La cavalcata di San Giuseppe a Scicli

di Alessia Giaquinta   Foto di Emanuele Caschetto

“In Scicli è un altro paio di maniche. Lì, come in molti altri paesi, c’è un uomo che ha l’impiego di San Giuseppe. Or nella sera della vigilia il popolo tutto quanto, invaso da sacro entusiasmo, afferra il Patriarca, lo sospinge a furia di braccia, lo pone a cavalcioni di asino, gli mette tra le braccia un bimbo di stucco e lo costringe a correre per tutte le vie e viuzze del paese, preceduto da un’immensa caterva di villani e operai, chi a cavallo, chi a piedi, ma tutti con le fiaccole in mano, tutti urlanti e fischianti, tutti in corsa vertiginosa”.

É così che, nel 1876, ne i “Canti popolari del circondario di Modica”, Serafino Amabile Guastella descrive la suggestiva Cavalcata di San Giuseppe a Scicli.
Una festa che affonda le sue radici in un remoto passato in cui nobili cavalieri rendevano omaggio al Patriarca in occasione della sua festa, il 19 marzo.
Fu però dopo il Concilio di Trento che il culto di San Giuseppe si diffuse maggiormente e nel 1870, quando Papa Pio IX lo proclamò Patrono della Chiesa, crebbe la devozione popolare per il Pater Putatibus di Gesù, obbediente alla volontà di Dio, umile e lavoratore, mite per eccellenza.
Nella città barocca, così, la Cavalcata di San Giuseppe divenne espressione visibile del legame tra gli sciclitani e il Santo, facendo memoria, in particolare, della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

I Vangeli narrano, infatti, che Giuseppe vide in sogno un angelo, il quale gli comandò di fuggire, insieme a Maria e al Bambinello, in Egitto poiché Erode stava cercando Gesù per ucciderlo.
A partire da questo episodio, a Scicli, l’omaggio dei cavalieri al Santo divenne anche l’occasione per riproporre il viaggio della Sacra Famiglia, rappresentata da tre figuranti che attraversano le strade e le vie della città scortati da cavalli, amazzoni e cavalieri vestiti con abiti della tradizione siciliana.

Inalterato è l’entusiasmo di coloro che di generazione in generazione si adoperano per l’evento, inserito nel 2010 nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

I cavalli che seguono la processione sono bardati con strutture non invasive (assicurano i bardatori) riccamente decorate e tali da poter essere considerate vere opere d’arte. Per riempire i disegni che caratterizzano le bardature si utilizza la violaciocca, fiore primaverile ricco di simbologie (in dialetto balucu, dal latino baculum ossia bastone) legate alla figura del Patriarca, che – come vuole la tradizione – è accompagnato da un bastone fiorito a ricordo della sua elezione a sposo di Maria.
I temi rappresentati richiamano alcuni episodi della vita di San Giuseppe e della Sacra Famiglia.

Per diversi mesi, con lavoro minuzioso e certosino, associazioni e famiglie si adoperano nei dammusa per creare la bardatura più particolare e significativa. Tanti sono i premi che vengono conferiti ai gruppi partecipanti all’evento: nell’edizione 2020, che si terrà il 21 e 22 marzo, oltre al Palio “Cavalcata di San Giuseppe – Comune di Scicli”, verrà assegnato il Trofeo “Nicolas Giunta”, il Premio “Patriarca”, il Premio “Guglielmo Alfieri”, il Premio al gruppo partecipante più giovane, il Premio alla testiera più bella, il “Premio Eleganza” e il “Premio Tradizione”.

Gli Amici di Giorgione in stretta collaborazione con don Ignazio La China e la parrocchia San Giuseppe sono già a lavoro perché anche quest’anno la Cavalcata di San Giuseppe sia nel rispetto della tradizione e impeccabile nell’organizzazione.

I figuranti della Sacra Famiglia, nel corteo per le vie della città, incontreranno i pagghiara, falò accesi per l’occasione nei crocicchi delle strade, simboli e strumenti di luce e calore che, a processione conclusa, diventeranno luogo di ritrovo e convivialità per le famiglie.

Una festa unica nel suo genere, definita da Elio Vittorini “un’infiorata a cavallo”.
Nessuna parola però sarà mai all’altezza per descrivere il sentimento di ardore e devozione degli sciclitani quando, con sguardo fiero, invocano il Santo “Patrià, Patrià, Patriàrca!”.

Arturo Barbante, e l’allegoria del Carnevale

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Arturo Barbante

Assiepata dietro le transenne predisposte dagli organizzatori lungo il percorso della sfilata, la gente aspetta il profilarsi del primo carro, in genere preceduto da un coloratissimo e rumorosissimo, gruppo in maschera, che fa da apripista, ballando un allegro ritmo sambero.
Poi, su un carrello trainato da un trattore, anch’essi “vestiti” a festa, fa la sua rumorosa comparsa il primo dei carri allegorici che compongono la “Sfilata”.
Man mano, tra gli applausi partecipati del pubblico, si susseguono gli altri carri, fino a quello che chiude la sfilata, generalmente il più bello e maestoso.
Sui carri, decine di animatori, acconciati secondo il tema, sempre di carattere satirico, della rappresentazione: costumi particolari, spesso arricchiti da splendide maschere, che sfoggiano adorni multicolori.
Ogni gruppo, su ogni carro, balla seguendo i ritmi diffusi da amplificatori appositamente predisposti ai quattro angoli del carro stesso: attimi di gioia che regalano sorrisi e che, a loro volta, sono sottolineati dagli entusiastici applausi degli astanti. Signori, eccoci nel bel mezzo di una “Sfilata”: il Carnevale è servito!

