Articolo di Irene Novello    Foto di Henry Burrows

“La città di Scicli sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini…”, così Elio Vittorini ricorda la città, centro del barocco ibleo del Val di Noto, a circa ventotto chilometri da Ragusa. Scicli che ha le sembianze di un perenne presepe vivente, dove l’architettura monumentale sembra essere in perfetta armonia con la natura, è stata riconosciuta nel 2002, Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, insieme ad altri sette centri del Val di Noto.

Con il terremoto del 1693 si trasforma da città tardo medievale a città tardo barocca, con un meraviglioso centro storico caratterizzato da una delle strade più belle della Sicilia orientale, la via Francesco Mormina Penna, il salotto degli sciclitani, ricco di palazzi nobiliari neoclassici e chiese scolpite nel calcare dorato in stile tardo barocco. La città ha origini antiche, uno dei suoi primi nuclei è il villaggio rupestre Chiafura che sorge nel lato sud-occidentale del costone di San Matteo, costituito da una serie di grotte abitate fino agli anni Sessanta del Novecento.
Uno dei monumenti più importanti della città è la Chiesa di San Bartolomeo, che in parte ha resistito alla terribile furia del terremoto del 1693. Risale al XV secolo, caratterizzata da un imponente prospetto barocco neoclassico, circondata dalle rocce di un canyon e definita dall’architetto Paolo Portoghesi “una perla dentro le valve di una conchiglia”.

Tra gli edifici nobiliari più importanti c’è il Palazzo Beneventano, una delle strutture barocche più interessanti della Sicilia, con i suoi prospetti riccamente decorati da mascheroni molto espressivi e ricchi di dettagli e i suoi balconi con ringhiere rigonfie in ferro battuto sostenuti da creature fantastiche che sembrano animate. Il tour in città è inoltre arricchito dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista ricostruita dopo il terremoto, la vista della volta in stile barocco, con gli stucchi e gli affreschi ci lascia senza fiato. Molto più sensazionale è la presenza all’interno della chiesa di un dipinto insolito, il Cristo di Burgos, datato al XVII secolo, di origine spagnola, chiamato il Cristo in gonnella. Si tratta di un’iconografia particolare, che raffigura il Messia in croce con una veste bianca lunga dal bacino fino alle caviglie.

Scicli è una cittadina a misura d’uomo, un museo a cielo aperto, ricca di antiche tradizioni folcloristiche che rispecchiano un passato molto lontano e una lunga storia di dominazioni. Le feste religiose più importanti si svolgono in primavera: la Cavalcata di San Giuseppe, le celebrazioni della Settimana Santa e dell’Uomo Vivo, talmente suggestiva che lo stesso cantautore Vinicio Capossela ha dedicato una bellissima canzone e la festa della Madonna delle Milizie, patrona della città assieme a San Guglielmo.

Ma Scicli è anche un vero e proprio set cinematografico, in questa splendida cittadina si può vivere l’emozione di visitare i luoghi della fiction de Il Commissario Montalbano, in particolare all’interno del Municipio nella stanza del sindaco si trova l’ufficio del Questore. Il successo della fiction ha coinvolto l’intera provincia di Ragusa, dove negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio itinerario turistico che porta alla scoperta del set televisivo.
Tutto questo e molto altro è Scicli, una città di ineguagliabile bellezza, tra vicoli e scorci inattesi che non chiedono altro di essere scoperti.

Articolo di Irene Novello

“Ecco l’ira di Dio…, la terra traballa, sì fortemente ondeggiando si scuote, che tutto il Popolo alla fuga dar si voleva…; … tutto a un tempo e le Chiese e le case e qual si fosse edificio diroccar si vedea. … Perdurò sì fiero terremoto per lo spatio di un Miserere; onde que’ miseri scampati… semivivi e dolenti, tante statue sembrando, privi di spirito, in piedi trattener non si potevano. Gl’occhi alla luce aprirono, e vedendo non esserci pietra sopra pietra si abbagliò dalle lagrime la vista, e dal tremore e timore si sentiva ognun l’anima esalare”. Così Mario Centorbi giurato di Occhiolà sopravvissuto al terremoto, descrive l’evento catastrofico che l’11 gennaio 1693 alle ore 13.30 circa sconvolse la Sicilia Orientale. È passato alla storia come uno degli eventi sismici più forti degli ultimi mille anni, ma anche come momento di rinascita artistica e culturale. Le province più danneggiate furono quelle di Catania, Ragusa e Siracusa.
All’epoca del terremoto, la Sicilia era dominata dalla monarchia spagnola, con l’Isola suddivisa in tre valli (province amministrative), istituite in epoca normanna facendo riferimento agli antichi confini arabi: il Val Demone, il Val di Mazzara e il Val di Noto. Quest’ultimo comprendeva i centri economici e culturali più importanti dell’Isola Catania, Siracusa, Noto, Caltagirone; ma fu anche il territorio che subì maggiori danni: molti centri furono rasi al suolo.

