a cura di Alessia Giaquinta

Notte straordinaria è quella di Natale. In quest’occasione nessun mito o tradizione popolare può slegarsi dall’aspetto storico-religioso della nascita del Bambinello Gesù. E così Natale significa allestimento del presepe, novene, canti natalizi, simboli e cibi tradizionali…

I racconti siciliani che caratterizzano la notte più attesa dell’anno richiamano il legame tra la cultura agricola e il fervore religioso presente nelle famiglie siciliane di un tempo.

Si narra che, durante la notte di Natale, il puleggio (o mentuccia) raccolto durante la notte di San Giovanni Battista (il 24 Giugno) improvvisamente rifiorisce in tutta Sicilia. Non solo questa pianta, però, gode del miracolo: anche la vegetazione tutta rinvigorisce nell’esatto momento in cui viene proclamato il Vangelo della Mezzanotte.

L’evento, narrato dallo storico e letterato Giuseppe Pitrè in Spettacoli e Feste Popolari Siciliane (Arnaldo Forni Editore), pare coinvolga anche il mondo animale. Allo stesso modo in cui, incredibilmente, rifiorisce – anche se per pochi attimi –  la vegetazione, infatti, “ (…)ha luogo una fiera incantata in uno dei campi che si estendono da Chiaramonte a Caltagirone. Lì pecore e buoi e capre e porci e galline (…)”.

La misteriosa fiera durerebbe, secondo la leggenda, dall’inizio della messa sino a quando si vota u Libru, ossia nel momento della proclamazione del Vangelo di Natale. Subito dopo, come per incanto, tutto svanisce. Chi riuscirà a comprare bestiame, in quei brevi momenti prodigiosi, potrà barattare il proprio acquisto con oro fino e massiccio.

Il popolo contadino non si stancava di credere che, in quella notte, il Bambinello si manifestasse nell’abbondanza di ogni cosa presente nel creato immaginando, addirittura, che dopo la mezzanotte la Madonna e Gesù Bambino scendessero sulla terra per ammirare da vicino le loro copiose grazie e, poi, si fermassero ad assaggiare i succulenti cibi preparati dalle famiglie in quella misteriosa notte.

Ogni cosa si arricchiva della gioia del Natale, niente e nessuno escluso.

Ci si stupiva ancora e ci si lasciava stupire dal mistero, dalla natura, dalla fede…

Vecchi cunti, questi, forse dimenticati ma che faremmo bene a ricordare e riscoprire, perché non muoia mai in ciascuno di noi il senso di meraviglia e stupore per ogni cosa che ci circonda.

A tutti, Buon Natale!

a cura di Paperboatsongs

La musica siciliana che vola nel mondo. È con Celeste Caramanna che in questo numero vogliamo parlarvi di come una voce, un talento e tanto lavoro duro possono far emozionare anche il pubblico oltre oceano.

 

Ciao Celeste, siamo onorati di poter parlare del tuo bellissimo percorso che possiamo definire “alternativo”.

Tu hai iniziato la carriera in un noto talent televisivo per bambini e ti ritroviamo adulta con una voce incredibilmente matura ed un’esperienza notevolmente arricchita.

 

Com’è cambiata la tua percezione della musica da bambina ad oggi che sei un’interprete più matura?

 

«È cambiata insieme a me, ascoltando e ammirando il lavoro di altre persone che amano la musica e che per me sono come dei maestri, parlo di Mina, di Lucio Battisti, di Sergio Endrigo, di Sarah Vaughan, di Stevie Wonder, di Caetano Veloso, di João Gilberto, di Amy Winehouse … e così via. Ho sempre amato la musica sin da bambina, sicuramente avevo un interesse particolare, ma questo amore è stato alimentato seguendo le mie sensazioni. Mi sono lasciata catturare dalla brezza della loro musica e me ne sono innamorata, sempre di più. Così è cambiata la mia percezione della musica nel tempo, solo che da bambina, come è giusto che fosse, non capivo la vera essenza di un testo, di una melodia, di un cantante… poi da più ragazzina ho iniziato a farlo… non credo di aver finito. Oggi ho acquisito la consapevolezza che la musica è importante per me, è parte della mia vita, che solo la musica ti porta a fare e vivere determinate situazioni ed emozioni. Dove c’è musica io sto bene».

 

Ci è parso di capire che in questi anni stai affinando il tuo stile, quanto tempo dedichi allo studio e alla cura dei dettagli tecnici prima di una performance?

 

«Si, cerco con il tempo di affinare il mio stile, o i miei stili, in realtà non credo di avere uno stile unico e specifico. Almeno non ancora. Comunque dedico molto tempo alla preparazione tecnica, è una prassi continua, ma molto più all’analisi di un testo o di una melodia, è la parte più lunga e più difficile per me, a volte solamente il tempo mi aiuta trovare la chiave di un determinato brano».

 

Quest’anno hai pubblicato “+18″ , il tuo album di debutto, ci parli della sua realizzazione?

