Salemi: un borgo che conquista con il suo scrigno d’arte, storia e antiche tradizioni

di Patrizia Rubino, foto di Pro Loco Salemi 

Dal 2016 è uno dei borghi più belli d’Italia, ma Salemi piccolo centro in provincia di Trapani, con meno di 11.000 abitanti, continua a riscuotere consensi e attenzioni per le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche, per la sua storia e le sue tradizioni tanto che rappresenterà la Sicilia nel concorso “Borgo dei Borghi 2023”, promosso dalla trasmissione Kilimangiaro di Rai 3.

Situata al centro della valle del Belice, Salemi è una cittadina dalle origini antichissime, conserva le tipiche architetture medievali, con tracce importanti delle dominazioni arabe e fu gravemente danneggiata dal disastroso terremoto del 1968. «Nel tempo grazie a un’attenta ricostruzione e un accurato restauro – spiega Giuseppe Pecorella, presidente della Pro Loco di Salemi, da anni in prima linea nella promozione del territorio – il nostro centro storico con i suoi edifici, tutti realizzati con la caratteristica e pregiata pietra campanella, si presenta nel suo antico splendore ed è il nostro più suggestivo biglietto da visita».

Ed è proprio nel cuore del centro storico, nella splendida piazza Alicia, che svetta imponente il monumento simbolo di Salemi: il castello normanno-svevo fatto erigere da Federico II di Svevia nel XIII secolo, un’ eccezionale testimonianza dell’architettura medievale nel territorio.

Fu proprio in una delle sue torri che nel 1860 Garibaldi issò la bandiera tricolore, proclamando Salemi la prima capitale d’Italia; titolo che mantenne per un giorno. Oggi il castello è la suggestiva location di convegni, mostre e spettacoli. Proprio accanto al maniero si possono ammirare i resti di un altro edificio straordinario, il Duomo di San Nicola di Bari; dopo il terremoto sono rimasti l’abside, il campanile e le cappelle laterali.

Non molto distante dalla piazza c’è la chiesa barocca dei Gesuiti. Al suo interno sono conservate opere di grande pregio; il crocifisso dell’antica Matrice e un magnifico organo ligneo del 1700. L’ex Collegio dei Gesuiti, proprio accanto alla chiesa, è la sede del Polo Museale cittadino. «Si tratta di un complesso museale straordinario – sottolinea Pecorella – attraverso il quale è possibile ripercorrere la storia, l’arte e la cultura della nostra città e alla cui inaugurazione partecipò, nel 2010, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita a Salemi per l’anniversario dello Sbarco dei Mille». Nel grande museo c’è una sezione dedicata all’arte sacra, con opere salvate dalle chiese distrutte dal sisma, un’altra sezione è dedicata al Risorgimento, in onore del passaggio di Garibaldi nel 1860; oltre a documenti e testimonianze, contiene una collezione di sciabole, fucili, baionette del periodo. Vi è poi una sezione archeologica con i reperti degli scavi di San Miceli, Monte Polizo e di Mokarta, quest’ultimo sito è una delle più importanti testimonianze di epoca preistorica in Sicilia. C’è anche l’area espositiva denominata Museo della Mafia e Officina della Legalità, dove si racconta il fenomeno mafioso attraverso giornali, opere letterarie, cinematografiche e televisive.

Nell’Ecomuseo del Grano e del Pane, sezione inaugurata nel 2019, si celebrano tradizioni ed eccellenze artigianali legate al pane con foto, video e installazioni artistiche di pane. «Salemi ha un legame antichissimo con il pane – spiega Giuseppe Pecorella – che da tempo immemorabile si rinnova ogni 19 marzo con il rito delle “Cene” di San Giuseppe. La tradizione vuole che per ricambiare una grazia ricevuta, si organizzi una cena alla quale vengono invitati 3 bambini, i santi, che rappresentano la sacra famiglia e per i quali si preparano 101 pietanze che ovviamente saranno condivise. Ma il protagonista della festa – aggiunge – è il pane, infatti, per tutto il mese precedente si lavora alla realizzazione di forme artistiche di pane che andranno ad adornare gli altari delle varie “cene”, allestiti nelle case e lungo le stradine del paese. Un’occasione che tra fede e tradizione coinvolge da sempre tutta la nostra comunità».

Etna: un universo da scoprire in ogni stagione

di Patrizia Rubino, foto di Elia Finocchiaro

Rappresenta uno dei più formidabili ed emblematici fenomeni naturali del pianeta, esempio straordinario dei processi geologici continui, vulcano iconico e laboratorio al centro del Mediterraneo. Sono queste alcune delle motivazioni per le quali l’Unesco, nel 2013, ha proclamato l’Etna Patrimonio dell’Umanità. La “montagna”, come viene familiarmente definito dalle popolazioni che vivono alle sue pendici, è un vulcano delle meraviglie che svetta maestoso, nella sponda orientale della Sicilia visibile dalla terra e dal mare, con una storia che ha inizio oltre mezzo milione di anni fa e la cui attività è documentata da almeno 2700 anni.

Oltre a essere il vulcano più alto d’Europa è certamente tra i più attivi al mondo e data la quasi incessante attività, effusiva ed esplosiva, la sua altezza e morfologia mutano frequentemente; attualmente è alto 3357 ed ha un’ampiezza di circa 1190 kilometri quadrati. Nella sua area sommitale ci sono quattro crateri sempre attivi: cratere di sud-est, cratere di nord-est, Bocca Nuova e Voragine, che formano il cratere centrale. Lungo i fianchi si contano circa 300 crateri spenti, un altro record dell’Etna che è il vulcano con più bocche laterali al mondo. Da sempre è una delle mete della Sicilia favorite da turisti provenienti da tutto il mondo, che spinti per lo perlopiù dal desiderio di assistere alla sua spettacolare attività eruttiva, una volta giunti dinanzi alla sua magnificenza restano letteralmente estasiati per l’assoluta originalità dell’ambiente naturale circostante e per i suoi paesaggi mozzafiato, tanto da affermare che è un luogo da vedere almeno una volta nella vita.