Nonostante gli aspetti catastrofici, il sisma determinò degli esiti positivi soprattutto sulla ricostruzione che ne seguì. Infatti, i centri furono ricostruiti in stile barocco, una delle espressioni artistiche più belle della Sicilia. Città come Catania, Ragusa, Modica, Siracusa, Scicli, Noto possono vantare le bellezze di un patrimonio così ricco grazie alla ricostruzione. Palazzi nobiliari e edifici sacri con prospetti scenografici e teatrali spesso dalle complicate geometrie, mascheroni, putti, balconate con ricche balaustre in ferro battuto, il tutto arricchito dalla luminosità del calcare tenero e dorato della pietra locale.
Il sisma fu anche occasione di riflessione sui temi legati all’urbanistica, cambiando anche il modo di concepire il sistema viario interno delle città, si abbandonò lo schema della città medievale arroccata e con vicoli stretti e si sposò l’idea dell’impianto moderno, con ampie strade ortogonali e ricche piazze scenografiche concepite come salotti urbani, luoghi d’incontro della borghesia.

Furono progettati e sperimentati nuovi modelli di impianto urbanistico, tra cui quelli di Avola e di Grammichele, ispirati al concetto di razionalità e perfezione legati alla figura geometrica dell’esagono. Particolare è il caso di Grammichele che conserva tutt’oggi l’originale impianto esagonale. Fu fondata il 18 aprile 1693 dal Principe Carlo Maria Carafa Branciforti, per accogliere i sopravvissuti del suo feudo di Occhiolà. Il progetto urbanistico fu ideato dallo stesso Branciforti ed eseguito dall’architetto fra’ Michele da Ferla. La città esagonale costruita su una grande pianura, è circondata da cinque borghi perimetrali, il sesto era destinato alla residenza del Principe. Al centro una grande piazza, anch’essa di forma esagonale, da dove s’irradiano sei strade; quattro corone concentriche di regolare larghezza formano gli isolati suddivisi da strade che disegnano il perimetro esagonale della pianta urbana e da altre che sono ortogonali a queste. La piazza è inoltre arricchita dallo stile tardo barocco della Chiesa Madre dedicata a San Michele e a Santa Caterina d’Alessandria e dal Palazzo Municipale che nel 1896 fu riedificato seguendo il nuovo progetto dell’architetto Carlo Sada.
Il risultato di questa ricostruzione è un’ elegantissima piazza dove matematica, geometria e religione s’ intrecciano creando sensazioni uniche nello spettatore che si ritrova ad ammirarla.

Articolo di Irene Novello e foto di Gaetano Cutello

Il santuario dei Palìci sorge immerso nelle verdi e fertili campagne della Valle dei Margi a pochi chilometri da Palagonia e da Mineo. È un luogo ancestrale della civiltà sicula ed emblema della colonizzazione greca in Sicilia. È Diodoro Siculo a farci conoscere questo culto di origine sicula il cui santuario fu edificato ai piedi di un’altura basaltica nel VII secolo a.C. presso il lago di Naftia, caratterizzato da pozze d’acqua ribollenti dall’odore sulfureo, un fenomeno naturale generato dalla presenza di anidride carbonica nel sottosuolo. Nel 1935 il lago viene riconosciuto come la più grande sorgente naturale di anidride carbonica, infatti, l’area verrà bonificata canalizzando le acque ed eliminando definitivamente un fenomeno naturale unico, oggi purtroppo sottoposto allo sfruttamento industriale. Mentre l’uomo moderno cerca di trarre il massimo profitto da ciò che la natura generosamente gli regala, nell’antichità invece si aveva un profondo rispetto di Madre Natura e per spiegare i fenomeni naturali si ricorreva al mondo divino. Infatti, i ribollii d’acqua che interessavano il lago di Naftia furono interpretati dai Siculi come la manifestazione di una presenza divina nel sottosuolo che desiderava risalire in superficie. Ma chi erano i Palìci? Erano figli di Zeus e della ninfa Tàlia. I due si amarono presso la riva del fiume Simeto. Scopertasi in dolce attesa e temendo l’ira di Era, la ninfa espresse il desiderio di essere inghiottita dalla terra. E così accadde! Vennero alla luce i due bambini che furono chiamati Palìci e che ritornarono in superficie attraverso i getti vulcanici del lago. Nel corso dei secoli il santuario ebbe diverse funzioni. Fu il tribunale per processare delitti molto gravi. Si narra che i giuramenti dell’accusato venissero incisi su delle tavolette e queste gettate nelle acque del lago. Se la tavoletta galleggiava, allora il giuramento era veritiero, se invece affondava, era considerato falso. Il santuario ebbe anche la funzione di oracolo per dare responsi molto importanti per l’intera comunità. Inoltre, dentro l’area sacra vigeva anche il diritto di asilo: qui, infatti, gli schiavi trovavano rifugio lontano dai padroni crudeli, che potevano riportarli con sé solo dopo aver garantito sotto giuramento agli dei Palìci, di trattarli umanamente. Il santuario nel V secolo a.C. vive una fase monumentale con la costruzione di portici colonnati e dell’hestiatèrion, una sala, dove venivano organizzati i banchetti in onore delle divinità. Questa sistemazione si deve attribuire probabilmente a Ducezio, che riuscì a creare una lega di città sicule contro l’invasore greco. Capitale della lega fu la città di Palikè, fondata sul contrafforte basaltico situato a ridosso dell’area sacra che diventa l’emblema politico e religioso della lega sicula. Purtroppo il progetto di Ducezio terminò bruscamente con la sua sconfitta e l’esilio; il sogno di un’indipendenza sicula sfumò. Oggi la storia del mito si può percepire visitando l’area archeologica, dove si possono ammirare i resti dell’area sacra, visitare l’Antiquarium dove, nelle sale espositive, si racconta la storia del santuario e l’importanza che ebbe nel corso dei secoli. Passeggiare all’interno dell’area sacra, scoprendo la fauna e la flora del territorio e respirando la storia dei nostri progenitori, è un’occasione unica e ogni volta irripetibile!

