Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Mirco Mannino

Ho conosciuto Mirco qualche mese fa, esattamente il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia.
Era un mattino uggioso e freddo. Lo conobbi grazie ad un caro amico che, in quei giorni, lo stava ospitando in casa propria. Non fu difficile per me leggere in quegli occhi, azzurri e limpidi, la carica che lo accompagnava: scoprire la Sicilia, interrogarla attraverso il popolo che vi abita e viverla in modo tale da farne un’esperienza completa.
Mirco ha 25 anni e una laurea triennale in Scienze Alimentari. Conclusi gli studi, decide di spostarsi dalla Lombardia in Sicilia, per qualche mese, lavorando come cameriere. E ancora dalla Sicilia in Germania, facendo il gelataio.
Ad accompagnarlo, però, un pensiero fisso: apprezzare meglio la propria nazione, l’Italia delle meraviglie che tutti, ahimè, conosciamo troppo poco.
Così si organizza e parte, con l’essenziale. E inizia dalla Sicilia, terra d’incanto…

«Cos’è per voi la Sicilia?
È una domanda che pongo alle persone che mi ospitano in Sicilia, per scoprire al meglio la loro sensibilità verso la propria terra. Curioso come non mai di sentire la risposta, reggo la videocamera mentre mi rispondono guardando fisso l’obiettivo.
Mi presento, mi chiamo Mirco Mannino e ho 25 anni. Sono nato e vissuto a Milano, ma originario rispettivamente di Scicli e di Catania. Sono sempre stato ciecamente attratto dalla terra da cui provengo, grazie all’influenza dei miei genitori attraverso la cultura e la conoscenza del dialetto.
Ho sempre avuto modo di apprezzare la Sicilia durante le vacanze estive o natalizie, ma questo con il trascorrere degli anni cominciò a non bastarmi.
È nato così il progetto In Viaggio con Te – iniziato il 3 Novembre 2018 – con l’idea di scoprire la Sicilia nel dettaglio documentando ogni cosa tramite foto e brevi video. A bordo della mia VW Golf, seconda serie, mi muovo qui e là per la Sicilia alla ricerca dei posti più affascinanti e nascosti, desideroso di entrare ancora più a fondo nell’essenza dei luoghi che attraverso: dalla Rocca di Novara di Sicilia, tra le più alte montagne dei Peloritani, al Lago Pozzillo a Regalbuto, dove ho campeggiato e goduto l’estasi del tramonto e della successiva alba. Per non parlare di alcune delle più belle tradizioni cui ho assistito: dai festeggiamenti di Sant’Agata a Catania, alla Settimana Santa ad Enna. Per quanto riguarda l’alloggio mi muovo chiedendo ospitalità alle persone del luogo su delle piattaforme online. In questa maniera, oltre che ammortizzare i costi del viaggio, entro ancora più in contatto con la realtà locale e sociale.
Muovendomi di casa in casa e di paese in paese, ho dato vita a un vero e proprio “viaggio condominiale”, basato su piccoli spostamenti. È successo talvolta che, non trovando nessuna disponibilità online, ho ripiegato chiedendo direttamente in paese, nei bar o nelle piazze e, grazie alla cordialità e all’ospitalità tipica delle persone del Meridione, sono stato accolto in casa come un figlio. In più di sei mesi di viaggio non ho mai avuto brutte esperienze in fatto di alloggi. Fino ad ora mi sono concentrato nella fascia orientale dell’isola: quasi un quarto di tutta la Sicilia.
Se il progetto ha un buon sviluppo mediatico, mi piacerebbe continuare questo tipo di viaggio condominiale per le altre regioni d’Italia: una regione alla volta.
Per ora mi accontento della mia Sicilia, che ancora non ho esplorato a dovere. Se vedrete una persona che vaga qui e là inseguendo un tramonto o un’alba, quello sarò io.
Che cos’è dunque per voi, cari lettori, la Sicilia?
La risposta più bella che finora ho ricevuto è: “Il mio ombelico”.
… A te»

Conobbi Mirco il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia.
A lui devo gli occhi nuovi con cui guardo la mia Sicilia, terra d’incanto nell’Italia delle Meraviglie!

Articolo di Fabio Granata

Quella di Sebastiano Tusa è una perdita immensa.
Immensa la sua Eredità. Un lascito che va ricercato e custodito nei suoi scritti e nei suoi studi di valore universale e nell’esempio esistenziale che ha incarnato attraverso
uno stile di vita inconfondibile e coerente. Molto “greca” la sua inesauribile spinta vitale, tesa a superare limiti e difficoltà, ostacoli e dolori, soprattutto nell’ultima stagione della sua avventura terrena. Così come molto “greca” è stata la sua ricerca incessante e instancabile delle tracce di quell’unico paesaggio culturale rappresentato dalla Civiltà Mediterranea e dai confini del Mare nostrum, un mare capace di custodire lasciti e differenze, radici e identità, curiosità e apertura.
Posso serenamente dire di aver condiviso con Sebastiano una sensibilità e una visione del mondo per certi versi politeista, tragica e legata al Mito e al Mar Mediterraneo, convinti entrambi di un’omologia strutturale tra la sua configurazione geografica, nel rapporto frastagliato tra terra e mare, e la sua cultura.
Mesopotamia: la Civiltà ha le sue origini in Oriente in un Terra contenuta tra le acque di due fiumi. Ma poi la Civiltà si disloca da Oriente in Occidente, dal pieno della Terra al vuoto del Mare: in Egitto, a Creta e in Grecia. E poi dalla Grecia in Sicilia. Sebastiano Tusa discende certamente da quella razza di uomini di mare e d’avventura che nell’antichità “disegnarono” uno spazio, profilarono un orizzonte storico e geopolitico inedito, tracciarono non il limite di un confine ma il grande spazio di un mare bordato da terre. Uno spazio circondato da popolazioni diverse tra loro per lingue, costumi, profumi, sapori e divinità. Ma allo stesso tempo con forti radici comuni, le stesse che Sebastiano ricercò instancabilmente: dalla sua Pantelleria a Mozia, da Lipari a Siracusa, da Gela a Trapani, alla Libia e alla Tunisia. Il “Mare di mezzo” non più ostacolo o barriera invalicabile ma “luogo dell’Anima” che Tusa riuscì a raccontare in maniera impareggiabile. Un Mare che connette, veicola, trasmette merci e idee, parole e immagini, arti e mestieri e include divinità, paesaggi e natura.

