Padre Mario Alfarano Capizzi

A Maria Gabriella Capizzi, direttrice del Museo Archimede e Leonardo di Siracusa, dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani di Roma, una grande testimonianza per il lavoro svolto negli ultimi anni

Siracusa – Il museo Archimede e Leonardo di Siracusa riceve un grande riconoscimento e un attestato di stima, per il lavoro svolto negli ultimi anni, dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani di Roma. Padre Mario Alfarano, direttore del prestigioso istituto culturale, infatti, ha inviato al sindaco di Siracusa, Francesco Italia, e all’assessore comunale alla Cultura, Fabio Granata, una lettera con cui chiede, anzi, si augura che, anche in futuro, possa proseguire la sinergia tra Museo Archimede e Leonardo e Comune di Siracusa. La struttura dedicata alle invenzioni dei due geni è infatti ospitata nel settecentesco ex convento del Ritiro di via Mirabella, nel cuore di Ortigia, di proprietà del Comune. E sono proprio le origini di questo storico edificio a legare il Museo Archimede e Leonardo di Siracusa e l’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani.

Come scrive padre Mario Alfarano nella missiva al primo cittadino e all’assessore alla Cultura di Siracusa, la proficua collaborazione “è nata dal comune legame con le origini dello stabile dove ha sede il Museo: esso, infatti, agli inizi del ‘700 sorge come ritiro o monastero delle carmelitane avente, tra le fondatrici, suor Maria Carmela Gargallo Montalto, morta in odore di santità. Il monastero ha avuto una grande importanza non solo per l’Ordine Carmelitano, per i legami di Maria Carmela Gargallo Montalto con i venerabili Girolamo Terzo e Andrea Salvatore Statella, iniziatori della riforma carmelitana siciliana di S. Maria della Scala del Paradiso, ma anche per la città di Siracusa, la quale, anche grazie a suor Maria Carmela Gargallo Montalto, intrattenne profondi rapporti con il papato del tempo”.

La lettera a firma del direttore dell’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani continua: “La presenza del museo nella sede dell’ex ritiro carmelitano permette di mantenere viva la memoria di uno spaccato della vita religiosa e culturale della città anche attraverso iniziative di collaborazione con l’Institutum Carmelitanum e l’Archivio Generale. Inoltre, le varie attuali attività culturali promosse dal Museo e, in particolare, dalla direttrice Maria Gabriella Capizzi stanno rendendo sempre più questo luogo un centro di attrazione e una vetrina della città”.

Padre Mario Alfarano Capizzi

Padre Mario Alfarano fa riferimento, solo per fare un esempio, agli studi e alle ricerche per ricostruire la storia di suor Maria Carmela Gargallo Montalto, dell’ex convento del Ritiro e della comunità monastica femminile che vi dimorò per circa un secolo e mezzo, promossi e finanziati dalla direttrice del Museo siracusano ed eseguiti da un componente del comitato scientifico del Museo, Gastone Saletnich, dottore in Storia medievale e archivista. Tutto ciò grazie alla tenacia e alla passione di Maria Gabriella Capizzi, la quale spiega: “Per me è ormai una missione restituire il giusto valore e il corretto riconoscimento a una grande donna siracusana, per troppo tempo dimenticata o comunque trascurata, e ai luoghi da lei voluti“.

Un’attività molto apprezzata, evidentemente anche dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani che conclude la lettera così: “A nostro parere l’edificio dell’ex ritiro rappresenta un altro grande potenziale culturale per la città di Siracusa, per questo motivo vogliamo raccomandare tutte quelle iniziative a volte al recupero di esso. Gli ottimi risultati finora raggiunti e quelli che si potrebbero ancora ottenere sia per il Museo sia per la valorizzazione dell’intero edificio sono certamente merito della direttrice Maria Gabriella Capizzi. Pertanto, ci auguriamo che possa prolungarsi la sua concessione da parte delle vostre istituzioni”.

Gli fa eco Maria Gabriella Capizzi, la quale si unisce all’augurio “anche perché – conclude – oltre all’ottimo lavoro fin qui effettuato e da più parti riconosciuto, bisogna considerare che la nostra attività si è pressoché fermata, per circa due anni, a causa della pandemia e delle varie restrizioni. Ed è proprio da adesso che le tante iniziative progettate, abbozzate o appena avviate dovrebbero pienamente realizzarsi, contribuendo a valorizzare la figura di Leonardo e di due siracusani d’eccellenza come Archimede e suor Maria Carmela Gargallo Montalto, arricchendo le proposte culturali per i turisti e animando sempre più la zona dell’ex convento del ritiro“.

oriana civile

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale di Oriana Civile

IL PRIMO ALBUM DI INEDITI DI ORIANA CIVILE

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale

PRIMO SINGOLO ESTRATTO: UNNI SINI

Il video: https://www.youtube.com/watch?v=bRZNd3mfwYU

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Si intitola “Storii (tra il serio e il faceto)” il nuovo album di Oriana Civile, artista, studiosa delle tradizioni musicali siciliane e interprete del repertorio di tradizione orale della sua terra. Si tratta del suo primo disco di inediti: tredici brani, tredici racconti in lingua siciliana dalle sonorità minimaliste e di grande impatto. Registrato in presa diretta, come un live in studio insieme al chitarrista Nino Milia, sorprende per il carisma e la grande genuinità interpretativa della Civile. “Ho voluto un disco – dice l’artista – che fosse più vicino possibile a quello che si ascolta in un mio concerto. Per questo ho ricercato un suono reale e senza artifizi”.

A comporlo, come indica il titolo, una manciata di storie. Storie personali e storie collettive. Storie individuali e storie universali. Tredici brani che si aprono con una canzone il cui testo è una poesia dell’avvocato Pippo Mancuso, tratta dal libro “Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti”. Tra le tracce del disco incontriamo poi paesaggi, leggende, denunce, provocazioni e strambi interrogativi ai quali dare finalmente una risposta definitiva, come il sesso dell’arancin*. Ma anche personaggi come Attilio Manca (la cui morte è uno dei misteri italiani legati a Cosa Nostra), Claudio (agente di scorta di Paolo Borsellino) e Luciano Traina e addirittura Lady Gaga, la pop-star americana originaria di Naso, il paese in provincia di Messina da cui viene anche Oriana Civile.

Questi brani – scrive la Civile nell’introduzione all’album – sono un esplicito invito ad approfondire la conoscenza di queste storie che sembrano lontane da noi ma non lo sono affatto”.

Nel booklet ogni canzone è accompagnata da una fotografia estratta dal progetto “Life (serie Faces and Hands)” di Raffaele Montepaone, fotografo calabrese, instancabile ricercatore di espressioni ed atmosfere senza tempo, “lo ringrazio sentitamente di vero cuore per aver abbracciato la mia idea; queste fotografie sono la testimonianza di un mondo pieno di dignità e bellezza che ci appartiene nel profondo, il mondo che io canto, e io le trovo semplicemente meravigliose”

Storii”, che è stato preceduto da una fortunata campagna di crowdfunding, esce per l’etichetta Suoni Indelebili ed è distribuito da Ird.

