Capo d’Orlando Marina, servizi e sostenibilità per il Porto Turistico Bandiera Blu

di Patrizia Rubino   Foto di Gianfranco Guccione Airworks

Incastonato tra le isole Eolie e il Parco dei Nebrodi, il Porto turistico di Capo d’Orlando, situato in provincia di Messina, risulta essere tra gli approdi siciliani più all’avanguardia per modernità, efficienza e sostenibilità. Nei mesi scorsi, infatti, è stato l’unico porto turistico in Sicilia ad aver ottenuto la Bandiera Blu, il prestigioso riconoscimento che dal 1987 la Fondazione Internazionale per l’Educazione Ambientale (FEE) assegna ogni anno alle località costiere che soddisfano i criteri di qualità riguardanti tra l’altro, le politiche di salvaguardia e cura del territorio, la qualità delle acque e i servizi offerti. Un importante traguardo raggiunto a quattro anni dalla sua inaugurazione, avvenuta nel luglio del 2017, dopo due anni di lavori affidati alla Società Porto Turistico Capo d’Orlando SpA che in project financing ha realizzato questa importante infrastruttura e che si occupa anche dell’intera gestione dell’approdo. In realtà il nuovo porto turistico, oggi “Capo d’Orlando Marina” è un sogno che si realizza per il Comune e per l’intero comprensorio, essendo trascorsi diversi decenni, da quando l’opera fu iniziata e mai completata. Determinante il coinvolgimento del soggetto privato, che dopo il lungo periodo di abbandono ha avviato un’imponente opera di riqualificazione volta a garantire servizi e prestazioni di alto standard, con una grande attenzione verso le questioni ambientali.

Un’infrastruttura imponente di oltre 180 mila metri quadri, tra spazi interni e banchine. Funzionale e molto ben organizzata con diversi servizi destinati ai diportisti e ai visitatori a terra: assistenza all’ormeggio, oltre 500 posti barca per imbarcazioni da 7,5 a 45 metri di lunghezza, un’importante base charter di partenza per le isole Eolie, un cantiere navale per l’assistenza tecnica, la stazione carburante e un ampio parcheggio di oltre 800 posti auto. Elevati livelli di sicurezza garantiti con la vigilanza 24 h su 24, impianto antincendio e le webcam.


Lungo la banchina si snoda la galleria commerciale con bar, ristoranti, un supermercato, lo Yacht Club, diversi negozi e a breve anche un hotel con 12 suite e la spa. All’interno dell’area portuale, inoltre, si possono ammirare grazie alla realizzazione di un percorso pedonale, le antiche Cave del Mercadante risalenti all’epoca romana. Un suggestivo sito archeologico, dalle cui rocce emergenti dal mare si ipotizza che anticamente si ricavassero le macine dei mulini. «Puntiamo ad una continuità di offerta tra le diverse ricettività – spiega Elisa Monastra, responsabile comunicazione della Società di gestione del porto – chi si trova ad entrare nel Marina, sia via mare sia via terra, troverà servizi efficienti e di qualità, ma anche proposte d’intrattenimento, incontri culturali ed eventi di vario genere, che renderanno piacevole la permanenza nel porto alla stregua di una vera e propria zona turistica».


Un’apertura verso l’esterno che si sostanzia anche con il coinvolgimento della comunità nelle diverse iniziative di educazione alla sostenibilità ambientale che resta centrale nella politica di gestione della struttura portuale. «Il rispetto del mare e la salvaguardia del territorio rappresentano i nostri punti di forza – asserisce Monastra – il porto è dotato di sistemi ultramoderni per l’aspirazione delle acque nere e impianti per il trattamento della acque di lavaggio delle carene delle imbarcazioni. Partecipiamo, inoltre, dal 2019 al progetto Seabin con l’installazione di un dispositivo automatico, una sorta di grosso cestino inserito in acqua che raccoglie giornalmente sino a 1,5 kg di detriti e di microplastiche. Ma siamo anche impegnati in azioni di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali rivolte ai cittadini e alle scuole del territorio, attraverso eventi ed iniziative, come la pulizia della spiaggia, il corretto smaltimento dei rifiuti e i laboratori per il riciclo. La sostenibilità ambientale rappresenta anche un valore aggiunto alla nostra proposta turistica».

Isole Eolie, le 7 sorelle del mare

di Samuel Tasca

Le chiamano “le sette sorelle”. Nelle giornate prive di foschia è possibile intravederne i profili stagliarsi all’orizzonte dalla costa di Milazzo. Stiamo parlando dell’arcipelago delle Eolie, delle sette isole che condividono posizione geografica, storia e tradizioni, ma che come delle vere e proprie sorelle, nonostante le somiglianze, si contraddistinguono per le loro peculiarità che le rendono uniche ognuna a suo modo.

Il Mar Tirreno ne bagna le coste con le sue acque, ascoltandone i racconti e accompagnando i numerosi turisti che ogni estate restano ammaliati dal fascino di queste sette principesse del mare.
Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli, Vulcano, Salina e Lipari… inserite nella World Heritage List dell’Unesco per il loro patrimonio naturalistico, le Isole Eolie rappresentano, nella loro varietà, la meta ideale per ogni tipo di turista.

Alicudi e Filicudi sapranno incantare l’esploratore più intrepido che va alla ricerca della natura più incontaminata e che ama trovare la sua dimensione con l’essenza naturale di queste isole.

