Articolo di Titti Metrico    Foto di Cosmo Ibleo

Continuiamo a raccontarvi piccole storie della nostra Sicilia ignota, ci fermiamo a Comiso, un comune situato sulle prime colline dei monti Iblei, e per popolazione è il quarto municipio della provincia di Ragusa. Città conosciuta dai turisti per la sua storia, la sua cultura, i suoi monumenti e per la sua pietra.
Al tramonto con lo sguardo volto verso la collina di Canicarao, vieni catturata da un luccichio come se fosse una palla d’oro in mezzo agli alberi, parliamo della Pagoda della Pace e del reverendo Morishita.
Erano gli anni ‘80 quando Morishita con il suo abito color arancio andava in giro per le vie di Comiso con il suo tamburello a predicare la pace e la gente sembrava che vedesse un extraterrestre.
La decisione del governo italiano, il 7 agosto 1981, di localizzare presso l’ex aeroporto una base Nato che ospitasse ben 112 missili con testata nucleare pose Comiso al centro degli interessi della politica internazionale e richiamò tanti esponenti politici nazionali.
Un anno dopo fu organizzata la più grande manifestazione per la pace, arrivarono a Comiso più di centomila movimenti pacifisti provenienti da ogni parte dell’Italia.
I membri dei movimenti pacifisti si rifugiarono sulle colline, in quegli anni furono organizzate tantissime marce per la pace: qui, da ogni parte d’Europa, giunsero moltissime persone per protestare pacificamente contro l’imminente e reale pericolo di una guerra nucleare.
I primi 225 militari americani arrivarono il 5 maggio 1983, in quell’estate, si acuì la tensione tra forze dell’ordine e pacifisti, che si erano accampati nei terreni attorno all’aeroporto, decine di manifestanti rimasero feriti, altri arrestati, sono anni di manifestazioni e scontri, fino al 1986 quando i pacifisti iniziarono a smantellare i loro campi.
Con la fine della Guerra Fredda, nel 1991, ebbe inizio lo smantellamento della base militare. L’aeroporto è stato riconvertito all’aviazione generale civile e cargo essendo inserito nel piano regionale del trasporto aereo siciliano, dal 30 maggio 2013, l’Aeroporto di Comiso “Pio La Torre”, è aperto al traffico civile.
Morishita che decise di restare a Comiso, e come simbolo di quegli anni il 24 maggio 1998 fece erigere la bellissima Pagoda della Pace in cima ai monti Iblei, una delle pochissime pagode realizzate in Europa. La Pagoda è situata, infatti, in un luogo molto significativo: è al centro del Mediterraneo e a metà strada fra il Sud e il Nord. È considerata tra le più belle al mondo. Il tempio buddista è alto 16 metri ed ha un diametro di 15 metri, ha l’aspetto classico dello stupa indiano, e la sua cupola è rotonda con un pinnacolo finale, interamente rivestita di pietra locale di colore bianco ed è per questo che è visibile a chi guarda verso la collina di Canicarao.
Dopo vent’anni Morishita, dell’Ordine Internazionale Buddista recita il suo mantra: “Namu myo ho ren ge kyo”, che vuol dire pace, grazia, lode, benvenuto, molti sono i visitatori, è importante che persone di culture diverse s’incontrino e interagiscano tra loro sempre nel rispetto reciproco, nella pacifica convivenza, nell’armonia.
Una volta arrivati davanti alla Pagoda lo sguardo viene rapito dalla figura del grande Buddha dorato, si vive un’atmosfera magica, dove si respira davvero la pace, per chi vuole ritrovarsi, per gli amanti di questa spiritualità o filosofia, per chi crede nella pace nel mondo, o anche solo per conoscere il monaco, può recarsi ogni giorno alle 5 del mattino o alle 16,30, per meditare e ascoltare il rito insieme al grande reverendo Morishita.

