Nino Frassica, l’attore siciliano simbolo della TV italiana

nino frassica

di Omar Gelsomino   Foto di Art Show

Personaggio poliedrico, Nino Frassica da anni si è imposto come comico, attore, conduttore e scrittore. Partendo dalla sua Messina, dopo aver studiato al Piccolo di Milano, ha raggiunto il meritato successo divenendo un simbolo della televisione italiana e della radio con programmi di successo.  Adesso sta per tornare in TV e in libreria con un suo nuovo libro.

Notato dal grande Renzo Arbore, Nino Frassica partecipò a “FF.SS.”, “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ha presentato “Ritira il premio” e partecipato a diverse trasmissioni: da “Fantastico” a “Domenica In”, da “Scommettiamo che”? a “I Cervelloni”, da “Acqua calda” a “Colorado Cafè” e “Markette”. Protagonista nella fiction televisiva “Don Matteo” e di altri prodotti tv di successo come “Che fuori tempo che fa” e “La mafia uccide solo d’estate”, è stato anche testimonial di campagne di sensibilizzazione contro il fumo e altri fenomeni sociali. Fra i tanti impegni artistici siamo riusciti a raggiungerlo per strappargli un’intervista condita di tante sue esilaranti gag a cui ci ha abituati.

Com’ era Nino Frassica bambino?
«Un po’ come tutti i bambini non amavo studiare e preferivo giocare e uscire con gli amici, lo svago e il divertimento. Sin da piccolo marinavo la scuola per andare al cinema agli spettacoli della mattina».

Quando è nata la passione per lo spettacolo?
«Io ho cominciato da divoratore di spettacoli, andavo a vedere tutti gli spettacoli musicali o teatrali che facevano a Messina, tutte le settimane andavo al cinema, e poi tantissima tv, tanta radio, ero un ingordo, che vedeva di tutto, e che si appassionava ad alcune cose. Si formava il mio gusto. E negli anni ’70 impazzivo per Alto Gradimento, Cochi e Renato e la comicità siciliana di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. Ero uno spettatore che voleva capire perché mi facevano così tanto ridere quei determinati artisti. Diciamo che li ammiravo e li studiavo. E sognavo di saper fare quello che facevano loro».

nino frassica

Nino Frassica, artista poliedrico, lei è attore, frate, giornalista, scrittore, ecc. Come si definisce?
«Una showgirl!!!».

Quando ha scelto di diventare un comico?
«La mia palestra è stato il mio paese Galati Marina vicino Messina, e nel periodo giovanile con i miei coetanei si “cazzeggiava” parecchio, notavo che tutti ridevano alle mie battute, per cui a un certo punto mi sono detto di provare a farlo diventare un mestiere, gestivo un dancing (a quei tempi le discoteche le chiamavano così) e a scuola approfittavo per organizzare serate a tema che potessero darmi la possibilità di provare le mie battute ed il mio stile comico».

Cosa preferisce fra teatro, radio, cinema e tv?
«Solitamente la risposta dipende da chi mi intervista, se l’intervista verte sul teatro, dico il teatro, se l’intervista verte sul cinema, rispondo il cinema ecc., quindi… dipende».

Come nasce la band dei Los Plaggers?
«Nasce dal mio amore per la musica, la musica in generale mi fa sempre stare bene, da qui la voglia di essere accompagnato da sei formidabili musicisti, tutti siciliani e io sono la Guast Star del gruppo».

Nonostante da anni viva a Roma, quanto è legato alla Sicilia?
«Tantissimo, e ancor di più proprio per il fatto che vivo a Roma, ma quando posso cerco di legare gli impegni di lavoro a una toccata e fuga siciliana. C’è tutta la Sicilia sempre con me, ci sono le mie origini e i miei ricordi e quando posso caratterizzo sempre i miei personaggi rendendoli più simili e vicini alle mie radici: è un fatto naturale, se devo recitare e posso scegliere o dare indicazioni agli sceneggiatori preferisco essere me stesso, quindi un siciliano con la propria cadenza che ogni tanto si lascia scappare qualche frase nel suo dialetto».

Ci racconta l’incontro con Renzo Arbore?
«Questa domanda non me l’hanno mai fatta! Da ragazzo ero “Alto Gradimento radio dipendente”, non a caso mi proposi ad Arbore, ero consapevole del fatto che il mio stile era molto vicino al suo e a quello dei suoi amici/collaboratori, così fingendomi la mia segreteria telefonica che parlava con la sua, gli ho lasciato una serie di messaggi “surreali” in cui però non ho mai lasciato il mio numero per essere richiamato, tranne che nell’ultimo e ad un certo punto mi richiamò».

Avete immaginato di lavorare insieme ad un nuovo programma tipo “Indietro tutta”?
«Fino a un paio di anni fa abbiamo condotto insieme “Guarda…Stupisci” e “Indietro tutta! 30 e lode”, in occasione dell’anniversario di “Indietro tutta”, non ci precludiamo nulla».