Ma cosa c’è dietro una simile iniziativa? Come si arriva alla realizzazione dei carri, alla preparazio­ne dei costumi, all’organizzazione dei gruppi, alla diffusione delle musiche, alla predisposizione dei mezzi per la mobilità dei carri stessi? Quali i materiali comunemente usati, quante persone e quanto tempo occorrono per predisporre tutto questo?
Lo abbiamo chiesto ad Arturo Barbante, vittoriese, docente, oggi in pensione, di Disegno e Storia dell’Arte in vari istituti medi superiori, apprezzato pittore e ideatore del “Corteo di Re Cucco”, che da anni, il 18 agosto, anima, con il suo Carnevale estivo, Scoglitti, frazione marittima di Vittoria. Barbante ha al suo attivo, inoltre, varie sfilate realizzate in occasione del Carnevale.

«Si parte – spiega Arturo Barbante – dal progetto generale, che si articolerà nei progetti dei singoli carri e gruppi che comporranno la sfilata. Primo passo, i disegni delle allegorie che si vuole rappresentare, sempre su temi di carattere locale o nazionale. Definito il progetto nella sua interezza, si procede alla ricerca dei materiali: un momento di vero e proprio riciclo di cartoni, giornali e riviste. Successivamente, occorre modellare le varie figure in argilla, per ricavarne un calco in gesso al cui interno la carta viene lavorata con la colla. Le figure così plasmate vengono dipinte di bianco, un colore unico e unificante; poi si sovrappongono i vari colori che li caratterizzeranno. Altri elementi del carro sono realizzati con polistirolo espanso e schiuma espansa modellata. Per sostenere i vari personaggi, spesso di notevoli dimensioni, si utilizzano supporti in ferro, reti metalliche e strutture in legno. Un impegno particolare richiede la scelta dei materiali per i costumi; stoffe di vario genere, dalle glitterate alle metallizzate, dalle laminate a quelle più comuni. Moltissima la gommapiuma utilizzata, sempre dipinta a spruzzo. Costumi e gommapiuma che richiedono ore e ore di lavoro minuzioso, sia per la loro realizzazione, che per le prove su ogni singolo figurante. Riguardo a questi ultimi, va evidenziata l’importanza della loro presenza: sono loro, infatti, che valorizzano il tema di ogni singolo carro, per cui è necessario prepararli adeguatamente. A tal fine, vengono chiamati animatori e maestri di ballo, che predispongono le coreografie. La scelta delle musiche richiede un accurato lavoro di regia e l’utilizzo di apparati tecnici alimentati da potenti gruppi elettrogeni, indispensabili anche per il funzionamento dei compressori e dei vari meccanismi interni che consentono i movimenti e l’animazione delle figure allegoriche».

Come è facile capire, il lavoro per la realizzazione dei carri è notevole; a volte dura anche dei mesi, per poi “bruciarsi” in poche ore in una o più sfilate.
Non importa: è il trionfo dell’effimero e della carnalità prima del lungo periodo quaresimale.

Sebastiano Lo Monaco

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Nino Ali, Pietro Grasso, Tommaso Le Pera

Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e nelle fiction nella sua carriera. Diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ha lavorato con i più grandi attori e registi di fama internazionale. Per Sebastiano Lo Monaco l’ “incontro” con Pirandello si è trasformato in un vero e proprio processo simbiotico, senza dimenticare l’amicizia con Andrea Camilleri, scomparso di recente. «Ho cominciato a recitare a cinque anni alla scuola elementare per la festa della mamma. Facevo il chierichetto e recitavo sul palcoscenico. Tra il seminario e il teatro ha vinto l’Accademia d’arte drammatica. È la mia vita e non faccio altro. Quando sto fermo per alcuni giorni, oltre a ritornare dalla mia famiglia in Sicilia, a Floridia, e andare a messa, sono come un uomo spento». Il suo percorso formativo è iniziato con un grande drammaturgo, scrittore e poeta italiano. «Ho cominciato col fare Il berretto a sonagli il 21 luglio 1992 e da allora Pirandello non mi ha più lasciato. Quello spettacolo di straordinario successo è andato in scena sino alla scorsa primavera. Ogni tre – quattro stagioni riprendo il testo di Pirandello, perché è sempre vivo. La sua scrittura nasce nel momento in cui l’attore la pronuncia, nel momento in cui viene rappresentato. Pirandello è contemporaneo. Così come i grandi classici e i grandi autori». Una carriera costellata di successi con ruoli di rilievo. «Mi piacerebbe fare più televisione e cinema. Ovviamente il teatro, essendo il luogo che frequento da quando avevo diciannove anni, è il mondo dove mi sento a casa, il luogo della vita vera».

