Articolo di Titti Metrico   Foto di Istituto Alberghiero “Principi Grimaldi”

L’attivista americana Wilma Mankiller sosteneva che “nessuno in nessuna parte del mondo possa parlare di futuro del proprio popolo o della propria organizzazione senza parlare di formazione. Chiunque controlli la formazione dei nostri ragazzi controlla il futuro”.
In questo numero di Bianca Magazine voglio presentarvi una bellissima realtà. Siamo a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, presso la sede distaccata dell’Istituto Alberghiero “Principi Grimaldi” di Modica. Dal 2001 è il fiore all’occhiello per la formazione professionale nel campo dell’enogastronomia, dell’ospitalità alberghiera e per tutto ciò che riguarda l’ambito turistico e ristorativo. Conosciamo il Dottore Giovanni Brullo, un docente che ama la sua professione, parlando con lui e con gli altri suoi colleghi ti accorgi che questa non è una semplice scuola, ma un’istituzione in cui viene trasmesso ad ogni ragazzo l’amore e la passione per il percorso che ognuno di loro intende intraprendere. Il percorso di studi all’interno dell’Istituto Alberghiero prevede tre indirizzi specifici: Enogastronomia, Servizi di sala e di vendita, Accoglienza turistica.
Ho avuto modo di conoscere questi ragazzi, e li ho visti all’opera, si capisce che l’apprendimento non è un processo strettamente legato ai libri, ma soprattutto alle attività che la scuola intraprende per la formazione di questi ragazzi, la scuola svolge delle attività attinenti ai progetti Erasmus, dando agli alunni la possibilità di vivere e confrontarsi con realtà enogastronomiche diverse dal nostro paese.
Professore Brullo a quali manifestazioni hanno partecipato gli studenti in questi ultimi anni?
«Nel corso degli anni la scuola si è contraddistinta per le partecipazioni a concorsi enogastronomici, riportando ottimi risultati, come: miglior sommelier junior d’Italia, primo posto assoluto in sala e vendita nel concorso nazionale per gli istituti alberghieri “Caroli Hotels”, secondo classificato in cucina nel concorso nazionale per gli istituti alberghieri “Caroli Hotels” svolto a Gallipoli. Primo classificato in cucina nel concorso di cucina “Terra Matta”, e dopo la partecipazione a Expo 2015 a Milano, nel padiglione Sicilia con la partecipazione in una puntata del programma di mezzogiorno italiano su Rai1.
La scuola è attiva anche con diverse iniziative aziendali private per promuovere i propri prodotti, ed è anche coinvolta dai comuni per pubblicizzare eventi culturali gastronomici. Collabora con il “Consorzio Chiaramonte 2” per promuovere i prodotti del territorio, infatti nel 2018 è organizzato il primo concorso Nazionale con gli Chef stellati. Da quest’anno collabora con le associazioni: Slow Food Ragusa e con la Federazione Italiana Cuochi Iblei».
L’Istituto Alberghiero “Principi Grimaldi” oltre ad avere ottimi docenti che trasmettono ai propri studenti, tra l’altro già entusiasti e interessati, la passione per quello che può essere il proprio futuro lavorativo insegnano loro l’utilizzo di eccellenze siciliane che raccontano le tradizioni e la cultura della nostra cucina e, di conseguenza, dei nostri territori.

