Il Presepe vivente: un modo per i giovani di riscoprire le tradizioni di un tempo

di Samuel Tasca, foto di Salvo Gulino

Quando il Natale è vicino, soprattutto in Sicilia, irrimediabilmente si pensa alle rappresentazioni dei vari presepi viventi che vengono allestite in molte città della nostra Isola. Itinerari folkloristici, caratterizzati dalle peculiarità paesaggistiche dei vari luoghi, che sono spesso teatro di antichi mestieri e tradizioni provenienti dalla nostra cultura, dove il viaggio intrapreso dai visitatori per giungere al cospetto della Natività di Gesù Bambino si arricchisce ad ogni fermata di storia, cultura e tradizioni locali.

Un’attività, quella del presepe vivente, che potrebbe apparire a tratti “antica”, ma che rappresenta, invece, un’incredibile opportunità per riscoprire le proprie radici e tramandare, così, un bagaglio culturale che appartiene a tutti noi. Diventa dunque fondamentale includere, in queste manifestazioni, i giovani e i giovanissimi, affinché possano affacciarsi a quest’esperienza con lo spirito da ricercatori della verità indagando la propria cultura e il proprio territorio.

Esempio virtuoso di questo mix tra presente e passato è senza dubbio il Presepe Vivente di Giarratana (RG). Il presepe, che quest’anno giunge alla sua trentesima edizione, ha collezionato negli anni svariati riconoscimenti che fanno di questa manifestazione la più premiata di sempre dall’Opera Internazionale Presepium Historie Ars Populi. Tra questi: Premio “Miglior Presepe Vivente di Sicilia”, Premio “Miglior Presepe Vivente d’Italia” per due anni consecutivi e unico presepe vivente riconosciuto per ben due volte di interesse internazionale. Durante il suo percorso di affermazione, però, ha attirato a sé numerosi giovani che si sono ritrovati coinvolti e i quali, anno dopo anno, hanno continuato a dare il loro contributo a questa importante manifestazione.

«I giovani rappresentano sicuramente un valore aggiunto nel nostro presepe che cerchiamo di valorizzare sempre più di anno in anno», dichiara Rosario Linguanti, presidente dell’Associazione “Gli amici ro Cuozzu” che ogni anno si occupa della realizzazione del presepe vivente. «Abbiamo sempre sostenuto il fatto che i giovani abbiano una condizione di vita, ormai, troppo distante da quello che era il mondo dei nostri nonni che costituisce praticamente lo scenario del presepe vivente. Siamo quindi fortemente convinti che, per apprezzare quello che hanno oggi debbano riscoprire quello che avevano o non avevano i nostri genitori e i nostri nonni. Bisogna conoscere il passato e immergersi in queste atmosfere illuminate da lumi di candela, nelle quali si stava insieme attorno a un braciere, magari in una stanza unica nella quale, allo stesso modo, si lavorava, si mangiava e si dormiva».

Un impegno, quello portato avanti dai volontari dell’Associazione, che costituisce un forte impatto nei ragazzi che collaborano all’iniziativa. Lo si percepisce dalle parole di Davide Elia, ventisei anni, che ci svela cosa voglia dire per lui far parte di quest’attività: «L’aspetto che più mi ha colpito di questa esperienza è stato quello di tramandare un ricordo da nonno a nipote avendo partecipato al presepe vivente da quando ero bambino insieme a lui. […] Inoltre, per me, è un modo per poter imparare come fare squadra con le persone più adulte, cogliendo l’armonia della collaborazione per imparare a tramandare questo bagaglio culturale che altrimenti andrebbe perduto».

A fargli da eco è Daniele Scollo, di dieci anni più giovane, che dichiara: «È bello ritrovarsi catapultato nel passato e rivivere gli antichi mestieri e la vita giornaliera dei nostri bisnonni. Mi piace molto la fase di preparazione degli ambienti, il ritrovarsi con gli amici, ma anche riscoprire sapori e odori di un tempo».

Questo perché i giovani giarratanesi, oltre a prendere parte come figuranti, iniziano già dalle settimane precedenti a radunarsi per dare una mano all’allestimento degli ambienti.

Non ci resta quindi che godere di questo spettacolo folkloristico che quest’anno avrà luogo nei giorni 26 e 30 dicembre e poi nei giorni 1, 5 e 6 gennaio. «In più quest’anno, – conclude Rosario Linguanti -, grazie alla collaborazione con l’Amministrazione Comunale e le varie associazioni, in aggiunta al presepe ci saranno anche i mercatini di Natale».

La Sicilia in festa ai tempi dei social: il racconto di Gira con noi Sicilia

di Federica Gorgone,

 foto di Gira con noi Sicilia

Quando in Sicilia il Natale è alle porte, l’aria si fa ricca di tradizioni. Tanti sono gli eventi che trasudano cultura e storia e che vanno assaporati con gli occhi e con l’anima arricchendo chiunque abbia modo di conoscerli. Lo sanno bene i ragazzi di Gira con noi Sicilia, Giacomo Vespo e Dario Bottaro, che attraverso il loro profilo social, nato ad agosto 2018, raccontano la Sicilia a 360 gradi cogliendo l’essenza delle tradizioni. Così abbiamo fatto loro alcune domande per farci raccontare quali sono gli eventi legati alle tradizioni durante le festività natalizie e che aria si respira durante quei giorni di festa.

Com’ è nato il vostro amore ed interesse per le tradizioni siciliane legate alle feste?
«Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dalle feste popolari – risponde Dario – tanto da farlo diventare motivo di studio, scrivendo la mia tesi sulla fisiognomica e le feste popolari durante gli studi all’Accademia delle Belle Arti. Tra i nostri obiettivi c’è quello di raccontare l’anima e il volto della comunità che si ritrova in un evento unico. Ho trasmesso tutto questo a Giacomo che a sua volta si è appassionato alle feste e alle tradizioni iniziando a raccontarne il lato più umano legato alle emozioni attraverso il nostro profilo».

Come le raccontate e cosa volete trasmettere?
«Raccontiamo le tradizioni attraverso la nostra esperienza sul posto, focalizzandoci tanto sulle emozioni. Cerchiamo di farlo attraverso i social carpendo gli attimi più belli del momento in cui vivi la comunità».

Quali feste legate al periodo delle feste natalizie avete avuto modo di raccontare?
«Il mese di dicembre si apre con la festa dell’Immacolata a cui sono legate tante tradizioni. Spesso si inaugurano i presepi, così abbiamo raccontato le nostre esperienze nei vari borghi. Siamo stati a vedere il presepe di Palazzolo Acreide, Monterosso Almo, Giarratana. Abbiamo visto quello di Ispica realizzato all’interno della cava e quelli di Caltagirone. Noi abbiamo una data, che è quella del 26 dicembre, che è per noi simbolica. È il giorno che dedichiamo alla visita dei presepi. Sono esperienze meravigliose e luoghi in cui rivivi i mestieri antichi quali il fabbro o la massaia. È bello attraversare i vicoli dei borghi durante questi momenti. È come andare indietro nel tempo».