 

«È stata un’esperienza bellissima, +18 è un disco molto importante per me. Il tutto è stato realizzato in diversi mesi, abbiamo iniziato con il lavoro di ricerca e scrittura degli inediti e poi all’arrangiamento di ogni brano. Non è stato facile creare l’intero disco. La cosa più difficile è stata senza alcun dubbio capire quale dovesse essere il tema o stile di questo primo disco. Non voglio identificarmi con uno stile ben preciso ma voglio fare quello che mi piace, tutto quello che ho fatto fino ad oggi, quindi, ho pensato che sarebbe stata un ottima scelta mettere tutto insieme e parlare di diario musicale, il mio diario musicale, decidendo di prendermi la libertà di uno stile libero, vario, almeno al momento.

Dopo questo periodo di continuo raziocinio, credo che tutto dopo sia stato più fluente. Sia come esperienza personale che come esperienza artistica posso dire di aver imparato molto dalle persone che mi hanno sostenuto e aiutato in questo lungo periodo, ho avuto la possibilità di conoscere e di lavorare con persone bravissime, non poteva essere meglio di così. Durante questo lavoro mi è piaciuta l’idea di cambiare la mia percezione su alcune cose, di sperimentare cose diverse, e racchiudere tutto questo in un piccolo diario musicale, +18. È stato un momento molto felice».

 

Hai un consiglio da dare alle tue coetanee che vogliono intraprendere questo percorso?

 

«Non mi sento in grado di dare dei consigli, o meglio, il consiglio sarebbe non seguire il mio consiglio. Ho tutta un’altra visione di quello che sarebbe oggi la strada da percorrere. Voglio cantare in tutti i posti, sperimentare tutti i tipi di musica, di genere, fare tutto lentamente, durare nella musica… quindi sono un po’ fuori strada».

 

Celeste è stato un immenso piacere e saremo tuoi follower per seguire ogni passo del tuo percorso.

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

Saranno molte le famiglie che sotto l’albero di Natale troveranno un regalo speciale, “UN CUCCIOLO DI CANE”.

L’arrivo di un cucciolo è sempre un momento di festa per grandi e piccini, ma è anche un momento di forti apprensioni per la famiglia che lo deve accogliere.

Importante è organizzare in anticipo il suo ingresso in famiglia, sapere cosa gli potrà servire e le prime cure da prestargli. Se avete già pensato al nome da dargli usatelo da subito per rivolgervi a lui. Indispensabile è stabilire dove fare dormire il cucciolo. Loro preferiscono dormire in uno spazio raccolto da usare come rifugio dove rintanarsi quando si sentono troppo stressati. Una cesta per cani sarà il luogo ideale dove potrà andare a riposare. Ai vostri bambini insegnate che il cucciolo avrà bisogno di momenti di riposo e tutta la famiglia dovrà rispettare i momenti in cui dovrà dormire e riposare senza essere disturbato. I cuccioli hanno l’abitudine di guaire di notte, in particolare durante la prima settimana in una casa nuova, provate a riscaldare la sua cuccia con una borsa di acqua calda, io l’ho fatto con la mia cagnolina e ha funzionato.

Riservate particolare attenzione alle vaccinazioni. Portatelo dal veterinario e fatevi rilasciare il libretto sanitario internazionale di vaccinazione. Assieme al medico programmate l’alimentazione che dovrà seguire. Acquistate ciotole in acciaio per l’acqua e per il cibo. Procuratevi fogli di giornale o tappetini assorbenti per i bisogni. Organizzatevi per le uscite, non dovrebbero essere meno di 3 o 4 al giorno. Abituatelo al collare e al guinzaglio.

Dategli sin da subito delle regole. L’educazione va impartita presto. Un cucciolo di pochi mesi corrisponde a un bimbo di 4-5 anni. Bastano solo un po’ di tempo e pazienza per gioire ed essere ricompensati dall’amore incondizionato del vostro amico a quattro zampe.

Articolo di Alessia Giaquinta,   Foto di Fulvio Bellanca

Belli, bravi, simpatici, giovani e soprattutto… siciliani. Stiamo parlando di Annandrea Vitrano e Claudio Casisa, meglio conosciuti come “I Soldi Spicci”, la coppia più amata dal web e non solo!

Conquistati dal loro brio e dall’eccelso modo in cui interpretano – mai banalmente – i luoghi comuni che caratterizzano il rapporto uomo-donna, li abbiamo intervistati per voi…

Quando, come e perché è nata l’idea di formare il duo comico “I Soldi Spicci”? 

Anna: «La nostra coppia è nata in maniera del tutto casuale e naturale, ci siamo conosciuti in un laboratorio teatrale a Palermo nel 2012, abbiamo iniziato a collaborare poco dopo e … diciamo che ci siamo trovati!».

Claudio: «In realtà, non lo vuole ammettere, ma Anna si è innamorata subito di me e mi ha implorato di passare il resto della sua vita con me ed io non ho potuto rifiutare».

Dal 2014 a oggi i vostri video ricevono migliaia di consensi e condivisioni sui social. Che effetto fa sapere di essere la coppia più amata del web?

Anna: «In realtà l’effetto è lo stupore perché incarniamo la normalità delle coppie quindi … sono la realtà e la quotidianità a vincere sempre».

