Cibo nostrum

Cibo Nostrum 2017: un viaggio emozionale nella Cucina Italiana.

Articolo di Angelo Barone e Foto di Alfio Consiglio

Nel gruppo WhatsApp della redazione Titti Metrico ci segnalava con insistenza di andare a Taormina per seguire Cibo Nostrum 2017 e intervistare Alessio Zappalà, un giovane cuoco catanese che opera in Lussemburgo, premiato con la medaglia d’argento al Campionato di Cucina Italiana svoltosi a Rimini lo scorso febbraio. Andare a Taormina è sempre piacevole, raccolgo l’invito e parto. Arrivo, parcheggio la macchina e mi avvio verso via Umberto, dove si svolge la manifestazione, all’inizio della strada c’è lo stand informativo in cui mi spiegano come partecipare: versi un contributo volontario di 30 euro, destinato alla Fondazione Limpe per la ricerca sul Parkinson, e ti danno un braccialetto che serve da pass per gustare le preparazioni che 150 chef della Federazione Italiana Cuochi hanno preparato per l’occasione; se versi una cauzione di 5 euro, ti danno un bicchiere per degustare i vini delle quaranta cantine partecipanti. Verso il mio contributo, sono stati raccolti 50.000 euro, rinuncio al bicchiere, la sera devo guidare e tornare a casa. Mentre mi dirigo verso piazza Vittorio Emanuele, luogo in cui mi aspetta Alessio, vedo il fermento che anima la strada piena di chef, pasticceri e sommelier che colorano la strada con i colori dalla cucina italiana e del nostro territorio: il pesce azzurro e il nostro mare, il vino rosso e bianco, il verde delle nostre verdure e delle nostre campagne, che poi diventano gialle e dorate come la nostra pasta, il nero di seppia e il rosso pomodoro. Sembra essere a un’estemporanea di pittura, gli chef diventano pittori e i piatti le tele che si colorano e sprigionano i profumi della nostra cucina e può capitare di imbattersi con pescatori che stanno tagliando a cubetti un grosso tonno che Ciccio Sultano servirà crudo in bicchiere con ghiaccio come cocktail. Un piacevole viaggio nella cucina italiana con la Sicilia protagonista che offre al mondo emozioni di una terra ricca di biodiversità da tutelare e coltivare.

Finalmente incontro Alessio, caratteri somatici e simpatia catanese sono evidenti, una passione per la cucina ereditata dal padre e felice di essere a Cibo Nostrum. Mi spiega la filosofia della manifestazione: l’organizzazione offre ospitalità e gli chef ricambiano preparando piatti da offrire ai visitatori, si lavora in squadra e mi presenta “La Cheffa” Michela Astarita che già dallo scorso anno fa squadra con lui. Michela, una toscana allegra, quando cucina sorride, sempre con le mani in pasta, vanta grande competenza su farine, pane e pasta. Alessio e Michela in quest’occasione preparano un panino ai sapori mediterranei: un matrimonio di sapori tra la Toscana e la Sicilia. Michela prepara il pane fatto con lievito naturale, senza sale, con polvere di pomodoro e tè verde con sopra della granella di pistacchio. A condirlo ci pensa Alessio con sale e pepe: il sale sta nella bresaola di tonno al basilico e il pepe nero nella crema di tuma. È subito Street Food Gourmet, in un boccone trovi tutto: croccantezza e leggerezza, dolce e salato, mare e terra, si sposano bene i sapori siciliani con il pane toscano.

Alessio Zappalà parla della sua esperienza: curiosità per le nuove conoscenze, cordone ombelicale con la sua terra e piatti tradizionali rivisitati, come la Norma rivisitata in Finger Food con i paccheri, ma l’arancino resta arancino, senza “annacamenti” palermitani in arancina. Ci racconta del suo Cafè de Capucinos in Lussemburgo: un luogo ricco di storia, convento dei Cappuccini che durante la guerra diventa panificio per sfamare la popolazione; subito dopo rinasce come teatro e oggi è un ristorante dov’è possibile gustare una cucina internazionale con radici catanesi e mangiare diventa un piacere della vita.

È arrivata l’ora dell’inaugurazione, tutti gli chef in piazza per condividere l’affermazione dello chef Seby Sorbello, anima di Cibo Nostrum, “Una piccola cosa fatta da tanti diventa una grande cosa”, condividiamo anche noi e alla prossima edizione ci saremo.

foto in Michele Cucuzza

Foto in: 20 anni d'ispirazione fotografica

Articolo di Martino Vitaliano Di Caudo e Foto di Michele Cucuzza

La storia professionale di Michele Cucuzza nasce da una passione supportata con affetto e lungimiranza dal padre, una vicenda che si intreccia con i volti fotografati in più di vent’anni di attività, e portati ancora nel cuore e nell’animo. L’estro creativo è sbocciato per seguire i lineamenti dell’unico amore e la volontà di raccontare i momenti indimenticabili della vita delle persone non ha avuto più fine. Oggi Michele racconta di sé con gli occhi sognanti di chi rivive i primi istanti in cui la passione per la fotografia è divenuta esigenza artistica da condividere.

