mangia's convegno

Il Maestro Nicola Fiasconaro rilancia il progetto di un’Accademia del Gusto a Castelbuono (PA), candidata a Città Creativa UNESCO 2023 per la gastronomia

Si è appena concluso all’Hotel Torre del Barone di Sciacca (AG) il convegno dal titolo La nuova era dell’hospitality, dove la tradizione incontra l’innovazione. Un palcoscenico prestigioso, che ha visto fra i suoi speaker d’eccezione anche il Maestro Nicola Fiasconaro. La tavola rotonda ha dato vita ad un interessante dibattito sull’evoluzione in corso nel mondo della formazione per il settore Ho.Re.Ca., mettendo a confronto alcuni dei nomi più rappresentativi della pasticceria e della gastronomia di alto profilo Made in Italy, primo fra tutti Iginio Massari.

“Finalmente anche in Sicilia si sta affermando una visione sempre più consapevole della nostra sovranità alimentare e della cultura mediterranea del cibo. Siamo protagonisti di un’evoluzione che richiede una formazione sempre più specifica, che ci consenta di poter contare su professionisti autoctoni, sia a livello manageriale che dell’artigianalità nei settori dell’ospitalità e della ristorazione di eccellenza Made in Sicily”, ha commentato il Maestro Nicola Fiasconaro al termine dell’evento.

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Nel corso del convegno il Maestro Fiasconaro ha, inoltre, ribadito il suo impegno per la realizzazione di un’Accademia del Gusto Castelbuono (PA), borgo medioevale dove ha sede il quartier generale dell’azienda dolciaria, candidato a Città Creativa UNESCO 2023 per la gastronomia. Un borgo medioevale che fra i suoi punti di forza vanta sicuramente la biodiversità, con prodotti tipici quali l’ape nera, il basilisco, l’olio Crastu, e la rinomata Manna, resina dolce prodotta dai frassini locali del comprensorio madonita.

“Da tempo sostengo con forza la creazione di un’Accademia del Gusto a Castelbuono, candidata a Città Creativa Unesco 2023. Un progetto per un vero e proprio polo accademico culinario, ma soprattutto, un sogno che coltivo da tempo”,  prosegue Nicola Fiasconaro.

 

Nel corso del convegno Nicola e Mario Fiasconaro hanno presentato i dolci conventuali tipici delle Madonie: la testa di Turco, una crema di latte zuccherata e aromatizzata con cannella e limone, alternata con strati di una sfoglia realizzata con farina e uova, e lo sfoglio di Polizzi, una pasta frolla realizzata con strutto e farcita con tuma fresca, miele, cioccolato e pezzetti di cedro.

mario fiasconaro

 

Sapori, profumi e alchimie della Sicilia sono la suggestiva cornice della storia e della tradizione dell’azienda dolciaria Fiasconaro, nata nel 1953 a Castelbuono, nel cuore del parco delle Madonie, in provincia di Palermo. Oggi l’azienda, giunta alla terza generazione di Pasticcieri è un’eccellenza del made in Italy, con un fatturato 2022 di oltre 34 milioni di euro, un organico di 180 lavoratori – fra stagionali e dipendenti, ed una presenza in 60 Paesi con una crescita del 20% su tutti i principali mercati: Italia, Canada, Francia, Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda e con un orizzonte strategico rivolto al mercato asiatico. Fiasconaro è totalmente made in Sicily e anche il suo indotto segue la territorialità. Il panettone e la colomba Fiasconaro rappresentano il core-business dell’azienda, ma è in continua crescita anche l’incidenza della linea di prodotti continuativi: torroncini, cubaite, creme da spalmare, mieli, marmellate, confetture e spumanti aromatici. I suoi dolci sono stati serviti sulle tavole di tre Papi, del Presidente della Repubblica cinese, dagli astronauti dello Shuttle, nelle corti regali di tutta Europa. 

 

chiaramonte gulfi digitale

Chiaramonte diventa “città digitale”: un progetto di promozione turistica del territorio

Chiaramonte aderisce alle “Città digitali”, un progetto di valorizzazione e promozione turistica del territorio che permetterà a tutti, in qualunque parte del mondo, di guardare da vicino e in 3D le bellezze del piccolo comune montano. 

Grazie a un sito accessibile da ogni angolo della Terra, sarà possibile entrare virtualmente in alcuni siti culturali, turistici e del comparto produttivo che si trovano all’interno di Chiaramonte. Tutto questo è stato possibile grazie alla partecipazione, a titolo assolutamente gratuito per il Comune di Chiaramonte, a un progetto di IcommLab, una start up nata nel 2019 che ha consentito a Chiaramonte Gulfi di essere fra i primi dieci comuni italiani ad essere inseriti in questa importante vetrina internazionale

L’obiettivo è promuovere i territori e i siti turistici che possono essere visitati grazie a innovative tecnologie in 3D che consentono un tour virtuale dei luoghi. Ed è così che la Chiesa Madre, il Santuario di Gulfi, la Villa Comunale, la chiesa di San Filippo, la chiesa di Santa Lucia, il Palazzo Montesano con il suo museo dell’olio e il convento di Gesù, sono visibili anche per chi non si trova fisicamente sul posto. A breve, saranno digitalizzati anche gli altri siti culturali di Chiaramonte. 

chiaramonte gulfi digitale

Ben presto, ci sarà anche la sezione dedicata al comparto produttivo, dai commercianti, agli artigiani, ai ristoratori e agli albergatori che vorranno vedere i loro esercizi commerciali apparire anch’essi nel sito con un tour virtuale dei loro negozi. Questa sezione del sito sarà economicamente a carico di coloro che vorranno essere presenti.