Pur vivendo a Roma, Sebastiano Lo Monaco non ha tagliato mai il suo cordone ombelicale con la sua terra. «Anche se sono andato via dalla Sicilia, le mie radici culturali, antropologiche, familiari ed educative sono talmente forti che non riesco a staccarmi. La Sicilia è viva in me sotto forma di tutti gli autori che ho portato in palcoscenico, dai classici greci sino agli autori del ‘900. La letteratura italiana del ‘900 è siciliana, da Pirandello a Camilleri, passando per Verga, Capuana, Rosso di San Secondo, Russello, Tomasi di Lampedusa, Piccolo, Patti, Pietro Grasso, ecc. Io sono frutto della terra dove sono nato, degli studi che ho fatto, dell’educazione che ho avuto. Nel mio lavoro tutto questo è diventato fondamentale, il mio bagaglio culturale e antropologico è stato la fonte di ispirazione principale del mio lavoro».

Un altro incontro importante nella sua vita artistica è stato con Andrea Camilleri. «Ricordo ancora quando feci l’esame per entrare in Accademia: portai un pezzo di Edipo Re e, pensando di essere un grande interprete, lo feci con un fortissimo accento siciliano; da Andrea Camilleri a Romolo Valli, da Mauro Bolognini a Rossella Falk, scoppiarono tutti in una grande risata, io mi misi a piangere perché pensavo di avere perso un’occasione importante, invece Camilleri mi disse che “proprio per questa improntitudine, sfacciataggine di aver fatto un personaggio tragico in perfetto dialetto siciliano sei stato ammesso per simpatia, passione e cultura generale”.

Nel 1977 è iniziato il mio rapporto artistico con Camilleri. Gli ho voluto bene come un secondo padre e mi ha dimostrato la sua stima accettando, qualche anno fa, di diventare il direttore artistico della Compagnia Teatrale Sicilia Teatro, di cui nel 1988 sono stato tra i fondatori. Sono felice perché la mia vita è stata costellata da grandi personaggi». Tanti gli impegni artistici che lo vedranno impegnato nei prossimi mesi: Antigone in tournée fino alla fine di marzo. “Io e Pirandello” a Rieti e al Teatro Franco Parenti di Milano nella prima settimana di aprile. Nella prossima stagione teatrale (2020/21), oltre alla ripresa di Antigone porterà in tournée “Per non morire di mafia” di Pietro Grasso che sarà presente al Teatro Biondo di Palermo e al Teatro Stabile di Catania oltre che in tournée in tutta Italia e “Appello ai liberi e forti” di Don Luigi Sturzo in tutti i massimi teatri italiani.

Il MACS mette in mostra il sale della terra

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Ass. Sotto Sale

Petralia Soprana, in provincia di Palermo, c’è un luogo unico nel suo genere: il Museo Arte Contemporanea Sotto Sale, che espone le sculture di salgemma!
Si tratta di una miniera di sale ancora attiva con più di ottanta chilometri di galleria. Il museo è ospitato in una parte dismessa della miniera, al livello zero, che ricade nella frazione Raffo di Petralia Soprana. Qui per concessione della società Italkali è stato allestito il MACS.

Questa miniera di sale è una delle più grandi e più ricche in Europa, attiva dagli anni Settanta. Si tratta di una grandissima “lente di sale” racchiusa nelle viscere di una montagna che si eleva sino a 1100 metri sul livello del mare. La storia di questo giacimento minerario è molto antica e si lega alla storia del mar Mediterraneo. Circa sei milioni di anni fa un evento ha cambiato il nostro mare. All’epoca le zone emerse della Sicilia erano i Peloritani, i Nebrodi, le Madonie, i Sicani, i monti di Palermo e Trapani e l’altopiano ibleo.

L’isola si presentava come una grande laguna salmastra circondata da questi monti, dove la quantità di acqua era molto inferiore. Ciò determinò un continuo aumento della concentrazione dei sali fino a provocarne la loro sedimentazione strato su strato. Il sale di Petralia Soprana è speciale, ha una purezza eccezionale, perché si tratta di un giacimento di origine secondaria, cioè dei depositi già esistenti e quindi più antichi, che si sono disciolti, spostati e ricristallizzati. Il sale ha tantissimi usi, ma nessuno aveva mai pensato di usarlo per fare cultura, un’idea che invece si è rivelata vincente e che è stata lanciata dall’Associazione “Sotto sale” e dall’Associazione “Arte e Memoria del Territorio” di Milano.

Nel Museo sono esposte le opere scolpite nei blocchi di sale, realizzate durante le cinque biennali organizzate dalle due associazioni. I blocchi vengono trasportati a Petralia Soprana e lì lavorati e poi esposti all’interno della galleria, dove ci sono le condizioni migliori per far sì che il sale e quindi le sculture si conservino al meglio, essendo un materiale facilmente deperibile. «Il salgemma è un materiale nuovo e inusuale da usare per la scultura, è composto di parti dure come il marmo, ma anche da parti friabili, ciò lo rende un minerale molto particolare, poiché l’artista nello scolpire il blocco non sa se riuscirà a ultimare l’opera, visto che il salgemma potrebbe spezzarsi all’improvviso» – racconta Carlo Li Puma, presidente dell’Associazione “Sotto Sale”.