Simile è Panarea, la più piccola delle Eolie, che si contraddistingue, però, per la sua vanità dettata dal fascino della notorietà, sicuramente incrementata dall’omonima pellicola del ‘97. Ogni anno, infatti, troverete numerosi V.I.P. ancorati al largo delle sue coste, in questo parterre di imbarcazioni che sembrano essere lì per rendere omaggio alla bellezza dell’eoliana minore. Eppure, una volta abbandonato il movimentato porticciolo, si ritrova subito l’intimità dell’isola: non c’è traffico, rumore o clacson che possa raggiungervi. Perdetevi nei suoi vicoli e al massimo incontrerete uno dei golf kart-taxi che ogni giorno portano i turisti su e giù per l’isola.

Così come Panarea, una fama simile è toccata a Salina, set del celebre film “Il Postino” di Massimo Troisi. Il binomio Salina e cinema è indissolubile, rinvigorito ogni anno dalla presenza di numerosi personaggi che giungono sull’isola per via dell’ormai noto Salina Film Festival, di cui la bellissima Maria Grazia Cucinotta è da anni madrina.

E dalla notorietà del jet set giungiamo al fascino rude dei vulcani. Stromboli e Vulcano, infatti, condividono la presenza di crateri sulla loro superficie. La prima, “la Perla nera delle Eolie”, offre ai visitatori che giungono in cima un panorama mozzafiato, ma è a bordo di un’imbarcazione che si può godere del più incredibile degli spettacoli dello Stromboli: la sciara. Un’ eruzione giornaliera del vulcano, uno spruzzo di lava che si staglia sul cielo vivido del tramonto. Un fenomeno che lascia percepire come quel vulcano sia, in realtà, il vero protagonista che ogni sera sceglie di concedere ai visitatori il suo personale ed egocentrico show. Altrettanto peculiare, ma conosciuta per ragioni differenti, è la vicina Vulcano. Qui i diversi crateri hanno attirato le attenzioni dei vari turisti per via dello zolfo, elemento caratterizzante dell’ isola, che accoglie chiunque con il suo odore acre, offre altresì numerose proprietà benefiche per coloro che scelgono di concedersi un bagno termale nei suoi fanghi.

Ultima e più grande, la sorella maggiore, è Lipari. Qui l’isola offre scenari diversi che possono davvero incontrare le diverse preferenze dei suoi visitatori. Il grande porto accoglie i viaggiatori nel centro storico con i suoi colori e i suoi vicoli traboccanti di negozietti e ristoranti. Una volta accomodati concedetevi un po’ del loro pane cunzato carico e ricco di ogni genere di prelibatezza dell’ isola. Dal porto ogni giorno si parte alla scoperta delle sue spiagge, delle diverse calette e delle cave dismesse di pomice. Da Lipari si parte alla volta delle altre isole, magari a bordo di un’imbarcazione famigliare accompagnati dal pescatore e dal suo bambino. Sono loro la vera eccellenza dell’isola, nei loro racconti d’infanzia, nel loro rapporto col mare è possibile cogliere cosa voglia dire essere nati immersi in quel paradiso circondati dalla bellezza delle “sette sorelle” del mare.

Maria Torrente «La bellezza di Marettimo va condivisa e fatta conoscere»

di Omar Gelsomino   Foto di Pietro Lazzari   Foto Marettimo di Samuel Tasca

«Cerco di trasmettere a chi ha il piacere di visitare la nostra isola tutto l’amore che provo per la mia terra attraverso i racconti, splendide foto che condivido sui social, un piatto da far degustare. Quando parlo della mia terra ci metto amore, passione ed energia». Esordisce così Maria Torrente, giovane imprenditrice turistica e organizzatrice di eventi, quando parla di Marettimo, una delle isole che compongono l’arcipelago delle Egadi insieme a Favignana, Levanzo, l’isolotto di Formica e lo scoglio di Maraone.

«Quando studiavo a Trapani tutte le estati venivo a lavorare a Marettimo perché la mia famiglia è marettimana, all’età di 16 anni ho lavorato a Marettimo per il Consorzio delle Egadi, per cui sono nata e cresciuta qui. Qualche anno dopo insieme a due amici isolani abbiamo adottato la formula dell’albergo diffuso ed è iniziata così la mia storia imprenditoriale, sino a quando gli altri due ragazzi hanno scelto strade diverse ed io ho aperto una struttura tutta mia. Dopo il diploma ho frequentato Scienze del Turismo all’Università di Milano, ma una volta concluso il mio percorso di studi dovevo scegliere se rimanere o andare via: così sono tornata a Marettimo e oggi mi reputo una persona fortunata perché ho la possibilità di fare ciò che mi piace a casa mia e per cui ho studiato. Lavorare in ciabatte e costume credo sia un privilegio di poche persone».