TRACCIA DOPO TRACCIA (Guida all’ascolto a cura di Oriana Civile)

01. U ME RITRATTU

testo di Pippo Mancuso – musica di Oriana Civile

U me ritrattu” mi descrive con le parole dell’Avvocato Pippo Mancuso. È l’unico brano del disco il cui testo non è scritto da me, ma mi racconta alla perfezione; io non sarei stata capace di descrivermi allo stesso modo. Il componimento è contenuto nella raccolta Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti di Pippo Mancuso (Casa Costanza, 2018).

02. PUNTI DI VISTA – 14 LUGLIO 2017

Questo brano racconta l’arrivo dei migranti a Castell’Umberto il 14 luglio del 2017. Una piccola comunità sconvolta dall’arrivo di cinquanta ragazzini neri, accolti con le barricate dal sindaco e pochi suoi seguaci. Il paese, mai considerato prima dai media, è stato letteralmente invaso dalle telecamere; la RAI, Mediaset e persino la BBC hanno messo le tende a Castell’Umberto per settimane, intervistando passanti e abitanti pro e contro accoglienza. Un caso mediatico senza precedenti nelle nostre zone.

A Castell’Umberto c’è il seminario vescovile. In questa occasione io mi sono chiesta: ma se queste persone, invece che essere etichettate come “migranti”, fossero stati seminaristi? L’accoglienza sarebbe stata sicuramente diversa. Ecco l’importanza dei Punti di vista.

Da questa esperienza è nato il Coordinamento Senza Frontiere, la più bella realtà di accoglienza che abbia mai vissuto. Perché, come diceva “qualcuno”, se «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

03. ‘A RISURVEMMU

Qual è il sesso dell’arancin*? Un’annosa questione, questa, per la nostra terra. Io l’ho risolta così: perché mai eliminare l’uno o l’altra? Sarebbe bene che convivessero e che magari lo facessero in pace, anzi in amore. La tradizione va mantenuta anche attraverso la lingua, certe volte, e questa è una di quelle. Dalle mie parti l’arancino è maschio; lo è sempre stato. Se a mio nonno parlavi di “arancine”, lui restava dubbioso di fronte a qualcosa che non conosceva. Lo stesso vale per Palermo e i palermitani; lì l’arancina è femmina e così deve continuare ad essere. Le motivazioni possono essere (e sono) svariate; proprio per questo è giusto mantenere e preservare ognuno le proprie tradizioni, senza cercare di eliminare quelle degli altri. D’altronde la diversità è ricchezza da sempre.

04. UNCIA E SDUNCIA

Comincia il viaggio attraverso i paesi dei Nebrodi. Nei Nebrodi esiste una “figura mitologica”, ‘a Buffa di Lonci (il rospo di Longi), alla quale è legato un modo di dire diffuso in tutto il territorio che, quando l’ho sentito per la prima volta da mia nonna, non ci ho capito nulla e ho dovuto chiedere spiegazioni. Il detto è: «Uncia e sduncia, sempri carcirata a Lonci resti» (Gonfia e sgonfia, resti sempre carcerata a Longi). Questo detto si utilizza quando proprio non si vuole fare una cosa, ma è necessario farla, anche controvoglia, oppure quando qualcuno si dà delle arie senza averne motivo. A questo detto è legata una storia che si racconta da sempre e che io ho raccolto, scritto e musicato per farne un racconto in musica, così come per tutte le altre storie contenute in questo disco.

05. LADY GAGA NUN NNI CACA

Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, la più importante pop-star contemporanea del mondo, è originaria di Naso, il mio paese, in provincia di Messina. Il suo bisnonno Antonino è partito da lì, con la valigia di cartone, alla volta delle Americhe nei primi decenni del 1900, come milioni di altri siciliani. Da allora non è più tornato, ma la famiglia che si è costruito ha sempre avuto un forte legame con la terra di origine e anche Stefania Angelina rivendica spesso e volentieri le sue origini siciliane, nei suoi concerti e nelle sue interviste. Nel suo ristorante nel cuore New York, il padre di Lady Gaga, Joseph, ha appeso ai muri vecchie foto di famiglia in cui Naso è protagonista come le polpette al sugo lo sono sulla tavola. Peccato che Lady Gaga non sia mai venuta a trovarci. Peccato che si dica da anni di volerle dare la cittadinanza onoraria, ma non si sia mai fatto. Peccato che, se Lady Gaga venisse a Naso, non avremmo le risorse per riceverla come si deve. Peccato che le risorse che abbiamo spesso le lasciamo abbandonate a loro stesse, nonostante siano davvero importanti e di notevole interesse storico-artistico-culturale. Da qui il mio invito a curarci del Bello (cose e persone) e di trattarlo come merita. Solo così saremo un paese all’altezza di una diva.

Ma questo non vale solo per Naso; questo vale per tutti i paesini dell’entroterra siciliano che fanno fatica a creare circoli virtuosi di crescita e, piuttosto che puntare sulle proprie risorse, si lasciano andare all’incuria e all’abbandono, non credendo realmente nelle proprie potenzialità e, spesso, anche mettendo i bastoni tra le ruote a chi vuole e tenta di risollevare le loro sorti con tutta la sua buona volontà. La buona volontà però prima o poi finisce, se non è sostenuta dalla comunità e dalle istituzioni. Inutile andare a cercar lontano, se non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi.

06. SABBATURANI ANNACA-PUCCEDDI

In Sicilia, fino a pochissimo tempo fa, esisteva l’usanza di appioppare soprannomi (le cosiddette inciurie) alle singole persone o a intere famiglie, anche per distinguerle le une dalle altre, esistendo una forte omonimia tra i componenti della comunità. Nei Nebrodi (ma girando per la Sicilia mi sono accorta che è una pratica diffusa in tutta l’isola) i soprannomi vengono affibbiati anche a tutti gli abitanti di interi paesi che vengono definiti in un determinato modo a causa di fatti (secondo la credenza popolare realmente accaduti) che ne hanno stabilito l’identità.

A San Salvatore di Fitalia gli abitanti vengono chiamati Annaca-pucceddi, cioè Culla-maiali. Il perché lo racconto nella canzone. Da questo racconto emerge forte l’acume del popolo, che fa fronte comune per risolvere problemi importanti.

07. GALATISI ZZAPULÌA-SARDEDDI

Galati Mamertino è un bel paesino di montagna, dedito all’agricoltura e alla pastorizia. Fino a qualche decennio fa, i collegamenti con la costa erano infrequenti, oltre che difficili. La dieta dei galatesi, quindi, ha conosciuto il pesce solo quando il primo pescivendolo si è avventurato fino al paese. Questa storia è simbolo dell’ingenuità del popolo che, legando la propria sopravvivenza alla terra e alla sua coltivazione, si convince che può piantare qualsiasi cosa, per evitare di spendere i soldi che non ha; anche i pesci, invece di comprarli dall’ambulante.

