Articolo di Irene Novello,  Foto di Andrea Raiti

“L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”. Questa è la riflessione che fece Goethe, arrivato in Sicilia, durante il suo viaggio in Italia verso la fine del Settecento. Tra le città siciliane che visitò ci fu anche Agrigento e la Valle dei Templi che offre uno straordinario patrimonio paesaggistico e monumentale con i resti dell’antica colonia greca, all’epoca chiamata Akragas. Fondata nel 582 a.C. da coloni provenienti da Gela e da Rodi, fu una delle colonie greche più importanti della Sicilia. Costruita su un altipiano protetto a nord dal colle di Girgenti e dalla Rupe Atenea, sede dell’acropoli, a sud dalla Collina dei Templi, e delimitato ai lati dai fiumi Akragas e Hypsas che verso sud confluiscono in un unico corso d’acqua alla cui foce vi era l’antico porto della città. Durante la tirannia di Terone (488-471 a.C.) e la democrazia del filosofo acragantino Empedocle (471-406 a.C.) la città raggiunse fama e potenza. In questo periodo vengono costruiti i santuari dorici sulla Collina dei Templi. Il conflitto con i Cartaginesi segnò la fine dell’epoca di benessere della colonia e nel 406 a.C. Akragas fu distrutta. Tra il 338-334 a.C. la città vive una nuova fase di sviluppo con l’arrivo dei coloni greci guidati dal condottiero Timoleonte. Con le guerre puniche fu la base dei Cartaginesi contro i Romani che nel 210. a.C. conquistarono la città e cambiarono il nome in Agrigentum. Durante l’epoca cristiana sulla Collina dei Templi sorsero cimiteri e chiese, alcune di queste ricavate dalle strutture degli antichi templi, com’è il caso del Tempio della Concordia che insieme al Partenone (Acropoli di Atene), è considerato il tempio dorico meglio conservato al mondo. L’edificio sacro deve il suo nome a un’iscrizione latina con dedica alla Concordia Agrigentina, rinvenuta nelle sue vicinanze ma non connessa all’edificio sacro. Costruito tra il 440 e il 430 a.C. in calcarenite locale, il basamento poggia su quattro gradini, ha sei colonne sui lati brevi e tredici colonne sui lati lunghi. L’interno è articolato in tre vani: il pronao (l’atrio d’ingresso), la cella (la sede della statua di culto) e l’opistodomo (il vano posteriore dove erano conservate le suppellettili utili ai riti). La struttura era rivestita da uno strato di intonaco bianco decorato con elementi policromi. Il tempio è giunto a noi in ottimo stato di conservazione, perché fu trasformato in basilica cristiana verso la fine del VI secolo d.C.; il vescovo Gregorio lo consacrò ai Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Nell’829 la città è conquistata dagli Arabi, all’epoca i quartieri residenziali erano già arroccati sul colle di Girgenti (dall’arabo Gergent), dove oggi si estende l’odierno abitato di Agrigento. Nel 1089 la città cade sotto il dominio dei Normanni.

Agrigento con la Valle dei Templi racchiude in sé l’importanza storica di un’antica città, il Parco offre uno scenario unico dichiarato nel 1997 Patrimonio Mondiale dell’Umanità. È uno dei siti archeologici del Mediterraneo più grande al mondo che ancora oggi non smette di regalare meraviglie. Una delle scoperte più recenti è quella del teatro ellenistico, individuato nell’ottobre del 2016, ancora in fase di studio e di ricerca, era rivolto verso il mare e la Valle, aveva un diametro di oltre cento metri.

Agrigento stupisce meravigliosamente agli occhi dei viaggiatori, definita da Pindaro “la più bella tra le città dei mortali”, terra florida di cultura che ha dato i natali a Pirandello, è oggi tra le dieci città finaliste candidate per il titolo di Capitale della Cultura 2020. La città ha superato in finale le altre ventuno candidate. Le finaliste dovranno presentare un progetto che interesserà l’offerta culturale con l’obiettivo di migliorare la coesione sociale, la creatività, l’innovazione e lo sviluppo economico dell’intera collettività. Il progetto sarà realizzato dalla città vincitrice, con un contributo statale di un milione di euro.

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Alessandro Pensini

Bellissima, solare e dalla risata contagiosa. Parliamo di Roberta Caronia, palermitana, giovane attrice di talento.