Claudio: «Avere la consapevolezza di essere molto seguiti, soprattutto dalle coppie, significa che tutti litigano nello stesso modo in cui io litigo con Anna e sapere che tutte le donne siano più o meno come la Vitrano fa paura, perché andando avanti così, noi uomini, ci estingueremo prestissimo».

Quando avete firmato il primo autografo?

Anna: «Lo ricordo benissimo, ho firmato il mio primo autografo a Sofia, una bimba che è venuta a vederci durante uno spettacolo a Palermo, era il 2013».

Claudio: «L’ho firmato a una ragazzina che si chiamava Margherita. Le ho scritto così: A Margherita con salamino piccante. Claudio».

Quante volte Annandrea e Claudio si confondono con i personaggi de “I Soldi Spicci”?

Anna e Claudio: «Più o meno ventiquattro ore al giorno».

Avete un rituale, un portafortuna o qualcosa che vi accompagna durante le vostre performance?

Anna: «Io mi ammutolisco».

Claudio: «Io prima di entrare in scena do un bacetto sulla guancia ad Anna. È un modo per instaurare la calma prima della tempesta».

Il 2017 sta per terminare… quanti regali vi ha fatto?

Anna e Claudio: «Continuare ad avere delle idee brillanti e che continuano a piacere al pubblico non è qualcosa che diamo per scontato e lo riteniamo un enorme regalo che ci ha fatto questo 2017».

Come trascorrerete il Natale? 

Anna: «Sta per venire fuori quel briciolo di romanticismo che mi stupisco di avere, ma il Natale quest’anno sarà speciale perché sarà il primo a casa nostra. Fine del romanticismo».

Claudio: «Il Natale lo trascorrerò con l’ansia di capire quale regalo dovrò fare alla Vitrano, perché se sbaglio, sono morto!».

Sapete bene che per alcuni giochi da tavola natalizi occorrono, materialmente, i soldi spicci. Riformulando la frase: “I Soldi Spicci” quali giochi natalizi preferiscono?

Anna e Claudio: «Noi preferiamo quei giochi in cui non si usano proprio “i soldi spicci” perché vi lasciamo immaginare la quantità di battute infelici che ci fanno, quindi preferiamo i giochi da tavola come il Taboo, Dixit o Lupus in tabula».

Quali sono i buoni propositi per il 2018?

Anna e Claudio: «Speriamo che esca il nostro film, che possa essere un successo e che vinca sei Oscar. Forse siamo troppo ambiziosi … uno va bene lo stesso!».

E noi di Bianca Magazine vi auguriamo la realizzazione di ogni sogno e progetto, con l’auspicio che il nuovo anno sia carico di salute, soddisfazioni e di “Soldi Spicci”!

Articolo di Angelo Barone,  Foto di WEAD

Anche quest’anno l’associazione non profit catanese Youth Hub Catania, in collaborazione con l’Università di Catania, è riuscita nell’impresa di fare di Startup Weekend il punto di ritrovo per l’ecosistema siciliano. Una preziosa occasione di confronto e di sinergia tra tutti gli attori del futuro: giovani, università, mentor e speaker, gestori di fondi per investimenti e aziende che operano con una nuova cultura d’impresa.

Abbiamo deciso di essere media partner di Startup Weekend convinti che le nuove idee imprenditoriali siano linfa vitale per lo sviluppo moderno di Catania. Partecipando, abbiamo scoperto un nuovo approccio di cultura imprenditoriale necessario per fare rete e sistema. In questa iniziativa si è voluto dimostrare che le parole confronto – contaminazione – innovazione-competenze – condivisione – collaborazione, se applicate, possono creare la differenza e la ricchezza di un territorio. Uno spirito nuovo ha animato una location fantastica (Città della Scienza – Università di Catania) fino a ora poco utilizzata.

Si comincia con un segno distintivo darsi la mano, si deve convivere 54 ore insieme come in una grande famiglia, bisogna fare innovazione qui e adesso. Ascolto, confronto, test, sperimentazione, lavoro in team hanno caratterizzato il successo della quinta edizione catanese di Startup Weekend, un format internazionale di Google rivolto ai giovani che aspirano a costruire il proprio futuro, per sperimentare, con l’ausilio di mentor ed esperti dell’innovazione, la creazione di un nuovo progetto d’impresa.

Osservo e ascolto con curiosità Omar Amato (ADI Sicilia) “viaggiare, acquisire competenze e condividerle con gli altri”; Giuseppe Coppola ( Youth Hub) “questa è la casa per chi ha voglia di fare e innovare insieme”; Luciano De Franco (Paradigma) “mettere insieme competenze diverse e multidisciplinari, condividere informazioni ed esperienze, fare squadra”; Mirko Viola ( Vulcanìc) ci parla di economia collaborativa e cita Adriano Olivetti; Adriana Santanocito (Orange Fiber) “vogliamo riannodare il filo della collaborazione tra giovani, imprese , università, associazionismo per fare rete e sistema”; Antonio Perdichizzi (Tree) nuove metodologie di lavoro, “non lamentarsi ma risolvere problemi con determinazione, professionalità e passione”; Bob Liuzzo (IED) “capacità di visione, curiosità, provare, cadere e rialzarsi”; Rosario Faraci (Università di Catania) “rafforzare il legame con l’Università per aiutare gli studenti a costruirsi il proprio futuro stimolando cultura di impresa e definisce questa la più grande iniziativa di scouting di talenti”; il rettore dell’Università di Catania, Francesco Basile, conferma “la volontà dell’ateneo di rafforzare il collegamento con il mondo del lavoro e ritiene che questa esperienza sia la più semplice e moderna, e che l’Università sosterrà le migliori startup e le accompagnerà nella crescita”.