L’abbanniata iniziale è di Maurizio Monzù, figlio di Nicola, il pescivendolo che per quasi 40 anni mi ha svegliato col suo canto imbonitore che il figlio replica alla perfezione. Sarà un’emozione fortissima per tante persone ritrovarla qui. In tanti volevamo bene a Nicola e risentire la “sua” voce riporterà, alla memoria di tanti, tanti bei ricordi.

08. FICARRISI ‘NFURNA-CANNILI

Anche questo soprannome l’ho scoperto da un modo di dire che usava mia nonna: “Chistu sì chi è veru Diu! Pisciò ‘nto furnu e si nni ìu!” (Questo sì che è vero Dio! Ha pisciato nel forno ed è scappato!). Mia nonna lo riferiva ad una persona che si credeva tanto intelligente, ma in realtà era una mezza calzetta.

La stessa storia esiste anche nel paese di Ucria dove, invece della cera, per costruire il Bambin Gesù viene utilizzata la neve.

09. ATTILIO MANCA – LAMENTU PI LA MORTI DI ATTILIO MANCA

Il 12 febbraio del 2004 il giovane urologo siciliano venne ritrovato cadavere nel suo appartamento a Viterbo. Il corpo presentava evidenti segni di colluttazione mentre dal naso era uscita una considerevole quantità di sangue. Da quella scena straziante iniziò uno dei casi di cronaca più sconcertanti della storia della nostra Repubblica reso ancor più sinistro dalle innumerevoli menzogne raccontate dal potere.

Dipinto come un tossicomane morto suicida per un’overdose causata da un mix di droga e farmaci autoinoculati, Attilio fu oggetto di scherno e di derisione in primis da coloro che avrebbero dovuto ricercare la verità. E i due buchi nel braccio sbagliato, lui che era un mancino? Quisquilie. L’assenza delle sue impronte dalle due siringhe ritrovate con tanto di cappuccio salva-ago inserito? Dettagli insignificanti. Il suo computer? Sparito. Il suo appartamento? Quasi completamente pulito a lucido da impronte.

E poi ancora, non c’è spiegazione alla “sparizione” di una telefonata di Attilio dei mesi gennaio-febbraio 2004 giunta ai genitori qualche giorno prima della morte e poi c’è quell’inquietante “coincidenza” dell’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia negli stessi giorni in cui Attilio si spostò in Francia “per lavoro”. Altra “coincidenza” è quella del mafioso Francesco Pastoia che morì suicida in carcere il 28 gennaio 2005 dopo essere stato intercettato mentre parlava di un urologo che avrebbe visitato Provenzano nel suo rifugio da latitante in convalescenza. La morte di Attilio Manca è quindi avvolta dalla stessa coltre nera che ha permesso la latitanza di Bernardo Provenzano. E tante altre sono le ombre sulla scena del caso Manca, ma una più di tutte è la più sinistra, quella dello Stato.

Proprio di questi giorni la notizia delle sconcertanti intercettazioni che potrebbero riaprire il caso e riaccendere la speranza di avere giustizia per Attilio.

10. CLAUDIO E LUCIANO

Claudio e Luciano Traina sono due fratelli.

Nel 1992 Claudio è stato trasferito a Palermo da poco tempo ed è agente di scorta di un leader di un’associazione antiracket, Costantino Garraffa, che nei fine settimana non è quasi mai in città e perciò Claudio il sabato e la domenica viene utilizzato come jolly a disposizione di chi serve. Il 17 luglio, venerdì, chiama suo fratello Luciano col quale condivide la passione della pesca e lo invita ad andare a pescare la domenica successiva, il 19 luglio. Partono di buon ora, ma intorno alle 9 Claudio dice al fratello che alle 14 deve rientrare in servizio, deve fare una scorta. Luciano si risente un po’ perché uscire per tre ore in barca “non ne vale la pena”, ma Claudio risponde che voleva stare un po’ con lui da solo in mare. Prima di andarsene, gli dice: “Mi raccomando, stasera riunisci la famiglia, ci vediamo tutti a casa di mamma”. Claudio quel giorno sostituiva un agente della scorta del Dottore Paolo Borsellino. Muore a 26 anni in Via d’Amelio dilaniato dal tritolo.

Luciano è un agente della sezione catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Anche lui poliziotto, anzi è il tipo di poliziotto a cui suo fratello Claudio, di tanti anni più piccolo, si è sempre ispirato, anche se fanno lavori diversi. Luciano il 20 maggio 1996 è nella squadra che ha catturato Giovanni Brusca. Entra per primo nel covo del latitante dopo due giorni di appostamento senza neanche mangiare. Il giorno dopo della cattura viene chiamato dal Questore di Palermo e mandato in Sardegna, per motivi di sicurezza; pende una taglia sulla sua testa. Col senno del poi, Luciano ricostruisce tutto e realizza che il Questore di allora, Arnaldo La Barbera (che è stato addirittura promosso per aver messo in atto depistaggi e insabbiamenti su Via d’Amelio) lo manda in Sardegna, non per proteggerlo, ma per punizione. In vacanza prima, in pensionamento anticipato dopo. Le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone avevano voluto mandare Luciano Traina a catturare Giovanni Brusca, pensando che il poliziotto, trovandosi davanti a uno dei responsabili della morte di suo fratello, lo avrebbe ucciso per vendetta. Brusca doveva morire per evitare che diventasse collaboratore di giustizia; avrebbe avuto troppe cose da dire, troppi insospettabili da coinvolgere. Ma Luciano è un uomo per bene, è un poliziotto, e così “si limita” a fare il suo dovere, a catturare un latitante, un uomo seminudo e disarmato che gli fa persino schifo quando lo vede in quelle condizioni. Per questo motivo, per aver fatto il suo dovere, abbiamo perso un valoroso servitore dello Stato, mentre un traditore dello stesso Stato veniva promosso fino ad ottenere persino la decorazione di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Luciano adesso continua a portare avanti la memoria di Via d’Amelio e continua a raccontare la sua storia a tanti ragazzi che lo stanno a sentire con le lacrime agli occhi; spiega loro cosa significa stare dalla parte giusta, parla di giustizia e del valore delle Istituzioni, anche se, confessa, a volte gli sembra di prenderli in giro. “Io ci credo poco – dice – ma loro devono crederci.”

11. ‘NA NUCI

Per questo brano ho preso spunto da una vicenda realmente accaduta ai miei nonni. A tutti capita di dover fare qualcosa, ma dimenticarsene per i troppi pensieri o le troppe cose da fare o per semplice sbadataggine. Così la convivenza, in qualche modo, ne risente.

12. U BOI E U SCICCAREDDU

Un classico: il bue che dice cornuto all’asino. Una storia antica come il cucco! Una prevaricazione talmente evidente che non smetterà mai di esistere perché non smetteranno mai di esistere la prepotenza del più “forte” sul più debole, l’arroganza, il pregiudizio e il silenzio complice e colpevole di chi dovrebbe far notare al bue che le corna è lui a portarle sulla testa. D’altronde chi lavora umilmente, con rispetto e dignità, commu ‘nu sceccu, da sempre è soggetto ai soprusi di chi si crede superiore, e per sempre lo sarà. L’importante è essere consapevole del proprio valore e del proprio operato. Tanto, prima o poi, al bue pruderanno; sentirà il bisogno di grattarsi e allora, raspannusi i corna, scoprirà di averle!

