle scuole, ai turisti e ai visitatori, l’attività archeologica – subacquea.
Jacques Cousteau scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, sosteneva che: «Il mare, una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia». Credo che le sue parole racchiudano una profonda verità, perché il mare ci riconsegna sempre delle ricchezze preziose che dobbiamo curare e preservare.

Licata possiede tesori inestimabili: il suo mare, la sua costa e le sue stupende spiagge. Mi auguro che in futuro ci siano nuove scoperte e nuove straordinarie bellezze, recuperate dai suoi unici fondali marini. Certamente, io continuerò a custodire nel mio cuore il ricordo di questi luoghi in cui mi sono ripromessa di ritornare.

Tour delle Tonnare di Sicilia: la rotta dell’amore

Articolo di Giulia Monaco

Le tonnare sono l’emblema della pesca sostenibile di una delle specie più preziose del Mediterraneo: il tonno rosso. Introdotte durante la dominazione islamica, nel Medioevo le tonnare siciliane dominavano l’intera area mediterranea. Oggi vecchi stabilimenti costellano i litorali dell’isola e, come vecchie fotografie virate seppia, evocano un’atmosfera antica: un’atmosfera madida della fatica dei pescatori, di vite divise tra terra e mare, di gesti antichi e canti corali.

Immaginiamo di partire per un tour alla scoperta delle tonnare più belle, seguendo idealmente i tonni nella loro “rotta dell’amore”: dalle tonnare di “andata” del versante occidentale, che intercettavano i tonni prima della riproduzione, fino a quelle “di ritorno” del versante ionico, che li catturavano mentre tornavano in mare aperto dopo la stagione degli amori.

Tonnara di Bonagia di Antonio Palumbo

Tonnara di Avola di Silvia Ferrara

Tonnara di Favignana

Nella seconda metà dell’Ottocento la famiglia Florio costruì a Favignana la “regina delle tonnare”, una delle più grandi del Mediterraneo, decretando così la fortuna dell’isola, che ne guadagnò un forte stimolo economico e culturale. L’ ex Stabilimento Florio, che nel 2007 fu teatro dell’ultima mattanza, oggi punta ad affermarsi come la tonnara più sostenibile d’Italia, ambendo a riqualificare la pesca tradizionale grazie al sostegno delle associazioni ambientaliste.

Tonnara di Favignana di Francesco Cancelli

Tonnara di Scopello

In una cala ai piedi del borgo di Scopello si staglia una tonnara di rara bellezza. Costruita intorno al XIII secolo, è considerata la più antica della Sicilia. Pare che proprio qui sorgesse la mitologica città di Cetaria, così chiamata per l’abbondante presenza di tonni. La tonnara venne modificata più volte nel corso dei secoli, ma è con la famiglia Florio che conobbe il suo massimo splendore.
Collocata in un paesaggio unico, a un passo dalla Riserva dello Zingaro, oggi è un’incantevole testimonianza della storia e dell’economia del territorio.

Tonnara dell’Orsa

La Tonnara dell’Orsa è una torre di difesa risalente al Trecento che si erge in una piccola baia sulla costa di Cinisi. Il toponimo deriverebbe dal termine arabo ìrsa, cioè ancoraggio, attracco. Nel Quattrocento entrò far parte del patrimonio dei padri benedettini all’Abbazia di San Martino delle Scale. Da tempo dismessa, oggi è un gioiello tornato a splendere che ospita eventi, rassegne e attività di promozione ambientale.

Tonnara Arenella

Il complesso dell’Arenella, situato nell’omonimo quartiere di Palermo, ha origini molto antiche, risalenti al Trecento. Nell’Ottocento, grazie all’iniziativa di Vincenzo Florio e alla maestria dell’architetto Carlo Giachery, nacque la palazzina dei “Quattro Pizzi”, un piccolo gioiello in stile neogotico inglese. Dismessa nei primi del Novecento, la tonnara rimase la residenza della famiglia Florio. Ospitò anche personalità illustri come la zarina di Russia, che se ne innamorò al punto dal far riprodurre i Quattro Pizzi nella sua residenza estiva, nei pressi di San Pietroburgo.

