A cura di Alessia Giaquinta

Spesso, in gergo, per additare qualcuno che è astutamente impiccione, si dice che è “Triricinu”. C’è una favola, della nostra tradizione siciliana, che spiega l’origine di tale nome e ne completa il significato.
Triricinu (Tredicino), infatti, era il tredicesimo figlio di una povera famiglia. Era il più astuto e veloce tanto che spettava sempre a lui la minestra preparata dalla mamma che, non riuscendo a nutrire tutti i figli, diceva che solo chi fosse arrivato per primo poteva mangiarla. Era scomodo, chiaramente, per i fratelli che – in preda alla disperazione e alla fame – tentarono di escogitare un modo per annientarlo. Proposero, infatti, al re di sfidare il ragazzo facendogli compiere un’ impresa impossibile: rubare il mantello del drago.
Triricinu, vinta l’ iniziale paura, non si tirò indietro e, approfittando della sua agilità, riuscì nell’ impresa. Il re, sorpreso, sfidò ancora una volta il ragazzo: egli avrebbe dovuto rubare il cavallo al drago. Anche questa volta, Triricinu riuscì nell’ intento persuadendo l’ equino a seguirlo fino al palazzo reale grazie all’ aiuto di buonissimi mustacciola preparati per l’ occasione. Il re e i fratelli di Triricinu, ancora una volta, rimasero increduli per le abilità del ragazzo. Così, il re gli promise due sacchi di monete d’ oro se avesse saputo prendere la testiera del letto del drago. Questa volta, però, Triricinu fu scoperto e imprigionato dal drago che, in preda alla rabbia, decise di farlo ingrassare e poi, una volta grasso, cibarsene. Triricinu non si arrese e ingannò continuamente il drago: quando questi gli chiedeva di toccare un ditino, per constatare se fosse aumentato di peso, lui utilizzò una volta la coda di un topo, un’altra volta un’asta sottile… Spazientitosi, il drago liberò il ragazzo dalla prigione per cibarsene lo stesso. Triricinu, però, lo fece distrarre e scappò velocemente. E la testiera del letto? Beh… Questa volta Triricinu escogitò un piano ancora più interessante. Si travestì da monaco, prese con sé una cassa e andò dal drago dicendo che era alla ricerca di un certo Triricinu colpevole di un reato. Il drago, approfittando della situazione, si rese disponibile a cooperare con quel finto monaco.
«Quanto è alto Triricinu?». – chiese astutamente il ragazzo, sotto mentite spoglie.
«Quanto me!».- rispose il drago
«Vediamo se la cassa è abbastanza grande da poterlo contenere, entra tu, facciamo una prova!».
Fu così che il drago fu imprigionato da Triricinu che, oltre ad ottenere il plauso del re e della popolazione tutta, ottenne i denari promessi e la fama di essere ricordato per secoli e secoli.E come concludevano gli antichi, che tramandano questa storia in numerose varianti, “e vissi felici e cuntenti…e a niautri nun resta nenti!”.

 

