Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Comiso, cittadina sulle pendici dei Monti Iblei, cellula vitale del territorio, è famosa per la lavorazione della pietra calcarea, tipica del territorio, che nel tempo ha assunto l’aspetto di una vera e propria industria. Ma è anche città ricca di storia e di cultura, fu un villaggio greco; nel territorio sono state individuate tracce di epoca romana e bizantina. Nel 1571 diventò Contea dei principi Naselli che costruirono il castello ancora presente in città, e si arricchì di chiese e monasteri, vivendo un bel periodo di sviluppo economico e urbanistico. La gran parte degli edifici fu distrutta dal terremoto che l’11 gennaio del 1693 sconvolse la Sicilia orientale e in particolare il Val di Noto, e la città, come le altre del circondario, venne ricostruita assumendo l’attuale stile barocco. Comiso, come tanti altri centri siciliani, ha sedimentato nel tempo le culture dei popoli che l’hanno dominata, fino a forgiare una cultura tutta propria. Città che ha dato i natali al famoso archeologo Biagio Pace e al noto scrittore Gesualdo Bufalino. In città, tra i vari monumenti di interesse storico e culturale si distingue il Museo Civico di Storia Naturale, inaugurato nel 1991, con una superficie espositiva di oltre 1000 mq; è un’Istituzione Scientifica riconosciuta dal segretariato CITES Ministero dell’Ambiente. Il museo è articolato nella sezione Paleontologica e Zoologica e nel laboratorio scientifico specializzato nella preparazione e conservazione paleontologica, tassidermica e osteologica. Il Museo, per chiunque lo visiti, è una vera sorpresa: con più di quindicimila reperti di fossili di diverse ere geologiche e oltre novemila preparati zoologici e la più importante collezione cetologica dell’Italia meridionale, è il settimo museo italiano in ordine di importanza.

La direzione scientifica è affidata al dott. Gianni Insacco che ha arricchito il Museo con la sua collezione paleontologica privata costituita da oltre settemila reperti. Molto dinamica è anche l’attività di ricerca del museo, oltre alle missioni, viene pubblicata la rivista scientifica annuale “Natura Rerum”. L’esposizione dei reperti è stata curata ed organizzata seguendo un ordine cronologico, utile al visitatore per poter capire la nascita e lo sviluppo delle varie ere geologiche.  Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, alle ammoniti, ai grandi rettili del Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario compreso l’uomo. Il Museo raccoglie reperti provenienti da tutto il mondo, tra questi a creare un forte impatto visivo è lo scheletro integro dello Psitacosauro, dinosauro erbivoro del Cretaceo inferiore proveniente dalla Mongolia. Tra i pezzi di maggior importanza scientifica i resti del famoso “elefante nano”, che è stato rinvenuto dallo stesso dott. Insacco circa quindici anni fa, in una zona nei pressi di Comiso e che testimonia la presenza di elefanti in Sicilia in epoca preistorica. Nelle sale della sezione zoologica si possono ammirare diversi insetti siciliani e tropicali, un’importante raccolta di crostacei, tra questi il Granchio gigante del Giappone. Nella sezione ittiologica sono presenti diversi pesci del Mediterraneo e tropicali. Tra i rettili sono da ammirare due tartarughe giganti marine rinvenute in Sicilia.

Il Museo si distingue anche per l’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie alla partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato. Questa attività di ricerca ha permesso di non perdere molte specie di carcasse di cetacei, in alcuni casi anche rari, e di musealizzarli.

Un’Istituzione Scientifica riconosciuta a livello nazionale, oggi arricchita dalla biblioteca personale con più di duemila e cinquecento titoli di Sebastiano Italo Digeronimo, professore di Paleontologia presso l’Università di Catania, la cui attività di ricerca è documentata da oltre centocinquanta pubblicazioni.

 

 

 

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Sergio Rotondi

A Piano D’Api, una frazione di Acireale, c’è una storia da raccontare. Una storia fatta di amore, passione e voglia di riscatto. A maggior ragione da quando il terremoto di Santo Stefano ha sconvolto, non poco, la realtà e le vite dei suoi abitanti. Parliamo della Cartera Aetna, una piccola cartiera in cui la lavorazione della carta viene fatta da sapienti mani, secondo vecchi procedimenti, che è andata distrutta. 