 

Per la presentazione del progetto alla città è stata indetta una conferenza stampa, a cui parteciperanno anche gli operatori commerciali di Chiaramonte, per venerdì 24 marzo alle ore 17.00  in Sala Sciascia. All’evento prenderà parte l’assessore Elga Alescio, che si è occupata in prima persona dell’intero progetto ed Emanuele Cocchiaro, responsabile commerciale Italia del progetto “Le città digitali” by IcommLab.

L’obiettivo finale, molto ambizioso, è quello di digitalizzare e virtualizzare tutte le città d’Italia.

Maria Gabriella Capizzi

Nuovo capitolo nella storia del Museo Archimede e Leonardo di Siracusa – Avviata collaborazione con ArtesMechanicae

Un nuovo capitolo nell’ormai lunga storia del museo Archimede e Leonardo di Siracusa. La struttura che si trova nell’ex convento del Ritiro di via Mirabella, nel cuore di Ortigia, si arricchisce infatti della collaborazione con ArtesMechanicae, prestigioso gruppo di ricerca impegnato nello studio della storia della scienza e della tecnologia, caratterizzato da un approccio interdisciplinare che integra i metodi storiografici tradizionali con strumenti di analisi, classificazione e visualizzazione mutuati dall’ingegneria e dall’informatica.

Un variegato ensemble internazionale di studiosi e professionisti è l’anima di questo gruppo, fondato da Andrea Bernardoni, docente di Storia della Scienza all’Università dell’Aquila, autore di numerose pubblicazioni e ricercatore dell’Istituto di Storia della Scienza (Museo Galileo) di Firenze e Alexander Neuwahl, importante figura nel campo della progettazione e della comunicazione, collaboratore storico del Museo Leonardiano di Vinci e attivo promotore dell’utilizzo delle tecniche di ricostruzione tridimensionale come strumento di ricerca storico-scientifica.

Da oggi il museo Archimede e Leonardo di Siracusa si avvale dunque della loro autorevole consulenza tecnico-scientifica, volta ad ampliare l’offerta didattico-culturale della struttura. Non solo. Andrea Bernardoni e Alexander Neuwahl, con il loro ampio bagaglio culturale, entrano a far parte del comitato scientifico del museo Archimede e Leonardo di Siracusa, che continua così ad arricchirsi di specialisti di discipline diverse.

Spiega il prof. Alexander Neuwhal: «Nello sviluppo delle nostre idee ci troviamo molto spesso di fronte a stereotipi con i quali è faticoso e difficile confrontarsi. In merito a Leonardo in particolare cerchiamo sempre di ricondurre la narrazione a una ricostruzione del contesto storico nel quale egli visse, che fu d’ispirazione per lui come per tanti altri suoi “colleghi” contemporanei: nel far questo, individuare le radici dei saperi ai quali anche lui attinse è molto importante. È dunque questo il motivo per cui un museo dedicato al rapporto tra Leonardo e uno dei più importanti scienziati del passato è dal nostro punto di vista un terreno fertile sul quale impiantare esattamente il tipo di narrazione al quale sempre tendiamo. Riconnettere Leonardo a una delle radici dei saperi ai quali si ispirò è una parte importante del processo di ricostruzione di una figura di Leonardo più storica e meno “mitologica”».

Aggiunge il prof. Andrea Bernardoni: «A partire dal mese di settembre 2022, il gruppo ArtesMechanicae ha iniziato un’attività di consulenza scientifica a favore del Museo Archimede e Leonardo – Siracusa nel quadro di un accordo di partnership che ha lo scopo di ampliare l’offerta formativa e culturale del museo. La collaborazione prevede che, a partire da questa prima fase, seguiranno ulteriori sviluppi, programmati già per la seconda metà del 2023 e per gli anni successivi. Già con questi primi passi il Museo Archimede e Leonardo da Vinci, le cui attività sono pianificate e coordinate dalla direttrice Maria Gabriella Capizzi, sta dunque mostrando grande determinazione e impegno nel volersi strutturare come proposta di qualità e in continua crescita, che possa rappresentare un potenziale culturale e turistico per l’intera città di Siracusa».

