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Anthony Barbagallo: “La Sicilia è una terra straordinaria che vanta dieci siti Unesco”

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Martina Melina

Durante i festeggiamenti dei Santi Patroni di Grammichele, abbiamo incontrato l’assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo Anthony Barbagallo, per parlare con lui della programmazione e della promozione turistica siciliana attuate dal suo assessorato.

«La proclamazione di Palermo Capitale della Cultura 2018 rappresenta un’occasione di conoscibilità per la Sicilia nel mondo. Dobbiamo sfruttare ogni possibilità di promozione, accrescendo la fruibilità e la sinergia fra i vari siti Unesco per incrementare l’offerta turistica».

Quanto è importante il turismo per la Sicilia?

«È l’unico settore in Sicilia che cresce al ritmo di due cifre l’anno. La Sicilia è candidata a diventare la quarta destinazione turistica italiana, per cui dobbiamo riorganizzare l’offerta turistica siciliana mettendo insieme i grandi eventi sportivi a percorsi culturali ed enogastronomici».

Come si sta strutturando la nuova offerta turistica?

«Le DMO (Destination Management Organizzation, nda), cioè le Destinazioni Turistiche Organizzate hanno raggruppato i Distretti turistici in sette strutture tematiche: Sicilia Cultura, Sicilia Natura, Sicilia Mare, Sicilia Enogastronomia, Sicilia M.I.C.E. (Meetings, Incentives, Conferences and Exhibitions), Sicilia Benessere e Isole Minori. Quest’ultima è cresciuta del 40 per cento, oltre all’enogastronomico sempre più in aumento. Le Destinazioni Turistiche Organizzate prevedono l’organizzazione di un pacchetto turistico da presentare all’estero attraverso la sinergia pubblico-privata. Al turista presentiamo un’unica destinazione e sarà lui poi a scegliere un tema che può sovrapporre a un altro».

Quali sono le misure a sostegno del turismo enogastronomico?

«Abbiamo strutturato tre prodotti: “Territorio del Vino e del Gusto – Alla ricerca del Genius Loci”, con trentacinque manifestazioni di eccellenze enogastronomiche; il “Treno del Vino”, sta riscuotendo ottimi successi con un tasso di riempimento del 91 per cento e il 70 per cento di presenze turistiche straniere; abbiamo stretto anche un accordo con le “Strade del Vino”, segmento che stiamo valorizzando sempre più».

Il 2017 è l’anno dei Borghi, come intende valorizzare quelli siciliani?

«Abbiamo venti borghi inseriti nel circuito dei “Borghi più belli d’Italia”, abbiamo il prodotto “Borghi Autentici” e Borghi con la Bandiera Arancione. Tutti i borghi siciliani fanno parte del progetto “Borghi – Viaggio Italiano” in sinergia con il MiBaCT che ci vede protagonisti alle Terme di Diocleziano in un’importante vetrina internazionale».

Ci anticipi il nuovo cartellone di “Anfiteatro Sicilia e Teatri di Pietra”.

«Stiamo attrezzando una lunga stagione che vede protagoniste le eccellenze della musica, della lirica e della prosa. Fra questi lo spettacolo incantevole di Monica Guerritore “Dall’inferno al paradiso” e poi la presenza di Carmen Consoli». Il circuito comprende: il Teatro Massimo e Biondo di Palermo, il Bellini e lo Stabile di Catania, Taormina Arte, l’Orchestra Sinfonica Siciliana, il Teatro Vittorio Emanuele di Messina e Inda di Siracusa. I teatri antichi coinvolti sono: Taormina, Tindari, Morgantina e Segesta».

Un bilancio positivo anche alla luce di eventi mondiali importanti …

«Il Giro d’Italia, con le tappe siciliane seguite in 193 paesi da 800 milioni di telespettatori in tutto il mondo e il G7 di Taormina (appena conclusi quando andremo in stampa, nda) rappresentano due eventi importanti per l’immagine della Sicilia, una terra straordinaria che vanta dieci siti Unesco. Il governo nazionale ha stanziato un importante finanziamento di 15 milioni di euro da destinare all’audiovisivo, un altro settore su cui continueremo a investire per portare la Sicilia in tutto il mondo».

 

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L’eccellenza siciliana del caffè nel mondo è MOAK

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di Samuel Tasca e MOAK

Cinquant’anni di storia fra tradizione e modernizzazione. Fondata nel 1967 da Giovanni Spadola, Caffè Moak è una realtà profondamente legata alla città di Modica ma affermata in tutto il mondo. Nella nuova sede abbiamo incontrato Alessandro Spadola, direttore generale di Caffè Moak, per parlare con lui di questa eccellenza siciliana nel mondo e del suo nuovo ruolo di Ambasciatore per il Turismo di Affari del Principato di Monaco dal Club degli Ambasciatori.

Chi è Alessandro Spadola?

«Dal diploma in poi, sono cresciuto all’interno dell’azienda fondata da mio padre (Giovanni Spadola, nda), facendo diverse esperienze sul campo: dalla produzione all’aspetto amministrativo, dagli acquisti al commerciale. Oggi sono il direttore generale di Caffè Moak Spa e dell’intero gruppo».

Come nasce l’idea del caffè e la brillante realtà di Moak? Ci racconti questa tradizione familiare.