Quali sorprese riserva ai lettori nel suo nuovo libro?
«Il mio nuovo libro, “Vipp. Tutta la Veritàne”, prende in giro le star e pure un po’ me stesso, punta sui loro difetti ma è una favola».

Cosa le piacerebbe fare che ancora non ha fatto?
«Mi piacerebbe fare una sitcom, qualche idea c’ è vedremo… Mi mancano i fotoromanzi, ma prima o poi farò anche quelli! Ma se devo rispondere più seriamente, dico che mi sento in credito con il cinema».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«In questo momento sto girando “Don Matteo 13” e da inizio ottobre riprenderà «Che Tempo Che Fa» di Fabio Fazio, nel quale continuerò ad essere ospite fisso».

 

parco dei nebrodi

Il Parco dei Nebrodi: un patrimonio unico di biodiversità

parco dei nebrodi

di Patrizia Rubino   Foto di G. Fabio

Con i suoi quasi 86.000 ettari di superficie, il Parco dei Nebrodi rappresenta la più grande area naturale protetta della Sicilia, la quinta in Italia. La sua grande estensione offre panorami incomparabili e ricchi di suggestioni: dalle Isole Eolie sul versante tirrenico all’Etna sul versante ionico. La particolarità del suo ambiente naturale sta nella presenza di fitti boschi, con alberi maestosi e antichissimi, maestose valli, colline, pascoli d’alta quota, laghi e torrenti. Un’immagine in contrasto con quella della Sicilia più arida e secca e che presenta ancora oggi una ricca e variegata flora e la più grande biodiversità faunistica della nostra isola. In un tempo non troppo lontano questa area naturale era, infatti, considerata il regno dei cerbiatti, dei daini e dei caprioli ed è a questo che deve il suo nome il Parco, dal greco nebròs, cerbiatto appunto. Il territorio del parco è suddiviso in 4 zone, caratterizzate da divieti e limitazioni per consentire la conservazione e la valorizzazione delle sue preziose risorse naturali.

parco dei nebrodi

Alla straordinaria bellezza del suo ambiente naturale del Parco dei Nebrodi si aggiunge quella altrettanto suggestiva dei suoi 24 comuni, appartenenti a tre differenti province: 19 quelli di Messina, 3 di Catania e 2 di Enna. Sin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1993, la gestione dell’ ente Parco è stata segnata da numerosi contraccolpi che hanno minato le enormi potenzialità di sviluppo economico del territorio. Domenico Barbuzza, presidente del Parco dal maggio del 2020, ha ereditato un periodo di commissariamento dell’ ente di oltre due anni.


Il suo approccio propositivo nella gestione dell’ente ha determinato un cambio di passo nella direzione della valorizzazione e del rilancio del Parco dei Nebrodi
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«Il nostro è un territorio ricchissimo di risorse straordinarie, ma la loro salvaguardia, valorizzazione e promozione non possono prescindere dal coinvolgimento attivo di tutti gli attori interessati. Per questo sin dal mio insediamento ho voluto ricostituire la rete dei nostri comuni e dei nostri sindaci. Mi sono rivolto anche ad operatori economici, associazioni ambientalistiche e a tutti coloro che possono dare un contributo utile alla nostra causa. Il lavoro di squadra paga sempre».

parco dei nebrodi
Quali sono i punti di forza sui quali incentrare una strategia di sviluppo economico in chiave turistica?

«A livello di risorse naturali possiamo puntare sul nostro prezioso patrimonio di biodiversità vegetali e animali. Abbiamo la più numerosa colonia di grifoni, presente in Italia, ben 170 esemplari. E proprio in questi giorni, sempre nell’ottica delle collaborazioni, ne abbiamo donati 4 al Parco delle Madonie per reintrodurre il rapace in quell’area. Tutto il nostro territorio a livello paesaggistico e naturalistico come a livello artistico e culturale è ricco di immense bellezze. Tra i progetti cui teniamo particolarmente c’è quello relativo al collegamento tra il parco dei Nebrodi e lo sbocco diretto sulle isole Eolie attraverso il porto di Capo d’Orlando o anche quello sul potenziamento delle aree attrezzate nello straordinario percorso escursionistico che si snoda lunga la Dorsale. Come non citare poi le nostre eccellenze gastronomiche: suino dei Nebrodi, provola Dop, nocciole, olio, il tartufo, per costruire dei veri propri tour del gusto. Non ci facciamo mancare neppure il turismo religioso con il “Cammino di San Giacomo”, un percorso di 173 km che tocca i comuni in cui il santo è patrono».


La Sicilia quest’anno è stata una delle mete preferite da turisti nazionali e stranieri, ma le restrizioni dovute alla pandemia hanno inevitabilmente messo un freno ad eventi e manifestazioni.

