EDUARDO CICALA

Ballo Pantomima della Cordella, il 22 agosto a Petralia Sottana si rinnova l’antico intreccio

di Giulia Monaco   Foto di Arianna Rusignolo e Eduardo Cicala

È la prima domenica dopo Ferragosto. Sono le tre del pomeriggio. La calura estiva è mitigata dall’aria fresca di montagna. Per le vie del paese qui e là si colgono indizi di una festa imminente: tintinnio di cianciane, di tamburelli in lontananza. Le note di un friscaletto. Il vibrare di un marranzano. Nugoli di ragazze con le gonne di tutti i colori si apprestano a raggiungere Piazza Gramsci, da dove partirà l’Antico Corteo Nuziale che culminerà col ballo. Qualcuna di loro appunta il fazzoletto sui capelli con una forcina, qualcun’altra aggancia per bene gli orecchini antichi che le ha prestato nonna, e che le consente di indossare solo in quest’occasione speciale. I ragazzi stringono con forza i legacci di cuoio delle scarpe di pelo ai polpacci, per evitare che scivolino durante il ballo. Qualche fazzoletto dal capo di una ragazza e qualche calzatura dal piede di un ragazzo alla fine scivolerà, ma se i ballerini saranno abbastanza bravi – e lo saranno – gli spettatori non se ne accorgeranno nemmeno.

Gli indizi parlano chiaro: un grande evento è alle porte. Per Petralia Sottana è uno degli appuntamenti più attesi. Si tratta del “Ballo Pantomima della Cordella”, ma per la gente del posto è semplicemente A Curdedda.
E anche quest’anno, come accade ormai da più di ottant’anni, A Curdedda torna puntuale la prima domenica dopo Ferragosto (in questo caso, il 22 agosto).

di Eduardo Cicala

Si tratta di un ballo tondo che vanta origini antichissime, da ricercare nelle danze campestri eseguite attorno agli alberi come riti propiziatori e di ringraziamento per le divinità. Dall’ estremità di un palo si dipanano ventiquattro nastri colorati, le cordelle, sorrette da dodici coppie di ballerini. Danzando a ritmo di tarantella e ubbidendo ai comandi del bastoniere, i danzatori intrecceranno i nastri attorno alla pertica, tessendo ogni volta un tessuto dalla trama diversa. Infine, eseguiranno la coreografia all’inverso per sciogliere gli intrecci, per poi ricominciare con la danza successiva.
La simbologia legata al ciclo della natura si svela in ogni elemento della danza: la spiga che campeggia sulla pertica ricorda l’antico culto di Cerere, sostituita dalla Madonna dell’Alto con l’avvento del Cristianesimo. Le dodici coppie rappresentano i dodici mesi dell’anno, o le dodici costellazioni che ruotano intorno al sole; le quattro figure di cui il ballo si compone raffigurano le quattro stagioni.

di Arianna Rusignolo

Si tratta di una danza pagana che rinnova il trionfo della vita e dell’amore fecondo: si svolge, infatti, a chiusura della “Rievocazione dell’Antico Corteo Nuziale”, caratteristica rappresentazione del rito matrimoniale che veniva anticamente celebrato a fine raccolto, quando cioè le risorse accumulate lo consentivano. La danza adempie, infatti, al duplice compito di ingraziarsi le divinità per l’abbondanza delle messi e per la fertile unione della giovane coppia di sposi.

A partire dal 1937, anno in cui si svolse la prima esibizione pubblica del Ballo Pantomima della Cordella, questa tradizione ha attraversato le generazioni di Petralia fino a diventare un tassello importante del vissuto di ognuno. La Cordella per un petralese è molto più che un appuntamento annuale: è appartenenza, è storia, è radici. Sia per chi all’interno del gruppo ha trascorso grosse fette di vita, sia per chi vi ha transitato per brevi periodi, sia per chi si è limitato a viverla da spettatore.
Impossibile non commuoversi sentendo la musica, un canto o una giaculatoria della Cordella, specie quando si vive distanti o non si torna in paese da un po’.
Un racconto di sole parole non basta a descrivere una realtà così vasta e varia, così antica eppure ancora così viva. Ma quando un visitatore assiste al ballo e coglie negli sguardi dei ballerini e dei musicisti quella rara combinazione di passione, frenesia e sacralità, allora comprende. E se ne innamora. E, quasi sempre, ritorna.

copertina ferragosto

Il Ferragosto siciliano: tradizioni tra sacro e profano

di Alessia Giaquinta

Che facciamo a Ferragosto?
Diciamoci la verità. Si tratta della classica domanda che, di anno in anno, ripetiamo a noi stessi, al nostro partner, ai nostri amici e, perché no, anche ai nostri datori di lavoro. Perché ferragosto è tempo di ferie, di riposo, di vacanza, di sole, mare, falò e “arrustute”.

Ma dove nasce questa tradizione e perché?
Scorriamo indietro nel tempo fino ad arrivare al 18 a.C. quando l’imperatore Ottaviano Augusto, per celebrare il momento di pausa dai lavori nei campi, istituì le “Feriae Augusti”, le vacanze di Augusto. Si trattava anche di un modo per dare maggiore spazio ai festeggiamenti dedicati a Diana, dea della fertilità (celebrata il 13 agosto) e far riposare cavalli e animali da soma che, per l’occasione, venivano bardati a festa e fatti sfilare oppure sfidare in spettacolari corse. Per tutto il mese si svolgevano vari eventi di carattere religioso in onore alle divinità del tempo. La decisione di Augusto di stabilire delle ferie, che duravano dall’1 al 31 agosto, permetteva a tutti di poter partecipare attivamente alle feste, oltre a riposarsi.

