Eventi in mostra nei mesi Aprile- Maggio 2017

1)Edizione 2017 Primavera Barocca a Noto (SR) dal 19 al 21 maggio. La via Nicolaci sarà teatro della 39° edizione dell’Infiorata di Noto,

2)Dal 24 al 29 maggio 2017 – 9° Edizione Festival Internazionale degli Aquiloni – Emozioni a naso in sù nella splendida spiaggia di San Vito lo Capo (TP) sole, vento, mare ed esibizioni di aquiloni

3)La festa dei Santissimi Patroni, San Michele Arcangelo e Santa Caterina, si svolge a Grammichele (CT) il 6, 7 e 8 maggio

4) La Scala Infiorata dal 1° maggio al 4 giugno a Caltagirone (CT) . Sui 142 gradini della scala di Santa Maria del Monte migliaia di piante di geranio, bosso e tagete andranno a comporre un grandioso disegno.

a cura di Stefania Minati

Avete risolto l’indovinello di Einstein? Allora provate con questo!

Un intervistatore bussa alla porta di una casa dove è atteso da una signora.

La signora gli apre e lui chiede:

“Quanti figli ha?”

“Ho tre figlie”, gli risponde la donna.

“Età?”

“Il prodotto delle età è 36 e la somma è uguale al numero civico di questa casa”.

“Buon giorno e grazie”.

L’intervistatore se ne va, ma dopo un po’ ritorna e le dice:

“I dati che mi ha fornito non sono sufficienti”.

La signora ci pensa un po’ e replica:

È vero, che sbadata! La figlia maggiore ha gli occhi azzurri”.

Con questo dato l’intervistatore può conoscere l’età delle tre figlie.

Quanti anni hanno?


www.psichesoma.com

a cura di Stefania Minati

Se non siete avvezzi a quelle creaturine a 4 zampe, il corpo paffuto e peloso con una lunga coda, capace di divorare qualsiasi cosa, il tempio indiano di Karni Mata nel Rajastan non fa per voi.

In India infatti, oltre alle mucche sacre troviamo anche il topo con una buona posizione nella scala sociale delle divinità. Il tempio che vi hanno dedicato a mezz’ora circa da Bikaner, può essere ovviamente visitato solo a piedi scalzi.

Se si é in cerca di fortuna però, il tempio può essere un’ottima meta. Si dice infatti che sarai fortunato per il resto della tua vita se tra la massa di corpi grigi  in movimento, avvisti un topolino bianco. Sarà per questo che si dice che la “fortuna aiuta gli audaci”?


www.blogdiviaggi.com  www.viagginelmondo.it

a cura di Stefania Minati

Sicuramente saprete tutti che i tatuaggi sono presenti nella cultura dell’uomo dai tempi più remoti, sia come antichissima forma d’arte che come linguaggio sociale, religioso o di appartenenza. Il caso più antico di tatuaggio lo rileviamo sul corpo mummificato di una giovane donna di circa 30 anni risalente a 2500 anni fa,  scoperto nel 1939 al confine tra Russia, Mongolia e Siberia, tra i ghiacci dei monti Altaj, dove sono stati trovati impressi eleganti rappresentazioni di divinità e di animali. Tra i tatuati insospettabili, troviamo Churchill con un tatuaggio sull’avambraccio stile Braccio di Ferro, Roosvelt con lo stemma di famiglia sul petto e lo Zar Nicola con un dragone giapponese sul braccio destro. Oggi però, aggiungiamo ai tatuaggi una nuova collocazione nel marketing. La Reebok infatti, nel 2014 ha indetto un concorso per il tatuaggio più bello del logo della azienda, mettendo in palio ben $ 6000!!

 

www.fanpage.it

 

a cura di Stefania Minati

Cerchiamo le origini di questa giornata?

Sono accreditate diverse teorie. La prima sarebbe fatta risalire ad Acquileia nel XIV secolo a San Bertrando di San Genesio che sembra aver salvato un Papa in procinto di soffocare per una lisca di pesce. Pertanto sembrerebbe che il pontefice abbia fatto decretare che ad Aquileia non si dovesse mangiare pesce proprio in quella ricorrenza del 1° Aprile.

Un’altra ipotesi riguarderebbe i pescatori che nelle prime pesche primaverili tornavano spesso in porto a reti vuote, destando lo scherno da parte dei compaesani. Simpatici, direte voi!