Maria Gabriella Capizzi

Soddisfatta di questa nuova collaborazione, Maria Gabriella Capizzi, fondatrice del museo Archimede e Leonardo di Siracusa, la quale spiega: «Proseguono l’impegno e la volontà di offrire a residenti e turisti di ogni età un’offerta sempre più ampia e soprattutto di qualità. Ciò non solo per accrescere l’appeal turistico di Siracusa ma anche per rendere omaggio a due grandi geni come Leonardo e Archimede che, in particolar modo, merita di essere ricordato e celebrato nella propria città».

Il Mulino di Babbo Natale si trova a Novara di Sicilia

di Merelinda Staita,

foto di Mirko Sottile e Salvatore Buemi

Novara di Sicilia, comune in provincia di Messina, è uno dei borghi più belli d’Italia e si trova tra i monti Nebrodi e Peloritani. Questo antico paese ha dimostrato di essere un centro di notevole importanza sia in estate e sia in inverno.

Nei mesi invernali è talmente incantevole da sembrare a tutti gli effetti un “paese-presepe”. In alcuni periodi, viene imbiancato dalla neve e questo accresce il suo fascino e la sua eleganza.

Un luogo ricco di magia che si caratterizza per la sua storia, per le sue particolari tradizioni e per le sue bellezze artistiche e culturali. Ogni anno vengono organizzati numerosi eventi che richiamano tantissimi visitatori che, percorrendo le vie fatte di pietra, ammirano scenari suggestivi ed emozionanti. I suoi falò di Natale sono famosi. I fuochi vengono accesi, negli angoli delle strade e nelle piazze, a partire dalla sera della Vigilia di Natale fino all’Epifania.

Durante le festività natalizie, Novara di Sicilia si trasforma in “un angolo di paradiso”. Sì, perché il mulino Giorginaro diventa il mulino di Babbo Natale.

Ho raggiunto telefonicamente l’assessore alla cultura e all’istruzione, Salvatore Buemi, che mi ha raccontato diverse curiosità e segreti.

Si tratta di un mulino ad acqua a ruota orizzontale, perfettamente funzionante, la cui sopraelevazione risale al 1690. Il mulino appartiene alla famiglia Affannato ed è uno degli ultimi mulini ad acqua ancora attivi in Italia.

Mario Affannato, la moglie Florinda Milici e lo staff del mulino donano ogni anno gioia e felicità ai bambini e agli adulti. L’iniziativa nasce dalla proficua collaborazione tra la famiglia Affannato, l’amministrazione comunale, l’associazione Novareventi e viene arricchita dalle installazioni luminose di Novarlux che si occupa di realizzare allestimenti unici ed originali.

Cosa è possibile trovare all’interno del villaggio di Babbo Natale? Il mugnaio, vestito da elfo, che mostra il funzionamento del mulino per macinare il frumento e produrre la farina.

I bambini possono recarsi presso l’ufficio postale, creato ad arte e nei minimi particolari, per affidare agli elfi le loro letterine o per scriverle in compagnia dei folletti. Ogni letterina viene impreziosita dal francobollo della valle Giorginara.

Nel piazzale, davanti alla casetta di Babbo Natale, viene parcheggiata la slitta e le renne illuminate sono sempre pronte per le foto di rito. All’interno della casa c’è Babbo Natale, con la sua lunga barba bianca e il suo pancione, che aspetta i piccoli per accoglierli e coccolarli con amore. Tutto viene valorizzato da un fulgore di luci, strutture luccicanti e meravigliosi riflessi sull’acqua. L’animazione è curata da giovani che aiutano i turisti a vivere un momento magico e indimenticabile.

Nel villaggio è possibile gustare prodotti tipici che mettono in risalto gli odori e i sapori della gastronomia locale. In particolar modo a Novara di Sicilia ci sono due prodotti deliziosi: ’u risuniru” e “a’ rusuélla”.

’U risuniru” è un dolce che ha un forte aroma, tipico della tradizione siciliana, l’arancia, che coniugato al cioccolato rievoca anche il passato arabo della nostra terra. Le tecniche di lavorazione e produzione sono tramandate per via orale da madre in figlia almeno dalla fine dell’Ottocento. Viene preparato da sempre in occasione della festa di Santa Lucia, che ricade il 13 dicembre, e per tutte le festività religiose del Natale. Nelle feste natalizie, in sostituzione dei panettoni e torroni, per i bimbi novaresi veniva preparataa’ rusuélla”, pane decorato con nocciole. Oggi la tradizione della “rusuélla” si rinnova l’ultimo giorno della Novena, con la distribuzione e benedizione in Chiesa, al termine della celebrazione Eucaristica delle ore 6,00.

Insomma, non possiamo perderci questo posto spettacolare e le sue prelibatezze eccellenti. Il mulino di Babbo Natale ci aspetta, così come mi ha confermato il sig. Mario Affannato, nei giorni: 4, 8, 11, 17, 18, 23, 25, 26 dicembre e 1, 5, 6 gennaio, dalle ore 16,00 alle ore 20,00.