Quali sono secondo voi le esperienze più significative e che clima si respira?
«Sono tutte esperienze belle e significative a modo loro. L’atmosfera è così bella che ti coinvolge e ti fa sentire parte del luogo. Ti viene quasi nostalgia del passato e di quella semplicità. Apprezzi la storia, quello che è stato il tuo territorio. Non ci si sofferma solo al presepe vivente, ma anche ai presepi all’interno delle chiese ed è come fare un viaggio dentro ad un viaggio. Come ad esempio a Palazzolo Acreide dove abbiamo visto nella chiesa dell’Annunziata un’istallazione presepiale moderna».

Cosa ci dite sui presepi di Caltagirone?
«Caltagirone è la città dei presepi, come quelli di terracotta e non solo. Tanti privati allestiscono presepi particolari. Come ad esempio quello fatto di pasta o di pane, il presepe di cotone oppure quello dei LEGO. Dove grandi e piccini rimangono a bocca aperta. L’aria di semplicità e magia ti accompagna in tutti i vicoli, in ogni momento. Tutto è curato nei minimi dettagli, niente è lasciato al caso».

Che riscontro avete nei vostri racconti sulle tradizioni?
«Le persone che ci seguono si emozionano e sono entusiaste. Spesso ci contattano da fuori perché vogliono saperne di più. Ci chiedono cosa vedere, cosa poter fare. Siamo come dei punti di riferimento, persone di cui fidarsi per fare delle belle esperienze in Sicilia. Per vivere la nostra terra attraverso la sicilianità e superando quelli che sono i luoghi comuni. Il nostro profilo poi ci ha permesso di conoscere anche tanti altri creators che come noi condividono l’amore per la nostra terra e questo è qualcosa di speciale. Auguriamo ai lettori di godersi questi giorni di festa e viversi queste esperienze magiche che vi abbiamo raccontato!».

Salvatore Agati. Il dottore del cuore.

di Samuel Tasca, foto di Matteo Arrigo

«Da piccolo pensavo già che da grande avrei voluto fare il cardiochirurgo», inizia così la mia chiacchierata con il dott. Salvatore Agati, direttore del Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambin Gesù” di Taormina, struttura d’eccellenza del Sud Italia (unica da Napoli in giù) specializzata nella cardiochirurgia pediatrica, cardiologia pediatrica, anestesia e rianimazione pediatrica, neonatologia e pediatria. Il centro, da ormai dodici anni, è inoltre convenzionato con l’Ospedale Bambin Gesù di Roma.

A guidare l’equipe di medici è proprio il prof. Agati, che di quel sogno infantile ne ha fatta oggi una professione e anche una missione di vita. «Da ragazzino vidi in televisione il prof. Marcelletti che nel 1986 fece il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia. Ricordo di aver detto a mia madre:“Da grande voglio fare questo”».

Una scelta sicuramente impegnativa, sia per la complessità della materia che per il senso di responsabilità che da essa ne diviene. «La cosa più affascinante dell’effettuare queste procedure chirurgiche sui bambini è avere la consapevolezza che poi questi saranno destinati a crescere. È un mestiere nel quale puoi osservare i frutti non solo a livello tecnico, nell’organo del bambino che si svilupperà, ma soprattutto nella vita di questi piccoli che continua».

Una disciplina, questa, nella quale è necessaria formazione continua, ma soprattutto il confronto. «È come un artigiano che va di bottega in bottega e, vedendo lavorare gli altri, apprende e si contamina. – dice Agati -. Oltre a questo, ovviamente, bisogna possedere il “dono” che non è solamente tecnico, ma soprattutto caratteriale. Bisogna saper gestire le emozioni, le ansie, le cose belle, ma anche le cose brutte».

Ed è proprio questo “dono”, così come lo definisce il dottor Agati, che mi ha spinto a intervistarlo. Sono state le parole dei genitori di Giulia, una bambina operata al cuore presso il Centro Mediterraneo, a mostrarmi quanto il ruolo del Professore e degli altri medici che lavorano nel suo staff sia di grande aiuto e conforto a tutti coloro i quali scoprono che il figlio o la figlia che porti in grembo sta sviluppando una malattia congenita. «Quando si opera un bambino non intervieni solo su una singola persona: un bambino coinvolge una famiglia intera – spiega il dottor Agati –. Vuol dire impattare su un grande numero di persone in un momento solo. Per cui bisogna avere la capacità di comunicare con i genitori in maniera chiara ed efficiente, stando molto attenti a mantenere una strategia comune, come un’unica squadra. Siamo legatissimi a Papa Francesco e lui ci ha insegnato come la “medicina delle carezze” fa parte delle specialità mediche che vanno messe in atto non solo con i bambini, ma anche con i genitori e le altre persone coinvolte. Bisogna avere la capacità di alleviare il dolore e di creare un ambiente empatico in cui si riesce a star vicini ai pazienti e alle loro famiglie in ogni momento, da quelli facili a quelli difficili. Avere a che fare con i ragazzini significa prendersi cura del futuro del mondo».

Una vera e propria missione di vita che nel tempo ha visto Salvatore Agati spendersi in prima linea anche nel mondo delle missioni umanitarie internazionali. Un’ esperienza iniziata quasi per curiosità, ma della quale non è più riuscito a fare a meno. «Non è solo una questione tecnica o di strumenti, è come avviare un programma culturale, legato all’essere umano in sé e non tanto al professionista. Noi abbiamo sempre selezionato posti dove era già presente un team di base che poteva fornire assistenza, ma che al tempo stesso potesse apprendere e progredire nella formazione medica da investire sul proprio territorio».

Nonostante sia un commento che riceve molto spesso, a Salvatore Agati non piace essere definito “un angelo”; dopo averlo conosciuto però, posso sicuramente affermare di aver incontrato un uomo, oltre che un illustre professionista, che proprio per la sua umanità continua a far battere i cuori e ad alimentare la speranza.

L’arte della falconeria di Antonio Centamore

di Eleonora Bufalino, foto di Rossandra Pepe

Le origini della falconeria sono antichissime; introdotta in Europa nella seconda metà dell’ IX secolo, affascinò anche Federico II di Svevia, re di Sicilia famoso per la sua passione per gli uccelli rapaci, tanto da volerli conoscere in tutte le loro sfaccettature e aprire la strada a tecniche di addestramento fondate sul totale rispetto dell’animale. La falconeria era, in quel periodo storico, riservata ai ceti aristocratici e per un sovrano consisteva in una dimostrazione della sua potenza e del suo valore. I falchi sono animali alteri e superbi, che tentano di sopraffare gli altri uccelli, e per queste loro caratteristiche considerati nobili compagni di caccia per l’uomo; simbolo dell’autorità imperiale.