Articolo di Omar Gelsomino e foto di Giuseppe Calabrese e Simona Giamblanco

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione, lo scorso 23 luglio, ha ammesso otto nuovi comuni tra cui anche Troina (En), l’unica città siciliana, a far parte de “I borghi più belli d’Italia”. Tanti i requisiti richiesti dalla Carta di Qualità: una popolazione nel borgo antico del Comune di 2000 abitanti e non superiore ai 15000 abitanti nel Comune; possedere un patrimonio architettonico e/o naturale certificato da documenti in possesso del Comune e/o dalla Sovrintendenza delle Belle Arti; offrire un patrimonio di qualità che si faccia apprezzare per qualità urbanistica e qualità architettonica; manifestare, una volontà e una politica di valorizzazione, sviluppo, promozione e animazione del proprio patrimonio. L’Associazione de “I Borghi più belli d’Italia” intende “valorizzare il grande patrimonio di storia, arte, cultura, ambiente e tradizioni presente nei piccoli centri italiani che sono, per la grande parte, emarginati dai flussi dei visitatori e dei turisti”. In questi anni tanti sono stati gli interventi di restauro, recupero e valorizzazione del centro storico (un contesto urbanistico e patrimonio culturale rilevante) oltre ad iniziative socio-culturali e turistiche tese a rilanciare la città grazie all’incisiva volontà dell’attuale primo cittadino Fabio Venezia. Tutto ciò ha permesso a Troina di essere inserita in questo prestigioso Club insieme a Castelmola, Castiglione di Sicilia, Castroreale, Cefalù, Erice, Ferla, Gangi, Geraci Siculo, Montalbano Elicona, Monterosso Almo, Novara di Sicilia, Palazzolo Acreide, Petralia Soprana, Salemi, Sambuca di Sicilia, San Marco d’Alunzio, Savoca, Sperlinga e Sutera. Situata sui Monti Nebrodi, dal suo punto più alto e antico, Piazza Conte Ruggero, è possibile ammirare un panorama suggestivo: dalla magnificenza dell’Etna alla costa del Mar Jonio al monte San Pantheon, dai boschi dei Nebrodi al Lago Sartori. Alcuni studiosi identificano l’attuale nome con Engyon, sede del tempio preellenico dedicato al culto delle Dee Matri, mentre quello più antico è Traghina, derivante dal greco roccioso, che si ripete in Trayna, Trahyna, Trahina, Drakinai, Drajna e Tragina. Di origini antichissime, poiché i primi insediamenti risalgono al periodo preistorico, Troina fu abitata dai Sicani e dai Siculi, colonizzata dai Greci e conquistata dai Saraceni, ma fu solo con l’arrivo dei Normanni, guidati dal Conte Ruggero nel 1060, che conobbe il suo massimo splendore diventando la prima sede del potere politico e militare dell’Isola poiché ricopriva un’importante posizione strategica in quanto posta fra le montagne dominanti le vallate circostanti. «Si tratta di un prestigioso riconoscimento che premia il lavoro svolto sino a questo momento per la valorizzazione del centro storico e il rilancio culturale e turistico della città – ha commentato il sindaco Fabio Venezia – e costituisce anche un punto d’inizio per promuovere in maniera più incisiva il territorio». Ovviamente per continuare a far parte dell’Associazione de I Borghi più belli d’Italia sono necessarie altre iniziative. «I versanti su cui opereremo sono due: la riqualificazione urbana e in particolare del centro storico con il decoro urbano e la messa a sistema dell’offerta culturale e turistica. Saranno realizzati e completati diversi contenitori culturali – ha spiegato il sindaco Venezia -, in particolare il Museo fotografico con gli scatti inediti di Robert Capa acquistati a New York, la Pinacoteca Civica arricchita da un’opera di Tiziano e di altri importanti pittori del Seicento, il Museo d’Arte Contemporanea con oltre 150 opere d’arte donate da artisti di fama nazionale e internazionale e tutta una serie di altre iniziative rivolte al rilancio culturale della città». Per chi desidera conoscere la Sicilia più autentica Troina è la meta ideale, dove poter coniugare la bellezza della natura con la storia e percorrendone le antiche vie è possibile scoprire le sue radici profonde e riviverne il passato.

