Articolo di Samuel Tasca   Foto di Museo del Cinema di Catania

 

“Maccarrone, m’hai provocato e io ti distruggo…” – diceva il grande Alberto Sordi nell’indimenticabile film “Un Americano a Roma”. Una scena iconica del cinema italiano che si è impressa nelle menti degli spettatori e di quanti, ancora oggi, sognano di mangiare quel piatto di pasta assieme ad Albertone, seduti in quell’inequivocabile cucina passata ormai alla storia.
Cari lettori, abbiamo una notizia per voi: tutto questo è possibile. Stiamo parlando del Museo del Cinema di Catania, un luogo, a detta di chi vi scrive, meritevole e degno di nota, intriso di quell’aurea d’incanto che solo il cinema sa creare. Inaugurato ormai nel 2003 e situato all’interno del Polo Fieristico de Le Ciminiere, il Museo del Cinema, rappresenta un’occasione unica per rivivere non solo la storia del cinema e la sua evoluzione, ma tutti i più grandi successi del cinema nazionale e catanese. Proprio così, perché anche la città di Catania ha avuto un ruolo nello sviluppo cinematografico del Paese, con importanti case cinematografiche quali furono la Etna Film, Katana Film, Sicula Film e la Jonio Film. Nomi che oggi possono suonare sconosciuti, ma che contribuirono allo sviluppo dell’industria cinematografica italiana in un territorio che divenne il set d’importanti capolavori come “Il Bell’Antonio” di Mauro Bolognini, “Il Gattopardo” o “La Terra Trema” di Luchino Visconti, ospitando importanti attori come Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale.
Visitare il Museo è un’esperienza interattiva che sa coinvolgerti appieno, frutto della capacità dei suoi curatori e di chi, come Sebastiano Gesù, contribuirono a renderlo un importante documento visitabile della cultura cinematografica. Proprio a quest’ultimo, grande critico cinematografico e storico del cinema italiano, scomparso nel 2018, il 15 luglio 2019 sono state intitolate due sale del museo, che egli stesso contribuì originariamente ad allestire.
Passate le sale d’ingresso, ad attendervi troverete la storia delle scoperte che hanno portato al cinema come lo conosciamo oggi: una vera e propria linea del tempo interattiva con le tappe storiche e scientifiche più importanti. Da quì si accede a una sala ricca di fotogrammi di alcuni dei film più importanti girati in Sicilia e oltre questa sala… un vero e proprio tuffo al cuore! Le porte si aprono automaticamente e vi troverete immersi nella ricostruzione, ispirata alla sala del cinema più famoso al mondo, il Nuovo Cinema Paradiso. Proprio lei, la sala cinematografica nella quale Giuseppe Tornatore e il piccolo Totò hanno fatto sognare l’Italia e il mondo intero. Da questo punto in poi non potrete più far a meno di sognare ad occhi aperti poiché, ogni stanza è un vero e proprio set cinematografico ricostruito, ispirato da alcune delle pellicole più conosciute (ecco la famosa cucina di Alberto Sordi!). Una vera e propria “Casa del Cinema”.
Terminato il giro, si ha come quella sensazione di quando appena svegli, si ricorda ancora il sogno appena terminato, ma già ne sbiadiscono i dettagli. Il Museo del Cinema di Catania rappresenta sicuramente un luogo d’interesse, non solo per siciliani e cineasti, ma per tutte le persone che almeno una volta si sono emozionate davanti a un film. Un luogo forse a volte dimenticato, altre trascurato, che sicuramente merita di essere conosciuto ancor di più dal grande pubblico, che altrimenti rischia di non sapere mai che proprio lì, tra le Ciminiere della bella Catania, ha luogo una “casa speciale” dove ogni visitatore ha la possibilità di sognare, di rivivere le emozioni dei grandi film, di vivere i panni del proprio personaggio preferito e di sfuggire piacevolmente alla realtà per immergersi per qualche ora in quella magica illusione che chiamiamo Cinema!

