Articolo di Titti Metrico   Foto di Az. Passalacqua

Questa storia inizia alla fine degli anni ‘80, quando un giovane intraprendente abbandonò l’azienda di famiglia per produrre e trasformare latte. Sita nel cuore dei Monti Sicani, l’azienda Passalacqua sorge nel territorio di Castronovo di Sicilia. Sorto intorno al 456 a.C.; Romani, Bizantini, Normanni e Arabi hanno contribuito al suo sviluppo culturale, di cui ne conserva ancora gli usi e i costumi odierni. La sua storia la si ritrova nei racconti delle persone più anziane, sedute in piazza o nelle suggestive vie.

Ce lo racconta Giovanni Passalacqua, titolare dell’azienda.

Qual è la vostra filosofia?

«Per ottenere un formaggio di ottima qualità è necessario utilizzare materie prime di eccellenza. Ecco perché l’azienda utilizza solo latte proveniente da comuni limitrofi quali: Santo Stefano di Quisquina, Prizzi, Palazzo Adriano, Cammarata, Bivona e dallo stesso Castronovo di Sicilia. Il sistema di allevamento adottato è di tipo brado o semibrado, che sfrutta le caratteristiche vegeto-produttive della flora presente nel territorio. Il legame imprescindibile con la zona di produzione e il latte di questi animali, permettono la realizzazione di prodotti di alta qualità. Quella che una volta era una piccola azienda casearia, adesso è una piccola industria moderna che garantisce al consumatore un prodotto di nicchia da assaporare nel presente, per perdersi nel passato».

 

Quanto è importante la tradizione?

«L’azienda Passalacqua, nel rispetto della tradizione e del territorio, affianca alla produzione di formaggi esclusivi, come la “Tuma Persa” e il “Fior di Garofalo”, quella di formaggi tipici con l’obiettivo di preservarne ed esaltarne la qualità. Ricca e millenaria è la storia dei formaggi siciliani, tanto da essere ancora oggi un vanto per l’Isola. Lo stesso Omero, nella sua Odissea, cita il gigante Polifemo che nella sua grotta in Sicilia alleva pecore e si nutre di formaggio. Si può affermare che da quando l’uomo intraprese l’allevamento di animali domestici abbia immancabilmente iniziato a produrre formaggio. Si pensa che quest’attività sia iniziata, in Sicilia, a partire dal IX secolo a.C., in piena dominazione Egea».

Più o meno analoghi in tutta l’Isola sono i metodi di caseificazione, conservazione e stagionatura del formaggio; anche gli utensili utilizzati sono gli stessi ma con nomi diversi. Prodotti storici della tradizione siciliana sono: il Pecorino Siciliano, il Primo sale, il Canestrato, la Ricotta.  Sui social è stata lanciata una campagna per sostenere Salvatore Passalacqua e il suo formaggio, tante le adesioni tra chef, produttori, giornalisti e appassionati del settore che hanno aderito alla campagna, e attraverso quest’articolo anche Bianca Magazine aderisce a questa iniziativa, chiediamo a Giovanni Passalacqua di raccontarci cos’è accaduto:

«A quanto pare, creare un’azienda a ridosso di una Strada Provinciale, non è garanzia di viabilità assicurata. Da moltissimo tempo, infatti, si è costretti a passare attraverso una frana che interessa la SP 48. Nonostante le innumerevoli richieste di aiuto alle istituzioni l’azienda Passalacqua e tutte le aziende del comprensorio, non hanno mai ricevuto la giusta attenzione, sino ad assistere al collasso della stessa e all’interruzione di quest’unica strada che li collega alla viabilità regionale, rimanendo, per oltre cinque giorni, impossibilitati a svolgere il proprio lavoro. Grazie ai media, il problema è arrivato all’attenzione del Presidente della Regione, Nello Musumeci, che si è attivato in maniera rapida e sostanziale, inviando la Protezione Civile, la quale, intervenendo d’urgenza, ha messo a disposizione un escavatore, 24 ore su 24, affinché, anche se dentro la frana, si possa continuare a passare. Intanto sono state avviate le indagini per poter intervenire in maniera definitiva alla soluzione dell’annosa questione e sembrerebbe che tali lavori, dovrebbero avere iniziare in primavera. Nella speranza che si concretizzino questi buoni propositi, nonostante tutto, vogliamo continuare a crederci, puntando sul nostro territorio e sui tanti uomini che continuano a scommetterci».