Oggi sono rari coloro che hanno trasformato la passione per i rapaci in un mestiere. È il caso di Antonio Centamore, maestro falconiere tra i più bravi al mondo; vive a Licodia Eubea, ma è sempre in viaggio alla ricerca di rapaci da addestrare. Lo incontro in un caldo pomeriggio estivo e mi mostra entusiasta la sua arte. Mi accoglie nel suo mondo; un luogo in cui accudisce con dedizione quotidiana numerose varietà di falchi pellegrini, astori, barbagianni, falchi sacri e altre specie dal valore inestimabile. Li accompagna nelle varie fasi della riproduzione, della crescita e dell’addestramento, sino a condurli in volo ad altezze incredibili. Nel momento in cui Antonio mi mostra fiero una coppia di falchi e ci dirigiamo al centro di volo, inizia la magia: gli uccelli spiegano le loro ali possenti. Nel frattempo ascolto le sue parole che provano a rispondere a ogni mia curiosità, ma entrambi sappiamo che non basterebbe un’intera giornata. Così mi abbandono allo spettacolo di due falchi, un maschio e una femmina che danzano librandosi nell’aria. Le mie domande sono intervallate dai loro versi, dai sibili di Antonio per richiamarli a sé e dal suono del vento, che mi spiega essere fondamentale per il volo.

Come ha capito che sarebbe diventato un maestro falconiere?

«È come se lo sapessi da sempre. Già a 14 anni sentivo un legame profondo con questi animali. Iniziai a fare volare i falchi senza che nessuno mi avesse insegnato come fare. “Il ragazzino che faceva volare i falchi”, dicevano. Mi portavano quelli feriti o che cadevano dal nido; io li curavo e al contempo imparavo ad addestrarli, costruendo giorno dopo giorno un rapporto diretto che mi attraeva ad essi sempre più. Da lì capii che sarei diventato un maestro falconiere al punto da abbandonare anche gli studi universitari per dedicarmi totalmente al loro studio».

 

Come descriverebbe il suo rapporto con i falchi?

«Intanto, li seguo in tutte le fasi della loro vita, dalla riproduzione, che può avvenire naturalmente o in maniera assistita ma sempre rispettando i ritmi della natura, a quando imparano a volare. Per questo li scruto in ogni comportamento sino a creare degli schemi che, ripetuti nel tempo, mi indicano come procedere nell’addestramento. Il falco riconosce in me l’amico che lo conduce in cielo come avrebbe fatto la madre; è quindi un rapporto genitoriale».

 

In cosa consiste la sua attività e in che modo oggi la svolge a livello professionale?

«L’ addestramento dei falchi veniva utilizzato in passato soprattutto per la caccia. Io non mi sono limitato a questo: oltre all’ambito industriale o negli aeroporti, utili all’allontanamento degli altri uccelli, l’attività che più prediligo è il volo, ciò che per eccellenza li contraddistingue. Ho creato, alle pendici dell’Etna, la Scuola Internazionale di Falconeria, primo centro ufficiale d’Italia che organizza corsi di formazione, aperti a tutti coloro che, anche distanti dalla mentalità della caccia, intendono imparare le tecniche di volo e contemplare le acrobazie di queste meravigliose creature».

 

Ammiro con stupore il modo in cui Antonio “parla” coi suoi rapaci e so di essere di fronte a una connessione tra uomo e animale difficile da raccontare; due mondi che si fondono nella fiducia e rispetto reciproci.

Padre Mario Alfarano Capizzi

A Maria Gabriella Capizzi, direttrice del Museo Archimede e Leonardo di Siracusa, dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani di Roma, una grande testimonianza per il lavoro svolto negli ultimi anni

Siracusa – Il museo Archimede e Leonardo di Siracusa riceve un grande riconoscimento e un attestato di stima, per il lavoro svolto negli ultimi anni, dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani di Roma. Padre Mario Alfarano, direttore del prestigioso istituto culturale, infatti, ha inviato al sindaco di Siracusa, Francesco Italia, e all’assessore comunale alla Cultura, Fabio Granata, una lettera con cui chiede, anzi, si augura che, anche in futuro, possa proseguire la sinergia tra Museo Archimede e Leonardo e Comune di Siracusa. La struttura dedicata alle invenzioni dei due geni è infatti ospitata nel settecentesco ex convento del Ritiro di via Mirabella, nel cuore di Ortigia, di proprietà del Comune. E sono proprio le origini di questo storico edificio a legare il Museo Archimede e Leonardo di Siracusa e l’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani.

Come scrive padre Mario Alfarano nella missiva al primo cittadino e all’assessore alla Cultura di Siracusa, la proficua collaborazione “è nata dal comune legame con le origini dello stabile dove ha sede il Museo: esso, infatti, agli inizi del ‘700 sorge come ritiro o monastero delle carmelitane avente, tra le fondatrici, suor Maria Carmela Gargallo Montalto, morta in odore di santità. Il monastero ha avuto una grande importanza non solo per l’Ordine Carmelitano, per i legami di Maria Carmela Gargallo Montalto con i venerabili Girolamo Terzo e Andrea Salvatore Statella, iniziatori della riforma carmelitana siciliana di S. Maria della Scala del Paradiso, ma anche per la città di Siracusa, la quale, anche grazie a suor Maria Carmela Gargallo Montalto, intrattenne profondi rapporti con il papato del tempo”.

La lettera a firma del direttore dell’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani continua: “La presenza del museo nella sede dell’ex ritiro carmelitano permette di mantenere viva la memoria di uno spaccato della vita religiosa e culturale della città anche attraverso iniziative di collaborazione con l’Institutum Carmelitanum e l’Archivio Generale. Inoltre, le varie attuali attività culturali promosse dal Museo e, in particolare, dalla direttrice Maria Gabriella Capizzi stanno rendendo sempre più questo luogo un centro di attrazione e una vetrina della città”.

Padre Mario Alfarano Capizzi

Padre Mario Alfarano fa riferimento, solo per fare un esempio, agli studi e alle ricerche per ricostruire la storia di suor Maria Carmela Gargallo Montalto, dell’ex convento del Ritiro e della comunità monastica femminile che vi dimorò per circa un secolo e mezzo, promossi e finanziati dalla direttrice del Museo siracusano ed eseguiti da un componente del comitato scientifico del Museo, Gastone Saletnich, dottore in Storia medievale e archivista. Tutto ciò grazie alla tenacia e alla passione di Maria Gabriella Capizzi, la quale spiega: “Per me è ormai una missione restituire il giusto valore e il corretto riconoscimento a una grande donna siracusana, per troppo tempo dimenticata o comunque trascurata, e ai luoghi da lei voluti“.

Un’attività molto apprezzata, evidentemente anche dall’Archivio Generale dell’Ordine dei Carmelitani che conclude la lettera così: “A nostro parere l’edificio dell’ex ritiro rappresenta un altro grande potenziale culturale per la città di Siracusa, per questo motivo vogliamo raccomandare tutte quelle iniziative a volte al recupero di esso. Gli ottimi risultati finora raggiunti e quelli che si potrebbero ancora ottenere sia per il Museo sia per la valorizzazione dell’intero edificio sono certamente merito della direttrice Maria Gabriella Capizzi. Pertanto, ci auguriamo che possa prolungarsi la sua concessione da parte delle vostre istituzioni”.