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Idea Foto Comiso (ph. Giovanni Tidona)

A pochi chilometri da Marina di Ragusa è possibile visitare una bellissima riserva naturale, ultima testimonianza di come si presentavano storicamente le coste del Mar Mediterraneo.
La Riserva Naturale Speciale Biologica “Macchia Foresta del fiume Irminio” è tra i siti di maggiore interesse naturalistico della Sicilia orientale, istituita nel 1985, ricade nel territorio di Ragusa e Scicli per un’estensione di circa 130 ettari e interessa l’area posta alla foce del fiume Irminio. Quest’ultimo nasce alle falde del Monte Lauro, un antico vulcano ormai inattivo, che sfocia dopo un percorso di 52 km nel Mar Mediterraneo. È il fiume più lungo della provincia di Ragusa che sin dall’antichità è stato importante per collegare l’entroterra alla costa e favorirne gli scambi commerciali. Infatti, vicino alla foce sono presenti diversi insediamenti di antiche epoche storiche, come il sito preistorico di Fontana Nuova o la Fattoria delle Api, un antico centro di produzione del miele. L’insediamento greco arcaico del “Maestro” testimonia come la foce del fiume fosse già in quest’epoca un punto di attracco e di scambi commerciali. Inoltre lo storico arabo Idrisi descrive l’Irminio come un fiume navigabile fino all’attuale Giarratana. Il disboscamento della zona per dare terreni all’agricoltura ha trasformato il corso del fiume in torrentizio. Ciò ha provocato l’insabbiamento della foce e generato l’attuale morfologia naturale, caratterizzata dalle dune e dalla tipica vegetazione mediterranea che si è sviluppata talmente tanto da essere chiamata Macchia Foresta. La flora presenta diverse specie di piante tra cui il lentisco, il ginepro, il giglio di mare, l’efedra e molte altre. Inoltre lungo il percorso del fiume si trovano le piante ad alto fusto che costituiscono la Macchia Foresta, come il pioppo e il salice. Il paesaggio è arricchito anche dalle falesie che degradano a strapiombo verso il mare, colorate dalle piante di timo, agave e palma nana. Anche la fauna della riserva è molto popolata, soprattutto da uccelli migratori che sostano nella riserva quando emigrano dall’Africa all’Europa e viceversa. Le specie più numerose sono: il cavaliere d’Italia, il martin pescatore, la poiana, la folaga, il falco. Inoltre all’interno della riserva è possibile avvistare questi uccelli grazie alle postazioni di birdwatching che rendono più interessante e divertente la passeggiata all’interno dell’area, dove la nostra attenzione può essere catturata anche dalle specie acquatiche come la rana, il rospo e la nutria.
La riserva si presenta come un luogo incontaminato, ricco di colori e profumi, arricchito da dune di sabbia a cui costantemente il vento cambia aspetto. Un contesto che racchiude un ecosistema irripetibile da scoprire ed esplorare percorrendo i sentieri dell’area protetta.

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Laura Messina

“Luogo di riposo sacro di Alfeo, Ortigia germoglio della celebre Siracusa, giaciglio di Artemide, sorella di Delo, da te sgorga un inno di dolci parole per rendere grande lode
ai cavalli dai piedi di tempesta in onore di Zeus”.