«Il suo fascino – ribadisce Elia Finocchiaro, esperto e appassionato guida ambientale escursionistica di Etna Est, agenzia specializzata in escursioni sull’Etna – non si esaurisce nella seppur straordinaria ed emozionante visione delle fontane e colate di lava, ma è un universo tutto da scoprire con i suoi accecanti contrasti, neve e fuoco, sciara e terra fertile, roccia arida e boschi dalle mille sfumature. Qui c’è sempre vita, dopo la distruzione la natura torna a riprendere il suo spazio e ci presenta nuovi scorci e orizzonti straordinari. Anche per chi come me conosce questo vulcano sin da piccolissimo, l’Etna non finisce mai di sorprendere e stupire, con i suoi angoli inesplorati ed è sempre una grande emozione raccontarla».

La straordinarietà di questo vulcano sta anche nel fatto che pur essendo sempre attivo è facilmente raggiungibile, si concede a visite con la funivia, dalla quale si assiste a uno scenario di incomparabile bellezza sospeso sul mare o con escursioni in auto o a piedi, per le quali è sempre consigliabile affidarsi a guide esperte, in grado di indicare in sicurezza, spettacoli unici e sempre diversi; campi lavici dall’aspetto lunare, crateri spenti, grotte, la meravigliosa ed immensa Valle del Bove, con pareti che arrivano a toccare anche i 1000 metri e ovviamente i crateri attivi, che tutti ambiscono a vedere – ma spesso sono sottoposti a restrizioni – perché caratterizzano la montagna come un vulcano.

Nei mesi più freddi, da dicembre a febbraio il vulcano si trasforma in una meravigliosa montagna imbiancata dalla neve che si staglia sulla roccia nera e diventa meta degli appassionati di sport invernali grazie alla presenza delle stazioni sciistiche.

Ma è bene ricordare che l’Etna resta comunque un sorvegliato speciale, a cura dell’Osservatorio Etneo, la sezione di Catania dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, che lo monitora e sorveglia 24 ore su 24 a supporto della Protezione Civile. «Attraverso il nostro lavoro – afferma Elia Finocchiaro – riusciamo a far vivere emozioni uniche, con senso di responsabilità e avvalendoci della collaborazione di geologi e vulcanologi e di tutte le tecnologie disponibili per lavorare nella massima sicurezza. Quando ci si trova al cospetto del vulcano occorre rispetto e cautela. È sì un gigante buono, ma è vivo, palpitante e pur sempre imponderabile».

Capo Peloro. La spiaggia più bella d’Italia secondo National Geographic

di Rosamaria Castrovinci, foto di Marco Alvaro 

La prestigiosa rivista National Geographic, nella sezione viaggi, ha dedicato di recente un articolo alle 12 spiagge più belle d’Italia.

Quale orgoglio trovare ben tre spiagge siciliane su 12 in classifica! Ma ancora di più trovarne una al primo posto: la spiaggia di Capo Peloro a Messina, una riserva naturale che potrebbe scomparire se si decidesse di costruire il tanto discusso Ponte sullo Stretto. Ecco, questo primo posto dovrebbe invitarci a riflettere.

“Il bellissimo Stretto di Messina, che separa la Sicilia dall’Italia continentale, è un luogo leggendario, tant’è che Omero vi ha ambientato parte dell’Odissea. Capo Peloro, all’estremità nord-orientale della Sicilia, si trova nel punto in cui i mari Ionio e Tirreno finiscono l’uno dentro l’altro in un continuo turbinio. La spiaggia che si riversa davanti al villaggio – una riserva naturale – è un’ampia e piatta distesa di sabbia, che si snoda sotto un mastodontico traliccio dell’elettricità, che un tempo era il più alto del mondo (ce n’ è un altro, speculare, in Calabria, oltre lo stretto). I delfini si divertono nelle acque cristalline e il pesce spada attraversa lo stretto in estate, mentre la costa calabrese si staglia all’orizzonte”.

Sono queste le parole che si leggono nell’articolo del National Geographic in riferimento alla spiaggia di Capo Peloro, chiamata anche “Faro” dai messinesi proprio per via dell’importante faro che si trova lì vicino.

Due mari che si incontrano, lo Ionio e il Tirreno, sono già di per sé uno spettacolo che vi stupirete di poter notare incredibilmente sotto i vostri occhi nel dislivello che spesso si forma nel punto d’incontro per via delle correnti opposte, due mari di un azzurro un po’ diverso l’uno dall’altro che ad un certo punto si baciano. E poi i delfini, che da sempre, nuotando nelle acque dello stretto, allietano coloro che hanno la fortuna di incrociarli con le loro acrobazie. E ancora il pesce spada, che d’estate attraversa lo stretto in banchi, la cui pesca a Messina è un’arte antichissima che si tramanda di padre in figlio. È più una sorta di caccia quella al pesce spada, che avviene a bordo delle feluche, imbarcazioni tipiche usate nello Stretto di Messina, una tradizione millenaria che rappresenta tutt’oggi un’attività di sostentamento per alcuni villaggi dediti principalmente alla pesca e che è stata anche oggetto di ricerche etnologiche.