Quali sono stati i primi passi di questa avventura?
“E’ stato mio padre ad investire su di me, lui a creduto con tutto se stesso nelle mie capacità ed ha deciso, una volta affinate le mie abilità professionali, di farmi vivere questo sogno mettendomi nelle condizioni di aprire il mio studio. Io ero poco più che un ragazzino, ma già da tempo mi dilettavo a fotografare la mia ragazza ed altri amici e mi resi conto ben presto di riuscire a realizzare foto che si discostavano dal panorama presente all’epoca ed allora ho deciso di proseguire su questa strada. Non nego che all’inizio è stata dura, ma i clienti mi hanno accordato subito grande fiducia, ricordo in particolare di aver realizzato con successo il mio primo book fotografico per un matrimonio il giorno prima della mia inaugurazione e da allora non mi sono più fermato.”

Da cosa trae ispirazione la sua arte?
“Il fascino della fotografia ha catturato la mia immaginazione fin dall’infanzia. Mio padre mi ha circondato di strumenti fotografici professionalmente validi, ed io ho maturato quest’arte muovendomi alla ricerca di ispirazioni sempre nuove, ma radicate nella mia terra. Ricordo l’emozione unica di uscire la mattina alla ricerca di un paesaggio o di un volto da fotografare, tutto questo continua a rappresentare il tratto imprescindibile del mio lavoro; la carica emozionale che vivo nel momento in cui realizzo una foto è il vero motore che sostiene le mie creazioni, sensazione questa che continuo a condividere con mio fratelloSamuele, operatore video e supporto straordinario per ogni mio traguardo.”

Ogni foto racconta una storia, come si intreccia la sua arte all’interno delle varie sfaccettature del singolo evento da lei fotografato?
“Riuscire ad individuare il tratto peculiare di una foto modellandola al singolo evento non è semplice, io mi occupo da anni di matrimoni e non solo e riesco a seguire passo passo le vicende umane di intere famiglie, questo comporta la necessità di cambiare registro a seconda della cerimonia o dell’evento che ho d’innanzi. Ogni evento è una racconto a sé stante ed è fondamentale riuscire a coglierne il senso unico per celebrarne gli aspetti che verranno ricordati negli anni.”

Quali sono i consigli per chi intende approcciarsi al mondo della fotografia nell’era del digitale?
“L’era del digitale ha stravolto per alcuni aspetti le basi della fotografia così come la si intendeva anni fa, adesso è molto più semplice, ma non bisogna dimenticare che l’approccio professionale è cosa ben diversa. Di sicuro la tecnologia riesce a facilitare i compiti del fotografo, ma alcuni dettagli attinenti all’impostazione possono essere appresi solo da chi dedica molto tempo e fatica al mondo della fotografia. Più in generale possiamo affermare che si tratta di due realtà simili, ma con aspetti peculiari ben differenti, in ogni caso consiglio qualunque approccio ad un mondo che è in grado di dare tanto a chi vuole goderne. Di recente anche mio si sta avvicinando a questa realtà, spero che possa coglierne la magia come è accaduto a me.”