La descrive così il poeta greco Pindaro nella sua Ode Nemea l’Isola di Ortigia, cuore pulsante ed essenza di Siracusa. Nonostante nei secoli abbia assunto nomi diversi ha mantenuto intatta la sua identità. L’Isola nell’Isola, straordinaria terra in cui si fondono, l’aria, la luce e il colore del mare. Un mare che, come la leggenda narra, nella fonte Aretusa conserva i segreti di quel profondo legame con la Grecia. La sua posizione centrale fra Oriente e Occidente, fra Cartagine e Roma, ha fatto sì che il suo porto accogliesse navi greche e cristiane. Solo passeggiando fra le innumerevoli vie, vicoli e piazze potrete respirare il profumo del Mediterraneo, la storia, la cultura e l’arte. Trovare quella rara atmosfera perduta altrove. Un luogo in cui camminando sovvengono i racconti, le testimonianze delle antiche dominazioni (Greci, Romani, Normanni, Arabi, ecc), dove il sole trasforma la pietra bianca in edifici dorati. Un susseguirsi di stili antichi e moderni: barocco, liberty, rococò e classico. Una volta attraversato il ponte Umbertino, che collega l’isola a Siracusa, è come fare un salto nell’antica Grecia, trovate le colonne del Tempio di Apollo e proseguendo lungo Corso Matteotti si giunge ai piedi della Dea Artemide, dove si trova la fontana di Piazza Archimede, continuando si arriva alla Cattedrale di Piazza Duomo, la quale nel corso dei secoli è stata dapprima un tempio pagano dedicato alla Dea Atena, cattolico, poi moschea e infine una chiesa cattolica. All’interno della Chiesa di Santa Lucia alla Badia, santa patrona di Siracusa, è conservata una tela in cui è raffigurata sull’altare maggiore dal Caravaggio né “Il Seppellimento di S. Lucia”. Ma anche il sottosuolo narra la presenza dell’uomo, dalla Preistoria al Tardo Medioevo, con l’Artemision, un sito archeologico di grande valore storico, uno dei luoghi più affascinanti della Magna Grecia e altri sotterranei custodi di immensi tesori. Senza tralasciare uno sguardo a magnifici edifici, palazzi (Palazzo del Vermexio, l’attuale sede del Comune; Palazzo Beneventano del Bosco, Palazzo Arezzo della Targia, Palazzo dei Mergulensi – Montalto; la Camera Reginale, Palazzo Arcivescovile; ecc), importanti musei (la Galleria regionale di Palazzo Bellomo al cui interno vi sono opere di Antonello da Messina, il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, il Museo del Mare, il Museo del Papiro, il Museo del Cinema e il Museo dell’Opera dei Pupi) e le tante Chiese all’interno delle quali sono custodite veri e propri scrigni, il Bagno Ebraico. Lasciandosi alle spalle il Duomo si percorre via Picherali per giungere al Largo Aretusa da dove si scorge dall’alto l’omonima Fonte, e si domina tutta la città, persino l’Etna, da lì potete dirigervi verso il Castello di Federico II di Svevia, conosciuto anche come Castello di Maniace, situato nella punta estrema dell’Isola. Edificato intorno alla metà del XIII secolo, poi in seguito è stato utilizzato come residenza e struttura difensiva, nel 2009 ha ospitato il G8 sull’ambiente e oggi è fruibile dai visitatori. Non si può tralasciare neanche una visita al suggestivo mercato ed immergersi in profumi, colori e sapori che potrete degustare nei piatti tipici presso i vari locali e ristoranti, pronti a soddisfare ogni vostro desiderio gastronomico. Al tramonto tutto è reso ancora più straordinario, poiché i colori del sole trasformano le facciate in rosa, arancione e rosso cupo e al calar della sera brillano alla luce gentile dei lampioni. Nel suo porto attraccano, bellissimi yacht e barche, di vip italiani e stranieri, cullati dalle onde. Per gli amanti del mare, le acque cristalline con spiagge e solarium invitano tutti a godersi una vacanza in totale relax. Tutto questo fa di Ortigia un luogo d’incanto.

