Articolo di Alessia Giaquinta

Tra i figli più illustri, motivo di orgoglio della nostra Sicilia, vi è sicuramente Toni Campo, un fotografo autore d’importanti scatti per le riviste Vogue, Ladies e per Una Grande Storia Italiana (ed. Taschen, 2007), libro sui quarantacinque anni di carriera del famoso stilista Valentino Garavani.
Dopo anni di studio e lavoro nella capitale italiana della moda, Milano, Toni Campo nato a Comiso, classe ‘68, torna a omaggiare la Sicilia, dedicandole i sui prossimi importanti progetti e non solo!

Come nasce la tua passione per la fotografia?
«Ho sempre sentito dentro di me il bisogno di esprimermi. Ho provato varie forme d’arte: dalla scultura alla pittura ma facevo fatica a realizzare quello che mi proponevo di fare. Poi, mi regalarono una macchina fotografica… ».

Una macchina fotografica, così, rivoluzionò la tua vita?
«Assolutamente sì. Avevo sedici anni. Mia zia Lucia, cieca, mi chiedeva spesso di accompagnarla nei suoi viaggi. Lei, priva della vista, amava godere delle bellezze della vita attraverso il buon cibo, il vino, i viaggi… Mi chiese di accompagnarla a Roma e mi donò una macchina fotografica, la mia prima macchina fotografica».

Scattasti dunque la tua prima foto a Roma?
«Sì, c’era l’udienza del Papa. Nel momento in cui passò Giovanni Paolo II, pensai se fosse il caso di baciargli l’anello o utilizzare la mia macchina fotografica per immortalare quell’evento. Optai per la seconda. Così il mio primo scatto fu proprio il volto del Papa intento a benedirci».

Quasi una benedizione alla tua lunga e prestigiosa carriera…
«Sicuramente! Da quel momento in poi mi appassionai sempre più. Mi piaceva comporre situazioni, applicavo la tecnica dello Still Life che consiste nell’utilizzare oggetti inanimati per esprimere concetti giocando sulle forme, utilizzando le luci. Un giorno, su una rivista lessi dell’Istituto Europeo di Design a Milano e decisi, una volta concluso il militare, di iniziare lì i miei studi».

A Milano hai conosciuto il mondo dell’Alta Moda. Cosa ti ha dato?
«Ho fatto tantissime esperienze. La moda mi ha dato da vivere ma mi ha insegnato anche tanto. A questo proposito voglio ricordare la carissima Franca Sozzani, direttrice della rivista Vogue, per cui ho lavorato tanti anni. Lei m’insegnò una cosa importantissima: far diventare belle le cose brutte. Poi è diventato uno stile di vita, oltre che nel lavoro…»

Puoi farci un esempio?
«Il 26 dicembre ho inaugurato a Chiaramonte Gulfi la mostra “My heads my souls, negative positive” esponendo trenta opere, ciascuna delle quali ha per soggetto volti di uomini e donne di diversa età, provenienza e abilità, elaborate in positivo e in negativo, fotograficamente parlando. Questo mi ha permesso di dare una dignità artistica a ogni volto andando oltre i segni del tempo, il deturpamento della malattia, oltre ogni limite che coglie l’occhio ma che la luce e la fotografia può annullare. Devo ringraziare la cooperativa PietrAngolare con i suoi speciali ragazzi diversamente abili, alcuni soggetti delle mie opere, che mi hanno donato tanto. A loro andrà il ricavato della vendita delle opere».

Dove trai ispirazione?
«La mia terra è sempre stata la mia musa ispiratrice. Quando sono andato via non riuscivo ad apprezzarla. Poi, ho iniziato a guardarla con occhi diversi. La Sicilia è una terra piena di bellezze dai paesaggi al cibo, alla gente genuina e cordiale, ma è anche una terra che grida voglia di riscatto. Amo i contrasti della mia terra».

I tuoi prossimi progetti?
«Una mostra, nel periodo pasquale, a Comiso sulla Passione di Gesù in versione moderna. Sto lavorando anche a una mia interpretazione del vecchio e nuovo testamento, da realizzare a Palermo. Intanto lavoro per Esquire Italia, una rivista di moda».

Hai un sogno?
«Voglio rendere giustizia alla mia terra. Intanto sono contento di esservi tornato. Vivo qui da quattro anni; l’aeroporto di Comiso facilita gli spostamenti… Mi piacerebbe vivere qui la mia vecchiaia, in semplicità, circondato dalle persone che amo e dalle bellezze della mia Sicilia. In fondo cosa è la felicità, se non questa!».

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

«Habitat non è un ufficio, né un negozio, né una fabbrica. Ma è uno spazio dove prodotti, idee, progetti e tendenze prendono forma e si realizzano seguendo le esigenze del cliente».

Saro Sgarlata non è solo l’imprenditore della sua attività ma, ancor di più lui, ne è lo spirito creativo.

Difatti è lui stesso che, su richiesta dei clienti più esigenti, mette in opera la propria arte, disegnando articoli ricercati e unici, in linea con le tendenze e seguendo sempre lo stile minimal che lo caratterizza.

