Eventi in mostra:

  • 63° edizione Taormina Film Festival dal 6 al 9 Luglio 2017

 

  • Sagra della Scaccia Modicana e del Pane di Casa:  tra i festeggiamenti del SS Redentore, giorno 8 Luglio 2017 a partire dalle ore 20.00 a Modica, in contrada Quartarella.

 

  • Il Cerasuolo Ibla Party, dal 30 Giugno al 1 Luglio 2017 presso Ragusa Ibla

 

  • Alto Canavanese Games: i Comuni si sfidano a Prascorsano (TO) il 7/8/9 Luglio 2017 a suon di giochi, ma quelli di “una volta”

a cura di Stefania Minati

L’età delle figlie /    Le figlie hanno rispettivamente 2, 2, 9 anni

 

 

 

 

In rosso le terne che con 13 di numero civico è più probabile, considerando che la maggiore ha gli occhi azzurri ma essendo la maggiore non ha gemelle, ecco che resta la terna 229

 

 

a cura di Stefania Minati

Tra le città più eco-sostenibili al mondo abbiamo al primo posto Vancouver, in Canada, dove intendono mantenere l’obiettivo di raggiungere il 100% di utilizzo di energia rinnovabile entro il 2030. Con i suoi 600.000 abitanti ha messo in atto una vera e propria transizione all’ eco-sostenibile che riguarderà ogni singolo settore senza nessun tipo di esclusione. Possiamo sperare che raggiungano tale obiettivo e che molte altre città intraprendano questa sana competizione per arrivare il prima possibile ad un tale risultato.

 

www.greenstyle.it

a cura di Stefania Minati

A Vienna sono attivi ben 35.000 Orti Comunali destinati alle famiglie. Anche in alcuni Comuni italiani, come Torino, Lecco e Bologna stanno destinando degli spazi verdi a questo scopo, proprio per abituare al consumo di frutta e verdura di stagione limitando al tempo stesso parte dell’inquinamento da trasporto.

Interessante vedere anche, che alcune amministrazioni, stanno valutando di riportare aree che sono edificabili a non edificabili destinandole ad aree verdi.

 

www.ecosostenibile.com

a cura di Stefania Minati

Le previsioni dell’IPCC per il prossimo secolo dicono che l’espansione termica provocherà l’innalzamento del livello dei mari dallo 0.5 ai 4 metri, dipende da quanto saremo bravi e veloci a mettere in atto le azioni correttive e le volontà espresse anche nei trattati di Kioto. Considerando che molte città come New York e Shangai sono esattamente al livello del mare, direi che probabilmente perderemo il primato mondiale di Venezia come città marittima più bella e romantica. Potremo però contare su una nuova serie di film stile anni ’80 per cui anziché “Rimini Rimini”, gireremo “Bologna Bologna”.

 

IPCC (Intergovermental panel climate change)

a cura di Stefania Minati

Scoperta nel 1988 nell’Oceano Pacifico, la Great Pacific Garbage Patch (grande chiazza di immondizia del Pacifico), si è formata a causa dell’accumulo di plastica disperso in mare e raccolta dalla corrente oceanica detta “Vortice subtropicale” del Nord Pacifico. Secondo l’AMRF e la Marina degli Stati Uniti si stima una concentrazione di tre milioni di tonnellate di plastica, data però la grande estensione della stessa, si stima che possa arrivare a contenere fino a 100 milioni di tonnellate di detriti. Considerato che il mare ha già fatto il lavoro più grande di concentrare i rifiuti, si prenderà in considerazione l’idea dello studente in Ingegneria Boyan Slat, secondo cui sarebbe possibile raccogliere l’immondizia praticamente a costo zero utilizzando luce solare, energia delle correnti e riciclare a terra quanto raccolto?

Come campagna di sensibilizzazione l’artista Maria Cristina Finucci ha fondato lo stato di Garbage Patch nel 2013. Aggiungo anche che questa non è, purtroppo, l’unica isola del genere che si forma negli oceani.