«La mancanza di eventi che caratterizzano la vita delle comunità dei nostri centri rappresenta una grossa perdita e non solo in termini economici. Guardo fiducioso ad un ritorno alla normalità e spero di ripartire con le scuole nel segno dell’educazione ambientale e della conoscenza del territorio da parte dei nostri giovani, affinché ne diventino i più strenui custodi».

 

Savoca, alla scoperta del borgo medievale

di Omar Gelsomino

Tra le tante mete turistiche siciliane, incastonato su un colle roccioso, c’è il borgo medievale di Savoca. Il suo nome deriverebbe dalla pianta di Sambuco (in dialetto Sauca, dal latino medievale Sabucu), ma vi sono anche altre ipotesi. Le sue origini risalgono all’età romana, quando fu fondato il nucleo principale del paese, e in seguito conobbe le dominazioni bizantina, araba e normanna. Alcune fonti attribuiscono la sua fondazione al 1134 ad opera di Ruggero II, altre antecedenti all’anno Mille con il Pentefur, altre ancora ascrivono la nascita del Pentefur a cinque ladroni evasi dal carcere dell’odierna Taormina.

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Dal XII al XVIII secolo la città ha vissuto momenti di crescita sociale, culturale ed economica per registrare nei primi decenni del secolo scorso un lento declino. Solo la lungimirante valorizzazione delle sue bellezze storiche e delle sue tradizioni culturali hanno consentito un nuovo corso, tanto da essere stato inserito fra i Borghi più belli d’Italia ed assumere un posto di rilievo nel turismo della Sicilia.

Passeggiando per le sue viuzze ci si lascia coinvolgere dalla sua antica atmosfera: accanto alle recenti ristrutturazioni si notano le case in pietra locale, i tetti con i coppi siciliani e le strade in basalto. Da qualsiasi lato si guardi, Savoca offre scenari suggestivi sempre nuovi. Già nel 1927 il poeta messinese Carlo Parisi scriveva “Con sette facce Savoca sul monte sorride leggera…” e “Paese dalle sette facce” fu definito anche da Leonardo Sciascia.

A dominare il borgo di Savoca c’è il castello Pentefur, costruito tra il VI e il XVII secolo, e le rovine della sinagoga, utilizzata nel Medioevo dai giudei, già presente nel 1408. A segnare l’entrata nel centro storico una delle antiche porte che conduce al Municipio e ai resti di Palazzo Archimandritale. Meritevoli di essere visitati la Chiesa di San Michele, la cui fondazione è antecedente al 1250, e sulla cui facciata vi sono due portali in stile gotico-siculo ed archi in pietra arenaria, mentre al suo interno è costituita da un’unica navata con rifiniture barocche e custodisce pregevoli opere d’arte ed importanti affreschi. Su uno sperone roccioso, proteso verso il vuoto, si erge la Chiesa di San Nicolò con le sue merlature che la rendono simile ad un castello: costruita nel XIII secolo è stata una delle location del film “Il Padrino”. Meritevole di essere visitata anche la Chiesa Madre dedicata a Santa Maria in Cielo Assunta del XII secolo a tre navate, il cui impianto è di epoca normanna. Poco più avanti una finestra con bifora cinquecentesca contraddistingue la casetta tardo-medievale.

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Nel Convento dei Cappuccini, edificato nel 1574, la cripta (con annessa chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi) conserva i resti mummificati di abati, personaggi autorevoli e membri delle famiglie patrizie con abiti dell’800. Inserito tra i beni immateriali dell’Unesco, al centro del paese si trova il Museo storico ed etno-antropologico. Edificata intorno all’anno mille dai monaci basiliani la Chiesa del Calvario nel 1736 fu trasformata in chiesa dai gesuiti. Il patrimonio architettonico di Savoca è arricchito da splendidi palazzi nobiliari: Palazzo Salvadore e Palazzo Scarcella entrambi del XVII secolo, ma quello più famoso è Palazzo Trimarchi, fondato tra il XVI e il XVII secolo, in stile neoclassico, in cui vi è il Bar Vitelli nel XVIII secolo, reso noto dal regista Francis Ford Coppola in cui girò la scena che vede seduto ad un tavolino Michael Corleone.

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Savoca è rinomata anche per i suoi prodotti tipici: la cuzzola; a carni i’ crastu ‘nfurnata, u piscistoccu a’ ghiotta; torta al limone e i cannulicchi in cialda croccante e a granita ca’ zzuccarata (servita con un croccante biscotto locale condito con semi di sesamo). Piatti imperdibili che profumano di tradizione e genuinità, bellezze storiche, culturali e paesaggistiche rendono unico il borgo medievale di Savoca che con i suoi panorami mozzafiato lasciano il visitatore incantato.

 

santo stefano di camastra

Un viaggio alla scoperta di Santo Stefano di Camastra

di Merelinda Staita   Foto di Marilena Alibrando

Santo Stefano di Camastra è uno dei comuni del Parco dei Nebrodi. Un borgo stupendo che si trova a metà strada fra Palermo e Messina. La sua posizione geografica è davvero meravigliosa, perché gli permette di volgere lo sguardo sul mar Tirreno e sulle cime dei Monti Nebrodi. Gli studiosi hanno individuato le sue origini nella comunità agro-pastorale di Noma (IV secolo a.C.).