Con la sua tenacia e determinazione, in controtendenza rispetto ai trend migratori cui siamo abituati, Maria Torrente ha deciso di ritornare nella sua terra e a mettersi in gioco.
«Mi piacerebbe che tutti facessero un’esperienza fuori, proprio come l’ho fatta io, per poi tornare e metterla sul campo. Capisco tutte le difficoltà che si possono incontrare, ma se non siamo noi stessi a dare un segnale forte la situazione peggiorerà. Dobbiamo essere gli artefici di un cambiamento, a volte ci sono momenti di scoramento, ma se ci si pone un obiettivo da raggiungere tutto diventa più facile. Bisogna crederci, nella nostra terra c’è spazio per tantissime cose e dobbiamo essere noi i primi a cambiarla. Il turismo a Marettimo c’è sempre stato, da prima che io nascessi, quando arrivava qualche turista i pescatori affittavano le stanze delle loro case. Dopo aver avviato l’albergo diffuso con case di un certo standard da offrire ai turisti automaticamente si è innescato un meccanismo per cui molti pescatori si sono adeguati, anche perché la pesca che era la principale attività dell’isola subiva una battuta d’arresto, e hanno compreso la necessità di apportare delle migliorie alle loro case e a ristrutturarle secondo gli standard di qualità richiesti dal turismo, convertendo così le loro attività. Da anni si organizzano gite in barca, trekking e tante altre attività che coinvolgono i turisti e a farlo sono proprio i residenti. Continuo a pensare che solo facendo rete si possono raggiungere grandi risultati. Il mio obiettivo è di far conoscere Marettimo ai turisti e portarli nella mia isola».

Prima di tornare ai suoi impegni Maria Torrente si congeda invitandoci a visitare la sua isola.
«Qui a Marettimo il turista può staccare dalla sua routine e perdere la cognizione del tempo, se vuole può isolarsi oppure farsi travolgere piacevolmente da un turbinio di emozioni. L’isola offre il turismo balneare, archeologico e subacqueo, si presta a qualsiasi attività e si trova tutto ciò che la natura incontaminata offre: la più grande riserva marina d’Europa, le grotte marine, fondali trasparenti e ricchi di specie animali e vegetali, si può fare lo snorkeling oppure esplorare la montagna. La gente ti travolge con i suoi racconti, le sue attività, momenti di convivialità, passi da una strada e ricevi un invito perché un posto a tavola c’è sempre. Marettimo è un’isola selvaggia che cercheremo di salvaguardare in ogni modo, ecco perché la sua bellezza va condivisa e fatta conoscere, questo è il mio obiettivo».

L’isola di Mozia: una meta imperdibile

di Merelinda Staita   Foto di Stefania Mazzara (Qmedia) per la Fondazione Whitaker

La meravigliosa isola di Mozia (Mothia o Motya) si trova molto vicina alle coste della Sicilia e rientra nella spettacolare laguna delle saline di Marsala, in provincia di Trapani, ed è un’antica colonia fenicia fondata nell’VIII sec. a. C.. L’area fa parte della Riserva Naturale Orientata dello Stagnone e abbraccia quattro magnifiche isole: Isola Grande, Schola, Santa Maria e ovviamente Mozia, soprannominata anche isola di San Pantaleo. Una meta affascinante, dove è possibile passeggiare circondati da reperti archeologici e suggestivi paesaggi naturali. Visitarla significa rivivere la storia con la curiosità di voler conoscere ogni singolo ritrovamento di interesse culturale.

L’ isola ha da sempre avuto una posizione molto strategica ed era un punto determinante sia per lo scambio delle merci e sia per l’approdo delle navi che solcavano il Mediterraneo.
I Fenici furono i primi ad arrivare nell’isola, mentre i Greci colonizzavano la parte orientale della Sicilia, e la resero un prezioso gioiello. Costruirono delle possenti mura per proteggerla e ci riuscirono per diverso tempo.

Purtroppo, nel VI secolo a.C., fu coinvolta nelle battaglie tra Greci e Cartaginesi che si contendevano il controllo della Sicilia. Come se non bastasse, nel 397 a.C., Mozia fu occupata e distrutta dalle milizie di Dionisio il Vecchio, terribile tiranno di Siracusa, e gli abitanti scapparono per trovare riparo sulla terraferma nella colonia di Lilibeo (l’ odierna Marsala).


L’ isola visse un periodo di secoli bui e iniziò a rifiorire quando, nel 1902, un giovane archeologo, di origini inglesi, Joseph Whitaker, scelse di abitarvi. Certo della presenza della colonia fenicia, volle acquistare l’isola e la esplorò per scoprire i suoi tesori nascosti. Infatti, gli scavi iniziarono nel 1906 e continuarono fino al 1929. I risultati furono eccezionali, perché vennero alla luce: il Santuario fenicio-punico di Cappiddazzu, una parte della necropoli arcaica, la Casa dei Mosaici, la zona di Tofet, Porta Nord, Porta Sud e la Casermetta.
Nel 1979 fu ritrovata nell’isola di Mozia, in una provincia punica, anche un’incantevole statua marmorea risalente al V secolo a.C., coperta da una grande quantità di argilla, chiamata “Il giovinetto di Mozia” e definita anche “la statua del mistero” per le tantissime interpretazioni che si sono susseguite nel tempo. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di un giovane alla guida di un cocchio, per altri un dio o un magistrato punico. Nel 2012 è stato indicato il probabile nome della statua e a quanto pare dovrebbe essere un eroe omerico, il mirmidone Alcimedonte, auriga occasionale del carro di Achille durante la battaglia per la restituzione del corpo di Patroclo sotto le mura di Troia. Oggi la statua si trova al Museo Whitaker.