Gli fa eco Maria Gabriella Capizzi, la quale si unisce all’augurio “anche perché – conclude – oltre all’ottimo lavoro fin qui effettuato e da più parti riconosciuto, bisogna considerare che la nostra attività si è pressoché fermata, per circa due anni, a causa della pandemia e delle varie restrizioni. Ed è proprio da adesso che le tante iniziative progettate, abbozzate o appena avviate dovrebbero pienamente realizzarsi, contribuendo a valorizzare la figura di Leonardo e di due siracusani d’eccellenza come Archimede e suor Maria Carmela Gargallo Montalto, arricchendo le proposte culturali per i turisti e animando sempre più la zona dell’ex convento del ritiro“.

oriana civile

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale di Oriana Civile

IL PRIMO ALBUM DI INEDITI DI ORIANA CIVILE

Tredici racconti in lingua siciliana: dalle leggende alla denuncia sociale

PRIMO SINGOLO ESTRATTO: UNNI SINI

Il video: https://www.youtube.com/watch?v=bRZNd3mfwYU

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Si intitola “Storii (tra il serio e il faceto)” il nuovo album di Oriana Civile, artista, studiosa delle tradizioni musicali siciliane e interprete del repertorio di tradizione orale della sua terra. Si tratta del suo primo disco di inediti: tredici brani, tredici racconti in lingua siciliana dalle sonorità minimaliste e di grande impatto. Registrato in presa diretta, come un live in studio insieme al chitarrista Nino Milia, sorprende per il carisma e la grande genuinità interpretativa della Civile. “Ho voluto un disco – dice l’artista – che fosse più vicino possibile a quello che si ascolta in un mio concerto. Per questo ho ricercato un suono reale e senza artifizi”.

A comporlo, come indica il titolo, una manciata di storie. Storie personali e storie collettive. Storie individuali e storie universali. Tredici brani che si aprono con una canzone il cui testo è una poesia dell’avvocato Pippo Mancuso, tratta dal libro “Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti”. Tra le tracce del disco incontriamo poi paesaggi, leggende, denunce, provocazioni e strambi interrogativi ai quali dare finalmente una risposta definitiva, come il sesso dell’arancin*. Ma anche personaggi come Attilio Manca (la cui morte è uno dei misteri italiani legati a Cosa Nostra), Claudio (agente di scorta di Paolo Borsellino) e Luciano Traina e addirittura Lady Gaga, la pop-star americana originaria di Naso, il paese in provincia di Messina da cui viene anche Oriana Civile.

Questi brani – scrive la Civile nell’introduzione all’album – sono un esplicito invito ad approfondire la conoscenza di queste storie che sembrano lontane da noi ma non lo sono affatto”.

Nel booklet ogni canzone è accompagnata da una fotografia estratta dal progetto “Life (serie Faces and Hands)” di Raffaele Montepaone, fotografo calabrese, instancabile ricercatore di espressioni ed atmosfere senza tempo, “lo ringrazio sentitamente di vero cuore per aver abbracciato la mia idea; queste fotografie sono la testimonianza di un mondo pieno di dignità e bellezza che ci appartiene nel profondo, il mondo che io canto, e io le trovo semplicemente meravigliose”

Storii”, che è stato preceduto da una fortunata campagna di crowdfunding, esce per l’etichetta Suoni Indelebili ed è distribuito da Ird.

TRACCIA DOPO TRACCIA (Guida all’ascolto a cura di Oriana Civile)

01. U ME RITRATTU

testo di Pippo Mancuso – musica di Oriana Civile

U me ritrattu” mi descrive con le parole dell’Avvocato Pippo Mancuso. È l’unico brano del disco il cui testo non è scritto da me, ma mi racconta alla perfezione; io non sarei stata capace di descrivermi allo stesso modo. Il componimento è contenuto nella raccolta Malu Tempu – strofe strofacce aneddoti di Pippo Mancuso (Casa Costanza, 2018).

02. PUNTI DI VISTA – 14 LUGLIO 2017

Questo brano racconta l’arrivo dei migranti a Castell’Umberto il 14 luglio del 2017. Una piccola comunità sconvolta dall’arrivo di cinquanta ragazzini neri, accolti con le barricate dal sindaco e pochi suoi seguaci. Il paese, mai considerato prima dai media, è stato letteralmente invaso dalle telecamere; la RAI, Mediaset e persino la BBC hanno messo le tende a Castell’Umberto per settimane, intervistando passanti e abitanti pro e contro accoglienza. Un caso mediatico senza precedenti nelle nostre zone.

A Castell’Umberto c’è il seminario vescovile. In questa occasione io mi sono chiesta: ma se queste persone, invece che essere etichettate come “migranti”, fossero stati seminaristi? L’accoglienza sarebbe stata sicuramente diversa. Ecco l’importanza dei Punti di vista.

Da questa esperienza è nato il Coordinamento Senza Frontiere, la più bella realtà di accoglienza che abbia mai vissuto. Perché, come diceva “qualcuno”, se «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

03. ‘A RISURVEMMU

Qual è il sesso dell’arancin*? Un’annosa questione, questa, per la nostra terra. Io l’ho risolta così: perché mai eliminare l’uno o l’altra? Sarebbe bene che convivessero e che magari lo facessero in pace, anzi in amore. La tradizione va mantenuta anche attraverso la lingua, certe volte, e questa è una di quelle. Dalle mie parti l’arancino è maschio; lo è sempre stato. Se a mio nonno parlavi di “arancine”, lui restava dubbioso di fronte a qualcosa che non conosceva. Lo stesso vale per Palermo e i palermitani; lì l’arancina è femmina e così deve continuare ad essere. Le motivazioni possono essere (e sono) svariate; proprio per questo è giusto mantenere e preservare ognuno le proprie tradizioni, senza cercare di eliminare quelle degli altri. D’altronde la diversità è ricchezza da sempre.

04. UNCIA E SDUNCIA

Comincia il viaggio attraverso i paesi dei Nebrodi. Nei Nebrodi esiste una “figura mitologica”, ‘a Buffa di Lonci (il rospo di Longi), alla quale è legato un modo di dire diffuso in tutto il territorio che, quando l’ho sentito per la prima volta da mia nonna, non ci ho capito nulla e ho dovuto chiedere spiegazioni. Il detto è: «Uncia e sduncia, sempri carcirata a Lonci resti» (Gonfia e sgonfia, resti sempre carcerata a Longi). Questo detto si utilizza quando proprio non si vuole fare una cosa, ma è necessario farla, anche controvoglia, oppure quando qualcuno si dà delle arie senza averne motivo. A questo detto è legata una storia che si racconta da sempre e che io ho raccolto, scritto e musicato per farne un racconto in musica, così come per tutte le altre storie contenute in questo disco.

