Per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali nasce la Sezione di BCsicilia

Nasce a Monreale la Sezione di BCsicilia, l’Associazione a carattere regionale che si occupa di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali. Nella prima assemblea della nuova Sede è stato scelto il Consiglio Direttivo. Presidente del gruppo cittadino è stata eletta all’unanimità Romina Lo Piccolo, Vice Presidente Biagio Cigno, Segretario Benedetto Rossi, Economo è stato invece nominato Marco Abbate, mentre Maria Modica sarà la Responsabile della Comunicazione. All’incontro era presente il Presidente regionale di BCsicilia Alfonso Lo Cascio.
La nuova Sede locale ha in programma, in sinergia con enti locali, istituzioni scolastiche e realtà associative di Monreale, la realizzazione di itinerari naturalistici, allo scopo di sensibilizzare alla salvaguardia del patrimonio ambientale, il recupero delle antiche tradizioni in cui affondano le radici della memoria del luogo, inoltre, al fine di far conoscere la storia del territorio, momenti di studio nel settore archeologico, con particolare riferimento alle emergenze di epoca preistorica e medievale, la promozione di percorsi dedicati a beni architettonici e a collezioni artistiche, la riscoperta di eredità musicali e presentazioni editoriali.


Il gruppo è raggiungibile tramite tel. 347.1762957, email monreale @bcsicilia.it, oppure alla pagina facebook BCsicilia Monreale.

Fiasconaro premio Tomasi di Lampedusa

Al Maestro Nicola Fiasconaro il Premio Speciale del Festival Letterario Internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” come “Eccellenza della Gastronomia Siciliana nel Mondo”

Si è svolto a Santa Margherita di Belice (AG), nella splendida cornice della “Donnafugata del Gattopardo”, il Premio letterario internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, giunto alla sua 18esima edizione. Fra i protagonisti della serata anche i Maestri Pasticceri Mario e Nicola Fiasconaro, dell’omonima azienda dolciaria di Castelbuono (PA), a cui è stato consegnato un Premio Speciale come “Eccellenza della Gastronomia Siciliana nel Mondo”. Il prestigioso riconoscimento è stato attribuito al Maestro Nicola Fiasconaro per la sua capacità di rappresentare il Made in Sicily sui mercati internazionali con la sua Arte Dolciaria, sinonimo di Alta Pasticceria e di continuità fra tradizione e innovazione.

Nel corso della serata di premiazione, inoltre, il Maestro Nicola Fiasconaro ha deliziato gli ospiti con la sua personale rivisitazione del “Trionfo di Gola”, delizia barocca e dolce simbolo irrinunciabile per l’aristocrazia, nel romanzo “Il Gattopardo”

“Ho voluto attribuire a questa opera d’arte il giusto riconoscimento, rivisitando la ricetta originale senza tralasciare l’identità del dolce per adattarlo al gusto e alle esigenze nutrizionali di oggi”, ha commentato con soddisfazione il Maestro Nicola Fiasconaro. “Per ottenere un apporto nutrizionale equilibrato, in linea con la tradizione mediterranea, abbiamo ridotto gli zuccheri e ottenuto un miglior bilanciamento dei grassi. Grandi protagoniste, come sempre, le materie prime vere interpreti della nostra terra, alleggerite e contestualizzate in chiave contemporanea”.

Fiasconaro premio Tomasi di Lampedusa

Il “Trionfo di Gola” secondo il Maestro Fiasconaro

Il Maestro Nicola Fiasconaro, insieme al suo il Team di Pasticceri, al figlio Mario e ai Pasticceri del territorio agrigentino, ha rivoluzionato la ricetta originaria del “Trionfo di Gola”, dolce tipico della tradizione conventuale siciliana servito durante i banchetti dell’aristocrazia, per dare vita al dolce ribattezzato “Il Gattopardo”. La sua versione del celebre dolce è rimasta fedele all’antica memoria del gusto, alternando la crema di ricotta a strati di pan di Spagna, pasta reale, marmellata e biancomangiare. Il dolce è stato proposto dal Maestro Fiasconaro in mono porzioni appositamente ideate con una cromia evocativa delle suggestioni del “Gattopardo”. 

Un’eccellenza di Alta Pasticceria che punta all’Export internazionale 

“Il nostro obiettivo è esportare la rivisitazione del Trionfo di Gola anche nei principali Paesi esteri perché si tratta di un dolce che celebra le origini della cultura siciliana e la storia della nostra terra. Proprio per questo, stiamo collaborando alla realizzazione di un disciplinare che lo regolamenterà, anche a livello internazionale”, ha concluso il Maestro Nicola Fiasconaro. 

casa editrice nous

Nous editrice: libri che danno gioia

Nous è una casa editrice indipendente siciliana che abbraccia e accoglie opere che sappiano leggere la realtà con una prospettiva nuova, riconoscendo alla Letteratura quel ruolo di “lanterna nella notte” in cui le fondatrici credono fortemente.