U boi chi cci dici curnutu ô sceccu è un paradosso destinato a ripetersi fino alla fine del mondo!!!

13. UNNI SINI

È il mio personale inno alla Solitudine, compagna inseparabile e fondamentale nella mia vita soprattutto nel momento della creazione.

Nello sviluppo del brano questa solitudine si evolve in un atto di autoerotismo, in cui lui (o lei) si identifica in una immaginaria presenza che lascia spazio alla fantasia erotica più di quanto farebbe un reale contatto.

ORIANA CIVILE

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Oriana Civile, cantante, attrice, autrice, appassionata studiosa delle tradizioni musicali della terra di Sicilia, è una interprete unica e preziosa del repertorio musicale di tradizione orale della sua terra.

È presidente della sezione ANPI Capo d’Orlando/Nebrodi Ignazio Di Lena.

È stata coordinatore artistico della rassegna Il Teatro siamo Noi del Teatro Vittorio Alfieri di Naso, importante borgo in provincia di Messina e suo paese di origine.

Nel 2018 le è stato assegnato il Premio Antimafia Salvatore Carnevale “per l’impegno culturale e civile profuso come attrice e cantautrice, sempre congiunto a meritevoli battaglie di legalità e alla valorizzazione del ruolo di coraggiose figure femminili del movimento antimafia”.

Nel 2016 ha aperto il concerto di Noa e Gil Dor in occasione della XXIII edizione del Capo d’Orlando in Blues Festival, consacrando così le sue qualità di interprete in grado di calcare importanti palcoscenici internazionali.

Ha all’attivo numerose collaborazioni con artisti italiani e internazionali, tra cui Mario Incudine, Antonio Putzu, Salvo Piparo, Marco Corrao, Roy Paci, Pierre Vaiana, Salvatore Bonafede e altri.

Ha preso parte a diverse produzioni discografiche e ha realizzato due album da solista come interprete: Arie di Sicilia (di Oriana Civile e Maurizio Curcio, OnAir Records, 2009) e Canto di una vita qualunque (di Oriana Civile, Autoproduzione, 2016), che contiene i brani dell’omonimo spettacolo di teatro-canzone da lei scritto, diretto e interpretato.

Oriana ha, inoltre, collaborato a numerose produzioni cinematografiche; una per tutte Ore diciotto in punto del regista Pippo Gigliorosso, investendo nella produzione e interpretando la colonna sonora composta da Francesco Di Fiore, della quale nel 2019 è stato pubblicato il disco dall’etichetta olandese Zefir Records.

L’11 ottobre 2019 il debutto alla Cité de la Musique di Marsiglia con il progetto A Vuci Longa della “chanteuse sicilienne” Maura Guerrera insieme a Catherine Catella, progetto che punta alla riproposta delle complesse forme polivocali di tradizione orale contadina siciliana.

Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Oriana_Civile

Pierfilippo Spoto e il turismo esperienziale

di Redazione   Foto di Pierfilippo Spoto

Quando si viene in vacanza in Sicilia è facile pensare subito al mare, ai tanti panorami balneari o alle meravigliose città barocche. Ma la Sicilia ha anche un altro volto, fatto di persone che vivono nei paesi più interni, di bambini che giocano per strada e di robbi stinnuti ai balconi.

Lo sa bene Pierfilippo Spoto, che nella sua vita ha scelto di dedicarsi alla riscoperta dei suoi luoghi nativi: i Sicani. Si tratta della catena montuosa che si trova tra le provincie di Agrigento, Trapani e Palermo, completamente racchiusa nell’ entroterra, ma nella quale, da vent’anni, Pierfilippo accompagna visitatori da tutto il mondo che vanno alla ricerca di un’ esperienza autentica per ciò che oggi viene definito, infatti, turismo esperienziale.

Cosa significa per te turismo esperienziale?
«Quando ho iniziato vent’anni fa, veniva ancora chiamato “turismo relazionale”. Allora si trattò di una richiesta che arrivava direttamente dagli ospiti: oltre a incontrare gli abitanti di questi borghi, i visitatori volevano di più. Praticamente si passò da offrirgli il pane cunzato a prepararlo insieme alle persone del luogo».

Come è evoluto questo turismo al giorno d’oggi?
«Oggi l’idea è già cambiata: la richiesta, adesso, è quella di trascorrere delle giornate assieme ai locals, facendo attività tra le più disparate, dal raccogliere le olive, al preparare i cavatelli fatti in casa, o semplicemente restare seduti in loro compagnia su una panchina».

Cos’ è che attira dei borghi?
«I borghi diventano il perfetto palcoscenico per questo genere di esperienza, perché l’ospite normalmente arriva da contesti completamente diversi: si tratta di persone che provengono da ambienti nei quali il tempo è importantissimo e indispensabile. Qui si ritrova catapultato in un luogo in cui, invece, il tempo non esiste e dove la stessa signora che prepara il pane si accorge che la giornata è finita, non perché sia arrivato l’orario di chiusura, ma picchì nun veni nuddu chiù, o dove le persone capiscono che è arrivato mezzogiorno perché suonano le campane della chiesa.
Chi sceglie di venire nei borghi molto probabilmente è già andato al di là del normale turismo. L’americano che arriva in Sicilia, nella maggior parte dei casi, ha già visto Roma o Firenze o Venezia, e quando arriva qui lo fa anche per guardare oltre e cercare delle tappe spesso non convenzionali che però segnano l’esperienza di questi viaggiatori».

Cosa porta i turisti a voler scoprire il territorio dei Sicani?
Quando abbiamo iniziato a promuovere questo territorio abbiamo capito che non avrebbe avuto senso concentrare i nostri sforzi sulle scoperte archeologiche, saremmo stati secondi a tanti altri luoghi. Abbiamo scelto di puntare non tanto sul “dove”, quanto sul “con chi”, sviluppando un turismo d’incontri».

Cosa ti piace di più del tuo mestiere?
«È un lavoro che mi ha reso un uomo libero; che mi ha permesso di esprimermi e di poter dire tutto quello che avevo in mente. Ancora oggi mi permette di pensare che ci sono margini di scoperta enormi. Vivo queste giornate prima di tutto per me stesso, poi le condivido ovviamente con i miei ospiti perché la mia è più una condivisione che una guida».

Cosa si potrebbe fare per incentivare la promozione di questi luoghi?
«Sicuramente oggi bisognerebbe portare avanti una consapevolezza dei luoghi nei quali si vive e nei quali si è cresciuti. Forse bisognerebbe andar via per poi rientrarci con gli stessi occhi dei nostri visitatori. Io dopo tanti anni ho riscoperto una Sicilia che non conoscevo attraverso le fotografie dei miei ospiti».