Articolo di Irene Novello

“L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna idea nell’anima: qui si trova la chiave di tutto”, fu questa la riflessione di Goethe quando viaggiò in lungo e in largo nella nostra Isola, definendola come una terra meravigliosa! Aveva ragione lo scrittore tedesco e ha visto bene la casa editrice Condè Nast, che oggi promuove la Sicilia come la terza Isola più bella del mondo, a seguito di una ricerca che ha interessato altre isole e che ha riconosciuto il primo posto alle Maldive, seguite al secondo posto dalle Isole Greche.
La Sicilia culla di miti e di popoli che hanno tessuto le vicende storiche, culturali e artistiche di un’isola che si trova al centro del Mediterraneo e che è stata ed è musa ispiratrice di poeti, artisti, letterati, registi e viaggiatori che vengono catturati dal suo fascino autentico, misto di colori, profumi e leggende. È una delle location turistiche più suggestive, uno dei territori più ricchi di tradizioni culinarie e che fa da protagonista nella Dieta Mediterranea.
Il sondaggio promosso dalla casa editrice milanese è il risultato dei giudizi espressi sull’Isola dai suoi lettori e follower, che hanno eletto le dieci isole più belle del mondo, considerando diversi aspetti, tra cui il contesto paesaggistico e naturalistico, le spiagge, la gastronomia, il potenziale ricettivo e la qualità della convenienza. La Sicilia nella classifica ha superato le isole St.Barth (quarto posto), le Baleari (quinto posto), le Seychelles (sesto posto), l’isola di Capri (settimo posto), le Barbados (ottavo posto), le Mauritius (nono posto) e l’isola di Malta (decimo posto).
Il sondaggio non mente, infatti, la nostra è un’Isola suggestiva con mete turistiche, artistiche e naturalistiche che tutto il mondo ci invidia: Palermo, Catania, il Duomo di Monreale, le saline di Trapani, la Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Greco di Siracusa, Taormina, il Golfo di Patti, Aci Trezza, i mosaici di Piazza Armerina, il barocco delle città del Val di Noto, l’Etna, la Riserva Naturale di Vendicari e le spiagge, molte delle quali hanno da anni conquistato la bandiera blu. Per non parlare dei piccoli centri lungo la costa e nell’entroterra dove ancora esistono tradizioni ancestrali e che fanno parte del patrimonio storico-culturale più recondito dell’Isola.
Non a caso, infatti, la Sicilia per la sua grandezza storica, naturale e culturale ha avuto il riconoscimento conferito dall’Unesco di ben sette siti come Patrimonio dell’Umanità.
Un territorio da vivere 365 giorni l’anno grazie ad un clima mite, estati calde e il sole protagonista di tutte le stagioni. Arte, natura, turismo, ma anche cibo! In Sicilia si mangia veramente bene, dal dolce al salato, ogni provincia ha il suo piatto tipico e conserva le ricette delle tradizioni tramandate nel tempo. Cannoli, cassate, sfinci, granite, arancini, panelle, sarde a beccaficu, caponata, pasta alla norma, ma anche prodotti a marchio DOP come il pecorino, la provola ragusana, l’olio, l’arancia rossa, il limone, il pistacchio di Bronte, il pomodoro di Pachino, l’uva da tavola e il cioccolato di Modica. Prodotti che fanno della Sicilia una terra di eccellenze culinarie.
Una terra da vivere e da scoprire anche per noi siciliani che spesso non ci accorgiamo della bellezza che abbiamo davanti ai nostri occhi.

Articolo di Titti Metrico    Foto di Cosmo Ibleo

Continuiamo a raccontarvi piccole storie della nostra Sicilia ignota, ci fermiamo a Comiso, un comune situato sulle prime colline dei monti Iblei, e per popolazione è il quarto municipio della provincia di Ragusa. Città conosciuta dai turisti per la sua storia, la sua cultura, i suoi monumenti e per la sua pietra.
Al tramonto con lo sguardo volto verso la collina di Canicarao, vieni catturata da un luccichio come se fosse una palla d’oro in mezzo agli alberi, parliamo della Pagoda della Pace e del reverendo Morishita.
Erano gli anni ‘80 quando Morishita con il suo abito color arancio andava in giro per le vie di Comiso con il suo tamburello a predicare la pace e la gente sembrava che vedesse un extraterrestre.
La decisione del governo italiano, il 7 agosto 1981, di localizzare presso l’ex aeroporto una base Nato che ospitasse ben 112 missili con testata nucleare pose Comiso al centro degli interessi della politica internazionale e richiamò tanti esponenti politici nazionali.
Un anno dopo fu organizzata la più grande manifestazione per la pace, arrivarono a Comiso più di centomila movimenti pacifisti provenienti da ogni parte dell’Italia.
I membri dei movimenti pacifisti si rifugiarono sulle colline, in quegli anni furono organizzate tantissime marce per la pace: qui, da ogni parte d’Europa, giunsero moltissime persone per protestare pacificamente contro l’imminente e reale pericolo di una guerra nucleare.
I primi 225 militari americani arrivarono il 5 maggio 1983, in quell’estate, si acuì la tensione tra forze dell’ordine e pacifisti, che si erano accampati nei terreni attorno all’aeroporto, decine di manifestanti rimasero feriti, altri arrestati, sono anni di manifestazioni e scontri, fino al 1986 quando i pacifisti iniziarono a smantellare i loro campi.
Con la fine della Guerra Fredda, nel 1991, ebbe inizio lo smantellamento della base militare. L’aeroporto è stato riconvertito all’aviazione generale civile e cargo essendo inserito nel piano regionale del trasporto aereo siciliano, dal 30 maggio 2013, l’Aeroporto di Comiso “Pio La Torre”, è aperto al traffico civile.
Morishita che decise di restare a Comiso, e come simbolo di quegli anni il 24 maggio 1998 fece erigere la bellissima Pagoda della Pace in cima ai monti Iblei, una delle pochissime pagode realizzate in Europa. La Pagoda è situata, infatti, in un luogo molto significativo: è al centro del Mediterraneo e a metà strada fra il Sud e il Nord. È considerata tra le più belle al mondo. Il tempio buddista è alto 16 metri ed ha un diametro di 15 metri, ha l’aspetto classico dello stupa indiano, e la sua cupola è rotonda con un pinnacolo finale, interamente rivestita di pietra locale di colore bianco ed è per questo che è visibile a chi guarda verso la collina di Canicarao.
Dopo vent’anni Morishita, dell’Ordine Internazionale Buddista recita il suo mantra: “Namu myo ho ren ge kyo”, che vuol dire pace, grazia, lode, benvenuto, molti sono i visitatori, è importante che persone di culture diverse s’incontrino e interagiscano tra loro sempre nel rispetto reciproco, nella pacifica convivenza, nell’armonia.
Una volta arrivati davanti alla Pagoda lo sguardo viene rapito dalla figura del grande Buddha dorato, si vive un’atmosfera magica, dove si respira davvero la pace, per chi vuole ritrovarsi, per gli amanti di questa spiritualità o filosofia, per chi crede nella pace nel mondo, o anche solo per conoscere il monaco, può recarsi ogni giorno alle 5 del mattino o alle 16,30, per meditare e ascoltare il rito insieme al grande reverendo Morishita.