Proprio in questo Museo si conservano i reperti della storica Collezione Whitaker e degli scavi realizzati dalla Soprintendenza della Sicilia Occidentale (in seguito Soprintendenza di Trapani), dall’Università di Roma La Sapienza, dall’Università di Leeds, dall’Università di Palermo, dal C.N.R. e dall’Università di Bologna.
È doveroso ricordare che Mozia dal 2006, insieme all’antica Lilibeo, è stata inclusa tra i siti candidati come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco come Mothia Island and Lilibeo: The Phoenician-Punic Civilization in Italy.

Insomma, l’isola merita di essere visitata e a piedi, in circa 2 ore, è possibile esplorarla in lungo e in largo. Le sue vie e le sue stradine sono ricche di indicazioni e ci sono diverse mappe che indicano i principali punti di interesse. La bellezza di Mozia si unisce allo spettacolo delle saline della Laguna, poiché queste enormi piscine naturali sono rese ancora più incantevoli dai continui giochi di luce. Non si può rinunciare ad una passeggiata da sogno su quest’isola, provando l’emozione di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre.

Prende il via il Museo Mobile dedicato a Leonardo e Archimede

di Samuel Tasca

È stato presentato sabato 12 giugno, presso il Teatro Stabile di Catania, il nuovo progetto del Museo Mobile dedicato ai geni di Archimede e Leonardo. Dall’esperienza vincente del Museo di Siracusa prende il via questa “avventura itinerante” che porterà le invenzioni dei maestri in luoghi non necessariamente preposti alla cultura, rendendola così accessibile a tutti.

L’iniziativa nasce dalla direttrice del Museo, Maria Gabriella Capizzi, la quale, dopo aver visto chiudere il “suo” museo a causa della pandemia, ha iniziato a ragionare sulla necessità di reinventarsi e di presentarsi al pubblico in una nuova veste innovativa. «Quest’idea prende forma, da una riflessione con mia figlia Serena davanti a un caffè – racconta emozionata sul palco del Teatro Stabile – ci siamo dette: “Se le persone non possono venire al museo, vuol dire che dovremo essere noi a raggiungerle”». Detto… fatto!

A dirigere il progetto del Museo Mobile sarà, infatti, proprio la figlia Maria Serena Brischetti continuando, così, questo sodalizio tra cultura e imprenditoria femminile che da sempre caratterizza l’attività della madre. Connubio che è stato da subito sostenuto anche da un’altra donna, Laura Sicignano, direttrice del Teatro Stabile di Catania, la quale ha sposato sin da subito il progetto del Museo Mobile realizzando, grazie alla minuziosa attività delle maestranze presenti nello staff tecnico del Teatro Stabile, delle ricostruzioni in scala delle invenzioni di Archimede e Leonardo. «La partnership del nostro Teatro col Museo di Siracusa – ha dichiarato la Sicignano – porta nel presente una relazione antica, che è quella che c’è tra le professioni teatrali e la scienza. Non c’è laboratorio di scenografia che non sia costantemente al lavoro sui prototipi e che non si misuri continuamente con questioni matematiche, scientifiche, tecniche, capaci di rendere alla fine “invisibile” questo lungo processo di studio e ricerca per trasformarlo nel miracolo della scena».

A sostenere Maria Gabriella Capizzi e il suo progetto diverse personalità tra cui Fabio Granata, assessore alla Cultura del Comune di Siracusa; Paolo Corsini, vice direttore di RAI Due; Gastone Saletnich, archivista e storico del Medioevo e Giuseppe Rosano, presidente “Noi Albergatori Siracusa” che, riferendosi all’iniziativa e ricordando l’arrivo della Capizzi nella città di Siracusa, ha dichiarato: «Anche la scienza può viaggiare. A renderlo possibile ci ha pensato Maria Gabriella Capizzi, catanese di straordinario talento, venuta in sordina nella città di Siracusa a impiantare il Museo Archimede e Leonardo da Vinci. Oggi, ha riposto tutto in una valigia per intraprendere, nella continuità, un altro meraviglioso e surreale viaggio».

E ancora due donne ad affiancare e sostenere il Teatro Mobile: Monica Luca, presidente Confindustria Catania Imprenditoria Femminile, e Ambra Saottini, consulente e formatrice per l’Hospitality che ha ribadito l’importanza che può avere «la comunicazione di un progetto, nell’era digitale, attraverso una strategia e una programmazione di contenuti da divulgare sul web e sui social, creando quel processo di curiosità, interesse e unicità che muoverà il consumatore a scegliere un luogo piuttosto che un altro».

Un’iniziativa, dunque, da cui aspettarsi veramente di tutto. Una possibilità concreta di fondere in nuove forme arte, scienza e cultura. Una modalità di fruizione più partecipata, scardinata e più inclusiva, che si prepara a raggiungere sempre più persone. «Un museo nato dal caos della pandemia» – così lo ha definito Maria Gabriella Capizzi, e che pertanto porta con sé una volontà di rinascita che può coinvolgere chiunque abbia voglia di prenderne parte.

E in attesa del calendario delle attività del Museo Mobile; non possiamo non invitarvi a visitare il Museo di Archimede e Leonardo nella sua sede permanente a Siracusa in Via Mirabella, 31 che proprio ieri, 15 giugno, ha riaperto le sue porte ai visitatori e si presenta con un’immagine e un allestimento interamente rinnovati.

