Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Renato Iurato   Rendering di Giuseppe Trovato

Il progetto, nato dal sogno della signora Muni Sigona e dal marito Michele Lanza, si sta realizzando. Una casa per il loro Toti, un ragazzo con una neurodiversità, e per altri ragazzi, creando a Modica il primo albergo solidale, adatto alle loro esigenze. Nessun ostacolo si è frapposto al desiderio di realizzare il suo progetto di vita e con la tenacia e l’amore Muni Sigona ha disegnato il futuro per suo figlio e dei ragazzi speciali come lui, portando persino a “Tu si que vales” La Casa di Toti. Andiamo a scoprire il suo progetto.

Ci racconta di Toti?
«Toti è un ragazzo di diciannove anni con una neurodiversità. Autistico, psicotico, oppositivo. Riesce a comunicare bene, legge e scrive, dopo tanti anni di riabilitazioni infantili, ama le moto e le bici che guida in spazi contenuti e controllati, adora gli animali, cantare, ballare. La confusione lo infastidisce. Lui vuole ‘solo amiche’. Teme l’altro sesso… ma richiede spesso compagnia femminile. Dopo anni di cambi di scuola ha finalmente trovato un ambiente accogliente per gli ultimi due anni di scuola media superiore. Adesso che la scuola è ‘terminata’, trascorre la sua giornata a casa, assistito sempre da educatori che supportano la nostra famiglia. Qualche passeggiata, partecipazione a gruppi degli amici “di casa di Toti Onlus”. Le crisi di Toti, improvvise, comportano “rotture” di porte, a volte vetri, “oggetti”. Sono improvvise ma sempre causate da un “suo perché”. Toti deve assumere psicofarmaci (da quando aveva nove anni). Trascorre molto tempo col suo iphone guardando video su Youtube e comunicando con molti amici tramite Messenger. A volte ti sorprende con “pensieri coerenti e veri” che esprime con infinita sincerità senza “freni”. Le sue fisse ossessive ti “distruggono”… devi continuamente convivere con fissazioni e stereotipie, da sconfiggere con lo scandirsi del tempo».

Come si vive la quotidianità accanto a un figlio che soffre di particolari disturbi?
«Sei sempre in ansia e vivi sul filo del rasoio. Temi sempre che “qualche cosa” possa accadere. Ti senti impotente. Tutte le attenzioni sono catturate dal tuo figlio Speciale e inevitabilmente metti da parte il resto della famiglia. Non puoi vivere la vita a fondo. Hai pochissimi momenti “tuoi” e di relax. Senti una forte stanchezza che devi vincere con tanta forza. Ti senti madre indispensabile e unica perché capisci che il tuo amore, la tua pazienza sono “pozioni magiche” per placare le sue crisi. Molte volte ti diverti nel suo mondo “vero” e dimentichi ogni cosa tuffandoti con lui in un mare di semplicità».

Come nasce la Casa di Toti?
«Nasce da un sogno e da una grande preoccupazione per il futuro. Cosa ne sarà di nostro figlio neurodiverso quando noi genitori non ci saremo più? Così quattro anni fa abbiamo fondato una Onlus, creato un gruppo di famiglie, operatori, Studio Parentage (www.parentage.it), volontari, ragazzi Speciali con lievi disabilità capaci di “fare”. Casa di Toti ospiterà sette ragazzi, dai diciotto ai venticinque anni, che potranno vivere in cohousing e saranno assistiti da tutor, 24 h su 24h, lavorare nella gestione della Casa Patronale “dimora storica” nelle campagne del modicano, che diverrà un Hotel Solidale. Un durante noi e un dopo di noi. Un’impresa nel sociale».

A che punto è il progetto?
«In questi giorni stanno completando la messa in opera del “cappotto” della struttura. Iniziamo a breve con gli intonaci e poi completiamo con pavimenti, infissi, tetto di vetro nella hall, finitura impianti, etc. Tutto grazie e solo a donazioni. Venti imprese ad oggi ci sostengono mensilmente grazie al fundraising I Bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it)».

Qual è il suo desiderio di mamma?
«Riuscire a far decollare “Casa di Toti” al più presto e sapere che mio figlio e i suoi amici saranno ben assistiti e impegnati. Un hotel nella mia “dimora, cassaforte della mia vita”, hotel divenuto per forza di cose Speciale. Poter “offrire” a mio figlio Felice, il fratello di Toti, tutto quello che purtroppo non ho potuto dare in questi anni. Amore sicuramente, sempre, ma poco tempo. Sapere Felice, sereno, con un futuro meno “impegnativo”!».