«L’idea nasce dall’ambizione di mio padre di essere un imprenditore nonostante provenisse da altre esperienze commerciali. Il caffè è stata l’intuizione degli anni ’60, quando era un prodotto già altamente consumato, lui vedeva un’innovazione qualitativa così partì in questo settore senza avere un’esperienza ben precisa. Infatti l’inizio, come tutte le attività, non fu facile ma la grande voglia di emergere, avendo ben chiaro il suo obiettivo e il concetto della qualità, cioè fare un prodotto sempre migliore, l’ha portato a raggiungere grandi risultati. Durante le diverse dominazioni la città di Modica ha cambiato più volte nome, fra cui appunto Mohac. Mio padre quando pensò ad un caffè che partiva da Modica ha voluto legare il nome della sua azienda con il territorio. Anagrammando Moak veniva fuori anche moka, così le diede questo nome».

Qual’è il segreto del successo mondiale del vostro brand?

«Il concetto di base che ha avuto mio padre nel creare l’azienda era quello di voler esprimere qualità in tutto quello che faceva, quindi cercare di studiare, anche in maniera spasmodica, i caffè per ottenerne sempre un prodotto migliore. Negli anni, io e mia sorella, abbiamo cercato di trasferire il concetto di qualità a 360 gradi in tutti gli altri settori aziendali: non solo sotto il profilo del prodotto, perché sarebbe riduttivo, ma anche nel modo di presentare l’azienda nelle sue varie sfaccettature. Abbiamo costruito una nuova sede che avesse una tecnologia avanzata per controllare la qualità e rendere il prodotto quanto più costante possibile».

In quali attività socio-culturali è impegnata Moak?

«Da sedici anni promuoviamo un concorso letterario (Caffè Letterario Moak, nda) attraverso cui invitiamo il pubblico a scrivere dei racconti, ovviamente che abbiano come tema il caffè, ideato da mia sorella, oggi è diventato uno dei primi concorsi privati a livello nazionale nell’ambito della narrativa. In questo ambito arriviamo anche ad una fetta di pubblico legata alla cultura perché dietro ad una tazzina di caffè c’è tanta cultura e l’abbinamento è risultato vincente. Da qualche anno abbiamo iniziato un concorso fotografico “Fuori Fuoco” per cercare di promuovere il caffè attraverso l’immagine, una nuova iniziativa che sta riscuotendo grande successo».

Da poco è stato nominato Ambasciatore per il Turismo di Affari del Principato di Monaco. Un onere ed un onore …

«È un club nato per promuovere la cultura e il turismo monegaschi e connetterlo con le regioni italiane. Poiché  la famiglia Grimaldi ha una discendenza ampia in Europa e soprattutto in Sicilia quando mi fu proposto ritenni interessante poter aiutare la nostra Regione, che ha un potenziale inespresso enorme, mettendo così a disposizione un po’ del mio tempo per creare questi rapporti con Monaco. Secondo me, ogni imprenditore deve sacrificare parte del suo tempo in queste iniziative se vuole che la Regione cresca in futuro. Per il prossimo ottobre abbiamo programmato la visita del Principe Alberto di Monaco. Già l’ambasciatore ha potuto fare un giro a Modica per rendersi conto di quali siti far vedere al Principe, così da farla diventare un ulteriore momento di prestigio per la città e il suo turismo. Insieme agli altri ambasciatori stiamo cercando di creare un calendario di eventi da organizzare fra Montecarlo e la Sicilia in un prospettiva di medio periodo, opportunità sicuramente da non perdere per la nostra Isola».

 

Locandina generale iziTRAVELSicilia

Elisa Bonacini, la rivoluzionaria della cultura

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Gianni Polizzi

Assegnista di ricerca all’Università di Catania, archeologo e consulente per la comunicazione. Al suo attivo Elisa Bonacini vanta diverse pubblicazioni riguardanti i beni archeologici e non solo, all’archeologia ha aggiunto la passione per la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio culturale, rendendolo più accessibile a tutti. Lei ama definirsi come «Una rivoluzionaria che ama i processi partecipati di democratizzazione culturale, che usa il digitale e i social media come “grimaldello” contro i sistemi ingessati. Un’archeologa non più “praticante”, ma quella disciplina regola il mio operato».

Una passione per i beni culturali che in realtà «Non ha una data di nascita: i concetti di tutela e valorizzazione mi scorrono nel sangue. All’archeologia si è aggiunta la passione della comunicazione: ho svecchiato i miei studi attraverso una seconda laurea, un dottorato, un biennio da assegnista di ricerca, attivando processi virtuosi come #InvasioniDigitali e izi.TRAVEL per promuovere il patrimonio culturale della Sicilia, terra dove sono felice, nonostante le difficoltà, d’essere rimasta per contribuire a migliorarla».

Nonostante le difficoltà conviene continuare a spendersi in questo settore perché «Non farlo significa arrendersi e distruggere quanto ereditato. La Convenzione di Faro dice che siamo una comunità di eredità, con un ruolo attivo nel riconoscere i valori di questo patrimonio e l’obbligo morale, civile e sociale di trasmetterlo alle future generazioni». Elisa Bonacini nelle sue pubblicazioni spiega quanto siano importanti internet ed alcune applicazioni «Nel volume del 2012 La visibilità sul web del patrimonio culturale siciliano ne analizzavo il quadro desolante. Aspettiamo ancora il progetto MuSiVi commissionato a Sicilia e-Servizi, senza vederne traccia. Se rimangono sul web “relitti digitali”, la qualità della comunicazione è migliorata grazie ai social media: basti pensare al Museo “Antonino Salinas” di Palermo, brand riconosciuto di qualità della comunicazione.  Oggi c’è il progetto Sicilia Beni Culturali su izi.TRAVEL, che rilancio come #iziTRAVELSicilia: un “processo” unico al mondo per scala (regionale), portata (centinaia di persone), risultati raggiunti (oltre 80 audioguide multimediali), un’esperienza collettiva e partecipata di valorizzazione del patrimonio comune, attraverso questa piattaforma globale, che consente di scoprire i luoghi della cultura via web e via app, attraverso guide museali e itinerari multimediali gratuiti. Grazie a una Convenzione fra il Dipartimento Regionale dei Beni Culturali e l’Università di Catania e al sostegno di izi.TRAVEL, ho coinvolto direttori di musei, poli e parchi, Reti museali, Comuni, Associazioni culturali, studenti di ogni ordine e grado, anche degli Atenei di Catania, Palermo e persino Macerata. In modo partecipato, democratico e corale, tutti insieme “Ciceroni digitali” stiamo colmando il gap della comunicazione e valorizzazione del nostro patrimonio. Le voci sono quelle di chi lo vive, lo cura, lo conosce e vuole trasmetterli. Sulla stessa piattaforma sono presenti, senza distinzione di proprietà e grandezza, musei e itinerari differenziati sul territorio».