Ultima e meglio accreditata teoria, sarebbe quella risalente in Francia. Prima dell’adozione del calendario Gregoriano nel 1582, dove il capodanno veniva festeggiato tra il 25 Marzo ed il 1° Aprile. Per non perdere le vecchie abitudini restò quindi l’usanza di scambiarsi nella data fatidica… dei pacchi regalo vuoti!

www.wikipedia.it

 

Articolo di Angelo Barone,   Foto di Foto Astuto

Con l’avvicinarsi della Pasqua si rinnovano i riti della Settimana Santa, fervono i preparativi delle processioni a Grammichele che vedono protagoniste le Confraternite del SS. Sacramento della Chiesa dello Spirito Santo e delle Anime Purganti della Chiesa di San Leonardo già presenti in Occhiolà sin dal ‘600.

Tra tutte le istituzioni e associazioni civiche e religiose le Confraternite sono quelle che più di tutte mantengono e rafforzano il legame tra la nuova città moderna e unica per la sua forma urbanistica e il vecchio borgo medievale di Occhiolà distrutto dal terremoto del 1693.

Ad Occhiolà, come scrive Angelo Amato nella sua “Indagine tra memorie storiche e tradizioni”, le Confraternite erano l’unica forma associativa civile in cui confluivano ricchi e poveri, gentiluomini, nobili, professionisti, artigiani, massari, contadini e manovali. Prevalentemente si prefiggevano lo scopo di solennizzare con la propria partecipazione le pratiche di culto e le processioni religiose, partecipando con stendardi e vessilli e indossando abbigliamenti che facevano sfoggio dei colori loro assegnati dal principe Federico Colonna, il 20 giugno del 1628, con una ordinanza scritta a Militello, nella quale delibera  “che i loro confrati  tanto nelle processioni, quanto fuori, non portino altri colori che l’infrascritto per noi determinati e assegnati ad ognuna di dette Confraternità: la Confraternità dello Spirito Santo il colore rosso…; la Confraternità di Santa Caterina il colore giallo…; la Confraternità di Santo Leonardo il colore verde…”.

Le tre Confraternite presenti ad Occhiolà operavano seguendo le indicazioni del Concilio di Trento (1545-1563), curavano l’assistenza sociale, si prendevano cura degli ammalati e si facevano carico delle esequie e delle sepolture dei confrati defunti.

Ancora oggi, a Grammichele, sono tanti i confrati, che insieme ai loro attuali governatori Francesco Montalto della Confraternita del SS. Sacramento e Francesco Schiacciante della Confraternita delle Anime Purganti che continuano a mantenere vivo il culto della fede, praticare la solidarietà, rispettare le tradizioni, farsi carico delle esequie dei confrati defunti. Di particolare pregio artistico sono le cappelle presso il cimitero comunale delle due confraternite.

Molto suggestiva è la loro presenza nelle pubbliche funzioni con i loro stendardi costituiti da drappi di seta ricamati ad arabeschi in oro sospesi su una asta lunga tre metri e flessibile, sostenuta da cinghie di cuoio, che con gran peso e fatica, gravano sui fianchi del portastendardo. I confrati vestono un sacco di tela bianco con sopra una mantelletta corta di seta” mozzetta” o il “pettoforte”, ossia, una pettiera di seta con ricamato in oro l’immagine del Santo a cui è intitolata la Confraternita.

Nei giorni di mercoledì e di venerdì santo le confraternite insieme alle autorità civili, religiose e militari guidano le processioni del Cristo alla Colonna e del Cristo Morto lungo un itinerario che attraversa i luoghi simbolo della fede nella Resurrezione, individuati sin dalle origini nella geometria della nuova città. Quest’anno la processione del Cristo alla Colonna si farà la domenica delle Palme.

Tra i simulacri, veneratissimo è il Crocifisso ligneo donato agli occhialesi dal barone Antonio Sinatra nel 1646 e oggi, come allora, custodito nella Chiesa di San Leonardo. Una attenta ricerca del confrate Luigi Gismondo, coadiuvata dal professore Giuseppe Palermo, ha attribuito a Fra Umile la realizzazione della preziosa opera artistica che nell’anno del Giubileo della Misericordia, eccezionalmente, è stato portato in processione con grande partecipazione popolare.