«Già da piccolo disegnavo case, mobili, oggetti, macchine. Durante una gita scolastica ho anche consegnato un mio progetto di automobile ad una famosa casa automobilistica. Il disegno è sempre stata la mia passione e la musica stimolo alla mia creatività».

Originario di Chiaramonte Gulfi, Saro ci racconta come sin da bambino ha avuto un’abilità particolare nel disegnare.

Ma la caratteristica principale della personalità di Saro è, a parere di chi scrive, il suo essere particolarmente estroverso e aperto alla comunicazione, al dialogo e alla socialità, tutte accezioni di sé che lo spingono, sin da giovane, ad avere interesse anche nei confronti del settore commerciale.

È cosi che, nel 2007, a Ragusa in Via Giovanni Falcone n. 99 nasce Habitat Ufficio, Arredamenti & Contract ove Saro, attraverso il servizio di Customer Service, segue i clienti nelle fasi di consulenza e progettazione di spazi per uffici, hotel, case e negozi nonché nella fase della fornitura degli elementi d’arredo ove oltre che, come già detto, alla sua stessa creatività si affida a numerosi brand nazionali e internazionali quali Newall, Estel, Newform, Plust e Slide per citarne alcuni.

Interessante dal punto di vista commerciale anche l’attività di noleggio arredamenti finalizzata all’allestimento di eventi pubblici e privati nonché la partecipazione alle più importanti fiere di settore, tra tutti il Salone del Mobile di Milano, che costituiscono un’esperienza di crescita, conoscenza e scambio di vedute fra esperti del settore.

A Saro vorrei porre solo poche domande perché la sua personalità è già chiara ed evidente agli occhi di chi lo conosce e di chi ne ha potuto apprezzare le abilità.

Qual è la differenza tra arredare una casa e arredare un ufficio?

«Sono due ambienti vissuti in maniera diversa. La casa viene arredata in base alle esigenze dettate dalla vita quotidiana mentre è evidente che per quanto concerne l’ufficio le esigenze sono diverse a seconda del tipo di attività che vi si svolge e per tale ragione ci si può permettere di creare spazi ancor più creativi e unici».

Saro cosa ti auguri per questo nuovo anno?

«Mi auguro un anno pieno di grandi progetti da realizzare.  Ne approfitto a questo punto per dirvi che il 2019 mi vedrà protagonista ogni settimana su Video Regione con una rubrica dedicata al Design».

All’anno appena trascorso hai invece qualcosa da dire?

«Si, saluto il 2018 soddisfatto delle esperienze che mi ha fatto vivere così come, a titolo esemplificativo, il progetto di consulenza che ho realizzato per la progettazione degli uffici “Crai – Gruppo Radenza”. Questo risultato, insieme ad altri non meno importanti che ho realizzato, mi conferma che il lavoro fatto con passione e tenacia dà sempre i suoi frutti e la gente adesso è più disposta a rinnovare il proprio “habitat” e a rinnovarsi».

E allora noi di Bianca Magazine non possiamo far altro che augurarti di continuare a realizzare i tuoi progetti.

Articolo di Titti Metrico   Foto di Alessandra Inzerillo

La tradizione dolciaria è certamente uno dei fiori all’occhiello della gastronomia siciliana.

In questo numero, con la fantasia vi portiamo in una scena del Gattopardo, esattamente al gran ballo, dove, tra abiti sfarzosi, tavole lussuose, preziose tovaglie ricamate, argenteria sfavillante e le alzate a cinque ripiani, esposto in bella mostra sulla tavola imbandita, svetta il “Trionfo di Gola” , il dolce del Barocco, ha un nome che parla da sé e un sapore che ha ispirato penne illustri. Dacia Maraini nel suo libro “Bagheria” ricorda: “Una montagnola verde fatta di gelatina di pistacchio, mescolata alle arance candite, alla ricotta dolce, all’uvetta e ai pezzi di cioccolata”, diceva mia madre… «Si squaglia in bocca come una nuvola spandendo profumi intensi e stupefacenti. È come mangiarsi un paesaggio montano, con tutti i suoi boschi, i suoi fiumi, i suoi prati; un paesaggio reso leggero e friabile da una bambagia luminosa che lo contiene e lo trasforma, da gioia degli occhi a gioia della lingua. Si trattiene il respiro e ci si bea di quello straordinario pezzo di mondo zuccherino che si ha il pregio di tenere sospeso sulla lingua come il dono più prezioso degli dei… ”. G. Tomasi di Lampedusa non è l’unico autore a fare menzione, nelle proprie opere, di questo dolce tanto ricco quanto carico di tradizione. Fulco di Verdura, ad esempio, nel suo “Estati Felici”, nel raccontare come la famiglia fosse solita servire, in occasione delle Festività, i dolci preparati nei conventi, cita il Trionfo di Gola spiegando che una specialità del genere non necessita di particolari descrizioni perchè ha già un nome che parla da sé. Il nome di questo dolce è riferito al suo sapore e al suo aspetto. Il dolce, infatti, è preparato con una moltitudine d’ingredienti deliziosi e presenta consistenze irresistibili che non possono far altro che indurre nella tentazione di cedere a un piacevole quanto innocente peccato di gola. Nel XV e il XIX secolo, prima della nascita delle vere e proprie pasticcerie, in Sicilia i dolci venivano preparati principalmente nei monasteri dalle abili mani delle suore che, a volte, spinte dal desiderio di conquistare la meraviglia e la gratitudine delle personalità destinatarie delle loro prelibatezze, inventavano anche prodotti completamente nuovi e ne tramandavano la tradizione oralmente. Ogni convento si specializzava nella preparazione di un dolce specifico che rappresentava, di fatto, una delle poche occasioni di contatto con il mondo esterno, oltre che una fonte di guadagno. La caratteristica del “Trionfo di Gola”, bello ma complesso, è un dolce realizzato con strati di soffice pan di Spagna e croccante pasta frolla con una copertura di pasta di mandorle decorata con granelli di pistacchi e canditi. Per la farcitura vi sono varie versioni, di fatti c’è chi utilizza conserva di pistacchio e strati di crema pasticcera tra una sfoglia di frolla e l’altra, oppure chi preferisce impiegare la marmellata di arance alternata a strati di biancomangiare al latte o alle mandorle. Anche la decorazione può variare ove, in aggiunta o sostituzione di pistacchi e canditi, vi si può trovare del cioccolato e dell’ uvetta.

Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Comiso, cittadina sulle pendici dei Monti Iblei, cellula vitale del territorio, è famosa per la lavorazione della pietra calcarea, tipica del territorio, che nel tempo ha assunto l’aspetto di una vera e propria industria. Ma è anche città ricca di storia e di cultura, fu un villaggio greco; nel territorio sono state individuate tracce di epoca romana e bizantina. Nel 1571 diventò Contea dei principi Naselli che costruirono il castello ancora presente in città, e si arricchì di chiese e monasteri, vivendo un bel periodo di sviluppo economico e urbanistico. La gran parte degli edifici fu distrutta dal terremoto che l’11 gennaio del 1693 sconvolse la Sicilia orientale e in particolare il Val di Noto, e la città, come le altre del circondario, venne ricostruita assumendo l’attuale stile barocco. Comiso, come tanti altri centri siciliani, ha sedimentato nel tempo le culture dei popoli che l’hanno dominata, fino a forgiare una cultura tutta propria. Città che ha dato i natali al famoso archeologo Biagio Pace e al noto scrittore Gesualdo Bufalino. In città, tra i vari monumenti di interesse storico e culturale si distingue il Museo Civico di Storia Naturale, inaugurato nel 1991, con una superficie espositiva di oltre 1000 mq; è un’Istituzione Scientifica riconosciuta dal segretariato CITES Ministero dell’Ambiente. Il museo è articolato nella sezione Paleontologica e Zoologica e nel laboratorio scientifico specializzato nella preparazione e conservazione paleontologica, tassidermica e osteologica. Il Museo, per chiunque lo visiti, è una vera sorpresa: con più di quindicimila reperti di fossili di diverse ere geologiche e oltre novemila preparati zoologici e la più importante collezione cetologica dell’Italia meridionale, è il settimo museo italiano in ordine di importanza.

La direzione scientifica è affidata al dott. Gianni Insacco che ha arricchito il Museo con la sua collezione paleontologica privata costituita da oltre settemila reperti. Molto dinamica è anche l’attività di ricerca del museo, oltre alle missioni, viene pubblicata la rivista scientifica annuale “Natura Rerum”. L’esposizione dei reperti è stata curata ed organizzata seguendo un ordine cronologico, utile al visitatore per poter capire la nascita e lo sviluppo delle varie ere geologiche.  Dai primi organismi, ai pesci corazzati del Paleozoico, alle ammoniti, ai grandi rettili del Mesozoico fino ai mammiferi del Quaternario compreso l’uomo. Il Museo raccoglie reperti provenienti da tutto il mondo, tra questi a creare un forte impatto visivo è lo scheletro integro dello Psitacosauro, dinosauro erbivoro del Cretaceo inferiore proveniente dalla Mongolia. Tra i pezzi di maggior importanza scientifica i resti del famoso “elefante nano”, che è stato rinvenuto dallo stesso dott. Insacco circa quindici anni fa, in una zona nei pressi di Comiso e che testimonia la presenza di elefanti in Sicilia in epoca preistorica. Nelle sale della sezione zoologica si possono ammirare diversi insetti siciliani e tropicali, un’importante raccolta di crostacei, tra questi il Granchio gigante del Giappone. Nella sezione ittiologica sono presenti diversi pesci del Mediterraneo e tropicali. Tra i rettili sono da ammirare due tartarughe giganti marine rinvenute in Sicilia.

