Capo d’Orlando Marina, servizi e sostenibilità per il Porto Turistico Bandiera Blu

di Patrizia Rubino   Foto di Gianfranco Guccione Airworks

Incastonato tra le isole Eolie e il Parco dei Nebrodi, il Porto turistico di Capo d’Orlando, situato in provincia di Messina, risulta essere tra gli approdi siciliani più all’avanguardia per modernità, efficienza e sostenibilità. Nei mesi scorsi, infatti, è stato l’unico porto turistico in Sicilia ad aver ottenuto la Bandiera Blu, il prestigioso riconoscimento che dal 1987 la Fondazione Internazionale per l’Educazione Ambientale (FEE) assegna ogni anno alle località costiere che soddisfano i criteri di qualità riguardanti tra l’altro, le politiche di salvaguardia e cura del territorio, la qualità delle acque e i servizi offerti. Un importante traguardo raggiunto a quattro anni dalla sua inaugurazione, avvenuta nel luglio del 2017, dopo due anni di lavori affidati alla Società Porto Turistico Capo d’Orlando SpA che in project financing ha realizzato questa importante infrastruttura e che si occupa anche dell’intera gestione dell’approdo. In realtà il nuovo porto turistico, oggi “Capo d’Orlando Marina” è un sogno che si realizza per il Comune e per l’intero comprensorio, essendo trascorsi diversi decenni, da quando l’opera fu iniziata e mai completata. Determinante il coinvolgimento del soggetto privato, che dopo il lungo periodo di abbandono ha avviato un’imponente opera di riqualificazione volta a garantire servizi e prestazioni di alto standard, con una grande attenzione verso le questioni ambientali.

Un’infrastruttura imponente di oltre 180 mila metri quadri, tra spazi interni e banchine. Funzionale e molto ben organizzata con diversi servizi destinati ai diportisti e ai visitatori a terra: assistenza all’ormeggio, oltre 500 posti barca per imbarcazioni da 7,5 a 45 metri di lunghezza, un’importante base charter di partenza per le isole Eolie, un cantiere navale per l’assistenza tecnica, la stazione carburante e un ampio parcheggio di oltre 800 posti auto. Elevati livelli di sicurezza garantiti con la vigilanza 24 h su 24, impianto antincendio e le webcam.


Lungo la banchina si snoda la galleria commerciale con bar, ristoranti, un supermercato, lo Yacht Club, diversi negozi e a breve anche un hotel con 12 suite e la spa. All’interno dell’area portuale, inoltre, si possono ammirare grazie alla realizzazione di un percorso pedonale, le antiche Cave del Mercadante risalenti all’epoca romana. Un suggestivo sito archeologico, dalle cui rocce emergenti dal mare si ipotizza che anticamente si ricavassero le macine dei mulini. «Puntiamo ad una continuità di offerta tra le diverse ricettività – spiega Elisa Monastra, responsabile comunicazione della Società di gestione del porto – chi si trova ad entrare nel Marina, sia via mare sia via terra, troverà servizi efficienti e di qualità, ma anche proposte d’intrattenimento, incontri culturali ed eventi di vario genere, che renderanno piacevole la permanenza nel porto alla stregua di una vera e propria zona turistica».


Un’apertura verso l’esterno che si sostanzia anche con il coinvolgimento della comunità nelle diverse iniziative di educazione alla sostenibilità ambientale che resta centrale nella politica di gestione della struttura portuale. «Il rispetto del mare e la salvaguardia del territorio rappresentano i nostri punti di forza – asserisce Monastra – il porto è dotato di sistemi ultramoderni per l’aspirazione delle acque nere e impianti per il trattamento della acque di lavaggio delle carene delle imbarcazioni. Partecipiamo, inoltre, dal 2019 al progetto Seabin con l’installazione di un dispositivo automatico, una sorta di grosso cestino inserito in acqua che raccoglie giornalmente sino a 1,5 kg di detriti e di microplastiche. Ma siamo anche impegnati in azioni di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali rivolte ai cittadini e alle scuole del territorio, attraverso eventi ed iniziative, come la pulizia della spiaggia, il corretto smaltimento dei rifiuti e i laboratori per il riciclo. La sostenibilità ambientale rappresenta anche un valore aggiunto alla nostra proposta turistica».

