Pozzillo e Stazzo

I borghi marinari: Pozzillo e Stazzo

di Merelinda Staita, Foto di Giuseppe Barbagallo, Luciano Calabretta, Claudio Longo

La Sicilia possiede territori meravigliosi da esplorare in ogni stagione dell’anno. L’isola è ricca di spiagge stupende, in particolare lungo il litorale della costa orientale sicula si trova la Timpa, stupenda Riserva Naturale Orientata. Un’area naturale protetta, situata nel comune di Acireale, in provincia di Catania. Un promontorio di circa 80 metri di altezza al cui interno sono presenti borghi marinari tra cui Pozzillo e Stazzo. Due luoghi incantevoli e ricchi di paesaggi mozzafiato, dove emerge tutta la sicilianità che caratterizza la costa ionica. Acque limpide e cristalline, tante scogliere, il blu del mare che circonda ogni caletta e sullo sfondo la macchia mediterranea.

borghi marinari

Pozzillo

Il borgo è davvero affascinante e sembra disegnato con cura sulla tela da un pittore. Il toponimo proviene dal siciliano “pizziddu”, che vuol dire “piccola punta” o “piccolo capo sul mare”.

Il primo insediamento è avvenuto attorno ad una chiesa del 1500 che poi è stata demolita negli anni Settanta.

Si può ammirare lo splendore di Pozzillo anche passeggiando lungo il porticciolo, mentre il tempo sembra essersi fermato. Inoltre, il piccolo porto peschereccio di Pozzillo si trova distante dalle zone più frequentate dai turisti.

La rivista inglese The Guardian ha annoverato Pozzillo tra le mete più belle della costa acese.

pozzillo

Pozzillo è diventata celebre grazie alla sua sorgente di acqua minerale. La sua fortuna deriva dal possedere un territorio di origine vulcanica e dalla presenza di considerevoli falde acquifere che danno vita a sorgenti termali e minerali. La società Acquapozzillo è stata molto apprezzata dal re Ferdinando I di Bulgaria che ebbe modo di bere l’acqua durante la sua permanenza in Sicilia. Nel 2000 l’azienda passò al settore pubblico e l’acqua, a causa di diverse difficoltà, non venne più messa in commercio. Oggi, lo stabilimento è andato quasi perduto ed è difficile ricominciare a commercializzare l’acqua.

I registi hanno scelto Pozzillo come set cinematografico per i loro film. Basti pensare a “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini oppure a “La prima notte del Dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo” di Giovanni Grimaldi.

La pesca è una risorsa importante e lo dimostrano le sagre del pesce spada e del polpo. Inoltre, il patrimonio gastronomico gode di una specialità da gustare assolutamente: le olive verdi schiacciate e conservate in salamoia, ottime come companatico.

 

 

Stazzo

Il borgo marinaro di Stazzo si presenta come un ristoro per il corpo e per l’anima di ogni visitatore. Il toponimo proviene dalla parola latina statio e si riferisce al luogo in cui stazionavano le navi. Bisogna anche evidenziare che nel dialetto siciliano il termine stazzuni si riferisce al forno in cui si cuociono i mattoni. In effetti, vi sono dei forni all’interno del borgo ed è probabile quindi che il nome derivi proprio da questi.

In passato si è pensato che la scogliera di Stazzo fosse identificabile con l’eruzione del 1329, ma in realtà si tratta di lave del’ XI secolo.

Infatti, tra il 1030 e il 1060 prese forma il cono eruttivo conosciuto come Monte Ilice. La lava arrivò dove oggi sorge Stazzo, modellando delle vere sculture rocciose e su queste si sporge il paese con il suo molo.

stazzo

È stata dimostrata la presenza di un’osteria e di alcune case, a partire dal XVI secolo, ed era denominata Cala dello Stazzo. La struttura attuale del paese risale al XIX secolo.

Il porto è stato denominato U scalu ed è possibile trovare un altro porticciolo detto Unna (per la sua forma a bacino).

Stazzo ha una spiaggia formata da sassi e si trova vicino al molo ed è frequentata da famiglie con bambini.

La costa è abbastanza diversificata grazie alla presenza di calette, baie e scogli a strapiombo su cui vengono costruite in estate alcune piattaforme per i bagnanti.

La parte più scoscesa è la cosiddetta Costa delle Cale che funge da collegamento con il borgo di Pozzillo.

 

Insomma, Pozzillo e Stazzo meritano di essere valorizzati per la loro bellezza naturale e incontaminata.

teatro andromeda

Teatro di Andromeda. Un miraggio che si fa pietra

Di Giulia Monaco ,  Foto di Christian Reina

Immaginate di trovarvi in uno spazio che si staglia tra terra, cielo e mare, sospeso in un non tempo e in un non luogo. Un posto che rifugge da qualsiasi definizione, perché non è riconducibile a nessun luogo mai visitato prima: impossibile assimilarlo a un concetto, a un’idea. Poi però, ad un tratto, un ricordo si fa largo nella vostra memoria, perché c’è qualcosa di familiare seppur vago, un’emozione, un’evocazione che tocca le vostre corde più intime, come un istante “déjà vu”. Qualcosa vi dice che ci siete già stati. Sì: ci siete già stati nei sogni.

Perché altro non è, questo, che un luogo onirico, metafisico, soprannaturale. Visionario. Perché nasce, appunto, da una visione.

teatro di andromeda

Questo posto esiste, e si erge a 1000 metri d’altezza, sui monti Sicani, nella località di Santo Stefano Quisquina (AG). È sospeso su una terrazza naturale che si affaccia su una vallata sterminata, da cui è possibile scorgere, quando il cielo è terso, l’isola di Pantelleria. Un luogo remoto, sconosciuto ai più, che vale tutto il viaggio.

E la visione è quella del suo creatore, il pastore-artista Lorenzo Reina. Lorenzo è a sua volta figlio di pastore, e nella sua anima alberga da sempre il fuoco sacro dell’arte, insieme alla passione per la storia, la filosofia, l’astronomia.