 

National Geographic News, saperescienza viagra senza ricetta.it. Laura Parker, La prima mappa della spazzatura oceanica

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Fabio Navarra

Lui è un giornalista ed uno scrittore affermato. È nato a Milano ma è originario di Racalmuto, la stessa città di Leonardo Sciascia. Lo incontro a Caltagirone poco prima della presentazione del suo ultimo libro “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza), e davanti ad un caffè inizia l’intervista a Gaetano Savatteri.

Una passione per il giornalismo che inizia quando «da ragazzini leggevamo i libri di Sciascia che raccontava del paese in cui vivevamo, c’era questo strano vivere allo specchio, perché tu leggevi il libro poi uscivi e vedevi i luoghi, le persone, le situazioni che Sciascia aveva raccontato anni prima. Da qui è nata l’illusione, la certezza, il bisogno che si potesse esistere solo se si esiste nella scrittura. Essendo molto giovani e non avendo trovato un autore che ci raccontasse fondammo un piccolo giornale (Malgrado tutto, nda) per raccontare il nostro tempo, denunciare le cose che non ci piacevano, credendo che la parola scritta, detta, pubblica fosse un valore che dava significato alle nostre idee: cominciammo con Giancarlo Macaluso, oggi al Giornale di Sicilia, Luigi Galluzzo e Carmelo Sardo oggi a Mediaset, un piccolo gruppo di ragazzi che si sono inventati un giornale, poi diventato un modo di vita, il nostro mestiere».

Giornalismo e scrittura sono legati da un comune denominatore, raccontare storie «non vedo tanta differenza se a raccontare una storia sono giornalisti o scrittori, alla base vi è il piacere di raccontare a qualcuno una storia, raccontarla costruendola nel modo, come diceva il mio capocronista, “che se uno comincia un articolo, se è bravo, devi farglielo finire”, lo stesso funziona con i libri. Se uno è bravo, se la storia funziona, chi comincia a leggere un articolo, un libro o segue un servizio lo fa fino alla fine».

Nella sua ultima fatica letteraria, “Non c’è più la Sicilia di una volta” Savatteri spiega che «non si può continuare a raccontare la Sicilia con strumenti letterari vecchi, usandoli come guida turistica. È vero che grandi scrittori hanno raccontato l’animo umano ma non possiamo pensare che girando per la Sicilia col Gattopardo sotto il braccio dobbiamo incontrare ogni passo i suoi personaggi. Quel tipo di profilo non esiste più. Ve ne sono altri, forse migliori o peggiori. Io ho tentato di raccontare che c’è una Sicilia letteraria, cinematografica, artistica, imprenditoriale che si muove, partendo dal 1992, anno delle stragi, in cui qualcosa è cambiata. Da allora sono passati 25 anni, un tempo sufficiente per creare una nuova immagine della Sicilia».

La stessa Isola che ogni anno si svuota, vede i propri figli realizzarsi fuori dai suoi “confini”, che ha tante contraddizioni. «Non ho scritto un libro di statistica comparata fra come si stava ieri e come si sta oggi, ho lavorato sull’immaginario. Proprio questi figli che vanno lontano sono quelli che contribuiscono a costruire un’immagine nuova della Sicilia, al cui interno c’è anche tutto quello che non va. Nel libro parlo anche di quella corrente di siciliani antisiciliani, che dicono “Buttanissima Sicilia” come Buttafuoco, che la Sicilia è da buttare: sicuramente questo problema esiste, ma nonostante le sue deficienze e carenze la Sicilia non è ferma, cambia, non possiamo descriverla come immobile».

È chiaro il segnale che Gaetano Savatteri vuol dare con il suo libro ed invita a «non continuare a ripetere la frase del Gattopardo, “Tutto cambia perché nulla cambi”. Questo è l’alibi di chi non vuol cambiare, un alibi che usa la classe dirigente, amministratori, studiosi, giornalisti compresi quando dicono che è inutile impegnarsi per fare qualcosa, perché tanto non cambia niente. Non dobbiamo stupirci se i nostri figli se ne vanno, perché siamo stati noi stessi a dire “loro di andare, perché qua è inutile fare qualunque cosa”. Pensare nulla cambi è il peccato peggiore che possiamo fare».