Viene alla mente Braudel:
“Che cosa è il Mediterraneo?
Mille cose insieme.
Non è un paesaggio ma innumerevoli paesaggi.
Non un mare ma un susseguirsi di mari.
Un crocevia antichissimo.
Da millenni tutto vi confluisce complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, merci, idee, navi, religioni, modi di vivere”.

Solida la terra, compresa tra certi limina su cui s’incidono come segno indelebili vie e percorsi e tracce di stratificazioni culturali uniche e sublimi. Fluido il mare, dove tutto scorre e in cui l’itinerario tra un punto e un altro va tracciato ogni volta di nuovo e la rotta è sempre da inventare. E il rapporto con il mare stimola il pensiero e produce conoscenza.
Limiti e segni ricercati da Sebastiano Tusa nelle profondità marine o nelle rotte inventate e sempre nuove: limiti di interpretazioni storiche comunque da vincere e oltrepassare come per le fondamentali intuizioni sulla Battaglia delle

Egadi o sui rapporti tra i colonizzatori greci e le popolazioni indigene preesistenti. Il lascito di Sebastiano Tusa apparterrà per sempre alla grande cultura classica, alla grandezza di una civiltà che non è altro da sempre che il frutto di questa complicità creativa tra uomini e ambiente naturale e mare.
Con Sebastiano si discuteva spesso su questi argomenti, convinti entrambi che la grandezza della civiltà mediterranea derivasse anche dal fatto che qui gli Uomini non avessero dovuto spendere tutte le loro energie per sopravvivere, riuscendo così a sperimentare forme superiori di convivenza, più aperte alla reciproca curiosità, alla stabile negoziazione commerciale, alla diplomazia e agli scambi culturali.
Una rete cosmopolita che, collegando diverse sponde del nostro mare, rappresenta il nucleo fondativo di un preciso carattere e di una “antropologia”. Di una vera “ragione mediterranea”.
Sebastiano aveva una personalità schiva ma solare, aperta e caratterizzata da un atteggiamento esistenziale e spirituale che “parlava” di avventura, coraggio, rispetto della natura, amore. Non riesco a tenere separato il suo ricordo da quello, a me altrettanto caro, di Enzo Maiorca, solitario eroe greco. Con Sebastiano Tusa, li percepisco situati per sempre in uno spazio metafisico e atemporale.
Nell’ultima stagione della sua vita mi piaceva moltissimo leggere ogni mattina i resoconti giornalistici dei suoi instancabili pellegrinaggi attraverso la Sicilia, per interpretare fino in fondo quel ruolo pubblico da responsabile dei beni culturali siciliani che avrò per sempre l’onore di aver con lui condiviso. Quando ci incontravamo, percepivo stanchezza fisica nella sua voce ma anche grande entusiasmo e tanta volontà. Sebastiano è stato interprete di un riguardo straordinario e permanente della nostra Sicilia…
Riguardo nella duplice accezione non solo di rispetto ma anche di volontà di tornare incessantemente a guardarla per scoprire ogni giorno cose nuove. Non mi soffermo su ciò che ha rappresentato la nostra collaborazione leale e continua sui temi della difesa e valorizzazione del Patrimonio culturale siciliano poiché credono siano chiari e innegabili i risultati derivati da questo sodalizio umano, politico e culturale.
Tante battaglie combattute sempre a viso aperto e sempre esclusivamente in difesa dei beni comuni, contribuendo al riemergere di una speranza e di una nuova consapevolezza attraverso il recupero di spazi, monumenti, paesaggi urbani e naturali salvati dal cemento e dalla speculazione.
Quella di Sebastiano Tusa è una perdita immensa.
Immensa la sua Eredità. Da quella maledetta domenica in molti viviamo in una sorta di sospensione del tempo nel quale fortissima viene “avvertito il vuoto” lungo queste tristi settimane che hanno cadenzato il tempo dall’inenarrabile tragedia. Abbiamo condiviso decenni di battaglie, visioni, progetti e amicizia. Siamo stati protagonisti d’innovazioni legislative e progetti avventurosi: dalla Soprintendenza del Mare a quel sistema dei Parchi archeologici che attraverso il suo rigore e la sua passione inizia finalmente a trovare piena attuazione, nonostante molti ostacoli insidiosi posti dai soliti difensori di interessi speculativi.
Senza Sebastiano Tusa tutto rischia di diventare più difficile e si capirà solo in prospettiva quale perdita abbia subito non solo la Sicilia ma la cultura italiana. Ha combattuto con coraggio le battaglie più estreme e difficili, senza mai perdere la gentilezza e la speranza. Mancherà in maniera indicibile a tutti coloro i quali credono che la Sicilia non sia irredimibile.
Il suo è un lascito inestimabile per tutti noi…