Il primo Natale in un sarcofago a Siracusa

di Alessia Giaquinta

 Foto di Parco Archeologico di Siracusa – Assessorato BBCC della Regione Siciliana

La prima rappresentazione del Natale si trova in Sicilia, in un sarcofago del IV secolo, ritrovato a Siracusa nelle Catacombe di San Giovanni dall’archeologo Francesco Cavallari, nel 1872.

Sono passati 150 anni dalla strabiliante scoperta: il sarcofago di Adelfia, oggi esposto nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” della città aretusea, costituisce sicuramente una delle principali attrazioni per i visitatori del museo e uno dei motivi di orgoglio per i siracusani. Si racconta, infatti, che furono tantissimi coloro i quali scortarono il sarcofago durante il suo ritrovamento, fino all’arrivo in piazza Duomo dove si trovava allora la sede del museo.

Nel sarcofago è immediatamente visibile, oltre ad un medaglione in cui è raffigurata una coppia stretta in un abbraccio, anche un’iscrizione latina che ci spiega l’attribuzione dell’urna ad Adelfia “clarissima femina” moglie del conte Valerio. Stando ad alcuni studi, si dovrebbe trattare della consorte di Lucius Valerius Arcadius Proculus Populonius, console e presunto proprietario della Villa Romana di Piazza Armerina.

Ma perché quest’urna è particolarmente importante?

Oltre all’ottimo stato di conservazione, ciò che sorprende è la duplice raffigurazione della Natività: una posta in alto a destra sul coperchio (possibilmente di periodo successivo) e una in basso, sotto al medaglione centrale.

Durante il IV secolo si diffuse la pratica di incidere, nei sarcofagi, le scene relative alla nascita di Gesù, oltre ad episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. E, in questo senso, sembra che il sarcofago di Adelfia sia stato tra i primi, se non addirittura il primo in assoluto.

Decorata con la tecnica del “fregio continuo”, utilizzata nei primi secoli, si sviluppano tredici scene bibliche su due registri sovrapposti, senza avere una consequenzialità temporale ma solo tematica. La salvezza, data dalla nascita di Cristo, infatti, è il tema predominante e caratteristico. È proprio la nascita del divin Bambinello a permettere ai comuni mortali, di anelare alla salvezza eterna e alla rinascita celeste, in paradiso.

Ma focalizziamo l’attenzione sulla Natività presente nel sarcofago in basso, la più antica. Notiamo la Madonna che regge Gesù sulle gambe, mentre le braccia sue e del pargoletto sono protese verso i re magi che avanzano con i loro tradizionali doni. Si nota, infatti, una corona sovrastata da una gemma che simboleggia l’oro, una pisside con coperchio che custodisce l’incenso e la mirra. I magi indossano la tunica con la clamide, e un copricapo.

È la più antica rappresentazione scultorea della Natività.

L’altra scena del presepio, invece, è presente sul coperchio dell’urna, databile invece alla fine del IV secolo, in epoca teodosiana. Era, infatti, fenomeno ricorrente, nell’antichità, reimpiegare un sarcofago per un altro defunto. E probabilmente ci troviamo innanzi ad uno di questi casi.

La Natività del coperchio presenta Gesù sotto una tettoia ricoperta da tegole, avvolto in fasce e scaldato – come vuole il vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo – da un bue e un asinello. Troviamo anche Maria e un pastore, e i tre magi che osservano la stella e conducono i doni a Gesù.

Si tratta certamente di uno dei manufatti più belli e interessanti del repertorio paleocristiano che, ancora oggi, entusiasma ed è oggetto di studi per archeologi ed esperti di tutto il mondo.

Salemi: un borgo che conquista con il suo scrigno d’arte, storia e antiche tradizioni

di Patrizia Rubino, foto di Pro Loco Salemi 

Dal 2016 è uno dei borghi più belli d’Italia, ma Salemi piccolo centro in provincia di Trapani, con meno di 11.000 abitanti, continua a riscuotere consensi e attenzioni per le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche, per la sua storia e le sue tradizioni tanto che rappresenterà la Sicilia nel concorso “Borgo dei Borghi 2023”, promosso dalla trasmissione Kilimangiaro di Rai 3.

Situata al centro della valle del Belice, Salemi è una cittadina dalle origini antichissime, conserva le tipiche architetture medievali, con tracce importanti delle dominazioni arabe e fu gravemente danneggiata dal disastroso terremoto del 1968. «Nel tempo grazie a un’attenta ricostruzione e un accurato restauro – spiega Giuseppe Pecorella, presidente della Pro Loco di Salemi, da anni in prima linea nella promozione del territorio – il nostro centro storico con i suoi edifici, tutti realizzati con la caratteristica e pregiata pietra campanella, si presenta nel suo antico splendore ed è il nostro più suggestivo biglietto da visita».

Ed è proprio nel cuore del centro storico, nella splendida piazza Alicia, che svetta imponente il monumento simbolo di Salemi: il castello normanno-svevo fatto erigere da Federico II di Svevia nel XIII secolo, un’ eccezionale testimonianza dell’architettura medievale nel territorio.