«Sono un figlio d’arte – dichiara Stefano Conti -. Mio padre (Franco, ndr), nato a Fabriano, nella patria della carta, venne in Sicilia nei primi anni ’60 e lavorò come direttore di stabilimento in varie industrie cartarie sul litorale jonico, prima di dedicarsi allo sviluppo delle carte speciali fatte a mano e creare una prima cartiera nel 1974 e poi nel 1990 si spostò in questo casale. Sin dalla mia infanzia, ho sempre vissuto tra i fogli e i miei più antichi ricordi sono sempre associati a questo mondo fatto di carta. Mio padre è morto quasi sette anni fa e da allora continuo il nostro lavoro. Per me è stata una naturale conseguenza vivere di carta, non è neanche un lavoro ma un modo di vivere, credo che non riuscirei a fare nessun’altra cosa perché ho sempre fatto solo questo. Il mio modo di produrre la carta riprende quello utilizzato dagli arabi 1.000 anni fa e ancor prima di loro dai cinesi 2.000 anni fa, unendo la tradizione all’ausilio di qualche macchinario più moderno – continua Conti -. Adopero come materie prime soltanto pura cellulosa di cotone, acqua delle falde dell’Etna, che ha una composizione particolarmente adatta alla produzione di carte di pregio, e un giusto dosaggio di colle e pigmenti naturali, che danno alle mie carte delle caratteristiche uniche. Il differente dosaggio di questi “ingredienti” mi consente di realizzare varie tipologie di carta adatte a tutti i tipi di interventi artistici: acquerello, incisione d’arte, disegno, edizione d’arte, stampa fotografica, ecc. La produzione a mano mi permette facilmente di creare fogli di diversi formati, dimensioni e grammature difficili da reperire altrove, come ad esempio 1,10 mx1,70m, oppure 2mx3m. La mia cartiera è sempre stata un punto di riferimento per tanti artisti italiani e stranieri». Una carta così pregiata tanto che, fra gli anni ‘80 e ‘90, è stata utilizzata dalla Regina Elisabetta e dal Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, per i quali fu creata un’apposita carta intestata con filigrana personalizzata, dal Vaticano e da Papa Wojtyla, che commissionarono la carta per realizzare l’Evangelario moderno. «Da un momento all’altro mi sono ritrovato senza una casa in cui vivere e senza il mio amatissimo lavoro. Nonostante ciò, devo essere grato alla vita in quanto io e la mia compagna siamo vivi soltanto perché quella notte non eravamo in casa – conclude Conti -. Adesso bisogna capire cosa si è salvato della cartiera, perché ancora è coperta dalla macerie, i tempi della macchina burocratica si muovono a rilento. Bisogna ricostruire in quel posto perché lì c’è la mia vita, i miei ricordi, la presenza di mio padre sempre con me, ho la mia casa perché vivevo e lavoravo lì, tutta la mia vita è lì. Se poi ci saranno delle situazioni pratiche che non permetteranno di ricostruire li allora si troverà qualche altra soluzione, per questo ho cercato aiuto, andando in tv, di sensibilizzare quante più gente possibile, per accorciare i tempi, perché semmai arriverà qualche fondo arriverà fra qualche anno e io non posso aspettare».

Già, la Cartera Aetna, rappresenta una delle ultime realtà in cui si produce carta a mano in puro cotone, ed è un gioiello della tradizione artigianale italiana, un patrimonio artistico e culturale che non deve assolutamente andare perduto così come “il sapere” di Stefano Conti, uno degli ultimi mastri cartai d’Italia, che a pieno titolo potrebbe essere iscritto nel Libro dei Tesori Umani Viventi. È necessario il sostegno di tutti, soprattutto delle Istituzioni, contribuendo alla raccolta fondi lanciata su Facebook “Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna” per fare in modo che questa tradizione possa continuare.

“Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna”