Su Noma abbiamo poche notizie, ma alcune informazioni ci sono state tramandate da Tucidide (IV sec. a.C.), da Polibio (II sec. a.C.), da Cicerone (I sec. a.C.) nelle “Verrine” e da Silio Italico (I sec. d.C.) nell’ opera “Punica”. Altre notizie sono state riscontrate in opere dei primi del Novecento, grazie a tre storici locali: Edmondo Cataldi, Salvatore Ruggieri e Salvatore Pagliaro Bordone, che situano Noma nelle contrade di Romei o di Vocante.

In origine il toponimo del paese era “Santo Stefano di Mistretta”, così come registrato in alcuni documenti normanno-svevi. Distrutto nel 1682 da una frana il paese fu ricostruito nel 1693 in una zona più vicina al mare.

Nel 1812 prese il nome di “Santo Stefano di Camastra”, in onore del duca Giuseppe Lanza di Camastra che ha fondato la città. Spostarsi vicino alla costa significò davvero molto per gli stefanesi che fino a quel momento erano stati contadini e pastori. Infatti, diventarono pescatori e soprattutto ceramisti per l’abbondante presenza di argilla.

Oggi conta circa 5 mila abitanti e passeggiare nelle sue stradine è davvero incantevole, perché si avverte la sensazione di camminare su un enorme quadro, dove luci, ombre ed emozioni si fondono insieme. Uno scenario policromo ricco di odori mediterranei e le sue sfumature luminose sono arricchite da opere d’arte in ceramica smaltata. Un insieme di mosaici e sculture che valorizzano le piccole viuzze tutte da scoprire.

Santo Stefano di Camastra possiede tantissime meraviglie architettoniche e artistiche: chiese, palazzi e monumenti interessanti. Alle porte della cittadina c’è il Muro della Storia, ideato da Totò Bonanno (1997), che rievoca l’epoca normanno-sveva. Degno di menzione è il Duomo del 1685 che al suo interno ospita sculture e dipinti del XVII e XVIII secolo. È presente anche un interessante museo all’interno di Palazzo Trabia. Renzo Piano ha scritto che: “Un museo è un luogo dove si dovrebbe perdere la testa” e quello di Santo Stefano di Camastra è davvero affascinante e coinvolgente.

La natura circostante abbraccia le casette e le colline, che si disperdono verso il mare, presentano filari d’uva, uliveti, agrumeti, i campi di grano e nel periodo primaverile una distesa di fiori.

La costa presenta zone sabbiose, altre con piccoli ciottoli e altre ancora con gli scogli suggestivi. Uno scenario caraibico per quanti amano il mare e in particolar modo la Sicilia.

Un mare favoloso, con acque azzurre e cristalline, in cui le barche dei pescatori ondeggiano, lentamente e con dolcezza, ormeggiate al porto. La luce del sole si unisce con i contorni delle spiagge, evidenziandone la sabbia o i sassolini. Un susseguirsi di calette idilliache, panorami mozzafiato e tramonti indimenticabili, rendono il territorio paradisiaco e meta di tanti visitatori.

Tanti gli eventi e le sagre in cui si può sentire il profumo della tradizione. Ci sono anche molte manifestazioni culturali e popolari che rappresentano l’ideale per scoprire i costumi e i piatti locali. Un luogo bellissimo in estate, ma anche in primavera e in autunno soprattutto per visitare anche la zona più interna. Infinite camminate si possono intraprendere nelle diverse zone dell’entroterra. Si potrebbe dedicare un giorno alla visita degli altri comuni circostanti come ad esempio Mistretta e ammirarne i paesaggi straordinari.

Orazio ha scritto che: “Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet…” (“Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride…”) e Santo Stefano di Camastra offre ai suoi abitanti, e ai turisti, quella bellezza che fa gioire il cuore.

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Una storia di alta infedeltà… “di corna”, vah!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

 

Per parlare di un tradimento, in gergo, si dice che “fatto di corna fu”.

Ma perché questo simbolo appartenente alla sfera animale allude all’infedeltà tra partners?
Oltre i motivi che ci tramanda la storia (mi riferisco all’usanza di appendere corna di cervo davanti alle case che il governatore Andronico I Comneno, tra il 1183 al 1185, usava per schernire i mariti delle mogli che, per suo capriccio e malvagità, diventavano sue concubine) e a quelli mitologici legati alla vicenda di Minosse (che veniva salutato dalla sua gente con questo gesto, richiamando l’unione carnale che la moglie Pasifae aveva avuto con un toro, concependo così il Minotauro), in Sicilia ve n’è un altro.