Come nelle migliori competizioni, l’ultimo giorno ha vesto sfidarsi ben 12 progetti, sviluppati da team formatisi il primo giorno dopo una condivisione orizzontale delle idee ritenute più meritevoli dagli stessi partecipanti. Una qualificata giuria, composta da Gianni Di Matteo (ADI Sicilia), Andrea Ditta (Enel GreenPower), Rosario Faraci (Università di Catania), Antonio Perdichizzi (Tree), Fabio Severino (Fondo Oltre Venture) coordinata da Mirko Viola (Vulcanìc) ha premiato i team di Coorto, piattaforma di matchmaching per soddisfare le esigenze di chi vorrebbe coltivare il proprio orto ma non ha lo spazio per farlo e chi lo possiede ma non ha interesse per sfruttarlo; Immersiv Art, un’app sulla realtà aumentata che mostra tutte le opere archiviate all’interno di un piccolo spazio; e TicKetUp, un’app per incrementare la vendita dei biglietti dei mezzi pubblici tramite la gamification.

Su Facebook, tempo fa, ho condiviso un post di un amico “Gente ferma alla competitività non comprendendo che la condivisione è il futuro”, oggi ho scoperto una associazione, Yuoth Hub Catania, che pratica la condivisione e metto mi piace.

Articolo di Samuel Tasca,  Foto di Susie Delaney

Grey’s Anatomy. Il dottor De Luca rientra a casa dall’ospedale, la dottoressa Arizona sta baciando un nuovo personaggio conosciuto al bar e di colpo sentiamo: “Andrea, ma che ci fai qui?”
Abbiamo forse capito male? Non facciamo in tempo ad accorgercene che nel nostro medical drama preferito, di origine americana, inizia per la prima volta una scena interamente recitata in italiano. Chi è questa ragazza che parla così bene la nostra lingua? La bella, mora e divertente dottoressa è in realtà Stefania Spampinato, attrice siciliana di Belpasso, che interpreta il ruolo di Carina De Luca, new entry del cast di Grey’s Anatomy, serie tv giunta ormai alla sua quattordicesima stagione che conta milioni di fan in tutto il mondo.

Attrice, ballerina, siciliana, nuova star di Grey’s Anatomy… Chi è davvero Stefania Spampinato?
«(Ride) Una volta sui social ho visto un post in cui chiedevano di descriversi attraverso tre personaggi di finzione; io scelsi Pluto, il cane un po’ distratto con la testa tra le nuvole che magari fa cose che non dovrebbe; Penelope Cruz in Vicky Cristina Barcelona, passionale con un temperamento abbastanza labile; e Indiana Jones perché adoro viaggiare con lo zaino in spalla, stare in ostelli della gioventù e girare il mondo».

Dove ti piacerebbe vivere tra dieci anni?
«È dura scegliere un posto specifico – ci dice sorridendo divertita dalla sua incapacità di scegliere. Direi che la mia top three potrebbe essere Milano, Londra e Barcellona!».

Da fan a star di una delle tue serie tv preferite, cosa si prova?
«In ventiquattro ore mi è cambiata la vita. Arrivo sul set e penso: “Ma sta succedendo veramente a me?”. Nonostante lavori insieme a loro dal 10 agosto, a volte mi do dei pizzichi per capire se sto sognando, alla prima lettura del copione con tutti gli attori ho dovuto fare tipo dieci respiri profondi prima di iniziare a leggere le parti. Indubbiamente è una grande opportunità per me».

Sempre più presenze di attori italiani nei cast hollywoodiani, cos’è di noi che affascina tanto gli sceneggiatori americani?
«Devo dire che l’Italia andava alla grande tanti anni fa, mi viene da pensare a personaggi incredibili come Sofia Loren, ad esempio. Poi per un periodo siamo spariti – dice facendo un po’ di fatica a ritrovare qualche termine in italiano, ma dopo una gran risata e un po’ di autoironia continua – da quattro-cinque anni siamo riapparsi».

Potresti essere la prossima Sofia Loren, quindi?
«No, non scherziamo. Non c’è nessuno come Sofia Loren, però sono contenta del fatto che sempre più attori italiani possano lavorare negli Stati Uniti».

Qual è il ruolo che non vorresti mai interpretare?
«Non credo ci sia un ruolo che non vorrei interpretare. Per me recitare è come avere cinque anni e giocare a essere chiunque: un supereroe piuttosto che una dottoressa o perché no, una pazza psicopatica».

Sei la prova vivente che con impegno e caparbietà si possono ottenere importanti risultati come questi, cosa vuoi dire ai tanti giovani che coltivano un sogno?
«Di recente ho letto un libro che mi è rimasto molto impresso, diceva: “La riuscita dipende da tre cose: dal talento che hai naturalmente, dalla fortuna e dalla dedizione; due di queste non dipendono da te”. L’unica cosa che possiamo fare è impegnarci veramente al massimo e cercare di fare quello che ci piace nella vita».