per fare in modo che questa tradizione possa continuare

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Emilio Messina

La Sicilia ricca di bellezze artistiche, paesaggistiche e architettoniche, continua a essere la protagonista dello scenario culturale nazionale. Nel 2018 la sesta edizione del concorso nazionale promosso dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, è stata vinta dal borgo siciliano di Petralia Soprana. A quasi 1150 m. sul livello del mare, arroccato su una parete di roccia calcarea, è il paese più alto delle Madonie. Di origini molto antiche, si suppone sia stata l’antica Petra, città fondata dai Sicani. Sotto il dominio dell’Impero Romano fu uno dei principali centri produttori di grano. Nel IX secolo il centro fu conquistato dagli Arabi e ribattezzato con il nome di Batraliah. Conquistato dai Normanni nel 1062, divenne un’importante roccaforte. A partire dal XVI secolo il borgo, centro fiorente di arte scultorea, vanta un’importante tradizione artistica, dai Ragona a Frate Umile, Frate Innocenzo e Vincenzo Gennaro, artista di fama internazionale. Molto ricco è il patrimonio architettonico che si è conservato: la Chiesa Madre dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dove è conservato uno dei trentatré crocifissi lignei realizzati da Frate Umile, presenti in diverse chiese dei centri siciliani; la Chiesa di S. Maria di Loreto con pianta a croce greca, arricchita nel prospetto da due campanili sormontati da guglie decorate con maioliche policrome. Ancora oggi il borgo conserva la struttura urbanistica di età medievale caratterizzata da stradine che si snodano tra chiese e palazzi nobiliari, piccole case realizzate in conci di pietra locale e piazze circondate da imponenti costruzioni che si affacciano a scenografici belvederi. Sembra di camminare in un museo a cielo aperto!

Petralia Soprana è il quarto borgo siciliano a essere insignito del titolo Borgo dei Borghi, insieme a Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca di Sicilia che hanno vinto le scorse edizioni del concorso. Sono paesi che raccontano le tradizioni e la storia più recondita dell’Isola, spesso poco conosciuti nell’immaginario comune. La Sicilia dei borghi è stata raccontata nel libro “Borghi di Sicilia” (Dario Flaccovio Editore), di recente pubblicazione, nato «per offrire al lettore la possibilità di vivere e conoscere la Sicilia al di fuori dei radar del turismo di massa e delle mete più facili e visibili, raccontando una Sicilia inedita, lontana dagli stereotipi, una Sicilia dei margini ma non marginale. Abbiamo voluto raccontare la Sicilia interna, di montagna e di collina, distante dall’immagine solo “balneare” che si ha della nostra isola»- come ci racconta Fabrizio Ferreri, che insieme con Emilio Messina ha curato la pubblicazione. Il libro illustra un itinerario attraverso cinquantotto borghi raccontati con il coinvolgimento emotivo di chi questi luoghi li vive.

Perché secondo te, Fabrizio, in Sicilia il concorso promosso dalla trasmissione in onda su Raitre “Alle falde del Kilimangiaro” ha avuto così tanto successo?

«Perché le nostre comunità sanno ricompattarsi quando vengono sollecitate da occasioni eccezionali. L’auspicio è che questa forza possa valere ed essere operante anche nel quotidiano, dove invece prevalgono spesso ostilità, incomprensioni, indifferenza. Sperimentare una maggiore unione di comunità in casi eccezionali, come un simile premio, può dare prova del piacere di ritrovarsi vicini, solidali, radicando un senso nuovo e più forte dello stare insieme, del mettere in comune». 

Quali strategie bisogna mettere in atto per valorizzare i borghi siciliani?

«Non basta agire sulla leva economica. Bisogna recuperare “la coscienza del luogo”, stimolare la capacità d’identificazione con i valori e le risorse di un territorio, ma non in senso chiuso e localistico, bensì all’insegna di un’apertura che ci consenta di mettere in comune, di condividere e accrescere i significati che la storia di un luogo ci consegna. Bisogna “fare comunità” innanzitutto. Questa peraltro è l’unica base per costruire economie che non siano effimere, ma durature e sostenibili».