 

Articolo di Irene Novello    Foto di Associazione Hisn Al-Giran

A circa sei chilometri a ovest dal centro abitato di Calascibetta, in provincia di Enna, il villaggio rupestre si sviluppa lungo il Vallone Canalotto inserito nella più vasta Valle del fiume Morello, uno splendido angolo della Sicilia dove il fiume è stato catalizzatore di vita. Noto soprattutto tra i pastori della zona come “mannari da’ Casa ‘o Masciu”, il villaggio è scoperto solo alla fine degli anni ‘90, suscitando grande interesse tra gli storici e gli archeologi dell’epoca, diventando testimonianza di una delle dominazioni più importanti della Sicilia, quella bizantina che assoggettò l’Isola dal 535 all’827 d.C.
Si tratta di un abitato rupestre ricavato nel costone roccioso di arenaria che dall’età del Rame fino all’epoca romana è stato utilizzato come necropoli. È durante il periodo bizantino e alto-medievale che si ha la trasformazione radicale nell’utilizzo degli ambienti scavati nelle rocce che da tombe vengono riadattate e trasformate in ambienti per uso religioso e civile. Tra gli insediamenti rupestri in Italia meridionale e in Sicilia, il villaggio bizantino di Calascibetta è un sito unico per la presenza di molti ambienti religiosi rispetto a quelli per uso civile. Al suo interno, infatti, possiamo visitare quattro oratori di cui due di questi sono arricchiti dalla presenza di vani dove sono state realizzate piccole nicchie utili alla posa delle urne funerarie. In origine questi ultimi erano degli ipogei funerari, i cosiddetti columbaria di età romana. Accanto agli ambienti di natura religiosa sono presenti anche strutture legate all’attività produttiva, come i palmenti con le vasche per la pigiatura dell’uva, ricavate anch’essi da sepolture del periodo tardo-romano e i mulini.
La visita del villaggio è resa ulteriormente curiosa e affascinante dalla presenza di alcuni simboli incisi nelle pareti rupestri, si tratta soprattutto di croci trilobate, cristogrammi e stelle a cinque punte, elementi che rimandano alla vita religiosa e che testimoniano come queste strutture da aree cimiteriali pagane siano state riabilitate consacrandole a Dio con opportune cerimonie liturgiche.
È probabile che il sito sia stato interessato anche dalla dominazione araba, è, infatti, presente un sistema di captazione e canalizzazione delle acque, organizzato in tre gallerie sotterranee, individuato come un qanat di fattura islamica.
Nel 1925 il principale nucleo rupestre fu delimitato e chiuso da un muro, trasformandolo in una grande masseria, dove gli antichi ambienti furono riconvertiti in stalle e ricoveri per animali e pastori e in luoghi di caseificazione.
I vari nuclei di aggrottati sono messi in comunicazione tra loro grazie ad alcuni sentieri scavati nella roccia lungo i quali si può ammirare la macchia mediterranea di cui è ricco il Vallone Canalotto, custode di un ricco patrimonio naturalistico e culturale.
Oggi il sito è valorizzato grazie all’attività dei volontari dell’Associazione Hisn Al-Giran che attraverso escursioni ed eventi culturali promuovono il territorio xibetano.
Visitare il villaggio bizantino di Calascibetta è un’esperienza sensoriale unica, un climax di emozioni narrato attraverso i colori della Valle del Morello e la storia dell’Isola cristallizzata nella roccia.

 