05. LADY GAGA NUN NNI CACA

Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, la più importante pop-star contemporanea del mondo, è originaria di Naso, il mio paese, in provincia di Messina. Il suo bisnonno Antonino è partito da lì, con la valigia di cartone, alla volta delle Americhe nei primi decenni del 1900, come milioni di altri siciliani. Da allora non è più tornato, ma la famiglia che si è costruito ha sempre avuto un forte legame con la terra di origine e anche Stefania Angelina rivendica spesso e volentieri le sue origini siciliane, nei suoi concerti e nelle sue interviste. Nel suo ristorante nel cuore New York, il padre di Lady Gaga, Joseph, ha appeso ai muri vecchie foto di famiglia in cui Naso è protagonista come le polpette al sugo lo sono sulla tavola. Peccato che Lady Gaga non sia mai venuta a trovarci. Peccato che si dica da anni di volerle dare la cittadinanza onoraria, ma non si sia mai fatto. Peccato che, se Lady Gaga venisse a Naso, non avremmo le risorse per riceverla come si deve. Peccato che le risorse che abbiamo spesso le lasciamo abbandonate a loro stesse, nonostante siano davvero importanti e di notevole interesse storico-artistico-culturale. Da qui il mio invito a curarci del Bello (cose e persone) e di trattarlo come merita. Solo così saremo un paese all’altezza di una diva.

Ma questo non vale solo per Naso; questo vale per tutti i paesini dell’entroterra siciliano che fanno fatica a creare circoli virtuosi di crescita e, piuttosto che puntare sulle proprie risorse, si lasciano andare all’incuria e all’abbandono, non credendo realmente nelle proprie potenzialità e, spesso, anche mettendo i bastoni tra le ruote a chi vuole e tenta di risollevare le loro sorti con tutta la sua buona volontà. La buona volontà però prima o poi finisce, se non è sostenuta dalla comunità e dalle istituzioni. Inutile andare a cercar lontano, se non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi.

06. SABBATURANI ANNACA-PUCCEDDI

In Sicilia, fino a pochissimo tempo fa, esisteva l’usanza di appioppare soprannomi (le cosiddette inciurie) alle singole persone o a intere famiglie, anche per distinguerle le une dalle altre, esistendo una forte omonimia tra i componenti della comunità. Nei Nebrodi (ma girando per la Sicilia mi sono accorta che è una pratica diffusa in tutta l’isola) i soprannomi vengono affibbiati anche a tutti gli abitanti di interi paesi che vengono definiti in un determinato modo a causa di fatti (secondo la credenza popolare realmente accaduti) che ne hanno stabilito l’identità.

A San Salvatore di Fitalia gli abitanti vengono chiamati Annaca-pucceddi, cioè Culla-maiali. Il perché lo racconto nella canzone. Da questo racconto emerge forte l’acume del popolo, che fa fronte comune per risolvere problemi importanti.

07. GALATISI ZZAPULÌA-SARDEDDI

Galati Mamertino è un bel paesino di montagna, dedito all’agricoltura e alla pastorizia. Fino a qualche decennio fa, i collegamenti con la costa erano infrequenti, oltre che difficili. La dieta dei galatesi, quindi, ha conosciuto il pesce solo quando il primo pescivendolo si è avventurato fino al paese. Questa storia è simbolo dell’ingenuità del popolo che, legando la propria sopravvivenza alla terra e alla sua coltivazione, si convince che può piantare qualsiasi cosa, per evitare di spendere i soldi che non ha; anche i pesci, invece di comprarli dall’ambulante.

L’abbanniata iniziale è di Maurizio Monzù, figlio di Nicola, il pescivendolo che per quasi 40 anni mi ha svegliato col suo canto imbonitore che il figlio replica alla perfezione. Sarà un’emozione fortissima per tante persone ritrovarla qui. In tanti volevamo bene a Nicola e risentire la “sua” voce riporterà, alla memoria di tanti, tanti bei ricordi.

08. FICARRISI ‘NFURNA-CANNILI

Anche questo soprannome l’ho scoperto da un modo di dire che usava mia nonna: “Chistu sì chi è veru Diu! Pisciò ‘nto furnu e si nni ìu!” (Questo sì che è vero Dio! Ha pisciato nel forno ed è scappato!). Mia nonna lo riferiva ad una persona che si credeva tanto intelligente, ma in realtà era una mezza calzetta.

La stessa storia esiste anche nel paese di Ucria dove, invece della cera, per costruire il Bambin Gesù viene utilizzata la neve.

09. ATTILIO MANCA – LAMENTU PI LA MORTI DI ATTILIO MANCA

Il 12 febbraio del 2004 il giovane urologo siciliano venne ritrovato cadavere nel suo appartamento a Viterbo. Il corpo presentava evidenti segni di colluttazione mentre dal naso era uscita una considerevole quantità di sangue. Da quella scena straziante iniziò uno dei casi di cronaca più sconcertanti della storia della nostra Repubblica reso ancor più sinistro dalle innumerevoli menzogne raccontate dal potere.

Dipinto come un tossicomane morto suicida per un’overdose causata da un mix di droga e farmaci autoinoculati, Attilio fu oggetto di scherno e di derisione in primis da coloro che avrebbero dovuto ricercare la verità. E i due buchi nel braccio sbagliato, lui che era un mancino? Quisquilie. L’assenza delle sue impronte dalle due siringhe ritrovate con tanto di cappuccio salva-ago inserito? Dettagli insignificanti. Il suo computer? Sparito. Il suo appartamento? Quasi completamente pulito a lucido da impronte.

E poi ancora, non c’è spiegazione alla “sparizione” di una telefonata di Attilio dei mesi gennaio-febbraio 2004 giunta ai genitori qualche giorno prima della morte e poi c’è quell’inquietante “coincidenza” dell’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia negli stessi giorni in cui Attilio si spostò in Francia “per lavoro”. Altra “coincidenza” è quella del mafioso Francesco Pastoia che morì suicida in carcere il 28 gennaio 2005 dopo essere stato intercettato mentre parlava di un urologo che avrebbe visitato Provenzano nel suo rifugio da latitante in convalescenza. La morte di Attilio Manca è quindi avvolta dalla stessa coltre nera che ha permesso la latitanza di Bernardo Provenzano. E tante altre sono le ombre sulla scena del caso Manca, ma una più di tutte è la più sinistra, quella dello Stato.

Proprio di questi giorni la notizia delle sconcertanti intercettazioni che potrebbero riaprire il caso e riaccendere la speranza di avere giustizia per Attilio.

10. CLAUDIO E LUCIANO

Claudio e Luciano Traina sono due fratelli.