Articolo di Irene Novello   Foto di Emilio Messina

La Sicilia ricca di bellezze artistiche, paesaggistiche e architettoniche, continua a essere la protagonista dello scenario culturale nazionale. Nel 2018 la sesta edizione del concorso nazionale promosso dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, è stata vinta dal borgo siciliano di Petralia Soprana. A quasi 1150 m. sul livello del mare, arroccato su una parete di roccia calcarea, è il paese più alto delle Madonie. Di origini molto antiche, si suppone sia stata l’antica Petra, città fondata dai Sicani. Sotto il dominio dell’Impero Romano fu uno dei principali centri produttori di grano. Nel IX secolo il centro fu conquistato dagli Arabi e ribattezzato con il nome di Batraliah. Conquistato dai Normanni nel 1062, divenne un’importante roccaforte. A partire dal XVI secolo il borgo, centro fiorente di arte scultorea, vanta un’importante tradizione artistica, dai Ragona a Frate Umile, Frate Innocenzo e Vincenzo Gennaro, artista di fama internazionale. Molto ricco è il patrimonio architettonico che si è conservato: la Chiesa Madre dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dove è conservato uno dei trentatré crocifissi lignei realizzati da Frate Umile, presenti in diverse chiese dei centri siciliani; la Chiesa di S. Maria di Loreto con pianta a croce greca, arricchita nel prospetto da due campanili sormontati da guglie decorate con maioliche policrome. Ancora oggi il borgo conserva la struttura urbanistica di età medievale caratterizzata da stradine che si snodano tra chiese e palazzi nobiliari, piccole case realizzate in conci di pietra locale e piazze circondate da imponenti costruzioni che si affacciano a scenografici belvederi. Sembra di camminare in un museo a cielo aperto!

Petralia Soprana è il quarto borgo siciliano a essere insignito del titolo Borgo dei Borghi, insieme a Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca di Sicilia che hanno vinto le scorse edizioni del concorso. Sono paesi che raccontano le tradizioni e la storia più recondita dell’Isola, spesso poco conosciuti nell’immaginario comune. La Sicilia dei borghi è stata raccontata nel libro “Borghi di Sicilia” (Dario Flaccovio Editore), di recente pubblicazione, nato «per offrire al lettore la possibilità di vivere e conoscere la Sicilia al di fuori dei radar del turismo di massa e delle mete più facili e visibili, raccontando una Sicilia inedita, lontana dagli stereotipi, una Sicilia dei margini ma non marginale. Abbiamo voluto raccontare la Sicilia interna, di montagna e di collina, distante dall’immagine solo “balneare” che si ha della nostra isola»- come ci racconta Fabrizio Ferreri, che insieme con Emilio Messina ha curato la pubblicazione. Il libro illustra un itinerario attraverso cinquantotto borghi raccontati con il coinvolgimento emotivo di chi questi luoghi li vive.

Perché secondo te, Fabrizio, in Sicilia il concorso promosso dalla trasmissione in onda su Raitre “Alle falde del Kilimangiaro” ha avuto così tanto successo?

«Perché le nostre comunità sanno ricompattarsi quando vengono sollecitate da occasioni eccezionali. L’auspicio è che questa forza possa valere ed essere operante anche nel quotidiano, dove invece prevalgono spesso ostilità, incomprensioni, indifferenza. Sperimentare una maggiore unione di comunità in casi eccezionali, come un simile premio, può dare prova del piacere di ritrovarsi vicini, solidali, radicando un senso nuovo e più forte dello stare insieme, del mettere in comune». 

Quali strategie bisogna mettere in atto per valorizzare i borghi siciliani?

«Non basta agire sulla leva economica. Bisogna recuperare “la coscienza del luogo”, stimolare la capacità d’identificazione con i valori e le risorse di un territorio, ma non in senso chiuso e localistico, bensì all’insegna di un’apertura che ci consenta di mettere in comune, di condividere e accrescere i significati che la storia di un luogo ci consegna. Bisogna “fare comunità” innanzitutto. Questa peraltro è l’unica base per costruire economie che non siano effimere, ma durature e sostenibili».