E come tutti i siciliani il rapporto con la Sicilia è molto contrastante per Savatteri «viviamo dentro un dilemma terribile, la odiamo e la amiamo, anzi, per qualcuno la Sicilia è come le belle donne che possono vivere né con te, né senza di te».

Articolo di Omar Gelsomino,   Foto di Mariella Renda

Arrivare ai suoi piedi e ammirarne la sua straordinaria bellezza quando i raggi del sole non fanno che esaltarne i colori e i decori delle mattonelle che rivestono le alzate del monumento simbolo della città della ceramica oppure quando lo scorrere veloce delle nuvole disegna strane sagome è la reazione più naturale che si possa avere quando si ha davanti la Scala di Santa Maria del Monte.

Costruita nel 1606 per collegare la parte vecchia a quella nuova della città, sembra stagliarsi nel cuore del centro storico, dove anticamente si ergeva il castello arabo-svevo e poi fu edificata l’omonima Chiesa settecentesca, inizialmente come una strada in forte pendenza e in seguito trasformata in gradinate discontinue interrotte da alcune piazzette. Solo nel 1844 divenne un’unica rampa, su progetto dell’arch. Salvatore Marino, per poi essere impreziosita nel 1956 da mattonelle policrome raffiguranti i motivi ceramici siciliani, dall’età araba ai giorni nostri, inserite nelle alzate dei 142 gradini, per volere del Prof. Antonino Ragona.

A rendere ancora più suggestivo questo monumento, dichiarato Patrimonio dell’Umanità, è la famosa “luminaria”, cioè la scala illuminata con dei coppi ad olio nelle sere del 24 e 25 luglio, festa dedicata al patrono della città, San Giacomo. Fu l’architetto siracusano Natale Bonajuto nel 1785 a progettare delle architetture piramidali colorate che illuminassero la scala ma padre Benedetto Papale, un frate dell’Ordine dei Minimi, con la sua creatività coniugò i ricami a filet con le decorazioni dei paramenti sacerdotali ricavandone dei motivi floreali. Alla sua morte altri ne continuarono la realizzazione dei disegni ma solo una famiglia, quella dei Russo, si è occupata della collocazione dei coppi, che da generazioni ha tramandato questa tradizione di padre in figlio.  Solo da alcuni anni il maestro ceramista Enzo Ripullo, insieme agli Angeli della Scala, ha curato l’installazione. Così dopo alcuni giorni di preparazione avviene la messa in opera dei coppi, (in passato avveniva quasi sempre a tarda notte), realizzati a forma di cilindro con la comune carta da disegno, vengono colorati a mano, col verde e il rosso anilina, mentre alcuni sono lasciati al naturale affinché una volta accesi assumano il colore dell’oro.

All’interno, il coppo è riempito con della sabbia, sulla quale sarà sistemata la “lumera”, una piccola lucerna in terracotta con uno stoppino in cotone, riempita di olio extravergine d’oliva. Ovviamente la collocazione dei coppi lungo la Scala non è del tutto casuale, tanto che per posarli correttamente vengono tracciati dei segni sulle alzate in modo da rispettare fedelmente quelli che sono i “canoni” dettati rigorosamente dal disegno.

Il giorno per antonomasia, dedicato alla Scala, il 24 e poi il 25 luglio, festa del Santo Patrono, San Giacomo, in migliaia accorrono, soprattutto adolescenti e turisti, solo per il piacere di partecipare a questo evento tanto atteso, con il “bucceddu”, uno stelo secco di graminacee, una volta che l’illuminazione pubblica viene spenta attendono trepidanti il fischio del capomastro per accendere i coppi. Pian piano come per magia sulla Scala s’illumina un meraviglioso arazzo formato da migliaia di fiammelle, circa cinquemila, tremolanti e colorate, un momento allietato da fantastici giochi pirotecnici. Appuntamento rinnovato anche nelle sere del 14 e 15 agosto, festa di Maria Santissima del Ponte.

Uno spettacolo unico al mondo allieta migliaia di turisti, italiani e stranieri, che rimangono incantati, tra la gioia e lo stupore, da quel tappeto di luci sfavillanti che via via prende sempre più intensità.