Il Museo si distingue anche per l’attività di censimento e recupero dei cetacei spiaggiati, grazie alla partecipazione ai programmi del Servizio Certificazione Cites del Corpo Forestale dello Stato. Questa attività di ricerca ha permesso di non perdere molte specie di carcasse di cetacei, in alcuni casi anche rari, e di musealizzarli.

Un’Istituzione Scientifica riconosciuta a livello nazionale, oggi arricchita dalla biblioteca personale con più di duemila e cinquecento titoli di Sebastiano Italo Digeronimo, professore di Paleontologia presso l’Università di Catania, la cui attività di ricerca è documentata da oltre centocinquanta pubblicazioni.

 

 

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta e Aurora Bruno   
Foto di Giuseppe Leone

Il 19 Marzo ricorre la festività di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e santo veneratissimo in tutto il mondo con processioni, riti e, nel nostro territorio, anche con le tradizionali “Cene”.

Per comprendere l’origine della Cena di San Giuseppe bisogna ricordare che questo Santo è ritenuto protettore dei falegnami, degli orfani, delle ragazze in cerca di marito e, in particolare, dei poveri. Nel XVI secolo si legò la festività del Patriarca con l’atto caritatevole di elargire cibo ai bisognosi. Nacquero così, le tradizionali “Cene”, veri e propri momenti conviviali in cui si intreccia fede, tradizione e carità. In molte città, ancora oggi, vengono allestiti dei banchetti ricchi di cibi di ogni genere: dalle polpette di riso – simbolo di abbondanza – ai dolci tipici quali torrone, cassate, pagnuccata e mustazzola, e poi ancora focacce, calia e ogni sorta di prelibatezza offerta a coloro i quali, per l’occasione, rappresenteranno simbolicamente la Sacra Famiglia. La tradizione vuole, infatti, che tre persone (un tempo bisognose, per l’appunto) impersonassero rispettivamente San Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino.

SAN GIUSEPPE A SANTA CROCE CAMERINA

A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la tradizione viene portata avanti da molti secoli e in particolare dal 1832 quando il barone Guglielmo Vitale assegnò una rendita di tre vignali per la festa.

Oltre le celebrazioni religiose e le cene allestite nelle varie case, si svolge un’asta il cui ricavato serve a mantenere le spese della festa e ad aiutare i bisognosi. Per questa occasione si effettua una questua in cui la gente offre capi di bestiame, doni alimentari o di altro genere che verranno venduti al migliore offerente.

Le famiglie o i gruppi di persone che preparano gli altari di San Giuseppe fanno attenzione ad arricchire il più possibile la tavolata con stoffe pregiate, ricami, fiori, lampade e simboli: per l’occasione si prepara u cucciddatu, un grosso pane di forma circolare e raffigurante a varba i San Giuseppe, o ancora il bastone, le iniziali del nome del Santo o altri simboli religiosi. Al centro dell’altare il quadro della Sacra Famiglia è adornato da grano germogliato e da frutta e verdure, disposti artisticamente.

In ogni caso, non è possibile consumare il cibo prima dell’arrivo dei figuranti di San Giuseppe, Maria e Gesù. Questi vengono accompagnati da una banda di suonatori, alla casa dov’ è allestita la cena, dopo aver ricevuto la benedizione in chiesa. Giunti all’ingresso, la tradizione vuole che essi bussino per tre volte e che solo alla fine venga permesso loro di accedere. Prima di consumare le prelibatezze preparate per l’occasione, il Patriarca benedice la casa e i presenti e si lava le mani in una bacinella con acqua e vino ripetendo “o’cantu, o’cantu c’è l’angilu santu: u Patri, u Figghiu e u Spiritu Santu” (Traduzione: Accanto, accanto c’è l’angelo santo: Padre, Figlio e Spirito Santo).

 

SAN GIUSEPPE AD AUGUSTA

Ad Augusta in via Garibaldi, presso la Chiesa del Santo Patriarca, si svolge la tradizionale vendita all’incanto.

Tra le aste spicca quella relativa alla vendita del vastuni i San Giuseppi. Un dolce tipico a forma di bastone, molto lungo e di grosso spessore, confezionato a base di mandorle e nocciole tostate e di miele, opera di esperti pasticcieri locali che fanno di tutto per superarsi a vicenda nel preparare il bastone più appariscente. Detta asta ebbe un’impennata di popolarità negli anni Settanta del novecento, poiché un facoltoso augustano, emigrato in America, faceva di tutto per aggiudicarselo arrivando ad offrire grossissime somme di denaro, probabilmente per un voto fatto.

La tradizione impone anche la realizzazione della ministredda i San Giuseppe, tipica minestra locale che molte massaie augustane preparano scrupolosamente, per distribuirla ai tanti poveri della città, detta anche a miniestra maritata, a voler rappresentare lo “sposalizio” tra i vari legumi.