Un ecosistema unico e straordinario quello di Capo Peloro, che va valorizzato e protetto, oltre ad un panorama mozzafiato che le ha fatto guadagnare il primo posto in classifica.

La seconda spiaggia siciliana che troviamo nella classifica del National Geographic è quella di Cala Rossa, a Favignana. Classificata al quinto posto, è indicata come “la migliore spiaggia per fotografi” e si trova nell’isola principale dell’arcipelago delle Egadi, fra Marsala e Trapani. Anche questa scenario di leggende, il nome Cala Rossa sarebbe dovuto al fatto che in passato Romani e Cartaginesi si scontrarono in queste acque in una battaglia sanguinosa che le tinse di rosso. La spiaggia si trova all’interno di splendide cave di tufo, che la rendono ancora più suggestiva e affascinante, ed è caratterizzata da un mare cristallino e da particolari scogliere.

Infine, al settimo posto di questa classifica troviamo la spiaggia dei Conigli a Lampedusa, indicata come la migliore per starsene un po’ isolati. La spiaggia dei Conigli è infatti accessibile solo su prenotazione e può ospitare un numero limitato di persone al fine di tutelare lo straordinario e vulnerabile ambiente costiero. La spiaggia fa parte della Riserva Naturale Isola di Lampedusa ed è caratterizzata da scogliere rocciose, sabbia bianca e acque di un particolarissimo blu pavone. Collegato alla costa da un istmo di sabbia che si forma solo in alcuni periodi vi è l’Isolotto dei Conigli, che sorge al centro di un’ampia baia nella parte Sud-Ovest dell’isola di Lampedusa.

L’officina culturale di Palazzo Butera: un’idea feconda di rigenerazione

di Giulia Monaco   Foto di Palazzo Butera

Ci troviamo nel cuore della Kalsa di Palermo, il quartiere arabo, uno dei più antichi della città. Il suo nome deriva da Al Khalisa, “l’eletta”, perché custodiva la cittadella fortificata scelta dall’emiro come sede della sua corte. Qui alla fine del Seicento l’aristocratica famiglia dei Branciforte edificò uno dei palazzi più sfarzosi ed eleganti di Palermo, che dominava con la sua imponente bellezza il Foro Italico, affacciandosi sul mare: il Palazzo Butera.

Splendore e decadenza è quello che spesso raccontano i sontuosi edifici palermitani, retaggio di un antico sfavillio reso opaco da anni di declino o da veri e propri abusi architettonici, come il tristemente noto “Sacco di Palermo” che tra gli anni ‘50 e ‘60 spogliò la città dalle sue palazzine in stile Liberty in nome di una selvaggia speculazione edilizia.

Ma la decadenza non sta più di casa a Palazzo Butera da quando Massimo Valsecchi decide di acquistarlo alla fine del 2015, e di finanziare un grande lavoro di restauro, dando vita a un lungimirante progetto di riqualificazione e rigenerazione.

Valsecchi, ex docente di Storia del design industriale, ex broker e collezionista d’arte, è un genovese che fino a pochi anni fa non aveva mai messo piede in Sicilia. Dopo la prima visita a Palermo rimane folgorato da questa città decadente ma caleidoscopica, da sempre crocevia di culture; la città “Tutto Porto”, dal suo nome greco Panormos, dove accoglienza e ospitalità sono linfa vitale.

«Perché Palermo è un posto unico, dove in un mercato puoi trovare dieci etnie diverse che convivono pacificamente, senza ghetti», sostiene Valsecchi, e, infatti, si trasferisce in città subito dopo aver scelto Palazzo Butera come sede per la vasta e preziosa collezione che possiede insieme alla moglie Francesca Frua De Angeli (pregiate opere di arte contemporanea, pezzi di archeologia, rarissime porcellane settecentesche, mobili del primo Novecento).

Ma Palazzo Butera diventa molto di più che una sede museale: l’idea di Valsecchi è quella di restituire il palazzo alla gente, riportando alla luce lo splendore antico integrandolo a interventi contemporanei e avanguardistici. Vuole creare un progetto vivo, in continuo divenire come la città che lo ospita.

Il palazzo si trasforma in uno spazio culturale poli-funzionale, un laboratorio sperimentale che custodisce cultura, arte, scienza e sapere sempre in evoluzione, un cantiere perennemente aperto.

Spazi espositivi dedicati all’arte contemporanea dominano il piano terra, oltre a un’installazione di Anne e Patrick Poirier realizzata appositamente per Palazzo Butera. Poi si passa ai saloni affrescati e alla terrazza del primo piano, mentre al secondo si trovano venti sale aperte al pubblico e il torrino che svetta sul golfo di Palermo. La foresteria è poi uno spazio vivo in cui artisti, studiosi, cultori e curatori d’arte lavorano a progetti di ricerca per mostre e attività che si tengono nel palazzo.

L’arte per Valsecchi è il solo elemento in grado di generare innovazione e di ridare spazio ai siciliani laddove ha fallito la politica. Il complesso lavoro di restauro del Palazzo ha coinvolto e dato lavoro a più di un centinaio di maestranze locali, tra architetti, ingegneri, geometri, restauratori e operai.

A Palazzo Butera il passato e il presente si incontrano senza scontrarsi, generando una feconda idea di futuro. Palermo, da sempre catalizzatrice di storie e culture che si mescolano, diventa il punto di partenza per ripensare l’identità europea. E il quartiere Kalsa, che nel recente passato è stato simbolo del degrado cittadino, rinasce a nuova vita, perché qui l’arte e il sapere rifioriscono in forme inedite.