A Grammichele tutte le feste si vivono nello scenario della città perfetta, dove fede, folclore e tradizioni rendono tutto sempre più suggestivo e vi assicuro che ogni occasione è utile per visitarla e apprezzarne la bellezza.

Articolo di Alessia Giaquinta,   Foto di Totò Messina

Suono di Sicilia, non si potrebbe definire altrimenti: ecco cosa è il Marranzano. Apparentemente semplice nella forma, quasi essenziale, è costituito da due elementi: ‘a cascia, ossia il telaio di ferro dall’aspetto tondeggiante che ricorda la struttura genitale femminile e da una pinnedda, ossia una linguetta in metallo dalla forma allungata e sottile che culmina in un ricciolo, a sua volta simbolo dei genitali maschili. E, quasi alludendo alla magia che sprigiona l’incontro uomo-donna, questi due elementi, insieme, producono un suono quasi soprannaturale, capace di creare stupore e incanto.

Uno strumento del genere, caratteristico della nostra Sicilia, ma diffuso in tutto il mondo attraverso numerose varianti, è quasi a rischio di estinzione: pochissimi, ormai, sanno costruire artigianalmente il marranzano e, addirittura, sebbene molti siano affascinati dal suono che esso produce, non è facile trovare chi è in grado di conoscerlo veramente.

A spiegarcelo è Carmelo Buscema, un eclettico fabbro di Monterosso Almo, che dal 2010 è diventato costruttore di marranzani e poi, di conseguenza anche un suonatore perché, come dice lui «un meccanico che non sa guidare non saprà neanche dove mettere le mani per riparare un’automobile, e così anche per il marranzano: chi lo costruisce deve conoscerne il suono e la magia della vibrazione che produce».

Lo incontriamo, un pomeriggio, nella sua bottega tra martelli, forge e pezzi di ferro. Carmelo è gioioso e con grande entusiasmo si racconta mentre, instancabilmente, ci mostra una parte del lavoro per la costruzione del marranzano.

«Sono un fabbro curioso – esordisce – perché non mi sono mai accontentato di produrre semplici pezzi in serie. Amo usare la fantasia e la creatività e soprattutto sfidare me stesso… ».

Così, con gli occhi commossi e carichi di soddisfazione, inizia a raccontarci il suo primo incontro con il marranzano, avvenuto per caso nel 2010 partecipando ad una festa a Catania.

«Feci una scommessa con me stesso: voglio costruirlo, ho gli strumenti giusti e soprattutto tanta voglia di fare».  Con questo spirito, Carmelo, iniziò una delle avventure più belle e soddisfacenti della sua vita: costruire non solo uno strumento ma soprattutto onorare, attraverso il lavoro, una tradizione che non può finire nell’oblio.  

A tal proposto ci spiega la differenza tra i marranzani in commercio e quelli costruiti artigianalmente: «è necessario distinguere il souvenir dallo strumento. Marranzani da souvenir se ne trovano tanti in commercio, a poco prezzo, ma questi non possono considerarsi strumenti. Il vero marranzano è costruito da un fabbro che conosce bene l’arte di forgiare il ferro e che sa già il suono che vuole ottenere. Non esistono marranzani uguali: ognuno ha un suono diverso poiché differente è la mano che l’ha costruito, ogni marranzano è un pezzo unico».

Allora, compiaciuto, ci mostra alcuni marranzani da lui prodotti ed esportati in tutto il mondo: dal Giappone, alla Svizzera, all’Inghilterra perché, come lui stesso ci tiene a sottolineare, il mondo è pieno di curiosi, studiosi, appassionati, collezionisti e musicisti che commissionano – senza badare a spese – il tipico strumento e c’è chi incide pezzi, chi scrive tesi di laurea, chi ne studia le note, chi la storia.

Carmelo non avrebbe mai creduto che intraprendere questo percorso, che lui stesso considera un hobby e una passione, gli avrebbe portato così tanta soddisfazione e stima a livello mondiale.

Ad oggi, in Sicilia, infatti, sono rimasti solo in due a saper costruire marranzani e Carmelo, non ancora cinquantenne, auspica che tra le nuove generazioni ci sia qualcuno che voglia imparare, che voglia prendersi l’impegno di continuare una tradizione millenaria.

