Kymia: la rivoluzione dello skincare no-age al pistacchio

Rubrica ” Start-up Future”

a cura di Patrizia Rubino  foto di Kymia

C’ è un bel movimento attorno all’imprenditoria innovativa al femminile in Sicilia, una tendenza che fa ben sperare anche perché nella gran parte dei casi sono giovani donne a buttare il cuore oltre l’ostacolo e a scommettere su progetti che spesso uniscono l’alta innovazione tecnologica alle eccellenze del territorio.

La storia di Kymia la start up pluripremiata fondata, circa un anno fa, dalle cugine Arianna Campione, odontoiatra e medico estetico, e Anna Cacopardo, esperta in Economia e marketing, è il racconto di una visione, del grandissimo amore per la Sicilia e della volontà di agire per esaltarne le potenzialità. Entrambe originarie di Bronte hanno puntato sul prodotto d’eccellenza della cittadina etnea conosciuto in tutto il mondo: il pistacchio, ma lo hanno fatto in modo per così dire rivoluzionario. Dopo una serie di studi e test di laboratorio, infatti, hanno appurato che il mallo, l’involucro che ricopre il gusto di questo straordinario frutto contiene un principio attivo dal potere altamente antiossidante: il Pistactive-f, lo hanno brevettato e impiegato per la realizzazione del primo cosmetico, una crema viso anti-age, al mallo del pistacchio di Bronte.

skincare kymia

 

«Mia cugina Arianna – racconta Anna Cacopardo – ha vissuto a Londra per lavoro, ma ha sempre provato grande nostalgia per la Sicilia, ha deciso di tornare e grazie alle sue competenze in Cosmetologia ha intuito la grande duttilità del pistacchio. La nostra terra custodisce dei tesori che non ti aspetti – continua – il mallo del nostro pistacchio, da scarto assurge a nuova vita e si trasforma in risorsa preziosa che crea opportunità».

Attualmente Kymia si rivolge solo al mercato della cosmesi con la crema antirughe ma ci sono importanti progetti all’orizzonte. «Il prodotto che abbiamo brevettato – spiega Cacopardo – ha sicuramente altre importanti potenzialità che stiamo verificando con i ricercatori dell’Università di Catania per l’impiego, ad esempio, negli integratori. Ma siamo ambiziose e vogliamo procedere a piccoli passi, crescere e strutturarci per guardare a un futuro solido».

costanza d'altavilla

Costanza d’Altavilla. Imperatrice e regina di Sicilia

di Merelinda Staita

Nel tempo sono state tantissime le donne siciliane che si sono distinte per le loro capacità e in molte hanno contribuito a segnare la storia con la loro forza e il loro coraggio.

Costanza d’Altavilla è stata una delle donne più importanti del Medioevo, ultima regina della Casa d’Altavilla. Ha ricoperto il ruolo di regina sovrana di Sicilia.

Costanza nacque a Palermo il 2 novembre del 1154, figlia di Ruggero II re di Sicilia e di Beatrice di Reth, e visse la sua infanzia e la sua adolescenza all’interno della corte siciliana. All’età di trent’anni era ancora nubile e questo alimentò molti pettegolezzi sul suo conto.

Giovanni Villani, mercante, storico e cronista italiano, ci racconta che Costanza prese i voti da giovane e che si trasferì in convento fino a quando venne scelta da Enrico di Svevia come sua sposa. Villani narra che il Papa decise di sciogliere i voti di Costanza per consentire a Enrico di sposarla. Questa storia ci viene consegnata anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia.