Fu proprio in una delle sue torri che nel 1860 Garibaldi issò la bandiera tricolore, proclamando Salemi la prima capitale d’Italia; titolo che mantenne per un giorno. Oggi il castello è la suggestiva location di convegni, mostre e spettacoli. Proprio accanto al maniero si possono ammirare i resti di un altro edificio straordinario, il Duomo di San Nicola di Bari; dopo il terremoto sono rimasti l’abside, il campanile e le cappelle laterali.

Non molto distante dalla piazza c’è la chiesa barocca dei Gesuiti. Al suo interno sono conservate opere di grande pregio; il crocifisso dell’antica Matrice e un magnifico organo ligneo del 1700. L’ex Collegio dei Gesuiti, proprio accanto alla chiesa, è la sede del Polo Museale cittadino. «Si tratta di un complesso museale straordinario – sottolinea Pecorella – attraverso il quale è possibile ripercorrere la storia, l’arte e la cultura della nostra città e alla cui inaugurazione partecipò, nel 2010, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita a Salemi per l’anniversario dello Sbarco dei Mille». Nel grande museo c’è una sezione dedicata all’arte sacra, con opere salvate dalle chiese distrutte dal sisma, un’altra sezione è dedicata al Risorgimento, in onore del passaggio di Garibaldi nel 1860; oltre a documenti e testimonianze, contiene una collezione di sciabole, fucili, baionette del periodo. Vi è poi una sezione archeologica con i reperti degli scavi di San Miceli, Monte Polizo e di Mokarta, quest’ultimo sito è una delle più importanti testimonianze di epoca preistorica in Sicilia. C’è anche l’area espositiva denominata Museo della Mafia e Officina della Legalità, dove si racconta il fenomeno mafioso attraverso giornali, opere letterarie, cinematografiche e televisive.

Nell’Ecomuseo del Grano e del Pane, sezione inaugurata nel 2019, si celebrano tradizioni ed eccellenze artigianali legate al pane con foto, video e installazioni artistiche di pane. «Salemi ha un legame antichissimo con il pane – spiega Giuseppe Pecorella – che da tempo immemorabile si rinnova ogni 19 marzo con il rito delle “Cene” di San Giuseppe. La tradizione vuole che per ricambiare una grazia ricevuta, si organizzi una cena alla quale vengono invitati 3 bambini, i santi, che rappresentano la sacra famiglia e per i quali si preparano 101 pietanze che ovviamente saranno condivise. Ma il protagonista della festa – aggiunge – è il pane, infatti, per tutto il mese precedente si lavora alla realizzazione di forme artistiche di pane che andranno ad adornare gli altari delle varie “cene”, allestiti nelle case e lungo le stradine del paese. Un’occasione che tra fede e tradizione coinvolge da sempre tutta la nostra comunità».

Etna: un universo da scoprire in ogni stagione

di Patrizia Rubino, foto di Elia Finocchiaro

Rappresenta uno dei più formidabili ed emblematici fenomeni naturali del pianeta, esempio straordinario dei processi geologici continui, vulcano iconico e laboratorio al centro del Mediterraneo. Sono queste alcune delle motivazioni per le quali l’Unesco, nel 2013, ha proclamato l’Etna Patrimonio dell’Umanità. La “montagna”, come viene familiarmente definito dalle popolazioni che vivono alle sue pendici, è un vulcano delle meraviglie che svetta maestoso, nella sponda orientale della Sicilia visibile dalla terra e dal mare, con una storia che ha inizio oltre mezzo milione di anni fa e la cui attività è documentata da almeno 2700 anni.

Oltre a essere il vulcano più alto d’Europa è certamente tra i più attivi al mondo e data la quasi incessante attività, effusiva ed esplosiva, la sua altezza e morfologia mutano frequentemente; attualmente è alto 3357 ed ha un’ampiezza di circa 1190 kilometri quadrati. Nella sua area sommitale ci sono quattro crateri sempre attivi: cratere di sud-est, cratere di nord-est, Bocca Nuova e Voragine, che formano il cratere centrale. Lungo i fianchi si contano circa 300 crateri spenti, un altro record dell’Etna che è il vulcano con più bocche laterali al mondo. Da sempre è una delle mete della Sicilia favorite da turisti provenienti da tutto il mondo, che spinti per lo perlopiù dal desiderio di assistere alla sua spettacolare attività eruttiva, una volta giunti dinanzi alla sua magnificenza restano letteralmente estasiati per l’assoluta originalità dell’ambiente naturale circostante e per i suoi paesaggi mozzafiato, tanto da affermare che è un luogo da vedere almeno una volta nella vita.