«La Sicilia, con la sua storia millenaria, può costituire un rinnovato esempio di accoglienza e integrazione. In Sicilia, a Palermo, il quartiere della Kalsa porta i segni di questa stratificazione storica e culturale, che fa da sfondo alla rinascita di Palazzo Butera» conclude Massimo Valsecchi.

Il Barocco siciliano: Patrimonio Unesco per la sua unicità

Articolo e foto di Rosamaria Castrovinci

Il Barocco è stato un movimento estetico, ideologico e culturale sorto dall’affermazione delle idee legate alla Controriforma cattolica. Nell’arte questo movimento è stato caratterizzato da una forte esuberanza teatrale rappresentata attraverso i più disparati elementi espressivi e stilistici quali i giochi di luce, l’amplificazione, la torsione, l’ampio utilizzo di decorazioni floreali, ecc.

Il movimento culturale, così come lo stile artistico, si è sviluppato in Italia e in Europa, arricchendosi man mano di nuovi elementi. Dunque perché si parla poi di Barocco “siciliano”? Cosa lo caratterizza e lo rende diverso da quello del resto d’Europa?

Lo studio delle caratteristiche del Barocco Siciliano si deve a Anthony Blunt che nel suo testo “Barocco siciliano”, del 1968, ne identificò tre fasi di sviluppo:

  • la prima avvenne intorno al 1600, periodo in cui lo stile Barocco fu introdotto in Sicilia con la costruzione (iniziata nel 1609 e conclusa nel 1620) del complesso dei Quattro Canti a Palermo ad opera degli architetti Giulio Lasso e Mariano Smiriglio. La piazza all’interno dei Quattro Canti, all’incrocio delle due strade principali di Palermo (via Maqueda e corso Vittorio Emanuele), è nota anche con il nome di Piazza (o Teatro) del Sole perché l’ esposizione architettonica dei palazzi fa sì che almeno una facciata sia sempre illuminata dal sole, e questo avviene durante tutto l’anno. Anche questa caratteristica si può ricondurre allo stile Barocco, nel quale rivestiva grande importanza il gioco di luci. Anche a Messina furono realizzate delle importanti costruzioni in stile Barocco che però sono andate distrutte dal terremoto del 1908;

 

  • la seconda fase, secondo Blunt, si avrebbe a partire dal 1693, anno in cui il terremoto del Val di Noto distrusse più di 45 centri abitati nella Sicilia Orientale. Tra questi Noto fu completamente rasa al suolo, mentre Siracusa e Catania furono danneggiate in modo molto grave. La ricostruzione delle città, avvenuta in questo periodo, diede ampio spazio all’architettura barocca, che in questa seconda fase si caratterizza per una grande esuberanza decorativa. A questo periodo risalgono la realizzazione della chiesa di San Giorgio a Ragusa, ricostruita sulle rovine della chiesa di San Nicola, ad opera di Rosario Gagliardi e la basilica di Santa Maria Maggiore a Ispica, sempre ad opera del Gagliardi ma caratterizzata da uno splendido loggiato che venne costruito successivamente e fu progettato da Vincenzo Sinatra;

 

  • arriviamo infine alla terza fase, il cui inizio viene collocato intorno al 1730, periodo in cui finì la corsa alla ricostruzione e con più calma lo stile Barocco iniziò ad intonarsi alla personalità siciliana, compiendo così un’evoluzione unica. Esempi architettonici collocabili in questo periodo sono la Cattedrale di Catania, riedificata a partire dal 1711 su progetto di Girolamo Palazzotto, e la chiesa di San Domenico a Noto.

Il Val di Noto (nome che deriva da “vallo”, area estesa) e le sue città tardo barocche nel 2002 sono state inserite dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità. Le otto città che fanno parte del sito sono: Caltagirone, Militello Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli, tutte situate nel Sud Est della Sicilia.

Il sito è diventato Patrimonio Unesco poiché rappresenta una delle massime espressioni al mondo del Tardo Barocco europeo. I sontuosi palazzi, ricostruiti a partire dal 1693, sono caratterizzati da preziosi interni e da straordinarie facciate intarsiate, le trame urbane di tutte le città del Val di Noto sono tessute secondo un unico stile, rendendo questa zona unica ma allo stesso tempo diversificata da una città all’altra per l’utilizzo dei diversi materiali (quelli caratteristici di ciascuna zona) usati per la costruzione: ad esempio a Catania il Barocco è grigio-scuro per l’uso della pietra lavica, mentre a Noto assume il luminoso color miele della pietra locale.

Pozzillo e Stazzo

I borghi marinari: Pozzillo e Stazzo

di Merelinda Staita, Foto di Giuseppe Barbagallo, Luciano Calabretta, Claudio Longo

La Sicilia possiede territori meravigliosi da esplorare in ogni stagione dell’anno. L’isola è ricca di spiagge stupende, in particolare lungo il litorale della costa orientale sicula si trova la Timpa, stupenda Riserva Naturale Orientata. Un’area naturale protetta, situata nel comune di Acireale, in provincia di Catania. Un promontorio di circa 80 metri di altezza al cui interno sono presenti borghi marinari tra cui Pozzillo e Stazzo. Due luoghi incantevoli e ricchi di paesaggi mozzafiato, dove emerge tutta la sicilianità che caratterizza la costa ionica. Acque limpide e cristalline, tante scogliere, il blu del mare che circonda ogni caletta e sullo sfondo la macchia mediterranea.

borghi marinari

Pozzillo

Il borgo è davvero affascinante e sembra disegnato con cura sulla tela da un pittore. Il toponimo proviene dal siciliano “pizziddu”, che vuol dire “piccola punta” o “piccolo capo sul mare”.