Nous nella cultura antica è la facoltà dell’Intelletto ed è anche la porta d’accesso a una conoscenza superiore, quella scintilla dell’anima che avvicina l’umano al divino e dà senso all’esistenza in una dimensione di gioia e pienezza. I libri Nous vogliono condurre proprio a quella gioia che è intellettuale ma anche esistenziale e che deriva da una comprensione profonda di sé e della realtà.

casa editrice nous

Le socie fondatrici, Chiara Sicurella e Giuditta Busà, amano descrivere Nous come un luogo che accoglie senza escludere, protegge e si prende cura, un luogo in cui riconoscersi, una casa per anime affini, desiderose di confrontarsi e trovare un ascolto attento e sensibile.

 

Il progetto della Casa editrice è di costruire e mantenere un catalogo riconoscibile di opere di varia che abbiano una voce autentica, una scrittura riconoscibile e consapevole e un messaggio necessario. Che dialoghino tra loro e con chi legge, che affrontino la realtà con un’ottica diversa, rivelando una prospettiva nuova. Per questo Nous punta a distinguersi nel panorama editoriale nazionale attraverso un’attenta selezione, una ricerca grafica continua e coerente per ogni pubblicazione e la scelta di pubblicare non più di dieci titoli l’anno.

libri nous

Il catalogo accoglie già Sono come suono di Salvatore Farruggio e Mario Danilo Rosa, un saggio che racconta di un pionieristico laboratorio di musicoterapia in un carcere minorile e rappresenta un unicum nel panorama editoriale. O ancora Non mi stanco mai di un cielo azzurro di Gabriella Trovato, un saggio narrativo sul potere trasformativo dell’arte e della creatività; L’invidia per la Sfera di Antonio Famà, un’opera slipstream tra raccolta di racconti e romanzo che propone una sua personale teoria dell’esistenza in chiave weird; La Macchia di Chiara Besozzi Valentini e Letizia Vidiama Carugati, un albo illustrato per le prime letture sul valore dell’amicizia e dell’ecologia; Quello che resta di Martina Ásero, un romanzo di formazione onirico e fiabesco; e come ultima pubblicazione, Al centro del fuoco di Oriah Mountain Dreamer, un bestseller, tradotto in quindici lingue, di mindfulness ispirato dalla sua famosa poesia The invitation, adatto per chi è alla ricerca dell’autenticità nel rapporto con sé e con gli altri, ma è anche una guida pratica utile per liberare la propria creatività e per imparare a gestire le proprie emozioni tramite esercizi di meditazione legati ognuno ad un sentimento diverso.

Da “La Sicilia e la Calabria delle donne” a “L’Italia delle donne”. Una storia da leggere

Parte dal Sud “l’onda anomala” del Festival L’ITALIA DELLE DONNE. UNA STORIA DA LEGGERE. Un grande progetto basato sul volontariato che coinvolge dal basso tutto lo stivale nella individuazione di percorsi
di viaggio diversi, nella narrazione dell’altra metà della Storia, dell’identità plurale del Paese,
cancellando l’assenza, colmando le lacune di un ingiusto “vuoto di memoria”, tentando il recupero non
solo di nomi, ma di personalità versatili.

Anche quest’anno, su invito dell’ On. Federico Mollicone, Fondatore ICAS e Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, il festival sarà presentato in conferenza stampa il 7 Marzo alla Camera dei Deputati.

Il Festival, felicemente giunto quest’anno alla sua III edizione, ha già una sua storia, fatta con passione e
fatica da un piccolo manipolo di donne guidate dalle direttrici artistiche Fulvia Toscano, anima del
festival NaxosLegge, e Marinella Fiume, curatrice del Dizionario “Siciliane”, e formato dalle instancabili
Mariada Pansera e Sakiko Chemi.

Nato nella prima edizione come “La Sicilia delle donne”, si arricchisce nella seconda edizione con “La Calabria delle donne” attraverso l’entusiasta ingresso di Mariangela Preta e delle sue collaboratrici. Protagonista il multiforme ingegno declinato dalle donne in molteplici settori, in una pluralità di prospettive e di competenze: dall’Arte alla Matematica dalla Letteratura all’Astronomia all’Arte di governo al Giornalismo alla Filosofia…, talora un vero e proprio primato misconosciuto o obliato.

L’intento è quello di sottrarre all’invisibilità le donne siciliane e calabresi perché, dalla storia antica ai nostri giorni, dal Medioevo al Novecento, essa è stata causa dell’assenza o della scarsa presenza delle donne nei libri di storia, nella toponomastica delle città, nelle assemblee rappresentative e nei massimi livelli decisionali.