Articolo di Angelo Barone e foto di Birrificio Messina

A Catania incontro Elio Azzolina, componente del CdA della Cooperativa Birrificio Messina in quota alla Fondazione di Comunità di Messina, per conoscere meglio la storia dei quindici soci lavoratori che forti dell’esperienza lavorativa maturata alle dipendenze dello storico stabilimento della Birra Messina non hanno mollato mai, anche nei momenti più difficili ed hanno messo in campo passione e tenacia, investendo il proprio Tfr (Trattamento di fine rapporto) e tutta l’indennità di mobilità per continuare la produzione della birra a Messina. Una storia quella della produzione della birra a Messina avviata nel 1923 dalla famiglia Lo Presti – Faranda che negli anni ‘80 cede lo stabilimento alla Dreher che, successivamente all’acquisizione da parte di Heineken, diventa uno degli stabilimenti di punta in Europa con una produzione di un milione di ettolitri l’anno e ottanta dipendenti. Quando a fine anni ‘90 l’Heineken decide di ingrandire lo stabilimento rimane impantanata nella palude della nostra burocrazia con la conseguente decisione di spostare la produzione in Puglia. Nel gennaio 2007 Heineken annuncia la chiusura dello stabilimento di Messina e dopo un anno di trattative cede un ramo di azienda (tenendo per sè il marchio Birra Messina che continua a produrre in Puglia) agli eredi della famiglia Faranda e i dipendenti trasferiscono il loro Tfr dalle casse della multinazionale a quelle della Triscele Srl che le subentra tentando, però, poco tempo dopo l’avvio delle attività produttive, un’operazione di speculazione edilizia. Di fronte ad un possibile cambio di destinazione d’uso i lavoratori si attivano con successo presso la Regione per fare apporre il vincolo d’interesse storico ed etnoantropologico allo stabilimento industriale e ne bloccano l’operazione di abbattimento. La Triscele srl decide di terminare la produzione avviando le procedure di licenziamento dei dipendenti.
Nel 2013 comincia un’altra storia: quindici ex dipendenti della Triscele Srl puntando sulla propria professionalità scelgono di ripartire in forma di cooperativa e fondano il Birrificio Messina e diventano “imprenditori”. Determinante è sia il ruolo della Fondazione di Comunità di Messina che sta al loro fianco che la solidarietà della città. Insieme Cooperativa e Fondazione realizzano una pianificazione economica – finanziaria del nuovo birrificio sostenibile e credibile, tanto che la Fondazione riesce a coinvolgere investitori e finanza specializzata attraendo per il Birrificio circa due milioni di euro che insieme al Tfr dei lavoratori hanno coperto il fabbisogno per avviare la produzione. La Fondazione lancia un piano di comunicazione sociale finalizzato ad attivare un fondo partecipativo, oggi trasferito come capitale sociale alla cooperativa. Questo progetto di rinascita diventa l’orgoglio della città di Messina ed è un esempio positivo per tutta la Sicilia. La Birra dello Stretto è un omaggio a Messina per il suo solidale sostegno: un prodotto di alta qualità che può unire come un ponte sullo stretto. “DOC15 è la birra che ognuno di noi lavoratori e fondatori della Cooperativa dedica all’altro. Abbiamo creduto in questo progetto di rinascita e fianco a fianco abbiamo dimostrato che la lotta e la dignitosa perseveranza trasforma i sogni in obbiettivi raggiungibili. DOC è la birra, i 15 siamo noi: nasce per essere condivisa”.
Anche l’Heineken apprezza la professionalità della Cooperativa e stringe recentemente con essa un accordo quinquennale per la distribuzione in campo nazionale dei brand della cooperativa e per la produzione (su loro ricetta) della Birra Messina Cristalli di Sale pubblicizzata con uno spot dell’agenzia Armando Testa con la regia di Piero Messina, le musiche di Ennio Morricone e immagini che valorizzano la bellezza della Sicilia. Con quest’accordo si raddoppia il volume di produzione e le birre della cooperativa: la Birra dello Stretto e la DOC15 avranno una distribuzione nazionale e internazionale che farà arrivare il marchio in tutto il mondo. In cooperativa già pensano al futuro e le maggiori entrate saranno investite in una nuova cantina. Complimenti a questa bella realtà. Quando una comunità si mostra coesa e solidale le opportunità aumentano e si realizzano anche gli obiettivi del Distretto Sociale Evoluto, creato dalla Fondazione di Comunità di Messina.

Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Daniele La Malfa

Sino all’ultimo il pubblico siciliano ha votato, tifato e trepidato per lei restando incollato alla Tv. Per poco ha persino sfiorato la vittoria al Concorso di Miss Italia, giunto alla sua 80a edizione e svoltosi al PalaInvent di Jesolo lo scorso 6 settembre. La ventenne messinese Serena Petralia, che ha partecipato alle selezioni con il patron Mario D’Ovidio (agente della Sicilia Ovest) si è dovuta accontentare del secondo posto, dopo la vincitrice Carolina Stramare (ripescata dalla giuria delle “Miss storiche”) e l’altra finalista Semvi Fernando. Eppure Serena con i suoi capelli e occhi scuri e il suo fascino mediterraneo, forte della fascia di Miss Sicilia conquistata nella splendida cornice barocca di Noto, è riuscita a superare tutte le eliminazioni in una competizione dura in cui si sfidavano ottanta ragazze. Serena Petralia ama definirsi come «una semplice ragazza di vent’anni, che abita a Taormina e studia lingue all’Università di Catania. Ho vinto il titolo di Miss Sicilia e questo per me ha un grande valore: la Sicilia per me è casa, è il luogo più suggestivo che io conosca e quello in cui mi riconosco». Serena Petralia ha portato a casa anche due prestigiose fasce: Miss Kissimo Biancaluna e Miss Diva e Donna. Un’esperienza senza dubbio esaltante da tanti punti di vista, poiché è così che cominciano a realizzarsi tanti desideri. «L’esperienza di Miss Italia è stata senza ombra di dubbio impegnativa ma anche ricca di soddisfazioni, è stata per me una sorta di accademia, mi ha insegnato a superare dei limiti che pensavo di avere e a essere più sicura di me stessa. Il mio percorso nel mondo dello spettacolo è iniziato la sera della finale di Miss Italia, perché prima di partecipare al concorso, ho sempre lavorato nel campo della moda, per l’esattezza da quando avevo quattordici anni». In realtà, Serena Petralia ha già partecipato nel 2015 anche alle selezioni di Miss Mondo, arrivando tra le prime dieci classificate. Ma la bellezza nella vita non è tutto, occorrono anche tante altre qualità e di questo ne è abbastanza consapevole, nonostante la giovanissima età con la sua saggezza Serena Petralia ci confida: «Al giorno d’oggi, credo che la bellezza conti molto ma che non sia tutto, può solo aiutarti in quello che vorrai fare nella vita, ma bisognerà comunque avere una grande componente di capacità e determinazione. Il mio sogno è quello di affermarmi nel campo della moda, anche se molti mi consigliano quello del cinema. A oggi non escludo nulla, anzi sono disposta a prendere in considerazione qualsiasi opportunità lavorativa». A Serena Petralia auguriamo di realizzare tutti i suoi desideri e portare in alto il nome della Sicilia con la fascia che rappresenta.