Con l’avvento del cristianesimo alcune feste pagane furono “convertite”. I festeggiamenti della dea Diana e della dea Consiva (che ebbe un figlio rimanendo vergine, punto comune con la Madonna) furono sostituiti con quelli relativi all’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo, celebrati a partire dal V secolo d.C. il 15 agosto. Alle sfilate dei cavalli si affiancarono le processioni dei credenti (a Tusa e a Motta d’Affermo, nel messinese, si svolge ancora la Cavalcata Storica con animali bardati), al riposo romano fu aggiunto il concetto di vacanza, ai convivi davanti ai templi si sostituirono le mangiate tra amici, a mare, in campagna, ovunque.

E in Sicilia che si fa a Ferragosto?
I più vanno a mare: c’è l’imbarazzo della scelta se si considerano che le spiagge dell’isola sono tra le mete più quotate per la loro bellezza, pulizia, accessibilità e per i servizi. Da San Vito Lo Capo a Taormina, a Marzamemi, Mondello, alla Scala dei Turchi, insomma: non mancano certo località balneari! Oltre quelle citate, tra le più note, in occasione del Ferragosto tutte le spiagge dell’isola si riempiono: ombrelloni di famiglie, comitive di giovani, bambini muniti di secchielli e processioni in mare.

Eh sì. La festa dell’Assunzione della Madonna in tantissime località balneari siciliane si svolge con la tipica processione della Madonna sulla prua di un peschereccio, accompagnata da religiosi e banda musicale. A seguito tutte le barche partecipano a quello che viene inteso anche come momento di benedizione delle acque, dei naviganti e dei bagnanti. Si pensi alla Madonna di Portosalvo a Marina di Ragusa, alla regata dell’Assunta di Siracusa, alla processione sulle barche a Marettimo…
Non mancano neanche caratteristiche processioni via terra. Da Messina dove si svolge la festa tradizionale della Vara a Bisacquino dove ha luogo la festa della Madonna del Balzo che prevede un pellegrinaggio notturno verso il santuario posto su un monte, in quest’occasione è immancabile la mangiata di anguria, la cosiddetta mulunata.

Ed è proprio il cocomero rosso ad essere l’alimento protagonista nelle tavole dei siciliani durante il Ferragosto: che si mangi in spiaggia, dopo un pellegrinaggio, in una lunga tavolata in campagna o seduti in un ristorante (anche nella variante di gelo al melone), l’importante è che ci sia!

Che dire dei falò? Sin dall’antichità era tradizione realizzare, nelle campagne, dei falò con gli avanzi della pulitura dei campi. A mezzanotte si accendeva il fuoco, si invocava a Beddamatri di Menzaustu e si auspicava prosperità per i campi. Si arrostiva e si faceva festa.
Curiosa è la tradizione, portata avanti fino agli anni ’60 presso l’Isola delle Femmine, dello scambio di doni tra fidanzati: l’uomo regalava all’amata il gallo più prosperoso che trovava e la ragazza ricambiava donandogli un’anguria. Immancabile!
E voi, che fate a Ferragosto?

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo foto Daniele Ratti

Architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (MGGC) o della piccola scala

di Salvatore Genovese   Foto Di Daniele Ratti, Giulia Bruno, Fabio Mantovani, Helene Binet, Armin Linke, Sissi Cesira Roselli

Con la vittoria del Premio Italiano Architettura assegnatole dalla Triennale Milano e Maxxi, per il migliore edificio realizzato tra il 2018 e il 2021 con il progetto 2018 LCM, con cui ha recuperato ad abitazione privata un ex asilo di Mazzarrone, nel catanese, l’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, vittoriese d’adozione, si è confermata come una delle più innovative protagoniste a livello internazionale dell’arte del progettare.

Un prestigioso riconoscimento che va ad aggiungersi ad un curriculum già molto ricco, da cui traiamo solo alcuni punti: 2021, Nomina Accademica Nazionale di San Luca; 2019, Laurea Honoris Causa in Ingegneria Edile – Architettura, Università di Catania; 2016, Menzione Speciale per la partecipazione alla mostra Reporting from the front, XV Biennale di Architettura di Venezia; 2012, premio Medaglia d’Oro alla Carriera assegnato dalla Giuria della Triennale di Milano.

di Daniele Ratti

Numerose le mostre alle quali MGGC, acronimo che la individua anche a livello internazionale, ha partecipato; mostre curate da nomi prestigiosi come Pippo Ciorra, Shelley McNamara, Yvonne Farrell, Alejandro Aravena, Pierluigi Nicolin e Mirko Zardini. Al suo attivo anche una personale, Loose Ends, realizzata all’AUT Architektur und Tirol di Innsbruck, nel 2014.
Quattro le monografie che la riguardano, tra cui Loose Ends, a cura di Sara Marini, Aut/Lars Müller Publishers.

di Giulia Bruno

Nonostante così numerosi riconoscimenti, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo si è tenuta lontana dai riflettori della notorietà e ha assunto un comportamento e uno stile sobri, tanto da indurla, dopo aver vissuto per molti anni a Roma e a Torino, a “incartare tutto e metterlo in una valigia, per portarlo da un’altra parte e vedere cosa farne” (intervista di Manuel Orazi, Domus, 15 maggio 2020) e ritornare nella sua abitazione paterna di Via Magenta, a Vittoria, in quella che lei stessa definisce una “area marginale”. Questo, però, non ha significato un’auto emarginazione: MGGC continua a vivere a stretto contatto con vari centri della cultura e dell’arte contemporanea.