Articolo di Stefania Minati    Foto di Luciano Ramires – Archivio PNGP

Con i suoi 70.000 ettari, il Parco Nazionale del Gran Paradiso è il più antico parco italiano. Situato tra la Valle d’Aosta e il Piemonte nasce inizialmente come Riserva di Caccia Reale per volere di Vittorio Emanuele II nel 1856 dando seguito al divieto di caccia allo stambecco del 1821 di Carlo Felice Re di Sardegna, vista l’allarmante diminuzione della presenza di quest’animale su tutto l’Arco Alpino. Nel 1913 si svolse l’ ultima caccia reale dei Savoia che decisero nello stesso anno di donare allo Stato il territorio intorno alla vetta del Gran Paradiso (4061mt) chiedendo di istituire un Parco Nazionale a tutela della sua ricchezza naturale. Si arriva così al 1922 e alla nascita ufficiale del primo Parco Nazionale Italiano. Fin dalla metà del ‘900
l’ Ente Parco lavora instancabilmente per creare un giusto equilibrio di convivenza tra uomo e natura nel pieno rispetto di quest’ ultima.
A dimostrazione del lungo e instancabile lavoro dell’ Ente e delle guardie forestali, dal 2005 sono stati registrati il grande ritorno del lupo, che da molto tempo ormai non abitava queste montagne, e la prima nidificazione sulle Alpi Occidentali del gipeto. Nel 2006 invece è stato insignito del Diploma Europeo delle Aree Protette e nel 2014 ha acquisito la certificazione Green List che riconosce l’ efficacia e l’ equità nella gestione dei parchi. Con la sua rete di 850 km di sentieri, nove centri visitatori, il giardino botanico Paradisia e le Eco-mostre perenni, il Parco offre a tutti i turisti moltissime esperienze da vivere immersi nella natura. Sono attive molte iniziative che coinvolgono le scuole con interessanti progetti di educazione ambientale e proposte diversificate a seconda dell’ età scolare. Alcuni esempi possono essere il viaggio di tre giorni in cui la figura di Re Vittorio Emanuele II fa da filo conduttore al racconto dell’ evoluzione del concetto di “Protezione dell’ ambiente”, o altri soggiorni didattici con attività di tipo scientifico e ludico-creative che possono durare dai due ai sette giorni per i bambini più piccoli. Le attività per le famiglie e gli sportivi, che si possono vivere tra queste cinque vallate, vanno dalle escursioni in bicicletta, al trekking, dallo sci alla scalata, grazie alla grande varietà di ambienti che compongono il Parco. Le guide specializzate e le varie tipologie di escursioni si alternano, infatti, per tutto l’anno a seconda delle stagioni. È possibile anche accompagnare ricercatori e guardie forestali nelle loro attività di controllo e studio del territorio.
Le strutture in cui alloggiare, rifocillarsi e rilassarsi sono molte, permettendo di scoprire la storia e le tradizioni degli abitanti, degli artigiani e dei produttori locali. Potete trovare tutte le informazioni per organizzare il vostro soggiorno sul sito ufficiale del parco www.pngp.it e farvi un’ idea della bellezza di queste aree e di tutti i suoi abitanti
nell’ archivio fotografico della galleria presentate anche in occasione dei vari bandi di concorso “Fotografare il Parco”. Se volete, quindi, dimenticare per qualche giorno l’ inquinamento della città, sgranchirvi un po’ le gambe e ammirare la bellezza di una flora e fauna protette, questo è il posto giusto per voi!

 

A cura della Dott.ssa Sandra Meli

È da poco passato l’8 Marzo, data che celebra le donne, e anche in occasione di questo giorno, purtroppo, abbiamo assistito a gravi fatti di cronaca che hanno visto come protagoniste le donne. Che cos’è che si cela dietro il femminicidio o dietro la violenza in generale verso le donne? È un fenomeno del nostro tempo, che racchiude in sé elementi di complessità, disordine e confusione. La violenza sulle donne è intesa come una forma di squilibrio relazionale, dove il desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile sul femminile si articola nell’esercizio di potere finalizzato a dominare l’altra persona. Tale relazione origina e si struttura spesso all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine, partendo da radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni. All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Sono comportamenti che si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave definito appunto “Ciclo della violenza”, in cui inizialmente la donna, avvertendo la tensione, per prevenire l’escalation di violenza, concentra le sue attenzioni sul partner, il quale però perde il controllo e attacca, prima verbalmente e poi fisicamente, fino a quando, passata la fase di violenza, si arriva alla fase del pentimento, detta “luna di miele” durante la quale l’uomo può attribuire la responsabilità dell’atto violento a fattori esterni e nella donna può prevalere il senso di colpa. Con il tempo la fase di luna di miele tende a ridursi, mente le altre diventano sempre più frequenti e gravi. I dati ISTAT ci dicono che il 93% delle donne vittime di violenza da parte del partner o ex partner non denuncia la violenza e che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della sua vita: parliamo, infatti, dei diversi tipi di violenza esistenti dalle forme più conosciute come la violenza fisica e quella sessuale, alle tipologie meno visibili, ma altrettanto gravi come la violenza economica e la violenza psicologica. Questi fatti sono sempre più segnali indicativi di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbe esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza. Quando la violenza riguarda donne che sono anche madri, ciò che viene intaccata è anche la loro funzione genitoriale, poiché si sperimenta un maggiore senso d’impotenza, con conseguente aumento delle problematiche comportamentali nei bambini. Nei casi di violenza di genere le vittime sono anche i figli, che nella maggior parte dei casi assistono alla violenza. Il miglior modo per contrastare il fenomeno è prevenire e sensibilizzare, e lì dove la violenza è in atto denunciare e farsi aiutare dai professionisti del settore. Ricordate che “l’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi addosso”.