L’obiettivo generale è quello di marcare della loro presenza i territori di appartenenza per rendere significante il manifestarsi delle loro soggettività all’interno di differenti contesti geografici e in tutti gli ambiti dell’espressività e i settori dell’arte, del pensiero, della scienza.

Una molteplicità di voci, di sguardi, di immaginari diversissimi, che però formano le trame di un tessuto attraverso cui leggere i nostri territori, narrando simbolicamente di queste donne le “storie”, le “imprese”, l’impegno, i percorsi, i risultati raggiunti nei vari campi, in una parola il genio.

E così, dopo la I edizione dedicata alle DONNE IN SCENA che ha visto percorrere i territori
sulle orme delle tante donne che hanno dominato la scena: danzatrici, coreografe, attrici, concertiste,
cantanti, musiciste, costumiste, registe, la II fortunata edizione DONNE DI CARTA è andata alla
ri/scoperta di scrittrici spesso ingiustamente dimenticate. La III edizione in corso, che avrà luogo come per il passato nel fatidico mese di Marzo, affronta il tema “Donne tra Politica e Istituzioni”, dalla storia
antica ai nostri giorni, con la sola consueta limitazione che le figure siano donne non più viventi.

Ma la svolta avviene con l’attenzione prestata al progetto dal Centro per il libro e la lettura del Ministero
della Cultura, diretto da Angelo Piero Cappello, che apre alla libera adesione al progetto dei 718 Comuni
qualificati “Città che legge” e consente al festival di diventare L’ITALIA DELLE DONNE.

In Sicilia hanno aderito 57 realtà per raccontare 65 donne, in Calabria 33 adesioni e 47 donne da raccontare.

Nel corso della conferenza stampa saranno anche annunciati nuovi progetti di valenza internazionale, realizzati
sempre in sinergia con Il Centro per il libro e la lettura.
Il “viaggio di un altro genere” partito dai Comuni siciliani, varcato lo Stretto con quelli calabresi,
interessa ora anche altre Regioni d’Italia: Basilicata. Puglia, Lazio, Toscana, Sardegna, Piemonte e
Veneto. L’Italia dei Comuni è Donna e guarda all’Europa e non solo.

grandi donne siciliane

Grandi donne siciliane

di Alessia Giaquinta

Sante, guerriere, rivoluzionarie e libere: sono tante le donne siciliane che, in ogni tempo, per le loro idee o per il loro coraggio, spinte dallo spirito di ribellione e giustizia o mosse dalla fede, hanno scritto pagine importanti della storia. Per tale ragione meritano di essere riconosciute, ricordate e ringraziate: sono le grandi figlie di questa prolifica isola, donna anch’essa, la Sicilia.

LE “DONNE PIONIERE”

Non tutti sanno, forse, che la prima donna al mondo ad esercitare la professione medica fu Virdimura, una catanese di religione ebraica che, nel 1300, seguì la professione del marito e si mise al servizio dei bisognosi della città. Molti secoli dopo, sempre a Catania, nacque Dora Musumeci, prima donna jazzista italiana negli anni ’50.

È, invece, di Caronia, Francesca Mirabile Mancusio, la prima donna in Italia ad aver conseguito la patente di guida (e non la sola licenza) nel 1913.

Siciliana è anche la prima donna in Europa ad aver indossato i pantaloni: fu Francisca Massara, nel 1698, a compiere quello che allora fu un vero e proprio atto rivoluzionario!

 

RIVOLUZIONARIE E LIBERE

A proposito di rivoluzioni: come non ricordare la baronessa catanese Maria Paternò che nel 1808 riuscì ad ottenere il divorzio dal marito grazie ad un articolo del Codice Napoleonico allora vigente? Pensate: fu la prima donna in Italia!

Era il 1945, invece, quando la ragusana Maria Occhipinti, al quinto mese di gravidanza, si sdraiò per strada davanti un autocarro per opporsi all’arruolamento forzato dei giovani siciliani chiamati a partecipare alla guerra. Memorabile!

Franca Viola a metà del secolo scorso, rifiutò il “matrimonio riparatore” con l’uomo che l’aveva rapita e violentata. Fu la prima ad opporsi a quella legge, abrogata nel 1981 (che permetteva agli stupratori di evitare la condanna sposando la propria vittima) divenendo simbolo dell’emancipazione femminile e icona di coraggio e libertà. Troverete in questo numero in un articolo a lei dedicato.