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone e Samuel Tasca

Con Giuseppe Leone ed Emanuele Cocchiaro andiamo a trovare il nuovo sindaco di Ragusa Peppe Cassì, già giocatore di pallacanestro e avvocato di professione.
Vogliamo conoscere i progetti e le iniziative del Comune a seguito del riconoscimento Unesco che ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali Patrimonio dell’ Umanità. Una conversazione piacevole e spero proficua, in cui il sindaco ha apprezzato il libro “La pietra vissuta” che Giuseppe Leone gli ha donato e raccontato.
«Sono consapevole del grande giacimento culturale materiale e immateriale che c’ è nel nostro territorio e da lì vogliamo partire per rilanciare Ragusa; per questo motivo ho trattenuto la delega alla Cultura. Per valorizzarlo stiamo istituendo l’ Ecomuseo del territorio, dove protagonista è la pietra, il filo per raccontare il passato e costruire il futuro, la pietra dei muretti a secco e del Barocco, delle enormi cave sotterranee e degli scavi archeologici che arrivano fino al mare. Da questo patrimonio e dalle eccellenze del territorio vogliamo costruire i nostri progetti di sviluppo economico e di accoglienza turistica».
La Giunta Comunale ha già approvato la delibera d’ indirizzo per istituire l’ Ecomuseo, mentre lo Statuto e la relazione propedeutici all’iter sono in fase di redazione prima della discussione in Consiglio comunale. Si chiamerà Carat, ovvero Cultura, Architettura Rurale, Ambiente e Territorio.
Nelle attività precedenti rispetto agli altri Comuni del Val di Noto, si è percepito un senso d’ isolamento, reso evidente dalle candidature separate a Capitale della Cultura 2020.
«C’ è un cambio di direzione: ho sentito il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti; dobbiamo lavorare in sinergia e fare rete per superare campanilismi e sovrapposizioni d’ iniziative».
Leone ci racconta
dell’ attenzione di Leonardo Sciascia per questa città e di come nacque il libro “Invenzione di una Prefettura”; proponiamo al sindaco l’ opportunità di dedicare una via a uno dei più illustri scrittori del ‘900, il quale si è dichiarato disponibile ad accogliere questa richiesta, e ci informa che il suo prossimo appuntamento della giornata è con il Prefetto Dott.ssa Filippina Cocuzza che intende coinvolgere per valorizzare in modo adeguato lo scritto di Sciascia sulla Prefettura di Ragusa.
Nel far notare lo stato di malinconica decadenza del centro storico superiore della città e dell’ assenza d’ iniziative pubbliche e private per rilanciarlo segnaliamo l’ interesse degli organizzatori del Festival Europeo della fotografia del nudo, che ogni anno si tiene ad Arles in Francia e che nella scorsa edizione ha avuto protagonista Giuseppe Leone con le sue foto, a fare uno stage fotografico a Ragusa.
«Siamo molto disponibili a ospitare eventi di grande qualità così come sosteniamo A tutto Volume, il nostro appuntamento con i grandi scrittori, e vogliamo dotare Ragusa del teatro che manca».
Non può esserci sviluppo senza una logistica e un sistema di trasporti adeguati, continuano a dilatarsi i tempi per la Catania – Ragusa, la Ferrotramvia è ancora al palo e l’aeroporto di Comiso non decolla. «Sulla Catania – Ragusa restiamo vigili: il governo ha preso un impegno che nell’ ultimo mese ha subito un nuovo rallentamento; continueremo a fare squadra con gli altri comuni e con il territorio affinché l’attenzione non cali. Per la Ferrotramvia, ovvero la Metropolitana di superficie che offrirà un nuovo servizio di trasporto e al tempo stesso costituirà un’ attrattiva turistica che attraverserà i luoghi più belli di Ragusa, in questi giorni abbiamo ricevuto la visita dell’ assessore regionale Marco Falcone, il quale ci assicura che sarà finanziata con fondi regionali. Ho manifestato al sindaco di Comiso, Maria Rita Schembari, il sostegno della nostra Amministrazione per tutte le iniziative da intraprendere per rilanciare l’ aeroporto: il dialogo con Comiso è il principale canale di riferimento per una questione che interessa molto il nostro Comune. Nella sinergia con tutti Ragusa deve trovare la linfa vitale per il suo sviluppo».

 

 

 

 

 

Articolo di Angelo Barone Foto di Giuseppe Leone 

La Sicilia vanta il maggior numero di siti e beni iscritti nelle liste dell’Unesco. Sette nel Patrimonio Materiale, due nel Patrimonio Immateriale, due Geoparchi, oltre ad essere regione rappresentativa della “Dieta mediterranea” e in ultimo anche nell’ “Arte dei muretti a secco”. Sono grandi attrattori turistici e rappresentano l’identità della Sicilia. Costruire una strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e creare un network in grado di proporre, sul mercato del turismo mondiale, la Sicilia con progetti e programmi unitari, oggi diventa essenziale. Ne parliamo con il professore Aurelio Angelini, Direttore della Fondazione Unesco Sicilia.

L’ultimo riconoscimento Unesco dato all’ “Arte dei muretti a secco”, sinora è stato accolto nell’indifferenza generale.
«Questo è un riconoscimento a uno dei primi esempi di manifattura umana, una sapienza costruttiva che mette insieme arte, cultura e scienza per costruire ricoveri, contrastare il dissesto idrogeologico e la desertificazione dei terreni che ho avuto modo di apprezzare quando da giovane venivo a Comiso per le manifestazioni della pace. Sono disponibile a sostenere tutte le iniziative che mirano a valorizzare la bellezza del paesaggio ibleo e a tutelare questa arte».