Scibona

Scibona

Articolo di Francesco Bunetto   Foto di Francesco Bunetto e Cullman Center Archive

Salvatore Scibona, italoamericano di quarta generazione, è un pluripremiato scrittore e romanziere. Nato il 2 giugno 1975 a Cleveland, è stato nominato direttore della Cullman Center for Scholars and Writers della Biblioteca Pubblica di New York, ed è stato inserito dal New Yorker tra i venti migliori narratori under 40 americani. Il giovane direttore ha iniziato il suo mandato il 5 settembre 2017. La bisnonna, grande ispiratrice di storie, lasciò Mirabella Imbaccari (piccolo comune del catanese) ventenne e morì a novantaquattro anni a Cleveland, senza aver mai imparato a parlare l’inglese. Essendo uno scrittore affermato ed ex Cullman Center Fellow, uno dei suoi tantissimi scritti, quali ad esempio “The End” ha vinto il Young Lions Fiction Award della New York Public Library ed è stato finalista del National Book Award, una saga sui siciliani in America che ha fatto impazzire i critici, e che lui ha scritto a penna, pensando alla sua bisnonna mirabellese. Un romanzo su una comunità d’immigrati italiani in Ohio che attraversa la prima metà del Novecento, dal 1913 al 1953. Per nove anni, dal 2004 al 2013, Scibona ha amministrato il programma di borse di studio residenziali presso il Fine Arts Work Center di Provincetown, nel Massachusetts. Dal 2013 al 2016 è stato professore d’inglese e scrittura creativa presso la Wesleyan University. La sua opera ha ricevuto un Pushcart Prize e un O. Henry Award, ed è stata pubblicata su The New Yorker, The New York Times, Harper’s, The San Francisco Chronicle e GQ Italia. Oltre alla sua borsa di studio presso il Cullman Center, Scibona ha ottenuto borse di studio dalla MacDowell Colony, Yaddo e John Simon Guggenheim Memorial Foundation; ha vinto un Whiting Writers’ Award e residenze in Francia, Italia e Lettonia. Un giovane scrittore italoamericano, uno fra i venti più promettenti narratori under 40 americani secondo il New Yorker, in possesso di una ricchezza di linguaggio e di un’intensità che può mettere a frutto in modo migliore. Il suo secondo romanzo, “Everyone”, completato al Cullman Center, sarà pubblicato da Penguin Press nel 2019. La sua terza opera è prevista per il rilascio nel 2021. Attualmente, Scibona dirige la Cullman Center for Scholars and Writers, una sorta di borsa di studio per quindici scrittori presenti ogni anno con la grande opportunità di fare le loro ricerche, approfondire le loro conoscenze attraverso i milioni di libri disponibili in Biblioteca. Ogni anno, Scibona seleziona in Biblioteca per la partecipazione alla borsa di studio, scrittori creativi, giornalisti e accademici, per formare i prossimi eccellenti artisti nel panorama letterario americano. «Mi piacerebbe molto ringraziare la New York Public Library per quest’onore di direttore della Cullman Center Scholars and Writers – ha dichiarato emozionato Scibona, accettando il premio -. Le relazioni che ho con Mirabella Imbaccari sono, in un certo senso, parte della mia vita artistica e il legame con la mia famiglia mirabellese si è rafforzato grazie a internet, oggi siamo sempre in contatto. Chiamavamo la bisnonna mirabellese “la nonna della fattoria” perché abitava in fattoria e la ricordo molto bene, era piccolina e viveva in maniera molto distante da come vivevo io, ma rappresentava “una frontiera”, ovvero quell’immaginazione che avevo da bambino. Anche mio nonno, nato a Cleveland, originario di Mirabella, non parlava italiano ma solo il dialetto “Maccarisi”».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Carlo Giunta

Andrea Caschetto nasce a Ragusa, ventotto anni fa. All’età di quindici anni scopre di avere un tumore in testa. Dopo essere stato sottoposto ad un difficile intervento chirurgico si accorge di avere difficoltà a memorizzare e ricordare cose, persone, eventi. Tenta la via delle emozioni: il sorriso e la gioia costituiscono la terapia giusta per far sì che non dimentichi. E allora inizia a viaggiare, ad incontrare popoli, culture diverse: dall’Africa all’Asia, all’America Latina. Il mondo è un posto straordinario dove poter sorridere.
Andrea è molto legato al nonno e alla mamma ma soprattutto è innamoratissimo della vita. Sorriso inarrestabile, bellissimo, contagioso, da quando ha iniziato a viaggiare ha scoperto numerose situazioni difficili: nel mondo ci sono tantissimi bambini che soffrono a causa della fame, delle violenze, della guerra o per la mancanza dei genitori. Tantissimi hanno bisogno semplicemente di un sorriso, di un conforto. Lui è andato, e va, proprio lì, tra loro. È stato proclamato “Ambasciatore del Sorriso” dall’ONU. Si definisce “amico di tutti i bambini del mondo”. Ha scritto due libri carichi di amore per la vita: “Dove nasce l’arcobaleno” e “Come se io fossi te”.

Andrea, ci parli della tua missione?
«Devo ammettere che la parola missione non mi è mai piaciuta. La mia è semplicemente l’iniziativa di essere felice in maniera incredibile aiutando gli altri. Diciamo che faccio delle “cose” umanitarie per essere io stesso felice. Sarebbe inutile fare qualcosa che non ti fa stare bene».