 

PRONTE ALL’ATTACCO

È lungo l’elenco delle donne che non hanno temuto di impugnare le armi opponendosi al nemico. Si pensi alle eroine messinesi Dina e Clarenza che nel 1283 difesero la città dall’assedio delle truppe di Carlo I d’Angiò, l’una sventando un attacco agguerrito contro i nemici, l’altra richiamando tutta la popolazione al suon di campane. È per tale motivo che nel maestoso orologio meccanico di Messina sono state costruite, in loro memoria, due statue bronzee dall’aspetto angelico che, dall’alto, vegliano la città e hanno il compito di suonare le campane.

Sapete, invece, che il cannone conservato al Museo Civico di Catania appartenne ad una donna? Proprio così: se ne impossessò Peppa “la Cannonera” che, nel 1860, con astuzia tese un agguato alle truppe borboniche e difese eroicamente la città. Con lo stesso obiettivo di scacciare i Borboni, a Messina, si distinse Rosa Donato, conosciuta anche come “artigliera del popolo, attaccando con prodezza le truppe nemiche per mezzo di un vecchio cannone.

 

LE SANTE

Violentate e torturate, Agata a Catania e Lucia a Siracusa incarnano lo spirito tenace e forte di questa terra.  Furono, nei primi secoli del cristianesimo, donne capaci di ribellarsi ai matrimoni combinati andando incontro alla morte pur di difendere il loro credo. Rosalia, a Palermo, invece rinunciò agli agi di corte per dedicarsi alla vita contemplativa sul monte Pellegrino. Decise e libere: ecco le Sante di Sicilia!

 

SENZA PAURA CONTRO LA MAFIA

Da Serafina Battaglia, la prima donna che a seguito dell’uccisione del figlio, testimoniò contro la mafia, all’attivista Michela Buscemi, prima donna a costituirsi parte civile al maxiprocesso di Palermo del 1985, dopo l’omicidio dei due fratelli. Pensiamo, ancora, a Francesca Morvillo, moglie del magistrato Giovanni Falcone, che consacrò tutta la sua vita al servizio della giustizia insieme al marito, ma anche al coraggio della giovanissima Rita Atria, figlia di un boss mafioso che divenne collaboratrice di giustizia seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello.

L’elenco sarebbe ancora lungo.

A tutte va la nostra riconoscenza e l’indelebile memoria: perché le loro azioni e il loro coraggio siano testimoniati nei secoli.

 

coraggio franca viola

Il coraggio di Franca Viola. Quel primo “no” che ha cambiato la storia

di Giulia Monaco

“Io non sono proprietà di nessuno.
Nessuno può costringermi ad amare una persona
che non rispetto.
L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”

 

Nel 1966, in una società pregna di pregiudizi e tabù sessuali, Franca Viola pronunciava queste frasi, diventando un’icona della ribellione, libertà ed emancipazione femminile in Italia.

Franca Viola nasce ad Alcamo nel 1947 in una modesta famiglia di mezzadri. A 15 anni si fidanza con Filippo Melodia, ma presto il giovane si rivela appartenente a una cosca mafiosa, e i genitori decidono di interrompere il fidanzamento. Cominciano così una serie di ritorsioni di stampo mafioso da parte di Melodia nei confronti del padre di Franca, volte a “riottenere” la figlia. Le ritorsioni culminano il 26 dicembre del 1965, quando Melodia, insieme a un gruppo di complici, rapisce la ragazza. Franca verrà tenuta segregata per diversi giorni in un caseggiato isolato, lasciata a digiuno, picchiata e violentata. Il 6 gennaio la polizia scova il rifugio e arresta Franco Melodia, il quale però si appella subito a un diritto che ancora in quel periodo è sacrosanto: il diritto al matrimonio riparatore.

Il matrimonio riparatore era regolamentato dall’art. 544 del codice penale, e prevedeva che per il colpevole di violenza carnale il reato si potesse estinguere se lo stesso si rendeva disponibile a sposare la vittima. Spesso ad appellarsi al matrimonio riparatore erano gli stessi genitori della vittima, che piuttosto che tenersi in casa una figlia “disonorata” ledendo la rispettabilità della famiglia, preferivano consegnarla al suo aguzzino. Nel contenzioso la volontà della ragazza abusata era assolutamente priva di peso: la stessa subiva dunque una doppia violenza, fisica e morale, da parte del carnefice e da parte della famiglia. Una violenza che si perpetrava per tutta la vita e dalla quale era impossibile scagionarsi.

Se ci immedesimiamo in questo contesto, capiamo perché il “no” di Franca Viola al matrimonio riparatore è un atto rivoluzionario nella storia del nostro Paese: il suo rifiuto a chinarsi a un crudele destino e il coraggio di combattere a viso aperto una strenua battaglia legale, ha dato il via a una serie di movimenti femminili di rivolta. Ma solo nel 1981, ossia in tempi recentissimi, si arriva finalmente all’abrogazione del diritto al matrimonio riparatore. Non solo: fino al 1981 era legale anche il “delitto d’onore”: se un uomo sorprendeva una donna della famiglia a intrattenere una relazione disonorevole, era legittimato a ucciderla senza incorrere in alcuna punizione. E bisognerà aspettare fino al 1994 affinché anche lo stupro fosse considerato non più un reato contro la morale, ma contro la persona.