A che punto siamo con la strategia condivisa del brand “Unesco Sicilia” e con la dotazione dei siti di un Comitato di pilotaggio?
«Con la Prima Conferenza dei siti Unesco a Palermo svoltasi lo scorso gennaio abbiamo indicato il percorso, con la prossima, che si terrà il 3-4 maggio a Cefalù, auspichiamo che si assumano impegni concreti per costruire un’ offerta sistemica di turismo eco-culturale di grande qualità. Il Comitato di pilotaggio del sito Arabo-Normanno si è rilevato uno strumento virtuoso di partecipazione, ha creato le sinergie necessarie tra tutti i soggetti che svolgono un ruolo nella tutela e valorizzazione del sito e ritengo che questo modello possa essere esteso a tutti i siti».
Com’ è il rapporto con la Regione?
«Mi auguro che la prossima conferenza sia utile per riaprire un tavolo con la Regione per migliorare l’ utilizzo dei fondi comunitari, dobbiamo superare l’ incapacità di stare dentro la programmazione ed avere una cabina di regia efficiente. Nella programmazione precedente su 900 milioni sono stati spesi 300 milioni e 600 sono andati ad altre regioni. In questa programmazione ci sono appena 300 milioni e ancora non li abbiamo spesi tutti. Dobbiamo migliorare la capacity building e cruciale è il decisore politico».

Dopo la richiesta del Comune di Ispica, si è dichiarato favorevole ad un allargamento del sito Tardo-Barocco del Val di Noto, ma Grammichele ed Avola hanno i requisiti per fruire di questa opportunità?
«Per insipienza o indifferenza diversi comuni all’ epoca della candidatura si sono sfilati da questa opportunità, oggi il comune di Ispica si sta attivando per chiedere l’allargamento del sito. Può essere una grande occasione per ridisegnare il territorio delle Città del Tardo – Barocco del Val di Noto a condizione che ci sia la disponibilità di tutti i comuni che già ne fanno parte e dell’assessorato regionale ai Beni Culturali. Grammichele e Avola, per i loro impianti urbanistici utilizzati nella ricostruzione dopo il terremoto del 1693, possono ambire a fare parte del sito: è indispensabile che le comunità manifestino la volontà di far parte del Patrimonio Unesco e assumano gli impegni richiesti per la tutela e valorizzazione del sito».

Cosa intende quando parla di fidelizzare i turisti tramite il buon vivere e sulla necessità di migliorare lo standard di qualità dei nostri servizi?
«Agli studenti che frequentano la Summer School a Palermo ogni anno, alla fine del corso, viene distribuito un questionario per segnalare le criticità della loro esperienza in Sicilia. Al primo posto troviamo lo spettacolo indecoroso dei rifiuti per le strade e al secondo la difficoltà nei trasporti. Non bastano paesaggi, bellezze e produzioni eccellenti di enogastronomia per il buon vivere se mancano decoro e servizi».

 

 

 

 

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Comiso, cittadina sulle pendici dei Monti Iblei, cellula vitale del territorio, è famosa per la lavorazione della pietra calcarea, tipica del territorio, che nel tempo ha assunto l’aspetto di una vera e propria industria. Ma è anche città ricca di storia e di cultura, fu un villaggio greco; nel territorio sono state individuate tracce di epoca romana e bizantina. Nel 1571 diventò Contea dei principi Naselli che costruirono il castello ancora presente in città, e si arricchì di chiese e monasteri, vivendo un bel periodo di sviluppo economico e urbanistico. La gran parte degli edifici fu distrutta dal terremoto che l’11 gennaio del 1693 sconvolse la Sicilia orientale e in particolare il Val di Noto, e la città, come le altre del circondario, venne ricostruita assumendo l’attuale stile barocco. Comiso, come tanti altri centri siciliani, ha sedimentato nel tempo le culture dei popoli che l’hanno dominata, fino a forgiare una cultura tutta propria. Città che ha dato i natali al famoso archeologo Biagio Pace e al noto scrittore Gesualdo Bufalino. In città, tra i vari monumenti di interesse storico e culturale si distingue il Museo Civico di Storia Naturale, inaugurato nel 1991, con una superficie espositiva di oltre 1000 mq; è un’Istituzione Scientifica riconosciuta dal segretariato CITES Ministero dell’Ambiente. Il museo è articolato nella sezione Paleontologica e Zoologica e nel laboratorio scientifico specializzato nella preparazione e conservazione paleontologica, tassidermica e osteologica. Il Museo, per chiunque lo visiti, è una vera sorpresa: con più di quindicimila reperti di fossili di diverse ere geologiche e oltre novemila preparati zoologici e la più importante collezione cetologica dell’Italia meridionale, è il settimo museo italiano in ordine di importanza.