Modica svetta nei luoghi del cuore del FAI

Articolo di Patrizia Rubino

Tra i comuni siciliani che più rappresentano il fasto e l’imponenza dell’architettura tardo barocca rientra sicuramente anche Modica, che proprio in virtù di tali numerose testimonianze artistiche, nel 2002 è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Universale dell’Umanità. Ma la cittadina della provincia ragusana, nota anche per aver dato i natali al poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959 e per la produzione di uno straordinario cioccolato, è recentemente balzata alla ribalta della cronaca nazionale per aver ottenuto due importanti piazzamenti, unico caso italiano, nella classifica del censimento nazionale indetto dal FAI su “I Luoghi del Cuore” da salvare, tutelare e valorizzare. Si è aggiudicata, infatti, il 4° posto, con ben 40.521 voti, con “La via delle Collegiate”. Un percorso virtuale che unisce le tre principali chiese della città.

Il Duomo di San Giorgio, considerato uno dei monumenti simboli del barocco siciliano, la cui maestosa facciata si staglia su una suggestiva scalinata di 260 gradini. La chiesa di Santa Maria di Betlem che esprime un’armoniosa miscellanea di stili: dal gotico, al rinascimentale, al barocco e conserva al suo interno uno dei presepi più grandi del Val di Noto. La chiesa di San Pietro, la matrice della parte bassa della città, anch’essa preceduta da una scenografica scalinata ai cui lati sono poste le statue dei 12 apostoli e con all’interno un vero trionfo di affreschi, sculture e decori. «Si tratta di un progetto culturale di ampio respiro – spiega Valerio Petralia, referente del comitato “La via delle Collegiate” – che è stato preceduto da una lunga fase di studio della documentazione e degli archivi storici delle chiese coinvolte. Il tutto nasce dalla volontà di recuperare e valorizzare quelle che sono state le nostre radici, le nostre tradizioni al fine di renderle fruibili e spendibili sicuramente in un’ottica turistica, ma principalmente per le nuove generazioni, future custodi della nostra identità. Perché queste chiese oltre a rappresentare i luoghi della memoria religiosa della nostra città nel corso dei secoli, sono innanzitutto il frutto della nostra evoluzione civile e culturale. E proprio i ragazzi delle scuole – aggiunge Petralia – con la loro massiccia partecipazione all’iniziativa hanno dimostrato di voler sostenere la valorizzazione del loro territorio».

L’altro importante risultato è rappresentato dal 6° posto, con 30.226 voti, ottenuto dalla chiesetta rupestre di San Nicolò Inferiore, grazie alla mobilitazione dall’associazione Via, che la gestisce da 2016. Si tratta probabilmente della chiesa più antica della città e fu scoperta per caso nel 1987. Le sue origini risalirebbero, infatti, intorno all’XI secolo. Al suo interno sono presenti tre diversi cicli pittorici, il più antico dei quali risale all’epoca bizantina.

Grazie a questi importanti risultati potranno essere presentati progetti di recupero e valorizzazione del grande patrimonio artistico e culturale rappresentato da queste chiese, il cui finanziamento avverrà attraverso i fondi erogati dal FAI. Tra gli interventi previsti c’è il consolidamento architettonico delle strutture, il restauro dei dipinti e degli altari e la realizzazione di aree espositive degli oggetti sacri che rappresentano dei veri e propri tesori da conservare ed ammirare.
«Siamo molto soddisfatti per la straordinaria ribalta ottenuta dalla nostra città con il censimento FAI – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Modica, Maria Monisteri – uno straordinario successo dovuto soprattutto all’impegno di comitati informali che in sinergia con l’amministrazione comunale sono riusciti a coinvolgere singoli cittadini, associazioni laiche e religiose, turisti, operatori commerciali e soprattutto le scuole di tutta la provincia ragusana. Continueremo a lavorare per fare tesoro di questo importante riconoscimento affinché possa anche contribuire alla ripresa economica della nostra città con l’avvio della prossima stagione turistica».

 

 

 

 

Kamarina, un museo da vivere

Articolo di Salvatore Genovese

“Ragazzi, andiamo a farci un aperitivo al Museo?”
“E vai! Lì il panorama è magnifico!”

“Cara, stasera pizza?”
“Magari; è da un po’ che non usciamo. Dove andiamo? – “Al Kamarina”.

“Sai, è da un po’ che penso ad un posto magnifico per il nostro matrimonio” “Cioè?” – “Al Museo di Kamarina” – “Ottimo. Mi piace!”.

Tre frasi al momento abbastanza fantasiose, ma che potrebbero acquistare concretezza tra non molto. Parola del direttore del “Parco Archeologico Regionale Kamarina e Cava Ispica”, architetto Domenico Buzzone impegnato, assieme a tutto lo staff, in un’opera di riqualificazione e valorizzazione funzionale che, oltre a questi due grandi Parchi, comprende le aree archeologiche di Caucana e del Bagno Arabo di Mazzagnone (Santa Croce Camerina), il Convento della Croce (Scicli), Cava Ispica (Modica), il Parco della Forza (Ispica), le Miniere di Castelluccio (Ragusa) e la Collezione Quasimodo (Modica).
Nello specifico, quest’opera prevede la “musealizzazione interna ed esterna del Museo Archeologico di Kamarina”.