in mostra

Una tradizione che si tramanda da padre in figli e guarda oltre

Articolo di Stefania Minati

Bianca Magazine è onorata di essere media partner di un evento culturale così prestigioso e per questo, lo seguirà nella sua esposizione itinerante. “… C’era una volta un pezzo di creta …” è la personale dei fratelli Antonino e Luigi Navanzino ospitata presso la Sala Esposizioni Temporanee della Corte Capitaniale di via Duomo, 7 a Caltagirone.
Già il titolo stesso vuol significare ciò che è la trasformazione dell’argilla, dalla sua forgiatura alla decorazione, al prodotto finito, a quelle che sono quelle magnifiche opere realizzate dalle sapienti mani di due bravi artisti ceramisti, ” … C’era una volta un pezzo di creta …”, inaugurata lo scorso 8 luglio e presentata dal prof. Paolo Giansiracusa e dal dott. Omar Gelsomino, è un’esposizione temporanea di maioliche artistiche, realizzate nella bottega di Francesco Navanzino nel corso di due anni di studi morfologici e cromatici, come forma di ricerca diversamente tradizionale: Rifacendosi al romanzo di Carlo Lorenzini, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Collodi, “Le avventure di Pinocchio”, il burattino creato nel laboratorio di un falegname, che dopo un processo di apprendimento diventa un ragazzino vero, cosi Antonio Navanzino, in una sorta di parallelismo, dimostra il suo percorso formativo e di maturazione artistica, frutto di studi e di sapienti tecniche apprese nella bottega del padre Francesco. Più introspettivo è il viaggio di Luigi Navanzino, uno sguardo nel suo io e nell’intimo di ogni uomo in tutte le sue sfaccettature, partendo dall’ispirazione classica si proietta nel futuro, passando poi per il mito della metà e della coppia, traendo spunto da “Il simposio” di Platone, il futurismo, il doppio ed infine i vizi dell’uomo.
La mostra è patrocinata dal Comune di Caltagirone, dall’assessorato alle Politiche Culturali e della Tradizione e dai Musei Civici “L. Sturzo”, dall’assessorato regionale al Turismo, allo Sport e allo Spettacolo, dalla Pro Loco “Caltagirone Unesco World Heritage”, dalla Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” e con la collaborazione della Caritas Diocesana di Caltagirone; dell’Istituto Maria Ausiliatrice di Caltagirone; di Ceramiche Francesco Navanzino; della Strada degli Scrittori della Val di Noto; di TVR XENON canale 289; di Bianca Magazine, di Mea Danza Caltagirone, di Felice Privitera Photography e di Punto Stampe Caltagirone.

Una doppia personale che proprio per la sua particolarità diventerà itinerante, facendo così conoscere, in Italia e all’estero, partendo proprio da Caltagirone, terra in cui sono state pensate, elaborate ed esposte, non solo la ceramica ma tutta la creatività di due bravi maestri artigiani che con le loro opere riescono a “plasmare” sensazioni uniche e a regalare emozioni agli occhi di chi le ammira.

La mostra sarà visitabile sino al 31 agosto, tutti i giorni dalle ore 9,30 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30, con ingresso gratuito.

C'era una volta un pezzo di creta

Chi lo sapeva?

Articolo di Stefania Minati

Anche quest’anno nel mio piccolo paese, Prascorsano, per tre giorni i Comuni partecipanti si sono sfidati a suon di giochi con più di 200 giocatori per affrontare sedici dure sfide. Non pensiamo ai giochi moderni ma a quelli che non ci fanno dimenticare le tradizioni e gli usi dei nostri avi. Eccovi quindi servita qualche chicca sulle origini di alcuni di questi giochi.

ALBERO DELLA CUCCAGNA
Detto anche Albero di Maggio, risale alle popolazioni germaniche e ai loro antichi culti della fertilità. Si crede, infatti, che per festeggiare le nuove fioriture sacrificassero delle focacce (Kuchen) appendendole all’albero consacrato. Ci sono oggi diversi approcci a quello che è diventato ai nostri giorni un gioco, sia l’Albero piantato in terra e ingrassato o appeso su un corso d’acqua, resta il fatto che i giocatori devono affrontare una grande sfida di equilibrio e abilità per arrivare all’ambito premio e scalare il palo che rappresenta l’antico Albero della Cuccagna.

James Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, 1990.

CORSA CON I SACCHI
Non si conosce l’origine di questa sfida a gambe incappucciate ma si legge che già nel 1541 Papa Paolo III fosse un fan di questo tipo di gare e i giocatori che per primi compivano il tragitto tra il crocefisso e il balcone papale, venivano premiati. Anche in occasione dei Giochi Olimpici Estivi del 1904 di St. Louis si tenne una gara di corsa dei sacchi, nonostante non sia mai stata una disciplina olimpica.

IL GIOCO DELLE BOCCE
Questo potrebbe essere ritenuto uno dei giochi con origini più antiche, le cui testimonianze risalgono al 7.000 a.C. nella città di Catal Huyuk, in Turchia. Anche i Greci e i Romani lo praticavano, tant’è che Ippocrate elogiò il gioco in uno scritto consigliandolo come attività molto salutare.
Prese piede in tutta Europa nel Medioevo e piaceva così tanto a giovani, anziani, nobili e plebei che molti trascuravano il lavoro, altri si dedicavano alle scommesse e scoppiavano liti furibonde, tanto da dover essere bandito in molti Paesi, come la Francia e l’Inghilterra. Tra i nomi eccellenti che contribuirono a far rinascere questa disciplina dopo il 1400, troviamo Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero e Calvino i quali sembrano essere stati accaniti giocatori. Il primo regolamento ufficiale fu stampato a Bologna nel 1753.