 

Articolo di Irene Novello    Foto di Associazione Hisn Al-Giran

A circa sei chilometri a ovest dal centro abitato di Calascibetta, in provincia di Enna, il villaggio rupestre si sviluppa lungo il Vallone Canalotto inserito nella più vasta Valle del fiume Morello, uno splendido angolo della Sicilia dove il fiume è stato catalizzatore di vita. Noto soprattutto tra i pastori della zona come “mannari da’ Casa ‘o Masciu”, il villaggio è scoperto solo alla fine degli anni ‘90, suscitando grande interesse tra gli storici e gli archeologi dell’epoca, diventando testimonianza di una delle dominazioni più importanti della Sicilia, quella bizantina che assoggettò l’Isola dal 535 all’827 d.C.
Si tratta di un abitato rupestre ricavato nel costone roccioso di arenaria che dall’età del Rame fino all’epoca romana è stato utilizzato come necropoli. È durante il periodo bizantino e alto-medievale che si ha la trasformazione radicale nell’utilizzo degli ambienti scavati nelle rocce che da tombe vengono riadattate e trasformate in ambienti per uso religioso e civile. Tra gli insediamenti rupestri in Italia meridionale e in Sicilia, il villaggio bizantino di Calascibetta è un sito unico per la presenza di molti ambienti religiosi rispetto a quelli per uso civile. Al suo interno, infatti, possiamo visitare quattro oratori di cui due di questi sono arricchiti dalla presenza di vani dove sono state realizzate piccole nicchie utili alla posa delle urne funerarie. In origine questi ultimi erano degli ipogei funerari, i cosiddetti columbaria di età romana. Accanto agli ambienti di natura religiosa sono presenti anche strutture legate all’attività produttiva, come i palmenti con le vasche per la pigiatura dell’uva, ricavate anch’essi da sepolture del periodo tardo-romano e i mulini.
La visita del villaggio è resa ulteriormente curiosa e affascinante dalla presenza di alcuni simboli incisi nelle pareti rupestri, si tratta soprattutto di croci trilobate, cristogrammi e stelle a cinque punte, elementi che rimandano alla vita religiosa e che testimoniano come queste strutture da aree cimiteriali pagane siano state riabilitate consacrandole a Dio con opportune cerimonie liturgiche.
È probabile che il sito sia stato interessato anche dalla dominazione araba, è, infatti, presente un sistema di captazione e canalizzazione delle acque, organizzato in tre gallerie sotterranee, individuato come un qanat di fattura islamica.
Nel 1925 il principale nucleo rupestre fu delimitato e chiuso da un muro, trasformandolo in una grande masseria, dove gli antichi ambienti furono riconvertiti in stalle e ricoveri per animali e pastori e in luoghi di caseificazione.
I vari nuclei di aggrottati sono messi in comunicazione tra loro grazie ad alcuni sentieri scavati nella roccia lungo i quali si può ammirare la macchia mediterranea di cui è ricco il Vallone Canalotto, custode di un ricco patrimonio naturalistico e culturale.
Oggi il sito è valorizzato grazie all’attività dei volontari dell’Associazione Hisn Al-Giran che attraverso escursioni ed eventi culturali promuovono il territorio xibetano.
Visitare il villaggio bizantino di Calascibetta è un’esperienza sensoriale unica, un climax di emozioni narrato attraverso i colori della Valle del Morello e la storia dell’Isola cristallizzata nella roccia.