Fabio Granata
Già assessore regionale ai Bbcc
Assessore alla cultura della Città di Siracusa

 

 

Articolo di Omar Gelsomio   Foto di Leonardo Casali

“Voglio che il Mediterraneo torni a essere un mare di vita”

Aiutare gli altri per lui è un dovere. Tra gioie e dolori il dottor Pietro Bartolo dagli anni ‘90 guida il Poliambulatorio di Lampedusa, l’isola sospesa tra Europa e Africa, approdo di migliaia di migranti. Da allora ne ha salvati, visitati e curati oltre 350 mila. Lampedusa è l’ultimo lembo dell’Europa e per ricordare le vittime del mare Mimmo Paladino realizzò nel 2008 la Porta d’Europa «é una porta sempre aperta, dove inizia e finisce il Vecchio continente, Lampedusa non ha filo spinato, non ha mai posto un muro, li ha sempre accolti». Pietro Bartolo è molto legato alla sua Isola, al suo mare, alle sue radici. «Io sono nato qua. Vengo da una famiglia di pescatori e anch’io ho fatto il pescatore. Ho studiato fuori quindi sono stato un migrante anch’io, dopo la specializzazione decisi di tornare tra la mia gente. Per me il mare è tutto. Accogliamo tutti quelli che vengono dal mare. Tante popolazioni hanno solcato il Mediterraneo determinando l’incontro e lo scambio di culture e tradizioni, perché lo scambio culturale aggiunge, non sottrae. In questi anni però il Mediterraneo è stato trasformato in un cimitero, adesso voglio che ritorni a essere un mare di vita». Non sono mancati momenti di sconforto di fronte a tragedie immani. «Ho avuto dei momenti di crisi quando ho dovuto fare delle ispezioni cadaveriche, soprattutto ai bambini. Mi sono chiesto, ma perché io? Quando finirà tutto questo? Poi rifletto e continuo, è doveroso farlo, altrimenti mi sentirei un traditore». Il naufragio del 3 ottobre 2013 sconvolse tutti. «È stato il giorno più brutto della storia di Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini, arrivarono con i vestiti a festa nel continente tanto sognato ma non ce la fecero». La sua storia è diventata popolare grazie ad un docufilm in cui è protagonista e che nel 2016 ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino e la nomination all’Oscar. «Fuocoammare è stato un dono arrivato dal cielo, mi ha dato la possibilità di diffondere il messaggio dell’accoglienza al mondo intero e ringrazio Gianfranco Rosi. Avevo l’esigenza e la responsabilità, come medico e come uomo, di raccontare storie di esseri umani che hanno vissuto enormi sofferenze e violenze, inseguendo speranze e sogni. Già, il sogno di arrivare in un paese e vivere una vita serena, dignitosa, normale. Poi è stata la volta del libro Lacrime di sale (scritto insieme alla giornalista Lidia Tilotta, ndr), Le stelle di Lampedusa e un nuovo film, con la regia di Maurizio Zaccaro, in cui Sergio Castellitto interpreta il mio ruolo. Non immaginavo di scrivere dei libri né di recitare in un film, ma si è reso necessario raccontare alla gente e agli studenti, italiani ed europei la verità». Tra le tante storie narrate in “Le stelle di Lampedusa”, una è drammatica. «Una storia che mi ha segnato maggiormente è quella di Anila, una bambina che parte dalla Nigeria: pensando di essere adulta, da sola si mette in viaggio per un anno e mezzo, subendo violenze e due naufragi: una volta sbarcata la portai nel poliambulatorio e quando le chiesi perché fosse venuta da sola, cosa cercasse, dov’erano i suoi genitori, lei mi rispose che cercava la mamma che stava in Europa. Quando la ritrovai, iniziò la lotta contro una burocrazia vergognosa, durata sei mesi, ma ce l’ha fatta». Nonostante tutto lui non si rassegna e continua la sua missione. «Fuori dal molo Favaloro in un murales c’è scritto “Proteggere le persone e non i confini”. Ho fatto mio un pensiero del grande Charlie Chaplin che dice “Non sono cittadino di nessun posto, non ho bisogno di documenti e non ho mai provato un senso di patriottismo per alcun paese, ma sono un patriota dell’umanità nel suo complesso. Io sono un cittadino del mondo”. Restituirei tutti i premi ricevuti in questi anni, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa, sono diventato cavaliere e commendatore della Repubblica, purché tutto questo finisca quanto prima, per non vedere più sofferenze e morti». Pietro Bartolo rimane il simbolo dell’accoglienza combattendo la disinformazione con le sue testimonianze.

 

 

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Gino Taranto

Intervistare Virgadavola non è facile, però è divertente, perché risponde recitando sue poesie dialettali che soddisfano a pieno i temi delle domande.
Una lirica dopo l’altra, siamo riusciti a sapere che:
– Quest’amore gli è stato trasmesso dai genitori che gli raccontavano, come fossero fiabe, le storie raffigurate nei carretti, che a quei tempi affollavano strade e trazzere.
– Ha iniziato la sua collezione, oggi museo privato, dopo aver partecipato, nel 1965, alla Sagra dell’Uva di Vittoria, in un’epoca in cui il carretto – che aveva matricola e targa, pagava il bollo annuale ed era sottoposto a periodica revisione – stava scomparendo, sostituito dall’Ape Piaggio (‘a lapa).
– È stato tale declino a facilitare la sua raccolta, visto che molti acconsentirono a cedergli i non più utili carretti per liberare spazio nelle carretterie che, riattate, divennero poi garage.