Non rinnega l’eredità paterna, né vuol fuggire da quella terra, l’entroterra siculo, che mal si presta a nutrire i talenti o lasciare spazio ai sogni. Questo Lorenzo lo sa, ma non gli importa, perché decide di fare breccia in un territorio in apparenza ostile, e incastonarci un desiderio: quello di costruire un teatro in pietra traendo spunto dal suo gregge e dalle mànnare, i tradizionali recinti che ospitano le pecore.

teatro andromeda

Così Reina descrive la sua ispirazione: «In tanti mi chiedete come è nata l’idea del teatro… è scritto che “Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole” e ha soffiato qui, dove alla fine del 1970 portavo le pecore al pascolo e, al tramonto, le ho viste più volte ruminare in pace, ferme come nell’immobilità della pietra. Sentivo che in questo luogo dimoravano spiriti santi, e così decisi di costruire qui un teatro di pietra».

Il teatro Andromeda è costituito da un palco circolare costellato da blocchi di pietra, che costituiscono i posti a sedere. Attenzione, non utilizzo il verbo “costellato” a caso: i cubi di pietra, a prima vista dislocati in maniera casuale, sono esattamente 108, come le stelle della costellazione di Andromeda, di cui riproducono fedelmente la proiezione, e viste dall’alto appaiono come stelle a 8 punte. L’idea trae spunto da una tesi secondo la quale la galassia di Andromeda e la Via Lattea, in futuro, entreranno in collisione.

teatro di andromeda

«Molti anni dopo – racconta Reina – ho saputo che la Galassia M31 della costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa quattro miliardi e mezzo di anni, e cominciai a scolpire un recinto sacro alle 108 stelle visibili della costellazione di Andromeda».

Visitare il Teatro Andromeda è un viaggio epico e galattico al contempo. Si passeggia tra le galassie, e intanto ci s’imbatte nei miti ancestrali, si affonda nelle radici arcaiche della terra siciliana, si incontrano i volti dei popoli che l’hanno attraversata lasciando un’impronta imperitura. E ci s’imbatte in una serie di sculture, statue e opere concettuali, utopiche, dal richiamo classico ma che sfuggono anch’esse a ogni definizione, come il luogo che le ospita. È come muoversi in un sogno, in un’allucinazione che si fa pietra.

teatro di andromeda

Visitatelo al tramonto, e resterete abbagliati da questo spazio mistico che risplende di luce d’oro. Visitatelo per il solstizio d’estate, e al crepuscolo verrete irradiati da un raggio di sole che attraversa la bocca di una delle sculture, l’Imago della parola, perché l’arte, attraverso il sole, diventa parola di luce. Al Teatro Andromeda nulla è casuale, tutto sembra far parte di un disegno perfetto, di cosmogonie segrete.

 

charleston mondello

C’era una volta il Charleston… e c’è ancora!

Articolo e foto di Federica Gorgone

Tra l’800 e il 900 Palermo divenne la città dei Florio, uno dei casati più ricchi d’Italia protagonisti indiscussi della cosiddetta Belle Époque. In quegli anni la cittadina vide un rapido sviluppo in termini economici, d’imprese e di realtà architettoniche.

È proprio in questo periodo che Les Tramways de Palerme, azienda Italo-Belga, decise di realizzare a Mondello, in puro stile Art Nouveau, un edificio unico nel suo genere: il “Charleston”.

Chi è stato almeno una volta a Mondello, ricorderà sicuramente questa struttura che si erge a palafitta sul mare al centro del golfo e l’avrà sicuramente fotografata! Ma conoscete la sua storia?

L’Antico Stabilimento Balneare di Mondello dai più conosciuto come “Il Charleston”, dal nome di uno storico ristorante che era situato al suo interno, fu progettato dall’architetto Rudolf Stualker. Originariamente questo edificio fu pensato per una città belga, ma viste le bellezze dello splendido golfo di Mondello fu poi preferita la location palermitana (d’altro canto, come dargli torto?).

Andando indietro nel tempo, possiamo dire che la storia di questa borgata marinaresca prende vita quando Francesco Lanza Spinelli di Scalea alla fine dell’800 ne comprende le potenzialità a livello turistico e strutturale e decide così di promuovere la bonifica del golfo (con non poche difficoltà).

Fu poi Giovanni Rutelli, figlio del famoso scultore Mario Rutelli, ad occuparsi della realizzazione del Charleston così come lo conosciamo oggi, curandone ogni dettaglio stilistico sia negli interni che negli esterni. E, cosa molto importante, rendendo la struttura perfettamente resistente all’azione corrosiva della salsedine marina.

charleston mondello

L’elegante location aprì per la prima volta al pubblico il 15 luglio 1913 e ad oggi possiamo affermare che nell’immaginario palermitano, e non solo, rappresenta il cuore pulsante di tutta la cittadina. Riuscireste mai a pensare a questa piccola borgata marinara senza quell’imponente struttura che sembra fluttuare sulle sue acque in modo così leggiadro? Penso proprio di no.

Continuando a raccontarne la storia, non tutti sanno che ad un certo punto nel pieno dell’affermazione della struttura uno dei più famosi ristoranti palermitani (proprio il Charleston) decise di trasferirsi dal centro città, dove aveva già iniziato a fare la propria fortuna, in una, ai tempi, innovativa location estiva offerta esattamente dal nuovo stabilimento.

La struttura divenne così in breve tempo un elegante luogo frequentato da persone appartenenti all’antica nobiltà palermitana, fino a quelle di spicco dell’alta borghesia ergendosi come sede di prestigiosi eventi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo splendore di cui fino ad allora aveva goduto questo meraviglioso luogo cominciò inevitabilmente il suo declino, fino ad arrestarsi del tutto. Il Charleston si trasformò in quegli anni in un quartier generale e molti degli arredi interni furono distrutti durante il conflitto o “sparirono” senza essere mai più ritrovati.

Negli anni del post-guerra, il Charleston tornò a risplendere. Nel periodo del grande boom economico, infatti, iniziò ad esempio ad ospitare numerosissime serate danzanti, cerimonie e concorsi celebri.