Nel 1992 Claudio è stato trasferito a Palermo da poco tempo ed è agente di scorta di un leader di un’associazione antiracket, Costantino Garraffa, che nei fine settimana non è quasi mai in città e perciò Claudio il sabato e la domenica viene utilizzato come jolly a disposizione di chi serve. Il 17 luglio, venerdì, chiama suo fratello Luciano col quale condivide la passione della pesca e lo invita ad andare a pescare la domenica successiva, il 19 luglio. Partono di buon ora, ma intorno alle 9 Claudio dice al fratello che alle 14 deve rientrare in servizio, deve fare una scorta. Luciano si risente un po’ perché uscire per tre ore in barca “non ne vale la pena”, ma Claudio risponde che voleva stare un po’ con lui da solo in mare. Prima di andarsene, gli dice: “Mi raccomando, stasera riunisci la famiglia, ci vediamo tutti a casa di mamma”. Claudio quel giorno sostituiva un agente della scorta del Dottore Paolo Borsellino. Muore a 26 anni in Via d’Amelio dilaniato dal tritolo.

Luciano è un agente della sezione catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Anche lui poliziotto, anzi è il tipo di poliziotto a cui suo fratello Claudio, di tanti anni più piccolo, si è sempre ispirato, anche se fanno lavori diversi. Luciano il 20 maggio 1996 è nella squadra che ha catturato Giovanni Brusca. Entra per primo nel covo del latitante dopo due giorni di appostamento senza neanche mangiare. Il giorno dopo della cattura viene chiamato dal Questore di Palermo e mandato in Sardegna, per motivi di sicurezza; pende una taglia sulla sua testa. Col senno del poi, Luciano ricostruisce tutto e realizza che il Questore di allora, Arnaldo La Barbera (che è stato addirittura promosso per aver messo in atto depistaggi e insabbiamenti su Via d’Amelio) lo manda in Sardegna, non per proteggerlo, ma per punizione. In vacanza prima, in pensionamento anticipato dopo. Le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone avevano voluto mandare Luciano Traina a catturare Giovanni Brusca, pensando che il poliziotto, trovandosi davanti a uno dei responsabili della morte di suo fratello, lo avrebbe ucciso per vendetta. Brusca doveva morire per evitare che diventasse collaboratore di giustizia; avrebbe avuto troppe cose da dire, troppi insospettabili da coinvolgere. Ma Luciano è un uomo per bene, è un poliziotto, e così “si limita” a fare il suo dovere, a catturare un latitante, un uomo seminudo e disarmato che gli fa persino schifo quando lo vede in quelle condizioni. Per questo motivo, per aver fatto il suo dovere, abbiamo perso un valoroso servitore dello Stato, mentre un traditore dello stesso Stato veniva promosso fino ad ottenere persino la decorazione di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Luciano adesso continua a portare avanti la memoria di Via d’Amelio e continua a raccontare la sua storia a tanti ragazzi che lo stanno a sentire con le lacrime agli occhi; spiega loro cosa significa stare dalla parte giusta, parla di giustizia e del valore delle Istituzioni, anche se, confessa, a volte gli sembra di prenderli in giro. “Io ci credo poco – dice – ma loro devono crederci.”

11. ‘NA NUCI

Per questo brano ho preso spunto da una vicenda realmente accaduta ai miei nonni. A tutti capita di dover fare qualcosa, ma dimenticarsene per i troppi pensieri o le troppe cose da fare o per semplice sbadataggine. Così la convivenza, in qualche modo, ne risente.

12. U BOI E U SCICCAREDDU

Un classico: il bue che dice cornuto all’asino. Una storia antica come il cucco! Una prevaricazione talmente evidente che non smetterà mai di esistere perché non smetteranno mai di esistere la prepotenza del più “forte” sul più debole, l’arroganza, il pregiudizio e il silenzio complice e colpevole di chi dovrebbe far notare al bue che le corna è lui a portarle sulla testa. D’altronde chi lavora umilmente, con rispetto e dignità, commu ‘nu sceccu, da sempre è soggetto ai soprusi di chi si crede superiore, e per sempre lo sarà. L’importante è essere consapevole del proprio valore e del proprio operato. Tanto, prima o poi, al bue pruderanno; sentirà il bisogno di grattarsi e allora, raspannusi i corna, scoprirà di averle!

U boi chi cci dici curnutu ô sceccu è un paradosso destinato a ripetersi fino alla fine del mondo!!!

13. UNNI SINI

È il mio personale inno alla Solitudine, compagna inseparabile e fondamentale nella mia vita soprattutto nel momento della creazione.

Nello sviluppo del brano questa solitudine si evolve in un atto di autoerotismo, in cui lui (o lei) si identifica in una immaginaria presenza che lascia spazio alla fantasia erotica più di quanto farebbe un reale contatto.

ORIANA CIVILE

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Oriana Civile, cantante, attrice, autrice, appassionata studiosa delle tradizioni musicali della terra di Sicilia, è una interprete unica e preziosa del repertorio musicale di tradizione orale della sua terra.

È presidente della sezione ANPI Capo d’Orlando/Nebrodi Ignazio Di Lena.

È stata coordinatore artistico della rassegna Il Teatro siamo Noi del Teatro Vittorio Alfieri di Naso, importante borgo in provincia di Messina e suo paese di origine.

Nel 2018 le è stato assegnato il Premio Antimafia Salvatore Carnevale “per l’impegno culturale e civile profuso come attrice e cantautrice, sempre congiunto a meritevoli battaglie di legalità e alla valorizzazione del ruolo di coraggiose figure femminili del movimento antimafia”.

Nel 2016 ha aperto il concerto di Noa e Gil Dor in occasione della XXIII edizione del Capo d’Orlando in Blues Festival, consacrando così le sue qualità di interprete in grado di calcare importanti palcoscenici internazionali.

Ha all’attivo numerose collaborazioni con artisti italiani e internazionali, tra cui Mario Incudine, Antonio Putzu, Salvo Piparo, Marco Corrao, Roy Paci, Pierre Vaiana, Salvatore Bonafede e altri.

Ha preso parte a diverse produzioni discografiche e ha realizzato due album da solista come interprete: Arie di Sicilia (di Oriana Civile e Maurizio Curcio, OnAir Records, 2009) e Canto di una vita qualunque (di Oriana Civile, Autoproduzione, 2016), che contiene i brani dell’omonimo spettacolo di teatro-canzone da lei scritto, diretto e interpretato.

Oriana ha, inoltre, collaborato a numerose produzioni cinematografiche; una per tutte Ore diciotto in punto del regista Pippo Gigliorosso, investendo nella produzione e interpretando la colonna sonora composta da Francesco Di Fiore, della quale nel 2019 è stato pubblicato il disco dall’etichetta olandese Zefir Records.

L’11 ottobre 2019 il debutto alla Cité de la Musique di Marsiglia con il progetto A Vuci Longa della “chanteuse sicilienne” Maura Guerrera insieme a Catherine Catella, progetto che punta alla riproposta delle complesse forme polivocali di tradizione orale contadina siciliana.

Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Oriana_Civile

Pierfilippo Spoto e il turismo esperienziale

di Samuel Tasca   Foto di Pierfilippo Spoto

Quando si viene in vacanza in Sicilia è facile pensare subito al mare, ai tanti panorami balneari o alle meravigliose città barocche. Ma la Sicilia ha anche un altro volto, fatto di persone che vivono nei paesi più interni, di bambini che giocano per strada e di robbi stinnuti ai balconi.