Tonnara di Vendicari

La tonnara di Vendicari, detta anche Bafutu (da Capo Bojutu) venne costruita attorno al 1700, e rimase in funzione fino alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è un eccellente esempio di archeologia industriale che domina l’intero litorale, attorniato da antiche case di pescatori. Poco lontano dalla tonnara si erge la Torre Sveva, un’imponente struttura di difesa costruita nel Quattrocento. Tutto intorno si dispiega la riserva protetta, una mirabile oasi di natura incontaminata.

Tonnara di Vendicari di Maria Cristina Litrico

Tonnara di Marzamemi

La Tonnara di Marzamemi è tra le più importanti della Sicilia orientale. Risalente al periodo arabo, nel Seicento fu acquisita dal Principe di Villadorata, che la riqualificò costruendovi attorno un borgo di pescatori. Il centro della tonnara è il Palazzo Villadorata, un elegante edificio barocco che si affaccia su Piazza Regina Margherita. Marzamemi, dall’arabo marsa al hamem, “rada delle tortore”, oggi è un borgo marinaro caratterizzato da scorci suggestivi e pittoreschi.

Tonnara di Marzamemi

Tonnara di Santa Panagia di Dario Bottaro

Tonnara di Avola di Gabriele Campisi

Macari, un borgo marinaro da set cinematografico

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Antonino Ciulla

Sicuramente prima del suo debutto televisivo nella fiction su Rai 1 in pochi lo conoscevano. Macari o Màkari, come nello sceneggiato, esiste davvero e si trova nella Sicilia occidentale. Un piccolo borgo marinaro, frazione di San Vito Lo Capo, situato nella provincia di Trapani, dove è stata ambientata la serie tv Màkari.

Ispirata ai romanzi gialli del giornalista Gaetano Savatteri, la fiction ha fatto conoscere questo angolo meraviglioso di Sicilia, Macari, Castelluzzo e l’area limitrofa rappresentano un territorio incontaminato e selvaggio, dove si trovano le spiagge più belle del Mediterraneo, tanto da essere definite i “Caraibi siciliani”. Il cast, tutto siciliano, ha come protagonisti principali: Claudio Gioè che interpreta Saverio Lamanna, Ester Pantano (intervistata nelle pagine del numero 27 di Bianca Magazine) è Suleima e Domenico Centamore nel ruolo di Peppe Piccionello. Lamanna ritornato nella sua terra d’origine dopo essere stato licenziato, insieme agli altri due compagni di avventure, veste i panni dell’investigatore privato muovendosi agilmente in una meravigliosa Sicilia che fa da cornice.

Sovrastato dalla maestosità del Monte Cofano, il delizioso borgo di Macari e il suo incantevole golfo sono immersi in una natura incontaminata. Un luogo in cui potersi immergere in uno straordinario ambiente naturale, tra silenziose calette di ciottoli, imponenti falesie e grotte piene di fascino e mistero, ideale per escursioni e passeggiate in bicicletta o a cavallo, è la meta migliore per il relax. Piccole e meravigliose insenature come Isulidda, Bue Marino e Cala Rosa da scoprire. Due imponenti torri d’avvistamento narrano storie di avventure piratesche e d’amore. Alle sue spalle si stagliano maestosi i monti della Riserva dello Zingaro e una parete di falesie, creando una quinta incredibile. Una destinazione che rimarrà nel cuore grazie ai suoi tramonti indimenticabili, angoli di mare unici, pieni di bellezza e fascino.

Vivaci boungaville e profumati fiori di gelsomino cingono le case del piccolo paradiso naturale nel Mediterraneo che è San Vito Lo Capo, uno scrigno ricco di emozioni uniche. Per non parlare dello splendido mare dalle diverse sfumature di blu, tanto che al suo litorale sono state assegnate le 5 Vele nel 2019 da Legambiente e dal Touring Club per la limpidezza delle acque e i servizi in spiaggia, mentre ai fondali bassi sabbiosi, adatti per i più piccoli, i pediatri italiani hanno assegnato la Bandiera Verde. Qualche chilometro più avanti da San Vito Lo Capo è possibile ammirare uno scorcio di costa mozzafiato, alternandosi tra rocciosa e sabbiosa, prima di tuffarsi in mare: la baia di Santa Margherita. Poco distante si trova Castelluzzo, piccolo borgo incastonato nella Valle degli Ulivi, con i suoi sentieri che si arrampicano tra fichi d’india e fiori mediterranei, a pochi passi dal mare, conserva un ambiente ancora intatto in cui il tempo è scandito da semplici ritmi naturali, consigliato per il turismo naturalistico e rinomato per una delle sue tante eccellenze, come l’olio, la cui fragranza particolare è data principalmente dalla buona qualità dei terreni. Ogni anno si tiene un evento dedicato alla cucina popolare e ai suoi sapori, Baglio Olio e Mare. Sullo sfondo si staglia la silhouette del Monte Cofano. Un territorio compreso fra due riserve naturali, quella di Monte Cofano, da una parte, e quella dello Zingaro, dall’altra, lo proteggono e lo rendono unico.