Articolo di Irene Novello e foto di Rossandra Pepe

Vizzini è una cittadina del territorio di Catania, immersa tra i monti Iblei. Paese di origine del padre di Giovanni Verga, dove ritorna spesso negli ultimi anni della sua vita. Qui lo scrittore ambientò Cavalleria Rusticana, La lupa, Jeli il pastore e Mastro Don Gesualdo. Passeggiando tra i vicoli e le piazze di Vizzini si percepiscono i colori e le scenografie architettoniche veriste che affascinano e catturano. Tappa obbligatoria è il Museo dell’Immaginario Verghiano, che raccoglie testimonianze relative alle opere di Verga e dei suoi successi, ma è anche un luogo che ci fa scoprire lo scrittore sotto nuovi aspetti, che vanno oltre la conoscenza scolastica e che mettono in luce le sue passioni. Il Museo è ospitato presso Palazzo Trao, un’elegante architettura barocca settecentesca, antica dimora della famiglia Ventimiglia; nella scenografia verghiana è il palazzo di donna Bianca Trao, colei che diverrà la moglie di Mastro Don Gesualdo. Una sezione di esso è stata curata abilmente da Margherita Riggio, studiosa del Verga, lei stessa, infatti, ha indagato fra gli aspetti intimi dello scrittore attraverso il suo epistolario. Lettere d’amore scritte alle donne che ha incontrato nella sua vita, alcune delle quali hanno anche ispirato le sue opere; lettere destinate ai suoi amici e scrittori, tra questi Capuana amico fedele a cui chiedeva spesso consigli, foto e oggetti, utili ai disegnatori che dovevano illustrare le sue opere. Ma anche lettere rivolte alla famiglia a cui Verga era molto legato, ai suoi nipoti, ai fratelli e alla madre. All’uomo Verga è dedicata la prima stanza del museo imitando i salotti che lo scrittore frequentava a Firenze e a Milano, dove si mostrano aspetti inediti della sua biografia, i suoi sentimenti più intimi verso le donne, il suo rapporto con l’arte. Il nome della sala è appunto “Bellezze diverse”. Sono esposte anche le stampe ritrovate in un’edizione di lusso di Vita dei Campi del 1897 con l’ editore Treves, tra i primi a fare dell’editoria un’impresa. C’è anche una sala dedicata all’opera lirica con Cavalleria Rusticana scelta da Mascagni per partecipare al concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno. Verga stesso ne cura la versione teatrale che riscuoterà un primo successo al Teatro Regio di Torino nel 1890. C’è una sezione dedicata alla sua passione per la fotografia, con foto scattate dallo scrittore alla famiglia, agli amici e ai contadini di Tebidi. Ma anche oggetti personali che ci fanno cogliere la quotidianità dello scrittore, tra questi il gilet, il set personale con penna e calamaio e la toletta per i baffi. Margherita Riggio ci ha svelato una sua riflessione frutto della lettura dell’epistolario dello scrittore: “Ho scoperto un Verga diverso, dalla rigidità dell’autore che ci viene propinato a scuola e questo ho cercato di far passare nell’allestimento del museo. È un uomo molto colto, non esente dalla passione per il genere femminile, non privo di umanità e generosità, di grande e sottile ironia, passione per l’arte e capace di grandi slanci di tenerezza verso la sua famiglia e i nipoti”.
Palazzo Trao espone al suo interno anche una mostra etnoantropologica allestita grazie al contributo del signor Rosario Catania, ricca di attrezzi che raccontano la vita rurale che fu nel borgo, è presente anche un antico modello di mulino idraulico e altri utensili che narrano le attività legate alla concia delle pelli. Usciti dal museo, Verga è con noi e ci accompagna tra le vie del borgo in una passeggiata d’altri tempi!