 

 

 

 

Articolo a cura di Omar Gelsomino Foto di Salvo Sinatra

Varcando il portone di legno di via Verdumai si entra in un mondo d’altri tempi. Per grandi e piccini è come fare un salto nel passato, tornando in un’ atmosfera suggestiva. Siamo all’interno del Teatro Museo dei Pupi Siciliani dove i protagonisti indiscussi sono le marionette di Carlo Magno e i suoi paladini, tutti personaggi tratti dai romanzi del ciclo carolingio, dei Paladini di Francia e dell’Orlando Fuorioso: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Ferrau, Angelica, solo per citarne alcuni. Oltre alla collezione di pupi siciliani, vi sono armature, costumi, scenari, libri e manifesti del primo spettacolo svoltosi nel 1918. La Compagnia ha compiuto un secolo di vita, nonostante abbia interrotto l’attività nel 1989 (anno della scomparsa di Gesualdo Pepe, che fino all’ultimo sarà regista, impresario, allestitore e soggettista), per poter essere ripresa nel 1992, grazie all’intervento dei proprietari della collezione di pupi e di alcuni privati, il teatrino è stato riaperto e riportato agli splendori originari. La vivacità dei colori di acquerelli, tempere e pastelli velati da uno strato sottile di polvere ci raccontano di quest’antica cultura popolare, lì custodita, che resiste alla costante diffusione di internet e dei social. «La compagnia nacque nel 1918  e prese il nome di “Primaria compagnia dell’opera dei pupi siciliani di Caltagirone” per volontà di don Giovanni Russo – spiega Eugenio Piazza, presidente della Primaria Compagnia -. Successivamente nella Compagnia entrò Gesualdo Pepe, genero del Russo. Un giorno venne a trovarmi in laboratorio Gesualdo Pepe, sapendo che avevo un furgone, l’amplificazione e gli effetti luci, mi chiese se potevo dare una mano d’aiuto alla compagnia e da allora con loro ho girato in lungo e in largo. Alla sua morte è rimasta ai nostri figli, a cui abbiamo trasmesso questa passione. Possediamo centocinquanta pupi, appartengono alla scuola pupara catanese: si differenziano da quelli palermitani sia per le dimensioni (più alti e pesanti quelli catanesi) sia per le tecniche di fattura e movimentazioni, di tutta l’era carolingia, realizzati dal 1918 sino al dopoguerra, agli anni ‘50 e ‘60 da Salvatore Failla mentre Francesco e Angelo Cardello si dedicarono più all’armatura. Dopo ogni spettacolo i pupi necessitano di continua manutenzione, hanno bisogno di essere saldati, cuciti, di restauri periodici e trattamenti specifici del legno, le armature devono essere lucidate, ogni paladino porta un’anima dentro e con lui si muovono i valori della patria, del sacrificio e dell’amore. Ogni pupo è un attore e noi gli diamo l’anima. Il vero spettacolo,  che avviene dietro le quinte,  è compiuto dai manovratori e dalle voci narranti». In occasione del centenario della Compagnia sono stati diversi gli eventi organizzati: l’inaugurazione della Mostra museo dei pupi siciliani, spettacoli e laboratori.

La compagnia è composta da: Eugenio Piazza, presidente della Compagnia e voce; Gesualdo Pepe, (figlio di Salvatore Pepe) capomanovratore; Michele Piazza (capomanovratore), Giuseppe Piazza e Giuseppe Pepe, manovratori; Stefania Piazza, voce femminile; Giuseppa Mangano, vicepresidente della Compagnia; Rossella Pepe e Massimo Vicari, collaboratori e Franco Schiavone, segretario organizzativo spettacoli del centenario. «Continueremo a tramandare questa forma di spettacolo popolare, nelle scuole e non solo, così come c’è stata tramandata, auspicando che la Regione Siciliana si ricordi che rappresenta la tradizione e la storia della nostra terra, che non può essere dimenticata» conclude Eugenio Piazza. Dichiarata nel 2001 dall’Unesco capolavoro del Patrimonio orale e materiale dell’Umanità e nel 2008 tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità l’Opera dei pupi è un testamento culturale giunto fino ai giorni nostri e come tale va conservato e tramandato, perché assistere ad uno spettacolo significa tuffarsi nel passato della Sicilia e rivivere quelle atmosfere popolari che oramai scomparse.

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

ll Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, riunitosi dal 26 novembre al 1° dicembre 2018 a Port Louis, nelle Isole Mauritius ha iscritto “l’Arte dei muretti a secco” nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’iscrizione è comune a otto paesi europei: Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nelle motivazioni l’Unesco evidenzia che “l’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta. Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde. Le strutture con i muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali. Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione, migliorando la biodiversità e creando migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Orgogliosi di questo importante riconoscimento ci ha colpito il silenzio assordante con il quale è stata accolta la notizia in Sicilia e la comunicazione nazionale dell’evento che non cita mai come esempio il paesaggio degli Iblei, caratterizzato più che altrove dai muretti a secco.

Non vogliamo essere partecipi di queste distrazioni e rendiamo omaggio a questo riconoscimento con la copertina de “La pietra vissuta – Il paesaggio degli Iblei” di Mario Giorgianni, con un saggio di Rosario Assunto e le foto di Giuseppe Leone, edito da Sellerio Editore Palermo nel 1978.