«Giuseppe Alaimo è stato il mio maestro: mi ha accolto in casa sua, a Resuttano, circa tre volte per insegnarmi teoricamente i passaggi utili alla costruzione del marranzano. Lui spiegava e poi io, appena tornavo in bottega, cercavo di mettere subito in pratica. Non è stato semplice ma non mi sono mai arreso. La soddisfazione di esserci riuscito, però, è stata unica».

Poi, con un velo malinconico, ci confida «finché mani, denti, fiato e passione non mi abbandonano, costruirò e suonerò marranzani: ho fatto una promessa al mio maestro in punto di morte, a me stesso e alla mia caparbietà e soprattutto alla mia bella Sicilia …».

Articolo di Omar Gelsomino,  Foto di Gianni Polizzi

Assegnista di ricerca all’Università di Catania, archeologo e consulente per la comunicazione. Al suo attivo Elisa Bonacini vanta diverse pubblicazioni riguardanti i beni archeologici e non solo, all’archeologia ha aggiunto la passione per la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio culturale, rendendolo più accessibile a tutti. Lei ama definirsi come «Una rivoluzionaria che ama i processi partecipati di democratizzazione culturale, che usa il digitale e i social media come “grimaldello” contro i sistemi ingessati. Un’archeologa non più “praticante”, ma quella disciplina regola il mio operato».

Una passione per i beni culturali che in realtà «Non ha una data di nascita: i concetti di tutela e valorizzazione mi scorrono nel sangue. All’archeologia si è aggiunta la passione della comunicazione: ho svecchiato i miei studi attraverso una seconda laurea, un dottorato, un biennio da assegnista di ricerca, attivando processi virtuosi come #InvasioniDigitali e izi.TRAVEL per promuovere il patrimonio culturale della Sicilia, terra dove sono felice, nonostante le difficoltà, d’essere rimasta per contribuire a migliorarla».

Nonostante le difficoltà conviene continuare a spendersi in questo settore perché «Non farlo significa arrendersi e distruggere quanto ereditato. La Convenzione di Faro dice che siamo una comunità di eredità, con un ruolo attivo nel riconoscere i valori di questo patrimonio e l’obbligo morale, civile e sociale di trasmetterlo alle future generazioni». Elisa Bonacini nelle sue pubblicazioni spiega quanto siano importanti internet ed alcune applicazioni «Nel volume del 2012 La visibilità sul web del patrimonio culturale siciliano ne analizzavo il quadro desolante. Aspettiamo ancora il progetto MuSiVi commissionato a Sicilia e-Servizi, senza vederne traccia. Se rimangono sul web “relitti digitali”, la qualità della comunicazione è migliorata grazie ai social media: basti pensare al Museo “Antonino Salinas” di Palermo, brand riconosciuto di qualità della comunicazione.  Oggi c’è il progetto Sicilia Beni Culturali su izi.TRAVEL, che rilancio come #iziTRAVELSicilia: un “processo” unico al mondo per scala (regionale), portata (centinaia di persone), risultati raggiunti (oltre 80 audioguide multimediali), un’esperienza collettiva e partecipata di valorizzazione del patrimonio comune, attraverso questa piattaforma globale, che consente di scoprire i luoghi della cultura via web e via app, attraverso guide museali e itinerari multimediali gratuiti. Grazie a una Convenzione fra il Dipartimento Regionale dei Beni Culturali e l’Università di Catania e al sostegno di izi.TRAVEL, ho coinvolto direttori di musei, poli e parchi, Reti museali, Comuni, Associazioni culturali, studenti di ogni ordine e grado, anche degli Atenei di Catania, Palermo e persino Macerata. In modo partecipato, democratico e corale, tutti insieme “Ciceroni digitali” stiamo colmando il gap della comunicazione e valorizzazione del nostro patrimonio. Le voci sono quelle di chi lo vive, lo cura, lo conosce e vuole trasmetterli. Sulla stessa piattaforma sono presenti, senza distinzione di proprietà e grandezza, musei e itinerari differenziati sul territorio».