La direzione scientifica è affidata al dott. Gianni Insacco che ha arricchito il Museo con la sua collezione paleontologica privata costituita da oltre settemila reperti. Molto dinamica è anche l’attività di ricerca del museo, oltre alle missioni, viene pubblicata la rivista scientifica annuale “Natura Rerum”. L’esposizione dei reperti è stata curata ed organizzata seguendo un ordine cronologico, utile al visitatore per poter capire la nascita e lo sviluppo delle varie ere geologiche.  Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, alle ammoniti, ai grandi rettili del Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario compreso l’uomo. Il Museo raccoglie reperti provenienti da tutto il mondo, tra questi a creare un forte impatto visivo è lo scheletro integro dello Psitacosauro, dinosauro erbivoro del Cretaceo inferiore proveniente dalla Mongolia. Tra i pezzi di maggior importanza scientifica i resti del famoso “elefante nano”, che è stato rinvenuto dallo stesso dott. Insacco circa quindici anni fa, in una zona nei pressi di Comiso e che testimonia la presenza di elefanti in Sicilia in epoca preistorica. Nelle sale della sezione zoologica si possono ammirare diversi insetti siciliani e tropicali, un’importante raccolta di crostacei, tra questi il Granchio gigante del Giappone. Nella sezione ittiologica sono presenti diversi pesci del Mediterraneo e tropicali. Tra i rettili sono da ammirare due tartarughe giganti marine rinvenute in Sicilia.

Il Museo si distingue anche per l’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie alla partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato. Questa attività di ricerca ha permesso di non perdere molte specie di carcasse di cetacei, in alcuni casi anche rari, e di musealizzarli.

Un’Istituzione Scientifica riconosciuta a livello nazionale, oggi arricchita dalla biblioteca personale con più di duemila e cinquecento titoli di Sebastiano Italo Digeronimo, professore di Paleontologia presso l’Università di Catania, la cui attività di ricerca è documentata da oltre centocinquanta pubblicazioni.

 

 

 

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Sergio Rotondi

A Piano D’Api, una frazione di Acireale, c’è una storia da raccontare. Una storia fatta di amore, passione e voglia di riscatto. A maggior ragione da quando il terremoto di Santo Stefano ha sconvolto, non poco, la realtà e le vite dei suoi abitanti. Parliamo della Cartera Aetna, una piccola cartiera in cui la lavorazione della carta viene fatta da sapienti mani, secondo vecchi procedimenti, che è andata distrutta. 

«Sono un figlio d’arte – dichiara Stefano Conti -. Mio padre (Franco, ndr), nato a Fabriano, nella patria della carta, venne in Sicilia nei primi anni ’60 e lavorò come direttore di stabilimento in varie industrie cartarie sul litorale jonico, prima di dedicarsi allo sviluppo delle carte speciali fatte a mano e creare una prima cartiera nel 1974 e poi nel 1990 si spostò in questo casale. Sin dalla mia infanzia, ho sempre vissuto tra i fogli e i miei più antichi ricordi sono sempre associati a questo mondo fatto di carta. Mio padre è morto quasi sette anni fa e da allora continuo il nostro lavoro. Per me è stata una naturale conseguenza vivere di carta, non è neanche un lavoro ma un modo di vivere, credo che non riuscirei a fare nessun’altra cosa perché ho sempre fatto solo questo. Il mio modo di produrre la carta riprende quello utilizzato dagli arabi 1.000 anni fa e ancor prima di loro dai cinesi 2.000 anni fa, unendo la tradizione all’ausilio di qualche macchinario più moderno – continua Conti -. Adopero come materie prime soltanto pura cellulosa di cotone, acqua delle falde dell’Etna, che ha una composizione particolarmente adatta alla produzione di carte di pregio, e un giusto dosaggio di colle e pigmenti naturali, che danno alle mie carte delle caratteristiche uniche. Il differente dosaggio di questi “ingredienti” mi consente di realizzare varie tipologie di carta adatte a tutti i tipi di interventi artistici: acquerello, incisione d’arte, disegno, edizione d’arte, stampa fotografica, ecc. La produzione a mano mi permette facilmente di creare fogli di diversi formati, dimensioni e grammature difficili da reperire altrove, come ad esempio 1,10 mx1,70m, oppure 2mx3m. La mia cartiera è sempre stata un punto di riferimento per tanti artisti italiani e stranieri». Una carta così pregiata tanto che, fra gli anni ‘80 e ‘90, è stata utilizzata dalla Regina Elisabetta e dal Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, per i quali fu creata un’apposita carta intestata con filigrana personalizzata, dal Vaticano e da Papa Wojtyla, che commissionarono la carta per realizzare l’Evangelario moderno. «Da un momento all’altro mi sono ritrovato senza una casa in cui vivere e senza il mio amatissimo lavoro. Nonostante ciò, devo essere grato alla vita in quanto io e la mia compagna siamo vivi soltanto perché quella notte non eravamo in casa – conclude Conti -. Adesso bisogna capire cosa si è salvato della cartiera, perché ancora è coperta dalla macerie, i tempi della macchina burocratica si muovono a rilento. Bisogna ricostruire in quel posto perché lì c’è la mia vita, i miei ricordi, la presenza di mio padre sempre con me, ho la mia casa perché vivevo e lavoravo lì, tutta la mia vita è lì. Se poi ci saranno delle situazioni pratiche che non permetteranno di ricostruire li allora si troverà qualche altra soluzione, per questo ho cercato aiuto, andando in tv, di sensibilizzare quante più gente possibile, per accorciare i tempi, perché semmai arriverà qualche fondo arriverà fra qualche anno e io non posso aspettare».