Alcuni dei comuni che appartengono al territorio sicano sono Sant’Angelo Muxaro, San Biagio Platani, Contessa Entellina, Palazzo Adriano, Prizzi, Bivona, Santo Stefano Quisquina… e l’ormai noto Teatro di Andromeda, che sicuramente ha contribuito, con il suo essere “instagrammabile”, ad arricchire la notorietà di quest’area.

 

 Un riconoscimento a Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.

Dal comparto turistico cittadino un riconoscimento per Carlo Staffile, direttore del parco archeologico di Siracusa

 

Siracusa  Un riconoscimento Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. Lo ha consegnato Giuseppe Rosano dopo la prima dell’Agamennone di Eschilo al teatro greco di Siracusa, in rappresentanza del comparto turistico cittadino che raggruppa albergatori, ristoratori, guide turistiche, tassisti e strutture museali.

“Un riconoscimento – ha precisato Giuseppe Rosano – per il prezioso lavoro svolto da Carlo Staffile, a tutela del nostro straordinario patrimonio archeologico. Un attestato significativo che desidero indirizzare alle istituzioni cittadine e regionali, nonché all’opinione pubblica, affinché colgano il merito delle azioni messe al servizio della cultura”.

 Un riconoscimento a Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.

“Sono molto contento di questo premio – ha commentato Carlo Staffile – e spero di poter proseguire quanto intrapreso da un anno e mezzo e che ha dato i suoi frutti, anche per merito del mio staff che ringrazio”.

Il premio è stato creato dall’artista Stefania Pennacchio, presente, ieri sera, insieme con il sindaco di Siracusa, Francesco Italia e l’assessore comunale alla Cultura, Fabio Granata. “Si tratta di una tavoletta – ha spiegato l’artista – ispirata a una frase di Socrate che ci fa riflettere molto: ho gettato via la mia tazza quando ho visto un bambino che beveva al ruscello dalle proprie mani. E, in tempi come i nostri, è bellissimo pensare che possiamo relazionarci agli altri senza sovrastrutture ma con semplicità e con umanità, che è il valore più grande che dobbiamo coltivare”.

 

 

direttrice Giglio Segesta

Al Parco di Segesta installati i nuovi pannelli informativi . Ripartono la ricerca e gli scavi archeologici.

 Il Parco archeologico di Segesta si arricchisce di un nuovo sistema di pannelli informativi in corrispondenza delle aree visitabili. Si tratta di venti pannelli, realizzati sotto il coordinamento scientifico della direttrice del Parco, l’archeologa Rossella Giglio, che contengono ricostruzioni e immagini dei ritrovamenti con una breve sintesi della storia del sito in doppia lingua: italiano e inglese. Un pannello presenta la mappa del territorio ed uno, in prossimità del teatro, riassume la storia recente degli spettacoli.

È l’ultimo atto compiuto dalla direttrice del Parco archeologico di Segesta, Rossella Giglio, che dal primo maggio è andata in pensione lasciando la gestione ad interim all’architetto Luigi Biondo, attuale direttore del Museo Riso.

direttrice Giglio Segesta

“Sotto la direzione della dottoressa Giglio – sottolinea l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – il parco Archeologico di Segesta ha conosciuto una interessante stagione di rilancio di tutte le attività, sia quelle di ricerca che di miglioramento del sito e di ampliamento dell’offerta culturale. Sono certo che la sua competenza scientifica continuerà a sostenere l’azione di valorizzazione di questo sito che ha ancora moltissimo da restituirci sulla popolazione che vi abitò. In questi ultimi due anni sono stati sottoscritti, peraltro, numerosi accordi di collaborazione scientifica con diversi atenei italiani e di altri Paesi e posti importanti presupposti i cui frutti non tarderanno ad arrivare”.


E proprio gli scavi tornano ad essere protagonisti a Segesta. Pronta a ripartire la missione archeologica del Laboratorio SAET della Scuola Normale di Pisa, guidata da Anna Magnetto, con le indagini sul versante sudorientale dell’Agorà, dove lo scorso anno è stato riportato in luce un importante spazio pubblico dedicato ai giovani. Le informazioni su questo ritrovamento provengono anche da una iscrizione posta alla base di una statua, conservata in situ, che ricorda il nome e le opere di un noto personaggio segestano, Diodoro figlio di Tittelo, che era stato ginnasiarca e aveva, a sua volta, finanziato la costruzione di un edificio per i giovani della città. Lo stesso personaggio aveva dedicato alla sorella Uranìa, sacerdotessa di Afrodite, una statua che riporta un’iscrizione ben conservata e leggibile; statua rinvenuta nel XVII secolo presso il tempio dorico, ed oggi esposta nel nuovo Antiquarium di Segesta.


Prosegue, ancora, nell’area dell’Acropoli Sud l’intervento di restauro dei pavimenti marmorei e degli intonaci parietali che erano stati rimessi in luce, durante lo scorso mese di luglio, nella “Casa del Navarca”. Questa zona sarà presto aperta al pubblico, grazie anche ai nuovi percorsi che sono stati realizzati sotto la direzione della dottoressa Giglio.


E sono le nuove convenzioni sottoscritte con prestigiose università di tutto il mondo, che annunciano una stagione molto interessante. Stanno per avviarsi i nuovi scavi della missione dell’Università di Ginevra e dell’Università di Tucson (Arizona, USA) che indagheranno l’area di contrada Badia. Nuove ricognizioni sul percorso delle fortificazioni saranno realizzate dalle Università di Berlino (Freie) e Università di Viterbo (Tuscia) mentre al Santuario di Mango scaverà l’Università di Palermo.

Nuovi cantieri di scavo anche nel territorio di Salemi dove si opererà su due siti: a San Miceli tornerà a scavare la Andrews University (Michigan, USA) mentre nel sito di Mokarta parte una nuova missione targata Università di Bologna e CNR.

 

Tutto questo mentre il Parco archeologico, che da qualche mese si avvale dei servizi aggiuntivi di Coopculture, registra un incremento dei visitatori che porta a circa 1.500 le presenze giornaliere.

Palazzo Adriano

Nuovo Cinema Paradiso vive negli abitanti di Palazzo Adriano


di Samuel Tasca,

Foto di Samuel Tasca e Nicola Vaiana

Immaginate un cielo stellato che sovrasta la piazza di un piccolo borgo della Sicilia. Intorno sono tutti incantati da un fascio di luce che, partendo dalla finestra del cinematografo, proietta un film sulla facciata delle abitazioni. Adesso aggiungete come sottofondo le note del maestro Morricone, e quella a cui state assistendo è una delle scene più conosciute al mondo, tratta dal film capolavoro di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso.

Eppure quella piazza, con quella fontana e quelle case esistono davvero e si trovano a Palazzo Adriano, un borgo in provincia di Palermo, nascosto tra i Monti Sicani.