I Dammusi di Pantelleria

di Eleonora Bufalino

A più di 800 metri sul livello del mare e con un’ estensione costiera di oltre 80 km, l’isola di Pantelleria si erge in mezzo al mare, tra la Sicilia e l’Africa, visibile in lontananza ad occhio nudo. Ben collegata con il porto di Trapani e dotata di un aeroporto che le permette la continuità territoriale con il resto dell’Italia, l’isola è da sempre stata famosa per la singolarità dei suoi paesaggi.

La flora autoctona di Pantelleria è costituita dalla macchia mediterranea, che sboccia rigogliosa come nel resto delle regioni sud orientali. Inoltre, spontaneamente cresce una varietà di cappero, che è divenuto una delle principali coltivazioni del territorio, insieme a viti e ulivi. Le sue acque cristalline e le coste tunisine sullo sfondo, sono la cornice perfetta di un gioiello incastonato nella natura, dove scirocco e maestrale soffiano prepotenti a sottolineare il caldo clima mediterraneo.

Il territorio dell’isola è di origine vulcanica e continua ad essere oggetto di grande attrattiva per il modo in cui gli elementi della natura, come le colate laviche, i piccoli faraglioni e le cale, si alternano alle costruzioni umane, anch’ esse molto particolari. Tra queste troviamo i muri a secco, tipici muri realizzati con dei blocchi di pietra assemblati tra loro senza l’uso di leganti, che oltre alla loro funzione contenitiva degli argini e di protezione delle coltivazioni, esprimono una forte carica ornamentale e decorativa sul paesaggio.

Pantelleria conserva l’ eredità di numerosi resti monumentali della sua storia antica. Tra i più importanti si può menzionare il Parco Archeologico dei Sesi (il cui termine indica un “mucchio di pietre”) nell’area di Mursìa e Cimillia; queste strutture, a forma ellittica, circolare o a tronco di cono, conservano integre la loro bellezza.

Ma indubbiamente l’aspetto architettonico che distingue Pantelleria e la rende unica sono i caratteristici dammusi. Tipiche costruzioni dell’ isola a pianta quadrangolare, questi sono retaggio della dominazione araba in Sicilia (il termine “dammuso” vuol dire “volta”) e del duro lavoro dei contadini panteschi. I dammusi furono creati come elemento rurale e ogni sua parte svolge una funzione specifica. Il tetto, ad esempio, ha la forma di una cupola, per la presenza interna di volte e archi e serviva ad incanalare l’acqua piovana nelle cisterne. Gli Arabi avevano, infatti, introdotto sull’isola innovativi sistemi di irrigazione, oltre ad arbusti come il gelso e la canna da zucchero, nonché lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca da cui si ottiene un vino dolce. I muri dei dammusi, spessi per oltre un metro, assicurano l’isolamento sia contro il freddo che contro le alte temperature estive. Porte e finestre hanno piccole dimensioni, come occhi aperti a osservare il mare. Solitamente accanto a un dammuso sorge un jardinu, ovvero una costruzione circolare in pietra lavica, dentro cui sono innestati alberi da frutto, così protetti dai forti venti che si abbattono sull’isola.

La tradizione dei dammusi continua tutt’oggi e, unita alla creatività degli abitanti, si è trasformata in un vero e proprio simbolo dell’isola che investe nella valorizzazione di quelli esistenti ma anche nella realizzazione di nuovi. Il risultato è un insieme di manufatti dal fascino inconfondibile, location perfette per ristorantini e locali in cui gustare una cena o un aperitivo ammirando l’orizzonte. Inoltre, i dammusi sono diventati il fiore all’occhiello degli imprenditori dell’isola, che vi hanno visto del potenziale per la creazione di B&B e alberghi dotati di tutti i comfort. Piscine con una vista mozzafiato sul mare e freschi cortili, in cui trovare ristoro e relax.

Pantelleria è un’isola miscuglio di colori: il nero dell’ossidiana, il giallo dello zolfo, l’indaco del mare che la accarezza, il verde dei vigneti e dei capperi. Le curve sinuose dei dammusi si ergono superbe nel territorio pantesco, dando vita a paesaggi superlativi, da cui è possibile sognare mondi lontani facendosi trasportare dalla brezza marina.