Dopo l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” è iniziata la sua esperienza teatrale recitando con i più importanti attori teatrali come Giorgio Albertazzi e Dario Fo, ma non sono mancati importanti successi al cinema e in tv. Tanti in questi anni i riconoscimenti più recenti per questa sua straordinaria bravura: Premio Assostampa Teatro nel 2009 per l’interpretazione di Antigone in “Edipo a Colono” di Daniele Salvo, nel 2011 vince la Menzione speciale al Terre di Siena Film Festival per il film di Samuele Rossi “La Strada Verso Casa” e si è aggiudicata il Premio Virginia Reiter 2017, un riconoscimento alla più apprezzata giovane attrice italiana dell’ultima stagione teatrale. Senza dimenticare il successo della fiction “I fantasmi di Portopalo” con Beppe Fiorello e gli spettacoli teatrali “Il Berretto a sonagli” per la regia di Valter Malosti. Andiamo a scoprire quali sono gli impegni professionali di quest’anno.

 

Chi è Roberta Caronia?

«Sono una donna, un’attrice e una mamma. Tre cose che spesso faticano a stare tutte insieme ma facciamo del nostro meglio… Sono una persona emotiva e questo a volte mi limita ma altre volte mi consente di accedere a degli angoli di interiorità con facilità. Credo che nel mio lavoro sia un dono».

 

Com’è nata la passione per il teatro?

«È nata ai tempi del liceo, a Palermo, nella mia città natale. Andavo spesso al Teatro Biondo, rimasi folgorata e così decisi di iscrivermi al laboratorio di teatro della mia scuola».

Come definiresti il teatro?

«Lo immagino come un campo magnetico, dove scorrono energia e sensibilità, una realtà dove tutto è possibile, dove si possono vedere e “sentire” cose che non esistono ma che sono vere e autentiche allo stesso tempo».

 

Quanto è stata importante la gavetta?

«Fondamentale e dura. Mi ha spinto a “volere fortemente” questa professione. Se avessi dovuto interpretare certi ruoli subito dopo l’Accademia, forse sarei stata un’attrice meno consapevole».

 

Fra teatro e tv cosa preferisci? Perché?

«Non c’è una scelta. Sono due approcci diversi… Due modi diametralmente opposti di dosare le energie. Il teatro è un godimento totale, immediato, un fluire potente e si nutre degli occhi del pubblico, del “qui e ora”. La telecamera mi spinge a cercare una maggiore precisione nel sentimento. Due diverse strade di sperimentazione della credibilità».

 

Qual è il tuo rapporto con Palermo e la Sicilia?

«Non vivo in Sicilia da quando avevo diciotto anni. Eppure è il cordone ombelicale mai reciso. Il liquido amniotico che ti culla. A Palermo poi c’è la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella ai quali sono molto legata».

È difficile fare l’attrice?

«Molto difficile. Diventi tu stessa il tuo strumento di lavoro. Il tempio della tua arte sei tu. Ogni vittoria sarà una gratificazione enorme ma ogni “no” che riceverai sarà un rifiuto personalissimo. Devi essere in grado di amare questa fragile unità per fare l’attrice».

 

Cos’è per te la sicilianità?

«Spontaneità, coraggio, energia e intelligenza sottilissima. Così io vedo i miei conterranei».

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«A febbraio andrà in onda una nuova serie targata Rai, tutta ambientata in Sicilia: “Il Cacciatore” per la regia di Lodovichi e Marengo. Ripercorre le vicende che seguirono dopo le stragi eccellenti del ‘92. Verrà trasmessa su Raidue. Sarò tra i protagonisti e interpreto un ruolo molto complesso per me: la moglie di Leoluca Bagarella, Vincenzina. È un personaggio dalla biografia enigmatica e da palermitana, l’ho sentito come un compito forte».

 

In questo nuovo anno in cosa sarai impegnata?

«In primis il grande amore: teatro. Da febbraio sarò nuovamente in scena nel monologo “Ifigenia in Cardiff” di Gary Owen, con cui ho vinto il Premio Reiter. È uno spettacolo che segna un piccolo traguardo per me… sola in scena per più di un’ora… e sono felice di poterlo portare finalmente anche a Roma, la città in cui vivo».

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Giorgio di Fini

Inserita tra i 20 top manager della comunicazione italiana, Barbara Mirabella è una donna intraprendente, una moglie attenta, mamma presente di due bellissimi bambini che vive e lavora tra Roma e Catania e che, con accanto il fratello Marco, vanta un team 99 per cento al femminile.