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Museo del Cinema di Catania

 

“Maccarrone, m’hai provocato e io ti distruggo…” – diceva il grande Alberto Sordi nell’indimenticabile film “Un Americano a Roma”. Una scena iconica del cinema italiano che si è impressa nelle menti degli spettatori e di quanti, ancora oggi, sognano di mangiare quel piatto di pasta assieme ad Albertone, seduti in quell’inequivocabile cucina passata ormai alla storia.
Cari lettori, abbiamo una notizia per voi: tutto questo è possibile. Stiamo parlando del Museo del Cinema di Catania, un luogo, a detta di chi vi scrive, meritevole e degno di nota, intriso di quell’aurea d’incanto che solo il cinema sa creare. Inaugurato ormai nel 2003 e situato all’interno del Polo Fieristico de Le Ciminiere, il Museo del Cinema, rappresenta un’occasione unica per rivivere non solo la storia del cinema e la sua evoluzione, ma tutti i più grandi successi del cinema nazionale e catanese. Proprio così, perché anche la città di Catania ha avuto un ruolo nello sviluppo cinematografico del Paese, con importanti case cinematografiche quali furono la Etna Film, Katana Film, Sicula Film e la Jonio Film. Nomi che oggi possono suonare sconosciuti, ma che contribuirono allo sviluppo dell’industria cinematografica italiana in un territorio che divenne il set d’importanti capolavori come “Il Bell’Antonio” di Mauro Bolognini, “Il Gattopardo” o “La Terra Trema” di Luchino Visconti, ospitando importanti attori come Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale.
Visitare il Museo è un’esperienza interattiva che sa coinvolgerti appieno, frutto della capacità dei suoi curatori e di chi, come Sebastiano Gesù, contribuirono a renderlo un importante documento visitabile della cultura cinematografica. Proprio a quest’ultimo, grande critico cinematografico e storico del cinema italiano, scomparso nel 2018, il 15 luglio 2019 sono state intitolate due sale del museo, che egli stesso contribuì originariamente ad allestire.
Passate le sale d’ingresso, ad attendervi troverete la storia delle scoperte che hanno portato al cinema come lo conosciamo oggi: una vera e propria linea del tempo interattiva con le tappe storiche e scientifiche più importanti. Da quì si accede a una sala ricca di fotogrammi di alcuni dei film più importanti girati in Sicilia e oltre questa sala… un vero e proprio tuffo al cuore! Le porte si aprono automaticamente e vi troverete immersi nella ricostruzione, ispirata alla sala del cinema più famoso al mondo, il Nuovo Cinema Paradiso. Proprio lei, la sala cinematografica nella quale Giuseppe Tornatore e il piccolo Totò hanno fatto sognare l’Italia e il mondo intero. Da questo punto in poi non potrete più far a meno di sognare ad occhi aperti poiché, ogni stanza è un vero e proprio set cinematografico ricostruito, ispirato da alcune delle pellicole più conosciute (ecco la famosa cucina di Alberto Sordi!). Una vera e propria “Casa del Cinema”.
Terminato il giro, si ha come quella sensazione di quando appena svegli, si ricorda ancora il sogno appena terminato, ma già ne sbiadiscono i dettagli. Il Museo del Cinema di Catania rappresenta sicuramente un luogo d’interesse, non solo per siciliani e cineasti, ma per tutte le persone che almeno una volta si sono emozionate davanti a un film. Un luogo forse a volte dimenticato, altre trascurato, che sicuramente merita di essere conosciuto ancor di più dal grande pubblico, che altrimenti rischia di non sapere mai che proprio lì, tra le Ciminiere della bella Catania, ha luogo una “casa speciale” dove ogni visitatore ha la possibilità di sognare, di rivivere le emozioni dei grandi film, di vivere i panni del proprio personaggio preferito e di sfuggire piacevolmente alla realtà per immergersi per qualche ora in quella magica illusione che chiamiamo Cinema!