Isolano per scelta. L’artista Salvatore Russo e il suo legame con Stromboli

di Samuel Tasca   Foto di Leonardo Nardi Utano

La Sicilia, grazie alle sue vaste dimensioni, raramente offre ai suoi abitanti la percezione di sentirsi isolati dovuta al fatto di vivere su un’isola. Magari ce ne rendiamo conto quando siamo in fila per il traghetto, ma nella maggior parte dei casi, le nostre giornate scorrono inalterate dal nostro essere isolani. Ma cosa si prova davvero nel crescere e vivere su una delle tante isolette che circondano la nostra Sicilia?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Russo, classe 1964 e originario di Stromboli, che da sempre vive su quest’isola meravigliosa nell’arcipelago delle Eolie.
«Penso che nascere e crescere su un’isola come Stromboli con gli anni diventa qualcosa di bellissimo. Quando sei piccolo pensi che tutto si trovi in città, dalle discoteche ai bar, al divertimento. Poi, crescendo, ti rendi conto che i valori veri della vita sono quelli che viviamo qui sull’isola: quella semplicità che in città, purtroppo, non sempre si trova».

È parlando di quella semplicità che Salvatore, ricordando la sua infanzia, ci racconta delle giocate a carte con gli amici durante le sere invernali, dell’unione che si riscontra tra tutti gli abitanti (circa cinquecento) quasi a sentirsi parte di un’unica grande famiglia; e ancora quell’entusiasmo nel veder arrivare i turisti a maggio e poi la malinconia di vederli partire a settembre. «Tutti andavano via e tu rimanevi un pochino solo. Diciamo che si ritornava ad essere isola e quindi isolati, e allora veniva voglia di partire anche a te».

Eppure Salvatore ha sempre scelto di restare, anche quando gli venivano offerti dei posti di lavoro altrove, e alla fine, infatti, la sua Stromboli l’ha in qualche modo ricompensato creando con lui un legame speciale che lo ha portato a scoprire una passione e un talento per la scultura. Seguendo le orme del padre, a vent’anni Salvatore diventa titolare della sua ditta edile. In quegli anni, sull’isola, venne chiamato Lorenzo Reina, scultore di professione, per realizzare una scultura in pietra lavica. Salvatore e il padre furono ingaggiati per trasportare con i loro mezzi i massi che l’autore avrebbe dovuto scolpire. Per la prima volta, così, entrambi ebbero modo di assistere alle fasi di realizzazione di una scultura. Salvatore ne restò affascinato, ma dopo alcuni tentativi, decretò di non possedere quel talento richiesto dall’arte scultorea. «Fino a quando, – ci racconta – nel 2009 mi trovavo a Milazzo con la famiglia e ho sentito come un richiamo. Dissi a mia moglie che l’indomani sarei dovuto tornare a Stromboli perché dovevo lavorare una pietra. Venni a Stromboli il 4 gennaio e il giorno dopo sono ripartito con questa pietra scolpita nello zaino».

Da allora quel richiamo non si è più assopito e Salvatore ha rafforzato sempre più il suo legame col vulcano. «Non ho un progetto iniziale anche perché non so disegnare. Alla fine quando finisco mi fermo a guardare e cerco di capire quello che ho fatto. È qualcosa che mi parte da dentro. Il mio modo personale di tirare fuori qualcosa dalla roccia. Non sono mai stato un chiacchierone e questo è il mio modo di esprimermi. È un rapporto nel quale lui (il vulcano, ndr) mi offre le pietre e io le lavoro. È uno scambio. Cerco di dare un’anima a ciò che il vulcano sputa fuori».

Salvatore ha esposto le sue opere da Palermo alla Spagna, ad Edimburgo, a Londra, nelle maggiori città italiane, oltre ad aver ricevuto numerosi premi nell’arco di questi anni. Ciò che traspare di più dalle sue parole, però, è ancora la sua semplicità e la sua umiltà (“io scolpisco, se posso usare questa parola, …”, ci dice ancora durante l’intervista). Il suo essere isolano non lo ha mai abbandonato ed è ciò che gli ha concesso di vivere questo straordinario legame con il suo vulcano e con la sua isola.

Isole Eolie, le 7 sorelle del mare

di Samuel Tasca

Le chiamano “le sette sorelle”. Nelle giornate prive di foschia è possibile intravederne i profili stagliarsi all’orizzonte dalla costa di Milazzo. Stiamo parlando dell’arcipelago delle Eolie, delle sette isole che condividono posizione geografica, storia e tradizioni, ma che come delle vere e proprie sorelle, nonostante le somiglianze, si contraddistinguono per le loro peculiarità che le rendono uniche ognuna a suo modo.