Palazzo Adriano

Una volta fatto il vostro ingresso in città sarà impossibile non riconoscere quella grande piazza. Basterà un attimo e vi sembrerà di essere finiti sul set del film. Questo perché, nel lontano 1988, l’intera città divenne il set scelto da Tornatore per ambientare il suo film. A portarlo nel borgo fu il padre, Peppino Tornatore, sindacalista della CGIL che conosceva bene il territorio e volle mostrare al figlio quella piazza, perché sapeva che sarebbe stata perfetta per il suo progetto. Indovinate chi fu la prima persona che incontrarono per chiedere informazioni? Nicola Granà, allora sindaco di Palazzo Adriano, pensate che fortuna! Da quel momento, Nuovo Cinema Paradiso si è intrecciato nelle vite degli abitanti di questa città, lasciando in loro un segno indelebile ricco di ricordi, emozioni e aneddoti. Tornatore e l’intera troupe si trasferirono lì per circa tre mesi e quasi tutti in città parteciparono alle riprese.

set nuovo cinema paradiso palazzo adriano

Lo ricorda bene Nicola Ribaudo, pittore e scenografo che fu allora incaricato della realizzazione di alcune delle scenografie utilizzate nel film. Nonostante siano passati oltre trent’anni, gli brillano ancora gli occhi nel descrivere la “sua” testa di leone, quella iconica scultura che tanto terrorizzava Totò ancora bambino, dalla quale usciva il fascio del proiettore.

Un ragazzino Totò, impersonato da un prodigioso piccolo Salvatore Cascio, che tutti ricordano per la sua esuberanza, proprio come nel film. Ce lo racconta, Caterina, che è la madre della bambina che interpretava la sorella di Totò, e che rammenta come dovette far piangere di proposito la figlia più volte per poter ripetere una scena nella quale Salvatore non riusciva a smettere di ridere.

È questo il vero tesoro custodito a Palazzo Adriano: sono i ricordi dei suoi abitanti, l’incredulità di aver preso parte a qualcosa che è arrivato a toccare gli animi di persone in tutto il mondo.

palazzo adriano veduta aerea

Un orgoglio che oggi viene portato avanti dall’assessore alla Cultura e al Turismo Totò Spata e da tutta l’Amministrazione comunale: «Il nostro obiettivo è quello di rigenerare il centro storico, mantenendo intatto l’impianto urbanistico. Puntiamo tantissimo alla promozione del territorio dal punto di vista turistico e culturale. Le opere importanti previste sono: la ristrutturazione dell’edificio nel quale sarà realizzato un museo del cinema, con annessa sala cinematografica per la proiezione di film d’autore. Il progetto prevede l’organizzazione di pacchetti grazie ai quali il turista, oltre a visitare i set del film, potrà assistere a seminari e proiezioni. Inoltre, verrà predisposta una scuola di formazione sulle professioni legate al cinema. Lo scorso 1° marzo è stato firmato un protocollo d’intesa con la Trapani Film Commission West Sicily, per l’attivazione di un ufficio cinema che gestirà i rapporti tra il comune e le produzioni cinematografiche. Inoltre, siamo impazienti di riprendere l’organizzazione della terza edizione del Paradiso Film Festival che si svolgerà tra luglio e agosto».

 

Una città, come potete notare, nella quale ogni abitante merita quell’Oscar che portò alla ribalta Tornatore. E se vi capiterà di passare da lì, sedetevi su una panchina o entrate in un bar e aspettate, presto arriverà qualcuno che non vede l’ora di poter condividere con voi la sua storia e i suoi ricordi, perché a Palazzo Adriano Nuovo Cinema Paradiso è un film che non è mai terminato e continua a vivere giorno dopo giorno nel cuore dei suoi cittadini.

 

gruppo mamme del borgo

Le mamme del borgo a Motta Camastra

di Merelinda Staita, foto di Mariangela Currò

 

Motta Camastra si trova in provincia di Messina, a circa 20 minuti da Taormina, ed è un borgo arroccato tra le rocce. È un piccolo comune, ma possiede innumerevoli bellezze e tanto fascino. I suoi abitanti vivono fra il centro storico e le frazioni di Fondaco Motta e San Cataldo. Proprio a San Cataldo è possibile visitare la stupenda Grotta dei Cento Cavalli. Ci troviamo nella meravigliosa Valle che ospita le famosissime Gole dell’Alcantara, preziose “perle naturali” della nostra terra. Capiamo, da questa breve presentazione, che Motta Camastra possiede attrazioni naturali imperdibili. Inoltre, questa cittadina è stata capace di far innamorare di sé Francis Ford Coppola. Il grande regista decise di girare qui, nel 1972, alcune scene del film “Il Padrino”, conquistato da questi luoghi incantevoli. C’è un’altra “chicca” di cui vogliamo parlarvi. Da qualche anno è nato il format “Le mamme del borgo”, il primo ristorante di cucina diffusa in Sicilia. Le massaie del paese accolgono i turisti che si siedono a tavola e godono di tantissime prelibatezze. Noi abbiamo conosciuto ed intervistato la responsabile, Mariangela Currò, per saperne di più…

gruppo mamme del borgo

Può spiegarci come è cominciato il vostro progetto?

«Il nostro è il primo ristorante di cucina diffusa in Sicilia. L’ idea nasce dall’ esperienza omonima avviata in Puglia a Tricase mare, in provincia di Lecce, intrapresa dall’associazione “Game”. Ho deciso di rivolgermi all’associazione così, dopo diversi contatti telefonici con i ragazzi pugliesi detentori del marchio, nel 2016 abbiamo iniziato la nostra esperienza a Motta Camastra unendoci a loro».

Chi sono e quante sono “Le mamme del borgo” ?

«Oggi a partecipare al progetto siamo sette: Mimma Pafumi, Maria Paola Zullo, Piera Pafumi, Lisiane Tissiani, Mariella Strazzeri, Carmelo Lando, l’unico uomo del gruppo, ed io».

Come avviene l’organizzazione del ristorante?

«Le mamme si dividono in tre gruppi che corrispondono alle portate da preparare. Nella prima abitazione si cucinano, e quindi poi si servono, gli antipasti. A seguire gli ospiti vengono accompagnati in un’altra casa, dove possono gustare i primi, il secondo e il dolce. L’ organizzazione è abbastanza complessa, per cui il ristorante diffuso si attiva in determinati giorni. Le persone, quando vengono pubblicate le date sul nostro sito, si prenotano, inviando un messaggio o chiamando al numero di telefono presente anche sulle nostre pagine social, e acquistano un biglietto che è diviso per portate. In questo periodo, vista l’emergenza sanitaria, abbiamo riservato le nostre giornate solo a gruppi organizzati».

gruppo mamme del borgo
gruppo mamme del borgo

Quali sono i piatti che offrite ai visitatori, o agli stessi abitanti, di Motta Camastra?

«I piatti cambiano sempre in base alle stagioni, ma sono costantemente legati al nostro territorio. Non mancano mai gli arancini al pesto di noci o al finocchietto selvatico, i maccheroni al ferretto con sugo di carne oppure alla norma durante il periodo estivo. Le verdure selvatiche ripassate con aglio, melanzane ripiene, caponata, agnello in umido, polpette in foglia di limone. Dolci tradizionali alle noci e con la ricotta».