La visita al MACS è un’esperienza unica e suggestiva, il percorso dura un’ora circa e ci dà la possibilità di scoprire la storia geologica della Sicilia e nel contempo l’arte contemporanea arricchita da questo minerale così prezioso utilizzato per affrontare temi attuali, come quello della biennale del 2019: “Libertà colore dell’uomo”, sostenendo i diritti dell’individuo. «Il museo è stato creato per valorizzare il nostro territorio, una scommessa anche per molti giovani che hanno preferito non lasciare la propria terra che con una risorsa così preziosa dà gusto alle pietanze di tutto il mondo» – continua Li Puma.

Il museo ogni anno ospita circa dodicimila visitatori ed è uno dei siti culturali più visitati delle Madonie. Il percorso include anche una sezione dedicata all’archeologia industriale con l’esposizione dei macchinari utilizzati un tempo per l’estrazione del sale. Inoltre l’Associazione “Sotto sale” organizza anche diversi laboratori ed eventi coinvolgendo gli stessi operai della miniera che raccontano i segreti del sale. Essendo la miniera ancora attiva il museo è visitabile i sabati di ogni mese, per maggiori informazioni potete contattare l’Associazione “Sotto sale” al sito: www.sottosale.eu

 

Il Carnevale, una festa antica 4000 anni

Articolo di Alessia Giaquinta

“A Carnaluvari ogni scherzu vali e cu s’affenni è un maiali”.
Così recita un motto della tradizione siciliana in merito ai festeggiamenti del Carnevale.
È il periodo più allegro che ci sia, quello in cui si può essere burloni, spiritosi e provocatori oltremodo.
Gli antichi latini dicevano “Semel in anno licet insanire”, una volta durante l’anno è lecito fare pazzie, dunque.

Ma… dove e come nasce il Carnevale?
Torniamo indietro con la macchina del tempo fino alla civiltà egizia, 4000 anni fa. Questa popolazione dedicava riti e manifestazioni alla dea Iside con canti e balli in suo onore. La Dea, secondo il mito, navigò per tutti i mari del mondo pur di trovare il corpo smembrato dell’amato fratello, Osiride, e ricomporlo. Si parla dunque del “Navigium Isidis” che pare avere legami con l’etimologia della parola Carnevale: carrum navalis, infatti, potrebbe richiamare non solo l’imbarcazione usata dalla dea per le sue ricerche ma anche la successiva rappresentazione utilizzata nel rito, diffuso poi anche tra i Romani.
Lo scrittore latino Apuleio, nelle sue Metamorfosi, racconta che si trattava di un corteo in maschera che trainava un’imbarcazione di legno decorata con fiori dove “c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone, un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca”.
Insomma, nessun limite alla fantasia e nessun giudizio per l’occasione: tutti, a prescindere dalla condizione sociale, persino gli schiavi, partecipavano alle lunghe processioni dietro al carro.
Anche i “Saturnali”, feste in onore del dio Saturno, erano celebrati nell’antica Roma, con manifestazioni simili all’odierno Carnevale. A loro volta, pare che queste si rifacessero alle Dionisiache greche, gare teatrali che terminavano con banchetti e feste, in cui l’eccesso di cibo, vino ed euforia potevano sfociare in momenti licenziosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, l’etimologia della parola e il significato della festa mutò, sebbene sostanzialmente continuò a essere l’occasione per fare baldoria, usare travestimenti e costruire carri.
Il Carnevale divenne così il periodo del carnem vale ossia “addio carne”, o ancora carnem levare, cioè eliminare la carne dai pasti, come previsto dal digiuno quaresimale.
La festa, caratterizzata da divertimenti e atteggiamenti burleschi, infatti, è collegata con la Pasqua, diventando preludio dei quaranta giorni di astinenza e digiuno che iniziano il giorno successivo al Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri insomma.

In Sicilia, il Carnevale è tempo di divertimenti, festini e di miniminagghi, indovinelli spesso caratterizzati dal doppio senso con cui ci si divertiva – e in qualche modo, ci si diverte ancora – prima del rigore quaresimale. Oggi, sicuramente, i bambini – e non solo – sono attratti più da altro: dall’impazzata ricerca del costume da sfoggiare agli accessori più innovativi agli scherzi più esilaranti.

Se diciamo “Davanti m’accurza e darrieri m’allonga”, qualcuno riuscirà a indovinare di cosa stiamo parlando? Ovviamente è “la strada” la risposta esatta.
Le miniminagghie tramandate sono veramente tantissime: chiedere a qualche anziano è il metodo giusto per conoscerle e preservarle dall’oblio.
Immancabili sono i coriandoli che sostituiscono l’antico lancio dei confetti contenenti un seme di coriandolo e dunque, per questo, così chiamati.
Le tradizionali maschere siciliane sono Peppe Nappa, Nofriu, Lisa, Nardu, ossia personaggi della farsa palermitana Vastasata. E poi ancora: picurari, l’ammuccabbadduottili (il credulone) e u dutturi che si faceva largo esclamando “fazzu lavanni i spini i rizzi!”, ossia clisteri a base di aculei di riccio marino.