Il Mar Tirreno ne bagna le coste con le sue acque, ascoltandone i racconti e accompagnando i numerosi turisti che ogni estate restano ammaliati dal fascino di queste sette principesse del mare.
Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli, Vulcano, Salina e Lipari… inserite nella World Heritage List dell’Unesco per il loro patrimonio naturalistico, le Isole Eolie rappresentano, nella loro varietà, la meta ideale per ogni tipo di turista.

Alicudi e Filicudi sapranno incantare l’esploratore più intrepido che va alla ricerca della natura più incontaminata e che ama trovare la sua dimensione con l’essenza naturale di queste isole.

Simile è Panarea, la più piccola delle Eolie, che si contraddistingue, però, per la sua vanità dettata dal fascino della notorietà, sicuramente incrementata dall’omonima pellicola del ‘97. Ogni anno, infatti, troverete numerosi V.I.P. ancorati al largo delle sue coste, in questo parterre di imbarcazioni che sembrano essere lì per rendere omaggio alla bellezza dell’eoliana minore. Eppure, una volta abbandonato il movimentato porticciolo, si ritrova subito l’intimità dell’isola: non c’è traffico, rumore o clacson che possa raggiungervi. Perdetevi nei suoi vicoli e al massimo incontrerete uno dei golf kart-taxi che ogni giorno portano i turisti su e giù per l’isola.

Così come Panarea, una fama simile è toccata a Salina, set del celebre film “Il Postino” di Massimo Troisi. Il binomio Salina e cinema è indissolubile, rinvigorito ogni anno dalla presenza di numerosi personaggi che giungono sull’isola per via dell’ormai noto Salina Film Festival, di cui la bellissima Maria Grazia Cucinotta è da anni madrina.

E dalla notorietà del jet set giungiamo al fascino rude dei vulcani. Stromboli e Vulcano, infatti, condividono la presenza di crateri sulla loro superficie. La prima, “la Perla nera delle Eolie”, offre ai visitatori che giungono in cima un panorama mozzafiato, ma è a bordo di un’imbarcazione che si può godere del più incredibile degli spettacoli dello Stromboli: la sciara. Un’ eruzione giornaliera del vulcano, uno spruzzo di lava che si staglia sul cielo vivido del tramonto. Un fenomeno che lascia percepire come quel vulcano sia, in realtà, il vero protagonista che ogni sera sceglie di concedere ai visitatori il suo personale ed egocentrico show. Altrettanto peculiare, ma conosciuta per ragioni differenti, è la vicina Vulcano. Qui i diversi crateri hanno attirato le attenzioni dei vari turisti per via dello zolfo, elemento caratterizzante dell’ isola, che accoglie chiunque con il suo odore acre, offre altresì numerose proprietà benefiche per coloro che scelgono di concedersi un bagno termale nei suoi fanghi.

Ultima e più grande, la sorella maggiore, è Lipari. Qui l’isola offre scenari diversi che possono davvero incontrare le diverse preferenze dei suoi visitatori. Il grande porto accoglie i viaggiatori nel centro storico con i suoi colori e i suoi vicoli traboccanti di negozietti e ristoranti. Una volta accomodati concedetevi un po’ del loro pane cunzato carico e ricco di ogni genere di prelibatezza dell’ isola. Dal porto ogni giorno si parte alla scoperta delle sue spiagge, delle diverse calette e delle cave dismesse di pomice. Da Lipari si parte alla volta delle altre isole, magari a bordo di un’imbarcazione famigliare accompagnati dal pescatore e dal suo bambino. Sono loro la vera eccellenza dell’isola, nei loro racconti d’infanzia, nel loro rapporto col mare è possibile cogliere cosa voglia dire essere nati immersi in quel paradiso circondati dalla bellezza delle “sette sorelle” del mare.

Dove abitano gli dèi? Nelle isole siciliane!

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Altro che Olimpo! Alcune divinità hanno stabilito nelle isole siciliane la loro dimora. Abbiamo allora deciso di darvi alcuni indirizzi, se voleste andarli a trovare.
Il dio del fuoco, della scultura e dell’ingegneria, Efesto, ha una bottega al centro dell’isola di Vulcano. Qui, si dice, abbia forgiato l’armatura di Achille e le saette di Zeus, oltre a splendidi gioielli di bronzo per le divinità.
Lì nelle vicinanze, presso Lipari, si trova Eolo, il dio che custodisce nelle grotte dell’isola i venti. Maestro nell’arte della navigazione e nell’uso delle vele, viene invocato dai naviganti perché possa essere sempre favorevole. Proprio in suo onore l’arcipelago siciliano prende il nome di Eolie.