Ma cos’è oggi il Charleston? A distanza di anni continua ad essere uno dei più famosi ed influenti stabilimenti balneari attivi. Anche se lo storico ristorante Charleston non si trova più al suo interno poiché sostituito dal ristorante Alle Terrazze, tutti continuano a ricordare lo stabilimento con questo nome ed è possibile respirare ancora un po’ della Palermo di una volta nel suo fascino intramontabile senza tempo.

 

archeologia subacquea siciliana

I tesori delle isole Eolie e l’archeologia subacquea di Taormina e Naxos

di Merelinda Staita, Foto di Eddy Tronchet e Museo Luigi Bernabò Brea – Lipari

L’ universo dell’archeologia subacquea siciliana è arricchito dalla bellezza dei fondali vulcanici e dallo splendore delle coste delle isole Eolie, l’arcipelago vanta sette isole vulcaniche straordinarie. Due sono i vulcani attivi e tante le meraviglie naturali.

Questo paradiso terrestre è stato apprezzato dal cinema italiano e straniero, diventando set cinematografico per diversi film. Inoltre, col passare del tempo ha continuato a riconsegnare relitti, anfore e oggetti di inestimabile valore. Il lavoro di ricerca è stato condotto da subacquei specializzati e capaci di scoprire beni preziosi.

archeologia subacquea siciliana

Lipari

Tutte le isole che si trovavano al centro del Mediterraneo, rappresentavano un punto di riferimento per i commerci e per approdare anche nei momenti di difficoltà. Lipari risulta essere un sito culturale di grande interesse.

Oggi il Polo Regionale delle isole Eolie con parco archeologico e Museo “Luigi Bernabò Brea” si trova sulla Rocca di Lipari.

Il Museo è suddiviso nelle sezioni: Storia del Museo e degli scavi e sala didattica; Preistoria di Lipari e fondazione della città; Preistoria delle isole minori; Territorio uomo ambiente e vulcanologia Età greca e romana; Giardino e padiglione epigrafico; Arte contemporanea “Mare Motus” nell’ex carcere; l’ex chiesa Santa Caterina per esposizioni temporanee.

Presenti quaranta sale dove sono stati collocati pezzi incantevoli e importanti dal punto di vista storico, partendo dai primi manufatti della preistoria dell’isola.

Una sala enorme in cui sono presenti tante anfore, insieme sembrano formare una piramide, ritrovate nei fondali eoliani. Centinaia i reperti di varie epoche, vasellame, cocci e macine. Altri ritrovamenti che il mare ha restituito si trovano nei piccoli antiquarium comunali realizzati a Salina, Panarea e Filicudi.

archeologia subacquea siciliana

DCIM147GOPRO

Taormina e Naxos

Le isole Eolie non sono le uniche a stupire il visitatore, perché esiste un’altra zona di notevole interesse e attrazione. La baia di Taormina fu un approdo sicuro, e in casi sfortunati di naufragio, per le imbarcazioni commerciali sulla rotta tra la Grecia, l’Egitto, l’Asia Minore e l’Impero Romano.

Gli itinerari archeologici subacquei rientrano tutti nel comune di Taormina, inclusi i relitti di navi lapidarie, Capo Taormina 1 e Capo Taormina 2 (di fronte a Villagonia). Il Museo Archeologico di Naxos custodisce al momento moltissimi reperti subacquei che provengono dalle acque di Taormina. La baia che spesso viene detta di Giardini è in realtà, così in tutte le carte nautiche, la Rada di Taormina.

È davvero importante segnalare la VI Rassegna di Archeologia Subacquea a Giardini Naxos nel 1991 dal titolo “Dioniso e il mare”. Tanti i relitti e i manufatti scoperti da Edward Tronchet e da Antonino Luca, grande esperto subacqueo e conoscitore di questi fondali. Entrambi sono stati responsabili della sezione subacquea di Archeoclub d’Italia, sezione di Taormina, oggi Patrimonio Sicilia. I progetti di itinerari archeologici subacquei che hanno richiesto, a partire dagli anni Novanta, vengono realizzati attualmente grazie alla Soprintendenza del Mare e al Parco archeologico Naxos Taormina. Nell’area di Spisone dove verrà realizzato uno degli itinerari subacquei, Edward Tronchet e Antonino Luca hanno scoperto negli anni Ottanta e Novanta più di trenta antiche ancore datate alla preistoria, periodo greco-romano, bizantino e medievale. Recentemente sempre a Spisone, hanno ritrovato ceramiche ellenistiche, una coppa megarese e diverse anse con bolli di anfore rodie, in occasione di misurazioni con gps assieme a Gaetano Lino, Salvatore Ferrara e Nicolò Bruno, quest’ultimo responsabile per l’area messinese della Soprintendenza del Mare.

archeologia subacquea siciliana

Un vero e proprio paradiso antico e come sostiene Valerio Massimo Manfredi: “non c’è archeologo al mondo che prima o poi non debba fare i conti con la Sicilia per il suo strepitoso patrimonio culturale”.

badia lost and found

Muove il primo passo il Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo della Cooperativa Badia Lost & Found

Muove il primo passo il Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo della Cooperativa Badia Lost & Found di Lentini, impresa culturale aderente a Legacoop Sicilia.

Oggi, infatti, è stata lanciata la campagna di crowdfunding per il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found.

 

badia lost and found

 