Già, la Cartera Aetna, rappresenta una delle ultime realtà in cui si produce carta a mano in puro cotone, ed è un gioiello della tradizione artigianale italiana, un patrimonio artistico e culturale che non deve assolutamente andare perduto così come “il sapere” di Stefano Conti, uno degli ultimi mastri cartai d’Italia, che a pieno titolo potrebbe essere iscritto nel Libro dei Tesori Umani Viventi. È necessario il sostegno di tutti, soprattutto delle Istituzioni, contribuendo alla raccolta fondi lanciata su Facebook “Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna” per fare in modo che questa tradizione possa continuare.

“Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna”

per fare in modo che questa tradizione possa continuare

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Emilio Messina

La Sicilia ricca di bellezze artistiche, paesaggistiche e architettoniche, continua a essere la protagonista dello scenario culturale nazionale. Nel 2018 la sesta edizione del concorso nazionale promosso dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, è stata vinta dal borgo siciliano di Petralia Soprana. A quasi 1150 m. sul livello del mare, arroccato su una parete di roccia calcarea, è il paese più alto delle Madonie. Di origini molto antiche, si suppone sia stata l’antica Petra, città fondata dai Sicani. Sotto il dominio dell’Impero Romano fu uno dei principali centri produttori di grano. Nel IX secolo il centro fu conquistato dagli Arabi e ribattezzato con il nome di Batraliah. Conquistato dai Normanni nel 1062, divenne un’importante roccaforte. A partire dal XVI secolo il borgo, centro fiorente di arte scultorea, vanta un’importante tradizione artistica, dai Ragona a Frate Umile, Frate Innocenzo e Vincenzo Gennaro, artista di fama internazionale. Molto ricco è il patrimonio architettonico che si è conservato: la Chiesa Madre dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dove è conservato uno dei trentatré crocifissi lignei realizzati da Frate Umile, presenti in diverse chiese dei centri siciliani; la Chiesa di S. Maria di Loreto con pianta a croce greca, arricchita nel prospetto da due campanili sormontati da guglie decorate con maioliche policrome. Ancora oggi il borgo conserva la struttura urbanistica di età medievale caratterizzata da stradine che si snodano tra chiese e palazzi nobiliari, piccole case realizzate in conci di pietra locale e piazze circondate da imponenti costruzioni che si affacciano a scenografici belvederi. Sembra di camminare in un museo a cielo aperto!

Petralia Soprana è il quarto borgo siciliano a essere insignito del titolo Borgo dei Borghi, insieme a Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca di Sicilia che hanno vinto le scorse edizioni del concorso. Sono paesi che raccontano le tradizioni e la storia più recondita dell’Isola, spesso poco conosciuti nell’immaginario comune. La Sicilia dei borghi è stata raccontata nel libro “Borghi di Sicilia” (Dario Flaccovio Editore), di recente pubblicazione, nato «per offrire al lettore la possibilità di vivere e conoscere la Sicilia al di fuori dei radar del turismo di massa e delle mete più facili e visibili, raccontando una Sicilia inedita, lontana dagli stereotipi, una Sicilia dei margini ma non marginale. Abbiamo voluto raccontare la Sicilia interna, di montagna e di collina, distante dall’immagine solo “balneare” che si ha della nostra isola»- come ci racconta Fabrizio Ferreri, che insieme con Emilio Messina ha curato la pubblicazione. Il libro illustra un itinerario attraverso cinquantotto borghi raccontati con il coinvolgimento emotivo di chi questi luoghi li vive.