TIRO ALLA FUNE

Anche il tiro alla fune trae le sue remote origini da cerimonie rituali risalenti alla Birmania, Borneo, Corea, Nuova Zelanda, Congo e le Americhe. Connesso alla simbologia delle «forze contrastanti» (bene-male; vita-morte, luce-ombra, il principio maschile e quello femminile, il cielo e la terra, yin e yang, insomma l’espressione del dualismo della complementarietà universale), era praticato in occasione di cerimonie propiziatrici di abbondante raccolto e di cerimonie funebri.
La documentazione del tiro alla fune come sport risale a un’iscrizione egiziana del 2.500 a.C. sulla tomba di Mezera-Ku in Sakkara. Negli antichi giochi olimpici del 500 a.C. il tiro alla fune era praticato sia come attività sportiva autonoma, sia come pratica di allenamento per altre discipline. Nel XII secolo era praticato alla corte degli imperatori cinesi, mentre nel XII e XIV secolo è presente in Mongolia e Turchia; in Europa occidentale è documentato intorno al Mille.
Nel XV e XVI secolo appare in Francia e in Gran Bretagna ed è in questo periodo che nasce una prima regolamentazione, selezionando gli atleti tra giovani di ugual peso. Il tiro alla fune come sport organizzato nasce in Europa verso la fine del secolo scorso. Il tiro alla fune fu sport olimpico per circa cinquant’anni (1870-1920); in seguito fu cancellato da una delibera presa a maggioranza dal Comitato Olimpico Internazionale quando si stabilì di ridurre il numero degli sport partecipanti.

alfio antico

La transumanza sonora di Alfio Antico - "Il Dio del tamburo"

Articolo di Omar Gelsomino e Foto di Jùlia Martins

Un legame profondo unisce l’uomo e i suoi tamburi, così come quello che lo lega alla sua terra. Un legame forte e indissolubile identifica la personalità di Alfio Antico. È lui il principale interprete della canzone popolare italiana con i suoi inimitabili tamburi e i loro suoni.
«Sono di Lentini e provengo dalla cultura pastorale, ho fatto il pastore sino a diciotto anni, ma ho sempre avuto la passione per il tamburo. In famiglia c’era mia nonna materna che suonava il tamburo, ricordo questa figura elegante e generosa, ed io ho imparato da lei. I contadini la chiamavano per benedire il frumento».
Una vita da pastore sicuramente dura ma piena di storie e cultura contadina.
Già, un pastore, un conciatore di pelli, un artigiano e un musicista. E poi arriva l’incontro che cambia la vita. «Nel 1977 mi scopre Eugenio Bennato, con Musicanova e da lì è iniziata la mia carriera. Nonostante le meravigliose esperienze fatte, rimango sempre legato alle mie radici, al mio passato e soprattutto alla mia scrittura. Dire bucolica è dire poco, ma è autentica, per cui avendo fatto il pastore uso questo linguaggio».
Diverse sono state le esperienze con i più grandi artisti Peppe Barra, Lucio Dalla, Vincenzo Spampinato, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Fabrizio De Andrè, Roy Paci, I Lautari; in teatro con Giorgio Albertazzi, Roberto De Simone, Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo; e nella danza con Amedeo Amodio, George Iancu e Vittoria Ottolenghi e tanti altri che gli hanno permesso di raggiungere la sua maturità artistica.
«La transumanza la facevo con le pecore dalle parti del Biviere di Lentini, sino a Melilli». Nelle scorse settimane ha ripercorso la sua “transumanza sonora” nell’entroterra ennese, fra Troina e Cesarò che diverrà un docu-film, «ho dovuto provare alcuni giorni per abituare le mucche al suono del tamburo, imitando il loro passo con la campana legata all’impugnatura del tamburo, un animale molto più docile delle pecore, un’esperienza che mi ha emozionato tantissimo». La transumanza è un rito ancestrale e una tradizione ormai in estinzione ma capace di regalare emozioni che solo il contatto con la natura sa dare.
Alfio Antico rimane legato alle tradizioni, quell’insieme di memorie e testimonianze utili a non dimenticare chi siamo e da dove veniamo. «La tradizione la creiamo noi stessi. Oggi si è perso il dialogo, stiamo perdendo anche il dialetto e il rispetto di tutto ciò. Quando non ci sarò più, lascerò un segno che si chiama tradizione. Si dovrebbe fare un passo indietro per guadagnarne dieci in avanti. Bisogna educare la gioventù, cominciando dalla scuola. È necessario conservare la memoria». Nonostante che da anni viva a Ferrara continua il legame con la sua terra, «La Sicilia mi “allatta”, quando sono in Sicilia mi dice “non dirmi nulla, passeggia” e quando me ne vado, parto carico di emozioni, utili anche a scrivere le canzoni. La Sicilia per me è la terra più ricca al mondo, non ha eguali. Purtroppo siamo anche noi a disprezzarne alcune cose, ma sarò sempre legato a lei». Una terra che per Alfio Antico è fonte d’ispirazione oltre che di emozioni. «Offre sonorità diverse. Ogni tamburo ha la sua voce, il suo linguaggio, così come ogni paese ha la sua diversità nelle frasi e nelle sfumature. I tamburi sono artigianali, li realizzo io, sino a tanti anni fa io stesso mi procuravo le pelli e le conciavo, adesso le compro nelle Marche. Per ogni brano che scrivo c’è un altro colore, un altro linguaggio, un’altra musica. Suonare in giro per il mondo, insieme a tanti gruppi, mi ha portato a sviluppare le varie tecniche e sonorità musicali. Il mio tamburo suona, canta, ha un suono ritmico e armonico, come se fosse un’arpa, con cui cerco di imitare il movimento delle foglie al vento o la risacca del mare, l’infrangersi delle onde sugli scogli e il loro gorgoglio».
Alfio Antico da anima e voce alla natura, un mondo arcaico e agreste con il ritmo dei suoi tamburi, regalando quasi un afflato magico e poetico a chi lo ascolta.