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

A circa 30 km da Ragusa, alle falde del Monte Lauro, si estende Giarratana, una cittadina di circa 3000 abitanti denominata “la Perla degli Iblei”.
Anticamente essa si sviluppava presso un monte a 771 metri sopra il livello del mare ma il terremoto del 1693 distrusse l’antico abitato di Cerretanum (dal latino cerrus, quercia).
In seguito, la cittadina fu edificata in una collina più a sud chiamata “Pojo di li disi”. Il precedente sito fu, invece, denominato Terravecchia.
Giarratana offre numerose bellezze paesaggistiche, architettoniche e d’interesse storico – archeologico.
Si pensi alla Villa Romana di età imperiale (III secolo d.C.) che occupava uno spazio di circa duemila metri quadrati, di cui oggi restano visibili la struttura e i pregiati pavimenti a mosaico con motivi floreali e geometrici.
Anche l’antico abitato di Terravecchia continua a restituire testimonianze del passato: un’ equipe di studiosi francesi ha indagato il castello col suo torrione, la Chiesa di San Giovanni Battista e l’abitato dal quale sono rinvenuti numerosi arnesi da cucina, pentole e statuette, oggi conservate preziosamente a Palazzo Barone, sede della Mostra dei Reperti Archeologici oltre ad ospitare il Museo dell’Emigrazione.
Palazzo Barone fu edificato nella prima metà dell’Ottocento nel suggestivo quartiere ‘Cuozzu’, riconosciuto dalla Soprintendenza quale ‘bene demo-etno-antropologico ibleo’. Il quartiere, definito Museo a Cielo Aperto, è sempre visitabile ma si può apprezzare maggiormente nel periodo natalizio: qui, infatti, ha luogo il Presepe Vivente di Giarratana, più volte qualificatosi come “Presepe Vivente più bello d’Italia”.
Non si può passare da Giarratana senza rimanere incantati dalle sue maestose chiese. La Chiesa di San Bartolomeo, costruita dopo il terremoto, è un esempio di tardo barocco. Essa custodisce preziose tele, il corpo della martire Ilaria (donato da Papa Alessandro VII, nel 1665) e, nell’altare maggiore è posto il simulacro del titolare della chiesa: San Bartolomeo Apostolo la cui festa, il 24 Agosto, è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della nostra terra. Il 21 Agosto, invece, si svolge una delle più importanti fiere di bestiame, che richiama gente da ogni parte della Sicilia.
Poi ancora la Chiesa di Sant’Antonio Abate, in stile barocco. Qui la cappella centrale è dedicata a Maria SS. della Neve, Patrona di Giarratana, che si festeggia il 5 Agosto.
Neoclassica è, invece, la Basilica dedicata a Maria SS. Annunziata e San Giuseppe, sita davanti al Municipio della città. Qui si trova anche un monumento ai caduti giarratanesi, martiri della Grande Guerra.
Uno dei prodotti caratteristici di questa terra è la cipolla bianca, dolce e grande (può pesare fino a oltre 2 kg), ‘a cipudda di Giarratana appunto, la cui Sagra è il 14 Agosto.
A Giarratana si può ancora apprezzare l’aria fresca e pulita, l’ospitalità della gente e la gioia di vedere bambini giocare tranquillamente per le strade. Un paese da visitare, o meglio, da vivere!

 

 

Articolo di Irene Novello

Percorrere l’Antica Trasversale Sicula significa scoprire la Storia e la Geografia della Sicilia, i suoi molteplici dialetti, incontrare le tradizioni e le varie culture di una stessa isola, addentrandosi nelle pieghe più nascoste del suo territorio e conoscendo ciò che rimane della sua più autentica identità.
Il progetto nasce dagli studi degli archeologi Biagio Pace e Giovanni Uggeri che hanno individuato un reticolo di trasversali sicule di età greca, ma forse anche più antica, che collegavano Camarina (oggi in provincia di Ragusa) alle principali città indigene, greche e puniche della Sicilia. Erano delle vie più che altro commerciali, dove venivano scambiati olio, sale, grano, vino e dove camminavano uomini e idee.
Animati dallo spirito di convivenza che ha contraddistinto gli antichi popoli dell’isola Tano Melfi e Peppe De Caro (fervidi camminatori e appassionati di storia), gli archeologi Giuseppe Labisi e Sareh Gheys, Claudio Lo Forte, membro della Protezione civile, hanno collegato e attraversato le tante trasversali sicule, tracciando un unico percorso di 640 km, da Camarina a Mozia.
Oggi tutti possono percorrere l’Antica Trasversale Sicula, costituita da trazzere ed ex strade ferrate che sono state mappate e georeferenziate grazie alla collaborazione di Maurizio Bombace, geologo presso il LabGIS dell’Osservatorio Turistico Regionale Siciliano, che ha messo in evidenza i principali punti d’interesse turistico, i punti di sosta, le aree archeologiche attraversate e i punti di accoglienza per i camminatori. Il percorso è, infatti, reso interrattivo grazie al supporto della web map, dove si possono scaricare i file gps delle tappe, le schede dei monumenti e delle aree archeologiche (curate dall’Università di Palermo), direttamente intercettati dall’Antica Trasversale Sicula.
È uno dei percorsi storici più antichi della Sicilia e del Vecchio Continente, uno dei pochi al mondo che collega siti d’importante valore storico e culturale: Camarina, Pantalica, Akrai, Palikè, Morgantina, il lago di Pergusa e la Rocca di Cerere, Entella, Hippana, Mokarta, Segesta e Mozia.
L’obiettivo del progetto è quello di valorizzare e rendere fruibile il percorso per riscoprire i territori attraverso il turismo esperienziale, restituendo identità alle comunità attraversate dal cammino.
Tra le iniziative proposte dall’omonima associazione, rientra il Primo Cammino Internazionale dell’Antica Trasversale Sicula, percorso lo scorso 6 ottobre e conclusosi, dopo quarantaquattro giorni di cammino, il 18 novembre. L’iniziativa ha avuto il riconoscimento dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 e ha visto la partecipazione di studiosi, fotografi, giornalisti e amanti del trekking, associazioni e amministrazioni comunali. Ospite eccezionale, per i primi tredici giorni di cammino, è stato lo scrittore Martín Guevara Duarte, nipote del Che ed esperto camminatore, rimasto affascinato dalla bellezza dei luoghi visitati. Tra i progetti futuri dell’associazione rientrano oltre all’organizzazione di eventi e iniziative volte a sensibilizzare chi vive i luoghi attraversati dal percorso, collocare la segnaletica lungo le tratte interessate e coinvolgere le istituzioni scolastiche attraverso iniziative che valorizzino le tappe del cammino, quindi abbracciare e coinvolgere tutti gli abitanti di questi luoghi affinché la Trasversale diventi di tutti. «L’aspetto principale che caratterizza l’Antica Trasversale Sicula è l’accoglienza e l’ospitalità delle persone che vivono i luoghi attraversati dalla Trasversale e la bellezza di questi territori – afferma Peppe De Caro -. Il Cammino, infatti, vuole raccontare una Sicilia autentica, ad ogni passo calpestiamo la storia. Questo progetto mira a essere stimolo per i siciliani a conoscere, rispettare e tutelare i luoghi che ci appartengono, consegnateci in eredità dai nostri avi. Luoghi che noi dobbiamo lasciare ai posteri».