Perché secondo te, Fabrizio, in Sicilia il concorso promosso dalla trasmissione in onda su Raitre “Alle falde del Kilimangiaro” ha avuto così tanto successo?

«Perché le nostre comunità sanno ricompattarsi quando vengono sollecitate da occasioni eccezionali. L’auspicio è che questa forza possa valere ed essere operante anche nel quotidiano, dove invece prevalgono spesso ostilità, incomprensioni, indifferenza. Sperimentare una maggiore unione di comunità in casi eccezionali, come un simile premio, può dare prova del piacere di ritrovarsi vicini, solidali, radicando un senso nuovo e più forte dello stare insieme, del mettere in comune». 

Quali strategie bisogna mettere in atto per valorizzare i borghi siciliani?

«Non basta agire sulla leva economica. Bisogna recuperare “la coscienza del luogo”, stimolare la capacità d’identificazione con i valori e le risorse di un territorio, ma non in senso chiuso e localistico, bensì all’insegna di un’apertura che ci consenta di mettere in comune, di condividere e accrescere i significati che la storia di un luogo ci consegna. Bisogna “fare comunità” innanzitutto. Questa peraltro è l’unica base per costruire economie che non siano effimere, ma durature e sostenibili».

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

A circa 30 km da Ragusa, alle falde del Monte Lauro, si estende Giarratana, una cittadina di circa 3000 abitanti denominata “la Perla degli Iblei”.
Anticamente essa si sviluppava presso un monte a 771 metri sopra il livello del mare ma il terremoto del 1693 distrusse l’antico abitato di Cerretanum (dal latino cerrus, quercia).
In seguito, la cittadina fu edificata in una collina più a sud chiamata “Pojo di li disi”. Il precedente sito fu, invece, denominato Terravecchia.
Giarratana offre numerose bellezze paesaggistiche, architettoniche e d’interesse storico – archeologico.
Si pensi alla Villa Romana di età imperiale (III secolo d.C.) che occupava uno spazio di circa duemila metri quadrati, di cui oggi restano visibili la struttura e i pregiati pavimenti a mosaico con motivi floreali e geometrici.
Anche l’antico abitato di Terravecchia continua a restituire testimonianze del passato: un’ equipe di studiosi francesi ha indagato il castello col suo torrione, la Chiesa di San Giovanni Battista e l’abitato dal quale sono rinvenuti numerosi arnesi da cucina, pentole e statuette, oggi conservate preziosamente a Palazzo Barone, sede della Mostra dei Reperti Archeologici oltre ad ospitare il Museo dell’Emigrazione.
Palazzo Barone fu edificato nella prima metà dell’Ottocento nel suggestivo quartiere ‘Cuozzu’, riconosciuto dalla Soprintendenza quale ‘bene demo-etno-antropologico ibleo’. Il quartiere, definito Museo a Cielo Aperto, è sempre visitabile ma si può apprezzare maggiormente nel periodo natalizio: qui, infatti, ha luogo il Presepe Vivente di Giarratana, più volte qualificatosi come “Presepe Vivente più bello d’Italia”.
Non si può passare da Giarratana senza rimanere incantati dalle sue maestose chiese. La Chiesa di San Bartolomeo, costruita dopo il terremoto, è un esempio di tardo barocco. Essa custodisce preziose tele, il corpo della martire Ilaria (donato da Papa Alessandro VII, nel 1665) e, nell’altare maggiore è posto il simulacro del titolare della chiesa: San Bartolomeo Apostolo la cui festa, il 24 Agosto, è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della nostra terra. Il 21 Agosto, invece, si svolge una delle più importanti fiere di bestiame, che richiama gente da ogni parte della Sicilia.
Poi ancora la Chiesa di Sant’Antonio Abate, in stile barocco. Qui la cappella centrale è dedicata a Maria SS. della Neve, Patrona di Giarratana, che si festeggia il 5 Agosto.
Neoclassica è, invece, la Basilica dedicata a Maria SS. Annunziata e San Giuseppe, sita davanti al Municipio della città. Qui si trova anche un monumento ai caduti giarratanesi, martiri della Grande Guerra.
Uno dei prodotti caratteristici di questa terra è la cipolla bianca, dolce e grande (può pesare fino a oltre 2 kg), ‘a cipudda di Giarratana appunto, la cui Sagra è il 14 Agosto.
A Giarratana si può ancora apprezzare l’aria fresca e pulita, l’ospitalità della gente e la gioia di vedere bambini giocare tranquillamente per le strade. Un paese da visitare, o meglio, da vivere!