Spostandoci verso Pantelleria possiamo incontrare la ninfa che incantò Ulisse, la bella Calipso, ma anche la dea punica Tanit. Si narra che, quest’ultima per conquistare Apollo usò una coppa di vino prodotto nell’isola. Il dio, inebriato da quel sapore, s’innamorò di lei e ammise di preferire il vino di Pantelleria al nettare degli dèi.

Ancora a Pantelleria si può incontrare la bellissima dea Venere che, prima dei suoi appuntamenti amorosi, si specchia per sistemarsi nelle acque cristalline, appunto chiamate “Specchio di Venere”.

Tra gli scogli di Ustica, invece, potete udire le sirene che, con il loro canto, non solo ammaliano i passanti ma rendono lieve l’entrata delle anime nel regno dei morti. Pare, infatti, che quello sia l’ultimo passaggio terreno delle anime nel loro percorso verso l’Aldilà, l’ultima meravigliosa visione prima di scendere nell’Ade.

Ad Alicudi, al calar del sole, invece, potete trovare tre creature dalle fattezze femminili che possono anche assumere forma animale. Sono esseri affascinanti e ospitali. Sono solite organizzare banchetti invitando i passanti a partecipare. È il caso di fidarvi: sono sfavorevoli solo nei confronti di chi non accetta il loro invito. Sono le Mahare Arcudare.
Ah, se andate a trovare qualcuno, portate i nostri saluti.
Non dimenticatelo!

Le cassatelle di ricotta…con sopresa!

Le ricette di Nonna Gina a cura di Sofia Cocchiaro  Graphic by Mauro Polizzi

La ricetta delle cassatelle di ricotta non è solo una tradizione siciliana, ma rappresenta, per me, un concentrato di ricordi felici. La nonna Gina, infatti, non mancava mai di riempire una delle cassatelle con del cotone in modo da scegliere una vittima e scatenare l’ilarità del suo gruppo di ospiti. Oltre a provare la ricetta delle buonissime cassatelle vi invito, dunque, a dare il via a questo semplice ma divertente scherzetto.

Per l’impasto:

Farina di tipo 00 500 gr.
Zucchero 100 gr.
Olio d’oliva Mezzo bicchiere
Vino Marsala Mezzo bicchiere
Limone 1 scorza grattugiata
Succo di limone 2 cucchiai
Acqua q.b.

Per il ripieno:

Ricotta 500 gr.
Zucchero 200 gr.
Gocce di cioccolato q.b.
Cannella un pizzico

Procedimento:
In una ciotola mettete la farina setacciata, lo zucchero e la scorza di limone grattugiata. Mescolate e mettete al centro l’ olio d’oliva, il succo di limone e il vino Marsala. Cominciate a lavorare con le mani e poi aggiungete acqua fino ad ottenere un composto liscio e sodo. Avvolgete l’impasto nella pellicola e lasciate riposare per circa 30 minuti.
A questo punto occupatevi della crema di ricotta mescolando insieme la ricotta ben asciutta, lo zucchero, un po’ di cannella e qualche goccia di cioccolato. Riprendete l’ impasto, lavoratelo ancora un po’ e dividetelo in piccole parti. Iniziate a stendere l’ impasto con un mattarello o se volete usate una macchina per la pasta fresca.
Dividete le sfoglie in quadrati e posizionate al centro di ognuno la ricotta. Coprite con un lembo del quadrato la ricotta e pressate con le dita per non fare uscire la ricotta durante la cottura. Utilizzate una rotella dentellata per rifinire il bordo.
Friggete le cassatelle in abbondante olio caldo. Dovranno risultare ben dorate.
Scolatele bene e ponetele su carta assorbente, quindi spolverate con zucchero a velo.
Buon appetito.

 

Pantalone Gurkha, un must have della linea Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

 

Il pantalone Gurkha, o più comunemente chiamato a vita alta, ispirato alle divise dei militari inglesi in Nepal nel 1800, è stato riadattato alla moda moderna da Emanuele Cilia, titolare del brand Numa Selection rendendolo un must have delle collezioni presentate nelle varie stagioni.

Il pantalone si presenta con un bustino da 6 cm con abbottonatura sul fianco destro, dove è collocato un bottone di colore diverso rispetto al pantalone stesso.