Numerose e apprezzatissime per i contributi culturali sono le sue ricerche «Ho pubblicato svariati articoli e 6 monografie, fra cui anche Il museo contemporaneo, fra tradizione, marketing e nuove tecnologie; Nuove tecnologie per la fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale (2011); Dal Web alla App (2014). Ho curato alcuni progetti, come quello pilota su Google per il Museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa e un catalogo multimediale dell’Etna di prossimo lancio, entrambi realizzati dal fotografo Gianfranco Guccione di AirWorks, presentati in sedi internazionali come Bangkok e Pechino. Qui il tradizionale virtual tour è aumentato da contenuti aggiuntivi, testi, video, virtual tour di oggetti a 360° o aerei. Dal 2013 sono Ambassador per la Sicilia delle #InvasionIDigitali, progetto cui ho partecipato sin dalla stesura del Manifesto. Il “termometro” della voglia di cambiamento sono state proprio le #InvasioniDigitali, 160 in tutta la regione: la mentalità è cambiata lì, invadendo i musei con smartphone e tablet per condividere le foto sui social promuovendo con un tag il nostro patrimonio».

Elisa Bonacini ci anticipa anche i suoi progetti futuri «Sono coinvolta nel progetto “Scuola e Comunicazione per i Siti UNESCO della Sicilia” del CRICD di Palermo, che si concluderà a giugno 2018, ma il mio sogno è che questo processo non si interrompa. Purtroppo le dotazioni economiche dell’Università non hanno consentito il rinnovo dell’assegno. Il mio impegno scadrebbe a fine aprile 2017, ma ho chiesto una proroga al Dipartimento Regionale del ruolo di coordinatore del progetto, sperando di trovare chi finanzi ancora questo grande processo partecipato».

Scarica la app di izi.TRAVEL e cerca Sicilia

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Peppe Maisto

Architettura e design fanno parte delle eccellenze italiane nel mondo e anche in Sicilia operano studi  che concorrono ad affermare la bellezza e l’originalità dello stile italiano. In questo numero ci occupiamo di architettura e del progetto Protiro dello studio Nowa di Caltagirone selezionato al 15° Premio dell’Unione Europea per l’architettura contemporanea Mies van der Rohe Award 2017 a Barcellona.

In Europa questo Premio biennale è tra i più ambiti riconoscimenti di architettura e tutte le opere nominate sono interessanti, innovative e migliorano le condizioni preesistenti nel territorio.

Il progetto Protiro è stato selezionato insieme ad altri 17 progetti italiani dei quali desideriamo segnalare anche l’Eco Cafè e Bistro di Giuseppe Gurrieri a Ragusa e lo studio Oma che è stato individuato come Creative Mediator di Manifesta 12, la terza più importante Biennale Europea, che si svolgerà a Palermo nel 2018 e sarà una delle attrattive internazionali di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.  

Nowa da molti anni pratica il progetto di architettura come occasione unica di trasformazione degli scarti urbani in risorse per le città e il territorio. Lo studio lavora su un’idea di architettura estrema praticata nel suo grado zero per rispondere a condizioni limite relative ad economia, vincoli e programmi ottenendo riconoscimenti nazionali e internazionali.

Con il progetto Protiro, il riutilizzo di due ex capannoni artigianali dismessi per lo studio Nowa diventa l’occasione per segnare un contesto urbano anonimo e degradato attraverso il potere e la forza dell’architettura che si serve di materiali grezzi rendendoli fortemente espressivi.

Il nuovo corpo dell’edificio, caratterizzato da una pelle ottenuta attraverso il riciclo di cassette di plastica per la raccolta delle arance, attraverso il suo cromatismo e l’illuminazione ha assunto così il ruolo di segnale e di simbolo riconoscibile a distanza nell’anonimo paesaggio urbano circostante.

Questo progetto, da un lato, è l’avanzamento di una ricerca decennale sul riutilizzo delle cassette di plastica come materiale da costruzione per l’architettura e dall’altro rappresenta un modo per mettere al centro la forma e l’ornamento della architettura come potente strumento di promozione di azioni sociali di grande valore. Questo Progetto è stato commissionato dalla Fondazione Onlus Concetta d’Alessandro per fornire assistenza alle persone diversamente abili.

Ci fa piacere segnalare che sotto la guida di Marco Navarra, docente di Progettazione architettonica presso l’Università di Catania e fondatore dello studio Nowa, e dell’architetto Maria Marino nella realizzazione del progetto hanno operato maestranze artigianali di Grammichele e Caltagirone.