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Toni Picone

Il suo è un temperamento vulcanico, così come i suoi capelli, dalla tinta rosso fuoco. Oltre ad essere una filologa classica è autrice di numerosi romanzi e racconti, collabora con diverse testate giornalistiche italiane. Incontro Silvana Grasso poco prima della presentazione del suo ultimo romanzo, “La domenica vestivi di rosso” (Marsilio) per intervistarla. La sala è già gremita di lettori e fan desiderosi di poterle parlare, avvicinarla e farsi autografare il nuovo libro. Le sue opere hanno vinto importanti riconoscimenti tra cui: il Premio Mondello, il Premio Brancati, il Premio Vittorini, il Premio Flaiano Narrativa, il Premio Grinzane Cavour Narrativa italiana, Premio Talamone 2018, nonchè semifinalista al Premio Strega 2017. Racconta di passioni, stupisce ed emoziona come pochi sanno fare. «Per me la scrittura è uno stalker, è un pungolo, un’insidia, una molestia, nel senso che avrei la passione a sfuggirle, ma non ce la faccio perché quando non scrivo sento l’urgenza dentro di me di farlo perché la bastarda mi sbatte, mi tormenta, non mi lascia pace. Alla fine mi siedo, scrivo, scendo a compromessi e finisce lì. Non sono legata a nessun mio romanzo, li uccido nel momento stesso in cui vengono pubblicati». Silvana Grasso è una delle scrittrici più importanti del panorama nazionale italiano ed è apprezzata anche all’estero, tanto che le sue opere sono tradotte in diverse lingue. «Da poco anche in cinese, ma, io dico, che ci leggono i cinesi nella Grasso? Ultimamente pure in serbo e in libanese. Per me resta misterioso, penso che non sia la bellezza perché poi è una grande stronzata, la scrittura non è né bella né brutta, è molestante». Inoltre, i suoi romanzi, la sua scrittura, sono diventati oggetto di  «oltre 234 tesi di laurea, master e dottorato conservate presso l’archivio scientifico in Olanda all’Università di Utrecht, per cui consiglio agli studenti di rivolgersi direttamente agli studiosi che li seguono e danno tutte le indicazioni utili». In questa sua ultima opera, la Sicilia fa da sfondo alla storia di una ragazza che si emancipa e diventa simbolo di molte altre ragazze siciliane che hanno sfidato i pregiudizi, ed è un romanzo nel romanzo, la cronistoria di come nasce la passione per la scrittura e come si sviluppa un romanzo. «La domenica vestivi di rosso è ambientato nella Sicilia del ‘68, muovendosi in un periodo in cui denuncio come il “movimento” fu lanciato addosso alla Sicilia come una bomba in tempo di guerra». Ogni sua nuova opera diventa un appuntamento attesissimo per i suoi lettori. «Nonostante abbia vinto diversi premi, mi appaga di più quando la gente sconosciuta mi avvicina a fine presentazione e mi ringrazia per avergli dato delle emozioni, oppure mi ferma per strada, si fa un selfie con uno dei miei romanzi, non ha importanza se lo leggono o no, però quel momento per me è un premio, io vengo premiata dall’amore di tutte le persone che mi seguono con amore pure su Facebook, amici della mia e della loro solitudine. Non amo vivere le cose che piacciono agli altri, tendo a isolarmi, a fare la vita del lupo, che non sta in branco ma da solo». Per lei che ha avuto un breve trascorso in politica come assessore alla Cultura del Comune di Catania e le cui storie sono ambientate nell’Isola, la vede «sprofondare, magnificamente avviata a quello sprofondamento mitologico ed epico che è dell’Isola Ferdinandea che visse tre mesi di fronte a Sciacca e che poi nessuno l’acchiappò più. Questa vive da molto più tempo, però, di fatto, deve restare nella mitologia e può restarci solo se sprofonda con tutte le sue bellezze e ricchezze, annegando chiaramente chi l’ha distrutta, cioè la malsana politica».

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Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Mettiamo su famiglia: il difficile compito di diventare genitori