Cos’è il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

  • Il Progetto del Museo nasce dall’esigenza di rendere accessibili le opere del PUA, il Parco Urbano d’Arte Badia Lost & Found, che a Lentini si snoda nelle vie del centro storico per arrivare al quartiere Badia.
  • Il PUA oggi conta ben 38 opere, realizzate dai più importanti artisti contemporanei italiani e internazionali, che ne fanno la più grande e qualificata galleria d’arte contemporanea a cielo aperto della Provincia di Siracusa e una tra le più grandi in Italia.
  • Il percorso artistico del PUA si ispira, secondo la filosofia del lost & found, a racconti, miti, leggende e personaggi del territorio molto spesso smarriti, dimenticati e ora riscoperti attraverso l’ausilio dell’arte contemporanea.
  • Il PUA, però, si presenta oggi come un meraviglioso percorso artistico ma non accessibile a soggetti con disabilità, quali:
    • la disabilità fisica: gran parte delle opere si presentano, infatti, su angoli dello storico quartiere Badia caratterizzati da importanti scalinate che di fatto impediscono ai soggetti in carrozzina di poter accedere autonomamente;
    • la disabilità visiva: essendo un percorso legato all’arte visiva, è al momento del tutto impossibile includere i soggetti non vedenti o ipovedenti;
    • la disabilità uditiva: il soggetto con deficit uditivo può affrontare autonomamente il percorso ma senza usufruire della parte narrativa che rende unica l’esperienza della visita.
  • Il Progetto del Museo Tattile e Percettivo intende, invece, avvicinare e coinvolgere le persone con disabilità che normalmente non frequentano le sedi museali attraverso percorsi e strumenti pensati ad hoc:
    • si intende, così, favorire una fruizione e un’esperienza culturale autonome, agevoli e sicure per tutte le persone in qualsiasi condizione: dai bisogni fisici e motori a quelli sensoriali e cognitivi, siano essi fruitori permanenti o temporanei;
    • oltre alle barriere di tipo fisico, è necessario considerare anche l’accesso conoscitivo di un sito culturale, che deve necessariamente essere comunicato ai più attraverso gli strumenti più adatti: è quello che noi chiamiamo “diritto alla fruizione” non solo del quartiere che ospita il PUA ma anche dei contenuti racchiusi all’interno di ciascuna opera.

 

badia lost and found

 

Come funzionerà il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

Per i motivi sopra esposti il Museo conterrà al suo interno 5 aree attrezzate oltre i servizi.

 

  • Area Tattile:
    1. uno spazio che ospiterà la raffigurazione di tutte le opere murali del PUA attraverso la realizzazione di tavolette in rilievo, permettendo così al pubblico non vedente e ipovedente di toccare e conoscere le opere in questione;
    2. ogni opera tattile sarà corredata di una didascalia in codice braille;
    3. al fine di permettere una visita autonoma in sicurezza, il perimetro dell’Area Tattile sarà delimitato da una barra sonora nel pavimento che, a contatto con il “bastone bianco”, avviserà il visitatore circa il suo orientamento all’interno del Museo.

 

  • Area Sociale Multimediale:
    1. uno spazio totalmente buio nel quale saranno proiettate le opere del PUA in digitale attraverso un sistema di proiettori a prisma che materializzeranno una figura in ologramma;
    2. la figura in ologramma narrerà il contenuto delle opere del PUA in linguaggio LIS e interagirà con l’utente con disabilità uditiva o anche normodotato.

 

  • Area Immersiva Virtuale:
    1. è rivolta agli utenti in carrozzina che oggi non possono percorrere interamente il percorso del PUA; ma può essere un’esperienza interessante anche per utenti normodotati;
    2. essa si avvale dell’ausilio di visori (caschetti in cui è presente un display con sensori e videocamere) che permettono di visualizzare in 3D, mantenendo una prospettiva in prima persona, una realtà virtuale totalmente fedele a quella reale e lungo l’intero itinerario del PUA; si permetterà così a qualsivoglia utente di avere la sensazione di “percorrere”, in modo del tutto reale e immersivo, le opere del PUA;
    3. essa, inoltre, darà la possibilità di poter interagire direttamente con i personaggi delle opere i quali si racconteranno direttamente all’utente.

 

  • Sala Conferenze attrezzata.

 

  • Area Caffetteria e Store del Museo.

badia lost and found

 

 

Quali interventi si renderanno necessari per la realizzazione del Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

  1. La Cooperativa Badia Lost & Found ha già acquisito, all’interno del Quartiere Badia di Lentini, un immobile che presenta tutte le caratteristiche rispondenti agli obiettivi del Museo Tattile e Percettivo.
  2. Adesso sarà affrontata la fase dell’abbattimento delle barriere architettoniche presenti nell’immobile per la piena fruizione e accessibilità delle varie Aree del Museo.
  3. Installazione della tecnologia e degli arredi del Museo.
  4. Inaugurazione del Museo prevista nella prima metà del 2023.

 

badia lost and found

 

Cosa finanzierà la campagna di crowdfunding?

 

  • L’obiettivo del crowdfunding è la raccolta dei fondi necessari all’abbattimento delle barriere architettoniche del Museo.
  • Esso sarà gestito attraverso la piattaforma gofundme alla quale la Cooperativa ha avuto accesso essendo stata premiata dalla prestigiosa Fondazione Italia Sociale come uno dei Civic Place
  • Il resto dei fondi saranno ricavati attraverso strumenti finanziari predisposti da Legacoop Sicilia che è il partner principale del Progetto.

 

Come partecipare alla campagna di crowdfunding?

 

Semplice. Basta collegarsi al seguente link e procedere alla donazione:

https://gofund.me/4682fc6a

badia lost and found

Quali sono i progetti della Cooperativa Badia Lost & Found oltre il Museo Tattile e Percettivo?

 

Nelle prossime settimane la Cooperativa presenterà alla stampa e alla Città il resto delle azioni che compongono il proprio Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo che vanno ben oltre il già ambizioso traguardo del Museo e per il quale i Soci della Cooperativa hanno già deliberato un Business Plan di oltre 320.000 euro.

Riserve naturali. Un patrimonio da esplorare.

Di Merelinda Staita

In Sicilia, ormai da qualche decennio, sono state istituite delle aree protette in diverse zone del territorio. Un patrimonio naturalistico di grande importanza che rappresenta una fonte di ricchezza per l’isola. I turisti amano visitare le riserve per scoprire la loro storia e le loro attrazioni. Nessuno resiste al fascino di questi luoghi che meritano di essere visitati almeno una volta nella vita. Vi proponiamo alcune delle riserve più belle da visitare questa estate.

L’Area Marina Protetta del Plemmirio


FOTO DI ARCHIVIO CONSORZIO PLEMMIRIO

Una delle bellezze che ci consegna il Mediterraneo è l’Area Protetta del Plemmirio. Una porzione di terra che comprende 12 chilometri di costa e 2.500 ettari di mare protetto, nella penisola della Maddalena, tra Punta Castelluccio e Capo Murro di Porco, nel territorio di Siracusa.