Sul fronte del pantalone troviamo una doppia pinces e due tasche stile america.

Il fondo 17 e il risvoltino da 6 cm, stessa misura del bustino per dare geometria al pantalone, rendono la vestibilità versatile per un pubblico sia giovane che adulto.
Proprio per questo motivo, può essere indossato per tutte le occasioni, dal casual all’elegante.

Per un outfit casual, ma che comunque fa la differenza, consiglio di abbinarlo, a seconda delle stagioni, con una sneaker, una calza a fantasia (solo se il pantalone è unica tinta, in caso contrario una calza che riprenda la fantasia del pantalone, una camicia e un maglioncino con un trench sopra o una giacca modello chiodo, per le stagioni autunno/inverno, con una semplice t-shirt, un mocassino o le espadrillas, per le stagioni più calde.

Per un outfit elegante, consiglio di completare il pantalone con una giacca doppiopetto con rever a lancia larga, che in base al proprio gusto può variare dallo spezzato, con colori totalmente diversi evitando così lo stesso colore con tonalità diverse, al completo intero della giacca NUMA. Entrambi i completi sono da abbinare con camicia, calza monocolore e scarpa modello mocassino o con fibbie. In base all’ evento poi si può scegliere se mettere la cravatta o il papillon.

Quel prezioso gioiello di “oro giallo”, il pregiato Verdello di Sicilia

di Merelinda Staita

La Sicilia vanta meravigliosi limoneti detti anche “giardini” disposti, in maniera precisa e attenta, in specifiche aree geografiche adatte alla coltivazione dei limoni. Una zona degna di menzione è quella che abbraccia Catania e Taormina, dove il limoneto ha una storia antica e di grande interesse. Tutta la fascia ionica – etnea è in grado di garantire limoni di altissima qualità.
Visitare la “Riviera dei limoni”, ricca di limoni dell’Etna, significa sentire l’odore di questo frutto unico, vederne le sfumature e le diverse gradazioni di colore.

Il Disciplinare di produzione dell’Indicazione Geografica Protetta “Limone dell’Etna” indica il legame tra le caratteristiche del prodotto e l’ambiente di coltivazione specificando che: “Le peculiarità del “Limone dell’Etna” sono strettamente determinate dalle caratteristiche morfologiche, climatiche e pedologiche dell’areale di produzione, legate all’evoluzione geologica e alla natura vulcanica, che riunisce aspetti raramente compresenti in altre zone limonicole. I fattori che influenzano il clima dell’area di coltivazione del “Limone dell’Etna” sono principalmente la latitudine, la conformazione orografica e la vicinanza del mare”.

Il clima e le temperature miti nel corso dell’anno, agevolate dalla presenza della brezza del Mar Jonio, il suolo vulcanico, la copiosità di acqua di falda assicurata dallo scioglimento delle nevi dell’Etna e dalle precipitazioni, rendono questo territorio perfetto per la coltivazione del limone, che possiede qualità peculiari sia per il ph acido e sia per il suo aroma distintivo.
Per tutto l’anno si possono raccogliere frutti freschi e in particolare in estate (luglio-agosto) troviamo il profumato e fragrante Verdello. A quanto pare sono stati proprio i contadini di queste zone ad inventarlo, attraverso una tecnica chiamata “secca”.


I Verdelli sono molto richiesti, perché sono pronti in piena estate e hanno un gusto e un sapore completamente diverso dai limoni invernali. Infatti, sono considerati un’ eccellenza della zona orientale della Sicilia. Il Verdello è utilizzato anche nella preparazione di granite, sorbetti e gelati. Non mancano i “coppi” di frittura di mare da street food o piatti di pesce locale accompagnati dai “quarti” di limone Verdello.

Bisogna assolutamente provare, soprattutto in estate, il seltz al limone, una bibita che viene preparata con succo di limone appena spremuto, o il seltz con un pizzico di sale.
Tantissimi sono i cocktail a base di limone come: “mandarino verde e limone”, “mandarino e limone”, “tamarindo e limone”, “limone e lime” e tutti rigorosamente con succo fresco. Buonissimo anche il cocktail “Kimono bianco”, una magnifica combinazione di seltz, succo, sciroppo e pezzi di limone appena tagliato.
A Giarre e Riposto si può assaggiare il “cuore di cane”, in dialetto cor’i cani, una bibita a base di granita al limone, acqua frizzante, a volte aromatizzata con sciroppo di menta per renderla più dissetante.