 

 

Segesta

Segesta

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti

La Sicilia è una terra ricca di bellezze artistiche e di paesaggi naturali unici al mondo. L’Isola racchiude ben sette siti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, a testimonianza del valore storico, culturale e naturale che ha da sempre caratterizzato la più grande isola del Mediterraneo. Come raccontava nel 1885 Guy de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia: “Ma quel che ne fa, innanzi tutto, una terra necessaria a vedersi ed unica al mondo è il fatto che, da una estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”. Ed è proprio per la sua bellezza architettonica e paesaggistica che è diventato noto in tutto il mondo, il Parco Archeologico di cui parliamo: Segesta. Fu una delle principali città degli Elimi, un popolo di origine peninsulare, che la tradizione antica vuole di discendenza troiana. La città, fortemente ellenizzata, divenne uno dei centri più importanti della Sicilia e del Mediterraneo; la sua storia è caratterizzata dalle secolari controversie con Selinunte. Conquistata e distrutta nel 307 a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa, che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. Riprese il suo nome e durante la prima guerra punica passò ai Romani con i quali visse un nuovo periodo di prosperità. Le indagini archeologiche hanno messo in luce anche un villaggio di età musulmana e un insediamento normanno-svevo, dominato dall’alto dal castello costruito sulla sommità del Monte Barbaro.
Il Parco si trova a 40 Km da Trapani, nel territorio di Calatafimi Segesta, noto per il tempio dorico datato alla metà del V secolo a.C., costruito sulla cima di un colle che sembra dominare le terre circostanti tra colline di colore bruno e varie tonalità di verde che creano una quinta scenografica naturale e per il teatro costruito sul Monte Barbaro intorno alla seconda metà del II secolo a.C.
Il Tempio dorico costruito su una collina, è noto in tutto il mondo per l’ottimo stato di conservazione. È un tempio incompiuto, la costruzione fu probabilmente interrotta nel 409 a.C. quando Segesta passò sotto il dominio cartaginese. Infatti, l’edificio presenta le colonne prive di scanalature ed è inoltre privo della cella, il vano che si trova all’interno di ogni tempio greco e che custodisce il simulacro della divinità tutelare; sicuramente la cella faceva parte del progetto, infatti, gli scavi archeologici hanno messo in evidenza alcuni tratti delle fondazioni che testimoniano la sua imminente costruzione. Non si hanno notizie del culto cui il tempio era dedicato. Il Teatro guarda verso il Golfo di Castellammare, incorniciato da un panorama che toglie il fiato, dove mare e terra s’incastrano, creando delle emozioni uniche. Vi si accedeva attraverso un’ampia strada lastricata, costruito in calcare locale, con la classica cavea circolare, sostenuta e costruita da un possente muro di contenimento. Tutt’oggi sono presenti nella cavea i sedili per gli spettatori della costruzione originale; ne poteva ospitare circa quattromila. Oggi, durante la stagione estiva, è possibile rivivere la magia antica del teatro grazie alle rappresentazioni classiche e moderne, spettacoli di danza e concerti di musica lirica interpretati da importanti artisti.
Segesta è uno dei Parchi Archeologici più importanti e più belli della Sicilia, la cui preziosità è stata quest’anno ulteriormente confermata dalla Regione Siciliana, riconoscendolo come ente autonomo e quindi indipendente per quanto riguarda la ricerca scientifica, la gestione, l’amministrazione e il settore finanziario. Il Parco Archeologico di Segesta si aggiunge a quelli già esistenti della Valle dei Templi, Naxos-Taormina e Selinunte Cave di Cusa, a seguito della Legge Regionale 2000 con cui sono stati istituiti nell’Isola i Parchi Archeologici. Tra le intenzioni del governo c’è quella di istituirne altri diciassette con l’intenzione di valorizzare al meglio le bellezze artistiche della nostra bella Sicilia.