Articolo di Omar Gelsomino,   Foto di Tiziana Bentivegna e Rita Cannova

Siciliana di origine ma romana di adozione, Rita Cannova, portando una sua meravigliosa opera, “The moorish head” (La testa di moro) al Cake International di Birmingham ha incantato la giuria tanto da aggiudicarsi la medaglia d’argento.

Conosciuta sul web col nome di Clarì, Rita Cannova è una giovane cake designer apparentemente lontana da quel mondo poiché la sua formazione «è prettamente umanistica: sono laureata in Lingue e Letterature Straniere. Sono un’appassionata di letteratura, musica e soprattutto di arte a 360 gradi. Accostandomi come molti al cake design un po’ per gioco e un po’ per caso ne ho subito colto la forza espressiva e comunicativa, la capacità di suscitare e veicolare emozioni attraverso forme, colori e sapori alla pari di altre forme di arte più propriamente dette. Ho alimentato questa passione frequentando diversi corsi con cake designers di grande levatura, spinta proprio dal grande entusiasmo per questa forma d’arte che plasma un dolcissimo materiale come lo zucchero».

In realtà pur accostandosi al cake design da professionista non è il suo unico impegno, «insegno lingue straniere e “last but not least” sono la mamma impegnatissima di due bambine. Mi piacerebbe dedicare sempre più tempo al cake design, ma ecco che – eccetto poche ore al mattino –  è nel silenzio della notte che creo le mie opere e do vita ai miei personaggi di zucchero».

Così Rita decide di partecipare al Cake International di Birmingham, in cui competono diverse categorie scegliendo «quella in cui si presenta un’opera che rappresenti il Paese d’origine del competitor. Volendo uscire un po’ dagli stereotipi che rappresentano l’Italia ed essendo orgogliosamente siciliana ho deciso di portare proprio un pezzo della mia Sicilia. A questo si è aggiunta anche una motivazione personale: vivo lontana da Palermo da più di sedici anni per ragioni storicamente e socialmente legate a questa terra, che ne distorcono talvolta l’infinita bellezza. È per tutto questo che ho sentito come l’esigenza e il piacere di raccontare a gran voce quel legame atavico e ancestrale che lega ogni isolano a questa magica terra, la cui ricchissima e affascinante storia si intreccia spesso a miti e leggende come quella delle Teste di Moro che ho raccontato nella mia torta».

Da lì la scelta di presentare a Birmingham la Sicilia con i suoi colori e le sue tradizioni con “The moorish head” (La testa di moro) raccontando «questa meravigliosa leggenda in una torta, temendo anche di non essere compresa in ambito internazionale, ma l’urgenza di raccontare la bellezza, l’amore, la passione e il lato a volte misterioso e oscuro di Palermo e della Sicilia in generale ha avuto la meglio». Partecipazione attrezzatissima tanto che le è valsa la medaglia d’argento «Ovviamente all’inizio ero incredula. Non amo le competitions, mi mettono troppa ansia, ma questa mi ha regalato davvero una grande emozione: prima di tutto perché in questo lavoro c’è una parte di me, della mia terra e delle mie radici e dunque tanto del mio cuore e poi ovviamente per la felicità di avere vissuto questa meravigliosa esperienza in Inghilterra, patria del cake design se vogliamo, dove ti confronti in un contesto pazzesco con artisti che vengono da tutto il mondo».

Dopo questo straordinario riconoscimento Rita Cannova spera che nel suo futuro immediato «ci sia tanto lavoro legato al mondo del cake design, poi chi lo sa? Birmingham 2017, magari. L’importante è non smettere mai di creare perché la creazione di un’opera – qualunque sia il materiale che le da forma e vita – è nutrimento per i sensi e per l’anima: ogni volta che creo una torta mi piace pensare che questa possa trasmettere al cuore di chi l’osserva la gioia, la passione e l’emozione che io stessa ripongo nell’intento creativo. È questo lo spirito creativo che anima la mia pagina facebook: Le torte di Clarì».