Vanno menzionati anche i piatti che hanno come protagoniste le alici del Mar Jonio marinate con succo fresco o la carne accompagnata da fette di limone.
La nostra amata isola, tra i suoi tanti prodotti, possiede un gioiello dal valore inestimabile che va preservato e curato. Nutro la speranza che si riesca a dare ancora più importanza a questa ricchezza naturale che tutti ci invidiano.

Elogio della melanzana. Regina della cucina siciliana

di Patrizia Rubino   Foto di Alex Li Calzi

Ci sono degli odori e dei sapori che, come per magia, ti consentono di viaggiare nella memoria della tua vita, riportandoti in un istante indietro nel tempo, quando si andava a casa della nonna e la trovavi sempre intenta a cucinare quantità enormi di cibo il cui profumo, preludio di squisiti sapori, si espandeva dappertutto come un abbraccio caldo e accogliente. Alla base delle mie pietanze “madeleine”, c’è sicuramente la melanzana… rigorosamente fritta, grondante di olio e bella dorata (mia nonna inorridirebbe se sapesse che oggi la cucino al forno, con un velo d’olio). In famiglia si preparava in tanti modi diversi, ma sono tre i piatti del cuore legati a questo straordinario ortaggio dalla polpa bianca, gustosa e delicata che credo appartengano al patrimonio gastronomico di noi siciliani, in quanto rappresentano un connubio inscindibile con la nostra storia e le nostre tradizioni.

In cima a questa personale playlist c’è sicuramente “la pasta alla Norma”. Il primo piatto catanese per antonomasia, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Una perfetta sinfonia di colori e sapori racchiusa in pochissimi ingredienti: maccheroni, salsa di pomodoro, melanzana fritta, ricotta salata e qualche foglia di basilico. Sulle origini del nome di questa ricetta ci sono diverse versioni; un omaggio a una delle più famose opere di Vincenzo Bellini, “La Norma” appunto, o una battuta del commediografo e poeta Nino Martoglio che dinanzi ad un piatto di pasta esclamò: “Pari na Norma”, per esaltarne l’eccellenza, la bellezza e la bontà. Già da diversi anni il 23 settembre si celebra la “Giornata nazionale della pasta alla Norma” e proprio perché considerato il simbolo della cucina siciliana, di recente è stata lanciata la candidatura per l’inserimento di questo straordinario primo piatto, nella lista Unesco dei Patrimoni Culturali dell’Umanità.

Così dire poi di un altro grande classico della cucina siciliana, vale a dire la parmigiana di melanzana? Ogni famiglia ne ha una sua versione, ma gli ingredienti base sono sempre gli stessi: melanzana fritta, salsa di pomodoro, formaggio o mozzarella. La sua origine se la contendono a dire il vero i campani e i siciliani, mentre al di là del nome non sembrerebbe avere nulla a che a fare con Parma. Il termine “parmigiana” deriverebbe, secondo alcune fonti non confermate, dalla parola siciliana “parmiciana”, per indicare i listelli di legno che compongono una persiana; la loro sovrapposizione ricorda la composizione di strati per la preparazione della parmigiana di melanzane, che è diventato un modo di dire anche per altre preparazioni, la parmigiana di zucchine, di patate, etc.

Introdotta in Sicilia dagli Arabi durante il Medioevo, anticamente la melanzana secondo una diceria popolare era considerata un ortaggio dannoso, “mela non sana”. Si diceva che provocasse turbe psichiche e disturbi intestinali. In realtà il nome stava ad indicare che non poteva essere consumata cruda.

Chiudiamo questa carrellata con un contorno che riassume i nostri migliori colori, sapori e profumi: la caponata. Tantissime le versioni in Sicilia, anche in questo caso si tolgono e si aggiungono ingredienti a seconda delle diverse versioni. Quando si parla di caponata, generalmente si fa riferimento ad un misto di verdure e ortaggi fritti conditi con salsa agrodolce. L’ origine del nome di questa deliziosa preparazione sembrerebbe fare riferimento al capone, il nome siciliano del pesce lampuga che veniva utilizzato nei pranzi degli aristocratici con salsa in agrodolce. Il popolo sostituì il pesce con la melanzana e da qui il nome del piatto.