Qual è il tuo più bel ricordo legato al Natale a casa in Sicilia?
«Sicuramente il Natale in famiglia, con mia madre, mio padre, i miei fratelli, i miei nipoti, i cognati… Io purtroppo ho perso mia madre un anno e mezzo fa quindi il ricordo più bello è il Natale tutti insieme».

Verrai a trovarci a Natale?

Adesso tutti vi starete chiedendo se vedremo la bella Stefania qui da noi questo Natale, ma preferiamo lasciarvi nel dubbio e stuzzicare la vostra curiosità. Chissà che la dottoressa De Luca non appaia all’improvviso, aspetto tipico del suo personaggio, anche nella nostra redazione!

Articolo di Titti Metrico,   Foto di Samuel Tasca

Voglio parlarvi di passato, di tradizione, di radici, di identità, di luoghi ma soprattutto di persone: i centenari. Custodi della memoria storica e degli antichi valori che stanno alla base delle nostre comunità ma anche e più semplicemente custodi di sapori, colori, odori, suoni, di un’epoca che non ritornerà più. Una dieta alimentare basata sul consumo di prodotti genuini oltre ad uno stile di vita sano e naturalmente ad una predisposizione genetica sono i fattori che consentono a queste persone di tagliare il traguardo dei cento anni. Anche nella nostra splendida Isola, secondo recenti statistiche, vivono 1.199 persone che hanno superato cento anni d’età e di queste ben 952 sono donne.

Ed è proprio di una di loro che voglio parlarvi.

Il suo nome è Grazia Palmisciano, vive nel ridente borgo agricolo di Granieri, al confine tra le province di Catania e Ragusa. In questo luogo “Nonna Razziedda” è nata 102 anni fa e vive ancora oggi. Contrariamente ai suoi coetanei non ha avuto un’infanzia di stenti e privazioni in quanto era la figlia del fattore dell’allora feudo Silvestri e questo le ha consentito di avere anche una buona educazione scolastica. Dopo il matrimonio, che le ha dato due figli maschi, si è “trasferita” in una delle prime abitazioni private al di fuori della masseria e qui ha aperto la prima “putia” (bottega di generi alimentari) di Granieri, dimostrando notevoli doti imprenditoriali per una donna di quell’epoca. Oltre ad essere una donna intraprendente “Nonna Razziedda” è sempre stata una persona sensibile e solidale verso il prossimo: non mancava occasione che rinunciasse al proprio guadagno pur di aiutare i più bisognosi. La “putia” di “Razziedda” era conosciuta anche fuori paese per la qualità del suo pane. Abile anche nella cucina tradizionale, non si è mai risparmiata nel lavoro e tutt’oggi non rinuncia a fare la pasta in casa per la delizia dei propri familiari.

Quando chiedo a “Nonna Razziedda” cosa pensa delle nuove generazioni, lei risponde con una certa ironia che la «gioventù di oggi non vuole lavorare». Ma come passa la giornata la nostra simpatica nonna? «Una colazione frugale sempre accompagnata da un caffè, poi la pulizia della casa, la preparazione, in compagnia della nuora, del pranzo, che consuma con l’immancabile mezzo bicchiere di buon vino rosso. Durante la giornata consuma una buona quantità di frutta, specialmente la prelibata uva IGP di Mazzarrone. La sera le sue preghiere e a cena un pasto frugale». Seduta sul suo divano, vestita elegante, “Nonna Razziedda” si illumina quando parla delle tradizioni natalizie e della preparazione delle pietanze tipiche di queste festività: almeno sette verdure tra cui “cauliceddi bastardi” e broccoli (lessi o “affucati”), “cardduni” in pastella, “cacoccioli chini ca’ muddica”, cicoria e “sanapu” che venivano servite come contorni insieme alla “jlatina” (gelatina) di maiale (che si ammazzava il 21 dicembre), oltre all’immancabile baccalà. Non potevano mancare i “luppini”, i “calacausi” (arachidi) e le noci. I dolci comprendevano “cuddureddi” con miele, mandorle o vino cotto, la “giuggiulena” e il torrone. L’augurio che “Razziedda” esprime per il nuovo anno è: «L’unione in famiglia, la salute, e andare avanti con il lavoro».

A la notti ri Natali, San Giuseppi nn’avìa chi ffari

Si pigghiau nu vastunieḍḍu e si misi a caminari.

Caminau quaranta migghia, chista è cosa ri maravigghia

A la fini si stancau supra n-pièzzu s’assittau

O viniti ca nascìu lu gran ṛṛe ri la natura

E nascìu puvirieḍḍu nta na povira manciatura

(Ḍḍuoppu ca portunu tutti i doni si cunciuri)

Se n-zû buoni cumpatìti

E l’affiettu riçiviti

Cumpatiti Maṭṛi mia

Picchì siemu a la campìa.