La storia di Franca è una storia a lieto fine. La 17enne affronta con coraggio e risolutezza le calunnie di Melodia, la turpe tenacia dei legali della difesa, le immancabili chiacchiere del paese.

Il processo si conclude con la condanna ad 11 anni per il Melodia e i suoi complici. Franca si sposa nel 1968 e diventa madre di tre figli, a dispetto dell’arciprete che sermoneggiava che nella sua condizione sarebbe rimasta zitella. Nel 2014, per la Festa delle Donne, viene insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana dal Presidente Giorgio Napolitano “per il coraggioso rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”.

I retaggi di secoli di patriarcato e di questo modo di concepire la donna sono purtroppo ancora vivi anche nelle aule dei tribunali, e si palesano in domande quali: “com’eri vestita?”, “avevi i jeans troppo stretti?”, “l’avevi provocato?”. La storia ci insegna che molti passi sono stati fatti, ma la strada è ancora lunga; i diritti delle donne non sono mai da dare per scontati, ma frutto di una continua conquista e di una lotta che non può e non deve ritenersi conclusa. Ecco perché ricordare la storia e il coraggio di Franca Viola è indispensabile oggi più che mai.

 

La Casa delle Donne di Scicli: luogo di ascolto, di condivisione e di rinascita.

di Eleonora Bufalino   Foto di Ass. Casa delle Donne di Scicli

C’è un luogo, in Sicilia, in cui le donne si incontrano, si supportano, sono libere di esprimersi; un luogo in cui trovare forza e conforto. Siamo a Scicli, elegante città incastonata nei monti Iblei e impreziosita dal suo elegante barocco, e parliamo della “Casa delle Donne” grazie alla quale, tra l’altro, nel 2021 ha rivisto la luce un immobile comunale inutilizzato. Non è semplice descrivere una realtà che in pochi anni è divenuta punto di riferimento per le donne del circondario e non solo; ci affidiamo dunque alle parole della presidente, Melania Carrubba.

 

Innanzitutto, quando nasce La Casa delle Donne di Scicli e con quali finalità?

«La nostra è un’associazione no-profit basata sull’uguaglianza dei diritti e sulle pari opportunità, creata nel marzo del 2017 dall’intenzione di alcune donne di promuovere forme di democrazia partecipata. I nostri principi sono quelli della non violenza, della tutela dei diritti fondamentali della persona, della promozione sociale e culturale. Si tratta di un luogo “delle donne per le donne”, dove dialogare di tutto, sostenersi, confrontarsi su temi quali la maternità, il lavoro, la salute, le molestie di vario genere; un posto in cui mettersi in gioco attraverso la fiducia in se stesse e la creatività, anche…».

Melania, quali sono dunque le vostre principali attività?

«In primis, c’è la necessità di essere d’aiuto alle donne che, per diversi motivi, non riescono da sole a gestire un problema o disagio in un particolare momento della loro esistenza. Nel 2019 è poi nato il “Punto Ascolto Donna”, presso cui ci occupiamo di donne vittime di violenza. Queste sono accolte dalle nostre operatrici, figure professionali specializzate: avvocate, pedagogiste, psicologhe, assistenti sociali, pronte a prestare volontariamente le loro competenze. Si tratta di un lavoro di delicata collaborazione, con i servizi sociali e con le forze dell’ordine, che prova ad accompagnarle alla rinascita. Tentiamo pure di sopperire alle difficoltà economiche facendo rete con altre associazioni di volontariato, donando buoni spesa o medicinali. Di recente abbiamo organizzato corsi di scrittura, lettura, cucito e avviato progetti di informazione sul territorio insieme ai consultori familiari».

Da donna, cosa ti ha spinto a credere in una sfida così importante?

«Sono stata socia fondatrice e ora presidente, ma soprattutto una donna che ha fortemente avvertito un senso di sorellanza con le altre donne. Mi sono sempre messa al servizio del prossimo, perciò mi è sembrata una decisione spontanea e consequenziale agire in forma sistematica all’interno di uno spazio prettamente femminile in cui condividere ascolto e solidarietà».

Cosa rappresenta La Casa delle Donne in un Paese in cui c’è ancora molto da lottare per i diritti delle donne, delle minoranze e delle persone in generale?