Un angolo di Sicilia, che fa da contraltare ai luoghi cui siamo abituati vedere nella fiction del Commissario Montalbano, tutto da scoprire: oltre a Macari, Castelluzzo, San Vito Lo Capo, anche Trapani con le sue splendide saline, il borgo medievale di Erice, l’antica Segesta e la Riserva dello Zingaro. Meravigliosi colori cangianti del mare, spettacolari tramonti, panorami mozzafiato, luoghi straordinari e gustosi sapori renderanno indimenticabile la visita in uno dei territori più belli della Sicilia occidentale.

Istituito a Palermo l’itinerario dell’Art Nouveau

di Omar Gelsomino

Alcuni importanti gioielli dell’architettura Liberty di Palermo saranno messi a sistema, destinandoli alla pubblica fruizione attraverso la delibera approvata dalla Giunta Regionale su proposta dell’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, che ha istituito il museo del Liberty-Villa Deliella, e l’Itinerario dell’Art Nouveau. L’itinerario metterà in rete l’area di piazza Crispi, su cui un tempo sorgeva Villa Deliella, con alcuni luoghi-simbolo della Belle Époque: fra questi, Villino Ida, progettato nel 1903 dall’architetto Ernesto Basile, che diventerà museo di se stesso e sarà dedicato alla memoria dello stesso Basile, Villino Favaloro, che sarà la sede del Museo regionale della fotografia, e il Villino Florio, destinato anche ad ospitare esposizioni temporanee oltre ad altre testimonianze dell’architettura Liberty.

L’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana sta lavorando da tempo ad un progetto complessivo che vedrà importanti collaborazioni e che ha lo scopo di rileggere un periodo storico e uno stile sotto molteplici aspetti, per potenziare ulteriormente l’offerta culturale. «Si tratta di un progetto ambizioso – spiega l’assessore Alberto Samonà – che unisce una visione e una progettazione innovativa degli spazi secondo i principi della rigenerazione urbana al recupero della memoria, valorizzando alcuni importanti luoghi-simbolo del Liberty. A questo proposito, sono felice di apprendere che è in corso una petizione per chiedere di aprire proprio Villino Ida alla pubblica fruizione, praticamente sposando il progetto su cui siamo impegnati oramai da mesi. I luoghi del Liberty sono molti e l’istituzione da parte del governo regionale dell’itinerario dell’Art Nouveau pone finalmente le basi per la nascita di quel museo diffuso che ci consentirà di lasciarci alle spalle l’oblio dei decenni passati».

All’Ars è attualmente depositato un Ddl, primo firmatario il parlamentare regionale Alessandro Aricò, che prevede la trasformazione di Villino Ida in casa-museo mentre una delibera di Giunta ha stanziato 1.207.000 euro di risorse dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione per restaurare il Villino Messina Verderame.

 

Luoghi Gentili: una nuova lettura urbana attraverso la bellezza della poesia

Comunicato stampa

Luoghi gentili: come dire che la grazia, la leggerezza della poesia possono cambiare uno spazio, farlo osservare da un’altra prospettiva.

Coprire i muri di vecchie case, i muri di antichi palazzi con la bellezza della poesia: questo è stato il gesto rivoluzionario che ha spinto negli anni ’90 del secolo scorso Guglielmo Tocco a iniziare il progetto dei Luoghi gentili, che ha portato a Lentini, e poi altrove in un raggio più ampio, un percorso tutto intessuto delle poesie murali.
Gugliemo, giorno 22 maggio 2021, avrebbe compito 74 anni.