Tempo fa, a Mazara del Vallo, un noto macellaio che aveva la sua bottega in un vicolo del quartiere arabo della città, era solito depositare i resti degli animali a pochi metri dall’ingresso, in attesa che un apposito carro li caricasse per smaltirli. Assai raramente, però, il carretto arrivava puntuale così che spesso si formava, in quella stretta e buia via, un vero e proprio cumulo di ossa, frattaglie e, appunto, corna di animali.

Il buio che caratterizzava quel vicolo, coperto perlopiù da quella montagna di resti animali, era il luogo ideale per gli incontri extraconiugali del tempo.
Le mogli dei pescatori, spesso sole durante la notte, così “facevano le corna” ai mariti lontani, e stessa cosa facevano gli uomini che volevano consumare l’atto coniugale con una donna diversa dalla propria.

Dove? Tutto in quella vanedda, dietro alle corna depositate dal macellaio…

 

La frutta martorana

Le ricette di Nonna Gina a cura di Redazione
Graphic by Mauro Polizzi

La commemorazione dei defunti, a novembre, è una di quelle occasioni in cui non si può fare a meno di preparare tipici dolci da condividere in famiglia.
La frutta martorana, ossia la frutta di pasta di mandorle, è per eccellenza la pietanza tradizionale di questo periodo.

Molti di noi condividono dei ricordi d’infanzia legati a questo dolce particolare: nelle giornate d’autunno, arrivare a casa della nonna assumeva tutto un altro sapore sapendo di trovare i colorati dolcetti alla mandorla che riproponevano le forme dei frutti della nostra Sicilia. Noi da bambini ne andavamo tutti matti: per i colori, la dolcezza e la particolare forma, puntualmente, però, arrivava sempre qualcuno a dirci di non mangiarne troppi, perché “troppo zucchero ti fa cariri i rienti (troppo zucchero ti fa cadere i denti)”.

La leggenda racconta che l’origine di questo dolce risale all’omonimo convento palermitano delle suore di clausura che, per abbellire il giardino in occasione della visita di un illustre prelato, ebbero l’idea di creare dolcetti di pasta reale a forma di frutta.

Procedimento:

In una pentola, a fiamma bassa, far cuocere la farina di mandorle con lo zucchero e il glucosio. Bisogna mescolare costantemente e con attenzione. Prima che il composto arrivi a bollore va versato su un piano di marmo e, dopo averlo fatto raffreddare, lavorato finché non si ottiene un composto liscio.
A questo punto si possono creare le forme più svariate: la classica mela, fragola, ciliegie, pera, banana… Ma anche altro: spazio alla fantasia! Cuocere in forno per circa 10 minuti, a temperatura media. Non appena assumeranno un colore dorato, lasciarle raffreddare almeno 2 ore. Infine procedere con la colorazione dei dolcetti utilizzando i coloranti alimentari (diluiti con acqua per ottenere le varie gradazioni di colore). Per dare lucentezza utilizzare la gomma arabica sciolta in acqua.

Ingredienti:

250 gr di farina di mandorle
850 gr di zucchero
200 gr di glucosio
Per la colorazione aggiungere: coloranti per dolci
Per lucidare: gomma arabica

 

Il Gattopardo

Tito-lo a cura di Alessia Giaquinta

Il grembo della mamma è un ambiente fantastico, trovi tutto ciò che ti serve, sei al sicuro.
Per nove mesi ho vissuto lì ma, vi confesso, non vedevo l’ora di venire fuori: la curiosità di scoprire il mondo era davvero tanta! La mamma, al tramonto, era solita raccontarmi qualche storia, non capivo bene il senso delle sue parole ma ne percepivo l’emozione: mi parlava della terra in cui avrei abitato e mi raccontava la Sicilia con le parole dei grandi scrittori, passati e presenti, che hanno celebrato questa terra.
Il 17 settembre sono nato. Tito è il mio nome… e Bianca è mia sorella.
Vi racconterò la Sicilia attraverso la penna di grandi scrittori.

La meraviglia. Che termine immenso! Si fa fatica a descrivere cosa sia la meraviglia, ma è certo che è grazie ad essa che esiste il mondo: senza meraviglia non si vive, si “sta” e basta. Vivere significa meravigliarsi, guardare il mondo con stupore, come la prima volta, come fa ogni bimbo quando viene al mondo.

Spesso dimentichiamo di applicare quest’emozione alla vita e ci accontentiamo di stare, di subire passivamente la bellezza che ci circonda. Questo ci penalizza, come singoli individui e come comunità.

Allora facciamo un esercizio, insieme, utilizzando la letteratura come mezzo: partendo dal titolo di un libro, proviamo a calarci in una realtà e dimensione diversa, proviamo ad immedesimarci, a porci delle domande sino a scoprire la meraviglia.