 

 

Articolo di Irene Novello

Percorrere l’Antica Trasversale Sicula significa scoprire la Storia e la Geografia della Sicilia, i suoi molteplici dialetti, incontrare le tradizioni e le varie culture di una stessa isola, addentrandosi nelle pieghe più nascoste del suo territorio e conoscendo ciò che rimane della sua più autentica identità.
Il progetto nasce dagli studi degli archeologi Biagio Pace e Giovanni Uggeri che hanno individuato un reticolo di trasversali sicule di età greca, ma forse anche più antica, che collegavano Camarina (oggi in provincia di Ragusa) alle principali città indigene, greche e puniche della Sicilia. Erano delle vie più che altro commerciali, dove venivano scambiati olio, sale, grano, vino e dove camminavano uomini e idee.
Animati dallo spirito di convivenza che ha contraddistinto gli antichi popoli dell’isola Tano Melfi e Peppe De Caro (fervidi camminatori e appassionati di storia), gli archeologi Giuseppe Labisi e Sareh Gheys, Claudio Lo Forte, membro della Protezione civile, hanno collegato e attraversato le tante trasversali sicule, tracciando un unico percorso di 640 km, da Camarina a Mozia.
Oggi tutti possono percorrere l’Antica Trasversale Sicula, costituita da trazzere ed ex strade ferrate che sono state mappate e georeferenziate grazie alla collaborazione di Maurizio Bombace, geologo presso il LabGIS dell’Osservatorio Turistico Regionale Siciliano, che ha messo in evidenza i principali punti d’interesse turistico, i punti di sosta, le aree archeologiche attraversate e i punti di accoglienza per i camminatori. Il percorso è, infatti, reso interrattivo grazie al supporto della web map, dove si possono scaricare i file gps delle tappe, le schede dei monumenti e delle aree archeologiche (curate dall’Università di Palermo), direttamente intercettati dall’Antica Trasversale Sicula.
È uno dei percorsi storici più antichi della Sicilia e del Vecchio Continente, uno dei pochi al mondo che collega siti d’importante valore storico e culturale: Camarina, Pantalica, Akrai, Palikè, Morgantina, il lago di Pergusa e la Rocca di Cerere, Entella, Hippana, Mokarta, Segesta e Mozia.
L’obiettivo del progetto è quello di valorizzare e rendere fruibile il percorso per riscoprire i territori attraverso il turismo esperienziale, restituendo identità alle comunità attraversate dal cammino.
Tra le iniziative proposte dall’omonima associazione, rientra il Primo Cammino Internazionale dell’Antica Trasversale Sicula, percorso lo scorso 6 ottobre e conclusosi, dopo quarantaquattro giorni di cammino, il 18 novembre. L’iniziativa ha avuto il riconoscimento dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 e ha visto la partecipazione di studiosi, fotografi, giornalisti e amanti del trekking, associazioni e amministrazioni comunali. Ospite eccezionale, per i primi tredici giorni di cammino, è stato lo scrittore Martín Guevara Duarte, nipote del Che ed esperto camminatore, rimasto affascinato dalla bellezza dei luoghi visitati. Tra i progetti futuri dell’associazione rientrano oltre all’organizzazione di eventi e iniziative volte a sensibilizzare chi vive i luoghi attraversati dal percorso, collocare la segnaletica lungo le tratte interessate e coinvolgere le istituzioni scolastiche attraverso iniziative che valorizzino le tappe del cammino, quindi abbracciare e coinvolgere tutti gli abitanti di questi luoghi affinché la Trasversale diventi di tutti. «L’aspetto principale che caratterizza l’Antica Trasversale Sicula è l’accoglienza e l’ospitalità delle persone che vivono i luoghi attraversati dalla Trasversale e la bellezza di questi territori – afferma Peppe De Caro -. Il Cammino, infatti, vuole raccontare una Sicilia autentica, ad ogni passo calpestiamo la storia. Questo progetto mira a essere stimolo per i siciliani a conoscere, rispettare e tutelare i luoghi che ci appartengono, consegnateci in eredità dai nostri avi. Luoghi che noi dobbiamo lasciare ai posteri».