Articolo di Irene Novello   Foto di Rosario Vitale

 

Ho conosciuto Rosario Vitale grazie a circostanze familiari, dove sicuramente Dio ha messo il suo zampino! Rosario, persona splendida, fiore all’occhiello del genere umano, carica di bontà d’animo e determinazione, una persona che ti arricchisce sicuramente l’anima!
Rosario è originario di Castel di Iudica, ma attualmente vive a Roma in quanto è seminarista presso la Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù e studia alla Pontificia Università Lateranense per conseguire la licenza in Diritto canonico. Si è anche baccalaureato in Teologia a Catania e ha conseguito il diploma di postulatore delle cause dei santi, per istruirne le canonizzazioni.
Legato alla persona di Papa Ratzinger fin da quando era cardinale, la sua bravura e determinazione l’hanno portato a scrivere il libro “Benedetto XVI – Il primo Papa emerito della storia” e a presentarlo il 24 giugno a Roma, presso la Sala Conferenze di Palazzo Theodoli – Bianchelli della Camera dei Deputati. È un libro dal carattere storico e canonistico che tratta la rinuncia al ministero petrino di Papa Benedetto XVI e che presenta una disamina dei Pontefici che nel corso dei secoli hanno rinunciato alla carica massima della Chiesa. Inoltre il libro tratta dello status e del titolo da attribuire al Papa che rinuncia al ministero petrino, su questo punto come tiene a precisare Rosario, ancora oggi sussiste una lacuna normativa, che lo stesso Papa Francesco ha fatto presente la necessità di colmare.
L’ opera è stata anche arricchita con un dipinto realizzato da Mauro Pallotta, in arte Maupal, il famoso street artist romano che ha realizzato un quadro che ritrae il Papa emerito mentre suona il pianoforte.

Rosario, hai anche avuto il privilegio di incontrare il Papa emerito Ratzinger, cosa vi siete detti?
«Ci siamo incontrati presso i Giardini Vaticani, abbiamo parlato della Sicilia ma anche della vocazione. Di recente ho anche dato al segretario del Papa emerito una copia del mio libro per lui e so anche che è stato molto apprezzato. Ultimamente ho incontrato anche Papa Francesco consegnandogli la copia del mio libro, lui è stato molto felice di riceverlo e ha detto che questo è un argomento molto interessante che deve essere approfondito nel modo giusto».

Chi è il tuo mentore?
«La personalità che mi appassiona di più è Giorgio La Pira perché ha saputo unire la sua voglia di fare del bene e lo ha fatto nella politica come nella società, con carità e umiltà». Qual è il tuo rapporto con Gesù? «Il mio rapporto con Gesù si basa su un suggerimento che mi ha dato il Papa emerito che ha detto: con Gesù bisogna avere un rapporto di amicizia; se avrai un rapporto di amicizia con lui, non potrai mai venire meno a questo legame. Perché l’amico dà tutto e non si aspetta niente, altrimenti diventa una fiamma che man mano si spegne».

Che emozione ti suscita vivere a Roma?
«Mi suscita innanzitutto incredulità, perché da un paesino come Castel di Iudica andare a vivere in una metropoli, ti cambia la vita. Vivere a Roma non ti stufa mai, si scoprono sempre cose nuove, è sempre un’emozione».

Come vedi la tua vita futura?
«A me piace molto studiare e scrivere, spero di perfezionare i miei studi dal punto di vista giuridico e canonistico. Io mi vedo al servizio della Chiesa, quindi quello che Dio vorrà per me lo porterò a termine».

Il libro verrà presentato in altri convegni in giro per l’Italia, tra cui una tappa a Macerata, Torino e Milano e a gennaio Rosario terrà una conferenza presso l’Università della Repubblica Domenicana dove andrà a fare un anno di missione nelle parrocchie e lavorerà insieme ad altri missionari negli ospedali e negli oratori del posto.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Mirco Mannino

Ho conosciuto Mirco qualche mese fa, esattamente il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia.
Era un mattino uggioso e freddo. Lo conobbi grazie ad un caro amico che, in quei giorni, lo stava ospitando in casa propria. Non fu difficile per me leggere in quegli occhi, azzurri e limpidi, la carica che lo accompagnava: scoprire la Sicilia, interrogarla attraverso il popolo che vi abita e viverla in modo tale da farne un’esperienza completa.
Mirco ha 25 anni e una laurea triennale in Scienze Alimentari. Conclusi gli studi, decide di spostarsi dalla Lombardia in Sicilia, per qualche mese, lavorando come cameriere. E ancora dalla Sicilia in Germania, facendo il gelataio.
Ad accompagnarlo, però, un pensiero fisso: apprezzare meglio la propria nazione, l’Italia delle meraviglie che tutti, ahimè, conosciamo troppo poco.
Così si organizza e parte, con l’essenziale. E inizia dalla Sicilia, terra d’incanto…