 

Lei è definita la “Signora degli eventi”, in particolare del settore wedding.

«I nostri eventi rispettano gli standard delle più note fiere nazionali e internazionali. “Sposami”, ad esempio, sta sul podio da quasi 15 anni. Un fatto importante che ci ha imposto ed educato a fare la comunicazione in modo globale, oltre i confini dell’Isola. È così che è nata nel 2011 Luxury Press, l’agenzia di PR, ufficio stampa e comunicazione integrata che cura l’immagine in Italia e nel mondo delle nostre fiere e non solo».

 

Qual è il segreto di questo successo sempre in crescita?

«Se le nostre fiere hanno il valore aggiunto è perché abbiamo le migliori aziende siciliane. Ogni anno selezioniamo i partner e gli standisti più in linea con la mission degli eventi firmati Expo».

Non lascia spazio a fraintendimenti la manager catanese, founder di Expo, azienda leader nel panorama delle fiere e dei grandi eventi, consulente delle migliori aziende siciliane e italiane, come organizzazione eventi e come ufficio stampa, PR e marketing, anima e cuore del settore wedding in Sicilia e non solo.

Con “CamBIOvita Expo”, la più giovane delle sue fiere, in programma a “Le Ciminiere” di Catania dal 27 al 29 aprile 2018, è entrata con “prepotenza” anche nel mondo del bio e del sano vivere con un progetto fieristico che ha fatto innamorare tutti gli addetti ai lavori d’Italia, chef, associazioni, aziende.

Abitare e costruire ecosostenibile. Viaggiare per scoprire una Sicilia ancora in gran parte green, organizzare eventi bio ed eco, vivere in armonia con la natura, indossare abiti ecologici, scoprire le innumerevoli eccellenze dell’enogastronomia regionale. Tutto il mondo del vivere sano e naturale sarà interpretato ed esplorato anche in occasione della terza edizione.

E poi c’è “Expo Bimbo”, che non è più tanto “bambino”. L’ultima edizione ha spento ben 10 candeline, ed è il Salone dedicato alle mamme, future mamme e bambini da zero a 12 anni.

«A Sposami, appena conclusa, l’amore ha viaggiato su dieci mila metri quadri di superficie per nove giorni, senza sosta. I corridoi della nostra fiera si sono trasformati nel Paese delle Meraviglie per le coppie grazie agli allestimenti, alla cura dei dettagli degli stand, allo stile della fiera, alla qualità dell’offerta, all’innovazione nei giochi e nei concorsi, ai premi, che sono un credo imprescindibile della nostra manifestazione».

In un altro periodo strategico, l’autunno, segue “Wedding and Living”, la preview per il 2019, strutturata con una formula week-end veloce, delle tendenze della nuova stagione, wedding e arredo casa. La fiera aprirà la stagione dei saloni d’autunno dal 5 al 7 ottobre 2018.

 

Qual è il valore aggiunto dei saloni firmati Expo?

«Il nostro obiettivo rimane garantire pedonabilità a target e lo facciamo con la massima cura dei dettagli. Gli standisti vengono seguiti passo passo nella promozione del loro brand e inseriti in un circuito capace di fare rete con tutto il network della fiera. Amiamo la fiera perché, per noi, è sinonimo di piazza: è nell’agorà che misuriamo il mercato verificandone l’appeal. Fare fiera non è mettere solo insieme degli stand, ma avere e dare una visione di marketing, anche territoriale, riconoscibile, capace di generare un indotto positivo».

 

Un sogno nel cassetto?

«Ho avuto il privilegio di dirigere, per 7 anni, un centro fieristico e ogni volta che torno a “Le Ciminiere” sento forte la certezza che il nostro lavoro sia allineato ai più alti standard nazionali ma anche l’amarezza di sapere che il valore turistico ed economico del settore non è ancora stato recepito pienamente dalle istituzioni. Per questo stiamo lavorando ad un ambizioso progetto che tuteli l’intero comparto fieristico e congressuale e il suo immenso indotto sul territorio».