Un progetto innovativo e articolato, i cui tempi di attuazione sono previsti da giugno 2021 a novembre 2021 – quindi abbastanza brevi – che dovrebbe dare un volto e una funzione nuovi alla struttura museale, sia interna, che esterna.
L’ obiettivo, spiega Buzzone, è duplice: «Mettere in risalto l’aspetto scientifico dei resti archeologici e allestire elementi (e momenti) di grande impatto emotivo e scenografico».

A tal fine, il progetto prevede, oltre al miglioramento dell’interpretazione dell’area archeologica e alla musealizzazione dei vari ambienti, la progettazione di un bookshop, di una caffetteria e di locali accessori.

Il tutto, ovviamente, nel continuo richiamo a quella che fu Kamarina, importante colonia greca fondata nel 598 a.C. dai Siracusani su un promontorio alla foce del fiume Ippari per creare un presidio lungo la rotta africana. Dopo varie vicende, che la videro, tra l’altro, alleata di Atene, Kamarina fu conquistata da Roma nel 258 a.C. e nel corso del tempo accolse le navi da guerra di Cesare, Ottaviano, Pompeo Magno, Scipione ed altri generali Romani. Venne distrutta nell’827 da Asad ibn al-Furat nel contesto della conquista arabo-berbera della Sicilia.

Ovviamente, qualsiasi rimodulazione museale non può prescindere da tali elementi storici ed in tale contesto si muove il progetto di musealizzazione dell’intero complesso archeologico kamarinese.

Già alcuni interventi extra progetto sono stati ultimati da mesi e sono in attesa del necessario collaudo amministrativo.
Domenico Buzzone mette anche l’accento sui continui lavori di manutenzione che la struttura richiede per la sua messa in sicurezza e per consentire da subito l’accesso alla parte esterna dell’area archeologica del museo, come la splendida Agorà, che si presume fosse l’area commerciale dell’antica Kamarina.
«La vastissima area esterna sarà, come da progetto, destinata a diverse attività, anche serali, che, se vogliamo, possiamo definire del tutto innovative, se non addirittura ‘rivoluzionarie’, come la caffetteria».
Domenico Buzzone ha le idee ben chiare e lo spirito giusto per attuarle: il museo non solo come luogo di passaggio, ma anche di aggregazione. Qualcosa, in tal senso, è stato fatto: il museo ha già ospitato eventi culturali, musicali e teatrali, ma in forma temporanea, una tantum.

Adesso l’obiettivo è quello di una diversa fruizione, che consenta stabilità agli eventi extra archeologici.
Quelli archeologici, ovviamente, costituiranno la nervatura dell’attività museale, soprattutto, partendo dall’esterno, puntando all’integrazione del sito in un percorso museale più organizzato e multifunzionale, in grado di inserire gli scavi e le rovine in una visita più ampia ed articolata, arricchita da servizi accessori quali il bookshop, la caffetteria ed altro ancora.

In ogni caso, importanza massima sarà data all’interpretazione visiva e di facile comprensione dei numerosi reperti del sito archeologico.

 

 

 

Il museo del mare di Licata

Articolo e foto di Merelinda Staita

Ho insegnato per tanti anni a Licata, in provincia di Agrigento, e ho avuto modo, in occasione di diversi progetti scolastici, di conoscere il patrimonio storico-archeologico del suo magnifico Museo del Mare.

Il Museo del Mare nasce su iniziativa del Gruppo Archeologico Finziade che, dal 2012, si è dotato di un nucleo subacqueo che è riuscito a recuperare i primi reperti già nel 2013. Si trova nel centro storico di Licata, presso i locali del chiostro Sant’Angelo, immobile del Comune dato in gestione al Gruppo Archeologico Finziade. All’interno del chiostro Sant’Angelo, oltre al Museo del Mare, c’è il Museo dello Sbarco. Infatti, la prima parte è dedicata ai reperti subacquei e la seconda parte è dedicata allo sbarco alleato del 1943. Prima è nato il Museo del Mare e in seguito il Museo dello Sbarco.
È stato valorizzato dal Gruppo Archeologico Finziade che svolge l’attività subacquea sotto la tutela e il controllo delle autorità marittime. L’attività del gruppo si svolge in collaborazione con la Soprintendenza del Mare.

I lavori di recupero, condotti sotto la supervisione della Soprintendenza del Mare, presso il sito dell’isolotto San Nicola e della Secca Poliscia, hanno riportato a galla reperti archeologici databili tra il periodo protostorico e l’età medievale fino agli inizi del 1900.

All’ingresso del Museo è presente una vetrina che desta curiosità per la presenza di: un frammento di legno perforato dalla Teredo Navalis, un orlo di brocca in bronzo, un collo d’anfora Massaliota (VI-V secolo a.C), una palla incatenata di cannone (XV-XVI secolo), un piccone in piombo, un collo d’anfora Agorà M254 con graffite due lettere in alfabeto greco (I-IV secolo d.C), un frammento di tegame, un frammento di tazza, un collo d’anfora Keay 62 (V-VII secolo d.C), un collo d’anfora Dressel 2-4 (I secolo a. C – II secolo d. C). La maggior parte di questi reperti è stata rinvenuta nell’area di Rocca San Nicola e di Marianello, proprio nel territorio di Licata.

Sempre all’ingresso troviamo esposta in vetrina, tra gli oggetti restituiti dal mare, una delicata gemma in pasta vitrea con incisa una figura umana pensante.