Brucia Re Carnevale, entro la mezzanotte del martedì grasso. Il fantoccio di cartone e legno – che simbolicamente è costruito e rappresenta quest’antichissima festa – diventa un rogo. Tutto diventa cenere. Ed è… Quaresima.

Ma che bontà! Il dolce di Carnevale e Pasqua!

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Totò Messina

Nel vasto e ricco mondo della cucina siciliana, un posto assai notevole è occupato dai dolci.
Una peculiarità della gastronomia siciliana è sicuramente l’impiego di elementi semplici e poveri che, abbinati tra loro, danno origine a pietanze non solo gustosissime ma anche cariche di valori simbolici.
Uno dei dolci tipici del Carnevale, in Sicilia, è la pagnuccata, pignoccata o pignolata, così chiamata in base alle zone in cui viene preparata.
Si crede che l’origine di questo dolce, a base di zucchero e miele, sia araba. In seguito furono le suore a tramandarne la ricetta tradizionale che, nel tempo, è rimasta per lo più invariata.
Le religiose preparavano questo dolce in prossimità del Carnevale perché, prima del digiuno quaresimale, tutti potessero gustarlo e, in special modo, i più poveri.
Anticamente pare che venissero utilizzati i pinoli e dunque per questo fu chiamata, in alcune zone della Sicilia, pignolata. Si narra, però, che un giorno le suore, sprovviste di pinoli, abbiano inventato una nuova ricetta che prevedeva l’uso di pasta fritta tagliata a cubetti al posto degli eduli semi.
È considerata anche il “torrone dei poveri” poiché, per prepararla, s’impiegano solo uova, farina, miele e zucchero. Le classi agiate, infatti, per molto tempo non gradirono questa pietanza per via delle umili origini della ricetta.
Gli spagnoli, nel Cinquecento, aggiunsero ingredienti più ricercati, quali la glassa al cacao o quella al limone. Nacque così la pignolata messinese, così chiamata per la caratteristica forma a pigna che acquisisce nella preparazione finale.
La pigna, infatti, rappresenta l’uovo cosmico e dunque è legato alla nascita e anche all’immortalità, poiché l’albero di pino è un sempreverde. Si pensi così alla rinascita della natura in Primavera e alla Pasqua con chiaro riferimento all’immortalità di Cristo.
Nella Contea di Modica questo dolce non ebbe variazioni di ricetta. Il nome utilizzato in queste zone, però, è pagnuccata che, come scrive l’etnologo Serafino Amabile Guastella, altro non è che la “scorrezione di pinocchiata, è un dolce a forma di pinocchia, di farina impastata con gialli d’ova, poi fritto nel grasso porcino, indi cotto e ingiulebato nel miele”.

Al di là dei dilemmi linguistici e delle varianti di zona, possiamo dire che si tratta di uno dei dolci più sfiziosi della cucina siciliana. L’unica avvertenza è avere denti sani per rompere e dunque masticare la pagnuccata: si potrà scoprire così la piacevolezza del croccante e la dolcezza del miele che lo ricopre. Una vera e propria estasi per il palato!

Vi proponiamo la ricetta con la sola raccomandazione di metterla in pratica e diffonderla. Un tempo le nonne preparavano i dolci e, nel frattempo, raccontavano storie affascinanti. Facciamo sì che questa magia non venga interrotta: via i tablet e i telefonini, è l’ora di preparare la pagnuccata!

 

INGREDIENTI

3 uova medie
250 gr di farina di grano duro
300 gr di zucchero
3 cucchiai di miele
Un pizzico di sale

PROCEDIMENTO
Impastate la farina e le uova fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Aggiungete un pizzico di sale.
Ricavate dall’impasto dei bastoncini larghi circa un centimetro e tagliarli a cubetti.
Mettete a friggere nell’olio (o nello strutto) i cubetti di pasta e, appena cotti, fateli asciugare nella carta assorbente e dunque raffreddare.
Preparate, in un’altra padella, il caramello amalgamando lo zucchero al miele e mescolando fino a ottenere un composto liquido.
Una volta pronto, aggiungete i cubetti fritti.
Separate, possibilmente su un piano di marmo, il risultato ottenuto in piccole porzioni e, servendovi di una bacinella d’acqua fredda (per bagnare le mani), stringete la pagnuccata così da darle forma.
Aggiungete, a piacimento, palline arcobaleno o altre decorazioni.

CURIOSITÁ
Anticamente, con il caramello che colava si ricavavano le caramelle per i bambini.
Era proprio una festa preparare e mangiare la pagnuccata!

Your Wedding Mood, Aria di primavera

Bianca Wedding a cura di Simona Raniolo

FOTO DI:

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La primavera è alle porte e il suo arrivo, si sa, si traduce nel risveglio della natura e dei suoi colori, nel rinnovo del ritmo delle giornate e nell’addolcirsi delle temperature.
Forse proprio per la mitezza del clima, tra il freddo dell’inverno e il caldo dell’estate, talvolta insopportabile, il periodo compreso tra marzo e giugno risulta essere quello maggiormente gettonato per chi vuole organizzare un matrimonio.
Nella progettazione di un evento, in effetti, la primavera apre infinite possibilità!