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Felice Privitera

Il Cammino di Santiago è uno dei pellegrinaggi più importanti. Quello tra la Sicilia e Santiago di Compostela è un legame ben radicato, risalente al XII secolo e, il culto di San Giacomo (Patrono della Spagna), presente in epoca bizantina, dopo la conquista normanna si diffuse ben presto in tutta l’Isola. Come scrive Giuseppe Arlotta in “Santiago e la Sicilia: pellegrini, cavalieri e confrati”, dalla liberazione della dominazione araba molte chiese furono consacrate a San Giacomo e dotate di strutture per ospitare i pellegrini (hospitalia), distribuite lungo le strade siciliane, ognuna a trenta chilometri dall’altra, dotando dei punti di assistenza, creando un continuum della Via Francigena, già conosciuta al nord da mercanti e pellegrini. Da Agrigento partivano tre itinerari: il primo verso Caltanissetta, il secondo verso Gela attraversando Vizzini per giungere a Messina, il terzo andava verso Cammarata e Castronovo di Sicilia allacciandosi a due arterie dirette a Messina, una attraversava le montagne e l’altra lungo la costa settentrionale, attestata come Via Francigena. Messina rappresentava il crocevia in quanto i pellegrini arrivavano da tutta la Sicilia e proseguivano verso Roma, Santiago o Gerusalemme oppure al ritorno sbarcavano nel porto messinese per dirigersi verso Roma o Santiago. Il culto verso San Giacomo accrebbe durante la dominazione aragonese in Sicilia, molte chiese erano dedicate all’Apostolo: Palermo, Caccamo, Capizzi, Enna, Piazza Armerina, Siracusa, Ferla, Ragusa, Gela, Caltagirone, Vizzini, Mineo, Augusta, Agrigento, Licata. Nonostante le difficoltà e i pericoli, il Cammino verso Santiago rimase radicato nel sentimento religioso dei siciliani, anche quando conclusa la dominazione spagnola, il culto a San Giacomo fu sostituito da quello della Madonna, tanto che diversi anni fa alcuni pellegrini hanno ripercorso il cammino medievale da Camaro sino a Caltagirone, dove tutt’oggi, essendo Patrono della città, il braccio reliquiario è portato in processione dentro una cassa argentea insieme alla sua statua e la celebre Scala di Santa Maria del Monte è illuminata in suo onore. “Sanctus Jacobus. Storia e tradizioni del culto di San Giacomo in Sicilia” è il titolo della “due giorni” svoltasi a Caltagirone, lo scorso 15 e 16 giugno, con i più autorevoli esponenti italiani e spagnoli della cultura jacopea e dei sindaci delle città siciliane protette da San Giacomo Maggiore Apostolo: Caltagirone, Capizzi, Comitini, Galati Mamertino, Gratteri, Messina con le frazioni di Camaro e Itala Marina e Villarosa. Apertasi con la mostra “Roma, Santiago, Gerusalemme” cui sono seguiti convegni, relazioni e proiezioni di documentari, la manifestazione si è conclusa con la costituzione della rete delle città jacopee in Sicilia con l’obiettivo di rafforzare il legame tra i comuni il cui Patrono è San Giacomo e sviluppare scambi turistici tra la Sicilia e la Galizia. Paolo Caucci von Saucken, presidente del Centro Italiano di Studi Compostellani, spiega come «questa tradizione sia diffusa ovunque, in Italia ci sono due centri importanti, Pistoia e Caltagirone, che rappresenta in Sicilia un punto di riferimento, anche se il culto per San Giacomo è diffuso in tutta l’Isola. La creazione della rete delle città jacopee ha l’obiettivo di valorizzare le tradizioni legate a San Giacomo dal punto di vista storico, iconografico e artistico, poiché la Sicilia possiede un ricchissimo patrimonio, e di individuare, inizialmente, una sola via di pellegrinaggio, dotandola di luoghi di accoglienza e ristoro, fare una guida, valorizzare il patrimonio storico-artistico e promuovere un pellegrinaggio sulle antiche strade. Adesso è molto più realizzabile la creazione di questa rete di città jacopee con il patrocinio della Regione Siciliana coinvolgendo la Regione Galizia, poi seguiranno degli scambi istituzionali». Per il delegato regionale del Centro Italiano di Studi Compostellani, Massimo Porta «valorizzare quest’antica identità è un impegno che s’intende rinnovare». Il Cammino di Santiago non è solo un viaggio religioso ma anche un viaggio interiore, emotivo e del ricordo, un motivo in più per farlo.