Il primo insediamento è avvenuto attorno ad una chiesa del 1500 che poi è stata demolita negli anni Settanta.

Si può ammirare lo splendore di Pozzillo anche passeggiando lungo il porticciolo, mentre il tempo sembra essersi fermato. Inoltre, il piccolo porto peschereccio di Pozzillo si trova distante dalle zone più frequentate dai turisti.

La rivista inglese The Guardian ha annoverato Pozzillo tra le mete più belle della costa acese.

pozzillo

Pozzillo è diventata celebre grazie alla sua sorgente di acqua minerale. La sua fortuna deriva dal possedere un territorio di origine vulcanica e dalla presenza di considerevoli falde acquifere che danno vita a sorgenti termali e minerali. La società Acquapozzillo è stata molto apprezzata dal re Ferdinando I di Bulgaria che ebbe modo di bere l’acqua durante la sua permanenza in Sicilia. Nel 2000 l’azienda passò al settore pubblico e l’acqua, a causa di diverse difficoltà, non venne più messa in commercio. Oggi, lo stabilimento è andato quasi perduto ed è difficile ricominciare a commercializzare l’acqua.

I registi hanno scelto Pozzillo come set cinematografico per i loro film. Basti pensare a “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini oppure a “La prima notte del Dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo” di Giovanni Grimaldi.

La pesca è una risorsa importante e lo dimostrano le sagre del pesce spada e del polpo. Inoltre, il patrimonio gastronomico gode di una specialità da gustare assolutamente: le olive verdi schiacciate e conservate in salamoia, ottime come companatico.

 

 

Stazzo

Il borgo marinaro di Stazzo si presenta come un ristoro per il corpo e per l’anima di ogni visitatore. Il toponimo proviene dalla parola latina statio e si riferisce al luogo in cui stazionavano le navi. Bisogna anche evidenziare che nel dialetto siciliano il termine stazzuni si riferisce al forno in cui si cuociono i mattoni. In effetti, vi sono dei forni all’interno del borgo ed è probabile quindi che il nome derivi proprio da questi.

In passato si è pensato che la scogliera di Stazzo fosse identificabile con l’eruzione del 1329, ma in realtà si tratta di lave del’ XI secolo.

Infatti, tra il 1030 e il 1060 prese forma il cono eruttivo conosciuto come Monte Ilice. La lava arrivò dove oggi sorge Stazzo, modellando delle vere sculture rocciose e su queste si sporge il paese con il suo molo.

stazzo

È stata dimostrata la presenza di un’osteria e di alcune case, a partire dal XVI secolo, ed era denominata Cala dello Stazzo. La struttura attuale del paese risale al XIX secolo.

Il porto è stato denominato U scalu ed è possibile trovare un altro porticciolo detto Unna (per la sua forma a bacino).

Stazzo ha una spiaggia formata da sassi e si trova vicino al molo ed è frequentata da famiglie con bambini.

La costa è abbastanza diversificata grazie alla presenza di calette, baie e scogli a strapiombo su cui vengono costruite in estate alcune piattaforme per i bagnanti.

La parte più scoscesa è la cosiddetta Costa delle Cale che funge da collegamento con il borgo di Pozzillo.

 

Insomma, Pozzillo e Stazzo meritano di essere valorizzati per la loro bellezza naturale e incontaminata.

teatro andromeda

Teatro di Andromeda. Un miraggio che si fa pietra

Di Giulia Monaco ,  Foto di Christian Reina

Immaginate di trovarvi in uno spazio che si staglia tra terra, cielo e mare, sospeso in un non tempo e in un non luogo. Un posto che rifugge da qualsiasi definizione, perché non è riconducibile a nessun luogo mai visitato prima: impossibile assimilarlo a un concetto, a un’idea. Poi però, ad un tratto, un ricordo si fa largo nella vostra memoria, perché c’è qualcosa di familiare seppur vago, un’emozione, un’evocazione che tocca le vostre corde più intime, come un istante “déjà vu”. Qualcosa vi dice che ci siete già stati. Sì: ci siete già stati nei sogni.

Perché altro non è, questo, che un luogo onirico, metafisico, soprannaturale. Visionario. Perché nasce, appunto, da una visione.

teatro di andromeda

Questo posto esiste, e si erge a 1000 metri d’altezza, sui monti Sicani, nella località di Santo Stefano Quisquina (AG). È sospeso su una terrazza naturale che si affaccia su una vallata sterminata, da cui è possibile scorgere, quando il cielo è terso, l’isola di Pantelleria. Un luogo remoto, sconosciuto ai più, che vale tutto il viaggio.

E la visione è quella del suo creatore, il pastore-artista Lorenzo Reina. Lorenzo è a sua volta figlio di pastore, e nella sua anima alberga da sempre il fuoco sacro dell’arte, insieme alla passione per la storia, la filosofia, l’astronomia.

Non rinnega l’eredità paterna, né vuol fuggire da quella terra, l’entroterra siculo, che mal si presta a nutrire i talenti o lasciare spazio ai sogni. Questo Lorenzo lo sa, ma non gli importa, perché decide di fare breccia in un territorio in apparenza ostile, e incastonarci un desiderio: quello di costruire un teatro in pietra traendo spunto dal suo gregge e dalle mànnare, i tradizionali recinti che ospitano le pecore.

teatro andromeda

Così Reina descrive la sua ispirazione: «In tanti mi chiedete come è nata l’idea del teatro… è scritto che “Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole” e ha soffiato qui, dove alla fine del 1970 portavo le pecore al pascolo e, al tramonto, le ho viste più volte ruminare in pace, ferme come nell’immobilità della pietra. Sentivo che in questo luogo dimoravano spiriti santi, e così decisi di costruire qui un teatro di pietra».