Il titolo che vi propongo oggi appartiene alla grande letteratura siciliana. È “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sì, certamente ne avrete sentito parlare o, nella migliore delle ipotesi avrete letto il libro o visto il bellissimo film di Luchino Visconti. Ma cosa vi è rimasto di questa lettura? Il titolo, certo. Anche a distanza di tempo, quel che resta di una lettura nella memoria è proprio il titolo, talvolta provocatorio o interrogativo, comunque sintesi assoluta dello scritto.

Ma torniamo alla meraviglia. Cerchiamo di applicare questa emozione al titolo del libro di cui stiamo parlando e, qualora non ne emergesse nulla, corriamo a rileggere o, per chi non l’avesse fatto, leggere questo meraviglioso capolavoro della letteratura.

Vi lascio incuriosire: siamo in Sicilia, al tempo in cui gli aristocratici, nei loro immensi salotti erano soliti riunirsi per pregare… in latino. Non si tratta di una realtà lontanissima: più o meno 150 anni fa, eppure ne è passata di “acqua sotto i ponti”. A cosa mi riferisco: in primis all’aristocrazia che, piaccia o meno, non esiste più come ceto sociale dominante e poi alle abitudini, così diverse, così lontane dalle nostre…
La Sicilia stava cambiando, come adesso, come ogni giorno.
Questo è il motivo per cui l’autore ha scritto quest’opera, per sottolineare un’ evidenza che, però, non è ben accettata da tutti. Il principe di Salina, infatti, non accoglie bene l’idea che, con l’arrivo dei piemontesi e l’unificazione del Regno d’Italia, il suo ceto risulterà decaduto, senza importanza, … insomma i “gattopardi” (nome utilizzato per identificare l’aristocrazia) non esisteranno più.

Ma non esiste più neanche il lungo ballo che fecero Tancredi ed Angelica, sino alle sei del mattino, fatto di sguardi, profumi, delicatezza, eleganza.
Esiste, è certo, l’incanto di poter conoscere meglio la nostra terra, le passate abitudini, la sua storia per vivere al meglio il presente ed orientare il futuro. E la letteratura, in questo, è di fondamentale importanza.

Buona lettura e… non dimentichiamo di meravigliarci, proprio come Tito quando ha aperto gli occhi al mondo!

legumi siciliani

Legumi siciliani, campioni di benessere e di sostenibilità ambientale

di Angelo Barone e Francesca Cerami

I legumi siciliani sono stati e continueranno ad essere elementi prioritari della civiltà agricola ed alimentare dell’isola. Fave, ceci, lenticchie, fagioli, cicerchie, lupini hanno caratterizzato l’identità dei piatti tipici della cucina mediterranea. E proprio in questo contesto, all’interno della ricerca di nuovi modelli sostenibili di agricoltura, dove la capacità di coniugare produzione, sicurezza alimentare, salute e rispetto per l’ambiente (non più differibile), la loro valorizzazione diventa sempre più importante. Sono alimenti di qualità, capaci di ridurre il carico chimico sui terreni e di rigenerare i suoli attraverso l’avvicendamento colturale. Emblema di un’agricoltura sana, giusta e sostenibile, fulcro centrale della Dieta Mediterranea.

Paladini di benessere che le istituzioni, a vario livello, stanno cercando di “recuperare” e rilanciare consegnandoli alle nuove generazioni perché sappiano trarne insegnamento e utilizzarne le potenzialità. I legumi sono giacimenti di benessere: saziano di più, sono meno calorici e con la loro fibra solubile regolano i livelli di colesterolo e di glucosio nel sangue. I legumi contengono, infatti, delle sostanze (le saponine) in grado di sequestrare il colesterolo “cattivo” (LDL) impedendone l’assimilazione e riducendone il contenuto nel sangue. E lo sapevano bene i nostri nonni, diventati centenari, che ne consumavano almeno due/tre porzioni a settimana. La storia della gastronomia italiana è caratterizzata dal loro utilizzo per la preparazione di ricette che raccontano i luoghi, i riti e le usanze delle civiltà mediterranee. I legumi ci permettono di disporre di principi attivi che offrono materie prime “biologiche” capaci di “ricreare” sapori antichi mai dimenticati: macco di fave con finocchietto selvatico, panelle preparate rigorosamente con farina di ceci siciliani, zuppa di fagioli e pasta con il ragù di lenticchie.

I legumi garantiscono un’alimentazione corretta sia nelle aree povere sia in quelle ricche, grazie al loro alto valore nutritivo sono perfetti per combattere la malnutrizione, ma anche per sostituire l’eccessivo cibo calorico responsabile dell’obesità.