Affrontare responsabilmente il desiderio di avere un figlio e poi dedicarsi alla sua formazione significa per i genitori creare un profondo rapporto emotivo con il partner e con il proprio figlio. La genitorialità è un passaggio psicologicamente delicato, poiché durante l’attesa si formano “rappresentazioni genitoriali”, fantasie e aspettative, che condizioneranno il tipo di accudimento dei bisogni fisici, affettivi, cognitivi e sociali prestati al bambino. La capacità delle coppie di gestire la transizione verso la condizione di genitori dipende dall’età e dalla maturità dei genitori, dalla relazione con i propri genitori, dal sostegno sociale di parenti, amici e servizi, e dal livello di soddisfazione coniugale prima dell’arrivo del figlio. Ciascuna famiglia si caratterizza per un particolare stile educativo, inteso come quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli, creando quel clima emotivo attraverso dei comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Lo stile educativo si caratterizza per il controllo, le richieste che i genitori fanno ai figli per integrarli nella famiglia e nella società, sollecitando comportamenti maturi, e per il supporto, le azioni finalizzate a favorire l’affermazione di sé attraverso espressioni di sostegno e calore (vicinanza affettiva) e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste del figlio. Ciascuna coppia genitoriale darà più importanza a una di queste dimensioni, generando così diversi stili educativi: lo stile autoritario, con alto controllo e basso supporto; lo stile autorevole, con alto controllo e alto supporto; lo stile indulgente-permissivo, con alto supporto e basso controllo; lo stile negligente-trascurante, con basso controllo e basso supporto. Generalmente in ogni famiglia si ritrova uno stile intermedio formato dalla mescolanza di tratti dei vari stili con uno stile predominante. Il compito di svolgere la propria genitorialità rappresenta un’ esperienza che cambia la vita personale e di coppia degli adulti e chiama in causa diverse componenti: un ambiente adeguato allo sviluppo psicologico del bambino per rispondere alle sue richieste e ai suoi bisogni; una relazione equilibrata e positiva con il figlio; un’ ottima qualità della relazione di coppia dei genitori; le caratteristiche del bambino (sesso, temperamento, ecc.); il modo in cui i genitori sono stati a loro volta educati dai propri genitori; la presenza di altri figli, la capacità di modificare i propri comportamenti e atteggiamenti in relazione al nuovo ruolo di genitore, e il sostegno sociale, economico, parentale e/o amicale (nonni, zii, amici, vicini, ecc.). I figli, quindi, rappresentano una grande realizzazione per la persona, ma anche un grande impegno e una responsabilità: per la donna potrebbe nascere la difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo di madre, ma anche per il padre potrebbero nascere sensi di colpa in relazione ad una scarsa partecipazione alla vita del figlio per i troppi impegni lavorativi. Il segreto per godersi la maternità e la paternità è non perdere di vista sè stessi, il proprio partner e la propria relazione, poiché un genitore soddisfatto avrà certamente un bambino felice.

Articolo di Sofia Cocchiaro   Foto di Samuel Tasca

ll confetto è una specialità prodotta fin dai tempi antichi ed usata come simbolo di fortuna e prosperità.

In epoca romana era considerato come una sorta di “bon bon” pregiato da mangiare durante le occasioni importanti mentre già nel periodo rinascimentale, durante i ricevimenti, gli ospiti venivano accolti con coppe ricolme di confetti.

Strettamente legata all’utilizzo del confetto è la “bomboniera” che, già nel XVIII secolo, rappresenta una preziosa scatoletta nata con lo scopo di contenere i confetti. Ma per saperne di più non possiamo che rivolgerci a Francesca Di Stefano che, nel 2007, ha inaugurato a Ragusa in via Sant’Anna Chicca Confetti realizzando così il sogno di dedicarsi alla sua passione per i confetti e per il confezionamento di bomboniere.

 

Francesca raccontaci quando nasce la tua passione per il mondo dei confetti e delle bomboniere?

«La mia passione nasce quando mi viene proposta, da un amico, l’occasione di collaborare alla sua attività di organizzazione eventi e matrimoni. In quel contesto mi rendo conto che l’attività mi appassiona davvero tanto ma al contempo realizzo che l’attività sulla quale mi spendo di più a livello creativo e passionale è quella relativa al confezionamento delle bomboniere e alla scelta dei confetti più adatti all’occasione. Pertanto decido di recarmi a Napoli dove ogni anno si svolge la più importante fiera relativa al settore e così, a partire da quest’esperienza, prende vita Chicca Confetti«».

 

Cos’è Chicca Confetti?

«Chicca sono io e all’interno della mia attività si trova tutto quello che mi rappresenta, dal punto di vista dei miei gusti e della mia personalità. All’interno del negozio non c’è una singola cosa che non sia stata accuratamente scelta da me seguendo quelle che sono le mie idee di bellezza, eleganza e bontà. Inoltre tutti i nostri confetti sono prodotti senza glutine e ciò attesta dunque la nostra attenzione su quello che è anche l’aspetto salute».

 

Tradizionalmente il confetto veniva utilizzato quale auspicio relativo alla celebrazione di qualsiasi evento. Ritieni che sia sempre e solo questo il valore dato al confetto in sé e per sé?