Numerose e apprezzatissime per i contributi culturali sono le sue ricerche «Ho pubblicato svariati articoli e 6 monografie, fra cui anche Il museo contemporaneo, fra tradizione, marketing e nuove tecnologie; Nuove tecnologie per la fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale (2011); Dal Web alla App (2014). Ho curato alcuni progetti, come quello pilota su Google per il Museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa e un catalogo multimediale dell’Etna di prossimo lancio, entrambi realizzati dal fotografo Gianfranco Guccione di AirWorks, presentati in sedi internazionali come Bangkok e Pechino. Qui il tradizionale virtual tour è aumentato da contenuti aggiuntivi, testi, video, virtual tour di oggetti a 360° o aerei. Dal 2013 sono Ambassador per la Sicilia delle #InvasionIDigitali, progetto cui ho partecipato sin dalla stesura del Manifesto. Il “termometro” della voglia di cambiamento sono state proprio le #InvasioniDigitali, 160 in tutta la regione: la mentalità è cambiata lì, invadendo i musei con smartphone e tablet per condividere le foto sui social promuovendo con un tag il nostro patrimonio».

Elisa Bonacini ci anticipa anche i suoi progetti futuri «Sono coinvolta nel progetto “Scuola e Comunicazione per i Siti UNESCO della Sicilia” del CRICD di Palermo, che si concluderà a giugno 2018, ma il mio sogno è che questo processo non si interrompa. Purtroppo le dotazioni economiche dell’Università non hanno consentito il rinnovo dell’assegno. Il mio impegno scadrebbe a fine aprile 2017, ma ho chiesto una proroga al Dipartimento Regionale del ruolo di coordinatore del progetto, sperando di trovare chi finanzi ancora questo grande processo partecipato».

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I ragazzi della seconda opportunità

Articolo e foto di Samuel Tasca

La legge 180 del 1978 abolì in maniera definitiva i manicomi in Italia, nella prospettiva della nascita di comunità terapeutiche per la cura e la riabilitazione di persone socialmente e mentalmente ‘svantaggiate’. A più di 30 anni di distanza, uno dei fini principali della legge Basaglia, ovvero il reinserimento lavorativo e sociale dei soggetti svantaggiati, diventa finalmente realtà.

È proprio nel territorio del calatino che si dà spazio alle seconde opportunità. Come ci racconta Andrea Nicosia, presidente della Cooperativa “Terra Nostra” «il progetto nasce già nel 2004 quando ad alcuni ospiti venne proposto di diventare soci della cooperativa. Nacque così “Terra Nostra”, con l’obiettivo di inaugurare un percorso di integrazione sociale e professionale attraverso la pratica dell’agricoltura. La cooperativa costituì la possibilità concreta per questi ragazzi di scommettere su sé stessi, rendersi utili e col tempo divenire autonomi. Eppure, l’inserimento lavorativo non bastava: i ragazzi dovevano avere la possibilità di alloggiare in un posto che non fosse la comunità. La soluzione fu allora quella di creare dei gruppi appartamento dove oggi vivono dalle tre alle quattro persone per ogni abitazione quasi interamente autogestite».

«Vivere in appartamento significa essere più libero ed indipendente e anche creare un rapporto più unito con gli altri inquilini» – racconta Maurizio S., oggi banconista del bar del carcere, altra realtà volta al reinserimento socio lavorativo di queste persone.

In questo percorso di crescita la vera sfida arrivò nel 2012, quando ai soci della cooperativa “Terra Nostra” venne proposto di prendere in gestione un agriturismo, realizzando così ciò che oggi viene definito Fattoria Sociale, ovvero un esperimento che prevede la cura della terra e degli animali come continuazione dell’itinerario terapeutico.

La sfida venne raccolta anche da altre realtà del settore, come la cooperativa “Futura” che vinse la gara d’appalto per la gestione del bar del carcere di Caltagirone e avviò un’impresa di pulizie presso un gruppo residenziale a Catania. «Sicuramente un’esperienza importante, dai ritmi non sempre leggeri, ma oggi possiamo considerarla un successo di cui andar fieri» – continua Francesco Tasca, presidente della cooperativa “Futura” riferendosi all’esperienza avviata presso il bar del carcere.

Un successo, questo, condiviso anche dal dott. Raffaele Barone, medico psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Caltagirone e Palagonia, che attraverso l’ASP di Catania e altre realtà porta avanti una serie di progetti in questo campo. «L’obiettivo finale del trattamento di recupero è che le persone trovino il loro posto nelle comunità locali, diventando così non solo soggetti attivi, ma anche una risorsa per la comunità». Tra le varie iniziative, ritroviamo le borse lavoro, l’apertura del nuovo centro dedicato all’inclusione sociale e lavorativa di Piazza Marconi a Caltagirone, il budget di salute che permette il finanziamento di progetti personalizzati per i singoli individui che possono essere reinseriti nel tessuto sociale, e infine la formazione dei facilitatori sociali: ex ospiti delle comunità che grazie alla loro esperienza diventano un supporto psicologico per i nuovi utenti.