L’Area Marina Protetta del Plemmirio è stata istituita nel 2005 a sud dell’isola di Ortigia, centro storico di Siracusa, città siciliana dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il “Plemmirio ondoso” di cui parla anche Virgilio nell’Eneide è un mare splendido che bagna coste incantevoli.

Gli sbocchi nel mare del Plemmirio sono trentacinque e le sue calette sono incontaminate e paradisiache.

Gli appassionati di immersioni possono attraversare una delle tredici “porte” di ingresso ai meravigliosi fondali del Plemmirio, ricchi di tante sfumature turchesi e verdi che disegnano un quadro di colori in cui perdere lo sguardo e il cuore.

Infatti, chi fa immersioni subacquee scoprirà un mondo affascinante tra le grotte scavate dal mare nella roccia bianca e calcarea, i colori di spugne, crostacei e molluschi. In mare aperto la fauna è ricca di tonni, ricciole, scrofani, e mammiferi marini come delfini e capodogli.

In zona “A”, la più tutelata e soggetta a restrizioni, ci si può immergere con i diving accreditati alla scoperta delle Grotte del Formaggio, della Grotta del Capo, della Secca del Capo, delle Tre Ancore e della Lingua del Gigante. In zona “B” forniti delle opportune autorizzazioni si potranno visitare: Gli Archi, il Costone di Capo Meli, le Stalattiti, le Corvine e i più recenti Geronimo e il relitto aereo Wellington Vikers. A sud, disponibili per gli amanti di subacquea anche il Costone della Fanusa e un percorso archeologico a Le Mazzere.

La flora è quella tipica di un clima subtropicale arido, punteggiata da arbusti, palme nane, ginestrino delle scogliere, finocchio marino, timo, macchia a lentisco, mirto e il fico d’India, mentre nelle acque cristalline si notano alghe di varie specie, come la poseidonia.

Il mare possiede le sue diverse prospettive e anche l’uomo lo ha arricchito con la presenza di una imponente Sirena, scultura in bronzo in memoria di Rossana Maiorca, la figlia del noto campione mondiale siracusano di apnea Enzo.

L’Area Marina Protetta del Plemmirio è piena di vita e si alternano magnifici panorami scenografici indimenticabili. Oltretutto, si è di recente aggiudicata il Premio “Parco Inclusivo” 2022, nel corso della edizione 2022 di “Obiettivo terra”, in collaborazione con Fiaba Onlus e Federparchi. Tra le motivazioni che hanno fatto scattare l’attribuzione del riconoscimento alla riserva marina siracusana, la “perseveranza” per gli interventi volti a favorire l’accessibilità e la fruibilità dell’accesso al mare alle persone con disabilità e a ridotta mobilità.

La Riserva Naturale Orientata dello Zingaro

FOTO DI ROSARIO RUGGIERI

Un set naturale a cielo aperto che merita assolutamente di essere esplorato e conosciuto.

La legge regionale 98/81 ha istituito la Riserva Naturale Orientata dello Zingaro, prima riserva in Sicilia affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.

La Riserva si trova nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani. Il territorio è situato principalmente nel comune di San Vito lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare. All’interno della riserva si trovano: il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, dove è riprodotto il ciclo completo del grano, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e dei caseggiati rurali adibiti al bivacco.

Sentieri bellissimi e ricoperti di tesori naturali. Il colore verde della vegetazione si fonde con l’azzurro delle acque e il bianco delle calette. Una varietà di ambienti rendono questa riserva straordinaria e sono presenti tante specie di animali. Lo Zingaro è anche il frutto dell’amore delle persone che hanno cura del territorio e che vogliono conservare il patrimonio paesaggistico originario.

 

Riserva Naturale Orientata Laghetti di Marinello

FOTO DI ASS. CULTURALE TINDARI s.r.l.

Il fascino di Tindari, frazione di Patti in provincia di Messina, è davvero unico. Un territorio che è diventato protagonista di miti e racconti.  Una delle leggende più note riguardano la nascita dei laghetti di Marinello ai piedi del promontorio che s’innalza sul Golfo di Patti, diventati Riserva Naturale Orientata. La storia narra la presenza di una maga ammaliatrice in una caverna, la Grotta di Donna Villa, sul fianco della montagna.

La maga cercava di attirare nella grotta gli incauti navigatori per rapinarli dei beni e poi divorarli. L’ origine dei laghetti, leggenda a parte, risalirebbe a circa due secoli fa.

La Riserva Naturale Orientata “Laghetti di Marinello”, istituita nel 1998 è affidata in gestione alla provincia di Messina. La sua estensione è di circa 378 ettari e il suo stato di conservazione è ancora buono. Gli ambienti sono abbastanza diversi e questi rendono l’area molto particolare. Inoltre, dove la morfologia del territorio lo consente ci sono viti e ulivi che arricchiscono il paesaggio della Riserva. I laghetti caratterizzano il litorale sabbioso e insieme ai laghi di Ganzirri rappresentano gli ultimi esempi di ambiente salmastro costiero presenti attualmente nella Sicilia nord-orientale.

Tutta la fascia costiera rocciosa si mostra affascinante, grazie alla presenza di insenature, piccole spiagge sabbiose e pareti a precipizio.La presenza dell’uomo nella Riserva risale ad epoche preistoriche, quando si è insediato sul pianoro di Mongiove e sul promontorio di Capo Tindari.

L’area lagunare di Marinello è sottoposta ad imponenti variazioni morfologiche che trasformano la linea di spiaggia e creano laghetti litoranei salmastri semipermanenti e temporanei.

Nella Riserva non manca una notevole ricchezza floristica, dovuta all’ ottima posizione geografica e alla geomorfologia della costa alquanto varia. Lungo i pendii che dalle rupi più alte scendono verso il mare, cresce rigogliosa la macchia mediterranea con il lentisco, l’alaterno e il caprifoglio mediterraneo.

La vegetazione dei laghetti è eterogenea e al loro interno, sommerse nelle acque salmastri, si rinvengono due rare piante vascolari: il fieno di mare e la halophila stipulacea.