«Cos’è per voi la Sicilia?
È una domanda che pongo alle persone che mi ospitano in Sicilia, per scoprire al meglio la loro sensibilità verso la propria terra. Curioso come non mai di sentire la risposta, reggo la videocamera mentre mi rispondono guardando fisso l’obiettivo.
Mi presento, mi chiamo Mirco Mannino e ho 25 anni. Sono nato e vissuto a Milano, ma originario rispettivamente di Scicli e di Catania. Sono sempre stato ciecamente attratto dalla terra da cui provengo, grazie all’influenza dei miei genitori attraverso la cultura e la conoscenza del dialetto.
Ho sempre avuto modo di apprezzare la Sicilia durante le vacanze estive o natalizie, ma questo con il trascorrere degli anni cominciò a non bastarmi.
È nato così il progetto In Viaggio con Te – iniziato il 3 Novembre 2018 – con l’idea di scoprire la Sicilia nel dettaglio documentando ogni cosa tramite foto e brevi video. A bordo della mia VW Golf, seconda serie, mi muovo qui e là per la Sicilia alla ricerca dei posti più affascinanti e nascosti, desideroso di entrare ancora più a fondo nell’essenza dei luoghi che attraverso: dalla Rocca di Novara di Sicilia, tra le più alte montagne dei Peloritani, al Lago Pozzillo a Regalbuto, dove ho campeggiato e goduto l’estasi del tramonto e della successiva alba. Per non parlare di alcune delle più belle tradizioni cui ho assistito: dai festeggiamenti di Sant’Agata a Catania, alla Settimana Santa ad Enna. Per quanto riguarda l’alloggio mi muovo chiedendo ospitalità alle persone del luogo su delle piattaforme online. In questa maniera, oltre che ammortizzare i costi del viaggio, entro ancora più in contatto con la realtà locale e sociale.
Muovendomi di casa in casa e di paese in paese, ho dato vita a un vero e proprio “viaggio condominiale”, basato su piccoli spostamenti. È successo talvolta che, non trovando nessuna disponibilità online, ho ripiegato chiedendo direttamente in paese, nei bar o nelle piazze e, grazie alla cordialità e all’ospitalità tipica delle persone del Meridione, sono stato accolto in casa come un figlio. In più di sei mesi di viaggio non ho mai avuto brutte esperienze in fatto di alloggi. Fino ad ora mi sono concentrato nella fascia orientale dell’isola: quasi un quarto di tutta la Sicilia.
Se il progetto ha un buon sviluppo mediatico, mi piacerebbe continuare questo tipo di viaggio condominiale per le altre regioni d’Italia: una regione alla volta.
Per ora mi accontento della mia Sicilia, che ancora non ho esplorato a dovere. Se vedrete una persona che vaga qui e là inseguendo un tramonto o un’alba, quello sarò io.
Che cos’è dunque per voi, cari lettori, la Sicilia?
La risposta più bella che finora ho ricevuto è: “Il mio ombelico”.
… A te»

Conobbi Mirco il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia.
A lui devo gli occhi nuovi con cui guardo la mia Sicilia, terra d’incanto nell’Italia delle Meraviglie!

Articolo di Fabio Granata

Quella di Sebastiano Tusa è una perdita immensa.
Immensa la sua Eredità. Un lascito che va ricercato e custodito nei suoi scritti e nei suoi studi di valore universale e nell’esempio esistenziale che ha incarnato attraverso
uno stile di vita inconfondibile e coerente. Molto “greca” la sua inesauribile spinta vitale, tesa a superare limiti e difficoltà, ostacoli e dolori, soprattutto nell’ultima stagione della sua avventura terrena. Così come molto “greca” è stata la sua ricerca incessante e instancabile delle tracce di quell’unico paesaggio culturale rappresentato dalla Civiltà Mediterranea e dai confini del Mare nostrum, un mare capace di custodire lasciti e differenze, radici e identità, curiosità e apertura.
Posso serenamente dire di aver condiviso con Sebastiano una sensibilità e una visione del mondo per certi versi politeista, tragica e legata al Mito e al Mar Mediterraneo, convinti entrambi di un’omologia strutturale tra la sua configurazione geografica, nel rapporto frastagliato tra terra e mare, e la sua cultura.
Mesopotamia: la Civiltà ha le sue origini in Oriente in un Terra contenuta tra le acque di due fiumi. Ma poi la Civiltà si disloca da Oriente in Occidente, dal pieno della Terra al vuoto del Mare: in Egitto, a Creta e in Grecia. E poi dalla Grecia in Sicilia. Sebastiano Tusa discende certamente da quella razza di uomini di mare e d’avventura che nell’antichità “disegnarono” uno spazio, profilarono un orizzonte storico e geopolitico inedito, tracciarono non il limite di un confine ma il grande spazio di un mare bordato da terre. Uno spazio circondato da popolazioni diverse tra loro per lingue, costumi, profumi, sapori e divinità. Ma allo stesso tempo con forti radici comuni, le stesse che Sebastiano ricercò instancabilmente: dalla sua Pantelleria a Mozia, da Lipari a Siracusa, da Gela a Trapani, alla Libia e alla Tunisia. Il “Mare di mezzo” non più ostacolo o barriera invalicabile ma “luogo dell’Anima” che Tusa riuscì a raccontare in maniera impareggiabile. Un Mare che connette, veicola, trasmette merci e idee, parole e immagini, arti e mestieri e include divinità, paesaggi e natura.

Viene alla mente Braudel:
“Che cosa è il Mediterraneo?
Mille cose insieme.
Non è un paesaggio ma innumerevoli paesaggi.
Non un mare ma un susseguirsi di mari.
Un crocevia antichissimo.
Da millenni tutto vi confluisce complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, merci, idee, navi, religioni, modi di vivere”.