Bianca pet

 

Bianca PetArticolo di Maria Concetta Monticello e Foto di Samuel Tasca

Molto spesso gli animali vengono regalati ad un figlio, ad un nipotino e rappresentano il regalo che porta gioia ed allegria in famiglia, tante volte però quest’azione è fatta con sufficienza e con poca attenzione. Prima di regalare un animale sarebbe meglio rifletterci al meglio, possibilmente con responsabilità e buon senso e porre l’accento sulle conseguenze del proprio gesto e delle proprie scelte. Troppo spesso gli animali vengono considerati alla stregua di giocattoli, utili fin quando sono divertenti, quando invece gli stessi diventano un impegno sono repentinamente considerati da gettare. In Italia, ogni anno, con l’arrivo della bella stagione vengono abbandonati migliaia e migliaia di animali, molti dei quali finiranno per morire causando incidenti stradali e terminando la loro esistenza per strada, tra atroci sofferenze, stremati dalla fame e dalla sete. Abbandonare gli animali è un reato penale, ma sopratutto morale, segno di profonda inciviltà e cattiveria umana. Paradossale è inoltre che nel nostro paese le conseguenze giuridiche per chi ammazza o violenta una donna sono spesso e volentieri inadeguate, figuriamoci la sorte di coloro i quali fanno del male ad un cane, per loro i risvolti penali sono nella pratica inesistenti. Eppure gli animali sanno amare in maniera incondizionata, a loro non importa se sei bello, grasso, ricco, povero, giovane o vecchio, hanno per te dedizione e rispetto. Loro non ti giudicano, ogni volta che entri in casa ti salutano come se non ti vedessero da chissà quanto tempo. Danno senza chiedere nulla, sono felici di essere al mondo e profondamente grati di chi si prende cura di loro. Quando stai male loro se ne accorgono e allora si prendono cura della tua persona senza mai distrarsi, fino all’ultimo minuto della loro vita. Noi umani dovremmo imparare l’amore da loro, in maniera semplice: imitarli.

Editoriale

Editoriale La redazione

Le battute conclusive del primo anno di Bianca Magazine disegnano lo scenario presente e futuro del nostro impegno lavorativo. Un anno di passione giornalistica, un anno di dedizione e ricerca.

Valorizzare i talenti è stato il filo conduttore del nostro indagare, l’ispirazione iniziale ha trovato seguito nei tanti volti ritratti in articoli e foto. Bianca nasce in Sicilia, ma sa osservare lontano, volge lo sguardo a chi della sua arte ha fatto la propria missione di vita, muovendosi fra le regioni alla ricerca del talento nascosto e di quello già celebrato.

Bianca è essa stessa ispirazione, trae origine dalla volontà di esaltare la Bellezza e premiare l’Eccellenza, si nutre dei paesaggi, dei sapori,dei profumi della nostra cucina, vive della creatività della sua gente.

Leggere Bianca vuol dire viaggiare e scegliere di farlo evidenziando i pregi della nostra terra e la meraviglia dei suoi protagonisti. L’amore e la devozione per il bello trovano ristoro negli uomini e nelle donne che in questo tempo ne ricercano i benefici e che ad esso aspirano, questo è il senso della nostra ricerca: fornire a chi lo desidera un approdo celebrativo dell’arte.