TRADUZIONE Nella notte di Natale San Giuseppe non sapeva che fare. Prese un piccolo bastone e si mise a camminare. Camminò quaranta miglia, cosa che desta meraviglia. Alla fine si stancò, sopra un masso si sedette. Oh venite, che è nato il gran Re della natura. È nato poverello in una povera mangiatoia. (Dopo che i pastori offrono tutti i doni, si conclude così). Se non sono buoni, compatiteci e ricevete l’affetto. Compatiteci, Madre mia, perché siamo in miseria.

Articolo di Alessandra Alderisi

“È come andare in bicicletta”. Quante volte vi sarà capitato di pronunciare o sentirvi dire questa frase? In fondo dietro quello che appare come un luogo comune è contenuta una verità che ognuno di noi sperimenta prima o poi su se stesso.

Togli le rotelle, fai un respiro profondo, spingi i piedi sui pedali, guardi la strada di fronte a te e se continui a vederla ancora dritta e nitida mentre ti muovi, sì, ce l’hai fatta, hai mantenuto l’equilibrio. Hai imparato ad andare in bicicletta e questa è una di quelle cose che non dimenticherai più per tutta la vita. Forse cadrai. Anche dalle ginocchia sbucciate s’impara sempre qualcosa. E quindi non ti arrendi, rimonti in sella e ricominci a pedalare.

La bicicletta è da sempre sinonimo di quella libertà che permette a tutti gli appassionati di cicloturismo e di escursionismo di scoprire luoghi affascinanti, inaspettati e a volte persino inesplorati. E oggi questo mezzo di trasporto è diventato anche simbolo del futuro della mobilità sostenibile. La diffusione del suo uso quotidiano nelle città è, infatti, indicatore della crescita di una cultura civica sempre più attenta alla salute e all’ambiente.

Com’è nato il veicolo più diffuso al mondo? In che modo si è evoluto negli ultimi due secoli? Ecco per voi qualche curiosità sulla nostra “eterna giovane” bi-centenaria.

Era il 12 giugno del 1817. L’eccentrico e geniale Karl Drais, stanco di svolgere un lavoro troppo serioso e desideroso di vedere riconosciute le sue doti d’inventore, decise di provare il brivido di percorrere, con la sua Laufmaschine, quei 28 km che scrissero il primo capitolo della storia della bicicletta. Il suo “velocipede”, poi ribattezzato draisina, si muoveva grazie all’azione dei piedi del guidatore ed era composto da due ruote collegate da un asse di legno e un manubrio per sterzare. Mancava però qualcosa: i pedali. A introdurli ci pensò nel 1861 il fabbro Pierre Michaux, in fondo ci voleva un supporto su cui poggiare i piedi, non vi pare? Quest’invenzione rese la bicicletta più rapida e scattante. Ma le sperimentazioni che l’avrebbero resa come oggi la conosciamo non erano di certo finite. Anche le dimensioni delle ruote iniziarono a subire variazioni. E mentre il diametro di quella anteriore cresceva fino a 3 metri, quello della posteriore diminuiva vertiginosamente. Così nel 1870 nacque il “Gran Bi”, modello poi abbandonato – per fortuna – in favore di una bicicletta che avesse ruote della stessa grandezza per una maggiore stabilità. Era il 1880. Dopo la comparsa della catena di trazione e del telaio in acciaio, nel 1888 lo scozzese Dunlop re-inventò la camera d’aria. Purtroppo per lui già qualcuno quaranta anni prima aveva pensato a qualcosa di simile depositando l’invenzione e il brevetto gli fu quindi revocato. Ma poco importa perché suo fu comunque il merito di aver perfezionato la gomma pneumatica gonfiabile e di averla prodotta su larga scala rivoluzionando così il trasporto stradale.

Nei primi anni del XX secolo la nascita di competizioni ciclistiche come il Tour de France e il Giro d’Italia, arrivato quest’anno al traguardo della centesima edizione, fa da motore propulsore a tutte quelle innovazioni che perfezioneranno l’estetica e la funzionalità del veicolo più popolare del pianeta.

In duecento anni il vecchio ma sempre attuale “velocipede” ne ha fatta di strada. E da mezzo di trasporto ecologico, nell’immaginario dell’ingegnere meccanico messicano Alberto González, la bici stessa diventa, nella sua struttura, un bene di consumo a impatto zero sull’ambiente grazie ai componenti interamente realizzati attraverso la rigenerazione e il riuso di materiali come il cartone, la plastica e il metallo delle lattine. È ancora un prototipo ma è pronta a diventare realtà e a essere a sua volta riciclata.

Tra i ricordi di un passato ricco di storie avvincenti e gli scenari possibili di un futuro che si preannuncia ancora più avventuroso, non ci resta che augurarti buon compleanno cara bicicletta!

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Totò Messina

La cuccìa è un piatto semplice ed essenzialmente povero ma, al contempo, carico di storia e mito.

A base di grano bollito, nella variante dolce o salata, la cuccìa viene consumata tradizionalmente in Sicilia il 13 Dicembre, in occasione della memoria liturgica di Santa Lucia.

L’origine della cuccìa, infatti, sembra essere legata a eventi miracolosi avvenuti proprio per intercessione della giovane Santa siracusana.