Di carretti siciliani Giovanni Virgadavola, contadino, poeta, pittore e cuntastorie, ne possiede ben 35, stipati in bell’ordine in un capannone dell’ex Campo di concentramento, struttura che a Vittoria durante la Prima guerra mondiale ha custodito migliaia di prigionieri ungheresi e che, riattata, è divenuta prima Fiera Emaia, poi Vittoria Fiere.
Carretti cromaticamente splendidi, con le fiancate (masciddara), lo sportello posteriore (purtieddu) e la base (funnu cascia) raffiguranti – grazie alla sapiente opera pittorica di maestri artigiani di Vittoria, Ragusa, Comiso, Scicli, Grammichele, Rosolini e Aci S. Antonio – memorabili storie rusticane d’amore e gelosia o rutilanti episodi del ciclo carolingio che ebbero protagonisti il prode Orlando, l’indomito Rinaldo e la bella Angelica. Sui carretti di Virgadavola, scelti dalla SIP per la copertina degli elenchi telefonici 1985-86 di Enna, Ragusa e Siracusa, molti spazi decorativi raffigurano temi religiosi quali: Cristo, Mosè, San Giorgio; significativi momenti storici come il Sacro Romano Impero, Cleopatra, Napoleone, i nobili del ‘700 e l’Italia risorgimentale; canti della Divina Commedia o pietose vicende come quella di Genoveffa di Brabante; vi sono riprodotti anche opere liriche e volti di attrici famose; del grammichelese Luigi Mussuto quello di Gina Lollobrigida.
Carretti pregevoli non solo per le decorazioni pittoriche, ma anche per gli eleganti fregi metallici, opera di valenti fabbri: le casse di fuso (suttane), poste sopra l’asse delle ruote, e le chiavi (ciavi), che collegano le due poderose stanghe collegate all’imbrigliatura, sono veri capolavori lignei e in ferro battuto.
Della collezione fanno parte una carrozza e due calessini (domatrici) – allora esclusivo appannaggio di nobili e borghesi – e due carrettini (carrittula) coloristicamente poveri, ma impregnati ancora della fatica degli artigiani che li utilizzavano per le loro attività. Collezione arricchita da migliaia di attrezzi contadini che si mescolano ad antichi utensili domestici, umili testimonianze di vita contadina.
In bella mostra anche molti cartelloni realizzati da Virgadavola per cuntare le sue storie – riguardanti soprattutto Vittoria Colonna, fondatrice della città, e il rinomato vino Cerasuolo – sia agli studenti, sia, d’estate, nel Castello di Donnafugata, ai turisti che lo seguono con interesse, anche se molti non conoscono il dialetto; ma lui riesce a farsi capire lo stesso! Questa corposa collezione è stata oggetto della tesi di laurea “Una serra museo” di Daniela Barbante, redatta anni fa, quando i carretti erano allocati in una serra dell’azienda agricola di Virgadavola. La mostra, a ingresso gratuito, non ha orari e giorni d’apertura prestabiliti; per visitarla basta chiamare Virgadavola e prenotarsi; non è impresa ardua: il numero del suo cellullare si recupera facilmente in rete, nelle locali agenzie viaggio, presso la Direzione della Vittoria Fiere o tramite i tanti amici di questo pluripremiato, atipico cuntastorie, di cui si sono occupati media nazionali e locali.
“Quale futuro per questa collezione/museo?”
“Stammu ‘o viriri, comu rissi Giufà!”

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Salvo Puccio

Tutti sappiamo che Siracusa ha dato i natali ad Archimede, uno dei più grandi scienziati e matematici della storia, ma pochi conoscono il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, voluto da una donna determinata, appassionata d’arte e di cultura. Maria Gabriella Capizzi, responsabile del Museo e presidente del Comitato Scientifico, dell’arte ne ha fatto una missione.

Come si descriverebbe?

«Un’imprenditrice “illuminata”, creativa, ribelle e senza pregiudizi, che crede nella possibilità di creare valore per noi e per gli altri. Una donna appassionata di arte e di cultura, caparbia, determinata, che adora il suo lavoro. Mi ritengo una filantropa e, in un’ottica imprenditoriale, vorrei essere d’esempio per molte donne. E come una grande amante dei due geni cui è dedicato il mio museo: Leonardo da Vinci e Archimede».

Come nasce l’Associazione Culturale Leonardo da Vinci Arte e Progetti?

«Nel 2009, con le macchine della Niccolai Teknoart SNC, decisi di diffondere anche in Sicilia l’eredità di Leonardo. Il viaggio in Sicilia, dopo un lungo stage a Firenze, dove risiede la famiglia Niccolai, durò circa tre anni. L’esposizione concretizzò tre tappe: Noto, Taormina e Catania, prima di fermarsi a Siracusa. Rapita dalle bellezze di questa città, nel 2014 realizzai una mostra di modelli leonardiani assieme a quelli archimedei nella splendida Isola di Ortigia, all’interno del settecentesco palazzo dell’Ex Convento del Ritiro. Ebbe così inizio questo percorso museale».

Cosa l’ha colpita di due geni come Leonardo e Archimede?

«Con Leonardo fu amore a prima vista. Lo ricordo come se fosse oggi, ed ebbi una sorta di sindrome di Stendhal, proprio a Firenze, in estasi sotto l’aliante. Con il passare del tempo mi sentii sempre più legata a lui, innamorata della sua personalità: obiettiva, aperta al mondo, volta all’azione, tanto riservata, persino con se stesso, da renderne impossibile una definizione. Mi sento una sua allieva, un suo discepolo e serva di questa cultura, accolgo Archimede con lo stesso amore. In fondo è stato Leonardo a condurmi da lui».