 

A cura di Maria Concetta Manticello

Portare il micio dal veterinario non è semplice. Tante volte quando attendo il mio turno dal veterinario, guardo con quanta ansia e quanta apprensione i proprietari di questi piccoli felini cercano di tranquillizzarli accarezzandoli dentro il loro trasportino. Anche i gatti vanno abituati alla visita veterinaria, poiché a differenza dei cani non sono propensi a uscire da casa. Affinché portare un gatto da un veterinario, non diventi fonte di stress né per lui, né per voi, ecco alcuni consigli suggeriti da Royal Canin. Royal Canin, prosegue la sua campagna di sensibilizzazione ‘’Portami dal Veterinario’’, pensata per accrescere nei proprietari di gatti la consapevolezza dell’importanza di fare dei controlli regolari dal veterinario. Ecco di seguito qualche consiglio per trasportare serenamente un gatto. Per la tua sicurezza e la sua non viaggiare con il gatto libero. Scegli un trasportino adatto, possibilmente in plastica dura. Fate in modo che il trasportino diventi per il gatto un normale pezzo d’arredamento in casa vostra affinché prenda confidenza con quest’utilissimo oggetto. Prepara il trasportino per il viaggio, metti dentro un pezzo di stoffa con il suo odore. Trenta minuti prima di partire spruzza all’interno del trasportino dei feromoni. Per fare entrare il gatto nel trasportino metti dentro alcune crocchette, se si rifiuta, coprilo dolcemente con una coperta. Proteggi il trasportino e fissalo nel sedile posteriore dell’auto. Segui le stesse regole nel viaggio di ritorno. Ovviamente devono essere prese alcune precauzioni con le alte temperature esterne e quando il gatto è malato o vecchio. Comprendo che tutto questo a volte diventi impossibile, nel caso in cui un gatto per molti anni non sia mai uscito da casa, oppure è aggressivo, invisitabile e intoccabile, non si può certo pretendere che il veterinario faccia miracoli, se neanche voi che siete i proprietari e quindi le persone di cui si fida di più riuscite a toccarlo, come potete pretendere che un estraneo riesca a maneggiarlo? Il veterinario è un medico non un domatore di belve…

 

Articolo di Angelo Barone

Viagrande, 1° marzo 2019 visita oncologica post-operazione chirurgica al colon.
«Buongiorno, sono la Dottoressa Mare, la stavo aspettando, come sta?». «Bene» rispondo. «Come ha scoperto di avere un tumore?». «Facendo una colonscopia». «Perché ha fatto la colonscopia, stava male o ha avuto sintomi particolari?». «No, stavo bene e non ho avuto nessun sintomo, ho fatto la colonscopia su sollecitazione di mio figlio». «Suo figlio è medico?». «No, è un fautore delle attività di prevenzione delle malattie». «Sappia che suo figlio le ha salvato la vita, il suo tumore era particolarmente aggressivo».
Sono fortunato ad avere due figli come Francesco e Andrea. Da questa esperienza ho capito quanto sia importante una tempestiva attività di prevenzione per evitare l’insorgere di alcuni mali e per divulgarne la pratica nasce questa rubrica di Bianca Magazine: uno spazio disponibile a tutte le campagne informative di associazioni ed enti impegnati a divulgare le buone prassi della prevenzione medica per avere maggiore cura di noi stessi.
Una delle malattie che arreca maggiori danni al nostro corpo è il tumore, ne esistono di vari tipi, si sviluppano in diverse parti del corpo e una delle cause che ne favorisce lo sviluppo è la nostra superficialità nelle attività di prevenzione. Ad esempio: se tutte le donne tra i 25 e i 64 anni effettuassero il pap test ogni tre anni, i tumori al collo dell’utero diminuirebbero del 90 per cento; l’esame mammografico consente di individuare il tumore della mammella in una fase molto precoce e l’80-90 per cento delle donne, con un tumore di piccole dimensioni e senza linfonodi colpiti, può guarire definitivamente; la ricerca del sangue occulto delle feci, in un’alta percentuale dei casi, consente di individuare e, quindi, curare il tumore del colon in una fase molto precoce. Come si evince da questi dati le attività di prevenzione diventano essenziali e divulgarne la pratica sarà una nostra mission.
Cominciamo con il divulgare le campagne di screening oncologici dell’Asp di Catania che hanno lo scopo di individuare la malattia nelle fasi iniziali. Ciò permette di intervenire tempestivamente con le cure più appropriate facilitando la guarigione e riducendo la mortalità. Gli interventi sono gratuiti: garantiscono la qualità e la continuità del percorso di diagnosi e delle possibili cure, compresi gli eventuali trattamenti chirurgici.
Il dottor Renato Scillieri, Direttore dell’U.O.C. Prevenzione delle malattie cronico degenerative-screening oncologici del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catania, ci conferma: «È importante diffondere la cultura della prevenzione oncologica e dare le corrette informazioni in modo da indurre la gente a partecipare in maniera consapevole. Gli screening rientrano tra i LEA ovvero sono attività che vengono sempre offerte alla popolazione, in questo caso in specifiche fasce: donne tra i 50 e i 69 anni per lo screening mammografico; donne tra i 25 e i 64 anni per lo screening ginecologico; uomini e donne tra i 50 e i 70 anni per lo screening del tumore del colon retto. Ogni anno sono coinvolte circa 500.000 persone attraverso una lettera d’invito ed è attivo un numero verde gratuito (800894007) per prenotare mammografie e pap test e ricevere informazioni. L’adesione è in costante crescita e l’Asp per lo screening del tumore al colon sta avviando ulteriori azioni di promozione per coinvolgere maggiormente la popolazione. Nell’ultimo anno in provincia di Catania con la nostra attività sono state individuate (cancri e formazioni a rischio di trasformarsi in tumori) circa trecento lesioni al colon (adenomi iniziali, avanzati e cancri circa 50 lesioni della cervice uterina e circa 70 tumori alla mammella. Queste persone hanno ricevuto cure efficaci e tempestive che hanno facilitato la guarigione. Ciò attesta l’importanza di scoprire un tumore precocemente».