 

di Fabio Mantovani

Ma cosa ha caratterizzato e dato valore all’opera dell’architetto Grasso Cannizzo?
Secondo Pippo Ciorra «MGGC si è presentata fin da subito al mondo come un animale senza branco, molto poco attenta a posizionarsi nel deprimente ‘dibattito architettonico’, molto più incline a cercare di volta in volta il centro assoluto e variabile tra luogo, tecnica e arte».

di Fabio Mantovani

Per Luca Molinari «L’ ossessione costante di una ricerca di senso profondo in quello che si fa e nelle soluzioni che ne derivano, unita a una lettura quasi amorosa e struggente di quello che il luogo e le condizioni offrono senza alcuna apparente forma di moralismo, sono due elementi che distillano soluzioni resistenti alle mode passeggere e che impongono un’attenzione differente a chi le incontra. Non c’ è niente di “social” e ammiccante nei suoi gesti progettuali; non esiste ossessione del “like” né la sua comprensione; molti dei luoghi costruiti sono quasi impossibili da fotografare se non abitandoli direttamente».

 

 

di Helene Binet

 

di Armin Linke

Quelle di MGGC sono opere minute, da piccola scala, ma di grande intensità dal punto di vista concettuale. Poco amante delle etichette, provenendo dal restauro, sente l’esigenza che ogni cosa sia trasformabile.
«Dal 1974 al 1990 – spiega – ho potuto mettere in pratica i principi teorici del Restauro sia su preesistenze storiche, sia su scheletri di architetture abusive, sia su porzioni di realizzazioni recenti. L’ esperienza di progetto e di cantiere di fronte a casi sempre diversi mi ha consentito di verificare gli insegnamenti, stabilire nessi e relazioni con esperienze, discipline ed ambiti conoscitivi diversi (FIAT e arti visive). Un autore consapevole della transitorietà dell‘esistenza è ossessivamente presente nell’elaborazione del progetto e usa tutti gli strumenti di cui dispone per assecondare e facilitare il destino di trasformazione dell’opera fino alla scomparsa. Nella mia vita professionale ho realizzato il 2% dei lavori progettati… il restante 98% è archiviato in fase esecutiva».

di Sissi Cesira

copertina stefano vaccaro

Stefano Vaccaro, tra scrittura e amore per la sua terra

di Alessia Giaquinta   Foto Vaccaro di Carmelo Dipasquale  Foto libro di Samuel Tasca

Si avvicina, sorride e, dopo pochi istanti, iniziamo una conversazione “di sostanza”. Scorgo in quel ragazzo, classe ’93, un’ eleganza atipica nel porsi, una capacità di ascolto e commozione notevole, quasi surreale.
“Piacere Stefano Vaccaro”, dice. E si rivela uno degli incontri più sorprendenti mai fatti.
Stefano concentra la sua attività di ricerca sulla letteratura italiana otto-novecentesca con particolare riguardo alla produzione femminile siciliana, dopo aver conseguito la laurea in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano discutendo una tesi in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. È autore di saggi e ricerche. La sua ultima fatica, insieme ad Andrea Guastella, sostenuta dalla deputata Stefania Campo, è un meraviglioso viaggio negli Iblei seguendo le orme di chi questa terra l’ha vissuta, attraversata o sognata.
Ho rincontrato, a distanza di tempo, Stefano: dovevo farvelo conoscere!

Fare lo scrittore talvolta è considerato un mestiere anacronistico e lontano dalla realtà…
«Penso che “fare lo scrittore” sia certamente un mestiere, occorrono impegno, studio e dedizione ma muterei la dimensione nella quale lo scrittore agisce che non è (solo) il piano dell’azione, del “fare”, ma più quello dell’essere. Credo che scrittori si è. Chi scrive plasma, modella, come fosse un artigiano, evoca, riporta in vita, come fosse un negromante. Per quanto riguarda me, non credo di essere uno scrittore, ma piuttosto un ragazzo che scrive. Mi avvalgo della parola per raccontare storie, atmosfere e suggestioni che in prima battuta hanno colpito me. La scrittura per me è un grande spazio, è il laboratorio di un alchimista, nel quale posso muovermi a mio agio ed ha un grandissimo potere, può trasfigurarsi in “mestiere anacronistico” ed anche il suo contrario».

Parlaci di “Viaggio negli Iblei”.
«“Viaggio negli Iblei” è una pubblicazione connessa al progetto culturale “Tour letterario ibleo”, una piattaforma che ci permette di indagare il nostro territorio ripercorrendo i luoghi attraversati da grandi scrittori, giornalisti, poeti e narratori che da questo angolo di Sicilia sono stati emozionati e di cui hanno scritto. Un percorso che consta di più itinerari e numerose chiavi di lettura, tante quante sono le dimensioni in cui si estendono gli Iblei. Ingrediente fondamentale è stato il gruppo di lavoro con cui mi sono confrontato, Andrea Guastella, coautore del volume, e Stefania Campo, deputata all’ARS, ideatrice e prima firmataria di una legge volta a istituire i “Percorsi letterari di Sicilia”, insieme abbiamo portato avanti le ricerche poi confluite nel libro, con loro ho avuto modo di dialogare, di accrescere il mio bagaglio d’esperienze e culturale, e con loro ho il piacere di condividere questo “Viaggio” per tappe che ci vede coinvolti nel confronto con i lettori e ospiti nei comuni del comprensorio».

Se potessimo osservarti mentre scrivi, cosa vedremmo?
«Bella domanda! Dipende dai giorni e dai periodi, il più delle volte vedreste una scrivania in ordine, qualche libro mal riposto, quelli che ho consultato o sto leggendo, tanta cancelleria di cui amo il profumo, agende e diari dove ho appuntato pensieri o parole. In altri periodi confesso un disordine maggiore, credo che le cose vadano di pari passo con i miei pensieri, più sono confusi più la scrivania è in disordine. Mi vedreste poi camminare per tutta la stanza o per tutta la casa. Potrei definirla, la mia, una scrittura itinerante, poiché dopo un numero indefinibile di battute sento la necessità di alzarmi dalla sedia, di muovermi».