Quando è stato il momento in cui hai capito che dovevi portare il tuo sorriso, la tua forza, in giro per il mondo?
«Penso di averlo capito nel momento in cui ho scoperto la bellezza del viaggio: andare in giro per il mondo, conoscere luoghi e culture nuove mi ha permesso di scoprire realtà diverse, realtà che mi hanno incuriosito. Ho deciso di sperimentare cosa significa “andare in Africa”, per esempio, senza accontentarmi di vederla in tv. Lì ho portato il mio sorriso. Per dare un sorriso, però, non c’è bisogno di andare così lontano. Basta iniziare dai vicini…».

Sei seguitissimo anche sui social. Leggiamo sulla tua pagina Facebook testimonianze di persone che hanno trovato il coraggio di affrontare situazioni difficili dopo averti incontrato. Cosa si prova quando si ha la consapevolezza di aver aiutato qualcuno?
«È qualcosa di straordinario. Penso sia il guadagno più bello in assoluto, molto più dei pezzi di carta che chiamiamo soldi».

Chi dà forza al tuo sorriso?
«Al mio sorriso dà la forza il calcio contenuto nel formaggio (ride, ndr). Scherzi a parte, io penso che il mio sorriso sia come quello degli altri, solo che io ricordo spesso di mostrarlo. Tutto qui. Non penso che abbiamo bisogno di qualcosa che stimoli o motivi il nostro sorriso».

Hai girato tutto il mondo e continui a farlo. Ci racconteresti una delle tue ultime esperienze?
«Una delle esperienze che più mi è piaciuta è il viaggio in Madagascar, una terra piena di bellezze ma anche di estrema povertà. In questa isola, nel corso della storia, sono passati popoli diversi così oggi lì si trovano persone dalla pelle bianca, nera, mulatta. Ho avuto l’impressione di incontrare bambini che sembravano provenire da ogni parte del mondo».

Andrea, qual è il tuo motto?
«Di motti ne posso avere tantissimi. Mi viene in mente una frase storica che ho detto all’ONU: “Non abbiamo bisogno di un tumore per amare la vita”».

La sera, quando vai a letto, qual è il tuo ultimo pensiero?
«(Ride, ndr) La sera quando vado a letto – mai prima delle quattro – non ho pensieri perché sono talmente stanco che… dopo qualche secondo già dormo».

Sicuramente dorme con il sorriso, Andrea. Non potrebbe essere diversamente: chi ha scelto di vivere con la gioia nel cuore non teme nessuna “notte” perché possiede l’arma giusta per affrontare qualsiasi cosa: il sorriso.
Grazie Andrea per questa intervista ma soprattutto grazie per la tua testimonianza di vita. Il mondo ha bisogno di persone come te!

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Nel territorio del Calatino, nei pressi di contrada Piano San Paolo, si trova la Comunità Terapeutica “La Grazia”. Entrando attraverso il lungo viale alberato, si ha subito la sensazione di contatto con la natura, tipica di questo luogo immerso nella zona che precede la Riserva Naturalistica di Santo Pietro. Proprio qui, nel 2008, prende forma il progetto della “Fattoria Pedagogica” portato avanti dalla dott.ssa Paola Affettuoso, pedagogista specializzata in Neuropedagogia Clinica e Art Counselor, che, guidandoci per la fattoria, ci racconta di lei e del suo progetto, che quest’anno ha ricevuto un riconoscimento a livello nazionale, il Premio per l’esperienza As.Pe.I. 2018 (Associazione Pedagogica Italiana)
«La mia formazione nasce dal volontariato. Dopo gli studi ho iniziato a fare formazione nell’Art Counseling e mi sono specializzata nella Psicopatologia fenomenologico-relazionale. Da allora tante le esperienze e le iniziative come l’istituzione del Centro Studi “Sergio De Risio” e per ultima la fondazione dell’Associazione di Pedagogisti Koinè, assieme ad altri colleghi molto motivati e preparati».
Per la dott.ssa Affettuoso, infatti, la passione per le relazioni interpersonali e la curiosità verso l’altro sono sempre state motori pulsanti del suo percorso professionale nel settore della sanità mentale. «Sono certa che “la bellezza ci salverà” e ci renderà liberi, credo vivamente, infatti, nella possibilità di vedere sempre il bello che c’è negli altri e nel sostegno che si può dare per farlo emergere. Anche la natura, secondo me, è fondamentale nel concetto di bellezza, infatti, qui alla Comunità “La Grazia” viviamo immersi nel verde e questo fa stare bene non solo gli ospiti della comunità, che si occupa della riabilitazione di pazienti con disagi psicologici, ma anche tutti noi operatori».
È proprio da questo principio che parte il progetto della Fattoria Pedagogica. «Abbiamo intuito che un percorso di Zooantropologia e Pet Therapy poteva essere utile per i nostri pazienti, quindi abbiamo iniziato a formarci assieme al prof. Roberto Marchesini in Zooantropologia Assistita con gli animali. Abbiamo acquistato degli asini, incentrando inizialmente parte del nostro lavoro sulla onoterapia, e abbiamo allestito la fattoria. Superata questa prima fase […] abbiamo deciso di formare i nostri pazienti per far sì che diventassero anch’essi educatori della Pet Therapy, trasformandoli a tutti gli effetti in maestri di un percorso da rivolgere a terzi».
Da ormai otto anni, infatti, la Fattoria Pedagogica accoglie circa 2000-3000 bambini l’anno da scuole di ogni ordine e grado, permettendo di riscoprire il territorio attraverso dei percorsi guidati da ospiti della comunità. «Questo ci ha permesso – continua la dott.ssa Affettuoso – non solo di occupare il loro tempo in maniera costruttiva, ma anche di renderli una risorsa presso la comunità locale, cercando di abbattere lo stigma che gira attorno alla malattia mentale, poiché il bambino, che non ha pregiudizi, si approccia a una realtà complessa attraverso la mediazione della natura e degli animali, e restituisce ai nostri pazienti un forte guadagno sull’autostima e la socievolezza incidendo positivamente sui loro percorsi».
Al termine della nostra conversazione, non ci sorprendiamo affatto che un progetto così originale, innovativo e carico di valori sociali e pedagogici abbia ricevuto un premio così importante. «Ciò che mi rende più orgogliosa – ci dice la dottoressa quasi commossa – è aver potuto condividere questo premio con colleghi e pazienti che sono stati parte integrante di questo percorso. L’altro aspetto è sicuramente vedere le facce dei bambini quando vengono qui e restano stupiti e ammaliati dalla magia che c’è in questo luogo».
Terminiamo la nostra intervista e ci lasciamo alle spalle questo luogo con il suo verde, i suoi animali e il suo essere puro, che quotidianamente viene irradiato da quella bellezza che tanto ha ispirato la dott.ssa Paola Affettuoso.