«Simboleggia la necessità quotidiana di ricordare quanto ancora c’è da fare ma anche quanta strada è già stata percorsa; diritti che ci sembrano scontati ma che in realtà sono frutto di battaglie agli stereotipi, ai pregiudizi, a retaggi del passato. Basti pensare alle vite soffocate di migliaia di donne in regimi dittatoriali come l’Iran o l’Afghanistan. Esempi di discriminazione nei confronti del sesso femminile se ne potrebbero fare molti, ma la violenza non conosce differenze geografiche, di ceto sociale né di genere: è trasversale e mai giustificabile!».

C’è da essere fieri di avere in Sicilia associazioni di questo spessore e da esservi grati per ciò che realizzerete. Da presidente, cosa ti auspichi per il futuro della Casa delle Donne?

«Quello che ci proponiamo è il coinvolgimento non episodico ma costante di altre organizzazioni e delle amministrazioni comunali di qualunque appartenenza politica. Continueremo, ovunque sia necessario, a supportare le donne e le fasce più fragili».

 

Beh, la Sicilia che amiamo ha la caparbietà di persone come Melania Carrubba e di coloro che non solo credono in una società più giusta, ma si impegnano a renderla possibile.

Il Presepe vivente: un modo per i giovani di riscoprire le tradizioni di un tempo

di Samuel Tasca, foto di Salvo Gulino

Quando il Natale è vicino, soprattutto in Sicilia, irrimediabilmente si pensa alle rappresentazioni dei vari presepi viventi che vengono allestite in molte città della nostra Isola. Itinerari folkloristici, caratterizzati dalle peculiarità paesaggistiche dei vari luoghi, che sono spesso teatro di antichi mestieri e tradizioni provenienti dalla nostra cultura, dove il viaggio intrapreso dai visitatori per giungere al cospetto della Natività di Gesù Bambino si arricchisce ad ogni fermata di storia, cultura e tradizioni locali.

Un’attività, quella del presepe vivente, che potrebbe apparire a tratti “antica”, ma che rappresenta, invece, un’incredibile opportunità per riscoprire le proprie radici e tramandare, così, un bagaglio culturale che appartiene a tutti noi. Diventa dunque fondamentale includere, in queste manifestazioni, i giovani e i giovanissimi, affinché possano affacciarsi a quest’esperienza con lo spirito da ricercatori della verità indagando la propria cultura e il proprio territorio.

Esempio virtuoso di questo mix tra presente e passato è senza dubbio il Presepe Vivente di Giarratana (RG). Il presepe, che quest’anno giunge alla sua trentesima edizione, ha collezionato negli anni svariati riconoscimenti che fanno di questa manifestazione la più premiata di sempre dall’Opera Internazionale Presepium Historie Ars Populi. Tra questi: Premio “Miglior Presepe Vivente di Sicilia”, Premio “Miglior Presepe Vivente d’Italia” per due anni consecutivi e unico presepe vivente riconosciuto per ben due volte di interesse internazionale. Durante il suo percorso di affermazione, però, ha attirato a sé numerosi giovani che si sono ritrovati coinvolti e i quali, anno dopo anno, hanno continuato a dare il loro contributo a questa importante manifestazione.

«I giovani rappresentano sicuramente un valore aggiunto nel nostro presepe che cerchiamo di valorizzare sempre più di anno in anno», dichiara Rosario Linguanti, presidente dell’Associazione “Gli amici ro Cuozzu” che ogni anno si occupa della realizzazione del presepe vivente. «Abbiamo sempre sostenuto il fatto che i giovani abbiano una condizione di vita, ormai, troppo distante da quello che era il mondo dei nostri nonni che costituisce praticamente lo scenario del presepe vivente. Siamo quindi fortemente convinti che, per apprezzare quello che hanno oggi debbano riscoprire quello che avevano o non avevano i nostri genitori e i nostri nonni. Bisogna conoscere il passato e immergersi in queste atmosfere illuminate da lumi di candela, nelle quali si stava insieme attorno a un braciere, magari in una stanza unica nella quale, allo stesso modo, si lavorava, si mangiava e si dormiva».

Un impegno, quello portato avanti dai volontari dell’Associazione, che costituisce un forte impatto nei ragazzi che collaborano all’iniziativa. Lo si percepisce dalle parole di Davide Elia, ventisei anni, che ci svela cosa voglia dire per lui far parte di quest’attività: «L’aspetto che più mi ha colpito di questa esperienza è stato quello di tramandare un ricordo da nonno a nipote avendo partecipato al presepe vivente da quando ero bambino insieme a lui. […] Inoltre, per me, è un modo per poter imparare come fare squadra con le persone più adulte, cogliendo l’armonia della collaborazione per imparare a tramandare questo bagaglio culturale che altrimenti andrebbe perduto».