Estremamente versatile la melanzana può essere utilizzata per la realizzazione di moltissime altre ricette. Rappresenta la nostra tradizione non solo gastronomica, ma anche culturale ed è sempre più apprezzata anche nelle preparazioni gourmet, “l’alta cucina”. Vada per la grande esaltazione del prodotto ma chissà cosa ne penserebbe mia nonna delle ridottissime porzioni che prevede questo tipo di cucina.

La Vara e i Giganti. A Messina, tra mito e devozione

di Alessia Giaquinta   Foto di Antonino Teramo

Fare festa è, per un popolo, avere la possibilità di poter esprimere attraverso segni, simboli e riti, la propria identità. E agosto, per Messina, è tempo di festa, di feste, documentate già a partire dal XVI secolo. A spiegarcelo è Antonino Teramo, cultore della materia presso la cattedra di Storia Moderna dell’ Università di Messina.

«Tra le processioni superstiti dell’agosto messinese, quella della Vara è la più nota. Si tratta di un’ enorme macchina di forma piramidale che mostra il momento dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria e viene trainata da centinaia di “tiratori”, mediante delle funi».

La festa, celebrata il 15 agosto, ha origini antichissime. C’ è chi ha ipotizzato che la Vara derivi dal carro trionfale allestito dai messinesi in onore a Carlo V, passato da Messina nel 1535 dopo la spedizione di Tunisi. «Il carro aveva simboli cosmici e personaggi che presentavano molte analogie con la Vara. Secondo Giuseppe Bonfiglio Costanzo, che scriveva nel 1606, la Vara è stata ideata da un maestro artigiano di nome Radese, e derivava da un simulacro della Madonna a cavallo, e venne riadattata per le feste in onore di Carlo V», spiega lo storico.

Ma come si presenta oggi la Vara?
«Nella prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia di origine orientale della dormitio virginis. Salendo verso l’alto vi è una rappresentazione dei sette cieli, raffigurati dalla cortina delle nuvole che, partendo dalla base si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepiti come nel sistema tolemaico. Più in alto, in una terza piattaforma, è presente un globo celeste con stelle dorate, e in cima vi è Gesù che tiene sulla mano destra la Vergine assunta in cielo. All’interno della Vara, vi sono degli ingranaggi che, azionati manualmente portano al movimento rotatorio di tutte le figure e i personaggi, che un tempo erano interpretati da figuranti (almeno fino al 1866) ed oggi sono statue di cartapesta».

E i Giganti di Messina cosa rappresentano?
«Un’ altra processione molto caratteristica dell’agosto messinese è quella di due colossali statue a cavallo, composte da una struttura di legno e ferro rivestita di cartapesta, gesso e stoffa montata su un carrello metallico con ruote. Misurano in altezza più di 8 metri. Le due figure rappresentano un uomo e una donna, originariamente conosciuti con i nomi di Cam/Zanclo e Rea/Cibele, identificati come i fondatori della città. Non è fuor di luogo ipotizzare che le due sculture furono ideate nel XVI secolo in un clima in cui le città miravano ad esaltare le proprie glorie municipali e a dimostrare l’antichità della propria fondazione attraverso l’esibizione di resti ossei ciclopici, rinvenuti durante scavi e attribuiti a ipotetici Giganti, primi abitatori o addirittura fondatori della città. Possiamo ancora ipotizzare che le statue dei giganti costituissero un unico apparato festivo assieme alla Vara, che rappresentava un trionfo cristiano a suggello delle glorie cittadine, caratteristica che è andata perdendosi ai nostri giorni essendo oggi percepite le due processioni come totalmente distinte. Nel corso dei secoli i due Giganti assunsero una forma definita e nel Settecento cambiarono anche i loro nomi in Mata e Grifone con una tradizione popolare che riporta la storia di un guerriero saraceno che per amore si convertì al cristianesimo».

Quest’anno ci saranno le processioni?
«Le processioni sono state interrotte solo dagli eventi tragici che hanno segnato la storia della città. La ripresa delle tradizioni ha sempre in qualche modo rappresentato un ritorno alla normalità, come ad esempio nel 1926 quando la processione fu riproposta per la prima volta dopo il terremoto del 1908, che aveva cancellato Messina. Lo scorso anno, nel 2020 la processione non è stata attuata, così come non ci sarà neanche quest’anno a causa della pandemia in corso. L’augurio è che un ritorno della processione possa rappresentare il prima possibile il ritorno ad una normalità di cui abbiamo tutti bisogno».