In questo clima di innovazione culturale e sociale, la vera soddisfazione arriva dalle parole di coloro che sono i veri protagonisti di questo cambiamento. Sebbene a volte non posseggano esperienze pregresse in quello specifico settore lavorativo, oggi svolgono delle mansioni conformi alle proprie capacità personali. «Aiutavo mia madre a infornare il pane e a impastare i panetti» ci racconta Nando, aiuto cuoco e pizzaiolo nella Fattoria Sociale di Piano San Paolo, che dopo un percorso riabilitativo di oltre 10 anni, oggi lavora e vive in appartamento assieme ai suoi amici e colleghi. Anche Roberto infatti, impiegato presso il bar del carcere, ha potuto mettere in campo le capacità maturate quindici anni prima in un altro contesto simile. Oggi si occupa di servire al bancone, ma da quello che ci racconta la parte che più gli piace è il contatto giornaliero con i clienti e il poter chiacchierare con altre persone.
Anche per Carmelo, che da tre anni si occupa invece del punto snack del bar del carcere, l’aspetto più gratificante del suo lavoro è proprio il contatto con le persone che si fermano a prendere un caffè. «Oggi ho trovato finalmente un equilibrio, il mio ruolo al lavoro mi gratifica molto».


Nel contatto con le persone, cortesia e disponibilità sono le qualità che hanno permesso ad Ignazio di diventare capo sala nel ristorante della Fattoria Sociale di Piano San Paolo. «All’inizio pensavo che gestire un ristorante fosse una sfida impossibile, ma affiancando il cameriere che lavorava da noi nei primi tempi gli ho praticamente rubato il lavoro!  – scherza Ignazio -. Gestire la sala per me è sinonimo di ordine, creatività ed eleganza».  A condividere un’esperienza simile è anche Maurizio D.S., impegnato presso il bar del carcere, il quale ci racconta: «All’inizio avevo un po’ di confusione, ma oggi mi sento contento e gratificato».

Il lavoro di squadra, l’impegno e il raggiungimento di obiettivi giornalieri ha permesso a queste persone di sperimentarsi e di superare le proprie difficoltà psicologiche. Nando, Ignazio, Roberto, Carmelo, Maurizio e tanti altri oggi vivono appieno la seconda opportunità che la vita sta offrendo loro, contribuendo con la loro esperienza ad abbattere ogni giorno il muro di isolamento e diffidenza che ruota attorno alla percezione del disagio mentale.

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Luigi Gismondo, un grande artista innovatore e essenziale, colto e popolare

di Angelo Barone   Foto di Samuel Tasca

Una piacevole conversazione con Luigi Gismondo ha caratterizzato il mio primo giorno del 2017. Mi riceve nella sua abitazione dove la biblioteca, la ceramica e la pittura sono gli elementi dominanti mentre l’arte e la cultura animano la serenità del vivere quotidiano del padrone di casa.

Luigi Gismondo ha vissuto intensamente la vita di una delle istituzioni culturali più importanti e prestigiose di Grammichele: da allievo della Scuola serale di Disegno e Plastica diretta dal grande educatore Don Raffaele Libertini ad insegnante nell’Istituto Regionale d’Arte diretto dall’innovatore Gaetano Libertini. La sua intensa attività artistica e la sua ricerca sui materiali per realizzare le sue opere gli sono valsi importanti consensi e grandi riconoscimenti in ambito nazionale e internazionale.

Cominciamo questa intervista guardando un quadro di don Raffaele Libertini e la prima domanda viene spontanea. Quanto ha influenzato la tua formazione don Raffaele Libertini? 
“La cara figura di don Raffaele Libertini fu determinante perché io potessi esprimere ed estrinsecare la mia passione per il disegno. In quelle tre stanze dietro il municipio tanti ragazzi di vario ceto sociale sotto la sua guida fummo educati ad amare il bello nelle tre discipline: il disegno dal vero, il disegno geometrico e la plastica che fu il mio primo amore. Figli di quella scuola furono i valenti scalpellini autori di tanti manufatti in pietra che ornano le facciate di molti edifici del centro storico, segnalo per tutti il cinema “Intelisano”. Avevano appreso l’arte di intagliare la pietra dal maestro don Nico Failla che in quella scuola insegnò a plastificare e di cui io fui l’ultimo allievo”.

Quanto la tua ricerca di forme espressive nuove nell’arte ceramica è stata stimolata dall’ambiente innovativo creato da Gaetano Libertini?
“Gaetano Libertini per le materie artistiche della neonata Scuola reclutò giovani insegnanti provenienti da prestigiosi Istituti d’Arte come Faenza, Pesaro, Palermo con l’obiettivo riuscito di dare, insieme ai docenti locali, una fisionomia moderna e di avanguardia in un contesto privo di tradizioni artistiche ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Non avrei mai immaginato di essere coinvolto in questa rivoluzione culturale tanto che sentii il dovere di mettere mano ai libri e affrontare gli esami di Maestro d’Arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Faenza, iniziando il mio percorso nell’Arte ceramica”.

Da cosa nasce la tua ricerca sui materiali da utilizzare per la tua arte?
“Nasce dall’insaziabile desiderio di sperimentare nuovi impasti al fine di ottenere un prodotto ceramico originale. Ricerca formale e materica sono indispensabili se si vuole essere originali nei momenti di confronto quali mostre e concorsi. Una delle tante esperienze riuscite è stata quella di aver realizzato un impasto composto da argilla, paglia di grano, fondenti, argilla espansa, ossidi coloranti e ingobbio con una cottura ad alta temperatura. Con questa tecnica mi è stato possibile realizzare opere di particolare interesse che hanno ottenuto consensi e riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali”.