Vi sollecitiamo a rispondere all’invito spedito a casa da parte dell’Asp. Se non vi è arrivato chiamate il numero verde 800.894.007 per fissare un appuntamento, oppure rivolgetevi al vostro medico di famiglia per ottenere informazioni, chiarimenti e consigli sulla vostra salute e sui programmi di prevenzione.

 

 

Articolo di Omar Gelsomio   Foto di Leonardo Casali

“Voglio che il Mediterraneo torni a essere un mare di vita”

Aiutare gli altri per lui è un dovere. Tra gioie e dolori il dottor Pietro Bartolo dagli anni ‘90 guida il Poliambulatorio di Lampedusa, l’isola sospesa tra Europa e Africa, approdo di migliaia di migranti. Da allora ne ha salvati, visitati e curati oltre 350 mila. Lampedusa è l’ultimo lembo dell’Europa e per ricordare le vittime del mare Mimmo Paladino realizzò nel 2008 la Porta d’Europa «é una porta sempre aperta, dove inizia e finisce il Vecchio continente, Lampedusa non ha filo spinato, non ha mai posto un muro, li ha sempre accolti». Pietro Bartolo è molto legato alla sua Isola, al suo mare, alle sue radici. «Io sono nato qua. Vengo da una famiglia di pescatori e anch’io ho fatto il pescatore. Ho studiato fuori quindi sono stato un migrante anch’io, dopo la specializzazione decisi di tornare tra la mia gente. Per me il mare è tutto. Accogliamo tutti quelli che vengono dal mare. Tante popolazioni hanno solcato il Mediterraneo determinando l’incontro e lo scambio di culture e tradizioni, perché lo scambio culturale aggiunge, non sottrae. In questi anni però il Mediterraneo è stato trasformato in un cimitero, adesso voglio che ritorni a essere un mare di vita». Non sono mancati momenti di sconforto di fronte a tragedie immani. «Ho avuto dei momenti di crisi quando ho dovuto fare delle ispezioni cadaveriche, soprattutto ai bambini. Mi sono chiesto, ma perché io? Quando finirà tutto questo? Poi rifletto e continuo, è doveroso farlo, altrimenti mi sentirei un traditore». Il naufragio del 3 ottobre 2013 sconvolse tutti. «È stato il giorno più brutto della storia di Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini, arrivarono con i vestiti a festa nel continente tanto sognato ma non ce la fecero». La sua storia è diventata popolare grazie ad un docufilm in cui è protagonista e che nel 2016 ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino e la nomination all’Oscar. «Fuocoammare è stato un dono arrivato dal cielo, mi ha dato la possibilità di diffondere il messaggio dell’accoglienza al mondo intero e ringrazio Gianfranco Rosi. Avevo l’esigenza e la responsabilità, come medico e come uomo, di raccontare storie di esseri umani che hanno vissuto enormi sofferenze e violenze, inseguendo speranze e sogni. Già, il sogno di arrivare in un paese e vivere una vita serena, dignitosa, normale. Poi è stata la volta del libro Lacrime di sale (scritto insieme alla giornalista Lidia Tilotta, ndr), Le stelle di Lampedusa e un nuovo film, con la regia di Maurizio Zaccaro, in cui Sergio Castellitto interpreta il mio ruolo. Non immaginavo di scrivere dei libri né di recitare in un film, ma si è reso necessario raccontare alla gente e agli studenti, italiani ed europei la verità». Tra le tante storie narrate in “Le stelle di Lampedusa”, una è drammatica. «Una storia che mi ha segnato maggiormente è quella di Anila, una bambina che parte dalla Nigeria: pensando di essere adulta, da sola si mette in viaggio per un anno e mezzo, subendo violenze e due naufragi: una volta sbarcata la portai nel poliambulatorio e quando le chiesi perché fosse venuta da sola, cosa cercasse, dov’erano i suoi genitori, lei mi rispose che cercava la mamma che stava in Europa. Quando la ritrovai, iniziò la lotta contro una burocrazia vergognosa, durata sei mesi, ma ce l’ha fatta». Nonostante tutto lui non si rassegna e continua la sua missione. «Fuori dal molo Favaloro in un murales c’è scritto “Proteggere le persone e non i confini”. Ho fatto mio un pensiero del grande Charlie Chaplin che dice “Non sono cittadino di nessun posto, non ho bisogno di documenti e non ho mai provato un senso di patriottismo per alcun paese, ma sono un patriota dell’umanità nel suo complesso. Io sono un cittadino del mondo”. Restituirei tutti i premi ricevuti in questi anni, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa, sono diventato cavaliere e commendatore della Repubblica, purché tutto questo finisca quanto prima, per non vedere più sofferenze e morti». Pietro Bartolo rimane il simbolo dell’accoglienza combattendo la disinformazione con le sue testimonianze.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Fabrizio Frigerio