 

 

 

 

 

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Simona Raniolo

Meta ambita dagli amanti del mare, del sole e della natura incontaminata Lampedusa si spinge sino a poche centinaia di chilometri dalle coste africane e rappresenta l’ultimo lembo del territorio italiano a sud, racchiudendo in sé condizioni ambientali contrastanti, quella europea e quell’africana appunto, in piena armonia tra loro. Lampedusa insieme a Linosa e allo scoglio di Lampione costituiscono l’arcipelago delle Pelagie, o “Isole d’alto mare”, è un tratto affiorante della piattaforma africana. Dall’Albero Sole, il punto più alto di Lampedusa, è possibile ammirare il Faraglione o Scoglio Vela e le falesie. Il centro si sviluppa lungo la via Roma, animato nell’alta stagione, dal mattino a tarda notte, da migliaia di turisti che popolano caffè, ristoranti e negozi. A pochi chilometri dal paese, si trova la spiaggia dei Conigli, la cui baia è collegata all’Isola dei Conigli, in cui ogni estate le tartarughe Caretta Caretta vanno a deporre le uova. Limitrofa al porto c’è la famosa spiaggia della Guitgia, vi sono poi Cala Creta, Cala Francese, Cala Croce e Cala Greca e Cala Pulcino, separata da un altro promontorio dalla spiaggia dei Conigli. Gli amanti del diving e dello snorkeling rimarranno incantati dallo spettacolo che si presenta ai loro occhi potendo ammirare i colori sgargianti di una meravigliosa flora e fauna marina. Facendo il periplo dell’isola in barca s’incontra la baia della Tabaccara e poi la baia dell’Isola dei Conigli. Giungendo a Capo Ponente, dopo la baia della Madonnina si vedono gli scogli del Sacramento e di fronte l’omonima grotta profonda e quelli del Faraglione. Nell’estremità nord-orientale il faro di Capo Grecale è visibile fino a sessanta miglia di distanza, si scorge poi oltre Cala Pisana e la Grotta del Teschio. A 500 metri dal centro abitato di Linosa si trova la spiaggia della Pozzolana di Ponente con splendide acque, si arriva poi a Cala Mannarazza e poi nella piccola Piscina, dove è possibile fare il bagno in uno specchio d’acqua che comunica col mare aperto attraverso un tunnel. Alcune lagune si trovano fra Punta Beppe Tuccio e i Faraglioni, le cui acque confinano con I Fili, composti da un labirinto di acque e rocce multicolori.
Proprio per la sua posizione geografica, al centro del Mediterraneo, Lampedusa è chiamata la “porta d’Europa” perché punto di approdo e di partenza per milioni di migranti provenienti dal nord Africa in cerca di un futuro migliore, pronti a sfidare il Mediterraneo. Sogno che alcune volte è stato spezzato proprio da questo mare, altre volte si è infranto sulle coste di Lampedusa. Per ricordare le migliaia di migranti morti nel 2008 è stata eretta La Porta di Lampedusa, un’opera in ceramica di Mimmo Paladino. Una porta che simbolicamente guarda all’Africa, a quanti hanno perso la vita durante la traversata del Mediterraneo e che vuol rappresentare, allo stesso tempo, la speranza di quanti sono riusciti a scappare dalla loro terra per inseguire il loro sogno.

Un’Isola che negli anni, di fronte ad un esodo biblico, non si è mai tirata indietro insieme ai suoi cittadini ma che hanno dimostrato solidarietà e accoglienza ai loro fratelli migranti. Tanto che al sindaco Giusy Nicolini è stato assegnato il Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell’Unesco per essersi “distinta per la sua grande umanità e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati e della loro integrazione dopo l’arrivo di migliaia di rifugiati sulle coste di Lampedusa e altrove in Italia“. “Questo premio è un grande onore per me, per Lampedusa e per i lampedusani. È un tributo alla memoria delle tante vittime della tratta di esseri umani nel Mediterraneo. In un momento in cui c’è chi chiude le frontiere e alza muri parlando di una invasione che non c’è, essere premiati con questa motivazione ci fa sperare in una Europa solidale, dove l’umanità non è sparita. È su questi valori, su questi principi che si fonda l’Europa. Diversamente rischiamo di naufragare anche noi insieme a profughi e migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo” ha commentato Giusi Nicolini il riconoscimento del premio per la pace (fonte: Ansa, 19 aprile).