Quale riconoscimento ricordi con maggiore soddisfazione?
“Nel 1991 dopo aver partecipato alla Mostra Internazionale di Ceramica d’Arte Contemporanea di Taipei, in Taiwan, fui invitato a donare una scultura per il Museo Nazionale di Arte e Storia di quella città. Mi onora l’avere avuto assegnata la medaglia d’oro al 48° Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza del 1993”.

Come definiresti tua l’arte?
“Amo in maniera viscerale il mio lavoro che non lo posso giudicare, preferisco far parlare Vincenzo Gennaro, insigne scultore, che in uno scritto si esprime così: Un lavoro serio quello di Luigi Gismondo, puntiglioso, con rigore estetico assoluto, scarno ed essenziale, una coerenza stilistica rara e tutta giocata sulla ricerca materica, sente la necessità di depurare la forma e le immagini da ogni superflua oggettivazione e da ogni corollario decorativo”.

 

 

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Giampaola Scollo, l’artista della carta…e non solo!

di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina e Angelo Micieli

Carta, forbice e … fantasia. Ecco gli ingredienti che servono per realizzare degli abiti davvero originali. Eh già, avete letto bene: abiti, abiti di carta! A crearli è Giampaola Scollo, artista monterossana, che ha fatto del suo hobby l’occasione per promuovere e incentivare il riciclo creativo oltre a dimostrare che non c’è limite alla fantasia. Giampaola è una donna umile e col sorriso sempre stampato sulle labbra. Ha tre figli e presto sarà nonna, per la prima volta. È sempre indaffarata tra casa, lavoro di collaboratrice scolastica e chiesa, dove si rende disponibile per ogni tipo di mansione necessaria. Ma Giampaola, la sera, dopo aver completato le faccende domestiche, si immerge nel suo mondo creativo fatto di colori, carte, colla, nastrini e ogni cosa che non merita di stare nel cesto della spazzatura.

La incontriamo per un’intervista e lei, emozionata, si presta con piacere a raccontarci un po’ di lei e del suo creativo mondo.
Da cosa nasce l’idea di creare abiti di carta?
«L’idea nasce un po’ per gioco. Nel 2000, io insieme alla mia amica e collaboratrice Maria Giovanna Garofalo, pensammo di creare un laboratorio per il GREST (Gruppo Estivo) a Monterosso. Si trattava di realizzare abiti con la carta crespa dal momento che era il materiale più economico da usare per ottenere anche abiti elaborati, utili in alcune recite. E così iniziammo a maneggiare la carta, che non è come la stoffa: non serve ago né filo, solo colla a caldo e pinzatrice. La carta, oltretutto, è molto più fragile e va lavorata con estrema cura e attenzione».

Quanto tempo si impiega a realizzare un abito di carta?
«Il tempo che ci vuole (ride), tutto dipende se ci sono scadenze o intoppi. Ad esempio, quest’anno abbiamo realizzato 16 abiti in tre mesi. Ma non abbiamo utilizzato solo la carta crespa. Gli abiti sono fatti con carta di quotidiani, riviste, carta pacchi, découpage e le decorazioni con la plastica delle bottiglie, con i nastri dei sacchettini delle bomboniere, con i tappi delle bevande. Insomma, nulla va perduto».


E così, oltre a realizzare splendidi abiti, lanci anche un importante messaggio.
«Esatto. Prima di buttare qualcosa, mettiamo in moto la nostra creatività e il risultato sarà: meno rifiuti e più idee originali. Quasi tutto può essere riutilizzato in maniera creativa».

Hai realizzato delle sfilate?
«Diciamo che sono stata invitata in vari contesti, dal GREST, a una serata dedicata ai talenti monterossani fino ad una menzione durante il premio “Aquila d’Oro” che si tiene al mio paese. In quest’ultima occasione numerosi turisti presenti a Monterosso hanno avuto modo di vedere sfilare i miei abiti. A questo proposito ringrazio le ragazze che hanno sfilato oltre a Maria Giovanna Garofalo, Sebiana Burgio, Giovanna Pusello, Rosalba Fatuzzo e il suo figlioletto che, quando può, è sempre disponibile ad aiutarmi».

Oltre a realizzare gli abiti di carta, crei molte altre cose partendo dal concetto di riciclo creativo. Dacci qualche idea.
«Beh, potrei parlare all’infinito. Tante cose ho creato e tante ne creerò, se Dio vuole. Faccio gioielli con la plastica delle bottiglie, cestini intrecciati con la carta, vasi per fiori a partire dai vasetti di yogurt, sfere natalizie con ricami di maglioni dismessi e ora sto lavorando per creare un tavolo con i rotoli della pellicola. Qualche tempo fa, invece, ho realizzato un piedistallo con i rotoli da lettino che si trovano dalle estetiste».

Hai mai pensato di fare del tuo talento un’attività?
«No, mai. Riconosco di aver ricevuto un grande dono da Dio e non posso che metterlo a disposizione degli altri».
L’atmosfera natalizia cosa ti ha ispirato?
«Tempo fa ho realizzato presepi con la juta, con la pasta, conla lana, con la plastica delle bottiglie e, ovviamente, con la carta! Ho fatto pure un albero di natale con la plastica riciclata e uno di lana. Alcuni lavori li ho fatti con i ragazzi della scuola».