A come Attore, B come Ballerino, C come Cantante, D come Delizioso, E come Entusiasmante, F come Fenomenale… Insomma, si potrebbe procedere all’infinito. A ogni lettera dell’alfabeto corrisponde più di una competenza o aggettivo attribuibili a lui, G come il grande Antonello Costa.

Lo incontro in camerino, dopo l’esibizione nel suo ultimo spettacolo-varietà “C Factor”, a Città della Notte presso Augusta, suo luogo natio, tra l’altro.
Antonello vive a Roma dal 1991 e si muove in tutta Italia per donare al suo pubblico ore di spensieratezza e allegria.

Quando nasce Antonello-Artista?
«(ride, ndr). Mia mamma mi racconta che a tre anni mi divertivo a imitare il mio bisnonno. Mi piaceva fare ridere i parenti. A quattordici anni ho iniziato a fare teatro con una compagnia di Augusta “Teatro Minimo” diretta da Giuseppe Amato. Lui disse a mia mamma “suo figlio è portato per il teatro, lo faccia studiare”. Così, dopo il liceo, mi trasferii a Roma per studiare recitazione, canto, ballo, insomma tutto ciò che serve per sostenere il talento».

Potremmo dire che lo studio è alla base in questo lavoro?
«Certo. È importantissimo. Negli spettacoli nulla è affidato al caso ma ogni battuta, movimento, pausa viene studiata nei dettagli. Ecco perché per preparare uno spettacolo passano parecchi mesi. Non è facile far ridere… ».

E nella vita, lontano dal palco, come sei?
«Beh, devo ammettere che mi piace molto scherzare ma non sono l’Antonello-Artista. C’è differenza tra la sfera privata e lavorativa: sul palco faccio quello che ho studiato e che devo fare, nella vita mi diverto con gli amici, amo la mia famiglia e mi rilasso pescando e suonando la chitarra».

Quindi Antonello persona e personaggio da una parte coincidono, dall’altra fanno vita differente…
«Sì, necessariamente. Ma non è stato facile comprenderlo. Io sono eccessivo in tutto, appartengo alla categoria dei capi-comici. In passato facevo l’ errore di dedicare gran parte del mio tempo all’Antonello-Artista finché un’amica psicologa mi ha aiutato a comprendere che tu sei due: se non coccoli, nel mio caso, l’Antonello-Persona ne risente l’Antonello-Artista e viceversa».

E l’Antonello-Artista, nella sua carriera, ha dato vita a numerosi personaggi. A quali sei maggiormente legato?
«I personaggi sono come dei figli. Ciascuno di loro nasce in un momento e in un contesto che lo rende speciale. Sicuramente sono legatissimo a Sergio (sììììììì) perché è stato il primo e don Antonino, nome di mio nonno, che me lo ricorda tantissimo».