A fargli da eco è Daniele Scollo, di dieci anni più giovane, che dichiara: «È bello ritrovarsi catapultato nel passato e rivivere gli antichi mestieri e la vita giornaliera dei nostri bisnonni. Mi piace molto la fase di preparazione degli ambienti, il ritrovarsi con gli amici, ma anche riscoprire sapori e odori di un tempo».

Questo perché i giovani giarratanesi, oltre a prendere parte come figuranti, iniziano già dalle settimane precedenti a radunarsi per dare una mano all’allestimento degli ambienti.

Non ci resta quindi che godere di questo spettacolo folkloristico che quest’anno avrà luogo nei giorni 26 e 30 dicembre e poi nei giorni 1, 5 e 6 gennaio. «In più quest’anno, – conclude Rosario Linguanti -, grazie alla collaborazione con l’Amministrazione Comunale e le varie associazioni, in aggiunta al presepe ci saranno anche i mercatini di Natale».

La Sicilia in festa ai tempi dei social: il racconto di Gira con noi Sicilia

di Federica Gorgone,

 foto di Gira con noi Sicilia

Quando in Sicilia il Natale è alle porte, l’aria si fa ricca di tradizioni. Tanti sono gli eventi che trasudano cultura e storia e che vanno assaporati con gli occhi e con l’anima arricchendo chiunque abbia modo di conoscerli. Lo sanno bene i ragazzi di Gira con noi Sicilia, Giacomo Vespo e Dario Bottaro, che attraverso il loro profilo social, nato ad agosto 2018, raccontano la Sicilia a 360 gradi cogliendo l’essenza delle tradizioni. Così abbiamo fatto loro alcune domande per farci raccontare quali sono gli eventi legati alle tradizioni durante le festività natalizie e che aria si respira durante quei giorni di festa.

Com’ è nato il vostro amore ed interesse per le tradizioni siciliane legate alle feste?
«Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dalle feste popolari – risponde Dario – tanto da farlo diventare motivo di studio, scrivendo la mia tesi sulla fisiognomica e le feste popolari durante gli studi all’Accademia delle Belle Arti. Tra i nostri obiettivi c’è quello di raccontare l’anima e il volto della comunità che si ritrova in un evento unico. Ho trasmesso tutto questo a Giacomo che a sua volta si è appassionato alle feste e alle tradizioni iniziando a raccontarne il lato più umano legato alle emozioni attraverso il nostro profilo».

Come le raccontate e cosa volete trasmettere?
«Raccontiamo le tradizioni attraverso la nostra esperienza sul posto, focalizzandoci tanto sulle emozioni. Cerchiamo di farlo attraverso i social carpendo gli attimi più belli del momento in cui vivi la comunità».

Quali feste legate al periodo delle feste natalizie avete avuto modo di raccontare?
«Il mese di dicembre si apre con la festa dell’Immacolata a cui sono legate tante tradizioni. Spesso si inaugurano i presepi, così abbiamo raccontato le nostre esperienze nei vari borghi. Siamo stati a vedere il presepe di Palazzolo Acreide, Monterosso Almo, Giarratana. Abbiamo visto quello di Ispica realizzato all’interno della cava e quelli di Caltagirone. Noi abbiamo una data, che è quella del 26 dicembre, che è per noi simbolica. È il giorno che dedichiamo alla visita dei presepi. Sono esperienze meravigliose e luoghi in cui rivivi i mestieri antichi quali il fabbro o la massaia. È bello attraversare i vicoli dei borghi durante questi momenti. È come andare indietro nel tempo».

Quali sono secondo voi le esperienze più significative e che clima si respira?
«Sono tutte esperienze belle e significative a modo loro. L’atmosfera è così bella che ti coinvolge e ti fa sentire parte del luogo. Ti viene quasi nostalgia del passato e di quella semplicità. Apprezzi la storia, quello che è stato il tuo territorio. Non ci si sofferma solo al presepe vivente, ma anche ai presepi all’interno delle chiese ed è come fare un viaggio dentro ad un viaggio. Come ad esempio a Palazzolo Acreide dove abbiamo visto nella chiesa dell’Annunziata un’istallazione presepiale moderna».

Cosa ci dite sui presepi di Caltagirone?
«Caltagirone è la città dei presepi, come quelli di terracotta e non solo. Tanti privati allestiscono presepi particolari. Come ad esempio quello fatto di pasta o di pane, il presepe di cotone oppure quello dei LEGO. Dove grandi e piccini rimangono a bocca aperta. L’aria di semplicità e magia ti accompagna in tutti i vicoli, in ogni momento. Tutto è curato nei minimi dettagli, niente è lasciato al caso».