Non ti fermi mai. Qual è il tuo prossimo progetto?
«Mi frullano in mente altre idee. Per il momento però, preparo il corredino per la nipotina che arriverà (sorride)».

 

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Totò Inzirillo: l’amore per la mia città

di Emanuele Cocchiaro    Foto di Samuel Tasca

Massimo Inzirillo, conosciuto come Totò, ha dapprima insegnato all’Istituto Regionale d’Arte e poi è stato dirigente scolastico del Liceo Artistico. Ha da sempre coltivato l’amore per la sua città, adoperandosi con iniziative solidaristiche e culturali, spronando i giovani a lottare per il proprio futuro.

Chi è Totò Inzirillo?
«Sin da piccolo sono stato mosso dalla curiosità, ho avuto sete di conoscere, ragione per cui ho imparato a fare tante cose. Ho conseguito la maturità all’Istituto Regionale d’Arte indirizzo arte applicata, dopo l’anno di leva ho iniziato a lavorato come operatore cinematografico al cinema Intellisano di Grammichele
conseguendo il patentino. Nel giugno del ‘76 ho sposato la mia attuale moglie, Enza, una mia compagna di scuola, da cui ho avuto la mia prima figlia, Caterina, poi Angela. Dopo aver preso la cattedra di insegnante ho fatto tanto volontariato. Sono stato un grande amatore della fotografia aerea di Grammichele e sono stato anche il primo a pubblicare anche un libro: possiedo una raccolta di oltre 35 mila fotografie, e 100 di grammichele, foto dell’Istituto Geografico Militare, De Agostini, ho comprato i diritti delle foto per poi pubblicarle gratuitamente per la mia città, documentando tutte le foto, grazie a mio zio Ciccino Bellanti, a casa sua trovai le lastre di vetro e decisi di stamparle. Adesso sto curando la pubblicazione di un nuovo libro, perchè tutto il mio interesse verte anche sugli antichi mestieri, conservandole gelosamente per tramandarle ai giovani. Ho sempre lavorato per la città senza guardare il colore politico delle varie amministrazionicomunali che si sono succedute, e non faccio neanche politica attiva. Collaboro con Fondazione Umana, l’Avis, l’Archeoclub, e altre associazioni che promuovono la città di Grammichele».


Tanti suoi concittadini le attribuiscono la generosità, da cosa deriva?
«Intanto è nel mio Dna, un lavoro sicuro mi ha permesso di dedicarmi agli altri, sono stato governatore per tanti anni della Confraterita di San Leonardo, ho collaborato con i parroci di diverse chiese, ho tanti amici politici con cui mi piace confrontarmi, faccio parte del Circolo Calamandrei in cui si parla dei problemi della città, diamo il nostro indirizzo all’amministrazione coinvolgendo soprattutto i giovani che rappresentano il futuro. Ho insegnato per tanti anni, negli ultimi sette sono stato dirigente scolastico del Liceo Artistico Regionale e sono sempre vicino e ma carusi. Nonostante le difficoltà di oggi ad inserirsi nel mondo lavorativo consiglio loro di non perdere mai la speranza, piuttosto facciano qualsiasi cosa purché si mantengano occupati».

Cosa ha imparato dal rapporto con gli studenti?
«Il rapporto è sempre stato di pari a pari, non mi sono mai seduto sulla cattedra né quando ero insegnate tantomeno quando ero dirigente. Ci sono sempre le distanze ma con i ragazzi ho sempre avuto un rapporto di amicizia. Mi sento giovane come loro, perché vivo insieme a loro, ogni giorno ci confrontiamo nel mio studio, invito loro a frequentare la scuola, il loro è un mestiere importante perché poi gli servirà per il loro futuro. Se oggi non hanno amore per il domani, per i ragazzi ci sarà un domani vuoto. Quest’anno sono emigrate 300 famiglie in Svizzera e in Germania, andandosene i giovani rimarremo un paese di pensionati. È necessario che i nostri ragazzi si scommettano nella vita, altrimenti rimarranno solo dei numeri. Ognuno di noi nel proprio cuore deve essere il numero uno!».
Come ha vissuto la nomina a dirigente nell’istituto in cui ha insegnato per tanti anni?
«Quando fui nominato a Palermo non ci credevo, mi bloccai per dieci minuti. Dopo mi ripresi e firmai il contratto. Fu una vera gioia, dirigere la scuola che frequentai prima e nella quale insegnai dopo, una bella soddisfazione ed un bel peso, mi sforzai di dare il meglio di me stesso. È vero che fare il dirigente scolastico ha il suo prestigio ma spesse volte chi comanda è solo, e si cade nei momenti brutti. In ogni caso è stata una bella soddisfazione».

Adesso come trascorre le sue giornate?
«Inizialmente mi alzavo presto perchè pensavo che dovevo andare a scuola, tanto era l’abitudine e l’attaccamento alla scuola. Il distacco è stato duro, non mi sono abituato all’idea di essere in pensione».

Come nasce la passione per la fotografia?
«Da piccolo quando abitavo in piazza Dante, lì vicino c’era Ciccino Bellante che maneggiava le macchine fotografiche: quando facevo il chierichetto lui mi faceva delle foto e me le regalava. Io mi affermavo a guardare le sue macchine fotografiche, le foto, rimanendo sempre meravigliato. Sino a quando da ragazzino comprai da Noto una Yashica 124, la pagavo sei mila lire al mese e lavoravo al cinema. Iniziai a prendere dimestichezza, cominciai a stamparle, comprai l’ingranditore bianco e nero. Sebastiano Astuto mi aiutò a comprare le macchine fotografiche, mi spiegava come funzionavano. Divenni subito bravo e la foto in bianco e nero divennero una passione. Per me rimane la più bella. Ho avuto anche l’onore di conoscere il fotografo Giuseppe Leone. Ho lavorato con la De Agostini, vendendo libri ed enciclopedie: in quella fotografica ci sono alcune foto della nostra piazza, di cui mi hanno regalato le diapositive. Feci una mostra, quindici anni fa, con 28 fotografie 70/100, che poi regalai al Comune. Oggi con mio fratello sto lavorando ad un nuovo libro in modo che possa rimanere una testimonianza scritta di ciò che è stato per il futuro della città».