Lo sa bene Pierfilippo Spoto, che nella sua vita ha scelto di dedicarsi alla riscoperta dei suoi luoghi nativi: i Sicani. Si tratta della catena montuosa che si trova tra le provincie di Agrigento, Trapani e Palermo, completamente racchiusa nell’ entroterra, ma nella quale, da vent’anni, Pierfilippo accompagna visitatori da tutto il mondo che vanno alla ricerca di un’ esperienza autentica per ciò che oggi viene definito, infatti, turismo esperienziale.

Cosa significa per te turismo esperienziale?
«Quando ho iniziato vent’anni fa, veniva ancora chiamato “turismo relazionale”. Allora si trattò di una richiesta che arrivava direttamente dagli ospiti: oltre a incontrare gli abitanti di questi borghi, i visitatori volevano di più. Praticamente si passò da offrirgli il pane cunzato a prepararlo insieme alle persone del luogo».

Come è evoluto questo turismo al giorno d’oggi?
«Oggi l’idea è già cambiata: la richiesta, adesso, è quella di trascorrere delle giornate assieme ai locals, facendo attività tra le più disparate, dal raccogliere le olive, al preparare i cavatelli fatti in casa, o semplicemente restare seduti in loro compagnia su una panchina».

Cos’ è che attira dei borghi?
«I borghi diventano il perfetto palcoscenico per questo genere di esperienza, perché l’ospite normalmente arriva da contesti completamente diversi: si tratta di persone che provengono da ambienti nei quali il tempo è importantissimo e indispensabile. Qui si ritrova catapultato in un luogo in cui, invece, il tempo non esiste e dove la stessa signora che prepara il pane si accorge che la giornata è finita, non perché sia arrivato l’orario di chiusura, ma picchì nun veni nuddu chiù, o dove le persone capiscono che è arrivato mezzogiorno perché suonano le campane della chiesa.
Chi sceglie di venire nei borghi molto probabilmente è già andato al di là del normale turismo. L’americano che arriva in Sicilia, nella maggior parte dei casi, ha già visto Roma o Firenze o Venezia, e quando arriva qui lo fa anche per guardare oltre e cercare delle tappe spesso non convenzionali che però segnano l’esperienza di questi viaggiatori».

Cosa porta i turisti a voler scoprire il territorio dei Sicani?
Quando abbiamo iniziato a promuovere questo territorio abbiamo capito che non avrebbe avuto senso concentrare i nostri sforzi sulle scoperte archeologiche, saremmo stati secondi a tanti altri luoghi. Abbiamo scelto di puntare non tanto sul “dove”, quanto sul “con chi”, sviluppando un turismo d’incontri».

Cosa ti piace di più del tuo mestiere?
«È un lavoro che mi ha reso un uomo libero; che mi ha permesso di esprimermi e di poter dire tutto quello che avevo in mente. Ancora oggi mi permette di pensare che ci sono margini di scoperta enormi. Vivo queste giornate prima di tutto per me stesso, poi le condivido ovviamente con i miei ospiti perché la mia è più una condivisione che una guida».

Cosa si potrebbe fare per incentivare la promozione di questi luoghi?
«Sicuramente oggi bisognerebbe portare avanti una consapevolezza dei luoghi nei quali si vive e nei quali si è cresciuti. Forse bisognerebbe andar via per poi rientrarci con gli stessi occhi dei nostri visitatori. Io dopo tanti anni ho riscoperto una Sicilia che non conoscevo attraverso le fotografie dei miei ospiti».

Alcuni dei comuni che appartengono al territorio sicano sono Sant’Angelo Muxaro, San Biagio Platani, Contessa Entellina, Palazzo Adriano, Prizzi, Bivona, Santo Stefano Quisquina… e l’ormai noto Teatro di Andromeda, che sicuramente ha contribuito, con il suo essere “instagrammabile”, ad arricchire la notorietà di quest’area.

 

 Un riconoscimento a Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.

Dal comparto turistico cittadino un riconoscimento per Carlo Staffile, direttore del parco archeologico di Siracusa

 

Siracusa  Un riconoscimento Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. Lo ha consegnato Giuseppe Rosano dopo la prima dell’Agamennone di Eschilo al teatro greco di Siracusa, in rappresentanza del comparto turistico cittadino che raggruppa albergatori, ristoratori, guide turistiche, tassisti e strutture museali.

“Un riconoscimento – ha precisato Giuseppe Rosano – per il prezioso lavoro svolto da Carlo Staffile, a tutela del nostro straordinario patrimonio archeologico. Un attestato significativo che desidero indirizzare alle istituzioni cittadine e regionali, nonché all’opinione pubblica, affinché colgano il merito delle azioni messe al servizio della cultura”.

 Un riconoscimento a Carlo Staffile, direttore del Parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai.

“Sono molto contento di questo premio – ha commentato Carlo Staffile – e spero di poter proseguire quanto intrapreso da un anno e mezzo e che ha dato i suoi frutti, anche per merito del mio staff che ringrazio”.

Il premio è stato creato dall’artista Stefania Pennacchio, presente, ieri sera, insieme con il sindaco di Siracusa, Francesco Italia e l’assessore comunale alla Cultura, Fabio Granata. “Si tratta di una tavoletta – ha spiegato l’artista – ispirata a una frase di Socrate che ci fa riflettere molto: ho gettato via la mia tazza quando ho visto un bambino che beveva al ruscello dalle proprie mani. E, in tempi come i nostri, è bellissimo pensare che possiamo relazionarci agli altri senza sovrastrutture ma con semplicità e con umanità, che è il valore più grande che dobbiamo coltivare”.

 

 

direttrice Giglio Segesta

Al Parco di Segesta installati i nuovi pannelli informativi . Ripartono la ricerca e gli scavi archeologici.

 Il Parco archeologico di Segesta si arricchisce di un nuovo sistema di pannelli informativi in corrispondenza delle aree visitabili. Si tratta di venti pannelli, realizzati sotto il coordinamento scientifico della direttrice del Parco, l’archeologa Rossella Giglio, che contengono ricostruzioni e immagini dei ritrovamenti con una breve sintesi della storia del sito in doppia lingua: italiano e inglese. Un pannello presenta la mappa del territorio ed uno, in prossimità del teatro, riassume la storia recente degli spettacoli.

È l’ultimo atto compiuto dalla direttrice del Parco archeologico di Segesta, Rossella Giglio, che dal primo maggio è andata in pensione lasciando la gestione ad interim all’architetto Luigi Biondo, attuale direttore del Museo Riso.

direttrice Giglio Segesta

“Sotto la direzione della dottoressa Giglio – sottolinea l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – il parco Archeologico di Segesta ha conosciuto una interessante stagione di rilancio di tutte le attività, sia quelle di ricerca che di miglioramento del sito e di ampliamento dell’offerta culturale. Sono certo che la sua competenza scientifica continuerà a sostenere l’azione di valorizzazione di questo sito che ha ancora moltissimo da restituirci sulla popolazione che vi abitò. In questi ultimi due anni sono stati sottoscritti, peraltro, numerosi accordi di collaborazione scientifica con diversi atenei italiani e di altri Paesi e posti importanti presupposti i cui frutti non tarderanno ad arrivare”.