Articolo di Titti Metrico,  Foto di Mario Traina

Nonostante sembri una parola pesante, dal suono bruto e aggressivo, in realtà il cuturro, è un piatto tanto antico quanto nutriente. Si prende del grano duro (preferibilmente siciliano), si macina a mano sulla pietra lavica dell’Etna, così come i Maya macinavano il loro xocolatl (il cacao, fonte di vita) e gli Africani il sorgo (seme selvatico fondamento dei popoli). Poi si bagna con l’acqua, si cuoce sulla legna, si fa bollire e si attende finché non addensi. Il cuturro è una vera e propria polenta, dal latino pulmenta, cereale macinato in polvere. Di questo si tratta quindi. Solo che noi siciliani la mangiamo da molto più tempo, prima che i settentrionali accogliessero il mais sulle loro tavole. Chi sarebbero quindi i veri “polentoni”?

È un cibo povero, di campagna, fruttuosissimo. Eh sì, perché da 250 grammi di grano macinato si ottiene più di un chilo di cuturro che riesce a saziare per bene gli appetiti di almeno tre persone. Se poi si volesse osare, la tradizione contadina ci insegna che tra le provviste della campagna possiamo trovare un complemento gustativo e nutrizionale più che nobile nell’olio d’oliva e nella ricotta. Per un piatto da campioni, da atleti, da lavoratori. Senza orli e merletti ma pieno di sincerità, quella sincerità che nutre davvero; la pancia, il cuore, le papille gustative. Personalmente credo che l’alta cucina risieda nella profonda conoscenza delle materie prime e nel rispetto che bisogna avere nel trasformarle, nel guidarle verso una loro forma più educata rispetto a come natura ce le presenta. Nessuno tra noi mangerebbe del grano crudo credo, serve quindi un mediatore, il cuoco, a metterci in relazione con l’ingrediente. Ingrediente di sussistenza e ingrediente di gola, di piacere. Questi concetti si legano inestricabilmente nel momento in cui si guarda con mente aperta alla produzione agricola dell’Isola. Ricchissima, potentissima, raffinatissima. E poi c’è la tradizione, non quella “antica” o “della nonna”, “di una volta”. La tradizione delle genti che si sono nutrite in maniera equilibrata, che hanno lottato per riuscire a farlo, e che hanno con disperazione cercato e trovato l’incredibilmente buono dietro al purtroppo necessario. Non ci vuole nulla oggigiorno a proporre un cibo umile sul menù quadristellato di un ristorante in voga e farne tesoro. Nulla da biasimare se da questo possa partire un’ondata di sostegno alla cultura gastronomica, alla produzione agricola di certi prodotti.

«È importante riconoscere i falsi d’autore», ci dice Mario Traina, catanese girovago, classe 1982, un cuoco formatosi sotto l’ala dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (CN). Amante dei cibi semplici e delle materie prime genuine, porta avanti progetti didattici all’interno della Piazza dei Mestieri di Catania, una scuola che coniuga la rivalutazione delle comunità locali tramite i “mestieri del cibo”. Nel frattempo è impegnato in una ricerca eco-gastronomica e nella produzione di progetti eterogenei che coniughino sempre, natura, pancia e cuore. «Il cuore nel piatto batte solo quando l’anima del cuoco è sincera – continua Traina -. E l’anima del cuoco è sincera solo quando questa si innamora veramente e fatalmente del lavoro che compie tramite le mani, passando dalla testa. Quanti cuochi. Quante invenzioni. Quanti geni. Ma mi chiedo io, quanti amanti? Amare, cucinare, conoscere, condividere. A cosa serve la tavola imbandita se il cibo è sterile? Meglio partire da cibo fertile, per il corpo, per la mente e per l’anima. L’anima è emozione. L’emozione ci cambia la vita. Ripartiamo dalla base più terrosa che conosciamo. E portiamo un amico con noi. E poi un altro. E così via scaturirà un riappropriarsi del buono, del giusto, del bello, a lunghissimo termine».

Il cuturro è un cibo che spiega tutto questo nella forma di un preistorico pastone marrone di grano e acqua, materia grezza, rude, ma buona. Digerito l’immateriale però, i nostri occhi vedranno solo bellezza.

 

 

 

Articolo di Alessandra Alderisi, Foto di Gianfranco Guccione

L’altopiano ibleo è punteggiato da ulivi e carrubi, è decorato da muri a secco, ha colori cangianti che scandiscono lo scorrere delle stagioni. Qui, lasciando i vostri occhi liberi di perdersi all’orizzonte, verso il Mar Mediterraneo, il tramonto è il momento più emozionante della giornata. Ha toni caldi e sfumature irripetibili che accompagnano ogni sguardo all’imbrunire colmando la vista con un panorama di rara bellezza. E proprio qui, tra il Barocco e il mare,  sorge il “Poggio del Sole Resort ”, struttura ricettiva di respiro internazionale, che trova il suo valore aggiunto in un’ospitalità concepita come ventaglio di servizi a 360 gradi.