Si potrebbe dire delle semplici poesie murali, perché di questo si tratta: sono versi riprodotti su pannelli in ceramica posti su muri, volutamente sui più bistrattati, dimenticati o problematici della città. Spesse volte poesie trascritte in modo totalmente artigianale con gli strumenti del pittore e con la grafia di Guglielmo e preparate poi con una semplice cottura al forno.

Ma il pensiero che è alle spalle di quel percorso è ben più importante anche della fattura materiale di quel gesto d’arte che Guglielmo ha donato a Lentini e poi alla comunità di Leontinoi, e poi allargando via via e intrecciando con Leontinoi Catania, Scordia, Sommatino, Niscemi  — città grandi e piccole dove quel pensiero dei luoghi gentili si è manifestato.

Guglielmo era mosso da un pensiero nobilissimo: quello artistico e culturale di far vedere attraverso il bello come l’anonimità di certi muri, l’incuria verso alcuni luoghi potesse avere una nuova possibilità di lettura. Si trattava per lui di aprire delle finestre verso una alterità di vedute, una diversità di messaggi da leggere, e attraverso quelle finestre far entrare nel cuore delle persone una speranza di cambiamento.

C’era dietro quel progetto l’idea splendida e nobile di rifarsi alla Città del sole di Tommaso Campanella; oppure pensare a una Nuova Atlantide come quella sognata e descritta da Francis Bacon nel suo racconto filosofico. C’era l’idea di educare attraverso l’esempio e non con l’imposizione, ed elevare lo spirito di chi fosse passato da quei luoghi, mostrando ed evocando la verità attraverso la poesia.

Per questa ragione possono convivere senza alcuna difficoltà poesie murali di autori locali, fascinosissimi e capaci di stuzzicare le antenne della familiarità, con testi di grandi autori italiani e stranieri della letteratura di tutti i tempi.

Era questo il pensiero di Guglielmo: mettere dinanzi a un muro scalcinato la possibilità di un orizzonte che si eleva rispetto a quel brutto e lo ingentilisce.

Proprio per questo lui parlava di luoghi gentili e pensava che attraverso quelle parole scritte semplicemente e senza la pretesa di essere durevoli nel tempo (ma anzi con la consapevolezza che avrebbero avuto bisogno di attenzione e in futuro anche di restauri) ci si potesse prendere cura della propria città e attraverso le parole dare un modello diverso alla comunità e ai suoi cittadini.

Per questo Bernardino Giuliana e Sebastiano Addamo possono stare entrambi su poesie murali accanto a Jacques Prévert o a Leopold Sedar Senghor: i tanti poeti e le poetesse che sono presenti a Lentini e in generale nei luoghi gentili immaginati e progettati da Guglielmo sono lo specchio da un lato della sua creatività poliedrica e geniale, dall’altro lato il riflesso di una società immaginata senza frontiere, capace di integrare, valorizzare le differenze di ognuno per darne frutto a ciascuno.

Camminare lungo quel percorso anzitutto a Lentini, e poi salendo su nella parte alta della comunità a Carlentini, significa anche respirare con quei pannelli che ormai sono scoloriti dal tempo; che sono stati presi a pietrate e vandalizzati; che in alcuni casi sono stati dimenticati. E che infine in altri casi, più raramente, sono stati valorizzati dalle persone che li hanno mantenuti e gelosamente custoditi attraverso un amore per la poesia che Guglielmo ha coltivato negli anni ed ha instillato nei suoi concittadini con diverse bellissime iniziative.

Ora queste foto di Nuccio Costa ci mettono dinanzi la situazione nel suo stato attuale: molti di questi pannelli avrebbero bisogno di una rapida manutenzione per non perdersi; alcuni difatti non esistono più, o sono illeggibili, non fruibili.

Guglielmo era consapevole che questo sarebbe stato un possibile destino dei suoi oggetti d’arte; sperava che questo non fosse invece il destino di quelle poesie da leggere, magari mandare a memoria, in ogni caso sentire vibrare da quei muri fin dentro il cuore e l’intelligenza delle persone.