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti e Samuel Tasca

La Sicilia è una terra di antiche memorie, museo a cielo aperto di architetture, caleidoscopio di suoni, colori, sapori e immagini che lascia un segno indelebile in chiunque la attraversi. Fin dall’antichità è stata una meta ambita da diversi viaggiatori, oggi è una delle destinazioni turistiche più gettonate, il cui numero di utenti è in forte crescita, soprattutto tra gli stranieri.
Chi vuole trascorrere una vacanza in Sicilia, in qualsiasi periodo dell’anno, ha davanti a sé una gamma ricca e variegata di posti da visitare, unici in ogni angolo dell’Isola. Uno dei territori che racchiude i tratti della Sicilia più autentica è quello compreso tra Pachino e Noto.
In questo tratto di costa della Sicilia sud-orientale non potete non visitare il borgo marinaro di Marzamemi, frazione di Pachino, in provincia di Siracusa. La sua fortuna è stata da sempre legata alla pesca, alla Tonnara, tra le più importanti della Sicilia, e alla commercializzazione dei prodotti tipici in tutto il Mediterraneo. Il borgo, visse un’importante fase di ristrutturazione nel 1630 quando si insediò la famiglia Villadorata; oggi è, infatti, possibile visitare il Palazzo di Villadorata, residenza del principe, la Chiesa di San Francesco di Paola, Patrono del borgo, celebrato ogni anno il 20 agosto, le case dei pescatori, edifici che si raccordano attorno alla Piazza Regina Margherita. Il borgo è meta ideale per visitare il sud della Sicilia, per godersi il mare cristallino e fare una vacanza dal ritmo lento e rilassato. Se infatti siete amanti della natura e dell’escursionismo a circa 10 chilometri a nord da Marzamemi dovete visitare la Riserva naturale orientata Oasi Faunistica di Vendicari. È una delle poche zone umide costiere di importanza internazionale, con un’estensione di circa 500 ettari, istituita nel 1984 con decreto del Ministero dell’Agricoltura e Foreste. L’Oasi è caratterizzata da una vasta spiaggia a formazioni dunali e modesti affioramenti di scogli. L’area riveste un importante interesse naturalistico per i suoi pantani salmastri, luoghi di sosta per gli uccelli migratori che vi si fermano a svernare o a riposare nel corso del loro lungo viaggio da un continente all’altro. Infatti, una delle attività più praticate nella riserva è il birdwatching, nei vari capanni gli appassionati e i dilettanti cercano di immortalare i numerosi volatili che animano i pantani. I fenicotteri rosa sono una delle specie presenti nella riserva che è diventata in Sicilia il secondo sito di nidificazione per la specie, dopo Priolo, e la più piccola colonia nidificante del Mediterraneo. Se siete amanti delle lunghe passeggiate all’interno della riserva potete praticare anche l’escursionismo tra i tre percorsi proposti, visitare le spiagge tra cui quella di Calamosche insignita nel 2005 da Legambiente del titolo di “Spiaggia più bella d’Italia”, i boschi di ginepro e i vari siti archeologici presenti. La storia della riserva è piuttosto articolata, frequentata sin dall’epoca greca, nella zona della cosiddetta “balata”, una spianata rocciosa utilizzata come banchina portuale, forse anche uno scalo commerciale di epoca fenicia. La frequentazione è testimoniata anche dalla cella di un tempio vicino al pantano Scirbia. Interessanti sono i ruderi della cittadella dei Maccari, villaggio bizantino del VI secolo d.C., dove sono visibili i resti della Basilica detta “Trigona”. Di particolare rilievo sono la Torre Sveva, costruita nel XV secolo dal Duca di Noto Pietro D’Aragona, utilizzata per difendere il porticciolo, la comunità locale e la Tonnara settecentesca conosciuta anche con il nome di “Bafutu” che cessò la sua attività nel 1943. Dopo questa passeggiata, indossate pinne e occhiali e tuffatevi! I fondali della riserva sono meravigliosi per gli appassionati dello snorkeling.