E proprio gli scavi tornano ad essere protagonisti a Segesta. Pronta a ripartire la missione archeologica del Laboratorio SAET della Scuola Normale di Pisa, guidata da Anna Magnetto, con le indagini sul versante sudorientale dell’Agorà, dove lo scorso anno è stato riportato in luce un importante spazio pubblico dedicato ai giovani. Le informazioni su questo ritrovamento provengono anche da una iscrizione posta alla base di una statua, conservata in situ, che ricorda il nome e le opere di un noto personaggio segestano, Diodoro figlio di Tittelo, che era stato ginnasiarca e aveva, a sua volta, finanziato la costruzione di un edificio per i giovani della città. Lo stesso personaggio aveva dedicato alla sorella Uranìa, sacerdotessa di Afrodite, una statua che riporta un’iscrizione ben conservata e leggibile; statua rinvenuta nel XVII secolo presso il tempio dorico, ed oggi esposta nel nuovo Antiquarium di Segesta.


Prosegue, ancora, nell’area dell’Acropoli Sud l’intervento di restauro dei pavimenti marmorei e degli intonaci parietali che erano stati rimessi in luce, durante lo scorso mese di luglio, nella “Casa del Navarca”. Questa zona sarà presto aperta al pubblico, grazie anche ai nuovi percorsi che sono stati realizzati sotto la direzione della dottoressa Giglio.


E sono le nuove convenzioni sottoscritte con prestigiose università di tutto il mondo, che annunciano una stagione molto interessante. Stanno per avviarsi i nuovi scavi della missione dell’Università di Ginevra e dell’Università di Tucson (Arizona, USA) che indagheranno l’area di contrada Badia. Nuove ricognizioni sul percorso delle fortificazioni saranno realizzate dalle Università di Berlino (Freie) e Università di Viterbo (Tuscia) mentre al Santuario di Mango scaverà l’Università di Palermo.

Nuovi cantieri di scavo anche nel territorio di Salemi dove si opererà su due siti: a San Miceli tornerà a scavare la Andrews University (Michigan, USA) mentre nel sito di Mokarta parte una nuova missione targata Università di Bologna e CNR.

 

Tutto questo mentre il Parco archeologico, che da qualche mese si avvale dei servizi aggiuntivi di Coopculture, registra un incremento dei visitatori che porta a circa 1.500 le presenze giornaliere.

Palazzo Adriano

Nuovo Cinema Paradiso vive negli abitanti di Palazzo Adriano


di Samuel Tasca,

Foto di Samuel Tasca e Nicola Vaiana

Immaginate un cielo stellato che sovrasta la piazza di un piccolo borgo della Sicilia. Intorno sono tutti incantati da un fascio di luce che, partendo dalla finestra del cinematografo, proietta un film sulla facciata delle abitazioni. Adesso aggiungete come sottofondo le note del maestro Morricone, e quella a cui state assistendo è una delle scene più conosciute al mondo, tratta dal film capolavoro di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso.

Eppure quella piazza, con quella fontana e quelle case esistono davvero e si trovano a Palazzo Adriano, un borgo in provincia di Palermo, nascosto tra i Monti Sicani.

Palazzo Adriano

Una volta fatto il vostro ingresso in città sarà impossibile non riconoscere quella grande piazza. Basterà un attimo e vi sembrerà di essere finiti sul set del film. Questo perché, nel lontano 1988, l’intera città divenne il set scelto da Tornatore per ambientare il suo film. A portarlo nel borgo fu il padre, Peppino Tornatore, sindacalista della CGIL che conosceva bene il territorio e volle mostrare al figlio quella piazza, perché sapeva che sarebbe stata perfetta per il suo progetto. Indovinate chi fu la prima persona che incontrarono per chiedere informazioni? Nicola Granà, allora sindaco di Palazzo Adriano, pensate che fortuna! Da quel momento, Nuovo Cinema Paradiso si è intrecciato nelle vite degli abitanti di questa città, lasciando in loro un segno indelebile ricco di ricordi, emozioni e aneddoti. Tornatore e l’intera troupe si trasferirono lì per circa tre mesi e quasi tutti in città parteciparono alle riprese.

set nuovo cinema paradiso palazzo adriano

Lo ricorda bene Nicola Ribaudo, pittore e scenografo che fu allora incaricato della realizzazione di alcune delle scenografie utilizzate nel film. Nonostante siano passati oltre trent’anni, gli brillano ancora gli occhi nel descrivere la “sua” testa di leone, quella iconica scultura che tanto terrorizzava Totò ancora bambino, dalla quale usciva il fascio del proiettore.

Un ragazzino Totò, impersonato da un prodigioso piccolo Salvatore Cascio, che tutti ricordano per la sua esuberanza, proprio come nel film. Ce lo racconta, Caterina, che è la madre della bambina che interpretava la sorella di Totò, e che rammenta come dovette far piangere di proposito la figlia più volte per poter ripetere una scena nella quale Salvatore non riusciva a smettere di ridere.

È questo il vero tesoro custodito a Palazzo Adriano: sono i ricordi dei suoi abitanti, l’incredulità di aver preso parte a qualcosa che è arrivato a toccare gli animi di persone in tutto il mondo.

palazzo adriano veduta aerea

Un orgoglio che oggi viene portato avanti dall’assessore alla Cultura e al Turismo Totò Spata e da tutta l’Amministrazione comunale: «Il nostro obiettivo è quello di rigenerare il centro storico, mantenendo intatto l’impianto urbanistico. Puntiamo tantissimo alla promozione del territorio dal punto di vista turistico e culturale. Le opere importanti previste sono: la ristrutturazione dell’edificio nel quale sarà realizzato un museo del cinema, con annessa sala cinematografica per la proiezione di film d’autore. Il progetto prevede l’organizzazione di pacchetti grazie ai quali il turista, oltre a visitare i set del film, potrà assistere a seminari e proiezioni. Inoltre, verrà predisposta una scuola di formazione sulle professioni legate al cinema. Lo scorso 1° marzo è stato firmato un protocollo d’intesa con la Trapani Film Commission West Sicily, per l’attivazione di un ufficio cinema che gestirà i rapporti tra il comune e le produzioni cinematografiche. Inoltre, siamo impazienti di riprendere l’organizzazione della terza edizione del Paradiso Film Festival che si svolgerà tra luglio e agosto».

 

Una città, come potete notare, nella quale ogni abitante merita quell’Oscar che portò alla ribalta Tornatore. E se vi capiterà di passare da lì, sedetevi su una panchina o entrate in un bar e aspettate, presto arriverà qualcuno che non vede l’ora di poter condividere con voi la sua storia e i suoi ricordi, perché a Palazzo Adriano Nuovo Cinema Paradiso è un film che non è mai terminato e continua a vivere giorno dopo giorno nel cuore dei suoi cittadini.