Cosa fai prima di entrare in scena?
«A parte il “merda, merda, merda” di rito, gestisco la concentrazione controllando autonomamente ogni cosa che mi riguarda: ho due bauli interi pieni di parrucche e oggetti, senza contare le camicie, stirate esclusivamente da me. Questo potei definirlo un rito».

Hai un motto?
«Quando si è giovani, l’obiettivo è diventare famoso poi, negli anni, capisci che è molto più importante cercare di diventare bravo».

Utilizzi il corpo in maniera sublime: hai le capacità dei più grandi artisti mondiali, Michael Jackson per esempio…
«Avevo quindici anni quando ho scoperto che mi veniva facile imitare Totò, John Travolta, Michael Jackson, appunto. In discoteca, quando ballavo, si creava un cerchio attorno a me, era un’attrazione. Una cosa però è importante: io utilizzo il loro stile per creare un pezzo tutto mio, non è un copia-incolla».

In cosa sarai impegnato prossimamente?
«Da ottobre a dicembre sarò impegnato come protagonista in una commedia con Barbara Bouchet, Fiordaliso e Sergio Vastano. A gennaio, febbraio e marzo farò la mia commedia. Ad aprile o maggio debutterò col mio nuovo varietà al Teatro Olimpico di Roma».

Prima di chiudere l’intervista fa una considerazione spontanea: “Sono fortunato perché faccio il lavoro che amo”. Lo abbraccio e mi sorride, anche con lo sguardo.
Mette il buonumore – anche solo a parlarci – l’artigiano dello spettacolo, come ama definirsi. Ad maiora, Antonello, la Sicilia è fiera di te!

 

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Ho sempre trovato buffo come il titolo di quest’articolo sia una frase ripetuta di generazione in generazione che mantiene sempre la stessa formula cambiando il finale. Questo muta in relazione al cambiare dei tempi e delle abitudini sociali e descrive l’evolversi delle aspirazioni di ragazzi che sognano ciò che diventeranno da grandi: abbiamo avuto la maestra e il dottore, poi è stato il turno del calciatore e della velina fino alla fatidica “Mamma, da grande voglio fare l’influencer!”.
Ebbene sì, è questo il mestiere più agognato dai giovani e non solo, del quale non esiste però un vero manuale d’istruzione. Abbiamo, quindi, deciso di seguire Francesco Mauro, conosciuto sui social come TheMadEffe, per vedere cosa fa davvero un influencer o, per meglio dire, un lifestylist perché, nel suo caso, ciò che viene postato sono soprattutto esperienze: che si tratti di una passeggiata, una cena o un giro in macchina, ciò che conta è condividere con i follower qualcosa di autentico che possa essere apprezzato, condiviso e commentato! Sveglia presto (ma non troppo), la location è già stata selezionata. Si procede con la scelta dell’outfit, appositamente studiato, specialmente se si collabora già con qualche brand. Giunti sul luogo si studiano un po’ le ambientazioni, si mette su un po’ di musica per sciogliersi e via con gli scatti. Il clima è scherzoso ed effettivamente ci si diverte molto. «Il bello di comunicare è proprio quello di rendere partecipe la gente di quella che è la tua giornata – ci dice Francesco – e questo non deve mai diventare fonte di stress, altrimenti si perde la naturalezza. Se si riesce a superare la paura del giudizio che possa avere la gente di te e si riesce a immaginare che dietro quello schermo ci sono effettivamente i tuoi amici, a quel punto riesci a essere effettivamente te stesso». Finito lo shooting, ci fermiamo a pranzo da Cuma, nel cuore di Palermo, e qui Francesco ci racconta un po’ la sua esperienza, iniziata ormai diversi anni fa, ma intensificata soprattutto negli ultimi due anni. «Più che “influenzare” mi piace soprattutto comunicare con le persone, direi che la mia esperienza nasce innanzitutto da un’ esigenza di comunicare con gli altri».
Che cosa attira di più di questo mondo secondo te?
«Sicuramente l’idea di ricevere articoli di ogni genere in maniera gratuita. A volte, però, si rischia di svendere se stessi e la propria immagine».