Quanto c’è di geniale in lei?

«Non esiste il femminile di genio, ma esistono donne geniali. La bellezza fisica in quanto materia è la parte più bassa della donna, la vera bellezza risiede nella mente. Il genio al femminile punta a valorizzare alcune caratteristiche proprie delle donne, come l’empatia, l’intuizione, la creatività e in questo mi sento geniale. Di geniale ci sono le mie fonti d’ispirazione a cui sono legata sin da bambina. Da Ipazia, la più famosa martire del pensiero libero, a Colette, giornalista, scrittrice icona dei movimenti femministi».

Perché decide di tornare in Sicilia?

«L’esperienza a Firenze, lo stage al Museo Internazionale della Macchine di Leonardo da Vinci della famiglia Niccolai mi aprì un mondo tutto nuovo e compresi che era necessario farmi carico di tutto il progetto e portarlo in Sicilia. Decisi perché era lì la mia vita, perché amo la mia isola e perché non l’avrei mai abbandonata».

Quali sono le iniziative in itinere?

«Il 2019 sarà un anno molto ricco per il museo perché il 2 maggio si celebrerà il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo. Tutto il mondo festeggerà il genio toscano con mostre ed eventi e il museo siracusano farà altrettanto. Posso anticipare che organizzeremo alcune di queste celebrazioni in Norvegia, a Stavanger, dove il prossimo autunno si terrà un convegno sul tema che sarà al centro di una mostra prevista nel 2020 nella città norvegese: “Da Archimede a Leonardo, acqua fonte di vita”. Ovviamente non mancheranno iniziative a Siracusa, sede del museo».

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Renato Iurato   Rendering di Giuseppe Trovato

Il progetto, nato dal sogno della signora Muni Sigona e dal marito Michele Lanza, si sta realizzando. Una casa per il loro Toti, un ragazzo con una neurodiversità, e per altri ragazzi, creando a Modica il primo albergo solidale, adatto alle loro esigenze. Nessun ostacolo si è frapposto al desiderio di realizzare il suo progetto di vita e con la tenacia e l’amore Muni Sigona ha disegnato il futuro per suo figlio e dei ragazzi speciali come lui, portando persino a “Tu si que vales” La Casa di Toti. Andiamo a scoprire il suo progetto.

Ci racconta di Toti?
«Toti è un ragazzo di diciannove anni con una neurodiversità. Autistico, psicotico, oppositivo. Riesce a comunicare bene, legge e scrive, dopo tanti anni di riabilitazioni infantili, ama le moto e le bici che guida in spazi contenuti e controllati, adora gli animali, cantare, ballare. La confusione lo infastidisce. Lui vuole ‘solo amiche’. Teme l’altro sesso… ma richiede spesso compagnia femminile. Dopo anni di cambi di scuola ha finalmente trovato un ambiente accogliente per gli ultimi due anni di scuola media superiore. Adesso che la scuola è ‘terminata’, trascorre la sua giornata a casa, assistito sempre da educatori che supportano la nostra famiglia. Qualche passeggiata, partecipazione a gruppi degli amici “di casa di Toti Onlus”. Le crisi di Toti, improvvise, comportano “rotture” di porte, a volte vetri, “oggetti”. Sono improvvise ma sempre causate da un “suo perché”. Toti deve assumere psicofarmaci (da quando aveva nove anni). Trascorre molto tempo col suo iphone guardando video su Youtube e comunicando con molti amici tramite Messenger. A volte ti sorprende con “pensieri coerenti e veri” che esprime con infinita sincerità senza “freni”. Le sue fisse ossessive ti “distruggono”… devi continuamente convivere con fissazioni e stereotipie, da sconfiggere con lo scandirsi del tempo».

Come si vive la quotidianità accanto a un figlio che soffre di particolari disturbi?
«Sei sempre in ansia e vivi sul filo del rasoio. Temi sempre che “qualche cosa” possa accadere. Ti senti impotente. Tutte le attenzioni sono catturate dal tuo figlio Speciale e inevitabilmente metti da parte il resto della famiglia. Non puoi vivere la vita a fondo. Hai pochissimi momenti “tuoi” e di relax. Senti una forte stanchezza che devi vincere con tanta forza. Ti senti madre indispensabile e unica perché capisci che il tuo amore, la tua pazienza sono “pozioni magiche” per placare le sue crisi. Molte volte ti diverti nel suo mondo “vero” e dimentichi ogni cosa tuffandoti con lui in un mare di semplicità».

Come nasce la Casa di Toti?
«Nasce da un sogno e da una grande preoccupazione per il futuro. Cosa ne sarà di nostro figlio neurodiverso quando noi genitori non ci saremo più? Così quattro anni fa abbiamo fondato una Onlus, creato un gruppo di famiglie, operatori, Studio Parentage (www.parentage.it), volontari, ragazzi Speciali con lievi disabilità capaci di “fare”. Casa di Toti ospiterà sette ragazzi, dai diciotto ai venticinque anni, che potranno vivere in cohousing e saranno assistiti da tutor, 24 h su 24h, lavorare nella gestione della Casa Patronale “dimora storica” nelle campagne del modicano, che diverrà un Hotel Solidale. Un durante noi e un dopo di noi. Un’impresa nel sociale».

A che punto è il progetto?
«In questi giorni stanno completando la messa in opera del “cappotto” della struttura. Iniziamo a breve con gli intonaci e poi completiamo con pavimenti, infissi, tetto di vetro nella hall, finitura impianti, etc. Tutto grazie e solo a donazioni. Venti imprese ad oggi ci sostengono mensilmente grazie al fundraising I Bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it)».