Questa preziosa pubblicazione segna una pietra miliare nel far conoscere al mondo della cultura italiana l’essenza del paesaggio degli Iblei tramite le foto di Giuseppe Leone e trovo anticipatore di questo riconoscimento Unesco il saggio introduttivo – Iniziazione a un’altra Sicilia – del “filosofo delle forme” Rosario Assunto. “Per un convinto assertore dell’estetica del paesaggio le immagini fotografiche per le quali l’amico Giorgianni mi ha fatto l’onore di chiedere un commento teorico, hanno un interesse che non esito a definire di prim’ordine. Basterà, infatti, che uno le osservi con un minimo di attenzione per trovare in esse la conferma documentaria alla esteticità del paesaggio come oggetto di contemplazione vissuta (nel senso che contemplare il paesaggio fa tutt’uno col viverlo)”.

Furono i contadini i primi a costruire i muri a secco, utilizzando le pietre che venivano fuori dalla terra con l’aratura, per recintare i propri terreni e realizzare le chiuse dove alternare seminativi e pascoli. Successivamente nacquero i mastri del muro a secco, con i quali la tecnica di costruzione raggiunse il punto di raffinatezza che conosciamo e ammiriamo. Di questi mastri, Gesualdo Bufalino ne “Il sudore e la pietra” scriveva: “Li rivedo, questi eroi di rade e grevi parole, seduti ai quattro capi d’un tavolo per una partita di briscola; o fuori, sui marciapiedi estivi, a prendere il fresco che saliva dalle cantanti cannelle della fontana di Diana. Erano, ma io non lo sapevo né lo sapevano loro, i superstiti esemplari di una razza moribonda, i rappresentanti supremi d’una civiltà della bottega che presto sarebbe scomparsa o si sarebbe traviata in forme utilitarie e robotiche”. Fortunatamente i mastri di muri a secco non sono scomparsi e possono tornare protagonisti di quel restauro del paesaggio di cui scriveva Rosario Assunto né “La pietra vissuta”: “semplice restauro conservativo”. I muri a secco segnano la cultura iblea e sono parte della bellezza del suo altopiano che insieme allo splendore del barocco, all’armonia tra città e campagna e ai tanti prodotti di queste chiuse – il carrubo, il formaggio ragusano, l’olio Monti Iblei, il vino Cerasuolo di Vittoria, il cioccolato di Modica, il fagiolo “cosaruciaru” di Scicli e la cipolla di Giarratana – possono rilanciare il turismo e lo sviluppo di questa terra e continuare a far vivere le sue pietre.

 

 

 

Articolo di Omar Gelsomino Foto di Tony Zecchinelli

É una bellezza mediterranea dal sorriso coinvolgente. Catanese di nascita ma romana d’adozione Ornella Giusto, attrice e poeta, dopo aver frequentato il Conservatorio Teatrale Cinematografico ha proseguito gli studi teatrali per la sua formazione artistica con importanti attori e registi, italiani e stranieri. Il suo debutto arriva con un cameo nel film Malena di Tornatore, poi con Virzì, Greco, Tambasco, Gibson e Porporati sino alle serie tv di grande successo, come “L’attentatuni”, “Soldati di pace”, “La Squadra VIII”, “Distretto di Polizia 8”, “Ris 6” e “Il Commissario Montalbano 10 e 11”. Altrettanto importanti i ruoli interpretati in teatro. Ornella Giusto si descrive «come una persona umile, caparbia e ambiziosa, con una grande forza interiore. Amo il mio lavoro e lo faccio con grande amore e dedizione. Mi dicono che ho una forte empatia, mi metto nei panni degli altri perché riesco a lavorare su me stessa ed entro facilmente nell’animo delle persone perché penso che gli altri siano il tuo specchio che ti aiutano a crescere, a maturare». Ben presto si accorse che la recitazione sarebbe stata la sua passione «Dai tempi dell’Accademia ho capito che questa sarebbe stata la mia professione, per cui ho studiato molto, mi sono tenuta sempre informata, ho seguito dei seminari, convinta che dovessi imparare il più possibile e che il percorso sarebbe stato difficile. Lo capii ancora di più, nel 2009, quando decisi di autoprodurmi con tutte le difficoltà  del mondo, lì ho scoperto le mie potenzialità, la rabbia e la mia testardaggine mi hanno dato la forza di tirar fuori il meglio di me, di essere imprenditrice di me stessa». L’abbiamo vista interpretare al meglio diversi ruoli al cinema e in televisione ma lei ribadisce «Mi sento a mio agio sia al cinema, che in teatro che in tv. Per un attore il teatro è una grande palestra, il teatro ti forma, ti dà emozioni forti. Mi piace tutto ciò che mi porta a lavorare su me stessa e soprattutto ad emozionare le persone. Mi lego sempre ai personaggi che interpreto, l’importante è fare arrivare tutto di un personaggio, ogni personaggio l’ho sempre vissuto con grande amore». Un’artista a tutto tondo, anche poeta, tanto che alcuni anni fa ha pubblicato una raccolta di versi, “Il rumore dell’anima”, interpretata poi a teatro. «È dedicato ai miei silenzi. La passione per la poesia nasce in un momento particolare della mia vita, quando ero più ragazzina, i miei genitori si erano separati, vivevo i primi amori e le prime emozioni. Non ho mai avuto paura di esternare i miei sentimenti, di ciò che vivo dentro di me perché ho bisogno di sentirmi continuamente viva, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Sono una persona molto empatica, ho bisogno di queste cose perché mi nutro di tutto questo. Vitamine per l’anima e per lo spirito. Pubblicai questo libro perché avevo voglia di far conoscere, sia nel mio ambiente che fra gli amici, realmente chi fossi». Più volte in teatro ha portato in scena spettacoli dedicati a Verga e Bellini riscuotendo grande successo. «Sono legata a loro perchè oltre ad essere catanesi sono due passionali, sono rimasta molto affascinata dalle loro lettere, documenti attraverso cui puoi conoscere meglio un artista, da lì ho fatto delle ricerche per arrivare ad un lavoro che non era stato fatto prima, parlare di loro non solo come artisti ma come uomini». Dal lunedì al venerdì pomeriggio è possibile vederla nel cast della nuova serie de “Il Paradiso delle Signore Daily” su Rai 1. «Sono felice di respirare di nuovo l’aria del set dove interpreto il ruolo di Rosalia Caffarelli, la migliore amica di Agnese Amato (interpretata da Antonella Attili), mamma di Antonio, Salvatore e Tina. Un ruolo che mi sta dando la possibilità di esprimermi al meglio, cercando di dare sempre più anima al personaggio che sto interpretando». Non resta che augurare alla bella Ornella Giusto un futuro colmo di ulteriori successi. 