Abbiamo letto che grazie alla vostra originalità siete state invitate al Salone del Gusto di Torino. Può raccontarci com’ è stata la vostra esperienza?

«Sì, siamo state inviate da “Slow Food” come esempio di cucina sostenibile, legata al territorio. Ho partecipato personalmente a questa esperienza ed ho cucinato: maccheroni al pesto di noci, la crostata con marmellata di arance e noci».

tavolata mamme del borgo

A Motta Camastra sono presenti numerosi siti archeologici e degna di menzione è l’area di Grotta Paglia. È possibile fare delle meravigliose escursioni, grazie alla presenza delle associazioni o delle guide autorizzate. “Le mamme del borgo” si offrono come supporto, cercando di mantenere i sentieri puliti e spesso portano la colazione lungo il percorso ai turisti.

Insomma, posti magici e ghiotti motivi per conoscere Motta Camastra e la Sicilia.

anteprima donne verga

Le donne del Verga. Bellezza e fascino femminile nella Sicilia dell’Ottocento

di Merelinda Staita Foto di Rossandra Pepe

su concessione dei Musei Civici della città di Vizzini

 

I romanzi del grande maestro verista, Giovanni Verga, sono ricchi di figure femminili di notevole rilevanza.

Incontriamo la professoressa Margherita Riggio che, oltre ad essere docente e guida turistica, ha ricoperto il ruolo di curatrice del Museo “Immaginario Verghiano di Vizzini in provincia di Catania. Alla professoressa Riggio abbiamo chiesto alcune curiosità sulle donne del Verga e sui costumi dell’ epoca.

Nei romanzi giovanili, la figura femminile che attrae la fantasia di Verga si ispira al modello romantico. Ci descriva la vita mondana dell’ epoca i cui aspetti sono presenti nelle opere verghiane.

«Verga nasce in un periodo storico molto importante per l’Italia, cominciava ad esserci una coscienza critica nella società del tempo, c’erano stati i moti insurrezionali, ed era giovanissimo quando tutta l’Italia era stata riunita sotto i Savoia. Verga era cresciuto in un ambiente intriso dagli ideali risorgimentali e romantici, ma presto si rese conto che il suo desiderio era quello di scrivere e di affermarsi come scrittore. Infatti, nel 1869 si trasferì a Firenze. Probabilmente, qui prima e poi a Milano, ebbe modo di conoscere donne molto più libere ed intraprendenti rispetto a quelle che era abituato a frequentare nella terra d’origine. Le donne protagoniste dei suoi primi romanzi sono fatali, romantiche, a volte artificiose e molto attratte dal lusso. Eppure, anche loro sono spesso vinte dall’amore e dalle forti passioni».

Qual è stato il rapporto di Verga con le donne?

«Gli accenni che troviamo nei vari carteggi ci consentono di comprendere solo una parziale ricostruzione cronologica delle sue relazioni sentimentali. Si avverte, tuttavia, sin da subito, la sua avversione per i legami stabili. L’unica donna, che durante la fase infuocata della passione forse gli fece sfiorare l’idea, fu Dina Castellazzi di Sordevolo. Una donna molto avvenente, elegante, istruita, pianista piuttosto quotata che scriveva e dipingeva».

 

Quali sono state le donne di cui si è perdutamente innamorato?

«Verga conobbe l’attrazione per la giovanissima Giselda Fojanesi e la passione, divenuta affettuosa amicizia, per Paolina Greppi, vedova del Conte Lester».

 

Ci descriva l’eleganza delle donne amate dal Verga. Appartenevano tutte alla classe sociale borghese?

«Le compagne con cui ebbe relazioni più durature sono state quasi sempre nobili o appartenenti all’alta borghesia. Erano moderne, libere, intellettuali, istruite ed eleganti. Lui ebbe anche modo di ritrarle nelle sue foto, con vestiti chiari, molto stretti sulle loro forme generose, con gli immancabili cappellini, e il “tocco”, l’ombrellino per ripararsi dal sole durante le gite in campagna o le passeggiate nei giardini».

 

Quali erano gli abiti che le donne portavano in questo periodo? Si possono evidenziare dettagli o particolari importanti?

«Gli abiti da ballo si confezionavano con tessuti differenti, come il velluto, piacevole al tatto. Ma si usavano soprattutto stoffe leggere come il taffetà e il damasco; il raso apprezzato per la sua brillantezza o il crespo, di cui piaceva l’aspetto goffrato. Gli abiti venivano guarniti da fiori, naturali o artificiali, ornati con pizzo, con nastri annodati o con pietre preziose. Si portavano tra i capelli gli stessi fiori con cui era ornato l’abito e il ventaglio dava un particolare tocco di eleganza. Di gran moda nel secolo scorso, la “capote” era tenuta ferma sulla testa da due nastri annodati sotto la gola. Verga cedeva alle richieste delle donne della sua famiglia portando, nei suoi frequenti ritorni in Sicilia, le “mode” francesi. Dei veri testi illustrati che descrivevano minutamente vestiti ed accessori femminili che potevano essere quindi anche “copiati” e riprodotti dalle sarte locali».

 

Prima di salutare la professoressa Riggio ricordiamo ai nostri lettori che all’interno del Museo “Immaginario Verghiano” di Vizzini si trova anche la sala “Bellezze Diverse”, allestita proprio da lei, oltre alle altre, di cui ha curato un restyling.

principessa modificata

Costanza Moncada Paternò Castello: “La mia casa una dimora storica, patrimonio da salvaguardare”

di Patrizia Rubino, foto di Carlo Arancio

Discende da una delle più prestigiose famiglie aristocratiche della Sicilia ed è una delle proprietarie di Palazzo Biscari, la dimora storica più importante di Catania. Schiva e riservata, Costanza Moncada Paternò Castello è cresciuta attorniata dall’arte e dal bello e questo forse ha influito sulle sue scelte lavorative e sulla sua naturale propensione verso tutto ciò che esprime creatività ed armonia.

Da quasi trent’anni non vive più a Catania – ma vi torna spesso – per il lavoro del marito, infatti, ha lasciato molto giovane la città e la famiglia. Recentemente, ha intensificato la sua presenza in Sicilia per occuparsi della gestione e promozione della proprietà di famiglia, Palazzo Biscari, insieme al fratello e ai cugini.

 

Da quando ha lasciato Catania si è spostata parecchio.