«Da quando è entrata a far parte dell’Unesco, Ragusa si è finalmente imposta all’interno dei circuiti turistici nazionali e internazionali – ci spiega il direttore Marco Nuzzarello -. Questo ci ha offerto il vantaggio di intercettare un nuovo segmento del mercato turistico, ma ci ha dato al tempo stesso una grande responsabilità: promuovere, tutelare e consolidare l’immagine del nostro territorio sia in Italia, sia all’estero. Curare nei minimi dettagli l’ospitalità, puntando al servizio e alla professionalità, diventa, quindi, un obiettivo imprescindibile sia per noi, sia per tutti gli operatori del settore, perché non sono solo l’accoglienza e le proposte di una struttura a rendere appetibile una meta, ma anche i servizi, le specialità enogastronomiche, gli eventi, le bellezze paesaggistiche e monumentali che può offrire una città».

E per i servizi legati all’ospitalità il “Poggio del Sole Resort” è senza dubbio un’eccellenza iblea che investe costantemente nella formazione di un personale qualificato e nella struttura stessa, una villa padronale sapientemente ristrutturata, per migliorare l’esperienza di fruizione da parte del turista. Al suo interno sono presenti: l’hotel, con camere e suite elegantemente arredate e dotate di tutti i comfort, il centro benessere “Ibisco”, rifugio ideale per rigenerare corpo e mente, sale polifunzionali in cui è possibile organizzare meeting e congressi, spazi che si adattano a tutti i tipi di eventi come matrimoni, banchetti, compleanni, lauree e qualsiasi altra occasione speciale da festeggiare in una cornice dal fascino unico. «Con l’arrivo dello chef Dario Di Liberto e della sua cucina contemporanea – continua il direttore Nuzzarello – abbiamo voluto imprimere al servizio legato alla ristorazione un’identità territoriale forte che riuscisse a essere anche aperta alle influenze provenienti dal resto del mondo. Una cucina gourmet, siciliana, ricercata, attenta alla stagionalità e alla qualità delle materie prime che siamo sicuri diventerà uno dei capisaldi della nostra ospitalità».

Per un soggiorno lungo, per un week end fuori porta, per un meeting aziendale, per una cena speciale, per un evento da ricordare, il “Poggio del Sole Resort” è il posto che fa per voi se volete immergervi tra i sapori, i profumi e i colori della nostra Isola.

Articolo di Alessandra Alderisi, Foto di Samuel Tasca

Lui è un giovane chef emergente, la cui carriera, iniziata a soli 14 anni con gli stage durante le vacanze estive, è costellata da esperienze importanti che lo hanno portato lontano dalla Sicilia ma che non sono mai riuscite a spegnere il desiderio di tornare a casa. Così, dopo l’esperienza al “Four Season” di Milano tra le file della brigata dello chef Sergio Mei, Dario Di Liberto, originario di Caltagirone, approda a Marina di Ragusa con il suo ristorante “Tocco”, un nome che è un omaggio a uno dei giochi che faceva da bambino e che rispecchia nella sua semplicità e immediatezza la visione di una cucina che segue delle regole ben precise ma che lascia al tempo stesso spazio a quella creatività che non la rende mai ripetitiva. Nel 2010 lo chef, insieme alla compagna Gloria, si trasferisce in città portando “Tocco” all’interno dell’Hotel Montreal. Dallo scorso ottobre Dario Di Liberto ha accolto all’interno del suo percorso professionale una nuova avventura siglando una partnership con “Poggio del Sole Resort” che propone un ristorante gourmet, un ristorante informale con pizzeria, un lounge bar, due sale per banqueting, meeting ed eventi. Allo chef non resta quindi che dare il suo personalissimo “tocco” alla ristorazione della struttura ricettiva ragusana. Qui siamo andati a trovarlo per scoprire quali ricette proporrà in vista della Pasqua. Appena entrati in cucina siamo rimasti stupiti e affascinati dalla composizione dei piatti, frutto di una ricerca costante che esalta non solo l’equilibrio tra i sapori ma anche quello cromatico.

 

Dario, quali piatti del tuo menù non possono mancare a tavola per Pasqua?