Cosa ti è necessario quando scrivi?
«Mi affido tanto alle suggestioni che i luoghi e le persone, nel bene o nel male, mi trasmettono. Per “Viaggio negli Iblei” sono andato di persona nella maggior parte dei posti di cui scrivo, questo mi aiuta a coglierne il senso, a leggere tra le righe quello che temo potrebbe sfuggirmi ad una lettura superficiale. I luoghi credo siano la chiave di tutto. Quando non trovo le parole giuste, stacco tutto e vado al mare, mi dà sempre risposte impressionanti».

copertina stefania auci

La musica e la storia, gli elementi essenziali della vita di Stefania Auci

di Omar Gelsomino   Foto di Bottega Digital Craft

Scrive da diversi anni, ma i suoi ultimi due romanzi hanno venduto milioni di copie. Trapanese di nascita e palermitana d’adozione, dove vive e lavora come insegnante, Stefania Auci, dopo aver pubblicato tanti romanzi, tra cui “Florence”, continuando sulla strada del romanzo storico ha scelto di narrare dell’ascesa e del declino di una famiglia, quella dei Florio, che ha interessato diversi aspetti della vita siciliana, prima con i “Leoni di Sicilia” e poi, con “L’inverno dei Leoni” per Editrice Nord. Riesco a raggiungerla durante una pausa delle sue tante presentazioni del romanzo.

«La passione per la scrittura è nata da quando avevo dieci anni, da così tanto tempo che non riesco a separare la scrittura da quelle che sono le mie memorie, i miei ricordi, ho sempre scritto. È qualcosa che mi appartiene profondamente. Non mi butto nelle cose facili, la facilità talvolta finisce per essere limitante e banale. Mi piace leggere e raccontare la storia. Nella mia vita ci sono stati due elementi molto forti e presenti: la musica e i libri di storia, per me è diventata una vera e propria passione. Sono nata letteralmente così».

Alcuni hanno accostato i suoi romanzi sui Florio al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma lei tiene a precisare che il confronto è immeritato.
«Trovo questa definizione ingiusta ed eccessiva. Io sono Stefania Auci e avvinarmi o paragonarmi a Tomasi di Lampedusa mi sembra una forzatura, perché lui è un genio della letteratura, è uno scrittore grandioso, che con pochissimo riusciva a rendere l’idea di un clima, di una situazione, di un mondo che stava per tramontare in maniera definitiva. Capisco l’affinità, il periodo storico, alla fine io ho raccontato una storia complicatissima di una famiglia. È stata la mia sfida principale. Mi piaceva cimentarmi in cose difficili, ecco perché la scelta di raccontare sin dall’inizio non tanto e non solo il periodo del maggiore successo e poi il crollo di una famiglia, come sarebbe stato sicuramente più semplice, avevo l’intenzione di ricreare il cambiamento sociale, le mutate condizioni economiche che hanno portato alla grandezza di questa famiglia e ciò che poi è successo con le diverse generazioni. Sicuramente i Florio rappresentano un punto di vista fondamentale per capire come si sia evoluta l’economia del tempo in Sicilia e come avrebbe potuto evolversi se non ci fossero state le crisi e il crollo che hanno portato alla disfatta economica della famiglia».

Stefania Auci ha il merito di raccontare l’ascesa e il declino dei Florio, una famiglia il cui contributo è stato determinante per la città di Palermo e la Sicilia dal punto di vista economico, sociale e culturale.
«Purtroppo è rimasto molto poco, dal punto di vista dell’economia non c’è più niente perché le loro aziende sono passate di mano, in una maniera irreversibile. Immaginiamoci che tipo di depauperamento ha subito il patrimonio di famiglia. Secondo me si è creata una situazione di profondo malessere da parte della società nei confronti della famiglia, perché nel momento in cui sono stati costretti ad abbandonare tutti i loro beni, la gente è rimasta in mezzo a una strada perché non aveva più lavoro. È come se le persone e la città avessero avuto timore della loro presenza, ciò che è accaduto è qualcosa di molto forte».

Nonostante le ostilità incontrate quando i Florio sono arrivati in Sicilia hanno saputo imporsi e ritagliarsi grandi spazi, ma la Sicilia e i siciliani sono davvero cambiati? C’è ancora tra i siciliani quel desiderio di riscatto sociale?
«Non sempre la Sicilia è così accogliente come ci piacerebbe credere, non siamo così generosi con chi viene da fuori, lo siamo più di altre nazioni e regioni questo è innegabile, ma diciamo che non facciamo niente per rendere ad altri le cose semplici. Non sempre viene fuori questa capacità di accoglienza, e quando accade la cosa brutta è che i siciliani te lo fanno pesare. Per fortuna non sempre accade. I siciliani non hanno perso la voglia del riscatto, ma hanno perso l’energia. È una cosa differente, si può avere voglia di cambiare le cose, ma si deve avere anche la forza di cambiarle: quello che io vedo drammaticamente è che i siciliani questa forza non ce l’hanno più».