A seguire c’è un’area dedicata alle anfore di diversa epoca, intere o anche in piccoli frammenti. Inoltre, ci sono le donazioni dei pescatori o di chi pratica la pesca amatoriale. Non si può non ammirare la collezione di ancore antiche recuperate dal mare: due ancore a gravità a un foro, tre a gravità a tre fori, due ceppi litici, sei ceppi in piombo e una contrammarra plumbea. Tra le ancore in ferro: una di epoca romana del tipo a freccia, una bizantina, un’ancora Trotman (XIX-XX secolo) e un ammiragliato italiana (XX secolo). La disposizione delle ancore segue un percorso storico ben preciso dalle più antiche alle più moderne. Tutti questi importanti ritrovamenti sono collocati nell’atrio, sotto ai portici, del chiostro Sant’Angelo.

A giugno riprenderà il servizio civile ed è in programma l’ampliamento del Museo, con la volontà di allestire una sala dedicata ai supporti informatici e multimediali.
L’intento è quello di mostrare agli studenti delle scuole, ai turisti e ai visitatori, l’attività archeologica – subacquea.
Jacques Cousteau scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, sosteneva che: «Il mare, una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia». Credo che le sue parole racchiudano una profonda verità, perché il mare ci riconsegna sempre delle ricchezze preziose che dobbiamo curare e preservare.

Licata possiede tesori inestimabili: il suo mare, la sua costa e le sue stupende spiagge. Mi auguro che in futuro ci siano nuove scoperte e nuove straordinarie bellezze, recuperate dai suoi unici fondali marini. Certamente, io continuerò a custodire nel mio cuore il ricordo di questi luoghi in cui mi sono ripromessa di ritornare.

Tour delle Tonnare di Sicilia: la rotta dell’amore

Articolo di Giulia Monaco

Le tonnare sono l’emblema della pesca sostenibile di una delle specie più preziose del Mediterraneo: il tonno rosso. Introdotte durante la dominazione islamica, nel Medioevo le tonnare siciliane dominavano l’intera area mediterranea. Oggi vecchi stabilimenti costellano i litorali dell’isola e, come vecchie fotografie virate seppia, evocano un’atmosfera antica: un’atmosfera madida della fatica dei pescatori, di vite divise tra terra e mare, di gesti antichi e canti corali.

Immaginiamo di partire per un tour alla scoperta delle tonnare più belle, seguendo idealmente i tonni nella loro “rotta dell’amore”: dalle tonnare di “andata” del versante occidentale, che intercettavano i tonni prima della riproduzione, fino a quelle “di ritorno” del versante ionico, che li catturavano mentre tornavano in mare aperto dopo la stagione degli amori.

Tonnara di Bonagia di Antonio Palumbo

Tonnara di Avola di Silvia Ferrara

Tonnara di Favignana

Nella seconda metà dell’Ottocento la famiglia Florio costruì a Favignana la “regina delle tonnare”, una delle più grandi del Mediterraneo, decretando così la fortuna dell’isola, che ne guadagnò un forte stimolo economico e culturale. L’ ex Stabilimento Florio, che nel 2007 fu teatro dell’ultima mattanza, oggi punta ad affermarsi come la tonnara più sostenibile d’Italia, ambendo a riqualificare la pesca tradizionale grazie al sostegno delle associazioni ambientaliste.

Tonnara di Favignana di Francesco Cancelli

Tonnara di Scopello

In una cala ai piedi del borgo di Scopello si staglia una tonnara di rara bellezza. Costruita intorno al XIII secolo, è considerata la più antica della Sicilia. Pare che proprio qui sorgesse la mitologica città di Cetaria, così chiamata per l’abbondante presenza di tonni. La tonnara venne modificata più volte nel corso dei secoli, ma è con la famiglia Florio che conobbe il suo massimo splendore.
Collocata in un paesaggio unico, a un passo dalla Riserva dello Zingaro, oggi è un’incantevole testimonianza della storia e dell’economia del territorio.

Tonnara dell’Orsa

La Tonnara dell’Orsa è una torre di difesa risalente al Trecento che si erge in una piccola baia sulla costa di Cinisi. Il toponimo deriverebbe dal termine arabo ìrsa, cioè ancoraggio, attracco. Nel Quattrocento entrò far parte del patrimonio dei padri benedettini all’Abbazia di San Martino delle Scale. Da tempo dismessa, oggi è un gioiello tornato a splendere che ospita eventi, rassegne e attività di promozione ambientale.

Tonnara Arenella

Il complesso dell’Arenella, situato nell’omonimo quartiere di Palermo, ha origini molto antiche, risalenti al Trecento. Nell’Ottocento, grazie all’iniziativa di Vincenzo Florio e alla maestria dell’architetto Carlo Giachery, nacque la palazzina dei “Quattro Pizzi”, un piccolo gioiello in stile neogotico inglese. Dismessa nei primi del Novecento, la tonnara rimase la residenza della famiglia Florio. Ospitò anche personalità illustri come la zarina di Russia, che se ne innamorò al punto dal far riprodurre i Quattro Pizzi nella sua residenza estiva, nei pressi di San Pietroburgo.

Tonnara di Vendicari

La tonnara di Vendicari, detta anche Bafutu (da Capo Bojutu) venne costruita attorno al 1700, e rimase in funzione fino alla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è un eccellente esempio di archeologia industriale che domina l’intero litorale, attorniato da antiche case di pescatori. Poco lontano dalla tonnara si erge la Torre Sveva, un’imponente struttura di difesa costruita nel Quattrocento. Tutto intorno si dispiega la riserva protetta, una mirabile oasi di natura incontaminata.