«Sicuramente l’agnello. Il piatto che vi ho appena cucinato non ha ancora un nome ma lo definirei come un “Agnello in campagna” perché è accompagnato da verdure di campo: bietole, asparagi, favette e piselli. La loro dolcezza contrasta armonicamente con le fave di cacao che donano alla ricetta una nota tostata. A completare il piatto si aggiungono la morbidezza della ricotta ovina, il gusto deciso del Piancentino ennese e gli immancabili odori delle erbe aromatiche. E dato che la Pasqua profuma di primavera, una ricetta a cui sono molto legato e che mi piace riproporre è il “Carciofo porchettato”, un concentrato di ingredienti di stagione, pensato per portare in tavola tutto il calore e il buon umore della convivialità. È farcito con patate agli aromi, pancetta tagliata a coltello e provola ragusana. Lo servo su una base di crema ai topinambur e lo completo con la misticanza e dei listelli di tartufo nero. Naturalmente non possiamo di certo farci mancare le uova pasquali. Per gli amanti del cioccolato abbiamo pensato a due versioni, una con mandorle e pistacchio, l’altra con i frutti rossi, per chi preferisce, invece, i sapori più freschi e fruttati ne abbiamo studiata una in cui la mousse al limone incontra la purea di mango».

 

Quali sono i tuoi progetti per la ristorazione all’interno del “Poggio del Sole Resort”?

«Seguirò sia il ristorante gourmet, punta di diamante della struttura, dove porterò la mia cucina, sia l’osteria dove proporrò invece piatti più semplici legati alle ricette del territorio. Inoltre, gestirò anche il comparto pizzeria in cui mi divertirò a creare pizze particolari rivisitando piatti tradizionali, come le “sarde a beccafico”, e inserendo prodotti locali di alta qualità come la mozzarella di bufala e il tartufo di Palazzolo. Tutte le ricette seguiranno la stagionalità degli ingredienti iblei. Con grande cura studierò i menù ideali per i banqueting e per ogni tipo di evento che la struttura ospiterà. Il progetto legato al lounge bar è ancora in divenire. Mi piacerebbe poter realizzare una “taperia” siciliana, ma non escludo di rivisitare in chiave nostrana il sushi».

 

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Dario Azzaro

Travolgente, affascinante e appassionante. Questa sua passione le permette di passare facilmente dal teatro, al piccolo e al grande schermo. Guia Jelo, all’anagrafe Guglielmina Francesca Maria Jelo di Lentini, è un’attrice dal temperamento forte e vulcanico. Il parallelismo con l’Etna è d’obbligo perché lei ama descriversi «Come la sciara, forte ma innocua perché non sa di morte. Sa di amore, sa del fuoco che era prima e quindi mi reputo melanconica, struggente e struggita, eterna come la sciara. Confido nel fatto che non morirò nemmeno quando morirò, principalmente per i miei figli, i miei nipoti e poi per i miei allievi e chi crede in me. Perché la sciara è eterna, non muore mai, come l’amore, muore soltanto chi non ha mai amato. Io non sono mai stata amata ma ho amato».

Una passione per la recitazione che ha portato Guia Jelo a dividersi in ruoli comici e drammatici ma che «nasce tra i banchi di scuola, dove tutti avevano ruoli da protagonisti ed io invece avevo piccoli ruoli, fino a quando un giorno Turi Ferro mi vide recitare nella compagnia teatrale di mio zio Fernando Jelo, molto bravo e che è stato mio maestro con Giuseppe Di Martino e Giorgio Strehler, e insieme alla moglie, Ida Carrara, mi “buttarono” sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania. Credo che la passione per la recitazione sia nel mio Dna, l’aveva mio padre e adesso una delle mie nipoti (Guia, nda). È una passione che si tramanda».

Nella sua lunga carriera da artista sono tantissimi i ruoli interpretati, tutti importanti ma solo pochi lasciano un ricordo indelebile. «Ce ne sono talmente tanti anche perché ho avuto la fortuna di lavorare al Burgtheater di Vienna dove ho avuto un ruolo immenso a fianco di Brandauer in “Questa sera si recita a soggetto” per la regia di Bayer  – racconta Guia -. In televisione, il primo episodio del Commissario Montalbano “Il ladro di merendine”. Generalmente sono sempre gli ultimi due lavori che faccio, ma uno a cui sono affezionata è l’episodio “Black Out” della mini serie Tv “Un caso di coscienza” che ho girato con Corrado Pani».