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Idea Foto Comiso (ph. Giovanni Tidona)

A pochi chilometri da Marina di Ragusa è possibile visitare una bellissima riserva naturale, ultima testimonianza di come si presentavano storicamente le coste del Mar Mediterraneo.
La Riserva Naturale Speciale Biologica “Macchia Foresta del fiume Irminio” è tra i siti di maggiore interesse naturalistico della Sicilia orientale, istituita nel 1985, ricade nel territorio di Ragusa e Scicli per un’estensione di circa 130 ettari e interessa l’area posta alla foce del fiume Irminio. Quest’ultimo nasce alle falde del Monte Lauro, un antico vulcano ormai inattivo, che sfocia dopo un percorso di 52 km nel Mar Mediterraneo. È il fiume più lungo della provincia di Ragusa che sin dall’antichità è stato importante per collegare l’entroterra alla costa e favorirne gli scambi commerciali. Infatti, vicino alla foce sono presenti diversi insediamenti di antiche epoche storiche, come il sito preistorico di Fontana Nuova o la Fattoria delle Api, un antico centro di produzione del miele. L’insediamento greco arcaico del “Maestro” testimonia come la foce del fiume fosse già in quest’epoca un punto di attracco e di scambi commerciali. Inoltre lo storico arabo Idrisi descrive l’Irminio come un fiume navigabile fino all’attuale Giarratana. Il disboscamento della zona per dare terreni all’agricoltura ha trasformato il corso del fiume in torrentizio. Ciò ha provocato l’insabbiamento della foce e generato l’attuale morfologia naturale, caratterizzata dalle dune e dalla tipica vegetazione mediterranea che si è sviluppata talmente tanto da essere chiamata Macchia Foresta. La flora presenta diverse specie di piante tra cui il lentisco, il ginepro, il giglio di mare, l’efedra e molte altre. Inoltre lungo il percorso del fiume si trovano le piante ad alto fusto che costituiscono la Macchia Foresta, come il pioppo e il salice. Il paesaggio è arricchito anche dalle falesie che degradano a strapiombo verso il mare, colorate dalle piante di timo, agave e palma nana. Anche la fauna della riserva è molto popolata, soprattutto da uccelli migratori che sostano nella riserva quando emigrano dall’Africa all’Europa e viceversa. Le specie più numerose sono: il cavaliere d’Italia, il martin pescatore, la poiana, la folaga, il falco. Inoltre all’interno della riserva è possibile avvistare questi uccelli grazie alle postazioni di birdwatching che rendono più interessante e divertente la passeggiata all’interno dell’area, dove la nostra attenzione può essere catturata anche dalle specie acquatiche come la rana, il rospo e la nutria.
La riserva si presenta come un luogo incontaminato, ricco di colori e profumi, arricchito da dune di sabbia a cui costantemente il vento cambia aspetto. Un contesto che racchiude un ecosistema irripetibile da scoprire ed esplorare percorrendo i sentieri dell’area protetta.

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Laura Messina

“Luogo di riposo sacro di Alfeo, Ortigia germoglio della celebre Siracusa, giaciglio di Artemide, sorella di Delo, da te sgorga un inno di dolci parole per rendere grande lode
ai cavalli dai piedi di tempesta in onore di Zeus”.