  • Spazi all’aperto
    Posto che un piano di riserva debba esser messo in serbo ancor prima di quello ufficiale, l’aria mite della bella stagione per antonomasia offre il via libera alla scelta di pianificare all’esterno tre brevi momenti del ricevimento: l’aperitivo di benvenuto, il buffet degli antipasti e quello dei dolci che comprende anche l’atteso taglio della wedding cake. Per chi volesse festeggiare in un mood leggero, meno formale, la stagione in questione è perfetta anche per un brunch all’aperto dopo una cerimonia mattutina.
  • La palette
    È la stagione dei colori senza dubbio. Dai piccoli dettagli della wedding suite a quelli degli allestimenti, sì alle tonalità pastello di rosa, azzurro, verde ma anche fucsia e lavanda per chi vuole particolari più accesi.
    Se volete osare negli accostamenti, provate a combinare le tonalità pastello a varianti di grigio come il perla o il ghiaccio, vi stupirete di come il risultato alleggerisca la leziosità e mantenga comunque un profilo raffinato, apparendo più moderno e meno scontato.
  • I fiori
    Beh, sono o non sono la prima cosa che viene in mente pensando alla primavera? Arrivano le amatissime peonie, i ranuncoli, i tulipani, le fresie, i lillà, le camelie, i narcisi, i gelsomini, le ortensie, la lavanda. Sono davvero innumerevoli le varietà floreali tra cui poter scegliere durante questa stagione, tutte incantevoli.
    Le spose potranno divertirsi a mescolarli nel bouquet con uno stile scomposto, un po’ wild, più naturale.
  • A tavola
    La vasta scelta di fiori di stagione permette di creare dei bellissimi allestimenti, soprattutto a tavola. Il consiglio è quello di optare per delle tavole imperiali, che sapientemente allestite, riempite e decorate, garantiscono l’effetto WOW. Mai dimenticare le candele se si tratta di una cena: usatene tante, non sono mai abbastanza! Degna di nota la tendenza del tavolo nudo, che omette del tutto il tovagliato o porta tutt’al più un runner centrale. Per uno stile più estroso ed eccentrico, tasche e location permettendo, potrete prendere ispirazione dalle decorazioni floreali aeree d’oltreoceano, che quasi come se fossero lampadari di fiori, sovrastano i tavoli e regalano un’atmosfera di grande impatto.
  • La Sposa
    Per il vostro look in primavera, Less is more, care spose. Per l’abito, linee pulite, tessuti leggeri, che si muovano con voi. Ai lustrini, preferite piccole applicazioni di pizzi o fiori in tessuto. Agli chignon tiratissimi, un raccolto più naturale, una treccia oppure delle bellissime onde morbide. Sì alla scelta di un particolare: potete decidere di indossare una bella coroncina alla “Frida Kahlo”, ad esempio, anche solo nella seconda parte del ricevimento, una piccolezza che dona subito quell’aria sognante, romantica e spensierata tipica dell’allure bohèmien che tanto si usa in questi ultimi anni.

In generale, per il vostro evento in primavera, il consiglio è di optare per delle scelte che trasmettano leggerezza e freschezza nei colori, nelle atmosfere, nel mood della festa.
È la stagione dell’amore, celebratela nella sua bellezza!

Cosaruciaru, trasformare la coltura in cultura

Articolo di Titti Metrico   Foto di Paolo Montanaro

Cosaruciaru (cosa dolce). Un fagiolo raro, dolce e pregiato, prodotto nelle campagne di Scicli. Il Cosaruciaru all’inizio del Novecento aveva un notevole peso nell’economia locale, veniva coltivato dai “ciumatari e cannavatari”, derivante da ciumi (il fiume), così come venivano chiamati i contadini proprietari di appezzamenti di terreni alluvionali, freschi e permeabili lungo il torrente Fiumara, tra Modica e Scicli. Giovanni Parisi mi ha accompagnato nella sua azienda agricola, tra Scicli e Cava d’Aliga, circondata da carrubi e ulivi, tra muretti a secco e strade senza indicazioni, proprio come dentro una scena della fiction di Montalbano. La sensazione che si prova a essere immersi nell’essenza della Sicilia Orientale è indescrivibile. Qualcosa di meraviglioso.
«Faccio l’agricoltore per passione, tramandata da generazioni, – ci racconta Giovanni Parisi -.