 

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone e Samuel Tasca

Con Giuseppe Leone ed Emanuele Cocchiaro andiamo a trovare il nuovo sindaco di Ragusa Peppe Cassì, già giocatore di pallacanestro e avvocato di professione.
Vogliamo conoscere i progetti e le iniziative del Comune a seguito del riconoscimento Unesco che ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali Patrimonio dell’ Umanità. Una conversazione piacevole e spero proficua, in cui il sindaco ha apprezzato il libro “La pietra vissuta” che Giuseppe Leone gli ha donato e raccontato.
«Sono consapevole del grande giacimento culturale materiale e immateriale che c’ è nel nostro territorio e da lì vogliamo partire per rilanciare Ragusa; per questo motivo ho trattenuto la delega alla Cultura. Per valorizzarlo stiamo istituendo l’ Ecomuseo del territorio, dove protagonista è la pietra, il filo per raccontare il passato e costruire il futuro, la pietra dei muretti a secco e del Barocco, delle enormi cave sotterranee e degli scavi archeologici che arrivano fino al mare. Da questo patrimonio e dalle eccellenze del territorio vogliamo costruire i nostri progetti di sviluppo economico e di accoglienza turistica».
La Giunta Comunale ha già approvato la delibera d’ indirizzo per istituire l’ Ecomuseo, mentre lo Statuto e la relazione propedeutici all’iter sono in fase di redazione prima della discussione in Consiglio comunale. Si chiamerà Carat, ovvero Cultura, Architettura Rurale, Ambiente e Territorio.
Nelle attività precedenti rispetto agli altri Comuni del Val di Noto, si è percepito un senso d’ isolamento, reso evidente dalle candidature separate a Capitale della Cultura 2020.
«C’ è un cambio di direzione: ho sentito il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti; dobbiamo lavorare in sinergia e fare rete per superare campanilismi e sovrapposizioni d’ iniziative».
Leone ci racconta
dell’ attenzione di Leonardo Sciascia per questa città e di come nacque il libro “Invenzione di una Prefettura”; proponiamo al sindaco l’ opportunità di dedicare una via a uno dei più illustri scrittori del ‘900, il quale si è dichiarato disponibile ad accogliere questa richiesta, e ci informa che il suo prossimo appuntamento della giornata è con il Prefetto Dott.ssa Filippina Cocuzza che intende coinvolgere per valorizzare in modo adeguato lo scritto di Sciascia sulla Prefettura di Ragusa.
Nel far notare lo stato di malinconica decadenza del centro storico superiore della città e dell’ assenza d’ iniziative pubbliche e private per rilanciarlo segnaliamo l’ interesse degli organizzatori del Festival Europeo della fotografia del nudo, che ogni anno si tiene ad Arles in Francia e che nella scorsa edizione ha avuto protagonista Giuseppe Leone con le sue foto, a fare uno stage fotografico a Ragusa.
«Siamo molto disponibili a ospitare eventi di grande qualità così come sosteniamo A tutto Volume, il nostro appuntamento con i grandi scrittori, e vogliamo dotare Ragusa del teatro che manca».
Non può esserci sviluppo senza una logistica e un sistema di trasporti adeguati, continuano a dilatarsi i tempi per la Catania – Ragusa, la Ferrotramvia è ancora al palo e l’aeroporto di Comiso non decolla. «Sulla Catania – Ragusa restiamo vigili: il governo ha preso un impegno che nell’ ultimo mese ha subito un nuovo rallentamento; continueremo a fare squadra con gli altri comuni e con il territorio affinché l’attenzione non cali. Per la Ferrotramvia, ovvero la Metropolitana di superficie che offrirà un nuovo servizio di trasporto e al tempo stesso costituirà un’ attrattiva turistica che attraverserà i luoghi più belli di Ragusa, in questi giorni abbiamo ricevuto la visita dell’ assessore regionale Marco Falcone, il quale ci assicura che sarà finanziata con fondi regionali. Ho manifestato al sindaco di Comiso, Maria Rita Schembari, il sostegno della nostra Amministrazione per tutte le iniziative da intraprendere per rilanciare l’ aeroporto: il dialogo con Comiso è il principale canale di riferimento per una questione che interessa molto il nostro Comune. Nella sinergia con tutti Ragusa deve trovare la linfa vitale per il suo sviluppo».