La descrive così il poeta greco Pindaro nella sua Ode Nemea l’Isola di Ortigia, cuore pulsante ed essenza di Siracusa. Nonostante nei secoli abbia assunto nomi diversi ha mantenuto intatta la sua identità. L’Isola nell’Isola, straordinaria terra in cui si fondono, l’aria, la luce e il colore del mare. Un mare che, come la leggenda narra, nella fonte Aretusa conserva i segreti di quel profondo legame con la Grecia. La sua posizione centrale fra Oriente e Occidente, fra Cartagine e Roma, ha fatto sì che il suo porto accogliesse navi greche e cristiane. Solo passeggiando fra le innumerevoli vie, vicoli e piazze potrete respirare il profumo del Mediterraneo, la storia, la cultura e l’arte. Trovare quella rara atmosfera perduta altrove. Un luogo in cui camminando sovvengono i racconti, le testimonianze delle antiche dominazioni (Greci, Romani, Normanni, Arabi, ecc), dove il sole trasforma la pietra bianca in edifici dorati. Un susseguirsi di stili antichi e moderni: barocco, liberty, rococò e classico. Una volta attraversato il ponte Umbertino, che collega l’isola a Siracusa, è come fare un salto nell’antica Grecia, trovate le colonne del Tempio di Apollo e proseguendo lungo Corso Matteotti si giunge ai piedi della Dea Artemide, dove si trova la fontana di Piazza Archimede, continuando si arriva alla Cattedrale di Piazza Duomo, la quale nel corso dei secoli è stata dapprima un tempio pagano dedicato alla Dea Atena, cattolico, poi moschea e infine una chiesa cattolica. All’interno della Chiesa di Santa Lucia alla Badia, santa patrona di Siracusa, è conservata una tela in cui è raffigurata sull’altare maggiore dal Caravaggio né “Il Seppellimento di S. Lucia”. Ma anche il sottosuolo narra la presenza dell’uomo, dalla Preistoria al Tardo Medioevo, con l’Artemision, un sito archeologico di grande valore storico, uno dei luoghi più affascinanti della Magna Grecia e altri sotterranei custodi di immensi tesori. Senza tralasciare uno sguardo a magnifici edifici, palazzi (Palazzo del Vermexio, l’attuale sede del Comune; Palazzo Beneventano del Bosco, Palazzo Arezzo della Targia, Palazzo dei Mergulensi – Montalto; la Camera Reginale, Palazzo Arcivescovile; ecc), importanti musei (la Galleria regionale di Palazzo Bellomo al cui interno vi sono opere di Antonello da Messina, il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, il Museo del Mare, il Museo del Papiro, il Museo del Cinema e il Museo dell’Opera dei Pupi) e le tante Chiese all’interno delle quali sono custodite veri e propri scrigni, il Bagno Ebraico. Lasciandosi alle spalle il Duomo si percorre via Picherali per giungere al Largo Aretusa da dove si scorge dall’alto l’omonima Fonte, e si domina tutta la città, persino l’Etna, da lì potete dirigervi verso il Castello di Federico II di Svevia, conosciuto anche come Castello di Maniace, situato nella punta estrema dell’Isola. Edificato intorno alla metà del XIII secolo, poi in seguito è stato utilizzato come residenza e struttura difensiva, nel 2009 ha ospitato il G8 sull’ambiente e oggi è fruibile dai visitatori. Non si può tralasciare neanche una visita al suggestivo mercato ed immergersi in profumi, colori e sapori che potrete degustare nei piatti tipici presso i vari locali e ristoranti, pronti a soddisfare ogni vostro desiderio gastronomico. Al tramonto tutto è reso ancora più straordinario, poiché i colori del sole trasformano le facciate in rosa, arancione e rosso cupo e al calar della sera brillano alla luce gentile dei lampioni. Nel suo porto attraccano, bellissimi yacht e barche, di vip italiani e stranieri, cullati dalle onde. Per gli amanti del mare, le acque cristalline con spiagge e solarium invitano tutti a godersi una vacanza in totale relax. Tutto questo fa di Ortigia un luogo d’incanto.

Articolo di Irene Novello

“L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna idea nell’anima: qui si trova la chiave di tutto”, fu questa la riflessione di Goethe quando viaggiò in lungo e in largo nella nostra Isola, definendola come una terra meravigliosa! Aveva ragione lo scrittore tedesco e ha visto bene la casa editrice Condè Nast, che oggi promuove la Sicilia come la terza Isola più bella del mondo, a seguito di una ricerca che ha interessato altre isole e che ha riconosciuto il primo posto alle Maldive, seguite al secondo posto dalle Isole Greche.
La Sicilia culla di miti e di popoli che hanno tessuto le vicende storiche, culturali e artistiche di un’isola che si trova al centro del Mediterraneo e che è stata ed è musa ispiratrice di poeti, artisti, letterati, registi e viaggiatori che vengono catturati dal suo fascino autentico, misto di colori, profumi e leggende. È una delle location turistiche più suggestive, uno dei territori più ricchi di tradizioni culinarie e che fa da protagonista nella Dieta Mediterranea.
Il sondaggio promosso dalla casa editrice milanese è il risultato dei giudizi espressi sull’Isola dai suoi lettori e follower, che hanno eletto le dieci isole più belle del mondo, considerando diversi aspetti, tra cui il contesto paesaggistico e naturalistico, le spiagge, la gastronomia, il potenziale ricettivo e la qualità della convenienza. La Sicilia nella classifica ha superato le isole St.Barth (quarto posto), le Baleari (quinto posto), le Seychelles (sesto posto), l’isola di Capri (settimo posto), le Barbados (ottavo posto), le Mauritius (nono posto) e l’isola di Malta (decimo posto).
Il sondaggio non mente, infatti, la nostra è un’Isola suggestiva con mete turistiche, artistiche e naturalistiche che tutto il mondo ci invidia: Palermo, Catania, il Duomo di Monreale, le saline di Trapani, la Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Greco di Siracusa, Taormina, il Golfo di Patti, Aci Trezza, i mosaici di Piazza Armerina, il barocco delle città del Val di Noto, l’Etna, la Riserva Naturale di Vendicari e le spiagge, molte delle quali hanno da anni conquistato la bandiera blu. Per non parlare dei piccoli centri lungo la costa e nell’entroterra dove ancora esistono tradizioni ancestrali e che fanno parte del patrimonio storico-culturale più recondito dell’Isola.
Non a caso, infatti, la Sicilia per la sua grandezza storica, naturale e culturale ha avuto il riconoscimento conferito dall’Unesco di ben sette siti come Patrimonio dell’Umanità.
Un territorio da vivere 365 giorni l’anno grazie ad un clima mite, estati calde e il sole protagonista di tutte le stagioni. Arte, natura, turismo, ma anche cibo! In Sicilia si mangia veramente bene, dal dolce al salato, ogni provincia ha il suo piatto tipico e conserva le ricette delle tradizioni tramandate nel tempo. Cannoli, cassate, sfinci, granite, arancini, panelle, sarde a beccaficu, caponata, pasta alla norma, ma anche prodotti a marchio DOP come il pecorino, la provola ragusana, l’olio, l’arancia rossa, il limone, il pistacchio di Bronte, il pomodoro di Pachino, l’uva da tavola e il cioccolato di Modica. Prodotti che fanno della Sicilia una terra di eccellenze culinarie.
Una terra da vivere e da scoprire anche per noi siciliani che spesso non ci accorgiamo della bellezza che abbiamo davanti ai nostri occhi.