Il successo de “I Leoni di Sicilia” è giunto inaspettato, ha raggiunto record di vendita incalzando perfino l’ultimo romanzo del maestro Andrea Camilleri, e un ottimo riscontro sta riscuotendo anche “L’inverno dei Leoni”. Sono tradotti in tante lingue e sono stati acquistati anche i diritti televisivi.
«Sono dieci anni che scrivo, non me lo aspettavo e sfido chiunque a dire di poter aspettare un successo di questo tipo. Mi sembra strano. L’iniziale incredulità è passata quando mi sono resa conto che il libro piaceva, continuava a vendere e continua tuttora. Non me lo aspettavo però accolgo tutto con gratitudine e grande gioia. Alla fine non ho creato un vaccino, né una cura contro una malattia mortale, ho solo scritto dei libri, una cosa bellissima e meritoria. Vediamo la cosa sempre nella giusta prospettiva, abbiamo ben altri problemi, quindi cerchiamo di ricordarci che è più importante investire nella ricerca e continuare a fare studiare chi si occupa della nostra salute. Gli eventi degli ultimi mesi ce l’hanno ampiamente dimostrato. Sono stati comprati i diritti televisivi dei due romanzi, poi c’è stata una battuta d’arresto perché sono cambiati i vertici della Rai, c’è stato il Covid. Mi rendo conto anche delle difficoltà, è un romanzo storico molto complesso. Spero che tra la fine del 2021 e gli inizi del 2022 qualcosa si muova. Aspetto anch’io paziente».

Prima di congedarsi Stefania Auci ci rivela che in autunno, dopo i tanti impegni, riprenderà di nuovo a scrivere, senza anticiparci nulla.
«Per adesso faccio la promozione del mio ultimo romanzo che mi assorbe tanto tempo, poi ho tutta una serie di collaborazioni da scrivere e per settembre, con il fresco, riprenderò a lavorare su un nuovo progetto. Mi riservo di tenere un po’ di suspense».

 

copertina maria torrente

Maria Torrente «La bellezza di Marettimo va condivisa e fatta conoscere»

di Omar Gelsomino   Foto di Pietro Lazzari   Foto Marettimo di Samuel Tasca

«Cerco di trasmettere a chi ha il piacere di visitare la nostra isola tutto l’amore che provo per la mia terra attraverso i racconti, splendide foto che condivido sui social, un piatto da far degustare. Quando parlo della mia terra ci metto amore, passione ed energia». Esordisce così Maria Torrente, giovane imprenditrice turistica e organizzatrice di eventi, quando parla di Marettimo, una delle isole che compongono l’arcipelago delle Egadi insieme a Favignana, Levanzo, l’isolotto di Formica e lo scoglio di Maraone.

«Quando studiavo a Trapani tutte le estati venivo a lavorare a Marettimo perché la mia famiglia è marettimana, all’età di 16 anni ho lavorato a Marettimo per il Consorzio delle Egadi, per cui sono nata e cresciuta qui. Qualche anno dopo insieme a due amici isolani abbiamo adottato la formula dell’albergo diffuso ed è iniziata così la mia storia imprenditoriale, sino a quando gli altri due ragazzi hanno scelto strade diverse ed io ho aperto una struttura tutta mia. Dopo il diploma ho frequentato Scienze del Turismo all’Università di Milano, ma una volta concluso il mio percorso di studi dovevo scegliere se rimanere o andare via: così sono tornata a Marettimo e oggi mi reputo una persona fortunata perché ho la possibilità di fare ciò che mi piace a casa mia e per cui ho studiato. Lavorare in ciabatte e costume credo sia un privilegio di poche persone».

Con la sua tenacia e determinazione, in controtendenza rispetto ai trend migratori cui siamo abituati, Maria Torrente ha deciso di ritornare nella sua terra e a mettersi in gioco.
«Mi piacerebbe che tutti facessero un’esperienza fuori, proprio come l’ho fatta io, per poi tornare e metterla sul campo. Capisco tutte le difficoltà che si possono incontrare, ma se non siamo noi stessi a dare un segnale forte la situazione peggiorerà. Dobbiamo essere gli artefici di un cambiamento, a volte ci sono momenti di scoramento, ma se ci si pone un obiettivo da raggiungere tutto diventa più facile. Bisogna crederci, nella nostra terra c’è spazio per tantissime cose e dobbiamo essere noi i primi a cambiarla. Il turismo a Marettimo c’è sempre stato, da prima che io nascessi, quando arrivava qualche turista i pescatori affittavano le stanze delle loro case. Dopo aver avviato l’albergo diffuso con case di un certo standard da offrire ai turisti automaticamente si è innescato un meccanismo per cui molti pescatori si sono adeguati, anche perché la pesca che era la principale attività dell’isola subiva una battuta d’arresto, e hanno compreso la necessità di apportare delle migliorie alle loro case e a ristrutturarle secondo gli standard di qualità richiesti dal turismo, convertendo così le loro attività. Da anni si organizzano gite in barca, trekking e tante altre attività che coinvolgono i turisti e a farlo sono proprio i residenti. Continuo a pensare che solo facendo rete si possono raggiungere grandi risultati. Il mio obiettivo è di far conoscere Marettimo ai turisti e portarli nella mia isola».

Prima di tornare ai suoi impegni Maria Torrente si congeda invitandoci a visitare la sua isola.
«Qui a Marettimo il turista può staccare dalla sua routine e perdere la cognizione del tempo, se vuole può isolarsi oppure farsi travolgere piacevolmente da un turbinio di emozioni. L’isola offre il turismo balneare, archeologico e subacqueo, si presta a qualsiasi attività e si trova tutto ciò che la natura incontaminata offre: la più grande riserva marina d’Europa, le grotte marine, fondali trasparenti e ricchi di specie animali e vegetali, si può fare lo snorkeling oppure esplorare la montagna. La gente ti travolge con i suoi racconti, le sue attività, momenti di convivialità, passi da una strada e ricevi un invito perché un posto a tavola c’è sempre. Marettimo è un’isola selvaggia che cercheremo di salvaguardare in ogni modo, ecco perché la sua bellezza va condivisa e fatta conoscere, questo è il mio obiettivo».