Incentivare e promuovere la produzione di legumi, sia per il valore ambientale sia nutraceutico e gastronomico, deve essere una priorità sia nella nuova programmazione comunitaria orientata a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile di Agenda 2030 dell’ONU tramite il New Green Deal (transizione ecologica) che nella creazione di sistemi alimentari sostenibili previsti dalla strategia dell’UE Farm to Fork (dall’agricoltore alla tavola).
Se, nel 1967, con la pubblicazione di “The Benevolent Bean/Il Fagiolo Benevolo”, la coppia di scienziati americani Ancel e Margaret Keys divulgano studi e ricerche che dimostrano le qualità benefiche dei legumi, che sono la base della Dieta Mediterranea, in Sicilia nel 2021, la pubblicazione del libro “I legumi sostenibili” di Mario Liberto ha stimolato e animato un dibattito tra produttori, agronomi, ambientalisti ed esperti sull’opportunità di far nascere un’associazione per valorizzare e promuovere i legumi siciliani culminato con la sottoscrizione di un manifesto d’intenti.

Finalmente, il 1° ottobre 2021, presso la Sala degli Specchi di Villa Palagonia, a Bagheria, in provincia di Palermo, in occasione della giornata inaugurale della II edizione di Bio in Sicily, è nata l’associazione dei “Legumi Siciliani”, dedicata alla memoria di Giuseppe Zaffuto, caro amico di tutti, studioso e appassionato dei legumi siciliani, per celebrarne la sua statura professionale, l’ingegno e la bontà. I legumi sono alimenti che, pur avendo origini antiche, sono in grado di competere con le sfide dell’agricoltura del futuro.

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Agromonte, l’artigiano del pomodorino siciliano

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di Salvatore Genovese   Foto di Azienda Agromonte

Sembra strano, data l’altissima tecnologia raggiunta dall’azienda ragusana – ma forse sarebbe meglio parlare di vittoriese – Agromonte, oggi tra le prime dieci in Italia nel settore dei rossi e leader nella lavorazione/trasformazione del pomodoro Ciliegino, leggere nel frontespizio del suo depliant aziendale: Lartigiano del pomodorino siciliano.

Capisci il perché quando parli con uno dei componenti della famiglia Arestia (nel mio caso, con Miriam, Responsabile Marketing): risponde a qualsiasi domanda evidenziando sempre, in un modo o nell’altro, la centralità del ruolo di ciascuno dei componenti della famiglia, dal padre Carmelo, che nel 1970 ha dato vita all’azienda, ai fratelli Giorgio, Giusy e Marco, impegnati tutti, a vario titolo, insieme alla stessa Miriam, nella conduzione aziendale. «Anche mamma Ida – chiarisce la mia interlocutrice – ha avuto un ruolo importante nel successo della Agromonte».

In seguito, vedremo in che modo.

Certo, non tutte le aziende di trasformazione a conduzione familiare raggiungono nella stagione estiva, quando il pomodoro è nelle migliori condizioni per essere lavorato in quanto è proprio nel periodo maggio-settembre che acquisisce giusti colore, dolcezza e caratteristiche organolettiche, una produzione di oltre venti milioni di bottiglie di salsa pronta di Ciliegino, di cui due terzi commercializzati nel territorio nazionale, mentre il resto raggiunge quasi tutti gli stati europei ed anche gli Stati Uniti d’America.

Si tratta, quindi, di un’artigianalità dalle caratteristiche particolari, nata dalla passione per la trasformazione di Carmelo Arestia, che da perito chimico-industriale ne conosce bene le tecniche, che è riuscito a trasmetterla ai figli, che non solo l’hanno fatta propria, ma hanno anche dato un positivo impulso all’azienda con riuscite sperimentazioni ed innovazioni.

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Ecco perché, date queste premesse, non è difficile comprendere il senso della conduzione familiare di un’azienda che, nel periodo estivo, si avvale di oltre cento unità lavorative.

Dopo la lunga, non facile, fase iniziale, è nell’anno 2000, con la nascita del marchio Agromonte e con il successivo ingresso in azienda dei quattro figli, che inizia una fase di costante crescita che fa della trasformazione del pomodoro Ciliegino un’attività industriale di altissimo livello e della Salsa Pronta un prodotto d’eccellenza Made in Sicily.

«Utilizziamo – spiega con una punta d’orgoglio la Responsabile Marketing – solo ingredienti di alta qualità per trasformare il Ciliegino, raccolto in condizioni ottimali e lavorato fresco, per la maggior parte a Km. Ø, nel rispetto della natura e dei suoi tempi. E poi c’è un piccolo segreto che rende così buona la nostra salsa», e sorride.

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Ovviamente, non posso non chiederle di rivelarmelo; ed è qui che entra in gioco mamma Ida, giacché è sua la ricetta per la preparazione della salsa pronta.

Ancora una volta, emerge con forza il binomio conduzione familiare/artigianalità. Coniugato, però, con una tecnologia che ne garantisce l’alto standard qualitativo; il che vuol dire, innanzitutto, accurata selezione delle materie prime, coltivate in ambiente protetto, e un rigoroso autocontrollo igienico sanitario.

agromonte

Grazie a tutto questo, Agromonte oggi costituisce un’azienda leader nella trasformazione di un prodotto di nicchia, nelle specialità del pomodoro, qual è il Ciliegino.