«Il suo fascino – ribadisce Elia Finocchiaro, esperto e appassionato guida ambientale escursionistica di Etna Est, agenzia specializzata in escursioni sull’Etna – non si esaurisce nella seppur straordinaria ed emozionante visione delle fontane e colate di lava, ma è un universo tutto da scoprire con i suoi accecanti contrasti, neve e fuoco, sciara e terra fertile, roccia arida e boschi dalle mille sfumature. Qui c’è sempre vita, dopo la distruzione la natura torna a riprendere il suo spazio e ci presenta nuovi scorci e orizzonti straordinari. Anche per chi come me conosce questo vulcano sin da piccolissimo, l’Etna non finisce mai di sorprendere e stupire, con i suoi angoli inesplorati ed è sempre una grande emozione raccontarla».

La straordinarietà di questo vulcano sta anche nel fatto che pur essendo sempre attivo è facilmente raggiungibile, si concede a visite con la funivia, dalla quale si assiste a uno scenario di incomparabile bellezza sospeso sul mare o con escursioni in auto o a piedi, per le quali è sempre consigliabile affidarsi a guide esperte, in grado di indicare in sicurezza, spettacoli unici e sempre diversi; campi lavici dall’aspetto lunare, crateri spenti, grotte, la meravigliosa ed immensa Valle del Bove, con pareti che arrivano a toccare anche i 1000 metri e ovviamente i crateri attivi, che tutti ambiscono a vedere – ma spesso sono sottoposti a restrizioni – perché caratterizzano la montagna come un vulcano.

Nei mesi più freddi, da dicembre a febbraio il vulcano si trasforma in una meravigliosa montagna imbiancata dalla neve che si staglia sulla roccia nera e diventa meta degli appassionati di sport invernali grazie alla presenza delle stazioni sciistiche.

Ma è bene ricordare che l’Etna resta comunque un sorvegliato speciale, a cura dell’Osservatorio Etneo, la sezione di Catania dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, che lo monitora e sorveglia 24 ore su 24 a supporto della Protezione Civile. «Attraverso il nostro lavoro – afferma Elia Finocchiaro – riusciamo a far vivere emozioni uniche, con senso di responsabilità e avvalendoci della collaborazione di geologi e vulcanologi e di tutte le tecnologie disponibili per lavorare nella massima sicurezza. Quando ci si trova al cospetto del vulcano occorre rispetto e cautela. È sì un gigante buono, ma è vivo, palpitante e pur sempre imponderabile».

Capo Peloro. La spiaggia più bella d’Italia secondo National Geographic

di Rosamaria Castrovinci, foto di Marco Alvaro 

La prestigiosa rivista National Geographic, nella sezione viaggi, ha dedicato di recente un articolo alle 12 spiagge più belle d’Italia.

Quale orgoglio trovare ben tre spiagge siciliane su 12 in classifica! Ma ancora di più trovarne una al primo posto: la spiaggia di Capo Peloro a Messina, una riserva naturale che potrebbe scomparire se si decidesse di costruire il tanto discusso Ponte sullo Stretto. Ecco, questo primo posto dovrebbe invitarci a riflettere.

“Il bellissimo Stretto di Messina, che separa la Sicilia dall’Italia continentale, è un luogo leggendario, tant’è che Omero vi ha ambientato parte dell’Odissea. Capo Peloro, all’estremità nord-orientale della Sicilia, si trova nel punto in cui i mari Ionio e Tirreno finiscono l’uno dentro l’altro in un continuo turbinio. La spiaggia che si riversa davanti al villaggio – una riserva naturale – è un’ampia e piatta distesa di sabbia, che si snoda sotto un mastodontico traliccio dell’elettricità, che un tempo era il più alto del mondo (ce n’ è un altro, speculare, in Calabria, oltre lo stretto). I delfini si divertono nelle acque cristalline e il pesce spada attraversa lo stretto in estate, mentre la costa calabrese si staglia all’orizzonte”.

Sono queste le parole che si leggono nell’articolo del National Geographic in riferimento alla spiaggia di Capo Peloro, chiamata anche “Faro” dai messinesi proprio per via dell’importante faro che si trova lì vicino.

Due mari che si incontrano, lo Ionio e il Tirreno, sono già di per sé uno spettacolo che vi stupirete di poter notare incredibilmente sotto i vostri occhi nel dislivello che spesso si forma nel punto d’incontro per via delle correnti opposte, due mari di un azzurro un po’ diverso l’uno dall’altro che ad un certo punto si baciano. E poi i delfini, che da sempre, nuotando nelle acque dello stretto, allietano coloro che hanno la fortuna di incrociarli con le loro acrobazie. E ancora il pesce spada, che d’estate attraversa lo stretto in banchi, la cui pesca a Messina è un’arte antichissima che si tramanda di padre in figlio. È più una sorta di caccia quella al pesce spada, che avviene a bordo delle feluche, imbarcazioni tipiche usate nello Stretto di Messina, una tradizione millenaria che rappresenta tutt’oggi un’attività di sostentamento per alcuni villaggi dediti principalmente alla pesca e che è stata anche oggetto di ricerche etnologiche.

Un ecosistema unico e straordinario quello di Capo Peloro, che va valorizzato e protetto, oltre ad un panorama mozzafiato che le ha fatto guadagnare il primo posto in classifica.