«No anzi la mia esperienza mi porta a dire che è cambiato notevolmente l’interesse che il confetto suscita. Infatti, se pure è vero, che il confetto non può assolutamente mancare fra gli elementi augurali di qualsiasi evento da celebrare è vero anche che esso, nella sua moltitudine di varianti, è ormai divenuto un vero e proprio pasticcino da degustare aldilà dell’evento specifico. Molti dei miei clienti, infatti, acquistano i confetti di Chicca per sgranocchiarli la sera davanti alla tv o durante le loro passeggiate di shopping in Via Roma».

 

Quale confetto consiglieresti ai lettori di Bianca Magazine che si accingono ad organizzare un evento?

«Vi è da dire che i miei consigli sono sempre personalizzati sulla base non solo dell’evento che si va ad organizzare ma anche della personalità del cliente. Generalmente, in linea con i gusti e le tendenze del momento, il confetto per me più adatto al battesimo di un bimbo è quello al cocco mentre per una femminuccia consiglio il confetto alla crema chantilly con fragoline, per i festeggiamenti di laurea consiglierei il classico confetto di cioccolato al latte mentre per un matrimonio il mio consiglio, chiaramente, è quello di allestire una confettata sia durante le visite a casa degli ospiti sia durante i festeggiamenti del matrimonio in modo che ciascuno possa deliziarsi seguendo i propri gusti».

 

Come consigli di vivere, invece, il periodo che precede l’evento stesso e che dunque è relativo alla sua organizzazione?

«Molto spesso le coppie di sposi che incontro, in fase di organizzazione, sono talmente stressati da non desiderare altro che arrivi quel giorno o ancor peggio che passi quel giorno. Il mio consiglio sincero è dunque quello di vivere ogni singola fase del momento organizzativo come un vero e proprio piacere così che anche quel momento possa essere ricordato positivamente».

 

Articolo di Stefania Minati

“Connubio perfetto tra storia, arte, cultura e natura, dietro l’eleganza e l’apparenza austera il Piemonte nasconde un animo vitale e sorprendente, da scoprire a passo lento”. Ecco quello che si legge per descrivere una regione ricca di storia, arte, paesaggi mozzafiato e tesori enogastronomici, appena si entra sul sito www.lonelyplanetitalia.it, nella sezione Piemonte, scelto come prima meta al mondo da visitare per il 2019. Vi proponiamo in questo numero una descrizione di massima dei luoghi che hanno portato a questa nomination e che approfondiremo nei prossimi numeri.

La città di Torino innanzitutto, che racconta la sua storia con la definizione della sua architettura influenzata dalle epoche barocche, moderniste, neoclassiche, razionaliste e rococò. Gli splendidi palazzi, i musei, le chiese e i teatri dicono moltissimo sulla cultura e lo stile di cui ha goduto il popolo piemontese. Anche i magnifici parchi e giardini, le iniziative culturali, i locali storici raccontano le abitudini dei cittadini che amano bere un bicérin, ascoltare buona musica e magari godersi un aperitivo sulle sponde del Po. Il numero elevato di stazioni ferroviarie che la attraversano, il Lingotto e Mirafiori raccontano invece la vivacità industriale che da sempre caratterizza una splendida città capace di soddisfare i gusti di tutti.

Il Piemonte vanta un alto numero di etichette importanti nel mondo del vino, tra le sue Valli delle Langhe e del Roero, l’Astigiano e il Monferrato. Il mondo dei vignaioli va di pari passo con i tesori gastronomici a partire dal Tartufo d’Alba, la Robiola di Roccaverano, il Cardo Gobbo di Nizza, i bolliti misti di Moncalvo, gli amaretti di Mombaruzzo e molto altro ancora. Allo stesso tempo se queste zone vengono messe in risalto dall’enogastronomia, non dobbiamo dimenticare la loro storia, raccontata dai numerosi borghi e castelli e lo storico e irrinunciabile Palio di Asti.

Altra peculiarità del territorio, che vanta immense pianure e imponenti catene montuose, è l’elevato numero di Parchi e Aree Protette. Se ne contano novantaquattro, per un totale di 137.332 ettari e due Parchi Nazionali, il Gran Paradiso e la Val Grande per una superficie di 48.500 ettari. Nel 2003, inoltre, sono stati inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco sette “Sacri Monti” ovvero quelli di Crea, Varallo, Ghiffa, Belmonte, Domodossola, Oropa e Orta.