La mia famiglia mi ha dato la possibilità di scegliere un lavoro che mi permettesse di valorizzare questo territorio. Da piccolo, in campagna con i miei genitori e i miei nonni, ho iniziato ad amare la terra e guardare la coltivazione di quel fagiolo locale, al tempo, legato solo all’uso familiare. Finiti gli studi superiori in Agraria, ho seguito le orme della mia famiglia, proseguendo la coltivazione degli ortaggi in serra, soprattutto del fagiolo, ed anche di pomodori della varietà datterini e pixel. L’idea della trasformazione mi assillava, ma, in una terra abbandonata o meglio troppo sfruttata mi scoraggiava. Così nel 2012 sviluppai il mio progetto – continua Giovanni Parisi – fui spinto dai turisti di passaggio, che volendo acquistare i miei prodotti dicevano che volevano portarsi a casa un pezzo della mia terra, questo m’inorgogliva al punto che l’interesse mi ha spinto a preservare la produzione del Cosaruciaru nel tempo. Sono stato uno dei primi a trasformare solo ed esclusivamente il prodotto della mia azienda, e questo fagiolo, così dolce e leggero, ha permesso il suo utilizzo sia d’estate che d’inverno, quindi, non solo zuppe, paste e cotiche, ma, anche fresche insalate con tonno, basilico, pomodoro e cipolla. Da pochissimo tempo, dai fagioli viene ricavato un paté spalmabile, simbolo della versatilità del legume».

Come si coltiva?
«Per la coltivazione del fagiolo viene seguito un ferreo disciplinare di produzione che obbliga a fare tutti i passaggi a mano: semina, sarchiatura, trebbiatura, raccolta. Il fagiolo viene fatto essiccare all’aria aperta e congelare per un periodo a -25 gradi per eliminare l’eventuale presenza del torchio (un insetto dannoso, ndr)».

Il Cosaruciaro è la fiction Montalbano?
«L’attore Marcello Perracchio (il dottor Pasquano, ndr), modicano di nascita, durante le riprese di alcune scene a Scicli, si ricordò che nella sua infanzia si coltivavano dei fagioli screziati e dolcissimi, la sua mamma aveva una bottega vicino Scicli e i contadini barattavano i fagioli con pasta e farina. Così si è messo alla ricerca di qualche agricoltore che ancora oggi producesse questo fagiolo oramai scomparso. Perracchio si rivolse all’Ente di Sviluppo Agricolo e l’agronomo che accolse questa sua richiesta un giorno trovatosi nella mia azienda mi riferì cosa l’attore gli aveva richiesto: la sorpresa fu grande quando gli dissi che noi lo coltiviamo per uso familiare da sempre, da lì il Cosaruciaru è arrivato anche sulla tavola della fiction di Montalbano».

Come nasce il presidio Slow Food?
«Dopo Montalbano mi sono messo a fare una ricerca di aziende che producessero il Cosaruciaru, ho trovato così diversi produttori che ancora non avevano perso la loro identità continuando a tramandare così come ho fatto io, li ho riuniti dapprima in un’associazione e in seguito in un presidio Slow Food».

Come si riconosce il fagiolo Cosaruciuaru?
«Il Cosaruciaru è riconoscibile dal colore bianco panna con piccole scriature marroni attorno all’ilo».

Una rivoluzione in un legume, grazie a coltivatori che hanno trasformato la coltura in cultura.

La Cuddrireddra di Delia, la corona di Carnevale

Articolo di Titti Metrico   Foto di Samuel Tasca

Mi piace portarvi nei posti più nascosti della Sicilia, ignota per alcuni, conosciuta per altri. Siamo in provincia di Caltanissetta, esattamente a 447 m. sul livello del mare in una località adagiata su un pendio: ecco a voi Delia. Questa cittadina gode di una piacevole posizione panoramica, da un lato si affaccia verso il Salso e la piana di Gela, dall’altro verso Campobello e Naro, con l’antica fortezza che domina il paesaggio. Passeggiando per l’abitato si scoprono siti di grande fascino, edifici religiosi come le chiese di Santa Maria di Loreto, di Santa Maria dell’Itria, della Croce, di Sant’Antonio Abate e del Carmelo, sino all’imponente Castello Normanno. Mi fermo qui nel descrivere il paesaggio, perché voglio farvi conoscere quello che è il simbolo di Delia, la Cuddrireddra, nome quasi impronunciabile per chi non è siciliano, sembra uno scioglilingua, ma a Delia questo nome indica un dolce molto importante nella gastronomia siciliana e italiana, per essere elaborato originalmente nella sua fattura e negli ingredienti e gelosamente custodito, è un dolce identitario che viene tramandato di generazione in generazione, non ha eguali in nessun posto del mondo.

La denominazione della Cuddrireddra è di origine greca che significa “Kollura”, usato per definire un pane biscottato di forma rotonda, nei vocabolari dialettali indica una schiacciatina o focaccina, oppure una rotella di pasta a forma di anello o di corona. Le Cuddrireddre hanno la caratteristica di essere croccanti e profumati. Esistono anche altre zone della Sicilia, della Puglia e della Calabria, dove si producono biscotti aromatici, ognuno con un nome diverso a seconda della zona d’origine (Cuddura, Cuddhuraci, Puddhriche, ecc.) ma solo a Delia, da oltre sette secoli, sfoggiano le belle corone di biscotti, che da sempre si contraddistinguono dagli altri deliziando i palati di grandi e piccini. Si narra, infatti, che a ispirare questi biscotti gustosi fossero state le castellane durante la Guerra dei Vespri, tra il 1282 e il 1302, esse abitavano nella fortezza che domina la cittadina e a distanza di oltre 700 anni le Cuddrireddre con la stessa forma, sono ancora il tipico dolce della tradizione del Carnevale di Delia.