Solida la terra, compresa tra certi limina su cui s’incidono come segno indelebili vie e percorsi e tracce di stratificazioni culturali uniche e sublimi. Fluido il mare, dove tutto scorre e in cui l’itinerario tra un punto e un altro va tracciato ogni volta di nuovo e la rotta è sempre da inventare. E il rapporto con il mare stimola il pensiero e produce conoscenza.
Limiti e segni ricercati da Sebastiano Tusa nelle profondità marine o nelle rotte inventate e sempre nuove: limiti di interpretazioni storiche comunque da vincere e oltrepassare come per le fondamentali intuizioni sulla Battaglia delle

Egadi o sui rapporti tra i colonizzatori greci e le popolazioni indigene preesistenti. Il lascito di Sebastiano Tusa apparterrà per sempre alla grande cultura classica, alla grandezza di una civiltà che non è altro da sempre che il frutto di questa complicità creativa tra uomini e ambiente naturale e mare.
Con Sebastiano si discuteva spesso su questi argomenti, convinti entrambi che la grandezza della civiltà mediterranea derivasse anche dal fatto che qui gli Uomini non avessero dovuto spendere tutte le loro energie per sopravvivere, riuscendo così a sperimentare forme superiori di convivenza, più aperte alla reciproca curiosità, alla stabile negoziazione commerciale, alla diplomazia e agli scambi culturali.
Una rete cosmopolita che, collegando diverse sponde del nostro mare, rappresenta il nucleo fondativo di un preciso carattere e di una “antropologia”. Di una vera “ragione mediterranea”.
Sebastiano aveva una personalità schiva ma solare, aperta e caratterizzata da un atteggiamento esistenziale e spirituale che “parlava” di avventura, coraggio, rispetto della natura, amore. Non riesco a tenere separato il suo ricordo da quello, a me altrettanto caro, di Enzo Maiorca, solitario eroe greco. Con Sebastiano Tusa, li percepisco situati per sempre in uno spazio metafisico e atemporale.
Nell’ultima stagione della sua vita mi piaceva moltissimo leggere ogni mattina i resoconti giornalistici dei suoi instancabili pellegrinaggi attraverso la Sicilia, per interpretare fino in fondo quel ruolo pubblico da responsabile dei beni culturali siciliani che avrò per sempre l’onore di aver con lui condiviso. Quando ci incontravamo, percepivo stanchezza fisica nella sua voce ma anche grande entusiasmo e tanta volontà. Sebastiano è stato interprete di un riguardo straordinario e permanente della nostra Sicilia…
Riguardo nella duplice accezione non solo di rispetto ma anche di volontà di tornare incessantemente a guardarla per scoprire ogni giorno cose nuove. Non mi soffermo su ciò che ha rappresentato la nostra collaborazione leale e continua sui temi della difesa e valorizzazione del Patrimonio culturale siciliano poiché credono siano chiari e innegabili i risultati derivati da questo sodalizio umano, politico e culturale.
Tante battaglie combattute sempre a viso aperto e sempre esclusivamente in difesa dei beni comuni, contribuendo al riemergere di una speranza e di una nuova consapevolezza attraverso il recupero di spazi, monumenti, paesaggi urbani e naturali salvati dal cemento e dalla speculazione.
Quella di Sebastiano Tusa è una perdita immensa.
Immensa la sua Eredità. Da quella maledetta domenica in molti viviamo in una sorta di sospensione del tempo nel quale fortissima viene “avvertito il vuoto” lungo queste tristi settimane che hanno cadenzato il tempo dall’inenarrabile tragedia. Abbiamo condiviso decenni di battaglie, visioni, progetti e amicizia. Siamo stati protagonisti d’innovazioni legislative e progetti avventurosi: dalla Soprintendenza del Mare a quel sistema dei Parchi archeologici che attraverso il suo rigore e la sua passione inizia finalmente a trovare piena attuazione, nonostante molti ostacoli insidiosi posti dai soliti difensori di interessi speculativi.
Senza Sebastiano Tusa tutto rischia di diventare più difficile e si capirà solo in prospettiva quale perdita abbia subito non solo la Sicilia ma la cultura italiana. Ha combattuto con coraggio le battaglie più estreme e difficili, senza mai perdere la gentilezza e la speranza. Mancherà in maniera indicibile a tutti coloro i quali credono che la Sicilia non sia irredimibile.
Il suo è un lascito inestimabile per tutti noi…

Fabio Granata
Già assessore regionale ai Bbcc
Assessore alla cultura della Città di Siracusa

 

 

Articolo di Omar Gelsomio   Foto di Leonardo Casali

“Voglio che il Mediterraneo torni a essere un mare di vita”