Il teatro Andromeda è costituito da un palco circolare costellato da blocchi di pietra, che costituiscono i posti a sedere. Attenzione, non utilizzo il verbo “costellato” a caso: i cubi di pietra, a prima vista dislocati in maniera casuale, sono esattamente 108, come le stelle della costellazione di Andromeda, di cui riproducono fedelmente la proiezione, e viste dall’alto appaiono come stelle a 8 punte. L’idea trae spunto da una tesi secondo la quale la galassia di Andromeda e la Via Lattea, in futuro, entreranno in collisione.

teatro di andromeda

«Molti anni dopo – racconta Reina – ho saputo che la Galassia M31 della costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa quattro miliardi e mezzo di anni, e cominciai a scolpire un recinto sacro alle 108 stelle visibili della costellazione di Andromeda».

Visitare il Teatro Andromeda è un viaggio epico e galattico al contempo. Si passeggia tra le galassie, e intanto ci s’imbatte nei miti ancestrali, si affonda nelle radici arcaiche della terra siciliana, si incontrano i volti dei popoli che l’hanno attraversata lasciando un’impronta imperitura. E ci s’imbatte in una serie di sculture, statue e opere concettuali, utopiche, dal richiamo classico ma che sfuggono anch’esse a ogni definizione, come il luogo che le ospita. È come muoversi in un sogno, in un’allucinazione che si fa pietra.

teatro di andromeda

Visitatelo al tramonto, e resterete abbagliati da questo spazio mistico che risplende di luce d’oro. Visitatelo per il solstizio d’estate, e al crepuscolo verrete irradiati da un raggio di sole che attraversa la bocca di una delle sculture, l’Imago della parola, perché l’arte, attraverso il sole, diventa parola di luce. Al Teatro Andromeda nulla è casuale, tutto sembra far parte di un disegno perfetto, di cosmogonie segrete.

 

charleston mondello

C’era una volta il Charleston… e c’è ancora!

Articolo e foto di Federica Gorgone

Tra l’800 e il 900 Palermo divenne la città dei Florio, uno dei casati più ricchi d’Italia protagonisti indiscussi della cosiddetta Belle Époque. In quegli anni la cittadina vide un rapido sviluppo in termini economici, d’imprese e di realtà architettoniche.

È proprio in questo periodo che Les Tramways de Palerme, azienda Italo-Belga, decise di realizzare a Mondello, in puro stile Art Nouveau, un edificio unico nel suo genere: il “Charleston”.

Chi è stato almeno una volta a Mondello, ricorderà sicuramente questa struttura che si erge a palafitta sul mare al centro del golfo e l’avrà sicuramente fotografata! Ma conoscete la sua storia?

L’Antico Stabilimento Balneare di Mondello dai più conosciuto come “Il Charleston”, dal nome di uno storico ristorante che era situato al suo interno, fu progettato dall’architetto Rudolf Stualker. Originariamente questo edificio fu pensato per una città belga, ma viste le bellezze dello splendido golfo di Mondello fu poi preferita la location palermitana (d’altro canto, come dargli torto?).

Andando indietro nel tempo, possiamo dire che la storia di questa borgata marinaresca prende vita quando Francesco Lanza Spinelli di Scalea alla fine dell’800 ne comprende le potenzialità a livello turistico e strutturale e decide così di promuovere la bonifica del golfo (con non poche difficoltà).

Fu poi Giovanni Rutelli, figlio del famoso scultore Mario Rutelli, ad occuparsi della realizzazione del Charleston così come lo conosciamo oggi, curandone ogni dettaglio stilistico sia negli interni che negli esterni. E, cosa molto importante, rendendo la struttura perfettamente resistente all’azione corrosiva della salsedine marina.

charleston mondello

L’elegante location aprì per la prima volta al pubblico il 15 luglio 1913 e ad oggi possiamo affermare che nell’immaginario palermitano, e non solo, rappresenta il cuore pulsante di tutta la cittadina. Riuscireste mai a pensare a questa piccola borgata marinara senza quell’imponente struttura che sembra fluttuare sulle sue acque in modo così leggiadro? Penso proprio di no.

Continuando a raccontarne la storia, non tutti sanno che ad un certo punto nel pieno dell’affermazione della struttura uno dei più famosi ristoranti palermitani (proprio il Charleston) decise di trasferirsi dal centro città, dove aveva già iniziato a fare la propria fortuna, in una, ai tempi, innovativa location estiva offerta esattamente dal nuovo stabilimento.

La struttura divenne così in breve tempo un elegante luogo frequentato da persone appartenenti all’antica nobiltà palermitana, fino a quelle di spicco dell’alta borghesia ergendosi come sede di prestigiosi eventi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo splendore di cui fino ad allora aveva goduto questo meraviglioso luogo cominciò inevitabilmente il suo declino, fino ad arrestarsi del tutto. Il Charleston si trasformò in quegli anni in un quartier generale e molti degli arredi interni furono distrutti durante il conflitto o “sparirono” senza essere mai più ritrovati.

Negli anni del post-guerra, il Charleston tornò a risplendere. Nel periodo del grande boom economico, infatti, iniziò ad esempio ad ospitare numerosissime serate danzanti, cerimonie e concorsi celebri.