Quanto c’è di Francesco in TheMadEffe?
«Diciamo che c’ è il novanta per cento di Francesco, perché grazie al mondo social riesco a esprimere parti di me che magari rispetto alla mia professione giornaliera difficilmente vengono fuori. In TheMadEffe c’ è la parte di Francesco più creativa e più folle, la parte più socievole e anche strafottente. Forse c’è la parte più bella di Francesco, anche se c’è sempre una piccola parte di me che ancora non è venuta fuori.
Ci sono molte persone convinte erroneamente che un aspetto come quello dell’essere influencer non possa conciliarsi con una professione formale come quella dell’avvocato. […] Io ritengo che se riesci a comunicare bene, anche attraverso i social, questo può darti ancora maggior affidabilità. In fondo sia l’avvocato sia l’influencer devono essere molto bravi a comunicare».

Cosa vuoi dire ai tanti giovani aspiranti influencer?
«Non cercare mai scorciatoie perché la crescita non è mai rapidissima, ma è sicuramente frutto di un’ esperienza che va maturando. Inoltre, mai sopravvalutare se stessi, mai sentirsi al di sopra degli altri credendosi delle celebrità. Sentitevi sempre come parte di una community dove si può, in parte, infondere negli altri quelle che sono le proprie esperienze».

Svelaci un segreto
«Ogni foto non è mai a caso. Cercate di seguire un tema conduttore per la vostra galleria che può variare dalla scelta dei colori allo stile delle foto. Questo darà al vostro profilo un look curato e facilmente apprezzabile dalle aziende».

Articolo di Salvatore Genovese    Foto di Gino Taranto

Intervistare Virgadavola non è facile, però è divertente, perché risponde recitando sue poesie dialettali che soddisfano a pieno i temi delle domande.
Una lirica dopo l’altra, siamo riusciti a sapere che:
– Quest’amore gli è stato trasmesso dai genitori che gli raccontavano, come fossero fiabe, le storie raffigurate nei carretti, che a quei tempi affollavano strade e trazzere.
– Ha iniziato la sua collezione, oggi museo privato, dopo aver partecipato, nel 1965, alla Sagra dell’Uva di Vittoria, in un’epoca in cui il carretto – che aveva matricola e targa, pagava il bollo annuale ed era sottoposto a periodica revisione – stava scomparendo, sostituito dall’Ape Piaggio (‘a lapa).
– È stato tale declino a facilitare la sua raccolta, visto che molti acconsentirono a cedergli i non più utili carretti per liberare spazio nelle carretterie che, riattate, divennero poi garage.

Di carretti siciliani Giovanni Virgadavola, contadino, poeta, pittore e cuntastorie, ne possiede ben 35, stipati in bell’ordine in un capannone dell’ex Campo di concentramento, struttura che a Vittoria durante la Prima guerra mondiale ha custodito migliaia di prigionieri ungheresi e che, riattata, è divenuta prima Fiera Emaia, poi Vittoria Fiere.
Carretti cromaticamente splendidi, con le fiancate (masciddara), lo sportello posteriore (purtieddu) e la base (funnu cascia) raffiguranti – grazie alla sapiente opera pittorica di maestri artigiani di Vittoria, Ragusa, Comiso, Scicli, Grammichele, Rosolini e Aci S. Antonio – memorabili storie rusticane d’amore e gelosia o rutilanti episodi del ciclo carolingio che ebbero protagonisti il prode Orlando, l’indomito Rinaldo e la bella Angelica. Sui carretti di Virgadavola, scelti dalla SIP per la copertina degli elenchi telefonici 1985-86 di Enna, Ragusa e Siracusa, molti spazi decorativi raffigurano temi religiosi quali: Cristo, Mosè, San Giorgio; significativi momenti storici come il Sacro Romano Impero, Cleopatra, Napoleone, i nobili del ‘700 e l’Italia risorgimentale; canti della Divina Commedia o pietose vicende come quella di Genoveffa di Brabante; vi sono riprodotti anche opere liriche e volti di attrici famose; del grammichelese Luigi Mussuto quello di Gina Lollobrigida.
Carretti pregevoli non solo per le decorazioni pittoriche, ma anche per gli eleganti fregi metallici, opera di valenti fabbri: le casse di fuso (suttane), poste sopra l’asse delle ruote, e le chiavi (ciavi), che collegano le due poderose stanghe collegate all’imbrigliatura, sono veri capolavori lignei e in ferro battuto.
Della collezione fanno parte una carrozza e due calessini (domatrici) – allora esclusivo appannaggio di nobili e borghesi – e due carrettini (carrittula) coloristicamente poveri, ma impregnati ancora della fatica degli artigiani che li utilizzavano per le loro attività. Collezione arricchita da migliaia di attrezzi contadini che si mescolano ad antichi utensili domestici, umili testimonianze di vita contadina.
In bella mostra anche molti cartelloni realizzati da Virgadavola per cuntare le sue storie – riguardanti soprattutto Vittoria Colonna, fondatrice della città, e il rinomato vino Cerasuolo – sia agli studenti, sia, d’estate, nel Castello di Donnafugata, ai turisti che lo seguono con interesse, anche se molti non conoscono il dialetto; ma lui riesce a farsi capire lo stesso! Questa corposa collezione è stata oggetto della tesi di laurea “Una serra museo” di Daniela Barbante, redatta anni fa, quando i carretti erano allocati in una serra dell’azienda agricola di Virgadavola. La mostra, a ingresso gratuito, non ha orari e giorni d’apertura prestabiliti; per visitarla basta chiamare Virgadavola e prenotarsi; non è impresa ardua: il numero del suo cellullare si recupera facilmente in rete, nelle locali agenzie viaggio, presso la Direzione della Vittoria Fiere o tramite i tanti amici di questo pluripremiato, atipico cuntastorie, di cui si sono occupati media nazionali e locali.
“Quale futuro per questa collezione/museo?”
“Stammu ‘o viriri, comu rissi Giufà!”