La seconda spiaggia siciliana che troviamo nella classifica del National Geographic è quella di Cala Rossa, a Favignana. Classificata al quinto posto, è indicata come “la migliore spiaggia per fotografi” e si trova nell’isola principale dell’arcipelago delle Egadi, fra Marsala e Trapani. Anche questa scenario di leggende, il nome Cala Rossa sarebbe dovuto al fatto che in passato Romani e Cartaginesi si scontrarono in queste acque in una battaglia sanguinosa che le tinse di rosso. La spiaggia si trova all’interno di splendide cave di tufo, che la rendono ancora più suggestiva e affascinante, ed è caratterizzata da un mare cristallino e da particolari scogliere.

Infine, al settimo posto di questa classifica troviamo la spiaggia dei Conigli a Lampedusa, indicata come la migliore per starsene un po’ isolati. La spiaggia dei Conigli è infatti accessibile solo su prenotazione e può ospitare un numero limitato di persone al fine di tutelare lo straordinario e vulnerabile ambiente costiero. La spiaggia fa parte della Riserva Naturale Isola di Lampedusa ed è caratterizzata da scogliere rocciose, sabbia bianca e acque di un particolarissimo blu pavone. Collegato alla costa da un istmo di sabbia che si forma solo in alcuni periodi vi è l’Isolotto dei Conigli, che sorge al centro di un’ampia baia nella parte Sud-Ovest dell’isola di Lampedusa.

L’officina culturale di Palazzo Butera: un’idea feconda di rigenerazione

di Giulia Monaco   Foto di Palazzo Butera

Ci troviamo nel cuore della Kalsa di Palermo, il quartiere arabo, uno dei più antichi della città. Il suo nome deriva da Al Khalisa, “l’eletta”, perché custodiva la cittadella fortificata scelta dall’emiro come sede della sua corte. Qui alla fine del Seicento l’aristocratica famiglia dei Branciforte edificò uno dei palazzi più sfarzosi ed eleganti di Palermo, che dominava con la sua imponente bellezza il Foro Italico, affacciandosi sul mare: il Palazzo Butera.

Splendore e decadenza è quello che spesso raccontano i sontuosi edifici palermitani, retaggio di un antico sfavillio reso opaco da anni di declino o da veri e propri abusi architettonici, come il tristemente noto “Sacco di Palermo” che tra gli anni ‘50 e ‘60 spogliò la città dalle sue palazzine in stile Liberty in nome di una selvaggia speculazione edilizia.

Ma la decadenza non sta più di casa a Palazzo Butera da quando Massimo Valsecchi decide di acquistarlo alla fine del 2015, e di finanziare un grande lavoro di restauro, dando vita a un lungimirante progetto di riqualificazione e rigenerazione.

Valsecchi, ex docente di Storia del design industriale, ex broker e collezionista d’arte, è un genovese che fino a pochi anni fa non aveva mai messo piede in Sicilia. Dopo la prima visita a Palermo rimane folgorato da questa città decadente ma caleidoscopica, da sempre crocevia di culture; la città “Tutto Porto”, dal suo nome greco Panormos, dove accoglienza e ospitalità sono linfa vitale.

«Perché Palermo è un posto unico, dove in un mercato puoi trovare dieci etnie diverse che convivono pacificamente, senza ghetti», sostiene Valsecchi, e, infatti, si trasferisce in città subito dopo aver scelto Palazzo Butera come sede per la vasta e preziosa collezione che possiede insieme alla moglie Francesca Frua De Angeli (pregiate opere di arte contemporanea, pezzi di archeologia, rarissime porcellane settecentesche, mobili del primo Novecento).

Ma Palazzo Butera diventa molto di più che una sede museale: l’idea di Valsecchi è quella di restituire il palazzo alla gente, riportando alla luce lo splendore antico integrandolo a interventi contemporanei e avanguardistici. Vuole creare un progetto vivo, in continuo divenire come la città che lo ospita.

Il palazzo si trasforma in uno spazio culturale poli-funzionale, un laboratorio sperimentale che custodisce cultura, arte, scienza e sapere sempre in evoluzione, un cantiere perennemente aperto.

Spazi espositivi dedicati all’arte contemporanea dominano il piano terra, oltre a un’installazione di Anne e Patrick Poirier realizzata appositamente per Palazzo Butera. Poi si passa ai saloni affrescati e alla terrazza del primo piano, mentre al secondo si trovano venti sale aperte al pubblico e il torrino che svetta sul golfo di Palermo. La foresteria è poi uno spazio vivo in cui artisti, studiosi, cultori e curatori d’arte lavorano a progetti di ricerca per mostre e attività che si tengono nel palazzo.

L’arte per Valsecchi è il solo elemento in grado di generare innovazione e di ridare spazio ai siciliani laddove ha fallito la politica. Il complesso lavoro di restauro del Palazzo ha coinvolto e dato lavoro a più di un centinaio di maestranze locali, tra architetti, ingegneri, geometri, restauratori e operai.