Aiutare gli altri per lui è un dovere. Tra gioie e dolori il dottor Pietro Bartolo dagli anni ‘90 guida il Poliambulatorio di Lampedusa, l’isola sospesa tra Europa e Africa, approdo di migliaia di migranti. Da allora ne ha salvati, visitati e curati oltre 350 mila. Lampedusa è l’ultimo lembo dell’Europa e per ricordare le vittime del mare Mimmo Paladino realizzò nel 2008 la Porta d’Europa «é una porta sempre aperta, dove inizia e finisce il Vecchio continente, Lampedusa non ha filo spinato, non ha mai posto un muro, li ha sempre accolti». Pietro Bartolo è molto legato alla sua Isola, al suo mare, alle sue radici. «Io sono nato qua. Vengo da una famiglia di pescatori e anch’io ho fatto il pescatore. Ho studiato fuori quindi sono stato un migrante anch’io, dopo la specializzazione decisi di tornare tra la mia gente. Per me il mare è tutto. Accogliamo tutti quelli che vengono dal mare. Tante popolazioni hanno solcato il Mediterraneo determinando l’incontro e lo scambio di culture e tradizioni, perché lo scambio culturale aggiunge, non sottrae. In questi anni però il Mediterraneo è stato trasformato in un cimitero, adesso voglio che ritorni a essere un mare di vita». Non sono mancati momenti di sconforto di fronte a tragedie immani. «Ho avuto dei momenti di crisi quando ho dovuto fare delle ispezioni cadaveriche, soprattutto ai bambini. Mi sono chiesto, ma perché io? Quando finirà tutto questo? Poi rifletto e continuo, è doveroso farlo, altrimenti mi sentirei un traditore». Il naufragio del 3 ottobre 2013 sconvolse tutti. «È stato il giorno più brutto della storia di Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini, arrivarono con i vestiti a festa nel continente tanto sognato ma non ce la fecero». La sua storia è diventata popolare grazie ad un docufilm in cui è protagonista e che nel 2016 ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino e la nomination all’Oscar. «Fuocoammare è stato un dono arrivato dal cielo, mi ha dato la possibilità di diffondere il messaggio dell’accoglienza al mondo intero e ringrazio Gianfranco Rosi. Avevo l’esigenza e la responsabilità, come medico e come uomo, di raccontare storie di esseri umani che hanno vissuto enormi sofferenze e violenze, inseguendo speranze e sogni. Già, il sogno di arrivare in un paese e vivere una vita serena, dignitosa, normale. Poi è stata la volta del libro Lacrime di sale (scritto insieme alla giornalista Lidia Tilotta, ndr), Le stelle di Lampedusa e un nuovo film, con la regia di Maurizio Zaccaro, in cui Sergio Castellitto interpreta il mio ruolo. Non immaginavo di scrivere dei libri né di recitare in un film, ma si è reso necessario raccontare alla gente e agli studenti, italiani ed europei la verità». Tra le tante storie narrate in “Le stelle di Lampedusa”, una è drammatica. «Una storia che mi ha segnato maggiormente è quella di Anila, una bambina che parte dalla Nigeria: pensando di essere adulta, da sola si mette in viaggio per un anno e mezzo, subendo violenze e due naufragi: una volta sbarcata la portai nel poliambulatorio e quando le chiesi perché fosse venuta da sola, cosa cercasse, dov’erano i suoi genitori, lei mi rispose che cercava la mamma che stava in Europa. Quando la ritrovai, iniziò la lotta contro una burocrazia vergognosa, durata sei mesi, ma ce l’ha fatta». Nonostante tutto lui non si rassegna e continua la sua missione. «Fuori dal molo Favaloro in un murales c’è scritto “Proteggere le persone e non i confini”. Ho fatto mio un pensiero del grande Charlie Chaplin che dice “Non sono cittadino di nessun posto, non ho bisogno di documenti e non ho mai provato un senso di patriottismo per alcun paese, ma sono un patriota dell’umanità nel suo complesso. Io sono un cittadino del mondo”. Restituirei tutti i premi ricevuti in questi anni, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa, sono diventato cavaliere e commendatore della Repubblica, purché tutto questo finisca quanto prima, per non vedere più sofferenze e morti». Pietro Bartolo rimane il simbolo dell’accoglienza combattendo la disinformazione con le sue testimonianze.

 

 

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Gino Taranto

Intervistare Virgadavola non è facile, però è divertente, perché risponde recitando sue poesie dialettali che soddisfano a pieno i temi delle domande.
Una lirica dopo l’altra, siamo riusciti a sapere che:
– Quest’amore gli è stato trasmesso dai genitori che gli raccontavano, come fossero fiabe, le storie raffigurate nei carretti, che a quei tempi affollavano strade e trazzere.
– Ha iniziato la sua collezione, oggi museo privato, dopo aver partecipato, nel 1965, alla Sagra dell’Uva di Vittoria, in un’epoca in cui il carretto – che aveva matricola e targa, pagava il bollo annuale ed era sottoposto a periodica revisione – stava scomparendo, sostituito dall’Ape Piaggio (‘a lapa).
– È stato tale declino a facilitare la sua raccolta, visto che molti acconsentirono a cedergli i non più utili carretti per liberare spazio nelle carretterie che, riattate, divennero poi garage.