Tonnara di Vendicari di Maria Cristina Litrico

Tonnara di Marzamemi

La Tonnara di Marzamemi è tra le più importanti della Sicilia orientale. Risalente al periodo arabo, nel Seicento fu acquisita dal Principe di Villadorata, che la riqualificò costruendovi attorno un borgo di pescatori. Il centro della tonnara è il Palazzo Villadorata, un elegante edificio barocco che si affaccia su Piazza Regina Margherita. Marzamemi, dall’arabo marsa al hamem, “rada delle tortore”, oggi è un borgo marinaro caratterizzato da scorci suggestivi e pittoreschi.

Tonnara di Marzamemi

Tonnara di Santa Panagia di Dario Bottaro

Tonnara di Avola di Gabriele Campisi

Macari, un borgo marinaro da set cinematografico

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Antonino Ciulla

Sicuramente prima del suo debutto televisivo nella fiction su Rai 1 in pochi lo conoscevano. Macari o Màkari, come nello sceneggiato, esiste davvero e si trova nella Sicilia occidentale. Un piccolo borgo marinaro, frazione di San Vito Lo Capo, situato nella provincia di Trapani, dove è stata ambientata la serie tv Màkari.

Ispirata ai romanzi gialli del giornalista Gaetano Savatteri, la fiction ha fatto conoscere questo angolo meraviglioso di Sicilia, Macari, Castelluzzo e l’area limitrofa rappresentano un territorio incontaminato e selvaggio, dove si trovano le spiagge più belle del Mediterraneo, tanto da essere definite i “Caraibi siciliani”. Il cast, tutto siciliano, ha come protagonisti principali: Claudio Gioè che interpreta Saverio Lamanna, Ester Pantano (intervistata nelle pagine del numero 27 di Bianca Magazine) è Suleima e Domenico Centamore nel ruolo di Peppe Piccionello. Lamanna ritornato nella sua terra d’origine dopo essere stato licenziato, insieme agli altri due compagni di avventure, veste i panni dell’investigatore privato muovendosi agilmente in una meravigliosa Sicilia che fa da cornice.

Sovrastato dalla maestosità del Monte Cofano, il delizioso borgo di Macari e il suo incantevole golfo sono immersi in una natura incontaminata. Un luogo in cui potersi immergere in uno straordinario ambiente naturale, tra silenziose calette di ciottoli, imponenti falesie e grotte piene di fascino e mistero, ideale per escursioni e passeggiate in bicicletta o a cavallo, è la meta migliore per il relax. Piccole e meravigliose insenature come Isulidda, Bue Marino e Cala Rosa da scoprire. Due imponenti torri d’avvistamento narrano storie di avventure piratesche e d’amore. Alle sue spalle si stagliano maestosi i monti della Riserva dello Zingaro e una parete di falesie, creando una quinta incredibile. Una destinazione che rimarrà nel cuore grazie ai suoi tramonti indimenticabili, angoli di mare unici, pieni di bellezza e fascino.

Vivaci boungaville e profumati fiori di gelsomino cingono le case del piccolo paradiso naturale nel Mediterraneo che è San Vito Lo Capo, uno scrigno ricco di emozioni uniche. Per non parlare dello splendido mare dalle diverse sfumature di blu, tanto che al suo litorale sono state assegnate le 5 Vele nel 2019 da Legambiente e dal Touring Club per la limpidezza delle acque e i servizi in spiaggia, mentre ai fondali bassi sabbiosi, adatti per i più piccoli, i pediatri italiani hanno assegnato la Bandiera Verde. Qualche chilometro più avanti da San Vito Lo Capo è possibile ammirare uno scorcio di costa mozzafiato, alternandosi tra rocciosa e sabbiosa, prima di tuffarsi in mare: la baia di Santa Margherita. Poco distante si trova Castelluzzo, piccolo borgo incastonato nella Valle degli Ulivi, con i suoi sentieri che si arrampicano tra fichi d’india e fiori mediterranei, a pochi passi dal mare, conserva un ambiente ancora intatto in cui il tempo è scandito da semplici ritmi naturali, consigliato per il turismo naturalistico e rinomato per una delle sue tante eccellenze, come l’olio, la cui fragranza particolare è data principalmente dalla buona qualità dei terreni. Ogni anno si tiene un evento dedicato alla cucina popolare e ai suoi sapori, Baglio Olio e Mare. Sullo sfondo si staglia la silhouette del Monte Cofano. Un territorio compreso fra due riserve naturali, quella di Monte Cofano, da una parte, e quella dello Zingaro, dall’altra, lo proteggono e lo rendono unico.

Un angolo di Sicilia, che fa da contraltare ai luoghi cui siamo abituati vedere nella fiction del Commissario Montalbano, tutto da scoprire: oltre a Macari, Castelluzzo, San Vito Lo Capo, anche Trapani con le sue splendide saline, il borgo medievale di Erice, l’antica Segesta e la Riserva dello Zingaro. Meravigliosi colori cangianti del mare, spettacolari tramonti, panorami mozzafiato, luoghi straordinari e gustosi sapori renderanno indimenticabile la visita in uno dei territori più belli della Sicilia occidentale.