MG

Ciccio Sultano: il ricercatore della qualità

di Omar Gelsomino  Foto di Marcello Bocchieri

Da dieci anni mantiene, in modo continuativo, le due stelle Michelin, da poco sono arrivati i “Quattro Cappelli” dalla Guida de L’Espresso e poi le innumerevoli menzioni e riconoscimenti dal Gambero Rosso e non solo. È titolare del rinomato ristorante Duomo a Ragusa Ibla, da un anno è presidente de Le Soste di Ulisse (un’associazione creata nel 2002, che riunisce oltre una trentina di ristoranti gourmet, 20 charming hotel e 2 maestri pasticceri e le più importanti cantine siciliane) e da oltre un anno ha avviato la sua nuova “avventura” con il ristorante I Banchi, sempre nel cuore di Ragusa Ibla, in cui è possibile sublimare i palati con i migliori prodotti siciliani ed italiani. Lui è Ciccio Sultano, una delle nostre eccellenze, che con la sua cucina tiene alto il nome della Sicilia enogastronomica.

Chi è Ciccio Sultano?
«Devo uscire dal mio corpo (risponde ridendo). Io sono uno chef nonché il titolare del mio progetto che si chiama Duomo (famosissimo ed apprezzatoristorante a Ragusa Ibla, nda). Il mio impegno è essere alla continua ricerca dell’eccellenza, anche perché sono un curioso, un amante della cucina, un cuoco oltre che un fautore diretto della trasformazione della materia prima. Sono una persona che ha voglia di sapere e mi occupo di garantire la felicità a chi viene nel nostro ristorante».

Da giovane cosa amava fare?
«Ciccio Sultano da bambino voleva fare il bambino, da giovane il giovane, invece mi è toccato lavorare sin da subito. Da ragazzino è iniziato l’approccio con la vita vera, cercando di fare i conti con la realtà che vivevo. A diciassette anni ho scoperto la mia ragione di vita: svolgere questo lavoro con impegno e profonda passione, occupandomi in modo strutturato e prioritario del mondo enogastronomico».

Come nasce la passione per la cucina?
«La passione è nata dalla necessità di lavorare. Iniziai a prestare servizio in un bar all’età di tredici anni occupandomi dalla tavola calda alla gelateria, dalla pasticceria all’american bar, facendo tanta gavetta.
Ricordo quel periodo come una bellissima esperienza, decisamente indimenticabile».

Cosa serve per preparare dei buoni piatti?
«Servono l’esperienza e la proporzione, un dono quest’ultimo che purtroppo non si impara a scuola né si può ricercare. Ad armonizzare il tutto serve il buon palato. Avere la proporzione in bocca è come disporre di una tavolozza di colori che poi vengono messi insieme per creare. Dopodiché la tecnica è quella che completa il piatto, introducendo la componente tattile, duttile e termica. Questi sono i tre elementi che vanno a definire la piacevolezza del piatto».

Oggi è tutto un proliferare di talent show culinari, cosa ne pensa?
«Vanno bene ma sono troppi».

Ogni anno è duro contendersi le stelle?
«Il lavoro consiste nel dare un servizio eccellente ai nostri clienti. È ovvio che le Stelle si possono anche perdere, dunque l’impegno è quotidiano e sempre ad alti livelli innanzitutto per garantire ai nostri ospiti la piacevolezza di stare seduti nel nostro ristorante. Ci soddisfa puntare sull’eccellenza in ogni ambito contemplato dalla Guida Michelin per dare il massimo».

Come sono i rapporti con gli altri chef, soprattutto quelli ragusani?
«Il rapporto con i colleghi è meraviglioso e di confronto. Io sono anche il presidente de Le Soste di Ulisse, al cui interno vi sono più di trenta ristoranti, siamo molto uniti tra di noi. L’insieme delle nostre forze ha coniato l’idea di lavorare insieme e continuare ad affermare il principio che la Sicilia è un Continente gastronomico di altissimo valore».

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere questa professione?
«Non è un gioco, ma un lavoro. Se si vuole arrivare ad alti livelli si devono avere le capacità. L’importante è che lo si faccia bene e con il cuore. La cucina educata e la cucina gourmand sono due aspetti fondamentali per la nostra cultura e il nostro modo di fare. Non dobbiamo essere per forza tutti stellati o meno, l’importante è fare un progetto sano, buono, ma soprattutto dobbiamo sapere a chi ci rivolgiamo».

Cosa si spera per il nuovo anno? Ai nostri lettori cosa augura?
«Mi auguro di realizzare i miei progetti perché rimettono in discussione alcune scelte, l’idea è quella di crescere nel ristorante con un nuovo progetto. Ai lettori auguro di venire a mangiare da me, li aspettiamo al Duomo o ai Banchi».

Una ricetta per le festività natalizie
«A me piace il brodo di cappone con la pastina, in modo che posso degustare anche il cappone a mò di falso magro. Una volta disossato, lo si farcisce con gli ingredienti che si preferisce degustare oppure
si può seguire la ricetta del falso magro, accompagnato con un antipasto di baccalà fritto o da gelatina di maiale. Questo è il piatto che preferisco».