Di carretti siciliani Giovanni Virgadavola, contadino, poeta, pittore e cuntastorie, ne possiede ben 35, stipati in bell’ordine in un capannone dell’ex Campo di concentramento, struttura che a Vittoria durante la Prima guerra mondiale ha custodito migliaia di prigionieri ungheresi e che, riattata, è divenuta prima Fiera Emaia, poi Vittoria Fiere.
Carretti cromaticamente splendidi, con le fiancate (masciddara), lo sportello posteriore (purtieddu) e la base (funnu cascia) raffiguranti – grazie alla sapiente opera pittorica di maestri artigiani di Vittoria, Ragusa, Comiso, Scicli, Grammichele, Rosolini e Aci S. Antonio – memorabili storie rusticane d’amore e gelosia o rutilanti episodi del ciclo carolingio che ebbero protagonisti il prode Orlando, l’indomito Rinaldo e la bella Angelica. Sui carretti di Virgadavola, scelti dalla SIP per la copertina degli elenchi telefonici 1985-86 di Enna, Ragusa e Siracusa, molti spazi decorativi raffigurano temi religiosi quali: Cristo, Mosè, San Giorgio; significativi momenti storici come il Sacro Romano Impero, Cleopatra, Napoleone, i nobili del ‘700 e l’Italia risorgimentale; canti della Divina Commedia o pietose vicende come quella di Genoveffa di Brabante; vi sono riprodotti anche opere liriche e volti di attrici famose; del grammichelese Luigi Mussuto quello di Gina Lollobrigida.
Carretti pregevoli non solo per le decorazioni pittoriche, ma anche per gli eleganti fregi metallici, opera di valenti fabbri: le casse di fuso (suttane), poste sopra l’asse delle ruote, e le chiavi (ciavi), che collegano le due poderose stanghe collegate all’imbrigliatura, sono veri capolavori lignei e in ferro battuto.
Della collezione fanno parte una carrozza e due calessini (domatrici) – allora esclusivo appannaggio di nobili e borghesi – e due carrettini (carrittula) coloristicamente poveri, ma impregnati ancora della fatica degli artigiani che li utilizzavano per le loro attività. Collezione arricchita da migliaia di attrezzi contadini che si mescolano ad antichi utensili domestici, umili testimonianze di vita contadina.
In bella mostra anche molti cartelloni realizzati da Virgadavola per cuntare le sue storie – riguardanti soprattutto Vittoria Colonna, fondatrice della città, e il rinomato vino Cerasuolo – sia agli studenti, sia, d’estate, nel Castello di Donnafugata, ai turisti che lo seguono con interesse, anche se molti non conoscono il dialetto; ma lui riesce a farsi capire lo stesso! Questa corposa collezione è stata oggetto della tesi di laurea “Una serra museo” di Daniela Barbante, redatta anni fa, quando i carretti erano allocati in una serra dell’azienda agricola di Virgadavola. La mostra, a ingresso gratuito, non ha orari e giorni d’apertura prestabiliti; per visitarla basta chiamare Virgadavola e prenotarsi; non è impresa ardua: il numero del suo cellullare si recupera facilmente in rete, nelle locali agenzie viaggio, presso la Direzione della Vittoria Fiere o tramite i tanti amici di questo pluripremiato, atipico cuntastorie, di cui si sono occupati media nazionali e locali.
“Quale futuro per questa collezione/museo?”
“Stammu ‘o viriri, comu rissi Giufà!”

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Salvo Puccio

Tutti sappiamo che Siracusa ha dato i natali ad Archimede, uno dei più grandi scienziati e matematici della storia, ma pochi conoscono il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, voluto da una donna determinata, appassionata d’arte e di cultura. Maria Gabriella Capizzi, responsabile del Museo e presidente del Comitato Scientifico, dell’arte ne ha fatto una missione.

Come si descriverebbe?

«Un’imprenditrice “illuminata”, creativa, ribelle e senza pregiudizi, che crede nella possibilità di creare valore per noi e per gli altri. Una donna appassionata di arte e di cultura, caparbia, determinata, che adora il suo lavoro. Mi ritengo una filantropa e, in un’ottica imprenditoriale, vorrei essere d’esempio per molte donne. E come una grande amante dei due geni cui è dedicato il mio museo: Leonardo da Vinci e Archimede».

Come nasce l’Associazione Culturale Leonardo da Vinci Arte e Progetti?

«Nel 2009, con le macchine della Niccolai Teknoart SNC, decisi di diffondere anche in Sicilia l’eredità di Leonardo. Il viaggio in Sicilia, dopo un lungo stage a Firenze, dove risiede la famiglia Niccolai, durò circa tre anni. L’esposizione concretizzò tre tappe: Noto, Taormina e Catania, prima di fermarsi a Siracusa. Rapita dalle bellezze di questa città, nel 2014 realizzai una mostra di modelli leonardiani assieme a quelli archimedei nella splendida Isola di Ortigia, all’interno del settecentesco palazzo dell’Ex Convento del Ritiro. Ebbe così inizio questo percorso museale».

Cosa l’ha colpita di due geni come Leonardo e Archimede?

«Con Leonardo fu amore a prima vista. Lo ricordo come se fosse oggi, ed ebbi una sorta di sindrome di Stendhal, proprio a Firenze, in estasi sotto l’aliante. Con il passare del tempo mi sentii sempre più legata a lui, innamorata della sua personalità: obiettiva, aperta al mondo, volta all’azione, tanto riservata, persino con se stesso, da renderne impossibile una definizione. Mi sento una sua allieva, un suo discepolo e serva di questa cultura, accolgo Archimede con lo stesso amore. In fondo è stato Leonardo a condurmi da lui».

Quanto c’è di geniale in lei?

«Non esiste il femminile di genio, ma esistono donne geniali. La bellezza fisica in quanto materia è la parte più bassa della donna, la vera bellezza risiede nella mente. Il genio al femminile punta a valorizzare alcune caratteristiche proprie delle donne, come l’empatia, l’intuizione, la creatività e in questo mi sento geniale. Di geniale ci sono le mie fonti d’ispirazione a cui sono legata sin da bambina. Da Ipazia, la più famosa martire del pensiero libero, a Colette, giornalista, scrittrice icona dei movimenti femministi».

Perché decide di tornare in Sicilia?