Articolo di Irene Novello

Questa è una storia di vita e di speranza, con un unico filo conduttore: l’amore.
“Le coccole di mamma Irene” è un’associazione di volontariato nata a Torino il 12 giugno del 2018 per ricordare, nel giorno del suo compleanno, Irene Settanta, strappata troppo presto a questa vita a causa di un aneurisma cerebrale, mentre portava ancora in grembo la piccola Emma Maria arrivata alla sua trentaduesima settimana. Irene, una ragazza brillante e intraprendente, con una vita proiettata al futuro, carica di amore e di bontà, nel suo ultimo attimo di vita, con un gesto pieno della generosità più pura, è diventata mamma più volte, donando la vita alla sua bimba, e regalando speranza e rinascita a chi oggi vive grazie ai suoi organi.
La morte è forse uno dei misteri più incomprensibili della vita, ma che comunque fa parte del nostro cammino sulla terra. Di fronte ad un destino così atroce, sono tantissimi i dubbi, la confusione, le domande sul perché la vita si debba rivelare così fragile in un corpo così sano e giovane. Ma al di là del dolore che ha investito questa vita, esistono l’amore e la speranza. L’associazione “Le coccole di mamma Irene”, creata dai familiari e dagli amici di Irene, vuole, infatti, concretizzare l’amore, prendendosi cura dei bambini neonati e ospedalizzati a Torino. Gli associati si occuperanno di dare assistenza e sostegno ai piccoli pazienti i cui genitori e familiari per varie ragioni non possono prendersene cura, ma anche organizzare attività di intrattenimento e supporto in ospedale per i loro fratelli durante i momenti di visita dei genitori, per non farli sentire esclusi bensì parte integrante della vita di questi piccoli ma grandi guerrieri della vita. Dopo un’accurata e adeguata formazione, accompagnati anche dal personale medico e paramedico, i volontari dell’associazione si prenderanno cura dei piccoli ospiti del reparto, dispensando coccole, leggendo fiabe, allietando i momenti con la musica o con il gioco. I bambini nati prematuri hanno bisogno di particolari cure e attenzioni, una delle tecniche praticate in diverse strutture ospedaliere d’Italia è la marsupioterapia, una tecnica semplice che consiste nel contatto pelle a pelle tra il neonato e chi lo accudisce. È una tecnica nata in Colombia e molto praticata nei Paesi in Via di Sviluppo per contrastare la mortalità infantile a seguito di carenze di personale sanitario e d’incubatrici. La marsupioterapia consiste nell’appoggiare il neonato, vestito del solo pannolino, sul petto della persona che lo accudisce, avvolto e legato con un marsupio o un telo ripiegato a forma di triangolo e annodato dietro le spalle. Questo sistema evita la dispersione del calore e permette di sorreggere il bambino in maniera sicura, favorendo il rilassamento della persona che se ne prende cura e dello stesso bebè. Questo tipo di contatto funziona da incubatrice; il respiro e il battito della mamma o di chi ne fa le veci, regolarizzano quelli del bambino. È una tecnica praticata anche per favorire l’allattamento al seno materno. In questo modo i bambini ricevono calore naturale e umano, acquisendo, in tempi più veloci rispetto ai bambini non trattati, respiro e ossigenazione regolari. Inoltre, la marsupioterapia influenza in maniera positiva lo sviluppo neurologico e psicologico del bambino, diversi studi hanno dimostrato come i bambini che hanno ricevuto questo trattamento piangano meno e siano più tranquilli.
Tutte queste sono attività che nel loro intimo celebrano la vita, ed è questo l’obiettivo che anima l’associazione: l’amore di Irene, continua a manifestarsi e crescere.
Chi vuole sostenere l’associazione o diventare volontario donando il proprio calore, offrendo cura, coccole e sostegno ai piccoli guerrieri della vita, può scrivere una e-mail a
info@lecoccoledimammairene.org.