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Gianni Motors in Europa

di Ernesto Girlando  Foto di Samuel Tasca

Al settimo posto si piazza Guido Vaccaro: Gianni Motors è l’unica concessionaria in Europa a ottenere due piazzamenti nei primi dieci posti, a conferma degli eccellenti livelli raggiunti in anni di impegno, dedizione e professionalità.

Il 14 e 15 settembre scorso, nello scenario parigino del Training Center Nissan, si è tenuta la finale del NISTEC (Nissan Service Technical Excellence Contest) che ha visto in gara 58 finalisti rappresentanti le concessionarie di tutta Italia.
NISTEC 2016 ha premiato Antonio Lucisano, Responsabile Post-Vendita e Quality Manager della concessionaria Giannì Motors, quale Miglior Tecnico per l’Italia. Al successo dell’azienda iblea, l’unica in Europa a classificare due tecnici nei primi dieci posti, ha contribuito il settimo posto di Guido Vaccaro.

Un risultato straordinario, ottenuto da Giannì Motors nel contesto di una manifestazione continentale di eccelso livello che era stata preceduta dalle selezioni in ambito nazionale, tenutesi da 15 al 28 giugno, nel corso di un contest riservato ai tecnici, con la partecipazione di oltre 150 Master Technician certificati.
Il gran finale con la cerimonia di premiazione ha avuto luogo nella splendida cornice di Versailles, alla presenza del Vice Presidente post-vendita, Vincent Wijnen, che ha speso parole di elogio per tutti i vincitori, per i livelli eccelsi, tecnici e professionali, raggiunti nel corso degli anni ed espressi nello svolgimento delle loro quotidiane attività.

Giannì Motors ringrazia Antonio Lucisano per lo straordinario risultato ottenuto, meritato premio alla professionalità, alla competenza, all’impegno e all’attenzione che, insieme a tutto il team post-vendita della concessionaria, dedica al cliente Nissan. Un grazie, altresì, va a Guido Vaccaro per il suo ottimo piazzamento. Naturalmente, si tratta di risultati non casuali, frutto di duro lavoro e di capacità non indifferenti che testimoniano della grande crescita di cui è stata protagonista l’azienda nel corso degli anni.

pippo purpora

Pippo Purpora: un avvocato a 5 stelle

di Omar Gelsomino  Foto di Samuel Tasca

Con questa rubrica intervistando delle personalità politiche, della cultura, dello spettacolo, ecc vogliamo far conoscere la persona, la sua storia, i suoi valori, i suoi sentimenti, i suoi interessi, quali ragioni le hanno spinte a determinate scelte. Insomma scoprire realmente chi sono al di fuori del ruolo che svolgono quotidianamente in Enti ed Istituzioni sia pubbliche che private.

Chi è Pippo Purpora?
«La domanda mi mette in difficoltà poiché è difficile parlare di se stessi. In ogni caso, facendo uno sforzo, posso dire che mi sento una persona comune che nel tempo ha maturato delle competenze derivanti dalle esperienze di vita e dalla professione che ho svolto stando a contatto con la gente. Sono, altresì, titolare della azienda agricola creata da mio nonno Peppino Purpora, gestita da mio padre, che da circa dieci anni conduco insieme alla mia famiglia».

Come mai decise di iscriversi in Giurisprudenza e poi svolgere l’attività di avvocato?
«L’iscrizione a Giurisprudenza è stata quasi una cosa normale. Sono cresciuto tra le carte di mio padre poiché spesso stavo in studio. Non ho voluto mai fare cosa diversa dall’avvocato; l’ho sempre considerato un privilegio anche se ai giorni nostri è una professione estremamente decaduta né più né meno come la società che viviamo».
Qual è stato il motivo che ha determinato la sua scelta ad aderire al Movimento 5 Stelle?
«La scelta del Movimento 5 stelle è stata quasi naturale; ci sono entrato nel 2012 ed in quelle elezioni sono stato candidato alle comunali».

La sua famiglia come ha accolto la scelta di candidarsi a sindaco?
«La scelta di candidarmi è stata prima valutata dalla famiglia alla quale devo sempre rapportarmi».

Lei è stato appena eletto sindaco del Comune di Grammichele. Da quanti anni fa politica e come mai la scelta di candidarsi a sindaco?
«L’elezione è stata una parentesi nella quale ho deciso, insieme ai ragazzi del Movimento 5 Stelle, di provare a dare una alternativa alle solite logiche di sistema. La disponibilità a candidarmi o a non candidarmi per il vero è stato frutto di una decisione collettiva che mi ha visto sempre molto prudente, anche per i numerosi impegni di natura familiare, professionale ed agricola».

Come fa un avvocato di successo come lei a svolgere un’attività parimenti impegnativa qual è quella di un sindaco? Come concilia le due cose?
«Fare il padre, l’avvocato e l’imprenditore non è una cosa semplice: aggiungere anche l’onore e l’onere di fare il primo cittadino ha di fatto messo da parte gli altri ben importanti compiti».

Come è cambiato il suo rapporto con la città e i suoi concittadini da quando è sindaco?
«Il rapporto con la città è sempre stato ottimo. Avere un rapporto privilegiato con i cittadini è una cosa nuova e per molti aspetti anche piacevole…. Le istanze sono moltissime e i bisogni pure. A volte è frustrante non poter dare risposte concrete ai loro bisogni».

Nel complicato mondo della politica è possibile riuscire a coltivare vere amicizie?
«Le amicizie sono quelle che ti hanno accompagnato per tutta la tua vita; quelle della politica sono altro».

Cosa pensa del futuro? Cosa si augura?
«Mi auguro solo di fare bene per la mia città».

pippo purpora