«Subito dopo il liceo mi sono trasferita a Roma dove ho studiato Restauro pittorico, successivamente ho preso parte a dei cantieri di restauro, in varie parti d’Italia. Devo dire che è stata un’esperienza dura ma molto formativa, le condizioni di vita e di lavoro erano veramente spartane. Dopo il matrimonio siamo andati a vivere a Bruxelles e qui siamo rimasti per 7 anni, poi c’è stata Parigi per un lungo periodo, circa 9 anni. Ma non è finita qui; dopo Parigi, infatti, ci siamo spostati nuovamente questa volta a Pechino, una realtà totalmente estranea, lontana e molto difficile da gestire, soprattutto all’inizio. Abbiamo vissuto lì 5 anni, ma oggi posso affermare che è stata l’esperienza più bella della mia vita. La grande diversità di usi e costumi, che inizialmente mi aveva spaventata, oltre ad avermi arricchita moltissimo, ha risvegliato la mia vena creativa, che a dire il vero si era un po’ assopita negli ultimi anni. Il lavoro di restauratrice è parecchio ripetitivo e alla lunga non mi ha dato più grandi stimoli. Da circa sei anni siamo tornati a vivere a Parigi, ma il mio cuore e le mie energie sono concentrati su un impegno sempre più fattivo verso le proprietà di famiglia, Palazzo Biscari, in primis».

 

Ha vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza a Palazzo Biscari, una “casa” realmente fuori dal comune. Quali sono i suoi ricordi?

«Da bambina per me quella era semplicemente la mia casa, non era il palazzo storico più importante della città. Crescendo mi rendevo conto che si trattava di un posto veramente unico, ma mio fratello ed io abbiamo ricevuto un’educazione di sani e semplici principi dove non c’era spazio per privilegi particolari e quindi abbiamo sempre tenuto un profilo basso sull’importanza della nostra casa. Certo non comprendevamo che un simile luogo presupponesse delle responsabilità, diciamo che per questo non siamo stati preparati. Con il tempo abbiamo acquisito consapevolezza sul nostro ruolo, non tanto di proprietari ma di custodi per così dire operosi del Palazzo».

 

Da qui la decisione di essere sempre più presente nella gestione di Palazzo Biscari.

«Sì, torno anche due volte al mese in Sicilia, collaboro con le aziende di famiglia di mio marito operanti nel settore del vino e della ricettività, ma soprattutto sono sempre più presa nelle attività che riguardano la gestione del Palazzo. Siamo in una fase di grandissimo fermento, sono parecchie le iniziative e le collaborazioni, di tipo artistico e culturale in fase di progettazione e realizzazione. Di recente abbiamo organizzato eventi e mostre di artisti internazionali che hanno riscosso grandissimo apprezzamento da parte di cittadini e turisti. Anche le visite guidate suscitano parecchio interesse e a tal proposito, siamo orgogliosi di poterci avvalere come guide turistiche di studenti universitari tirocinanti. La nostra strategia mira a mettere in atto tutte quelle iniziative, che da una parte possano aiutarci a sostenere i pesanti costi di gestione, affinché il Palazzo possa continuare a splendere, dall’altro che contribuiscano a rendere vivo, pulsante e sempre più fruibile un bene così prezioso, simbolo della nostra storia e patrimonio della comunità».

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Apre a Modica il b&b etico la Casa di Toti: un modello da esaltare e imitare

Articolo di Patrizia Rubino   Foto Toti di Silvia Munoz

Questa è la storia di un sogno che si realizza grazie alla forza e alla caparbietà di una madre, Muni Sigona, fondatrice dell’associazione “La casa Di Toti” – che abbiamo già avuto il piacere di ospitare tra le pagine della nostra rivista – da tempo impegnata per offrire al proprio figlio Toti, affetto da neurodiversità, così come ad altri ragazzi speciali, la speranza concreta di un futuro possibile ed in autonomia. Dopo quasi sei anni, infatti, dall’avvio del progetto, il B&B Etico “La Casa di Toti”, situato nelle campagne di Modica, in provincia di Ragusa, sarà aperto ai turisti con la completa gestione dei servizi alla clientela, affidata a Toti e ad altri ragazzi disabili assistiti da tutor.

Il B&B è un’antica dimora della famiglia Sigona, già casa-vacanze, immersa nel verde tra ulivi e carrubi, con una splendida piscina e due dependance destinate ai turisti ospiti, oggi impreziosito dalla nuovissima “Casa” che ospiterà i ragazzi disabili. «Attualmente – spiega Muni Sigona – La Casa di Toti rappresenta una realtà unica nel suo genere in Italia, nel senso che ci sono altri alberghi etici gestiti da persone con disabilità, ma non prevedono la permanenza di questo “personale speciale” oltre il loro turno di lavoro. I nostri ragazzi, invece, lavoreranno e vivranno qui dal lunedì al venerdì, è previsto il rientro a casa solo nel fine settimana. Il punto centrale del progetto – aggiunge – sta soprattutto nel far sperimentare loro, autonomia e senso d’indipendenza, rispetto alle loro famiglie anche in prospettiva di quel “Dopo di noi” che tanto assilla e preoccupa noi genitori di ragazzi con disabilità».

La nuova struttura, priva di barriere architettoniche, ha una grande hall che si apre su un salone ampio e luminoso riservato all’accoglienza degli ospiti, una bella cucina, il refettorio e le camere destinate ai ragazzi e ai tutor. Essa è stata realizzata grazie ad un’incredibile macchina della solidarietà, avviata dall’instancabile Muni e dal suo team, a partire dalla raccolta fondi per la sua costruzione, anche gli arredi, gli infissi, la copertura in vetro del tetto, i sanitari, la climatizzazione e persino il giardino circostante, sono il frutto della grande disponibilità di aziende locali, nazionali ed internazionali che hanno sposato con grande generosità ed entusiasmo questo progetto.

Attualmente i ragazzi che vivranno e lavoreranno nella “Casa di Toti”, sono quattro ma si potrà arrivare ad un massimo di sette. L’individuazione è avvenuta attraverso una selezione curata dall’equipe dello studio psicopedagogico Parentage di Catania che li ha successivamente preparati, lavorando molto sulla gestione delle loro autonomie personali e domestiche e poi, nello specifico, sulle competenze relative all’hotellerie e all’accoglienza degli ospiti. Sempre in vista della straordinaria avventura che li attendeva, i ragazzi hanno, inoltre, partecipato ad una serie di tirocini formativi, realizzati in collaborazione con aziende locali della ristorazione e ricettività.

«Ma La Casa di Toti, non sarà solo un albergo etico – tiene a precisare Muni Sigona – abbiamo in mente tante idee per coinvolgere ragazzi con disabilità e le loro famiglie, attraverso tutta una serie di attività tese a sviluppare potenzialità, competenze ed inclusione vera». Recentemente, infatti, l’associazione “La Casa di Toti”, ha vinto il bando “EduCare”, finanziato dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia, con il progetto “Abilitiamo la Casa di Toti”. Cinquanta ragazzi tra disabili, loro sorelle, fratelli ed amici, della provincia di Ragusa, in età tra i 15 e i 25 anni, potranno partecipare ai laboratori, che si terranno nella Casa di Toti, riguardanti cucina creativa, grafica e pittura su tessuti, hotellerie e servizio ai tavoli, fotografia, musica e attività nell’orto. «Sarà bellissimo – conclude soddisfatta Muni Sigona – vedere questo brulicare di attività che sono certa appassioneranno questi straordinari ragazzi e renderanno felici anche le loro famiglie».