Articolo di Alessia Giaquinta

Omero battezzò l’olio “liquido d’oro della Magna Grecia” e non solo per il colore giallo intenso tendente al verde ma soprattutto per la ricchezza che esso porta e comporta: ricco di sostanze antiossidanti (vitamina E, acido oleico, polifenoli) e di sostanze con proprietà antiinfiammatorie (oleocantale) è un prezioso condimento per i cibi crudi o cotti e altresì, è per la nostra terra un potenziale di ricchezza in quanto prodotto da commercializzare.

L’Olio DOP Monti Iblei, prodotto dalle varietà di olive Tonda Iblea, Moresca e Nocellara Etnea, si qualifica come eccellenza dei territori compresi tra Ragusa, Catania e Siracusa e in particolare delle otto sottozone delineate nel Disciplinare ad oggi in vigore. Le zone di produzione, dunque, comprendono il Monte Lauro, la Val d’Anapo, la Val Tellaro, Gulfi, la Valle dell’Irminio, il Calatino, Frigintini e Trigona-Pancali.

Il Disciplinare di Produzione DOP Monti Iblei fu presentato nel 1994 con procedura d’urgenza, comprendendo inizialmente quattro sottozone di produzione, poi raddoppiate a seguito di un’audizione pubblica proposta dal Ministero della Regione. Solo il 25 novembre 1997, l’olio Monti Iblei fu registrato nell’albo europeo del DOP. Le condizioni per l’ottenimento della Denominazione d’Origine Protetta sono la garanzia che i processi di produzione, trasformazione e confezionamento del prodotto avvengono nell’ambito del territorio delimitato.

Le caratteristiche che distinguono l’Olio DOP Monti Iblei da altri sono molteplici: il sapore dal fruttato medio – intenso richiamante il gusto del pomodoro verde e carciofo, la genuinità del prodotto ottenuto senza additivi chimici, la composizione equilibrata di acidi grassi e la forte presenza di polifenoli, sostanza che previene l’invecchiamento delle cellule, i tumori e favorisce la circolazione sanguigna.

L’Olio DOP Monti Iblei è considerato, per tutti questi motivi, uno dei migliori oli al mondo tanto da ottenere, nel tempo, successi a iosa sia nel panorama nazionale che internazionale.

Un prodotto così non può non essere partorito che in una terra altrettanto speciale: un angolo di Sicilia bagnata dal Mediterraneo, intrisa di Barocco e sovrastata dal vulcano Etna, tra terre brulle e calcaree, altopiani e corsi d’acqua, in uno scenario naturale multiforme ricco di colori e profumi…

L’Olio DOP Monti Iblei può essere identificato come il gusto della terra che lo produce: inconfondibile nel sapore tanto da essere scelto da grandi chef di tutto il mondo per accompagnare ogni sorta di prelibatezza.

Si tratta, insomma, di un olio extravergine di alta qualità che ha ottenuto la registrazione nell’albo delle DOP – IGP il 25 Novembre del 1997 a firma dell’allora commissario Europeo Franz Fischler, nei primi del 2017 è stato oggetto di discussione in merito ad alcune modifiche da adottare nel Disciplinare di Produzione della DOP Monti Iblei.

Le otto sottozone di produzione, infatti, non vengono più intese nei confini geografici ma in quelli amministrativi dei comuni appartenenti a ciascuna delle rispettive sottozone.

Inoltre, è stata proposta, di rendere facoltativa il richiamo della sottozona di produzione. L’obiettivo è di rendere più semplice e dinamico il Disciplinare in modo tale da facilitarne le dinamiche di commercializzazione.

Ad oggi, si calcola una produzione di circa 3.000 quintali di olio in un’area di 1660 ettari coltivati e oltre 200 produttori certificati.

Giosuè Catania, presidente dell’APO (Società Cooperativa Agricola Produttori Olivicoli) sottolinea le numerose qualità dell’Olio DOP Monti Iblei, un prodotto molto apprezzato all’estero soprattutto per le caratteristiche biologiche e per l’ampia gamma di profumi e sapori che caratterizza il prodotto di queste terre come unico e inimitabile.

«Bisogna richiamare l’attenzione del consumatore – afferma Catania – la nostra terra produce oro e ci corre l’obbligo di fruire di questo speciale prodotto che, altresì, costituisce l’elemento principale della dieta mediterranea, ad oggi, la più accreditata dagli esperti quale sano e corretto stile di vita alimentare».