La tradizione tramanda, in modo particolare, due eventi prodigiosi – avvenuti rispettivamente a Siracusa e Palermo – utili a spiegare la tradizione di preparare la cuccìa, il 13 Dicembre.

Si narra che nel 1646, durante la dominazione spagnola, Siracusa fu colpita da una grave carestia. Per questo motivo il vescovo di allora, Mons. Francesco d’Elia indisse otto giorni di preghiere attorno alla statua di Santa Lucia, presso il Duomo di Siracusa. Il 13 Maggio, durante la celebrazione di una messa, improvvisamente una quaglia entrò in chiesa e si posò sul simulacro della Santa. L’evento, particolarmente suggestivo, fu interpretato come un segno di Santa Lucia come risposta alle numerose preghiere del popolo. In effetti, uscendo dalla chiesa, furono avvistate delle navi cariche di frumento e agrumi, pronte a sfamare la popolazione. I siracusani riconobbero il miracolo operato dalla Santa loro concittadina e, per questo motivo, celebrano ancora oggi una festa di ringraziamento nel mese di maggio – per l’appunto – ricordata come Santa Lucia delle Quaglie. Da questo evento miracoloso pare nasca la tradizionale cuccìa: talmente era la fame che, in quell’occasione, il grano non venne molito per farne farina ma fu consumato in fretta, semplicemente bollito.

Altro evento prodigioso, di uguale natura, pare avvenne a Palermo proprio il giorno del martirologio di Santa Lucia, il 13 Dicembre. In città non c’era più frumento e i palermitani, radunati nella Chiesa di S. Maria di Valverde, pregavano per ottenere la grazia di essere sfamati. Fu così che, presso il porto di Palermo, giunse un bastimento carico di frumento che venne immediatamente distribuito alla popolazione. Pure in questo caso i chicchi di grano furono consumati integralmente, dopo esser stati bolliti e conditi con sale e olio. Poiché il miracolo avvenne il 13 Dicembre, i palermitani riconobbero l’intercessione di Santa Lucia e, anche per questo motivo, dedicarono alla Santa un importante altare, riccamente decorato, nella Chiesa suddetta.

La tradizione, per questo, vuole che il 13 Dicembre, in memoria degli eventi sopra citati, si faccia il “Digiuno di Santa Lucia” che consiste nell’astenersi dal consumo di farina di grano, e dunque il digiuno da pane, pasta, pizza o biscotti. In sostituzione di questi alimenti si preparano panelle, riso, arancini e l’immancabile cuccìa.

La parola stessa pare derivi dalla voce siciliana “cocciu” ossia granello (di frumento) e, a sua volta, si lega al greco tà ko(u)kkía che significa i grani.

Questo piatto, oltre ad avere un importante significato storico-religioso, è legato anche all’abbondanza e alla prosperità. I chicchi, infatti, sono innumerabili e rappresentano, in natura, qualcosa che deve morire per germogliare, per nascere a vita nuova, divenendo così simbolo di buon auspicio. In questo modo ci spieghiamo anche perché lanciamo il riso agli sposi o mangiamo la lenticchia a Capodanno.

È in quest’ottica che possiamo spiegare il rito di distribuire la cuccìa ai familiari, amici e vicini di casa.

A oggi, esistono tanti modi per preparare questo tradizionale piatto: la cuccìa si arricchisce di legumi, aromi e spezie nella versione salata, oppure di ricotta, cannella, cioccolato, miele o zucchero nella variante dolce.

Insomma: la cuccìa da pietanza povera e semplice ha subìto un’elaborata evoluzione non solo nelle ricette ma anche nella cultura, perdendo purtroppo la carica devozionale che la caratterizzava.

Eppure esiste ancora chi, prima di mangiare la cuccìa, non dimentica di dire un Padre Nostro e un’Ave Maria di ringraziamento, portando avanti così non solo una tradizione ma una ritualità che è incompleta se separata dalla propria fonte originaria.

articolo di Omar Gelsomino, Foto di Tony Picone

Bianca Magazine ha festeggiato il suo primo anno di vita organizzando, in collaborazione con l’associazione Andrea Puglisi e il patrocinio dell’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana e il Comune di Grammichele, lo straordinario evento “Agorà di Sicilia”, riunendo per la prima volta i mille volti dell’eccellenza siciliana nella splendida Piazza Carlo Maria Carafa a Grammichele.

Tantissimi gli eventi culturali ed enogastronomici ospitati all’interno della kermesse legati alle tradizioni del nostro territorio e della Sicilia: dalla mostra itinerante “C’era una volta … un pezzo di creta” dei fratelli Antonino e Luigi Navanzino ospitata nei locali del prestigioso Palazzo Fragapane in collaborazione con l’associazione culturale “La Casa dell’Arte” all’estemporanea di pittura “Racconta la tua Sicilia” presso la piazza Carlo Maria Carafa in collaborazione con il network “PitturiAmo” in cui hanno partecipato oltre quaranta artisti provenienti da diverse parti dell’Isola alla passeggiata con visita guidata al Parco Archeologico Comunale di Occhiolà a cura dell’associazione “Terravecchia Onlus” e la degustazione della pasta con farina di carruba della chef Fanny Consoli curata dall’associazione Triskele. Sono state allestite anche la campagna di comunicazione “People of Sicily”; una Mostra di veline storiche sugli agrumi gentilmente concessa dal Prof. Antonino Catara (Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia); la Mostra delle ceramiche De Simone ed infine la proiezione del reportage AmicaFest 2017.