Ma cos’è oggi il Charleston? A distanza di anni continua ad essere uno dei più famosi ed influenti stabilimenti balneari attivi. Anche se lo storico ristorante Charleston non si trova più al suo interno poiché sostituito dal ristorante Alle Terrazze, tutti continuano a ricordare lo stabilimento con questo nome ed è possibile respirare ancora un po’ della Palermo di una volta nel suo fascino intramontabile senza tempo.

 

archeologia subacquea siciliana

I tesori delle isole Eolie e l’archeologia subacquea di Taormina e Naxos

di Merelinda Staita, Foto di Eddy Tronchet e Museo Luigi Bernabò Brea – Lipari

L’ universo dell’archeologia subacquea siciliana è arricchito dalla bellezza dei fondali vulcanici e dallo splendore delle coste delle isole Eolie, l’arcipelago vanta sette isole vulcaniche straordinarie. Due sono i vulcani attivi e tante le meraviglie naturali.

Questo paradiso terrestre è stato apprezzato dal cinema italiano e straniero, diventando set cinematografico per diversi film. Inoltre, col passare del tempo ha continuato a riconsegnare relitti, anfore e oggetti di inestimabile valore. Il lavoro di ricerca è stato condotto da subacquei specializzati e capaci di scoprire beni preziosi.

archeologia subacquea siciliana

Lipari

Tutte le isole che si trovavano al centro del Mediterraneo, rappresentavano un punto di riferimento per i commerci e per approdare anche nei momenti di difficoltà. Lipari risulta essere un sito culturale di grande interesse.

Oggi il Polo Regionale delle isole Eolie con parco archeologico e Museo “Luigi Bernabò Brea” si trova sulla Rocca di Lipari.

Il Museo è suddiviso nelle sezioni: Storia del Museo e degli scavi e sala didattica; Preistoria di Lipari e fondazione della città; Preistoria delle isole minori; Territorio uomo ambiente e vulcanologia Età greca e romana; Giardino e padiglione epigrafico; Arte contemporanea “Mare Motus” nell’ex carcere; l’ex chiesa Santa Caterina per esposizioni temporanee.

Presenti quaranta sale dove sono stati collocati pezzi incantevoli e importanti dal punto di vista storico, partendo dai primi manufatti della preistoria dell’isola.

Una sala enorme in cui sono presenti tante anfore, insieme sembrano formare una piramide, ritrovate nei fondali eoliani. Centinaia i reperti di varie epoche, vasellame, cocci e macine. Altri ritrovamenti che il mare ha restituito si trovano nei piccoli antiquarium comunali realizzati a Salina, Panarea e Filicudi.

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Taormina e Naxos

Le isole Eolie non sono le uniche a stupire il visitatore, perché esiste un’altra zona di notevole interesse e attrazione. La baia di Taormina fu un approdo sicuro, e in casi sfortunati di naufragio, per le imbarcazioni commerciali sulla rotta tra la Grecia, l’Egitto, l’Asia Minore e l’Impero Romano.

Gli itinerari archeologici subacquei rientrano tutti nel comune di Taormina, inclusi i relitti di navi lapidarie, Capo Taormina 1 e Capo Taormina 2 (di fronte a Villagonia). Il Museo Archeologico di Naxos custodisce al momento moltissimi reperti subacquei che provengono dalle acque di Taormina. La baia che spesso viene detta di Giardini è in realtà, così in tutte le carte nautiche, la Rada di Taormina.

È davvero importante segnalare la VI Rassegna di Archeologia Subacquea a Giardini Naxos nel 1991 dal titolo “Dioniso e il mare”. Tanti i relitti e i manufatti scoperti da Edward Tronchet e da Antonino Luca, grande esperto subacqueo e conoscitore di questi fondali. Entrambi sono stati responsabili della sezione subacquea di Archeoclub d’Italia, sezione di Taormina, oggi Patrimonio Sicilia. I progetti di itinerari archeologici subacquei che hanno richiesto, a partire dagli anni Novanta, vengono realizzati attualmente grazie alla Soprintendenza del Mare e al Parco archeologico Naxos Taormina. Nell’area di Spisone dove verrà realizzato uno degli itinerari subacquei, Edward Tronchet e Antonino Luca hanno scoperto negli anni Ottanta e Novanta più di trenta antiche ancore datate alla preistoria, periodo greco-romano, bizantino e medievale. Recentemente sempre a Spisone, hanno ritrovato ceramiche ellenistiche, una coppa megarese e diverse anse con bolli di anfore rodie, in occasione di misurazioni con gps assieme a Gaetano Lino, Salvatore Ferrara e Nicolò Bruno, quest’ultimo responsabile per l’area messinese della Soprintendenza del Mare.

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Un vero e proprio paradiso antico e come sostiene Valerio Massimo Manfredi: “non c’è archeologo al mondo che prima o poi non debba fare i conti con la Sicilia per il suo strepitoso patrimonio culturale”.

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Muove il primo passo il Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo della Cooperativa Badia Lost & Found

Muove il primo passo il Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo della Cooperativa Badia Lost & Found di Lentini, impresa culturale aderente a Legacoop Sicilia.

Oggi, infatti, è stata lanciata la campagna di crowdfunding per il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found.