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L’isola di Mozia: una meta imperdibile

di Merelinda Staita   Foto di Stefania Mazzara (Qmedia) per la Fondazione Whitaker

La meravigliosa isola di Mozia (Mothia o Motya) si trova molto vicina alle coste della Sicilia e rientra nella spettacolare laguna delle saline di Marsala, in provincia di Trapani, ed è un’antica colonia fenicia fondata nell’VIII sec. a. C.. L’area fa parte della Riserva Naturale Orientata dello Stagnone e abbraccia quattro magnifiche isole: Isola Grande, Schola, Santa Maria e ovviamente Mozia, soprannominata anche isola di San Pantaleo. Una meta affascinante, dove è possibile passeggiare circondati da reperti archeologici e suggestivi paesaggi naturali. Visitarla significa rivivere la storia con la curiosità di voler conoscere ogni singolo ritrovamento di interesse culturale.

L’ isola ha da sempre avuto una posizione molto strategica ed era un punto determinante sia per lo scambio delle merci e sia per l’approdo delle navi che solcavano il Mediterraneo.
I Fenici furono i primi ad arrivare nell’isola, mentre i Greci colonizzavano la parte orientale della Sicilia, e la resero un prezioso gioiello. Costruirono delle possenti mura per proteggerla e ci riuscirono per diverso tempo.

Purtroppo, nel VI secolo a.C., fu coinvolta nelle battaglie tra Greci e Cartaginesi che si contendevano il controllo della Sicilia. Come se non bastasse, nel 397 a.C., Mozia fu occupata e distrutta dalle milizie di Dionisio il Vecchio, terribile tiranno di Siracusa, e gli abitanti scapparono per trovare riparo sulla terraferma nella colonia di Lilibeo (l’ odierna Marsala).


L’ isola visse un periodo di secoli bui e iniziò a rifiorire quando, nel 1902, un giovane archeologo, di origini inglesi, Joseph Whitaker, scelse di abitarvi. Certo della presenza della colonia fenicia, volle acquistare l’isola e la esplorò per scoprire i suoi tesori nascosti. Infatti, gli scavi iniziarono nel 1906 e continuarono fino al 1929. I risultati furono eccezionali, perché vennero alla luce: il Santuario fenicio-punico di Cappiddazzu, una parte della necropoli arcaica, la Casa dei Mosaici, la zona di Tofet, Porta Nord, Porta Sud e la Casermetta.
Nel 1979 fu ritrovata nell’isola di Mozia, in una provincia punica, anche un’incantevole statua marmorea risalente al V secolo a.C., coperta da una grande quantità di argilla, chiamata “Il giovinetto di Mozia” e definita anche “la statua del mistero” per le tantissime interpretazioni che si sono susseguite nel tempo. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di un giovane alla guida di un cocchio, per altri un dio o un magistrato punico. Nel 2012 è stato indicato il probabile nome della statua e a quanto pare dovrebbe essere un eroe omerico, il mirmidone Alcimedonte, auriga occasionale del carro di Achille durante la battaglia per la restituzione del corpo di Patroclo sotto le mura di Troia. Oggi la statua si trova al Museo Whitaker.

Proprio in questo Museo si conservano i reperti della storica Collezione Whitaker e degli scavi realizzati dalla Soprintendenza della Sicilia Occidentale (in seguito Soprintendenza di Trapani), dall’Università di Roma La Sapienza, dall’Università di Leeds, dall’Università di Palermo, dal C.N.R. e dall’Università di Bologna.
È doveroso ricordare che Mozia dal 2006, insieme all’antica Lilibeo, è stata inclusa tra i siti candidati come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco come Mothia Island and Lilibeo: The Phoenician-Punic Civilization in Italy.

Insomma, l’isola merita di essere visitata e a piedi, in circa 2 ore, è possibile esplorarla in lungo e in largo. Le sue vie e le sue stradine sono ricche di indicazioni e ci sono diverse mappe che indicano i principali punti di interesse. La bellezza di Mozia si unisce allo spettacolo delle saline della Laguna, poiché queste enormi piscine naturali sono rese ancora più incantevoli dai continui giochi di luce. Non si può rinunciare ad una passeggiata da sogno su quest’isola, provando l’emozione di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre.

alex li calzi  Copia

Pantelleria, estasi e gioia per il palato

di Giulia Monaco   Foto di Alex Li Calzi, Elena Brignone, Gessica Di Piazza

Mare, laghi vulcanici e saune naturali. Una costa ricca di insenature e grotte marine in cui praticare snorkeling e pesca subacquea. Natura rigogliosa dai magnifici contrasti: il nero della costa lavica si scontra con il verde squillante della vegetazione, con i tetti bianchi dei dammusi (tipiche abitazioni rurali) e con un mare blu cobalto, creando un mix cromatico di fronte al quale è impossibile non restare incantati. Se queste ragioni non fossero ancora sufficienti per visitarla, la “Venere nera” ce ne regala uno in più, e ci seduce prendendoci per la gola e deliziando i nostri palati.

La commistione tra culture e l’incontro tra pratiche contadine e marinare conferiscono alla cucina pantesca un tocco speciale. La sua terra vulcanica, e perciò ricca di minerali, è gravida di sapori intensi e profumi unici. Coniugando sapientemente i frutti del mare e della terra, le ricette dell’isola sono la sintesi perfetta della più autentica gastronomia mediterranea. Se volessimo partire per un tour sensoriale alla scoperta dei sapori panteschi, cominceremmo sicuramente da lui, il re dell’isola: il cappero di Pantelleria, classificato come prodotto IGP. Il suo aroma penetrante è una vera e propria esplosione per il palato, e si presta ad arricchire pasta, pesce, insalate e focacce conferendo loro un sapore più intenso e deciso. Una piccola perla grigio-verde che impreziosisce ed esalta ogni sapore.


Degustando il cous-cous alla pantesca si sente l’eco della vicina Tunisia. Cent’anni fa molti contadini panteschi migrarono sulle coste del Nord Africa, e tornando portarono con sé alcune tradizioni che vennero però rivisitate: mentre in Tunisia il cous-cous è a base di carne di montone, quello pantesco si prepara con pesce fresco e verdure fritte. Una specialità locale dal tocco arabo!