 

 

 

 

 

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone 

La Sicilia vanta il maggior numero di siti e beni iscritti nelle liste dell’Unesco. Sette nel Patrimonio Materiale, due nel Patrimonio Immateriale, due Geoparchi, oltre ad essere regione rappresentativa della “Dieta mediterranea” e in ultimo anche nell’ “Arte dei muretti a secco”. Sono grandi attrattori turistici e rappresentano l’identità della Sicilia. Costruire una strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e creare un network in grado di proporre, sul mercato del turismo mondiale, la Sicilia con progetti e programmi unitari, oggi diventa essenziale. Ne parliamo con il professore Aurelio Angelini, Direttore della Fondazione Unesco Sicilia.

L’ultimo riconoscimento Unesco dato all’ “Arte dei muretti a secco”, sinora è stato accolto nell’indifferenza generale.
«Questo è un riconoscimento a uno dei primi esempi di manifattura umana, una sapienza costruttiva che mette insieme arte, cultura e scienza per costruire ricoveri, contrastare il dissesto idrogeologico e la desertificazione dei terreni che ho avuto modo di apprezzare quando da giovane venivo a Comiso per le manifestazioni della pace. Sono disponibile a sostenere tutte le iniziative che mirano a valorizzare la bellezza del paesaggio ibleo e a tutelare questa arte».

A che punto siamo con la strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e con la dotazione dei siti di un Comitato di pilotaggio?
«Con la Prima Conferenza dei siti Unesco a Palermo svoltasi lo scorso gennaio abbiamo indicato il percorso, con la prossima, che si terrà il 3-4 maggio a Cefalù, auspichiamo che si assumano impegni concreti per costruire un’ offerta sistemica di turismo eco-culturale di grande qualità. Il Comitato di pilotaggio del sito Arabo-Normanno si è rilevato uno strumento virtuoso di partecipazione, ha creato le sinergie necessarie tra tutti i soggetti che svolgono un ruolo nella tutela e valorizzazione del sito e ritengo che questo modello possa essere esteso a tutti i siti».
Com’ è il rapporto con la Regione?
«Mi auguro che la prossima conferenza sia utile per riaprire un tavolo con la Regione per migliorare l’ utilizzo dei fondi comunitari, dobbiamo superare l’ incapacità di stare dentro la programmazione ed avere una cabina di regia efficiente. Nella programmazione precedente su 900 milioni sono stati spesi 300 milioni e 600 sono andati ad altre regioni. In questa programmazione ci sono appena 300 milioni e ancora non li abbiamo spesi tutti. Dobbiamo migliorare la capacity building e cruciale è il decisore politico».

Dopo la richiesta del Comune di Ispica, si è dichiarato favorevole ad un allargamento del sito Tardo-Barocco del Val di Noto, ma Grammichele ed Avola hanno i requisiti per fruire di questa opportunità?
«Per insipienza o indifferenza diversi comuni all’ epoca della candidatura si sono sfilati da questa opportunità, oggi il comune di Ispica si sta attivando per chiedere l’allargamento del sito. Può essere una grande occasione per ridisegnare il territorio delle Città del Tardo – Barocco del Val di Noto a condizione che ci sia la disponibilità di tutti i comuni che già ne fanno parte e dell’assessorato regionale ai Beni Culturali. Grammichele e Avola, per i loro impianti urbanistici utilizzati nella ricostruzione dopo il terremoto del 1693, possono ambire a fare parte del sito: è indispensabile che le comunità manifestino la volontà di far parte del Patrimonio Unesco e assumano gli impegni richiesti per la tutela e valorizzazione del sito».