Nello specifico, oltre alla salsa pronta, prodotta anche nelle varianti al basilico o al peperoncino, il catalogo aziendale propone la Salsa Pronta al Ciliegino giallo, anche in versione Bio, le Passate, i Sughi all’aglio, all’Arrabbiata, alla Norma, alla Puttanesca e alla ricotta, i preparati per le bruschette, i Pesti e specialità come il semisecco, il Ciliegino intero in passata di Ciliegino e la Caponata di melanzane.

«Ma il nostro punto di forza – chiosa Carmelo Arestia, fondatore e presidente della Agromonte – resta la Salsa Pronta, un prodotto dove si concretizza il nostro amore per la terra di Sicilia».

 

bella morea

I Bellamorèa e l’attaccamento alle loro radici

di Omar Gelsomino   Foto di Elio Pedi

I fratelli Emanuele e Francesco Bunetto formano il duo di musica pop world Bellamorèa. Francesco, giornalista, ed Emanuele, musicista compositore, compongono dei brani raccontando storie in musica, affrontando tematiche legate al sociale, all’attualità e alla legalità. Non sono mancate le partecipazioni a tramissioni televisive e radiofoniche nazionali e internazionali. L’omaggio alle vittime innocenti della mafia con il brano Nun c’è chi diri nel 2021 gli è valso una lettera di elogio da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’impegno morale, civile e professionale. Hanno lavorato insieme con artisti di fama nazionale ed internazionale come Phil Palmer, Nino Frassica, Leo Gullotta, Tony Sperandeo, Giovanni Cacioppo, Paride Benassai, Lucia Sardo, Domenico Centamore, Carlo Muratori, Lello Analfino, Roberto Lipari, Roberto Benigno, Faisal Taher, Daria Biancardi, Francesco Castiglione, Alì Babà, Dinastia, ecc.

Così Emanuele e Francesco Bunetto iniziano a raccontarsi mentre lavorano al loro nuovo brano. «Abbiamo scelto questo nome, Bellamorèa, per omaggiare il nostro paese di origine, San Michele di Ganzaria (CT), colonizzato anche da greco-albanesi. Bellamorèa è la traduzione italiana di “Bukura More”, un canto nostalgico Arbëresh che racconta il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; Morea è il luogo da cui venivano la maggior parte degli Arbëresh che oggi si trovano in Italia Meridionale».

Una passione in comune per la musica nata presto. «La musica, oltre che una passione, ha sempre rappresentato per noi una missione di vita: la compagna perfetta e ideale che ritrovi al tuo fianco in ogni momento! In conservatorio abbiamo studiato pianoforte, chitarra classica e canto lirico. Fin da piccoli abbiamo suonato e cantato in vari festival nazionali, toccando vari generi musicali (dal Rock anni 70 dei Pink Floyd al Blues di Eric Clapton, dal Country dei Dire Straits al Pop dei Lunapop). Crediamo che la versatilità musicale e la peculiare sonorità abbiano influito sulla formazione acquisita negli anni e le infinite possibilità creative generate dal dialogo tra la chitarra acustica e le voci».

Dalla fusione di diversi generali musicali sono approdati alla World Music. «Man mano andava sempre di più affermandosi in noi una nuova identità musicale, dettata dalla necessità di studiare e approfondire lo studio della cultura e della tradizione popolare della nostra terra e del Mediterraneo: la World Music. Questa necessità deriva dell’attaccamento alle proprie radici e, attraverso studi e ricerche etnomusicologiche, abbiamo deciso che il mondo della popular music è quello che ci rappresenta di più! Contaminazioni World e attualità si fondono, dando origine a canzoni dai suoni della tradizione di musica popolare del Mediterraneo, con influenze Pop, con testi in italiano, ma anche in vari dialetti del Sud Italia e Arbëresh (greco albanese). Il repertorio attinge alla cultura tradizionale ed etnica del Sud Italia e dell’Europa, canzoni e racconti tradizionali ed originali».

bella morea

I loro brani regalano forti emozioni e come spiegano i Bellamorèa nascono: «Dall’esuberanza per l’amore verso la nostra terra, ci proiettiamo e cerchiamo di arrivare a toccare i punti più alti del proprio personale nelle forme emozionali rivelate dall’esistenza e riversati in versi cantati su suoni pop-mediterranei, già bagaglio atavico di chi nasce in un’isola come la Sicilia. Il progetto Med World, nato nel 2019, mira alla sua valorizzazione e alla salvaguardia a con lo scopo di rappresentarla in tutto il mondo attraverso concerti mirati agli italiani residenti all’estero. Abbiamo realizzato concerti in Italia e in America, Giappone, Belgio, Germania, Inghilterra, Malta e, pandemia da Covid permettendo, ripartiremo da Australia, Argentina, Russia e Emirati Arabi».

Nel 2022 è prevista l’uscita del disco “Canta Storie”, con la collaborazione di altri artisti internazionale, che i Bellamorèa porteranno in giro per i teatri di tutto il mondo.