Sulle rupi ci sono numerose specie endemiche, rare e a rischio di estinzione. Tra le specie che potrebbero scomparire ci sono: la lisca costiera, la vedovina delle scogliere, il garofano delle rupi, l’agnocasto, il cardo-pallottola spinoso, l’issopo di Cosentini e la centaurea di Seguenza.

I laghetti sono anche ideali per l’avifauna e diventano un habitat perfetto per diversi uccelli nidificanti: la cannaiola, l’ occhiocotto, lo scricciolo, il gabbiano reale, la gallinella d’acqua, la taccola, il corvo imperiale, la civetta, il gheppio, il saltimpalo e il barbagianni.

Insomma, un paradiso terrestre da visitare e ammirare per la sua straordinaria bellezza.

 

Riserva Naturale Orientata Saline di Priolo

FOTO DI Archivio RNO Saline di Priolo – Fabio Cilea

Davvero interessante è la storia delle saline di Priolo, un tempo conosciute come Saline Magnisi dal nome della penisola vicina, un bacino non molto profondo che ha goduto del clima favorevole e dell’ottima posizione geografica. La quasi assenza di pioggia, e la sua esposizione al sole, ha favorito la formazione di quest’area che ha iniziato a produrre sale sin dalla comparsa delle colonie greche.

Tantissime le specie di uccelli rilevate dal 1975 ad oggi ed è presente una considerevole fauna terrestre. Il 28 dicembre del 2000, la Riserva Naturale Orientata Saline di Priolo è stata istituita con D.A. numero 807/44 ed è stata affidata in gestione alla LIPU.

È stata costituita al fine di “tutelare il sistema dei bacini di cui è costituita la salina che ospita estesi Phragmiteti e Salicornieti che, unitamente alla zona umida propriamente detta, offrono particolare ricetto alla ricca avifauna migratoria e stanziale”.

Un luogo della nostra amata Sicilia che rappresenta uno spettacolo per l’animo umano.

Ustica: l’isola “dura e dolcissima”

di Alessia Giaquinta

Isola dura e dolcissima”, così lo scrittore Cesare Pavese definì Ustica in un suo componimento. Un’isola spesso ricordata per la terribile strage di cui fu protagonista negli anni ’80, ma che merita di essere inneggiata e menzionata specialmente per la ricca vestigia del suo paesaggio.

Magnifici scenari fatti di scogliere, sabbie scure, acque cristalline e incontaminate – dove si perpetua il miracolo della vita di numerosissime specie di flora e fauna marina – è quello che fa di Ustica un’isola da custodire come una perla nel cuore del Mediterraneo.

Ed è proprio definendola “Perla Nera” che possiamo riconoscerla nelle sue caratteristiche “dure e dolcissime”, di fuoco e di mare, di anfratti scoscesi e bianche spume, di mitologiche terre e profondissimi azzurri.

Un’isola che, per le sue attrattive naturalistiche e per la caratterizzazione biocenotica dei fondali particolarmente significativa, nel 1987 è diventata la prima riserva marina italiana protetta.

I fondali di questo tratto di mare, che sono ricchi di biodiversità e pertanto godono di una speciale fama in tutto il mondo, costituiscono sicuramente anche uno dei microcosmi incontaminati prediletti dai subacquei. Ustica per l’unicità dei suoi fondali può essere, infatti, considerata capitale mondiale dei sub. È qui, infatti, che si trova la sede storica dell’Accademia di Scienze e Tecniche Subacquee e dal 1959 qui si svolge la Rassegna Internazionale delle Attività Marine.

Per poter descrivere adeguatamente i colori e la ricchezza di flora e fauna marina che caratterizzano le coste di Ustica, bisognerebbe avere la penna di un poeta e gli occhi di un pittore. Solo chi ha la possibilità in prima persona di esplorare i fondali può essere all’altezza di narrare l’ esperienza suggestiva e gratuita che regalano i fondali dell’isola.

È bene sapere che non serve essere esperti subacquei per poter apprezzare gli scenari eccezionali che offre il mare di Ustica: anche con maschera e boccaglio si può fare un’esperienza entusiasmante e unica.

Geologicamente Ustica è affine alle Eolie nella sua origine vulcanica: essa è, infatti, una vetta affiorante di un vulcano sottomarino. Forse per questo i latini la chiamarono “Ustum”, che significa appunto “bruciato”.

Oltre alle bellezze dei fondali, impreziositi da particolari faraglioni e grotte marine – visitabili per mezzo di escursioni in barca – è nota la cosiddetta “piscina naturale”, una vasca piccola e mediamente profonda, scavata dal mare ai piedi del faro di Punta Cavazzi, dove possono nuotare anche i bambini o chi è alle prime armi, apprezzando numerose specie ittiche anche a pelo d’acqua.

Anche se il mare è il vero protagonista dell’isola, il centro abitato offre altre particolarità rilevanti: dal Museo Civico Archeologico, inaugurato a settembre 2011, che espone una collezione di reperti risalenti all’Età del Bronzo (dal 1400 al 1200 a.C.), alla Torre Santa Maria, al Castello borbonico Falconiera, alla chiesa di San Ferdinando, all’antico villaggio preistorico.

Anche le case che popolano il centro abitato, di colore bianco e basse, rendono particolarmente suggestivo il paesaggio. Non serve automobile per visitare Ustica: anzi, il consiglio è proprio quello di scoprirla a piedi, attraversando le antiche strade a sanpietrini per apprezzarne le peculiarità.

Inoltre, a partire dagli anni ’70, alcuni artisti si sono cimentati nella realizzazione di particolarissimi murales per decorare le facciate delle case. Una chicca da non lasciarsi scappare!

Famosa è la lenticchia di Ustica, la più piccola d’Italia, che oggi è un Presidio Slow Food e il gambero di Ustica, di colore rosa e particolarmente apprezzato per la sua prelibatezza.

Un’isola pittoresca, ricca di meraviglie è Ustica: a 36 miglia da Palermo, circondata da acque abissali di impareggiabile bellezza, grembo pullulante di vita, scrigno di antichi miti e tesori da continuare a scoprire e preservare come una perla rara.