 

 

Articolo di Alessandra Alderisi   Foto di Veronica Crocitti

Solare, dinamica, appassionata. Veronica Crocitti, trent’anni, giornalista e travel blogger messinese, ha una reflex sempre carica e una valigia sempre pronta per partire verso nuove mete da raccontare tra parole, immagini ed emozioni nel suo blog “Scorci di Mondo”. Viaggiatrice attenta, curiosa, innamorata della sua terra e della sua Fiat 500, è partita per un’avventura 100 per cento siciliana, realizzando “Sicilia in 500”, un tour di dieci tappe che ha toccato le città di Taormina, Aci Castello, Ortigia, Modica, Scala dei Turchi, Marsala, Erice, San Vito Lo Capo, Cefalù e Montalbano Elicona.

Veronica, come si diventa travel blogger?
«In base alla mia esperienza potrei risponderti “per gioco”. Mi occupavo, per una testata della mia città, di cronaca nera e giudiziaria. Non c’era nulla di divertente e leggero in questo tipo di percorso professionale, quindi per “svagarmi” ho aperto un blog di viaggi in cui poter esprimere anche la mia passione per la fotografia. Ho investito del tempo sui social e sulla creazione di contenuti di qualità e ora “Scorci di Mondo” non è più solo un hobby ma è diventato il mio lavoro».

Com’è stato realizzare “Sicilia in 500”?
«L’avventura di “Sicilia in 500” è stata unica ed emozionante. Penso di aver raggiunto l’obiettivo con cui era nato il progetto, ovvero quello di raccontare la Sicilia, anche e sopratutto ai siciliani che poco la conoscono, in un modo simpatico e originale, attraverso reportage, video e diari di viaggio che sono andati in onda con cadenza settimanale sia sul mio blog di viaggi che su tutti i miei canali social».

Perché hai scelto proprio la mitica Fiat 500 per i tuoi spostamenti durante questo itinerario?
«La mia macchina da città è una Fiat 500, si chiama “Paperina” e non la cambierei per nulla al mondo. Per realizzare il tour mi sono rivolta ai vari “Fiat 500 Club” di zona che mi hanno permesso di guidarne una di modello e colore diverso per ogni tappa».
Qual è stata la tappa che ti ha emozionato di più?
«Tutte le tappe sono state bellissime, ma mi è piaciuta molto quella di San Vito Lo Capo, non tanto per la meta in sé, perché tra quelle non saprei scegliere, ma proprio per la strada che si percorre per arrivarci. Per quasi un’ora ti ritrovi in mezzo al nulla a costeggiare il mare e le spiagge bianchissime. Rigenerante!».

Viaggiare è la tua passione, ma quando riponi la valigia come trascorri il tempo nella tua Messina?
«Quando torno a casa inizia per me il vero lavoro. Sistemo tutto il materiale raccolto, guardo tutte le fotografie scattate e le seleziono, programmo i prossimi viaggi e penso ai progetti che vorrei realizzare. Per il resto sono una persona che ama la tranquillità. Mi piace andare al mare e leggere».

Ogni meta ha la sua bellezza e le sue suggestioni, qual è il luogo che però più degli altri ti è rimasto nel cuore?
«Senza dubbio la Tanzania. Lo scorso anno il viaggio più bello è stato per me quello in Africa. È stato un ritorno alle origini, è come se si azzerasse quello che hai appreso fino a quel momento. Si sgretolano tutte le gabbie occidentali a cui siamo abituati. Bisogna viverla per provare questa sensazione, per sentire forte il contatto con la natura e con la spiritualità. Solo dopo che ci sei stato, puoi capire e sperimentare il cosiddetto “Mal d’Africa”. È vero, quando torni, vorresti subito tornarci».

Quali progetti ci sono nel tuo futuro? Di quali esperienze speri di riempire il tuo bagaglio?
«Sono sempre in movimento. Tra poco partirò per il centro Europa e poi mi aspetta un viaggio nel sud-est asiatico. Oltre a portare avanti progetti a livello internazionale la mia mission rimane sempre quella di far conoscere gli incantevoli scorci della Sicilia raccontando in vari modi la mia terra. Viviamo in una delle isole più belle del mondo, ricordiamocelo sempre».