La gentilezza, la tenerezza, la caparbietà nel mantenere fede a questi tratti del carattere sono i segni di uno stile. Dovrebbero e potranno ancora valere come il principio di una speranza, attraverso quelle poesie, per ripartire a costruire la comunità come un Luogo gentile, perché anche un solo nuovo verso sarà il dono più bello.
Un gesto e un impegno che dal 2017, con la costituzione del primo parco urbano della provincia di Siracusa (Badia Lost & Found), vuole continuare ad essere coltivato.

(Testo di Giorgio Franco e Tommaso Cimino)

Si punta a includere altri 5 Comune nel sito Unesco “Le città tardo barocche del Val di Noto”

di Omar Gelsomino

Con le sue otto città della Sicilia orientale il sito Unesco “Le città tardo barocche del Val di Noto” punta a includere cinque nuovi comuni che presentano caratteristiche, valori e motivazioni comuni: Acireale, Grammichele, Ispica, Mazzarino e Vizzini. Come ente appaltante del Progetto finanziato dal MiBACT a valere sulla Legge 77 del 2006 e co-finanziato dalle Regione Siciliana sui siti Unesco del Sud Est il Comune di Noto ha affidato a Civita Sicilia l’incarico di realizzare uno studio di fattibilità sui requisiti storici, culturali e monumentali per la presentazione all’Unesco di un nuovo dossier di candidatura.

L’iniziativa è stata presentata nel Palazzo comunale di Noto alla presenza dei sindaci dei comuni candidati, del sindaco di Noto, dei deputati regionali Nello Di Pasquale e Angela Foti, dell’Amministratore Delegato di Civita Sicilia Renata Sansone. Tutti hanno prima partecipato a un tavolo tecnico con Paolo Cipollini, responsabile del settore promozione e innovazione del territorio di Civita che ha illustrato gli aspetti operativi dello studio. “Oggi avviamo un percorso complesso e affascinante – afferma Cipollini – avremo una prima fase per identificare i beni che per ciascuno dei nuovi Comuni possono contribuire alla richiesta dell’allargamento del sito Unesco e una seconda per avviare il percorso di preparazione del dossier di Candidatura vero e proprio”.

Visibilmente soddisfatto il Sindaco di Noto Corrado Bonfanti che già da tempo pensa al Val di Noto come territorio unico, protagonista di un percorso inclusivo: “Dopo un lungo periodo di preparazione abbiamo raggiunto un primo importante passo che resterà nella storia moderna del Val di Noto. Collaborazione, condivisione, visione. Sono tutti ingredienti che faranno ancora più grande questa comunità di persone, arte, cultura e natura. Non certo un punto di arrivo, sicuramente una tappa intermedia di un percorso ancora tutto da scrivere e non privo di difficoltà”.

Per Civita Sicilia un impegno che prosegue dopo l’incarico, appena concluso, dell’aggiornamento in contemporanea dei piani di gestione dei siti Unesco Le città tardo barocche del Val di Noto, Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica e Villa Romana del Casale, un’esperienza realizzata per la prima volta nel panorama internazionale dell’Unesco. “Il nostro recente intervento nell’aggiornamento del Piano di Gestione del sito Unesco Le città tardo barocche del Val di Noto – dichiara l’Amministratore Delegato di Civita Sicilia Renata Sansone – ha reso ancora più evidente che, quella che una volta era stata considerata un’opportunità, oggi è diventata una necessità. Una completa riuscita della crescita culturale, sociale ed economica del Val di Noto non può avvenire a scapito di porzioni di territorio che sono espressione di quella identità storica, culturale e umana che si arricchisce nella varietà delle forme, dei colori, delle architetture e dei contesti naturali che caratterizzano questa porzione di Sicilia. L’allargamento diventa quindi inclusione e co-partecipazione ai processi di sviluppo territoriale del Val di Noto”.

Calabria e Sicilia avviano un nuovo progetto per la cultura e la valorizzazione dei borghi

di Omar Gelsomino

Per il prossimo autunno in programma un’iniziativa congiunta tra le due Regioni

Creare un ponte per la cultura tra Calabria e Sicilia. Con questo spirito si terrà in autunno una doppia iniziativa culturale che vedrà protagoniste le due regioni più meridionali d’Italia. La manifestazione in programma si svolgerà su due tappe, una siciliana e una calabrese, con una comune visione, a partire dalla cultura greca e da una progettualità culturale che vede già da oggi Calabria e Sicilia insieme per uno sviluppo possibile, partendo proprio dai temi della cultura e dalla valorizzazione dell’identità.