Foto di Gessica Di Piazza

Anche il pesto pantesco (detto ammògghiu) è figlio di una commistione culturale: è, infatti, una rivisitazione del pesto genovese, e ci ricorda la presenza secolare del popolo ligure sull’isola. Si tratta di un condimento a base di pomodoro crudo, aglio, olio d’oliva, mentuccia, capperi, basilico e mandorle, che rende speciale un piatto di pasta, le bruschette o il pesce fresco.

I ravioli amari sono un’altra prelibatezza dell’isola, ma non fatevi ingannare dal nome: di amaro hanno ben poco. Ripieni di tumma (formaggio fresco ottenuto da latte vaccino appena munto) e foglie di menta, sono una vera delizia accompagnati con del sugo di pomodoro, conditi con burro e salvia o insaporiti semplicemente con sale, pepe e mentuccia.

L’insalata pantesca è un piatto semplice e al contempo un tripudio di sapori: preparata con patate lesse condite con olio, pomodori, cipolla cruda, capperi, olive e alici, con una spolverata di origano locale guadagnerà un posto d’onore nel vostro cuore e nelle vostre tavole.

Apriamo una dolce parentesi con un irresistibile dessert amato dai locali e dai visitatori: il Bacio Pantesco. Croccanti e friabili cialde fritte a forma di fiore, stella o ruota, ripiene di ricotta e, in alcune varianti, arricchite da scorze di limone e scaglie di cioccolato. Perfetto per regalarsi una pausa golosa e inebriante.

 

Foto di Elena Brignone

Un approfondimento speciale merita l’uva Zibibbo, dalla quale si ricavano il vino Zibibbo, il Passito e il Moscato, che possiamo considerare a ragion veduta nettari degli dèi. Narra la leggenda che per conquistare Apollo la dea punica Tanit, consigliata da Venere, si finse coppiera dell’Olimpo e sostituì all’ambrosia degli dèi il mosto delle uve di Pantelleria.
Una tradizione, quella dello Zibibbo, che parte più di 1000 anni fa da Capo Zebib, in Africa, per poi giungere a Pantelleria e guadagnarsi un posto d’onore tra i prodotti simbolo della sua generosa terra. La caratteristica pratica della vite dello zibibbo “ad alberello”, emblema di un’agricoltura tenace che ha saputo rendere fertile un terreno roccioso attraverso terrazzamenti e muretti a secco, ricavandone acini d’uva gustosi e succulenti, fa parte dal 2014 dei beni immateriali dell’Unesco.
Sospesa tra Italia e Africa, Pantelleria è un’isola feconda e ricca di meraviglie, ed è il luogo ideale per dedicarsi alla totale contemplazione della natura e dei suoi frutti.

copertina caruso

Chef Martina Caruso, quando l’eccellenza è equilibrio e semplicità

di Patrizia Rubino   Foto di Giò Martorana

La rivista Forbes Italia l’ha inserita tra le 100 donne di successo del 2020, ma questo non è che l’ultimo dei prestigiosi riconoscimenti, per così dire a consuntivo, che Martina Caruso chef Patron dell’Hotel Signum di Salina ha ottenuto nel corso della sua ancora breve, ma già luminosissima carriera. Nel 2016, infatti, a soli 25 anni, è stata la più giovane chef italiana a ricevere la stella Michelin, nello stesso anno ha ricevuto il premio “Cuoco emergente d’Italia” dal Gambero Rosso e il premio “Cuoca dell’anno” da Identità Golose. Nel 2019 è arrivato anche il premio “Miglior chef donna Michelin” e ancora l’elenco potrebbe continuare. Uno straordinario palmares che appartiene ad una giovane donna di 31 anni dal sorriso largo e sincero, sposata da qualche mese, che è riuscita a fare emergere il suo straordinario talento grazie alla determinazione e all’impegno, uniti ad un equilibrio e solidità fuori dal comune.

Come si arriva ad ottenere la stella Michelin, il riconoscimento più ambito dagli chef?
«Per quanto mi riguarda la cucina è nel mio destino, nel senso che ho vissuto tra i fornelli sin da piccola osservando mio padre che allora era chef al Signum, ma anche mia nonna è stata per me fonte di grande ispirazione. Gli ingredienti, con i loro colori e profumi, solleticavano la mia curiosità e creatività. A 14 anni mi sono iscritta all’istituto alberghiero e durante le vacanze estive facevo esperienze in cucina con mio padre. Una volta diplomata ho cominciato a frequentare corsi di cucina in Italia e all’estero e a fare diverse esperienze lavorative con grandi professionisti. Sono sempre stata desiderosa di apprendere e di migliorare tecniche e conoscenze. La creatività va alimentata e se possibile perfezionata. I risultati importanti che nel tempo ho conseguito sono il frutto anche di un grande lavoro di squadra».

Come definirebbe la sua cucina?
«Una cucina assolutamente con i piedi per terra, bella ma di sostanza, che unisce tradizione e innovazione ed ha per protagonisti gli straordinari prodotti della nostra terra e del nostro mare. Verdure ed ortaggi del nostro orto, il pescato locale, aromi e spezie. La natura offre tutto, ma un piatto diventa speciale quando si riesce a valorizzarne gli ingredienti e ad esaltarne i sapori anche grazie a quelle contaminazioni che da sempre hanno caratterizzato la Sicilia».