Qual è il suo desiderio di mamma?
«Riuscire a far decollare “Casa di Toti” al più presto e sapere che mio figlio e i suoi amici saranno ben assistiti e impegnati. Un hotel nella mia “dimora, cassaforte della mia vita”, hotel divenuto per forza di cose Speciale. Poter “offrire” a mio figlio Felice, il fratello di Toti, tutto quello che purtroppo non ho potuto dare in questi anni. Amore sicuramente, sempre, ma poco tempo. Sapere Felice, sereno, con un futuro meno “impegnativo”!».

Scibona

Scibona

Articolo di Francesco Bunetto   Foto di Francesco Bunetto e Cullman Center Archive

Salvatore Scibona, italoamericano di quarta generazione, è un pluripremiato scrittore e romanziere. Nato il 2 giugno 1975 a Cleveland, è stato nominato direttore della Cullman Center for Scholars and Writers della Biblioteca Pubblica di New York, ed è stato inserito dal New Yorker tra i venti migliori narratori under 40 americani. Il giovane direttore ha iniziato il suo mandato il 5 settembre 2017. La bisnonna, grande ispiratrice di storie, lasciò Mirabella Imbaccari (piccolo comune del catanese) ventenne e morì a novantaquattro anni a Cleveland, senza aver mai imparato a parlare l’inglese. Essendo uno scrittore affermato ed ex Cullman Center Fellow, uno dei suoi tantissimi scritti, quali ad esempio “The End” ha vinto il Young Lions Fiction Award della New York Public Library ed è stato finalista del National Book Award, una saga sui siciliani in America che ha fatto impazzire i critici, e che lui ha scritto a penna, pensando alla sua bisnonna mirabellese. Un romanzo su una comunità d’immigrati italiani in Ohio che attraversa la prima metà del Novecento, dal 1913 al 1953. Per nove anni, dal 2004 al 2013, Scibona ha amministrato il programma di borse di studio residenziali presso il Fine Arts Work Center di Provincetown, nel Massachusetts. Dal 2013 al 2016 è stato professore d’inglese e scrittura creativa presso la Wesleyan University. La sua opera ha ricevuto un Pushcart Prize e un O. Henry Award, ed è stata pubblicata su The New Yorker, The New York Times, Harper’s, The San Francisco Chronicle e GQ Italia. Oltre alla sua borsa di studio presso il Cullman Center, Scibona ha ottenuto borse di studio dalla MacDowell Colony, Yaddo e John Simon Guggenheim Memorial Foundation; ha vinto un Whiting Writers’ Award e residenze in Francia, Italia e Lettonia. Un giovane scrittore italoamericano, uno fra i venti più promettenti narratori under 40 americani secondo il New Yorker, in possesso di una ricchezza di linguaggio e di un’intensità che può mettere a frutto in modo migliore. Il suo secondo romanzo, “Everyone”, completato al Cullman Center, sarà pubblicato da Penguin Press nel 2019. La sua terza opera è prevista per il rilascio nel 2021. Attualmente, Scibona dirige la Cullman Center for Scholars and Writers, una sorta di borsa di studio per quindici scrittori presenti ogni anno con la grande opportunità di fare le loro ricerche, approfondire le loro conoscenze attraverso i milioni di libri disponibili in Biblioteca. Ogni anno, Scibona seleziona in Biblioteca per la partecipazione alla borsa di studio, scrittori creativi, giornalisti e accademici, per formare i prossimi eccellenti artisti nel panorama letterario americano. «Mi piacerebbe molto ringraziare la New York Public Library per quest’onore di direttore della Cullman Center Scholars and Writers – ha dichiarato emozionato Scibona, accettando il premio -. Le relazioni che ho con Mirabella Imbaccari sono, in un certo senso, parte della mia vita artistica e il legame con la mia famiglia mirabellese si è rafforzato grazie a internet, oggi siamo sempre in contatto. Chiamavamo la bisnonna mirabellese “la nonna della fattoria” perché abitava in fattoria e la ricordo molto bene, era piccolina e viveva in maniera molto distante da come vivevo io, ma rappresentava “una frontiera”, ovvero quell’immaginazione che avevo da bambino. Anche mio nonno, nato a Cleveland, originario di Mirabella, non parlava italiano ma solo il dialetto “Maccarisi”».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Carlo Giunta

Andrea Caschetto nasce a Ragusa, ventotto anni fa. All’età di quindici anni scopre di avere un tumore in testa. Dopo essere stato sottoposto ad un difficile intervento chirurgico si accorge di avere difficoltà a memorizzare e ricordare cose, persone, eventi. Tenta la via delle emozioni: il sorriso e la gioia costituiscono la terapia giusta per far sì che non dimentichi. E allora inizia a viaggiare, ad incontrare popoli, culture diverse: dall’Africa all’Asia, all’America Latina. Il mondo è un posto straordinario dove poter sorridere.
Andrea è molto legato al nonno e alla mamma ma soprattutto è innamoratissimo della vita. Sorriso inarrestabile, bellissimo, contagioso, da quando ha iniziato a viaggiare ha scoperto numerose situazioni difficili: nel mondo ci sono tantissimi bambini che soffrono a causa della fame, delle violenze, della guerra o per la mancanza dei genitori. Tantissimi hanno bisogno semplicemente di un sorriso, di un conforto. Lui è andato, e va, proprio lì, tra loro. È stato proclamato “Ambasciatore del Sorriso” dall’ONU. Si definisce “amico di tutti i bambini del mondo”. Ha scritto due libri carichi di amore per la vita: “Dove nasce l’arcobaleno” e “Come se io fossi te”.