 

Articolo di Irene Novello    Foto di Associazione Hisn Al-Giran

A circa sei chilometri a ovest dal centro abitato di Calascibetta, in provincia di Enna, il villaggio rupestre si sviluppa lungo il Vallone Canalotto inserito nella più vasta Valle del fiume Morello, uno splendido angolo della Sicilia dove il fiume è stato catalizzatore di vita. Noto soprattutto tra i pastori della zona come “mannari da’ Casa ‘o Masciu”, il villaggio è scoperto solo alla fine degli anni ‘90, suscitando grande interesse tra gli storici e gli archeologi dell’epoca, diventando testimonianza di una delle dominazioni più importanti della Sicilia, quella bizantina che assoggettò l’Isola dal 535 all’827 d.C.
Si tratta di un abitato rupestre ricavato nel costone roccioso di arenaria che dall’età del Rame fino all’epoca romana è stato utilizzato come necropoli. È durante il periodo bizantino e alto-medievale che si ha la trasformazione radicale nell’utilizzo degli ambienti scavati nelle rocce che da tombe vengono riadattate e trasformate in ambienti per uso religioso e civile. Tra gli insediamenti rupestri in Italia meridionale e in Sicilia, il villaggio bizantino di Calascibetta è un sito unico per la presenza di molti ambienti religiosi rispetto a quelli per uso civile. Al suo interno, infatti, possiamo visitare quattro oratori di cui due di questi sono arricchiti dalla presenza di vani dove sono state realizzate piccole nicchie utili alla posa delle urne funerarie. In origine questi ultimi erano degli ipogei funerari, i cosiddetti columbaria di età romana. Accanto agli ambienti di natura religiosa sono presenti anche strutture legate all’attività produttiva, come i palmenti con le vasche per la pigiatura dell’uva, ricavate anch’essi da sepolture del periodo tardo-romano e i mulini.
La visita del villaggio è resa ulteriormente curiosa e affascinante dalla presenza di alcuni simboli incisi nelle pareti rupestri, si tratta soprattutto di croci trilobate, cristogrammi e stelle a cinque punte, elementi che rimandano alla vita religiosa e che testimoniano come queste strutture da aree cimiteriali pagane siano state riabilitate consacrandole a Dio con opportune cerimonie liturgiche.
È probabile che il sito sia stato interessato anche dalla dominazione araba, è, infatti, presente un sistema di captazione e canalizzazione delle acque, organizzato in tre gallerie sotterranee, individuato come un qanat di fattura islamica.
Nel 1925 il principale nucleo rupestre fu delimitato e chiuso da un muro, trasformandolo in una grande masseria, dove gli antichi ambienti furono riconvertiti in stalle e ricoveri per animali e pastori e in luoghi di caseificazione.
I vari nuclei di aggrottati sono messi in comunicazione tra loro grazie ad alcuni sentieri scavati nella roccia lungo i quali si può ammirare la macchia mediterranea di cui è ricco il Vallone Canalotto, custode di un ricco patrimonio naturalistico e culturale.
Oggi il sito è valorizzato grazie all’attività dei volontari dell’Associazione Hisn Al-Giran che attraverso escursioni ed eventi culturali promuovono il territorio xibetano.
Visitare il villaggio bizantino di Calascibetta è un’esperienza sensoriale unica, un climax di emozioni narrato attraverso i colori della Valle del Morello e la storia dell’Isola cristallizzata nella roccia.