Nella cornice della nostra rivista abbiamo esaltato il talento di Roberto Toro, Ambasciatore della cucina italiana nel mondo,  abbiamo rivissuto il rito e la tradizione della transumanza trasposta in musica dall’artista Alfio Antico, ci siamo appassionati al sogno per la recitazione di Giuseppe Brancato, abbiamo lasciato che le idee innovative dei giovani di Orange Fiber venissero apprezzate e rese note.

Desideriamo festeggiare questo primo anno con l’augurio di poter rivivere insieme ai nostri lettori il viaggio emozionale nei colori e nei sapori della nostra terra, un percorso bellissimo da vivere mille volte ancora tra cibo, musica e cultura.

Vogliamo continuare nello spirito di Alex Zanardi “Vorrei fare qualcosa in più nella mia vita”

Grazie infine ad Emanuele per aver ideato ed investito su questo progetto.

l'arte come dono g37

L’arte come dono, ultimo omaggio per la Sicilia contemporanea.

Articolo di Martino Vitaliano Di Caudo e Foto di Fondazione “Fiumara D’arte”

Il creatore di “Fiumara D’arte”, Antonio Presti, nel suo personale viaggio artistico in Sicilia. L’arte ha bisogno di essere celebrata, vissuta, sentita sotto e oltre la pelle, questo è il motivo del dialogo, del passaggio di consegne immaginifico e reale che spinge il mecenate messinese Antonio Presti a investire sui luoghi straordinari della nostra terra. I passi del risveglio dell’arte avvengono sull’Etna con la potenza della poesia nel G37, sui Nebrodi con il suggestivo “Rito della luce” e ancora a Taormina con la riapertura de “Le rocce”.

Momenti questi che segnano la rinascita, tracciando il solco doveroso sul quale investire. Antonio Presti si racconta e racconta l’arte come uno strumento, grimaldello Politico, in grado di restituire un’identità e un presidio etico a luoghi impoveriti dalla cattiva gestione amministrativa, realtà rese sterili da un abbrutimento dell’animo, guaribili solo con il senso di bellezza che dall’arte promana.

Qual è il senso dei percorsi d’arte collocati in Sicilia?

“Il senso ultimo risiede nel dono, donare la bellezza nella Sicilia contemporanea è sempre un percorso in salita, ma dopo quarant’anni, consapevole di aver scelto questa devozione alla bellezza che trova nell’opera d’arte il suo senso, la forma e il suo corpo, non posso far altro che continuare in questa possibilità. Coniugare la mia vita, non solo sul senso del dono, ma sul potere della conoscenza, che in questa società contemporanea è offesa quotidianamente da un’ignoranza e da una mediocrità di barbari, è l’unico strumento per consegnare a questa società l’omaggio del futuro. L’arte quindi deve essere intesa come vero e proprio strumento, l’opera d’arte come il mezzo e come fine ultimo c’è sempre la restituzione della conoscenza”.

In quale percorso si inseriscono il G37, il “Rito della luce” e la riapertura giorno 27 luglio de “Le rocce” a Taormina?

“Tutti questi eventi hanno un minimo comune denominatore che è il percorso di affermazione del più grande potere al mondo: la conoscenza. Abbiamo iniziato con il G37 in parallelo con il G7 per affermare che i potenti del mondo non sono questi signori che ci rappresentano, i veri potenti sono gli insegnanti, gli alunni, gli artisti; sono coloro i quali consegnano la conoscenza nelle mani di chi la richiede. Questo messaggio è stato trasposto nell’ambientazione del “Rito della Luce” dove il sapere è stato collocato al centro di un ipotetico innesto che funge da cura per la pianta dell’umanità avvelenata. Questa consegna della conoscenza trova la sua naturale conclusione nella riapertura de “Le rocce” a Taormina, in tal modo viene esaltato il potere della conoscenza, capace di vincere anche la mediocrità politica che ha attanagliato parte del nostro territorio”. 

Come valuta il sistema sociale in cui è inserito il nostro territorio?

“Il sistema lavora per distruggere i luoghi della conoscenza, è come se ci fosse un piano scellerato a livello mondiale per annientare il sapere. Si sta cercando di innestare nei giovani la convinzione che studiare non conviene, mentre la mediocrità si può sconfiggere solo con il sapere. Si preferisce avere nuove generazioni asservite alle dittature del futuro come la tecnologia e internet, piuttosto che avere uomini liberi; si predilige, in altre parole, l’ignoranza quale potere di schiavitù, ma l’arte si pone in antitesi come baluardo per la vera conoscenza. Rigenerare e riaffermare il potere del sapere è l’impegno che vorrei continuare a portare avanti in questo momento della mia vita nei vari percorsi d’arte che realizzo”.