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Sergio Rotondi

A Piano D’Api, una frazione di Acireale, c’è una storia da raccontare. Una storia fatta di amore, passione e voglia di riscatto. A maggior ragione da quando il terremoto di Santo Stefano ha sconvolto, non poco, la realtà e le vite dei suoi abitanti. Parliamo della Cartera Aetna, una piccola cartiera in cui la lavorazione della carta viene fatta da sapienti mani, secondo vecchi procedimenti, che è andata distrutta. 

«Sono un figlio d’arte – dichiara Stefano Conti -. Mio padre (Franco, ndr), nato a Fabriano, nella patria della carta, venne in Sicilia nei primi anni ’60 e lavorò come direttore di stabilimento in varie industrie cartarie sul litorale jonico, prima di dedicarsi allo sviluppo delle carte speciali fatte a mano e creare una prima cartiera nel 1974 e poi nel 1990 si spostò in questo casale. Sin dalla mia infanzia, ho sempre vissuto tra i fogli e i miei più antichi ricordi sono sempre associati a questo mondo fatto di carta. Mio padre è morto quasi sette anni fa e da allora continuo il nostro lavoro. Per me è stata una naturale conseguenza vivere di carta, non è neanche un lavoro ma un modo di vivere, credo che non riuscirei a fare nessun’altra cosa perché ho sempre fatto solo questo. Il mio modo di produrre la carta riprende quello utilizzato dagli arabi 1.000 anni fa e ancor prima di loro dai cinesi 2.000 anni fa, unendo la tradizione all’ausilio di qualche macchinario più moderno – continua Conti -. Adopero come materie prime soltanto pura cellulosa di cotone, acqua delle falde dell’Etna, che ha una composizione particolarmente adatta alla produzione di carte di pregio, e un giusto dosaggio di colle e pigmenti naturali, che danno alle mie carte delle caratteristiche uniche. Il differente dosaggio di questi “ingredienti” mi consente di realizzare varie tipologie di carta adatte a tutti i tipi di interventi artistici: acquerello, incisione d’arte, disegno, edizione d’arte, stampa fotografica, ecc. La produzione a mano mi permette facilmente di creare fogli di diversi formati, dimensioni e grammature difficili da reperire altrove, come ad esempio 1,10 mx1,70m, oppure 2mx3m. La mia cartiera è sempre stata un punto di riferimento per tanti artisti italiani e stranieri». Una carta così pregiata tanto che, fra gli anni ‘80 e ‘90, è stata utilizzata dalla Regina Elisabetta e dal Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, per i quali fu creata un’apposita carta intestata con filigrana personalizzata, dal Vaticano e da Papa Wojtyla, che commissionarono la carta per realizzare l’Evangelario moderno. «Da un momento all’altro mi sono ritrovato senza una casa in cui vivere e senza il mio amatissimo lavoro. Nonostante ciò, devo essere grato alla vita in quanto io e la mia compagna siamo vivi soltanto perché quella notte non eravamo in casa – conclude Conti -. Adesso bisogna capire cosa si è salvato della cartiera, perché ancora è coperta dalla macerie, i tempi della macchina burocratica si muovono a rilento. Bisogna ricostruire in quel posto perché lì c’è la mia vita, i miei ricordi, la presenza di mio padre sempre con me, ho la mia casa perché vivevo e lavoravo lì, tutta la mia vita è lì. Se poi ci saranno delle situazioni pratiche che non permetteranno di ricostruire li allora si troverà qualche altra soluzione, per questo ho cercato aiuto, andando in tv, di sensibilizzare quante più gente possibile, per accorciare i tempi, perché semmai arriverà qualche fondo arriverà fra qualche anno e io non posso aspettare».