Articolo di Titti Metrico    Foto di Cosmo Ibleo

Continuiamo a raccontarvi piccole storie della nostra Sicilia ignota, ci fermiamo a Comiso, un comune situato sulle prime colline dei monti Iblei, e per popolazione è il quarto municipio della provincia di Ragusa. Città conosciuta dai turisti per la sua storia, la sua cultura, i suoi monumenti e per la sua pietra.
Al tramonto con lo sguardo volto verso la collina di Canicarao, vieni catturata da un luccichio come se fosse una palla d’oro in mezzo agli alberi, parliamo della Pagoda della Pace e del reverendo Morishita.
Erano gli anni ‘80 quando Morishita con il suo abito color arancio andava in giro per le vie di Comiso con il suo tamburello a predicare la pace e la gente sembrava che vedesse un extraterrestre.
La decisione del governo italiano, il 7 agosto 1981, di localizzare presso l’ex aeroporto una base Nato che ospitasse ben 112 missili con testata nucleare pose Comiso al centro degli interessi della politica internazionale e richiamò tanti esponenti politici nazionali.
Un anno dopo fu organizzata la più grande manifestazione per la pace, arrivarono a Comiso più di centomila movimenti pacifisti provenienti da ogni parte dell’Italia.
I membri dei movimenti pacifisti si rifugiarono sulle colline, in quegli anni furono organizzate tantissime marce per la pace: qui, da ogni parte d’Europa, giunsero moltissime persone per protestare pacificamente contro l’imminente e reale pericolo di una guerra nucleare.
I primi 225 militari americani arrivarono il 5 maggio 1983, in quell’estate, si acuì la tensione tra forze dell’ordine e pacifisti, che si erano accampati nei terreni attorno all’aeroporto, decine di manifestanti rimasero feriti, altri arrestati, sono anni di manifestazioni e scontri, fino al 1986 quando i pacifisti iniziarono a smantellare i loro campi.
Con la fine della Guerra Fredda, nel 1991, ebbe inizio lo smantellamento della base militare. L’aeroporto è stato riconvertito all’aviazione generale civile e cargo essendo inserito nel piano regionale del trasporto aereo siciliano, dal 30 maggio 2013, l’Aeroporto di Comiso “Pio La Torre”, è aperto al traffico civile.
Morishita che decise di restare a Comiso, e come simbolo di quegli anni il 24 maggio 1998 fece erigere la bellissima Pagoda della Pace in cima ai monti Iblei, una delle pochissime pagode realizzate in Europa. La Pagoda è situata, infatti, in un luogo molto significativo: è al centro del Mediterraneo e a metà strada fra il Sud e il Nord. È considerata tra le più belle al mondo. Il tempio buddista è alto 16 metri ed ha un diametro di 15 metri, ha l’aspetto classico dello stupa indiano, e la sua cupola è rotonda con un pinnacolo finale, interamente rivestita di pietra locale di colore bianco ed è per questo che è visibile a chi guarda verso la collina di Canicarao.
Dopo vent’anni Morishita, dell’Ordine Internazionale Buddista recita il suo mantra: “Namu myo ho ren ge kyo”, che vuol dire pace, grazia, lode, benvenuto, molti sono i visitatori, è importante che persone di culture diverse s’incontrino e interagiscano tra loro sempre nel rispetto reciproco, nella pacifica convivenza, nell’armonia.
Una volta arrivati davanti alla Pagoda lo sguardo viene rapito dalla figura del grande Buddha dorato, si vive un’atmosfera magica, dove si respira davvero la pace, per chi vuole ritrovarsi, per gli amanti di questa spiritualità o filosofia, per chi crede nella pace nel mondo, o anche solo per conoscere il monaco, può recarsi ogni giorno alle 5 del mattino o alle 16,30, per meditare e ascoltare il rito insieme al grande reverendo Morishita.