Alla scoperta di Centuripe

di Patrizia Rubino, foto aerea di Pio Peri

 

È una piccola antichissima meraviglia incastonata nell’entroterra siciliano in provincia di Enna: Centuripe, cittadina tutta da scoprire, è situata su un territorio collinare attraversato da tre fiumi: Salso, Simeto e Dittaino. La suggestiva immagine della sua sagoma vista dall’alto raffigurante una stella marina o anche un uomo disteso ha fatto il giro del mondo, ma ben più rilevante è il fatto che custodisce uno dei patrimoni archeologici più importanti della Sicilia. Fu fondata dai Siculi intorno all’VIII secolo a.C., ma nel territorio ci sono segni d’insediamenti umani, risalenti al Neolitico e all’Età del bronzo. Sulle pareti di una grotta, detta Riparo Cassataro, a ridosso del Simeto, sono presenti, infatti, graffiti in ocra rossa raffiguranti uomini e animali, databili a più di 5000 anni fa.

Il periodo di maggior splendore di Centuripe fu raggiunto sotto il domino romano tra il III e il I secolo a.C., notevole la produzione di statuette in argilla e di vasi policromi, i celeberrimi “vasi centuripini”, opere preziose presenti nei maggiori musei del mondo come il Louvre, il British Museam, il Metropolitan Museum di New York. Mentre i resti archeologici più importanti risalgono all’Età imperiale, tra il I e il III secolo d.c.; i due edifici funerari Castello di Corradino e Dogana, gli edifici termali “Acqua Amara” e “Bagni”, gli Augustales, un complesso architettonico in cui veniva celebrato il culto di Augusto, per citarne alcuni.

«Centuripe è la terza città, dopo Catania e Taormina, con importanti resti dell’architettura romana in Sicilia, segno di un rapporto di grande vicinanza con Roma». A spiegarlo è il primo cittadino Salvatore La Spina, appassionato storico dell’arte, fortemente impegnato per il rilancio e la giusta valorizzazione di un territorio che ha attraversato la storia dei secoli. Si deve anche alla sua determinazione il rientro, dallo scorso anno, di un prezioso busto marmoreo di Augusto, ritrovato alla fine degli anni Trenta a Centuripe, e allocato al Museo Paolo Orsi di Siracusa, insieme ad altre due teste in marmo, Druso Minore e Germanico. «Ѐ molto importante – afferma La Spina – che queste opere siano ritornate nel luogo in cui sono state rinvenute, in quanto rappresentano una testimonianza importante della grandezza della nostra città nell’antichità, per la nostra comunità e per un’offerta culturale che possa sempre più incentivare lo sviluppo turistico».

Le opere dallo scorso agosto sono esposte al Museo Archeologico Regionale di Centuripe, che custodisce notevoli reperti dall’Età neolitica all’epoca tardo imperiale. Ma questo piccolo borgo, oltre che per la sua ricchezza storica e artistica, incanta anche per le sue straordinarie bellezze paesaggistiche, è definito, infatti, “balcone di Sicilia” per i suoi panorami mozzafiato dai quali si può ammirare tutta la Sicilia orientale; dai Nebrodi all’Etna maestosa, ai monti Erei sino a Siracusa. Particolarmente suggestiva l’area dei Calanchi del Cannizzola, nella valle del Simeto. Una distesa di valli e di dune argillose color ocra che suscita stupore per la particolare conformazione e per la vista spettacolare che offre da ogni angolazione. Un luogo unico e misterioso che nel 1966 fu scelto per alcune scene del film kolossal “La Bibbia” e che continua ad essere una location di grande appeal per film, spot e video musicali.

Di recente su una terrazza panoramica dei Calanchi è stata installata la “Big Bench” una gigantesca panchina rosa e blu, per ammirare lo splendido paesaggio da una prospettiva diversa. Un’iniziativa no-profit avviata dall’architetto americano Chris Bangle circa dieci anni fa in Piemonte. In Italia ci sono oltre duecento grandi panchine collocate in luoghi dai paesaggi incantevoli. «Questa meravigliosa panchina panoramica, oltre ad essere una grande attrazione – conclude il sindaco – sarà anche una sorta di sentinella sul territorio, contro atti d’inciviltà e d’incuria che nonostante la preziosità di questi luoghi siamo ancora costretti a contrastare».

 

Torre Cabrera e la Sicilia granaio del Mediterraneo

Articolo e foto di Alessia Giaquinta

È là, adagiata sulla spiaggia di Pozzallo, maestosa ed imponente, che guarda il mare e protegge la città, ormai da secoli. La Torre Cabrera, che vanta anche il riconoscimento di Monumento Nazionale, è sì il simbolo della città di Pozzallo ma è anche la testimonianza di una storia che appartiene inevitabilmente alla Sicilia e ai siciliani.

Facciamo un salto nel passato e chiediamo all’immaginazione di riportarci agli scenari di quel tempo in cui Pozzallo altro non era che un’estensione della Contea di Modica, dove vivevano pochi pescatori in piccole e umili dimore vicino al mare.

Correva l’anno 1429 quando fu posta la prima pietra di Torre Cabrera laddove era costruito il Caricatore, un complesso di magazzini di grano e di viveri voluto dalla famiglia dei Chiaramonte, divenuto luogo prediletto per gli assalti dei pirati. A volere la costruzione di una torre di difesa, però, fu Giovanni Bernardo Cabrera, figlio del primo conte dell’importante famiglia spagnola che, fedele sostenitrice della casata Aragonese che regnava in Sicilia, ne ebbe in cambio la Contea di Modica, confiscata ai ribelli Chiaramonte.

Costruita in pietra iblea, di pianta quadrangolare e alta quasi 30 metri dal piano stradale, la Torre Cabrera non servì però solo come fortezza difensiva e punto di controllo, bensì – secondo recenti studi e ritrovamenti – fu anche residenza signorile.

A sostegno di questa tesi ci sono gli elementi decorativi ritrovati nei piani più alti della Torre, costituiti da mattonelle maiolicate probabilmente di fattura spagnola (gli azulejos heraldicos, così chiamati per il colore azzurro degli stemmi raffigurati), ma anche le volte a crociera dei saloni in cui è ricorrente lo stemma della famiglia Cabrera raffigurante una capra. Una meravigliosa terrazza, nell’ultimo piano, a cui si giunge attraverso una scala a chiocciola, dà l’accesso ad una straordinaria vista panoramica del territorio.