Andrea, ci parli della tua missione?
«Devo ammettere che la parola missione non mi è mai piaciuta. La mia è semplicemente l’iniziativa di essere felice in maniera incredibile aiutando gli altri. Diciamo che faccio delle “cose” umanitarie per essere io stesso felice. Sarebbe inutile fare qualcosa che non ti fa stare bene».

Quando è stato il momento in cui hai capito che dovevi portare il tuo sorriso, la tua forza, in giro per il mondo?
«Penso di averlo capito nel momento in cui ho scoperto la bellezza del viaggio: andare in giro per il mondo, conoscere luoghi e culture nuove mi ha permesso di scoprire realtà diverse, realtà che mi hanno incuriosito. Ho deciso di sperimentare cosa significa “andare in Africa”, per esempio, senza accontentarmi di vederla in tv. Lì ho portato il mio sorriso. Per dare un sorriso, però, non c’è bisogno di andare così lontano. Basta iniziare dai vicini…».

Sei seguitissimo anche sui social. Leggiamo sulla tua pagina Facebook testimonianze di persone che hanno trovato il coraggio di affrontare situazioni difficili dopo averti incontrato. Cosa si prova quando si ha la consapevolezza di aver aiutato qualcuno?
«È qualcosa di straordinario. Penso sia il guadagno più bello in assoluto, molto più dei pezzi di carta che chiamiamo soldi».

Chi dà forza al tuo sorriso?
«Al mio sorriso dà la forza il calcio contenuto nel formaggio (ride, ndr). Scherzi a parte, io penso che il mio sorriso sia come quello degli altri, solo che io ricordo spesso di mostrarlo. Tutto qui. Non penso che abbiamo bisogno di qualcosa che stimoli o motivi il nostro sorriso».

Hai girato tutto il mondo e continui a farlo. Ci racconteresti una delle tue ultime esperienze?
«Una delle esperienze che più mi è piaciuta è il viaggio in Madagascar, una terra piena di bellezze ma anche di estrema povertà. In questa isola, nel corso della storia, sono passati popoli diversi così oggi lì si trovano persone dalla pelle bianca, nera, mulatta. Ho avuto l’impressione di incontrare bambini che sembravano provenire da ogni parte del mondo».

Andrea, qual è il tuo motto?
«Di motti ne posso avere tantissimi. Mi viene in mente una frase storica che ho detto all’ONU: “Non abbiamo bisogno di un tumore per amare la vita”».

La sera, quando vai a letto, qual è il tuo ultimo pensiero?
«(Ride, ndr) La sera quando vado a letto – mai prima delle quattro – non ho pensieri perché sono talmente stanco che… dopo qualche secondo già dormo».

Sicuramente dorme con il sorriso, Andrea. Non potrebbe essere diversamente: chi ha scelto di vivere con la gioia nel cuore non teme nessuna “notte” perché possiede l’arma giusta per affrontare qualsiasi cosa: il sorriso.
Grazie Andrea per questa intervista ma soprattutto grazie per la tua testimonianza di vita. Il mondo ha bisogno di persone come te!

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Nel territorio del Calatino, nei pressi di contrada Piano San Paolo, si trova la Comunità Terapeutica “La Grazia”. Entrando attraverso il lungo viale alberato, si ha subito la sensazione di contatto con la natura, tipica di questo luogo immerso nella zona che precede la Riserva Naturalistica di Santo Pietro. Proprio qui, nel 2008, prende forma il progetto della “Fattoria Pedagogica” portato avanti dalla dott.ssa Paola Affettuoso, pedagogista specializzata in Neuropedagogia Clinica e Art Counselor, che, guidandoci per la fattoria, ci racconta di lei e del suo progetto, che quest’anno ha ricevuto un riconoscimento a livello nazionale, il Premio per l’esperienza As.Pe.I. 2018 (Associazione Pedagogica Italiana)
«La mia formazione nasce dal volontariato. Dopo gli studi ho iniziato a fare formazione nell’Art Counseling e mi sono specializzata nella Psicopatologia fenomenologico-relazionale. Da allora tante le esperienze e le iniziative come l’istituzione del Centro Studi “Sergio De Risio” e per ultima la fondazione dell’Associazione di Pedagogisti Koinè, assieme ad altri colleghi molto motivati e preparati».
Per la dott.ssa Affettuoso, infatti, la passione per le relazioni interpersonali e la curiosità verso l’altro sono sempre state motori pulsanti del suo percorso professionale nel settore della sanità mentale. «Sono certa che “la bellezza ci salverà” e ci renderà liberi, credo vivamente, infatti, nella possibilità di vedere sempre il bello che c’è negli altri e nel sostegno che si può dare per farlo emergere. Anche la natura, secondo me, è fondamentale nel concetto di bellezza, infatti, qui alla Comunità “La Grazia” viviamo immersi nel verde e questo fa stare bene non solo gli ospiti della comunità, che si occupa della riabilitazione di pazienti con disagi psicologici, ma anche tutti noi operatori».
È proprio da questo principio che parte il progetto della Fattoria Pedagogica. «Abbiamo intuito che un percorso di Zooantropologia e Pet Therapy poteva essere utile per i nostri pazienti, quindi abbiamo iniziato a formarci assieme al prof. Roberto Marchesini in Zooantropologia Assistita con gli animali. Abbiamo acquistato degli asini, incentrando inizialmente parte del nostro lavoro sulla onoterapia, e abbiamo allestito la fattoria. Superata questa prima fase […] abbiamo deciso di formare i nostri pazienti per far sì che diventassero anch’essi educatori della Pet Therapy, trasformandoli a tutti gli effetti in maestri di un percorso da rivolgere a terzi».
Da ormai otto anni, infatti, la Fattoria Pedagogica accoglie circa 2000-3000 bambini l’anno da scuole di ogni ordine e grado, permettendo di riscoprire il territorio attraverso dei percorsi guidati da ospiti della comunità. «Questo ci ha permesso – continua la dott.ssa Affettuoso – non solo di occupare il loro tempo in maniera costruttiva, ma anche di renderli una risorsa presso la comunità locale, cercando di abbattere lo stigma che gira attorno alla malattia mentale, poiché il bambino, che non ha pregiudizi, si approccia a una realtà complessa attraverso la mediazione della natura e degli animali, e restituisce ai nostri pazienti un forte guadagno sull’autostima e la socievolezza incidendo positivamente sui loro percorsi».
Al termine della nostra conversazione, non ci sorprendiamo affatto che un progetto così originale, innovativo e carico di valori sociali e pedagogici abbia ricevuto un premio così importante. «Ciò che mi rende più orgogliosa – ci dice la dottoressa quasi commossa – è aver potuto condividere questo premio con colleghi e pazienti che sono stati parte integrante di questo percorso. L’altro aspetto è sicuramente vedere le facce dei bambini quando vengono qui e restano stupiti e ammaliati dalla magia che c’è in questo luogo».
Terminiamo la nostra intervista e ci lasciamo alle spalle questo luogo con il suo verde, i suoi animali e il suo essere puro, che quotidianamente viene irradiato da quella bellezza che tanto ha ispirato la dott.ssa Paola Affettuoso.