Che riscontro avete nei vostri racconti sulle tradizioni?
«Le persone che ci seguono si emozionano e sono entusiaste. Spesso ci contattano da fuori perché vogliono saperne di più. Ci chiedono cosa vedere, cosa poter fare. Siamo come dei punti di riferimento, persone di cui fidarsi per fare delle belle esperienze in Sicilia. Per vivere la nostra terra attraverso la sicilianità e superando quelli che sono i luoghi comuni. Il nostro profilo poi ci ha permesso di conoscere anche tanti altri creators che come noi condividono l’amore per la nostra terra e questo è qualcosa di speciale. Auguriamo ai lettori di godersi questi giorni di festa e viversi queste esperienze magiche che vi abbiamo raccontato!».

Salvatore Agati. Il dottore del cuore.

di Samuel Tasca, foto di Matteo Arrigo

«Da piccolo pensavo già che da grande avrei voluto fare il cardiochirurgo», inizia così la mia chiacchierata con il dott. Salvatore Agati, direttore del Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambin Gesù” di Taormina, struttura d’eccellenza del Sud Italia (unica da Napoli in giù) specializzata nella cardiochirurgia pediatrica, cardiologia pediatrica, anestesia e rianimazione pediatrica, neonatologia e pediatria. Il centro, da ormai dodici anni, è inoltre convenzionato con l’Ospedale Bambin Gesù di Roma.

A guidare l’equipe di medici è proprio il prof. Agati, che di quel sogno infantile ne ha fatta oggi una professione e anche una missione di vita. «Da ragazzino vidi in televisione il prof. Marcelletti che nel 1986 fece il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia. Ricordo di aver detto a mia madre:“Da grande voglio fare questo”».

Una scelta sicuramente impegnativa, sia per la complessità della materia che per il senso di responsabilità che da essa ne diviene. «La cosa più affascinante dell’effettuare queste procedure chirurgiche sui bambini è avere la consapevolezza che poi questi saranno destinati a crescere. È un mestiere nel quale puoi osservare i frutti non solo a livello tecnico, nell’organo del bambino che si svilupperà, ma soprattutto nella vita di questi piccoli che continua».

Una disciplina, questa, nella quale è necessaria formazione continua, ma soprattutto il confronto. «È come un artigiano che va di bottega in bottega e, vedendo lavorare gli altri, apprende e si contamina. – dice Agati -. Oltre a questo, ovviamente, bisogna possedere il “dono” che non è solamente tecnico, ma soprattutto caratteriale. Bisogna saper gestire le emozioni, le ansie, le cose belle, ma anche le cose brutte».

Ed è proprio questo “dono”, così come lo definisce il dottor Agati, che mi ha spinto a intervistarlo. Sono state le parole dei genitori di Giulia, una bambina operata al cuore presso il Centro Mediterraneo, a mostrarmi quanto il ruolo del Professore e degli altri medici che lavorano nel suo staff sia di grande aiuto e conforto a tutti coloro i quali scoprono che il figlio o la figlia che porti in grembo sta sviluppando una malattia congenita. «Quando si opera un bambino non intervieni solo su una singola persona: un bambino coinvolge una famiglia intera – spiega il dottor Agati –. Vuol dire impattare su un grande numero di persone in un momento solo. Per cui bisogna avere la capacità di comunicare con i genitori in maniera chiara ed efficiente, stando molto attenti a mantenere una strategia comune, come un’unica squadra. Siamo legatissimi a Papa Francesco e lui ci ha insegnato come la “medicina delle carezze” fa parte delle specialità mediche che vanno messe in atto non solo con i bambini, ma anche con i genitori e le altre persone coinvolte. Bisogna avere la capacità di alleviare il dolore e di creare un ambiente empatico in cui si riesce a star vicini ai pazienti e alle loro famiglie in ogni momento, da quelli facili a quelli difficili. Avere a che fare con i ragazzini significa prendersi cura del futuro del mondo».

Una vera e propria missione di vita che nel tempo ha visto Salvatore Agati spendersi in prima linea anche nel mondo delle missioni umanitarie internazionali. Un’ esperienza iniziata quasi per curiosità, ma della quale non è più riuscito a fare a meno. «Non è solo una questione tecnica o di strumenti, è come avviare un programma culturale, legato all’essere umano in sé e non tanto al professionista. Noi abbiamo sempre selezionato posti dove era già presente un team di base che poteva fornire assistenza, ma che al tempo stesso potesse apprendere e progredire nella formazione medica da investire sul proprio territorio».

Nonostante sia un commento che riceve molto spesso, a Salvatore Agati non piace essere definito “un angelo”; dopo averlo conosciuto però, posso sicuramente affermare di aver incontrato un uomo, oltre che un illustre professionista, che proprio per la sua umanità continua a far battere i cuori e ad alimentare la speranza.