Articolo di Irene Novello

Foto di Giuseppe Leone e Ass. Aditus in Rupe

Nell’entroterra siracusano, tra i Monti Iblei, sorge Palazzolo Acreide, città dalle antiche vestigia, dove la presenza del passato è testimoniata da importanti reperti archeologici ed eleganti monumenti. La città fu distrutta l’11 gennaio del 1693 dal catastrofico terremoto che interessò tutta la Sicilia orientale da Messina a Noto. Fu ricostruita a valle, dove importanti architetti come Labisi e Sinatra edificarono bellissime chiese in stile tardo-barocco. È grazie a questi edifici, come la Basilica di San Paolo e la Chiesa di San Sebastiano, che la città nel 2002 è stata dichiarata Patrimonio dell’UNESCO insieme alle altre sette “Città del Val di Noto”. Palazzolo Acreide, l’8 maggio scorso, è stato uno dei borghi attraversati dal Giro d’Italia nella quarta tappa Catania-Caltagirone.
Il territorio è stato abitato sin dall’epoca greca, infatti, più a ovest rispetto alla città moderna, sorgeva Akrai, colonia siracusana, fondata intorno al 664 a.C. L’insediamento greco occupava una posizione strategica che consentiva il controllo dell’entroterra su un altipiano posto tra le Valli del fiume Tellaro a sud e del fiume Anapo a nord, esteso su un pianoro di circa trentacinque ettari, a 770 metri sul livello del mare. Ad Akrai la ricerca archeologica inizia nel XIX secolo con il barone Judica, cui è dedicato il Museo Archeologico di Palazzolo Acreide presso il Palazzo Cappellani, dove sono esposti i reperti provenienti dalla città greca.
L’edificio più importante dell’area archeologica è il Teatro, scoperto nel 1824 dal barone Judica, è di età ieroniana, datato intorno al III secolo a.C., periodo in cui Akrai ha vissuto uno straordinario splendore. A differenza del Teatro di Siracusa, quello di Akrai non è stato scavato nella roccia ma è stato adagiato su un pendio naturale. La cavea è composta da nove settori, divisi da otto scalinate. Il barone Judica ricostruì la cavea fino al dodicesimo gradino. Al centro si sviluppava l’orchestra, luogo dove durante le rappresentazioni teatrali si muoveva il coro. La sua forma semicircolare permetteva una maggiore vicinanza della scena al pubblico. La scena era in legno e di dimensioni non troppo ampie, profonda tre metri, era chiusa da un muro. Il Teatro, di piccole dimensioni, poteva contenere circa 660 spettatori e nel complesso appare asimmetrico, perché inserito in un tessuto urbano già saturo. Nella parte alta del settimo cuneo il Teatro era collegato attraverso una galleria al bouleuterion, sede del Consiglio della città greca. In età romano-imperiale, la scena del teatro subì delle modifiche, fu avanzata di due metri, riducendo lo spazio dell’orchestra. Contemporaneamente si pavimentò l’orchestra con lastre in pietra levigata, ancora in situ, e si edificò un chioschetto di cui è ancora visibile il basamento. Il ritrovamento di macine e di una grande quantità di silos testimonia il fatto che, in epoca bizantina, su una porzione della scena fu costruito un edificio per la lavorazione del grano. La struttura rivive ogni anno con il Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, organizzato dalla Fondazione Inda tra maggio e giugno. La manifestazione permette il confronto sui temi della cultura classica tra gli studenti di ogni parte d’Italia e d’Europa. Preziosa memoria della storia di Palazzolo Acreide è la Casa Museo di Antonino Uccello, «che trasformò la città in una piccola Atene» come racconta il fotografo Giuseppe Leone, che ha esordito illustrando il suo volume, La civiltà del legno in Sicilia. Il museo etnografico, creato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 dall’etno-antropologo, raccoglie una collezione di manufatti che ricreano gli ambienti della casa della comunità contadina iblea. Il museo è oggi di proprietà regionale e rappresenta un pezzo di storia di Palazzolo Acreide.