Turris ingens et magnifica così la descrisse lo storico cinquecentesco Fazello, una torre potente e splendida, in cui viveva il regio castellano e prestavano servizio soldati, artiglieri e cavalieri al fine di tutelare le ingenti quantità di frumento e altre merci che erano custodite nei magazzini del Caricatore.

Con l’erezione della torre, l’importanza del Caricatore crebbe ulteriormente tanto da diventare il secondo più importante del Regno, dopo quello di Palermo. Il grano che da qui partiva raggiungeva i più importanti porti del Mediterraneo.

Questa serve per securtà del grano che quivi si conduce, che serve la maggior parte per l’isola di Malta, per essere il più vicino luogo di tutta l’isola di Sicilia per distanza di sessanta miglia”, scrisse l’architetto fiorentino Camilliani che nel XVI secolo esplorò le coste siciliane.

Si può ben immaginare, allora, quanta gola facesse questa ricchezza ai saraceni e ai corsari che giungevano a Pozzallo per razziare i magazzini e attaccare la città. E si può intuire anche che la Torre, di conseguenza, predisponesse di sistemi di tortura e prigionia per i criminali che ne osassero l’attacco. È ancora visibile la camera sugli scogli dove venivano percossi e poi incatenati i prigionieri, il cui destino era l’annegamento, con l’arrivo dell’alta marea. Chissà quanti furono giustiziati nel “Pozzo della Morte”, una buca posta all’interno di una stanza, ancora oggi visibile. Così come visibili sul muro sono i segni incomprensibili dei condannati a morte, prodotti con le unghie o con piccole schegge trovate sul pavimento.

Inoltre una delle sale della Torre, era adibita a cappella dedicata a Santa Maria della Pietà.

Attraversare la Torre Cabrera, visitandone gli ambienti, dà la possibilità di ripercorrere un tempo remoto che ci appartiene, che ci racconta la storia di una Sicilia granaio del Mediterraneo, che ci riporta ai costumi di quel tempo, che ci meraviglia e ci lascia a bocca aperta, ogni volta che ne siamo consapevoli

La residenza estiva del Re Guglielmo II: il Castello della Zisa

di Federica Gorgone

Se siete passati da Palermo vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare dell’imponente Castello della Zisa. Esso dal 2015 fa parte dei beni Unesco Patrimonio dell’Umanità all’interno dell’itinerario “Palermo Arabo-Normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale”.

Ma cosa vuol dire “Zisa”? Il termine “Zisa” deriva dall’arabo “Al-Aziza”, ossia “la splendida” e già dal nome possiamo iniziare ad immaginare quante bellezze furono associate proprio a questo palazzo.

La sua costruzione, secondo fonti storiche, risale circa al XII secolo e fu iniziata durante il regno di Guglielmo I per poi essere ultimata dal figlio Guglielmo II. È proprio quest’ultimo che la scelse come sua residenza estiva preferita. Il Castello fu costruito all’interno del “Jannat al-ar”, ossia il genoardo, uno splendido giardino immerso nel verde.

Questo delizioso palazzo è da considerarsi ad oggi come una delle maggiori testimonianze della dominazione arabo-normanna in Sicilia ed è il monumento meglio conservato della cultura islamica a Palermo.

Negli anni però, la sua struttura originaria ha subito molteplici trasformazioni come ad esempio quella fatta ad opera di Giovanni Sandoval che acquistò il palazzo subito dopo i regnanti normanni. Egli diede un tocco di barocco allo stile puramente arabo-normanno del Castello della Zisa aggiungendo i balconi ed una grande scalinata monumentale all’interno della struttura.

Nell’800 la proprietà del Castello passò nelle mani della famiglia Notarbartolo che aggiunse tramezzi e solai al palazzo per poi in fine giungere nel 1955 alla Regione Siciliana che si occupò di restaurare il palazzo e farcelo conoscere così come lo possiamo ammirare adesso.

Ma com’ è strutturato questo meraviglioso Castello? Al suo interno troviamo tre diversi piani. Nella parte centrale del palazzo ritroviamo due sale: la “Sala della Fontana” e la “Sala del Belvedere”, due imponenti sale di rappresentanza. Mentre ai lati si trovano gli appartamenti privati del Re.

La “Sala della Fontana” è sicuramente da considerarsi tra le stanze più belle del Castello. Al suo interno è possibile respirare a pieni polmoni i tratti stilistici-architettonici dell’arte islamica. Essa, infatti, ci ricorda il “Salsabil” un ambiente nobiliare al cui interno vi era un corso d’acqua che rievoca il paradiso di cui si parla nel Corano.

Se siete appassionati di storie e leggende, poi, non potete che scoprire una storia legata proprio al Castello della Zisa: la leggenda dei sette diavoli. Prima di entrare nella “Sala della Fontana” vi è un arco barocco dove vi sono degli affreschi raffiguranti delle creature della mitologia romana (probabilmente risalenti a quando il palazzo passò nelle mani dei Sandoval). Si tratta dei diavoli della Zisa che, secondo una leggenda popolare, proteggono un tesoro nascosto da due giovani innamorati all’interno del palazzo. Secondo questa storia chiunque provi a contare il numero dei diavoli raffigurati non riesce mai ad ottenerne il numero esatto perché questi sembrano muoversi fra loro generando confusione nel conteggio. Inoltre si narra anche che il 25 marzo, giorno dell’Annunziata, chi fisserà i diavoli troppo a lungo li vedrà muovere la coda o storcere la bocca con delle smorfie. Provare per credere!

 

Se vi state chiedendo cosa c’ è oggi all’interno del Castello della Zisa, possiamo dirvi che vi ha sede il Museo di Arte Islamica di Palermo che raccoglie delle opere prodotte tra il IX e il XII raccolte dai diversi paesi del Mediterraneo. Tra i più importanti reperti che possiamo trovare al suo interno vi è una lapide con delle iscrizioni in ebraico, latino, greco-bizantino e arabo simbolo della multietnicità di Palermo fin dal periodo medievale.