Fortemente voluta dal presidente della Regione Calabria, Nino Spirlì, e dall’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, l’iniziativa è stata programmata nel corso di un incontro tenutosi nei giorni scorsi a Roma. Alla riunione, oltre a Spirlì e Samonà, ha partecipato anche la direttrice del Polo museale di Soriano Calabro, Mariangela Preta, delegata per la Regione Calabria all’organizzazione di questo appuntamento.

Nel corso dell’incontro, a cui ha preso parte anche il direttore della Borsa mediterranea del turismo archelogico, Ugo Picarelli, si è anche concordato che Calabria e Sicilia saranno presenti insieme alla prossima edizione della Borsa, in programma, a fine settembre, a Paestum. «Quella che vogliamo mettere in campo – sottolineano il presidente Spirlì e l’assessore Samonà – è un’azione comune che costruisca un ponte culturale fra le nostre due regioni, nel nome di una comune visione mediterranea, che abbia al centro alcuni importanti temi, fra cui la cultura greca, la valorizzazione dei piccoli borghi, la nostra storia e l’identità dei luoghi».

Nuova sinergia tra l’assessorato dei Beni culturali e il Parco Nazionale di Pantelleria

di Omar Gelsomino

Con l’accordo di collaborazione tra l’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e l’ente Parco nazionale di Pantelleria s’intende valorizzare i siti archeologici, con attività di manutenzione, e realizzare un capillare programma di interventi e iniziative per garantire la massima fruizione delle aree dell’isola. Alla base dell’accordo, della durata di cinque anni, vi è la necessità di attivare ogni forma di collaborazione possibile per garantire la manutenzione, la vigilanza, la promozione e valorizzazione dei siti archeologici dell’isola di Pantelleria, in particolare sulle aree che rientrano nelle perimetrazioni comuni ai due parchi, quello nazionale e quello archeologico. Alla firma dell’accordo, oltre all’assessore Alberto Samonà e al presidente del Parco Nazionale, Salvatore Gabriele, erano presenti il direttore del Parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria, Bernardo Agró, l’archeologo Roberto La Rocca, commissario straordinario dello stesso Parco e il direttore del Parco nazionale, Antonio Parrinello.

«È un accordo – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’identità siciliana, Alberto Samonà – che mette finalmente in rete i due parchi, quello nazionale e quello archeologico, che hanno in comune la sorte di uno stesso territorio, molto prezioso sotto l’aspetto sia delle testimonianze storiche che dell’unicità naturalistica e paesaggistica. Si tratta di un importante momento di collaborazione istituzionale nell’interesse del territorio e per la migliore fruizione di luoghi unici, ma per anni poco valorizzati. L’azione congiunta amplificherà, inoltre, le possibilità di sviluppo turistico-culturale dell’Isola di Pantelleria aprendo anche a una nuova stagione di promozione attraverso iniziative e progetti da realizzare anche con Università ed Enti di ricerca. Per il governo regionale, la cura delle aree archeologiche è fondamentale, perché queste raccontano la nostra storia e sono un biglietto da visita straordinario che qualifica l’azione culturale della Sicilia».

Per il presidente dell’Ente Parco Nazionale di Pantelleria, Salvatore Gabriele «l’iniziativa si inserisce in una più ampia collaborazione tra istituzioni a garanzia della tutela del patrimonio culturale dell’Isola. L’area archeologica regionale ricade all’interno dell’area 1 del Parco, e il nostro obiettivo non è in alcun modo sostituirsi al Parco al Archeologico ma, grazie all’accordo sottoscritto, ognuno per le proprie competenze, potremo avviare insieme nuovi progetti e iniziative per la maggiore tutela e valorizzazione del territorio, sui quali eventualmente coinvolgere anche l’amministrazione comunale. Vogliamo, infatti, integrare le migliori energie per armonizzare lo sviluppo dell’Isola e promuovere un turismo consapevole e sostenibile».

Tra le iniziative che saranno attuate, anche interventi di pulitura e diserbo dei siti archeologici, di predisposizione di una segnaletica con cartelli che indichino le aree dell’isola, di complessiva promozione dei siti.