Cosa intende quando parla di fidelizzare i turisti tramite il buon vivere e sulla necessità di migliorare lo standard di qualità dei nostri servizi?
«Agli studenti che frequentano la Summer School a Palermo ogni anno, alla fine del corso, viene distribuito un questionario per segnalare le criticità della loro esperienza in Sicilia. Al primo posto troviamo lo spettacolo indecoroso dei rifiuti per le strade e al secondo la difficoltà nei trasporti. Non bastano paesaggi, bellezze e produzioni eccellenti di enogastronomia per il buon vivere se mancano decoro e servizi».

 

 

 

 

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Comiso, cittadina sulle pendici dei Monti Iblei, cellula vitale del territorio, è famosa per la lavorazione della pietra calcarea, tipica del territorio, che nel tempo ha assunto l’aspetto di una vera e propria industria. Ma è anche città ricca di storia e di cultura, fu un villaggio greco; nel territorio sono state individuate tracce di epoca romana e bizantina. Nel 1571 diventò Contea dei principi Naselli che costruirono il castello ancora presente in città, e si arricchì di chiese e monasteri, vivendo un bel periodo di sviluppo economico e urbanistico. La gran parte degli edifici fu distrutta dal terremoto che l’11 gennaio del 1693 sconvolse la Sicilia orientale e in particolare il Val di Noto, e la città, come le altre del circondario, venne ricostruita assumendo l’attuale stile barocco. Comiso, come tanti altri centri siciliani, ha sedimentato nel tempo le culture dei popoli che l’hanno dominata, fino a forgiare una cultura tutta propria. Città che ha dato i natali al famoso archeologo Biagio Pace e al noto scrittore Gesualdo Bufalino. In città, tra i vari monumenti di interesse storico e culturale si distingue il Museo Civico di Storia Naturale, inaugurato nel 1991, con una superficie espositiva di oltre 1000 mq; è un’Istituzione Scientifica riconosciuta dal segretariato CITES Ministero dell’Ambiente. Il museo è articolato nella sezione Paleontologica e Zoologica e nel laboratorio scientifico specializzato nella preparazione e conservazione paleontologica, tassidermica e osteologica. Il Museo, per chiunque lo visiti, è una vera sorpresa: con più di quindicimila reperti di fossili di diverse ere geologiche e oltre novemila preparati zoologici e la più importante collezione cetologica dell’Italia meridionale, è il settimo museo italiano in ordine di importanza.

La direzione scientifica è affidata al dott. Gianni Insacco che ha arricchito il Museo con la sua collezione paleontologica privata costituita da oltre settemila reperti. Molto dinamica è anche l’attività di ricerca del museo, oltre alle missioni, viene pubblicata la rivista scientifica annuale “Natura Rerum”. L’esposizione dei reperti è stata curata ed organizzata seguendo un ordine cronologico, utile al visitatore per poter capire la nascita e lo sviluppo delle varie ere geologiche.  Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, alle ammoniti, ai grandi rettili del Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario compreso l’uomo. Il Museo raccoglie reperti provenienti da tutto il mondo, tra questi a creare un forte impatto visivo è lo scheletro integro dello Psitacosauro, dinosauro erbivoro del Cretaceo inferiore proveniente dalla Mongolia. Tra i pezzi di maggior importanza scientifica i resti del famoso “elefante nano”, che è stato rinvenuto dallo stesso dott. Insacco circa quindici anni fa, in una zona nei pressi di Comiso e che testimonia la presenza di elefanti in Sicilia in epoca preistorica. Nelle sale della sezione zoologica si possono ammirare diversi insetti siciliani e tropicali, un’importante raccolta di crostacei, tra questi il Granchio gigante del Giappone. Nella sezione ittiologica sono presenti diversi pesci del Mediterraneo e tropicali. Tra i rettili sono da ammirare due tartarughe giganti marine rinvenute in Sicilia.

Il Museo si distingue anche per l’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie alla partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato. Questa attività di ricerca ha permesso di non perdere molte specie di carcasse di cetacei, in alcuni casi anche rari, e di musealizzarli.

Un’Istituzione Scientifica riconosciuta a livello nazionale, oggi arricchita dalla biblioteca personale con più di duemila e cinquecento titoli di Sebastiano Italo Digeronimo, professore di Paleontologia presso l’Università di Catania, la cui attività di ricerca è documentata da oltre centocinquanta pubblicazioni.

 

 

 

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.