Se siete come Veronica appassionati di viaggi non vi resta che seguire il suo blog “Scorci di Mondo”, magari potreste trovare spunti interessanti per programmare una gita fuori porta o le prossime vacanze.

Articolo di Titti Metrico   Foto di Milena Ippolito

Lo chef Alfio Visalli, catanese di origine, è un uomo semplice che si è fatto da solo, alla vecchia maniera, uno di quelli che crede ancora a una stretta di mano guardandosi negli occhi. Nonostante la sua carriera sia tuttora piena di soddisfazioni, non ha mai perso quell’umiltà che traspare dalle sue parole, quei valori che lo rendono un uomo legato fortemente alla sua famiglia e ai suoi figli.
La sua passione per la cucina ha radici lontane, nasce tanto tempo fa, quando ebbe la possibilità di vivere l’estate a Stazzo, una frazione marina del litorale acese. È lì che iniziò il suo primo approccio con il mare. I suoi occhi non smettevano di guardare quei pescatori che, alle prime luci del mattino, arrivavano al molo con tutte quelle reti piene di pesce. «Presto capii – racconta – che quel profumo di mare e quel blu, non potevo più lasciarli, lì stavo bene».
La sua personalità e il suo carattere prendono forma e si esprimono quando, all’età di 16 anni, inizia a lavorare in alcuni ristoranti di Acitrezza. Dopo qualche anno, collaborando con un’azienda che abbracciava tutto il mondo ittico, dal fresco al surgelato, ha la possibilità di nutrire la sua cultura sui prodotti del mare e l’opportunità di esprimere la sua personalità eclettica. Lavora all’estero, superando quelle difficoltà che un giovane uomo può incontrare in una nuova realtà, ma anche lì la sua bontà d’animo e il suo talento fanno breccia nei cuori dei londinesi.
Gli manca però il profumo della sua terra, sogna di rivedere quel blu che era stato la sua ispirazione e allora decide di tornare a casa. Da quel momento si ferma ed inizia a costruire il suo futuro e la sua famiglia. Il suo obiettivo diventa quello di mettere la sua saggezza e la sua esperienza al servizio dei suoi colleghi ristoratori e di tutte quelle persone che vogliono migliorare la qualità della propria vita, partendo dal cibo.
Dopo una vita dedicata al mondo ittico e alla ristorazione, lo chef Alfio Visalli ha deciso di creare uno spazio che sia di ausilio per tutti coloro i quali vogliono e pretendono unicità ed eccellenza nella propria azienda e non solo. Così nasce Blu Lab Academy, un centro polifunzionale che ha le sue basi nell’alta e specializzata competenza dei professionisti coinvolti, organizzando corsi professionali di cucina con molti colleghi chef rinomati e stellati che li hanno scelti.
Un concept preciso, un insieme di strategie, tese ad acquisire, creare, condividere e rendere utilizzabile la conoscenza necessaria al raggiungimento degli obiettivi e della mission aziendale.
«Chi si rivolge a noi e chiede le nostre consulenze – spiega lo chef Visalli – avrà la possibilità di individuare la scelta, il prodotto, il professionista più adeguato alla propria esigenza e di essere seguiti pedissequamente nello sviluppo del progetto. In futuro nascerà un Networking targato Blu Lab Promotion, il profilo operativo di Blu Lab dove, dopo un’attenta e scrupolosa selezione, verranno inserite alcune aziende che condivideranno una piattaforma esclusiva. In poche parole sinergia pratica».
Blu Lab Academy è stata protagonista di due recenti eventi: la fiera CamBIOvita Expo, con due show cooking dedicati all’importanza del tempo e delle tradizioni, e l’Open Day nella propria sede di Aci Sant’Antonio, che ha ospitato lo chef Roberto Toro e il suo libro “Piacìri”, sancendo così la collaborazione con la nostra rivista.
In occasione di Cibo Nostrum, la grande festa della cucina italiana svoltasi lo scorso 20 e 21 maggio a Taormina, lo chef insieme ad alcuni colleghi in una singolare station targata “Chef for Blu Lab” ha allietato gli ospiti deliziando i palati con ricette dal gusto esclusivo.
«Credo al talento, è di ausilio e supporto a molti ragazzi – conclude lo chef Visalli -. Oggi i giovani devono avere la forza di resistere, di fare sacrifici e non possono essere lasciati soli, la famiglia in primis non può disilluderli anzi deve condividere le loro aspirazioni».