Alla presenza dell’Amministrazione comunale e dei primi cittadini del Calatino e con l’accompagnamento musicale dei Bella Morea è stato inaugurato il percorso “Fra case, colori e sapori della nostra terra”, un viaggio che ha aperto le porte delle abitazioni di cittadini e istituzioni agli ospiti e alle eccellenze siciliane alla presenza dello chef Roberto Toro, della pianista e compositrice Giuseppina Torre e dell’attore teatrale Giuseppe Brancato: la Casa dell’Olio e della Patacò, del Grano dove si è svolto un incontro sulla valorizzazione dei grani antichi siciliani, “Un appello per la riscoperta e la valorizzazione di un tesoro siciliano”, curato dal dott. Gianfranco Venora, direttore della Stazione Sperimentale di Granicoltura di Caltagirone, in collaborazione con l’associazione Pro Santo Pietro e la Pro Loco Caltagirone U.W.H., del Cioccolato, del Formaggio, del Pomodorino, dell’Agricoltura in cui era ospitato il primo aratro monovomere realizzato dal grammichelese Giuseppe Viola, dell’Archeologia, del Ricamo, del Tombolo, dell’Arte, dell’Uva, della Mostarda e del Vino. Presso la Casa del Cinema Intelisano è stato proiettato il film “Il cantastorie” di Gianpaolo Cugno e la rievocazione storica di Occhiolà realizzata e curata dal Rotary Club Grammichele Sud Simeto.

Grande successo ha riscosso il tour enogastronomico dal tema: “Dieta mediterranea e street food” curato da SIKELE con la straordinaria partecipazione di Roberto Toro, che ha deliziato tutti i visitatori con la sua ricetta degli spaghetti al pomodoro, con le eccellenze della pasta Damigella e della salsa al pomodoro di Agromonte. Una degustazione realizzata grazie alla collaborazione dell’Associazione “Triskele”, e “Polara, bibite di Sicilia”, Pasticceria F.lli Roccella e Judeka Winery.

Una giuria di esperti ha premiato tre artisti che si sono distinti nell’estemporanea di pittura “Racconta la tua Sicilia” in collaborazione con il network “Pitturiamo”.

Ma ad attirare le migliaia di visitatori è stato lo spettacolo del Teatro dell’Opera dei Pupi a cura della Compagnia Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania che ha incantato grandi e piccini, e poi le straordinarie esibizioni dell’attore Giuseppe Brancato con un monologo davvero emozionante sulla Sicilia, le note della pianista Giuseppina Torre, artista siciliana pluripremiata in America ed infine le canzoni di Maurizio Chi, altro artista di talento.

Il momento clou è stato la consegna dei premi: Bianca Magazine ha assegnato una targa a Francesco Navanzino, “per la sua lunga carriera professionale ed aver contribuito a tenere viva la tradizione ceramica, tramandandola ai suoi figli”, l’agenzia Marketing e Pubblicità e Bianca Magazine hanno premiato Samuel Tasca come miglior collaboratore mentre dalla collaborazione con l’associazione dei Giovani Imprenditori di Confcommercio Catania e Bianca Magazine è stato istituito il premio “I Paladini della Cultura”, un riconoscimento alle Eccellenze Siciliane che si impegnano a promuovere la nostra cultura e la nostra economia, sia nel recupero delle tradizioni che nelle creazioni innovative, oltre alla promozione di azioni di crowdfunding per finanziare progetti ed iniziative culturali.

Il Premio “I Paladini della Cultura” è stato assegnato: ai Fratelli Napoli, per aver mantenuto viva la tradizione dell’Opera dei Pupi e il lodevole impegno per la realizzazione del museo dedicato a questa tradizione dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità; a Giovanni Leonardo Damigella per l’impegno profuso a valorizzare i grani antichi, producendo farine e paste con miscele di sette varietà di grani; ad Adriana Santonocito ed Enrica Arena, per aver creato Orange Fiber e avviato con successo la realizzazione di tessuti con gli scarti di lavorazione della spremitura di agrumi; allo chef  Roberto Toro, per l’immagine positiva della Sicilia, poiché dopo avere deliziato il palato dei Leader mondiali al G7 di Taormina nei giorni scorsi è stato Ambasciatore della Cucina Italiana nel mondo e le sorelle Lorena e Giuliana Santoro per aver realizzato il progetto My Sicily – Fast Gourmet puntando tutto sulla Sicilia, dalla location alla bontà della nostra cucina.

Senza dimenticare la bellezza della nostra terra e dei suoi monumenti e a chi è meno fortunato di noi una parte del ricavato della serata è andato all’Associazione Onlus Amici di Christian e alla restaurazione di una tela del ‘700 appartenente alla chiesa dello Spirito Santo di Grammichele.

Conclusa questa prima edizione di Agorà di Sicilia che ha regalato tantissime emozioni rimane vivo l’entusiasmo per lavorare ad un nuovo avvincente ed intenso evento.