Articolo di Irene Novello

Questa è una storia di vita e di speranza, con un unico filo conduttore: l’amore.
“Le coccole di mamma Irene” è un’associazione di volontariato nata a Torino il 12 giugno del 2018 per ricordare, nel giorno del suo compleanno, Irene Settanta, strappata troppo presto a questa vita a causa di un aneurisma cerebrale, mentre portava ancora in grembo la piccola Emma Maria arrivata alla sua trentaduesima settimana. Irene, una ragazza brillante e intraprendente, con una vita proiettata al futuro, carica di amore e di bontà, nel suo ultimo attimo di vita, con un gesto pieno della generosità più pura, è diventata mamma più volte, donando la vita alla sua bimba, e regalando speranza e rinascita a chi oggi vive grazie ai suoi organi.
La morte è forse uno dei misteri più incomprensibili della vita, ma che comunque fa parte del nostro cammino sulla terra. Di fronte ad un destino così atroce, sono tantissimi i dubbi, la confusione, le domande sul perché la vita si debba rivelare così fragile in un corpo così sano e giovane. Ma al di là del dolore che ha investito questa vita, esistono l’amore e la speranza. L’associazione “Le coccole di mamma Irene”, creata dai familiari e dagli amici di Irene, vuole, infatti, concretizzare l’amore, prendendosi cura dei bambini neonati e ospedalizzati a Torino. Gli associati si occuperanno di dare assistenza e sostegno ai piccoli pazienti i cui genitori e familiari per varie ragioni non possono prendersene cura, ma anche organizzare attività di intrattenimento e supporto in ospedale per i loro fratelli durante i momenti di visita dei genitori, per non farli sentire esclusi bensì parte integrante della vita di questi piccoli ma grandi guerrieri della vita. Dopo un’accurata e adeguata formazione, accompagnati anche dal personale medico e paramedico, i volontari dell’associazione si prenderanno cura dei piccoli ospiti del reparto, dispensando coccole, leggendo fiabe, allietando i momenti con la musica o con il gioco. I bambini nati prematuri hanno bisogno di particolari cure e attenzioni, una delle tecniche praticate in diverse strutture ospedaliere d’Italia è la marsupioterapia, una tecnica semplice che consiste nel contatto pelle a pelle tra il neonato e chi lo accudisce. È una tecnica nata in Colombia e molto praticata nei Paesi in Via di Sviluppo per contrastare la mortalità infantile a seguito di carenze di personale sanitario e d’incubatrici. La marsupioterapia consiste nell’appoggiare il neonato, vestito del solo pannolino, sul petto della persona che lo accudisce, avvolto e legato con un marsupio o un telo ripiegato a forma di triangolo e annodato dietro le spalle. Questo sistema evita la dispersione del calore e permette di sorreggere il bambino in maniera sicura, favorendo il rilassamento della persona che se ne prende cura e dello stesso bebè. Questo tipo di contatto funziona da incubatrice; il respiro e il battito della mamma o di chi ne fa le veci, regolarizzano quelli del bambino. È una tecnica praticata anche per favorire l’allattamento al seno materno. In questo modo i bambini ricevono calore naturale e umano, acquisendo, in tempi più veloci rispetto ai bambini non trattati, respiro e ossigenazione regolari. Inoltre, la marsupioterapia influenza in maniera positiva lo sviluppo neurologico e psicologico del bambino, diversi studi hanno dimostrato come i bambini che hanno ricevuto questo trattamento piangano meno e siano più tranquilli.
Tutte queste sono attività che nel loro intimo celebrano la vita, ed è questo l’obiettivo che anima l’associazione: l’amore di Irene, continua a manifestarsi e crescere.
Chi vuole sostenere l’associazione o diventare volontario donando il proprio calore, offrendo cura, coccole e sostegno ai piccoli guerrieri della vita, può scrivere una e-mail a
info@lecoccoledimammairene.org.