Articolo di Angelo Barone

Bisogna prendere coscienza che si deve lavorare insieme. Nel Val di Noto ci vuole maggiore sinergia tra i comuni

In occasione del meeting organizzato a Catania dall’hub gastronomico “Sikele” per discutere la pianificazione di una presenza qualificata delle imprese siciliane negli Emirati Arabi, argomento che sarà approfondito a Sharjah durante l’Heritage Day dal 4 al 22 aprile, incontriamo Ray Bondin, Ambasciatore Emeritus UNESCO e direttore dell’Ufficio Programmi Internazionali dell’Unione Europea presso Heritage Malta. Impegnato a valorizzare il Patrimonio UNESCO in tutto il mondo e a promuovere scambi culturali ed economici nel Mediterraneo ci parla delle opportunità e delle difficoltà della Sicilia, della quale è un grande estimatore «La Sicilia è ricca di siti UNESCO, è una terra che ha una stratificazione storico-culturale che attraversa tutte le civiltà, ha grandi potenzialità di sviluppo turistico e quando mi invitano, vengo con piacere anche per rafforzare i rapporti tra la Sicilia e Malta. Ma qui è difficile concretizzare le cose, manca la collaborazione tra le istituzioni e la sinergia tra le imprese, non si fanno investimenti adeguati sulla cultura e sul vostro grande patrimonio artistico e paesaggistico». Su questo concordiamo, ma l’Ambasciatore continua «manca la professionalità e non esiste un’offerta turistica completa, per attrarre turisti ed essere competitivi si deve fare rete tra i diversi siti e si deve saper comunicare con brand efficaci e facilmente riconoscibili».

Nella sua visione, quali sono gli aspetti che non possono essere tralasciati per la promozione del Val di Noto?
«Bisogna prendere coscienza che si deve lavorare insieme. Nel Val di Noto ci vuole maggiore sinergia tra i comuni, potete offrire al mondo elementi di storia e cultura che vanno dalle Necropoli di Pantalica alla ricostruzione del Barocco, qui vivono riti e tradizioni che meritano maggiore promozione. Sarò a Scicli per assistere a una delle feste più belle della Sicilia, La Cavalcata di San Giuseppe e sto seguendo un possibile dossier UNESCO sul metodo di lavorazione del Cioccolato di Modica».

La Valletta nel 2019 sarà Capitale Europea della Cultura. Questo evento contribuisce alla crescita economica di Malta?
«Sì, oggi c’è un grande fermento culturale e un notevole sviluppo economico, tante imprese, anche siciliane, lavorano e investono a Malta. Questo riconoscimento e questo sviluppo economico sono frutto di investimenti notevoli sulla cultura e sul Patrimonio Unesco delle Isole maltesi: la Città de La Valletta, i Templi Megalitici e il Hal Saflieni Hypogeum».

Torniamo alla Sicilia, quali altri dossier possono meritare l’attenzione dell’ UNESCO?
«Avete un luogo fantastico come l’Argimusco dove nel mese di ottobre si terrà un convegno che vedrà la partecipazione dei più importanti archeologi del mondo, a Nicosia insiste un grande patrimonio rupestre, a Troina la devozione che da secoli si rinnova per il Festino di San Silvestro con un lungo pellegrinaggio nella foresta dei Nebrodi dove il legame tra il sacro e il mistero è indissolubile. Merita attenzione anche la collezione di ex voto di Trecastagni, dove le tavolette votive sono disegni che riproducono la scena del miracolo oggetto del voto».

Chiudiamo questa piacevole e utile conversazione con Ray Bondin con la sua disponibilità a venire a Grammichele per una nostra iniziativa sul Barocco del Val di Noto.

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Valter Speciale

Incontriamo a Catania Pietro Agen, Presidente della Camera di Commercio del Sud-Est Sicilia, organismo che riunisce le Camere di Catania, Siracusa e Ragusa, mentre si gode il successo dei Campionati Europei Giovanili di sci alpinismo sull’Etna. Lo troviamo felice perché una sua grande passione sportiva è stata una buona occasione per promuovere la Sicilia facendo vivere a tanti atleti, provenienti da tutto il mondo, un’esperienza unica: sciare nei paesaggi suggestivi dell’Etna; e nello stesso tempo lo troviamo determinato a definire un programma della Camera di Commercio condiviso e partecipato da tutto il mondo imprenditoriale.