Con quest’ultimo risaliamo la regione per arrivare nella terra dei grandi laghi. Il Lago Maggiore e il Lago d’Orta dove troviamo dei magnifici paesaggi e un microclima che rende speciali i loro giardini profumati e fioriti in ogni stagione dell’anno. Qui le testimonianze del Medioevo e del Rinascimento hanno lasciato le loro testimonianze nell’architettura sia sulle sponde sia sulle numerose isole visitabili, facendone dei bellissimi borghi, dove poter fare imperdibili passeggiate.

Una visita la meritano anche le Terre di Riso e Gorgonzola, presenti sulle tavole di tutti gli italiani, provenienti dal Vercellese e dal Novarese. I paesaggi delle risaie, scacchiere di terra e acqua, viste tra la nebbiolina e la luce debole dell’alba o del tramonto regalano emozioni bellissime soprattutto se s’immagina il passato in cui le mondine dedicavano fatica e salute per il raccolto e la famiglia.

Non dimentichiamo per ultimo il Canavese, l’Eporediese e il Biellese, terre ricche di storia, goliardia e industrializzazione, dove tra campi coltivati e boschi si svilupparono industrie come l’Olivetti e manifatture tessili come Ermenegildo Zegna, tradizioni come la battaglia delle Arance di Ivrea e moltissimi Castelli ancora oggi visitabili. Seguiteci per gli approfondimenti!

Articolo di Titti Metrico   Foto di Luca Brunetti

D’un ventri di ‘na Fimmina nascii; Fimmina puru iu, e mi nni vantu. Fimmina, comu la Madonna. Fimmina comu la terra; e Fimmina vulissi rinasciri ancora simmai mi fossi concessu di scegliri ppi la secunna vota. A tia masculu ca ti fai chiamari omu, na sula preghiera: prima ca’ pigghi un cuteddru, o mi tiri un cazzottu, ricordati ca puru tu fusti crisciutu pi novi misi intra a sto corpu. E si ammazzi a mia, e comu si tradisci lu to’ stissu sangu…

A distanza di undici anni, con questi versi contro la violenza sulle Donne, la scrittrice siciliana, Catena Fiorello, ha deciso di riscrivere e ripubblicare il suo romanzo “Picciridda”.

Chi è Catena Fiorello?

«Una ragazza curiosa a 360 gradi. Una donna con la curiosità di una ragazzina. Ecco perché, pur essendo nata nel ’66, quando mi chiamano signora mi giro e penso “Boh, forse stanno circannu quaccunu?”. Insomma, la ragazza che è in me prevale ancora sulla donna. Mia nipote Nicoletta, figlia di mia sorella Anna, mi ha chiamato “la ragazza con la valigia”, una definizione che mi calza a pennello anche se io preferisco chiamarmi una cunta storie».

Come nascono i tuoi romanzi e quanto c’è di autobiografico?

«Non capisco, anzi per me resta un mistero, lo scrittore che afferma di riuscire ad estraniarsi dal libro che scrive. Il narratore in cui mi identifico è quello che, anche quando non scrive in maniera autobiografica, imperla comunque il racconto di piccole gocce di sè. A parte “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, edito da Rizzoli, che racconta la storia della mia famiglia, anche se con un diverso cognome, che è l’unico romanzo autobiografico, io racconto storie di persone, di fatti, di famiglie e di vite totalmente inventate e tuttavia piccole gocce, tracce di me inevitabilmente cospargono il racconto».

Sei una scrittrice a tempo pieno? A cosa stai lavorando?

«Sono una scrittrice a tempo pieno. Ho fatto anche l’esperienza di sceneggiatrice per il film tratto dal mio romanzo “Picciridda” che si sta girando in questi giorni sull’Isola di Favignana ma il mio lavoro è fare la scrittrice a tempo pieno. A proposito ho appena finito di correggere il mio nuovo romanzo che sarà nelle librerie dal 13 febbraio, il titolo ancora non lo svelo. Quando non scrivo vado in giro per presentare i miei libri, in questo momento sto facendo un tour promozionale per “Picciridda”, è la storia di Lucia, figlia di emigrati, che vive con la nonna, burbera e austera in una Sicilia dei primi anni Sessanta, e, come tutti i bambini che non hanno fortuna, anche lei è figlia della gallina nera.