Già, la Cartera Aetna, rappresenta una delle ultime realtà in cui si produce carta a mano in puro cotone, ed è un gioiello della tradizione artigianale italiana, un patrimonio artistico e culturale che non deve assolutamente andare perduto così come “il sapere” di Stefano Conti, uno degli ultimi mastri cartai d’Italia, che a pieno titolo potrebbe essere iscritto nel Libro dei Tesori Umani Viventi. È necessario il sostegno di tutti, soprattutto delle Istituzioni, contribuendo alla raccolta fondi lanciata su Facebook “Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna” per fare in modo che questa tradizione possa continuare.

“Sosteniamo la ricostruzione della Cartera Aetna”

per fare in modo che questa tradizione possa continuare

 

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Il Boliviano

Giarratanese di origine, Massimo Garaffa è l’unico uomo orchestra del Meridione. Vive a Ragusa con la sua splendida famiglia e ha una missione: rendere gloria alla Sicilia tramite la sua musica.

Dopo l’esperienza a La Corrida, su Rai Uno, si prepara a coronare il sogno del suo primo album, frizzante e travolgente, come ogni sua esibizione del resto.

Quando inizia la tua passione per la musica?

«A dodici anni come autodidatta con la chitarra classica. Crescendo ho iniziato a suonare altri strumenti: dal basso elettrico al contrabbasso a tre quarti. Nel tempo ho coltivato questa passione prendendo parte a numerosissimi gruppi musicali».

Come nasce l’idea dell’uomo orchestra?

«L’idea nasce dopo aver visto il film “Totò le Mokò”. In questa storica pellicola il bravissimo Totò suona più strumenti autonomamente divertendo i bambini attorno a lui. Ho deciso così di provarci anch’io».

Da cosa è composta la tua mini orchestra e chi l’ha costruita?

«È uno strumento artigianale, l’ho costruita io e le ho pure dato un nome: MusicArredo. Essa è costituita da un mixerino a batteria 9 volts e da una trombetta della bici, il campanello della reception, una trombetta bimbi, il kazoo modificato, la “sampugna” siciliana, il microfono, il cestello a pedale, la chitarra e, infine, sul braccio destro ho collegato tramite il filo dei freni della bicicletta il tamburo a cornice e il campanaccio».

Insomma, suoni dieci strumenti contemporaneamente. Fantastico! C’è un segreto per fare bene tutto ciò?

«Sicuramente è necessario saper coordinare ma è indispensabile avere grinta e brio. Bisogna divertirsi per divertire».

E tu hai fatto divertire il numeroso pubblico de La Corrida nella puntata del 22 maggio 2018. Ci racconti l’emozione di quel momento?

«Indescrivibile (sorride, ndr). Ero molto concentrato e tanto emozionato. La mia esibizione prevedeva il medley di sette canzoni. Giunto al terzo brano ho iniziato a sentire gli applausi del pubblico. È stata un’emozione grandissima, e poi, ci tenevo a mantenere la tradizione di famiglia… ».

Quale?

«Mio padre, nel 1992, partecipò a “La Corrida” di Corrado aggiudicandosi il secondo posto. Lui fischiando con le dita intonò “Vitti Na Crozza” e “Il Carnevale di Venezia”. Insomma da padre in figlio, legati dalla musica e dall’amore per la nostra terra».

La Sicilia, infatti, oltre ad essere la tua terra, è anche protagonista della tua musica. Possiamo dire che è anche la tua musa ispiratrice…

«La Sicilia ha una tradizione musicale vastissima e bellissima. Io mi pregio di riproporre alcuni brani e scriverne altri. Porto la Sicilia nella mia musica perché ho la Sicilia nel cuore. Nel 2020 sono stato invitato in Florida a partecipare all’evento degli One Man Band mondiali: anche lì avrò modo di rappresentare e raccontare la mia terra».

Sta per uscire il tuo primo album. Di che si tratta?

«Sono dieci brani, quasi tutti siciliani. Il titolo è “Gilusu Siciliano”. È un album autoprodotto che parla delle bellezze della nostra terra: dalle bontà culinarie alle caratteristiche del popolo siciliano. Da ascoltare e, perché no, ballare!».

La tua esibizione è visualizzatissima sul web…

«Sì, migliaia di visualizzazioni e tanti complimenti. Ultimamente anche il programma Blob, su Rai 3, utilizza pezzi della mia esibizione per intervallare discorsi politici o altro. Posso ritenermi soddisfatto oltre che fortunato: ho una splendida famiglia, un lavoro come magazziniere e una passione stupenda che mi porta a omaggiare la Sicilia con la musica oltre che col sorriso sempre stampato sulle labbra!».