Ovviamente chi visita Delia può gustare la Cuddrireddra tutto l’anno, basta recarsi da un fornaio oppure in una pasticceria per acquistarla. Per evitare che la tradizione legata alla produzione di questi gustosi biscotti vada perduta la Fondazione Slow Food ha istituito un Presidio di tutela, ma soltanto per la versione fritta rigorosamente nell’olio extravergine d’oliva.

Per chi volesse prepararle a casa e farsi avvolgere dal profumo intenso tutto siciliano di cannella e arancia ecco a voi la ricetta:

500 gr. di farina di grano duro,
250 gr. di zucchero,
50 gr. di strutto,
2 uova più 1 tuorlo,
50 ml. di vino rosso,
2 cucchiai di scorzette di arancia,
5 gr. di cannella in polvere,
olio extravergine di oliva.

Preparazione
Setacciate la farina e disponetela a fontana, aggiungete lo zucchero, le scorzette di arancia sminuzzate, lo strutto tagliato a pezzetti e le uova. Lavorate l’impasto incorporando, a filo, il vino rosso fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Prendete dei pezzetti d’impasto e arrotolateli ricavandone dei cordoncini lunghi circa 80 cm. e del diametro di circa mezzo cm. Avvolgete a spirale i cordoncini attorno ad un bastoncino lasciando libero circa un terzo della lunghezza distribuito equamente tra le due estremità. Fate, poi, passare le parti non avvolte al di sopra e al di sotto delle spire, come a incorniciarle, premendo leggermente affinché vi aderiscano e fissando i lembi all’estremo opposto della spirale. Sfilate il bastoncino, poi unite le due estremità della spirale esercitando una lieve pressione, creando, dunque, una sorta di ciambella. Scaldate, quindi, l’olio e friggete le Cuddrireddre che farete freddare a temperatura ambiente prima di servire in tavola.

La Sicilia nel cuore degli americani, tra le destinazioni migliori del 2020

Articolo di Omar Gelsomino

Il nuovo anno comincia con belle e interessanti prospettive dal punto di vista turistico per la nostra terra. La Sicilia, culla di antiche civiltà millenarie, terra di passione, mare, sole e buon cibo con il suo immenso patrimonio culturale, architettonico, storico e paesaggistico continua a essere la meta ambita dai turisti. Questa volta l’elevato indice di apprezzamento della nostra isola arriva dagli americani. Secondo uno studio eseguito dall’agenzia Ovation Travel Group’s per conto della rivista economica americana Forbes, una delle mete più ambite in America è proprio la Sicilia. Seconda solo al Lake Powell con l’Antelope Canyon negli Stati Uniti, la nostra terra si posiziona tra le migliori destinazioni per il 2020. Secondo Ashley Diamond, consulente di viaggio di lusso per Ovation Travel Group, «La Sicilia ha un’autenticità che è sbiadita da molte altre parti del mondo». Lo scorso 9 gennaio è la volta del famoso The New York Times a inserire la Sicilia al settimo posto tra le cinquantadue destinazioni “Per ispirarti, deliziarti e motivarti a esplorare il mondo”. La foto è abbastanza emblematica, ritrae tre uomini impegnati nella raccolta delle olive e il titolo dell’articolo, firmato da Adam Harney Graham, è indicativo del tipo di turismo consigliato ai lettori americani, “Rinascita sostenibile e patrimonio culinario su un’isola vulcanica”. Anche in questo caso la scelta ricade sulla Sicilia per due ragioni: da un lato la sostenibilità e dall’altro la sua storia millenaria. Nell’articolo sono citate anche le iniziative di EtnAmbiente volte a preservare il territorio del vulcano più alto d’Europa senza dimenticare le eccellenze siciliane come i vini Tasca D’Almerita e la volontà da parte dei proprietari dell’omonima azienda vitivinicola a esaltare i prodotti tipici dell’Etna; la partenza, già dallo scorso anno, dei “Treni storici del gusto” in sinergia con il Presidio Slow Food per far conoscere la Sicilia più verace, più sconosciuta percorrendo itinerari per scoprire le delizie enogastronomiche; tour dedicati a piccoli gruppi con auto elettriche e strutture ricettive completamente plastic free. Una nuova concezione dell’offerta turistica, che va oltre al consueto relax e si contrappone al turismo di massa. Un trend che si sta diffondendo sempre più è il turismo esperenziale, cioè vivere in maniera intima ed essere protagonisti della propria vacanza, anche a ritmi lenti, purché sia legato alla salvaguardia dell’ambiente e alla scoperta della cultura e delle tradizioni, l’importante che abbia un forte impatto personale e che lasci al viaggiatore una sensazione che difficilmente dimenticherà. Un viaggio che possa essere condiviso e raccontato agli altri, ecco perché sia Forbes, sia il New York Times hanno indicato la Sicilia come una meta turistica per quest’anno, perché con le sue bellezze e i suoi prodotti enogastronomici riesce a fare emozionare e raccontare di sé i turisti che ogni anno la visitano, lasciando meravigliosi ricordi di una vacanza indimenticabile.