Quando i suoi genitori sono emigrati in Germania in cerca di fortuna hanno portato con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna, ma Lucia, indimenticabile protagonista di questo romanzo, non accetta la condizione di una vita fatta di sacrifici e rinunce. Col passare dei mesi però l’esistenza della piccola protagonista si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui la picciridda si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro… ».

Cos’è per te una donna?

«Per rispondere a questa domanda dovrei forse scrivere un’altro libro! Cos’è per me una donna? Una fimmina? Veramente non riesco a rispondere a questa domanda perché è talmente complessa, è talmente importante che dovrei scriverci sopra un romanzo e, anche in questo caso, forse non riuscirei comunque a dare una risposta completa».

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

L’Italia è un paese che ama molto gli animali domestici, agli italiani piace condividere la vita con un pet. Nelle nostre case vivono quasi: 30 milioni di pesci; 13 milioni di uccellini; 1,8 milioni di piccoli mammiferi, conigli, furetti e roditori; 1,3 milioni di rettili, tartarughe, serpenti e iguane; 7 milioni di cani e ben 7,5 milioni di gatti. Naturalmente i gatti e i cani, riconosciuti da molti stati esseri senzienti, ricoprono a pieno titolo il ruolo di veri amici dell’uomo. Anche se il rapporto che si stabilisce tra il gatto e l’essere umano è diverso da quello che si può stabilire con un cane.

I felini domestici dimostrano l’affetto a modo loro, forse perché il loro comportamento non sempre viene capito, così sul piccolo felino continuano a girare dicerie e luoghi comuni che non hanno nessun fondamento scientifico, ad esempio: si affeziona alla casa e non al padrone; è opportunista; non si fa mai male perché casca sempre in piedi; non obbedisce, quindi, non è intelligente e qualche volta, specialmente se è nero, porta pure sventura. A chi non è mai capitato di sentire parlare in questo modo dei gatti!

In realtà il gatto è dolce ma riservato, intelligente ma non obbediente, autonomo ma bisognoso di cure e affetto, ama la casa ma anche stare fuori, domestico ma anche selvatico. È dal 1990 che in Italia si celebra la loro festa, il 17 Febbraio. Mentre la Giornata Internazionale del Gatto, indetta nel 2002 dall’International Fund for Animal Welfare, si celebra l’8 Agosto. In Italia la giornalista gattofila Claudia Anceletti propose un referendum tra i lettori di una rivista specializzata per stabilire un giorno da dedicare a questi felini. La proposta vincitrice ha evidenziato e messo il punto su molteplici significati:

1) Febbraio è il mese del segno zodiacale dell’acquario e i nati sotto questo segno sono spiriti liberi e anticonformisti, proprio come i gatti, che non amano sentirsi oppressi da molte regole.

2) Tra i detti popolari febbraio viene definito “il mese dei gatti e delle streghe”.

3) Il numero 17, nella nostra tradizione è sempre stato ritenuto un numero portatore di sventura, stessa sorte che, in tempi passati è stata riservata al povero gatto.

In realtà, se il gatto è amato e ben trattato sin da piccolo, si affeziona tantissimo al suo proprietario e affronta con lui anche viaggi e traslochi. Io ho beneficiato per molti anni della compagnia di una bellissima gattina persiana, di colore bianco, si chiamava Pallina e aveva degli splendidi occhi gialli. Pallina trascorreva con me interi pomeriggi acciambellata sullo scrittoio mentre studiavo, solo guardarla e accarezzarla mi trasmetteva tanta serenità e grazie alla sua piacevole conoscenza posso senz’altro dire che ho ricevuto tanto affetto, ma tanto tanto…  Ricordi bellissimi custoditi per sempre nel mio cuore.

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori di Bianca, come ben sapete, fra pochi giorni sarà Carnevale e mai come in questa fase della mia vita mi ritrovo coinvolto nei preparativi legati a questa festa; rivivo, infatti, attraverso l’entusiasmo della mia nipotina Bianca, il ricordo dei momenti spensierati legati a quel periodo e vissuti durante la mia gioventù. A parte tale rinvenire di ricordi, il rito carnevalesco mi offre lo spunto per una riflessione sul suo aspetto simbolico. Infatti, con il Carnevale celebriamo la grande metafora del teatro della vita posto che lo si può pensare come un momento di sperimentazione di altri possibili “io”; vestendoci in maschera possiamo almeno per una volta l’anno esternare qualche nostro lato nascosto che in un giorno di ordinaria vita sarebbe sicuramente stigmatizzato da quello che è, inevitabilmente, un grande limite nello svolgimento delle nostre vite, ovvero il giudizio impietoso di chi ci circonda. Per questo, a pensarci bene, sarebbe meglio celebrare un carnevale al mese così magari la vita si presenterebbe meno stressante e più creativa.