 Qual è l’idea di arte da lei sposata?

“Il senso profondo dell’opera d’arte non è solo quello di farsi guardare per essere reinterpretata e capita, l’opera d’arte è tale nel momento in cui restituisce all’essere umano la possibilità di sentirsi esso stesso opera dell’universo. Io credo che l’arte, in questo momento, debba restituire all’umanità la possibilità concreta di sentirsi quest’opera”.

Giuseppe Brancato

Giuseppe Brancato: un sogno diventato realtà

Articolo di Titti Metrico e Foto di Francesco Maria Attardi

In questo numero di Bianca Magazine vi farò conoscere Giuseppe Brancato, classe 1982, attore teatrale. Ad 11 anni salì sul palco dell’oratorio per uno spettacolo, era il protagonista, ma per la paura ed i crampi allo stomaco si ripromise che quella fosse stata l’ultima volta. «Gli anni della mia infanzia sono tra i ricordi più belli, che hanno tessuto il mio carattere, ero pieno di fantasia, adoravo inventare storie. Avevo 8 anni quando mio nonno materno Giovanni mi regalò “A Livella” di Totò, mi innamorai, ed ogni sera, davanti alla “conca”, che i miei nonni accendevano per riscaldarsi, io recitavo. Nonno Giovanni era analfabeta, ma pieno di cultura, adorava inventare poesie che io scrivevo sul mio block notes, imitando mio nonno iniziai a scrivere le mie prime poesie e i miei primi sceneggiati. La recitazione diventò il mio rifugio, mi chiudevo in camera ed indossavo vestiti vecchi interpretando diversi ruoli. Sul palco ho trovato la sicurezza che non trovavo nella vita, poi ci fu l’incontro con Giovanni Cutrufelli: colui che applicò nella vita e nella scena la filosofia pirandelliana, con lui all’età di 11 anni il mio primo spettacolo accanto a dei professionisti con “L’uomo, la bestia e la virtù”. Per chi arriva da un paesino e sogna di fare l’attore le scelte sono due: o vai via oppure ti rendi conto che i sogni devono restare sogni, ma io non volevo rinunciarci». Pian piano, dopo tanti sacrifici sono arrivati i primi successi «Arrivò l’Accademia di Teatro Contemporaneo “Gesti” diretta da Guglielmo Ferro, figlio del grande Turi Ferro, gli anni della scuola mi hanno distrutto e ricostruito. Ho capito cos’è il teatro, ho studiato con Francesca Ferro, Agostino Zumbo, Fioretta Mari. Tre mesi dopo il diploma, lasciai il curriculum al Teatro della mia città, un pomeriggio ricevetti una telefonata da Tuccio Musumeci, feci il provino ed iniziò la tournèe dello spettacolo “Piccolo Grande varietà”. Ho messo in scena i miei testi per la compagnia “Patatrac”. Ho scritto per il cinema “Latte di mamma” con la regia di Francesco Maria Attardi, classificatosi al primo posto al concorso “Human Space”, sono stato tra i protagonisti de “Le fils de l’homme” al Festival di Marzamemi, e del videoclip musicale “Perdo mezz’ora” dei rapper Soulcè e Teddy Nuvolari. L’estate del 2014 con lo spettacolo “Dostoevskij Carnaval” siamo stati in scena al Roma Fringe Festival, la stessa sera a Salerno feci un provino per la Compagnia Artisti Cilentani, diventando Enea. La partecipazione a Milano Expo per rappresentare la Regione Campania. Sono stato il medico e nutrizionista Ancel Keys, il cattivissimo Scrooge nel musical “A Christmas Carol”, Primo Levi nello spettacolo “Se questo è un uomo”». Ha riscosso successo anche la partecipazione al talent televisivo “Tu si que vales” «Inviai una mail e mi chiamarono per il provino. Barbara Cappi, una degli autori del programma, alla fine del mio monologo restò in silenzio, non riuscivo a capire, e mi liquidarono con un “le faremo sapere”, finché una sera ricevetti una telefonata e da lì è partita l’avventura “Tu si que vales”. In trasmissione ho portato un mio monologo, raccontando la storia di Kolja, che è la storia di milioni di uomini, donne, bambini, che ogni giorno attraversano il mare con il sogno dell’Italia e di salvarsi la vita, ma non sempre queste storie hanno un lieto fine. Finita la puntata arrivarono tantissimi consensi, attestazioni di stima e richieste di amicizia». E il teatro per Giuseppe Brancato rimane l’unica passione «In Sicilia curo dei laboratori teatrali per bambini a Giardini Naxos e Taormina insieme ad Anna Maria Raccuja e a Caltagirone con la compagnia “Nave Argo” di Fabio Navarra. In Campania lavoro con la Compagnia Artisti Cilentani nel musical “La famiglia Addams”. Dopo l’esperienza di “Tu si que vales” sono stato contattato da una casa editrice romana che mi ha proposto di scrivere con loro. Se ci fosse ancora Nonno Giovanni sarebbe fiero di me. Il mio sogno è quello di poter vivere per sempre di questo. Ma non aspiro alla celebrità. Certo se poi arriva che ben venga».