Presidente da dove si comincia?
«Dal riprendere il ruolo attivo finalizzato alla crescita del territorio, la Camera deve diventare il luogo del confronto su tutte le tematiche che riguardano il mondo imprenditoriale e delle scelte da fare con progetti definiti e responsabilità individuabili in capo ai diversi componenti della Giunta Camerale e a un funzionario della stessa. Occorre omogeneizzare i servizi in tutte le sedi e specializzare le stesse in funzione alla peculiarità territoriale e ai programmi da realizzare valorizzando le migliori competenze presenti, ad esempio se la sede di Ragusa ha maturato servizi ed esperienze positive nel settore agricolo, adegueremo i servizi di tutte le sedi a quell’esperienza e individueremo le responsabilità nella sede di Ragusa. Lo stesso criterio vale per tutti i servizi e i programmi da realizzare».
Abbiamo capito che Ragusa può essere il polo d’eccellenza per il settore agroalimentare, quali programmi per Catania e Siracusa?
«A Catania sono maturate esperienze positive nel settore espositivo e c’è una forte domanda di turismo congressuale, dobbiamo programmare la realizzazione di un centro congressi e un’area espositiva adeguati. Eataly desidera investire in questa città, bene credo che per questo progetto l’area dell’ex mercato ortofrutticolo sia adeguata. Con Eataly possiamo avere un rapporto di sinergia con il suo canale di vendita per le nostre produzioni agroalimentari di qualità. Dobbiamo sfruttare meglio le potenzialità turistiche ed enogastronomiche dell’Etna e penso anche a una scuola di alta formazione alimentare. Siracusa deve vendere meglio il grande patrimonio culturale di cui dispone, abbiamo una bella e grande sede di 5.550 mq, dove lavorano quattordici dipendenti, penso che possiamo farla diventare una centrale di sviluppo turistico e culturale. Una struttura tematica che metta in rete il Barocco del Val di Noto e valorizzi tutta l’area compresi i centri minori come Militello».

Presidente, come sviluppiamo i sistemi logistici del Sud-Est con gli aeroporti e i porti?
«Qui occorre fare una premessa. L’obiettivo è privatizzare il sistema aeroportuale a cominciare da quello di Catania e senza dimenticare il ruolo strategico di quello di Comiso. Ora andiamo con ordine, l’aeroporto di Catania cresce in modo adeguato in numero di passeggeri, ma subisce una grossa concorrenza da parte dei privati sui parcheggi e non possiamo tenere chiuso il parcheggio multipiano per un contenzioso che dura da troppo tempo, così come bisogna adeguare nei tempi i bandi per la concessione delle aree commerciali. A Comiso bisogna dare una soluzione alla mancata ricapitalizzazione della SOACO e allo stesso tempo si deve mettere mano ai costi di gestione. Non è possibile avere perdite notevoli e allo stesso tempo stipendi più alti per gli addetti di Comiso rispetto a quelli di Catania, così come avere trenta incaricati alla security sia in estate quando ci sono dieci voli sia in inverno con un solo volo. I due aeroporti devono lavorare in sinergia come sistema per garantire migliori servizi e fare economie di scala. I porti di Catania e Siracusa devono puntare su turismo, passeggeri e crociere, Augusta sui container e Pozzallo deve continuare a specializzarsi sulle merci leggere e sulle merci sfuse e rafforzare i collegamenti con Malta».

Articolo di Erika Magistro

“Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera. Non finirei mai di parlarne, di ritorecchiarmi in un così tenero miraggio di lontananze…”.

È con le parole di Gesualdo Bufalino che vogliamo ricordare Italia Chiesa Napoli, madre di tutti i pupi catanesi e ultima esponente della seconda generazione della marionettistica dei fratelli Napoli che, dal 1921, donano voce e anima alle epiche sfide di Orlando. Parlatrice ineguagliabile, voce della “Signora Tigre” di Montalbano e amabilissima “Alda la bella”, Italia Chiesa Napoli ha sempre portato avanti, con tenacia e passione, la lotta per la realizzazione di un sogno: mantenere in vita la tradizione, senza la quale saremmo solo popoli senza un nome.

Donna forte, madre amabile e moglie devota. Aveva sposato Natale Napoli, figlio di Don Gaetano, un puparo che amava a tal punto i suoi pupi da non decretarne mai la scomparsa. Venne poi la guerra e Don Gaetano cedette il passo ai suoi figli maschi (uno di loro, Saro, scomparso in giovane età) che, con talento e costanza, esportarono l’Opera dei Pupi nel mondo fino alla conquista del premio “Erasmus” ricevuto dai reali d’Olanda e destinato a “persone e istituzioni che per la loro attività hanno arricchito la cultura europea”. Italia Chiesa Napoli, attrice dalle invidiabili virtù organizzative e dalla grande audacia, era un’eroina di altri tempi e dalla personalità magnetica, capace di tenere in piedi una famiglia numerosa. Volle che tutti i figli avessero percorsi scolastici regolari ed ebbe un ruolo decisivo nella correzione dei copioni calcando le scene dei più grandi teatri: venne scelta dalla stessa Lina Wertmüller, per recitare la parte di una nobildonna siciliana, zia di Delia Scala. Fu la sola, di tutta la compagnia, a partecipare per due volte consecutive alla commedia musicale “Rinaldo in campo” di Pietro Garinei e Sandro Giovannini. La prima nel 1961 e la seconda nel 1987.

Con Italia Chiesa Napoli, che ci ha lasciati lo scorso sabato – 13 gennaio 2018 all’età di 93 anni – se ne va un altro pezzo della storia catanese ma la sua traccia nella tradizione culturale siciliana dell’Opera dei Pupi rimarrà viva nella memoria di chi ne ha amato, stimato e rispettato la dignità umana e artistica. Per sempre.