 

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Cos’è il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

  • Il Progetto del Museo nasce dall’esigenza di rendere accessibili le opere del PUA, il Parco Urbano d’Arte Badia Lost & Found, che a Lentini si snoda nelle vie del centro storico per arrivare al quartiere Badia.
  • Il PUA oggi conta ben 38 opere, realizzate dai più importanti artisti contemporanei italiani e internazionali, che ne fanno la più grande e qualificata galleria d’arte contemporanea a cielo aperto della Provincia di Siracusa e una tra le più grandi in Italia.
  • Il percorso artistico del PUA si ispira, secondo la filosofia del lost & found, a racconti, miti, leggende e personaggi del territorio molto spesso smarriti, dimenticati e ora riscoperti attraverso l’ausilio dell’arte contemporanea.
  • Il PUA, però, si presenta oggi come un meraviglioso percorso artistico ma non accessibile a soggetti con disabilità, quali:
    • la disabilità fisica: gran parte delle opere si presentano, infatti, su angoli dello storico quartiere Badia caratterizzati da importanti scalinate che di fatto impediscono ai soggetti in carrozzina di poter accedere autonomamente;
    • la disabilità visiva: essendo un percorso legato all’arte visiva, è al momento del tutto impossibile includere i soggetti non vedenti o ipovedenti;
    • la disabilità uditiva: il soggetto con deficit uditivo può affrontare autonomamente il percorso ma senza usufruire della parte narrativa che rende unica l’esperienza della visita.
  • Il Progetto del Museo Tattile e Percettivo intende, invece, avvicinare e coinvolgere le persone con disabilità che normalmente non frequentano le sedi museali attraverso percorsi e strumenti pensati ad hoc:
    • si intende, così, favorire una fruizione e un’esperienza culturale autonome, agevoli e sicure per tutte le persone in qualsiasi condizione: dai bisogni fisici e motori a quelli sensoriali e cognitivi, siano essi fruitori permanenti o temporanei;
    • oltre alle barriere di tipo fisico, è necessario considerare anche l’accesso conoscitivo di un sito culturale, che deve necessariamente essere comunicato ai più attraverso gli strumenti più adatti: è quello che noi chiamiamo “diritto alla fruizione” non solo del quartiere che ospita il PUA ma anche dei contenuti racchiusi all’interno di ciascuna opera.

 

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Come funzionerà il Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

Per i motivi sopra esposti il Museo conterrà al suo interno 5 aree attrezzate oltre i servizi.

 

  • Area Tattile:
    1. uno spazio che ospiterà la raffigurazione di tutte le opere murali del PUA attraverso la realizzazione di tavolette in rilievo, permettendo così al pubblico non vedente e ipovedente di toccare e conoscere le opere in questione;
    2. ogni opera tattile sarà corredata di una didascalia in codice braille;
    3. al fine di permettere una visita autonoma in sicurezza, il perimetro dell’Area Tattile sarà delimitato da una barra sonora nel pavimento che, a contatto con il “bastone bianco”, avviserà il visitatore circa il suo orientamento all’interno del Museo.

 

  • Area Sociale Multimediale:
    1. uno spazio totalmente buio nel quale saranno proiettate le opere del PUA in digitale attraverso un sistema di proiettori a prisma che materializzeranno una figura in ologramma;
    2. la figura in ologramma narrerà il contenuto delle opere del PUA in linguaggio LIS e interagirà con l’utente con disabilità uditiva o anche normodotato.

 

  • Area Immersiva Virtuale:
    1. è rivolta agli utenti in carrozzina che oggi non possono percorrere interamente il percorso del PUA; ma può essere un’esperienza interessante anche per utenti normodotati;
    2. essa si avvale dell’ausilio di visori (caschetti in cui è presente un display con sensori e videocamere) che permettono di visualizzare in 3D, mantenendo una prospettiva in prima persona, una realtà virtuale totalmente fedele a quella reale e lungo l’intero itinerario del PUA; si permetterà così a qualsivoglia utente di avere la sensazione di “percorrere”, in modo del tutto reale e immersivo, le opere del PUA;
    3. essa, inoltre, darà la possibilità di poter interagire direttamente con i personaggi delle opere i quali si racconteranno direttamente all’utente.

 

  • Sala Conferenze attrezzata.

 

  • Area Caffetteria e Store del Museo.

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Quali interventi si renderanno necessari per la realizzazione del Museo Tattile e Percettivo Badia Lost & Found?

 

  1. La Cooperativa Badia Lost & Found ha già acquisito, all’interno del Quartiere Badia di Lentini, un immobile che presenta tutte le caratteristiche rispondenti agli obiettivi del Museo Tattile e Percettivo.
  2. Adesso sarà affrontata la fase dell’abbattimento delle barriere architettoniche presenti nell’immobile per la piena fruizione e accessibilità delle varie Aree del Museo.
  3. Installazione della tecnologia e degli arredi del Museo.
  4. Inaugurazione del Museo prevista nella prima metà del 2023.

 

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Cosa finanzierà la campagna di crowdfunding?

 

  • L’obiettivo del crowdfunding è la raccolta dei fondi necessari all’abbattimento delle barriere architettoniche del Museo.
  • Esso sarà gestito attraverso la piattaforma gofundme alla quale la Cooperativa ha avuto accesso essendo stata premiata dalla prestigiosa Fondazione Italia Sociale come uno dei Civic Place
  • Il resto dei fondi saranno ricavati attraverso strumenti finanziari predisposti da Legacoop Sicilia che è il partner principale del Progetto.

 

Come partecipare alla campagna di crowdfunding?

 

Semplice. Basta collegarsi al seguente link e procedere alla donazione:

https://gofund.me/4682fc6a

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Quali sono i progetti della Cooperativa Badia Lost & Found oltre il Museo Tattile e Percettivo?

 

Nelle prossime settimane la Cooperativa presenterà alla stampa e alla Città il resto delle azioni che compongono il proprio Progetto di Sistema Museale Diffuso e di Turismo Accessibile e Inclusivo che vanno ben oltre il già ambizioso traguardo del Museo e per il quale i Soci della Cooperativa hanno già deliberato un Business Plan di oltre 320.000 euro.