Cipolla Giarratana

Articolo di Alessia Giaquinta e Foto di Giusy Noto

“La Cipolla, avvocata nostra” scrive il filosofo e drammaturgo Guido Ceronetti, sostenendo che in cucina non possono mai mancare né aglio nè cipolla.

Sebbene l’odore di quest’ultima sia abbastanza deciso e, come si dice in gergo “pesante”, non si può certo negare che questo ortaggio migliora, arricchisce e condisce qualsiasi pietanza.

Ancora meglio se si prende in considerazione non una comune cipolla ma quella di Giarratana (RG).

Conosciutissima non solo per il colore bianco e le dimensioni notevoli ma soprattutto per il sapore dolce e delicato, la cipolla di Giarratana si qualifica tra le eccellenze della nostra terra, un prodotto unico che riesce a maturare soltanto nei terreni calcarei tipici del territorio ibleo.

Si dice che la coltivazione ebbe inizio nei primi del Novecento e che grazie alla Fiera del Bestiame, organizzata ogni 21 Agosto in onore al patrono di Giarratana -San Bartolomeo -, ebbe la sua diffusione entrando nei mercati regionali e poi anche nazionali.

Nel 1978 si decise di valorizzare il bianco e dolce ortaggio attraverso una Sagra che da allora si ripete ogni anno il 14 Agosto a Giarratana con lo scopo di promuovere la vendita del prodotto attraverso la degustazione di piatti tipici a base di cipolla.

A rendere speciale questa tipologia di ortaggio sono le peculiari caratteristiche morfologiche (il colore bianco, la forma ovale schiacciata e il peso che può variare dai 600 gr agli oltre 2 kg) le numerose qualità organolettiche, nutritive e terapeutiche: s’impiega, infatti, anche come disinfettante, antibatterico e antinfiammatorio; il succo è utilizzato inoltre come diuretico: facilita la circolazione sanguigna e apporta benefici all’intero sistema cardio-circolatorio.

La coltivazione si effettua rigorosamente a mano e inizia nel periodo invernale con la concimazione del terreno per mezzo di escrementi bovini; in seguito vengono inserite le piantine che vanno irrigate fino al periodo che precede la raccolta (anche questa eseguita manualmente) nei mesi di Luglio e Agosto.

Prima di espiantarle dal terreno si deve aspettare che la cipolla sia ben asciutta e per questo motivo, qualche giorno prima della raccolta, viene sospesa l’irrigazione.  Nell’arco di questo breve periodo, i contadini pregano il buon Dio che non arrivino piogge o temporali estivi capaci di annullare il raccolto.

La resa media in zona supera i 500 quintali per ettaro e costituisce un’importante fonte di guadagno per numerosi nuclei familiari, aziende e, in generale, per la città di Giarratana. La commercializzazione del prodotto si effettua, in primo luogo, nella regione stessa e, negli ultimi anni, anche grazie ai riconoscimenti che questa ha ottenuto, si è diffusa nel mercato nazionale dove è particolarmente apprezzata e conosciuta.

La cipolla di Giarratana, infatti, è stata inserita nell’elenco dei prodotti tipici tradizionali promosso dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ed è anche Presidio Slow Food.

Il fatto che è un’ortiva stagionale e dunque non reperibile durante tutto l’anno – ma solo nei mesi estivi – aumenta il suo valore e la garanzia della freschezza del prodotto.

Si può assaporare cruda, bollita, gratinata, ripiena, fritta… Insomma: ce n’è davvero per tutti i gusti!

L’Azienda Fagone è leader nella produzione della “Cipolla di Giarratana” ottenendo la certificazione GLOBAL G.A.P. e ricevendo il premio come migliore azienda conserviera della Sicilia. L’Azienda Fagone, infatti, ha pensato, oltre alla commercializzazione del prodotto, di produrre delle conserve così da permettere a tutti, aldilà dei limiti spaziali e temporali, di poter assaporare la regina bianca degli Iblei: la Cipolla di Giarratana.