A Palazzo Butera il passato e il presente si incontrano senza scontrarsi, generando una feconda idea di futuro. Palermo, da sempre catalizzatrice di storie e culture che si mescolano, diventa il punto di partenza per ripensare l’identità europea. E il quartiere Kalsa, che nel recente passato è stato simbolo del degrado cittadino, rinasce a nuova vita, perché qui l’arte e il sapere rifioriscono in forme inedite.

«La Sicilia, con la sua storia millenaria, può costituire un rinnovato esempio di accoglienza e integrazione. In Sicilia, a Palermo, il quartiere della Kalsa porta i segni di questa stratificazione storica e culturale, che fa da sfondo alla rinascita di Palazzo Butera» conclude Massimo Valsecchi.

Il Barocco siciliano: Patrimonio Unesco per la sua unicità

Articolo e foto di Rosamaria Castrovinci

Il Barocco è stato un movimento estetico, ideologico e culturale sorto dall’affermazione delle idee legate alla Controriforma cattolica. Nell’arte questo movimento è stato caratterizzato da una forte esuberanza teatrale rappresentata attraverso i più disparati elementi espressivi e stilistici quali i giochi di luce, l’amplificazione, la torsione, l’ampio utilizzo di decorazioni floreali, ecc.

Il movimento culturale, così come lo stile artistico, si è sviluppato in Italia e in Europa, arricchendosi man mano di nuovi elementi. Dunque perché si parla poi di Barocco “siciliano”? Cosa lo caratterizza e lo rende diverso da quello del resto d’Europa?

Lo studio delle caratteristiche del Barocco Siciliano si deve a Anthony Blunt che nel suo testo “Barocco siciliano”, del 1968, ne identificò tre fasi di sviluppo:

  • la prima avvenne intorno al 1600, periodo in cui lo stile Barocco fu introdotto in Sicilia con la costruzione (iniziata nel 1609 e conclusa nel 1620) del complesso dei Quattro Canti a Palermo ad opera degli architetti Giulio Lasso e Mariano Smiriglio. La piazza all’interno dei Quattro Canti, all’incrocio delle due strade principali di Palermo (via Maqueda e corso Vittorio Emanuele), è nota anche con il nome di Piazza (o Teatro) del Sole perché l’ esposizione architettonica dei palazzi fa sì che almeno una facciata sia sempre illuminata dal sole, e questo avviene durante tutto l’anno. Anche questa caratteristica si può ricondurre allo stile Barocco, nel quale rivestiva grande importanza il gioco di luci. Anche a Messina furono realizzate delle importanti costruzioni in stile Barocco che però sono andate distrutte dal terremoto del 1908;

 

  • la seconda fase, secondo Blunt, si avrebbe a partire dal 1693, anno in cui il terremoto del Val di Noto distrusse più di 45 centri abitati nella Sicilia Orientale. Tra questi Noto fu completamente rasa al suolo, mentre Siracusa e Catania furono danneggiate in modo molto grave. La ricostruzione delle città, avvenuta in questo periodo, diede ampio spazio all’architettura barocca, che in questa seconda fase si caratterizza per una grande esuberanza decorativa. A questo periodo risalgono la realizzazione della chiesa di San Giorgio a Ragusa, ricostruita sulle rovine della chiesa di San Nicola, ad opera di Rosario Gagliardi e la basilica di Santa Maria Maggiore a Ispica, sempre ad opera del Gagliardi ma caratterizzata da uno splendido loggiato che venne costruito successivamente e fu progettato da Vincenzo Sinatra;

 

  • arriviamo infine alla terza fase, il cui inizio viene collocato intorno al 1730, periodo in cui finì la corsa alla ricostruzione e con più calma lo stile Barocco iniziò ad intonarsi alla personalità siciliana, compiendo così un’evoluzione unica. Esempi architettonici collocabili in questo periodo sono la Cattedrale di Catania, riedificata a partire dal 1711 su progetto di Girolamo Palazzotto, e la chiesa di San Domenico a Noto.

Il Val di Noto (nome che deriva da “vallo”, area estesa) e le sue città tardo barocche nel 2002 sono state inserite dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità. Le otto città che fanno parte del sito sono: Caltagirone, Militello Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli, tutte situate nel Sud Est della Sicilia.

Il sito è diventato Patrimonio Unesco poiché rappresenta una delle massime espressioni al mondo del Tardo Barocco europeo. I sontuosi palazzi, ricostruiti a partire dal 1693, sono caratterizzati da preziosi interni e da straordinarie facciate intarsiate, le trame urbane di tutte le città del Val di Noto sono tessute secondo un unico stile, rendendo questa zona unica ma allo stesso tempo diversificata da una città all’altra per l’utilizzo dei diversi materiali (quelli caratteristici di ciascuna zona) usati per la costruzione: ad esempio a Catania il Barocco è grigio-scuro per l’uso della pietra lavica, mentre a Noto assume il luminoso color miele della pietra locale.