Quest’estate un’altra bella soddisfazione. La firma sull’edizione limitata “Chef stellati” di Cornetto Algida. Com’è nata questa collaborazione?
«Mi hanno chiesto di creare un cornetto che parlasse di Sicilia ed ho pensato al nostro dolce per eccellenza: il cannolo di ricotta. Da qui l’idea di realizzare un cornetto al cannolo, con un ripieno di gelato alla panna con ricotta, un cuore di salsa all’arancia, la granella al pistacchio e una cialda aromatizzata alla cannella. E la Sicilia è servita».

Insieme a suo fratello gestisce l’Hotel Signum a Salina, dove vive da sempre. Ha mai pensato di andare a vivere fuori, magari aprire un altro ristorante?
«No, sono troppo legata alla mia isola e qui sto benissimo. Ho tutto. Sono stata spesso fuori, per migliorare e perfezionarmi sempre più nel mio lavoro. Ma ogni volta non vedevo l’ora di tornare, per mettere a frutto qui il mio bagaglio di esperienze acquisite e per risentire i profumi e rivedere quei colori che sono parte di me. I riconoscimenti, i successi hanno più valore se riesci a viverli con equilibrio e serenità con le persone che ami e nei luoghi a te cari».

Lei è molto giovane ed ha già realizzato parecchie cose importanti in carriera. Ha qualche altro sogno nel cassetto?
«Si, ho tanti sogni e di recente ne ho realizzati alcuni veramente importanti. Mi sono sposata da qualche mese e aspetto un bambino che nascerà a novembre. Mi sento felice e realizzata perché nonostante i numerosi impegni di lavoro riesco ad assaporare le cose belle e semplici della vita, come fare una passeggiata immersa nella natura o andare a pescare insieme a mio marito. Cosa volere di più?».

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Al Marisco, il pesce fresco che preferisco!

di Samuel Tasca

Passeggiando per Marina di Ragusa vi capiterà di essere stuzzicati da un delizioso profumo di pesce fresco e il vostro sguardo si soffermerà su una piccola oasi bianca sospesa proprio in mezzo al grande Lungomare Andrea Doria. Tendete l’orecchio: riuscirete a sentire il suono della convivialità, del buonumore e qualcuno che esclama “…il pesce fresco che preferisco!”. Allora avrete capito: siete arrivati al Marisco!

Ristorante di pesce, il Marisco da tre anni si è affermato sul litorale balneare per l’eccellenza dei suoi piatti e per l’esuberanza e la professionalità del suo staff, a partire dal suo titolare: Luigi Consiglio, 24 anni, di mamma sicula e padre salernitano. Come dice lui: “han fatt’ nu bellu mix”.

«Sin da piccolo ho avuto la passione per il mare, per la pesca e per il pesce. In famiglia i piatti di pesce sono sempre stati la specialità di casa», ci racconta parlando della sua infanzia. «Quando papà e nonno portavano il pesce a casa, che si trattasse di cozze o vongole, andavamo sempre a riempire un bidoncino di acqua di mare. Quando chiedevo il perché di quel gesto la loro risposta era sempre la stessa: “Lavare le cozze e le vongole con l’acqua di mare è tutta n’atra storia”».


Crescendo, Luigi ha portato con sé quella tradizione casereccia, infatti, «ancora oggi, al Marisco, spurghiamo le vongole e laviamo le cozze usando l’acqua di mare distillata». Cura e attenzione per le materie prime sono proprio i capisaldi sui quali Luigi ha incentrato la sua gestione ristorativa che ha rappresentato per lui una vera e proprio sfida, avviando quest’attività a soli ventun’anni. «La mia fortuna, specialmente all’inizio, è stata quella di trovare persone oneste e di fiducia che oggi considero non solo il mio staff, ma la mia squadra!», ci rivela orgoglioso. «A partire dallo Chef Titta e continuando con gli addetti alla cucina Giovanni, Gabriele, Riccardo, Vincenzo, Giuseppe e Condé; e ancora il personale di sala, tra cui Stefania, pilastro importante della nostra realtà, seguita da Riccardo, Anastasia e Lucia. Grazie a loro, in questi tre anni siamo diventati davvero “una squadra fortissima fatta di gente fantastica”», ci dice citando un celebre brano del comico Checco Zalone.

E l’armonia di questa squadra viene certamente apprezzata dai clienti del Marisco che hanno imparato a riconoscerlo anche per via del motto, ormai diventato un tormentone. «In una serata tra amici venne fuori questa frase che è diventata il nostro motto. Si è diffusa in maniera inaspettata grazie anche ai tanti ragazzi che ci seguono sui social. È arrivata persino in Spagna e in America, infatti, proprio qualche giorno fa, ho avuto a cena degli americani che si sono presentati dicendo in italiano:“Marisco, il pesce fresco che preferisco!”. È stata davvero un’emozione».

Insomma, al Marisco, il buonumore è l’ingrediente principale. Ma non basta: «ogni piatto, prima di essere servito, viene presentato per essere assaporato prima con gli occhi e poi col palato. I nostri piatti forti sono le cruditè di mare, servite con gambero rosso, gambero viola e ostriche di tutti i tipi. Troverete scampi, astici e aragoste fresche ogni giorno. Ma ciò che vi consigliamo di provare assolutamente è la nostra cacio e pepe con tartare di gambero rosso di Mazara e mentuccia fresca: il connubio perfetto tra il sapore deciso del pecorino romano Dop, la delicatezza del gambero e la freschezza della menta. Il tutto servito con pasta fresca cotta per metà nel bollitore e poi in padella, permettendo così di avere dei primi sempre molto cremosi».

Dopo avervi presentato questo luogo, non trovo parole migliori per salutarvi se non quelle dello stesso titolare al termine della nostra intervista: «Al Marisco bisogna sentirsi a casa. Non si viene solo per mangiare, ma per passare una serata in compagnia e, soprattutto, si viene per poter ritornare perché, come dice il famoso detto: “Si torna sempre dove si è stati bene”… ed è questo il nostro obiettivo».