«L’esperienza a Firenze, lo stage al Museo Internazionale della Macchine di Leonardo da Vinci della famiglia Niccolai mi aprì un mondo tutto nuovo e compresi che era necessario farmi carico di tutto il progetto e portarlo in Sicilia. Decisi perché era lì la mia vita, perché amo la mia isola e perché non l’avrei mai abbandonata».

Quali sono le iniziative in itinere?

«Il 2019 sarà un anno molto ricco per il museo perché il 2 maggio si celebrerà il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo. Tutto il mondo festeggerà il genio toscano con mostre ed eventi e il museo siracusano farà altrettanto. Posso anticipare che organizzeremo alcune di queste celebrazioni in Norvegia, a Stavanger, dove il prossimo autunno si terrà un convegno sul tema che sarà al centro di una mostra prevista nel 2020 nella città norvegese: “Da Archimede a Leonardo, acqua fonte di vita”. Ovviamente non mancheranno iniziative a Siracusa, sede del museo».

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Renato Iurato   Rendering di Giuseppe Trovato

Il progetto, nato dal sogno della signora Muni Sigona e dal marito Michele Lanza, si sta realizzando. Una casa per il loro Toti, un ragazzo con una neurodiversità, e per altri ragazzi, creando a Modica il primo albergo solidale, adatto alle loro esigenze. Nessun ostacolo si è frapposto al desiderio di realizzare il suo progetto di vita e con la tenacia e l’amore Muni Sigona ha disegnato il futuro per suo figlio e dei ragazzi speciali come lui, portando persino a “Tu si que vales” La Casa di Toti. Andiamo a scoprire il suo progetto.

Ci racconta di Toti?
«Toti è un ragazzo di diciannove anni con una neurodiversità. Autistico, psicotico, oppositivo. Riesce a comunicare bene, legge e scrive, dopo tanti anni di riabilitazioni infantili, ama le moto e le bici che guida in spazi contenuti e controllati, adora gli animali, cantare, ballare. La confusione lo infastidisce. Lui vuole ‘solo amiche’. Teme l’altro sesso… ma richiede spesso compagnia femminile. Dopo anni di cambi di scuola ha finalmente trovato un ambiente accogliente per gli ultimi due anni di scuola media superiore. Adesso che la scuola è ‘terminata’, trascorre la sua giornata a casa, assistito sempre da educatori che supportano la nostra famiglia. Qualche passeggiata, partecipazione a gruppi degli amici “di casa di Toti Onlus”. Le crisi di Toti, improvvise, comportano “rotture” di porte, a volte vetri, “oggetti”. Sono improvvise ma sempre causate da un “suo perché”. Toti deve assumere psicofarmaci (da quando aveva nove anni). Trascorre molto tempo col suo iphone guardando video su Youtube e comunicando con molti amici tramite Messenger. A volte ti sorprende con “pensieri coerenti e veri” che esprime con infinita sincerità senza “freni”. Le sue fisse ossessive ti “distruggono”… devi continuamente convivere con fissazioni e stereotipie, da sconfiggere con lo scandirsi del tempo».

Come si vive la quotidianità accanto a un figlio che soffre di particolari disturbi?
«Sei sempre in ansia e vivi sul filo del rasoio. Temi sempre che “qualche cosa” possa accadere. Ti senti impotente. Tutte le attenzioni sono catturate dal tuo figlio Speciale e inevitabilmente metti da parte il resto della famiglia. Non puoi vivere la vita a fondo. Hai pochissimi momenti “tuoi” e di relax. Senti una forte stanchezza che devi vincere con tanta forza. Ti senti madre indispensabile e unica perché capisci che il tuo amore, la tua pazienza sono “pozioni magiche” per placare le sue crisi. Molte volte ti diverti nel suo mondo “vero” e dimentichi ogni cosa tuffandoti con lui in un mare di semplicità».

Come nasce la Casa di Toti?
«Nasce da un sogno e da una grande preoccupazione per il futuro. Cosa ne sarà di nostro figlio neurodiverso quando noi genitori non ci saremo più? Così quattro anni fa abbiamo fondato una Onlus, creato un gruppo di famiglie, operatori, Studio Parentage (www.parentage.it), volontari, ragazzi Speciali con lievi disabilità capaci di “fare”. Casa di Toti ospiterà sette ragazzi, dai diciotto ai venticinque anni, che potranno vivere in cohousing e saranno assistiti da tutor, 24 h su 24h, lavorare nella gestione della Casa Patronale “dimora storica” nelle campagne del modicano, che diverrà un Hotel Solidale. Un durante noi e un dopo di noi. Un’impresa nel sociale».

A che punto è il progetto?
«In questi giorni stanno completando la messa in opera del “cappotto” della struttura. Iniziamo a breve con gli intonaci e poi completiamo con pavimenti, infissi, tetto di vetro nella hall, finitura impianti, etc. Tutto grazie e solo a donazioni. Venti imprese ad oggi ci sostengono mensilmente grazie al fundraising I Bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it)».

Qual è il suo desiderio di mamma?
«Riuscire a far decollare “Casa di Toti” al più presto e sapere che mio figlio e i suoi amici saranno ben assistiti e impegnati. Un hotel nella mia “dimora, cassaforte della mia vita”, hotel divenuto per forza di cose Speciale. Poter “offrire” a mio figlio Felice, il fratello di Toti, tutto quello che purtroppo non ho potuto dare in questi anni. Amore sicuramente, sempre, ma poco tempo. Sapere Felice, sereno, con un futuro meno “impegnativo”!».