Chiediamo a Guia Jelo cosa preferisce fra il teatro e la televisione, e quale le regala più emozioni «quando faccio teatro non vedo l’ora di fare tv, quando faccio tv non vedo l’ora di andare a fare le prove, il debutto, il pubblico. Forse quello che più mi eccita è il cinema. Una delle ultime volte che ho invitato mia nipote Guia a uno spettacolo e non è potuta venire, mi ha risposto: “È stato peggio non venire a teatro quella volta, perché il cinema lo potrò vedere sempre”. Quella risposta mi ha colpito e non la dimenticherò mai».

Il grande talento e lo spessore umano nel 2015 le sono valsi il conferimento della medaglia di Cavaliere al Merito della Repubblica. «Ho provato un’emozione enorme, dopo la nascita dei miei figli e il momento in cui li ho allattati per la prima volta, quando il prefetto mi ha appuntato la medaglia davanti ai miei figli e ai miei nipoti mi ha dato un’emozione fortissima».

I consigli per la rubrica “Jelodicoaguia” di SiciliainRosa sono stati raccolti nel libro “Donna Giudizia” di Algra Editore in cui tutte le lettere «le ho messe insieme completandole con la mia storia, con le mie origini» ma ci anticipa che sta lavorando a un libro tutto suo «frutto di fantasia, temi veri, testimonianze di persone incontrate in giro per il mondo, credo che richiederà due anni di lavoro».

Nell’ultima edizione del Taormina Film Festival è stata la protagonista in un film di Aurelio Grimaldi, “Divina Dolzedia” in cui è lei stessa a spiegarci il ruolo interpretato «sono io la Divina Dolzedia, una prostituta di sessant’anni, molto vintage e molto nave scuola, bona, simpatica, fissata con la cultura, con Dante e Jacopone da Todi, a tutti questi ragazzotti non fa sesso se non imparano almeno le cose basilari della letteratura».

Impegnata in scena con “Il cavaliere Pedagna” e “I Civitoti in Pretura” con la sua straordinaria bravura e il suo talento vulcanico, l’unica certezza è che Guia Jelo continuerà a regalarci bellissime emozioni.

Articolo di Alessandra Alderisi, Foto di Sci Club Sud Est

Tra neve e sole, tra montagna e mare. L’Etna è senza dubbio una delle cornici più suggestive a livello paesaggistico per tutti gli amanti degli sport invernali. In particolare, il Vulcano, è una meta d’obbligo per tutti gli appassionati di sci-alpinismo. Questo sport, lo scorso 9 luglio, a seguito della decisione del CIO (Comitato Olimpico Internazionale), è entrato nel programma ufficiale dei Giochi Olimpici. Il debutto è previsto per il 2020 a Losanna in occasione dei Giochi Olimpici Giovanili, nella loro versione invernale. In preparazione del grande evento inizia la stagione dedicata alle qualificazioni per l’accesso alle competizioni olimpiche. E quest’anno, dal 22 al 25 febbraio, sarà proprio l’Etna a ospitare i Campionati Europei Giovanili di sci alpinismo. Sono attesi a Nicolosi più di 200 atleti provenienti da 15 nazioni che solcheranno con i loro sci la neve del Vulcano. L’evento, organizzato dallo Sci Club Sud Est – Sky Team Aetna, è sicuramente uno dei più importanti di sempre tra quelli realizzati ad alta quota nel capoluogo etneo. Sono previsti tre giorni intensi di gare suddivise in altrettante specialità: il vertical race, lo sprint race e l’individual race. Tre giorni in cui gli atleti e gli spettatori potranno godere non solo del piacere della sana competizione ma anche della bellezza di un luogo magico. «Sciare sul vulcano attivo più alto e più grande d’Europa con lo sguardo rivolto verso il mare è un’esperienza che rimane impressa negli occhi e nel cuore. L’Etna da questo punto di vista ha grandi potenzialità per ospitare almeno tre eventi importanti nel corso dell’anno – ci spiega Vasco Agen dello Sci Club Sud Est -. Uno che riguarda naturalmente lo sci-alpinismo, uno rivolto a tutti gli appassionati di Mountain Bike e l’altro dedicato alle gare podistiche, al pari di quelle che si svolgono sul Monte Bianco». Una visione in prospettiva che ci auguriamo possa diventare realtà tangibile attraverso il dialogo e la collaborazione tra le associazioni sportive, le amministrazioni regionali e comunali, le aziende del settore dell’ospitalità e gli abitanti dei paesi etnei. Un modo per promuovere il territorio e rafforzarne l’immagine, aprendo la strada a sinergie capaci di innescare quel circolo virtuoso indispensabile in tutti i progetti solidi e di successo.

Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

Articolo di Marilisa Tornabene,  Foto di Rosario Calcagno

«Tutto ciò che la natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna, e l’Etna non si può paragonare a nulla»

Dominique Vivand Denon, “Voyage en Sicilie”, 1788

 

Nei secoli scrittori, viaggiatori, sportivi hanno sempre trovato la strada per venire a godere della naturale attrattiva che l’Etna offre. Oggi per questo immenso patrimonio paesaggistico occorre tracciare una nuova via fatta di sinergie, per condividere conoscenze e mettere in rete competenze e risorse, pubblico e privato come indicato, in “Destinazione Etna”, dai Giovani Imprenditori Confcommercio Catania. L’Organizzazione ha deciso, infatti, di favorire il dialogo, superare l’indifferenza e stimolare interesse per permettere a un’intera area pedemontana di fare sistema per rilanciare l’Etna come brand e polo turistico, per superare un turismo “mordi e fuggi” che ruba cartoline al territorio, ma poco lascia nel cuore e nelle tasche dei suoi abitanti.

«Qualcosa non ha funzionato e non funziona ancora – denunciano gli operatori del settore – se le macchie di ginestra e astragalo si confondono tra le strade che portano ad alta quota, se i sentieri non sono ancora tutti ben segnalati, se le guide arrancano a portare i turisti dalla città fin lassù, se esistono tanti portali informativi, ma nessuno veramente esaustivo, se viene posto un muro tra gli abitanti e gli apparati di controllo del Vulcano, se gli interessi dei privati sovrastano quelli della collettività».

Solo una “Destinazione Etna” comune e partecipata può creare sviluppo. Questo è l’obiettivo della giornata-evento, giunta alla II edizione, promossa a Linguaglossa dai Giovani Imprenditori Confcommercio Catania che hanno fortemente voluto un confronto pubblico tra cariche istituzionali, operatori di settore e imprenditori, alla presenza di una commissione tecnica, allo scopo di individuare una via comune percorribile e redigere un documento d’indirizzo strategico da presentare al Presidente della Regione Siciliana. Un primo risultato positivo durante la giornata si è concretizzato: la firma di un protocollo d’intesa tra i sindaci del versante Nord per la creazione di un nuovo sistema di collegamento e mobilità integrato nel comprensorio Etna Nord-Alcantara, estendendolo alle Amministrazioni di Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Maletto, Bronte e Randazzo. «Riattivare l’indotto e stimolare competitività economica, sociale e ambientale per dare seguito alla naturale vocazione turistica del nostro territorio – ha commentato Pietro Ambra, presidente Giovani Confcommercio Catania – attraverso lo strumento del project financing per favorire gli investimenti in infrastrutture e rendere fruibile il Vulcano».

L’Etna, femmina nell’animo e nel nome, “Idda”, “Lei”, “A Muntagna”, meraviglia decantata da poeti e filosofi, sempre pronta a generare nuova vita e cultura, rappresenta simbolicamente e fisicamente la forza spirituale, economica e sociale del popolo etneo che l’ha riconosciuta come “mamma”. E mamma Etna veglia diramando calore e offrendo rifugio ai suoi figli distratti da un orizzonte che viaggia per mondi e fortune lontane ma riconducibili sempre a “Idda”, Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco, croce e delizia di un territorio e di un popolo che in “Lei” ha costruito la sua identità, che ha imparato a fare del fuoco e della roccia nera non un demone, ma un amico da domare e materia da plasmare. «Se l’Etna è l’immagine simbolo della Sicilia nel mondo, tutti abbiamo il dovere di contribuire a un progetto di rilancio socio-economico del territorio offrendo un quadro, unico al mondo, che aspetta solamente di essere ammirato e una destinazione dove tutti possano arrivare», conclude Pietro Ambra.

Un primo passo verso una crescita condivisa del territorio e delle sue peculiarità è stato avviato.

LO SAPEVI CHE…

Negli anni ’70 l’Etna fu cornice del boom degli sport invernali e fece innamorare sportivi e curiosi provenienti da tutte le parti del mondo? Questo inverno ritorna la magia con i Campionati Europei di sci-alpinismo in programma dal 22 al 25 febbraio.