Alla luce di quanto detto, dunque, il mio invito è quello di prendere sul serio il carattere frivolo di questo grande rito e di vivere più carnevali all’anno indossando ogni giorno maschere meno canoniche e più fantasiose; chissà che questo non ci aiuti a vedere i lati positivi delle persone e a ridere di più sulla vita e sui noi stessi.

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Salvo Puccio

Tutti sappiamo che Siracusa ha dato i natali ad Archimede, uno dei più grandi scienziati e matematici della storia, ma pochi conoscono il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, voluto da una donna determinata, appassionata d’arte e di cultura. Maria Gabriella Capizzi, responsabile del Museo e presidente del Comitato Scientifico, dell’arte ne ha fatto una missione.

Come si descriverebbe?

«Un’imprenditrice “illuminata”, creativa, ribelle e senza pregiudizi, che crede nella possibilità di creare valore per noi e per gli altri. Una donna appassionata di arte e di cultura, caparbia, determinata, che adora il suo lavoro. Mi ritengo una filantropa e, in un’ottica imprenditoriale, vorrei essere d’esempio per molte donne. E come una grande amante dei due geni cui è dedicato il mio museo: Leonardo da Vinci e Archimede».

Come nasce l’Associazione Culturale Leonardo da Vinci Arte e Progetti?

«Nel 2009, con le macchine della Niccolai Teknoart SNC, decisi di diffondere anche in Sicilia l’eredità di Leonardo. Il viaggio in Sicilia, dopo un lungo stage a Firenze, dove risiede la famiglia Niccolai, durò circa tre anni. L’esposizione concretizzò tre tappe: Noto, Taormina e Catania, prima di fermarsi a Siracusa. Rapita dalle bellezze di questa città, nel 2014 realizzai una mostra di modelli leonardiani assieme a quelli archimedei nella splendida Isola di Ortigia, all’interno del settecentesco palazzo dell’Ex Convento del Ritiro. Ebbe così inizio questo percorso museale».

Cosa l’ha colpita di due geni come Leonardo e Archimede?

«Con Leonardo fu amore a prima vista. Lo ricordo come se fosse oggi, ed ebbi una sorta di sindrome di Stendhal, proprio a Firenze, in estasi sotto l’aliante. Con il passare del tempo mi sentii sempre più legata a lui, innamorata della sua personalità: obiettiva, aperta al mondo, volta all’azione, tanto riservata, persino con se stesso, da renderne impossibile una definizione. Mi sento una sua allieva, un suo discepolo e serva di questa cultura, accolgo Archimede con lo stesso amore. In fondo è stato Leonardo a condurmi da lui».

Quanto c’è di geniale in lei?

«Non esiste il femminile di genio, ma esistono donne geniali. La bellezza fisica in quanto materia è la parte più bassa della donna, la vera bellezza risiede nella mente. Il genio al femminile punta a valorizzare alcune caratteristiche proprie delle donne, come l’empatia, l’intuizione, la creatività e in questo mi sento geniale. Di geniale ci sono le mie fonti d’ispirazione a cui sono legata sin da bambina. Da Ipazia, la più famosa martire del pensiero libero, a Colette, giornalista, scrittrice icona dei movimenti femministi».

Perché decide di tornare in Sicilia?

«L’esperienza a Firenze, lo stage al Museo Internazionale della Macchine di Leonardo da Vinci della famiglia Niccolai mi aprì un mondo tutto nuovo e compresi che era necessario farmi carico di tutto il progetto e portarlo in Sicilia. Decisi perché era lì la mia vita, perché amo la mia isola e perché non l’avrei mai abbandonata».

Quali sono le iniziative in itinere?

«Il 2019 sarà un anno molto ricco per il museo perché il 2 maggio si celebrerà il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo. Tutto il mondo festeggerà il genio toscano con mostre ed eventi e il museo siracusano farà altrettanto. Posso anticipare che organizzeremo alcune di queste celebrazioni in Norvegia, a Stavanger, dove il prossimo autunno si terrà un convegno sul tema che sarà al centro di una mostra prevista nel 2020 nella città norvegese: “Da Archimede a Leonardo, acqua fonte di vita”. Ovviamente non mancheranno iniziative a Siracusa, sede del museo».