Il Sommo poeta colloca Costanza nel III canto del Paradiso, nel cielo della Luna, dove si trovano gli spiriti difettivi. Si tratta delle anime che godono del grado più basso di beatitudine, perché non portarono a compimento i loro voti.

costanza d'altavilla

Costanza viene presentata da Dante, nei versi 118-120, con queste parole: “Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza” (Questa è l’anima luminosa della grande Costanza che dal matrimonio con Enrico VI, secondo imperatore della casa di Svevia generò Federico II che fu il terzo e ultimo potente della dinastia). Dante coglie l’occasione per parlare della leggenda guelfa secondo cui Costanza sarebbe stata una suora, costretta ad abbandonare il convento. Ci mostra Costanza come un esempio della violenza che caratterizzava in modo negativo la società del secolo. Verosimilmente, la principessa non prese davvero i voti, ma rimase alla corte di Palermo e fu vista come una donna che non avrebbe generato discendenti.

Il nipote Guglielmo la nominò sua erede e stabilì che per lei era giunto il momento di sposarsi. Iniziarono gli accordi tra la corte sveva e quella normanna e, il 29 ottobre 1184, ad Augusta venne resa nota la promessa di matrimonio tra la trentenne Costanza e il diciannovenne Enrico di Svevia. I due convolarono a nozze il 21 gennaio del 1186 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

Questo matrimonio fu molto importante per la dinastia Sveva, poiché ottenne il dominio dell’Italia meridionale e cercarono di realizzare il loro desiderio che era quello di riunificare l’intera Penisola sotto la corona imperiale.

Costanza rimase incinta e anche sulla sua gravidanza si diffusero diverse maldicenze, ossia che la sua gravidanza fosse fittizia e che l’imperatrice avrebbe spacciato per suo un bambino nato da un’altra donna.

Costanza soffrì molto per questi pettegolezzi e quando fu colta dalle doglie a Jesi, il 26 dicembre del 1194, fece preparare una tenda per partorire nella piazza centrale. Non ebbe paura dei possibili pericoli di un parto a quarant’anni e senza vergogna diede alla luce il suo primogenito sulla pubblica piazza.

Il bambino era Federico II di Svevia, conosciuto come Stupor Mundi, Re di Sicilia, Duca di Svevia, Re dei Romani, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Gerusalemme.

Alla morte del marito, Costanza divenne regina consorte di Sicilia dal 1194 al 1197 ed ebbe il ruolo di tutrice del figlio e reggente del regno. Morì, l’anno successivo, nel 1198.

È stata una grande donna che, grazie alle sue doti diplomatiche e alla sua intelligenza, è stata capace di far convivere in Sicilia numerose culture: latina, bizantina, araba e provenzale. Una donna che sembrava non avere alcun futuro e che invece è diventata regina e ha favorito la nascita di un vasto regno che avrebbe cambiato gli eventi d’Europa negli anni seguenti.

grandi donne siciliane

Grandi donne siciliane

di Alessia Giaquinta

Sante, guerriere, rivoluzionarie e libere: sono tante le donne siciliane che, in ogni tempo, per le loro idee o per il loro coraggio, spinte dallo spirito di ribellione e giustizia o mosse dalla fede, hanno scritto pagine importanti della storia. Per tale ragione meritano di essere riconosciute, ricordate e ringraziate: sono le grandi figlie di questa prolifica isola, donna anch’essa, la Sicilia.

LE “DONNE PIONIERE”

Non tutti sanno, forse, che la prima donna al mondo ad esercitare la professione medica fu Virdimura, una catanese di religione ebraica che, nel 1300, seguì la professione del marito e si mise al servizio dei bisognosi della città. Molti secoli dopo, sempre a Catania, nacque Dora Musumeci, prima donna jazzista italiana negli anni ’50.

È, invece, di Caronia, Francesca Mirabile Mancusio, la prima donna in Italia ad aver conseguito la patente di guida (e non la sola licenza) nel 1913.

Siciliana è anche la prima donna in Europa ad aver indossato i pantaloni: fu Francisca Massara, nel 1698, a compiere quello che allora fu un vero e proprio atto rivoluzionario!

 

RIVOLUZIONARIE E LIBERE

A proposito di rivoluzioni: come non ricordare la baronessa catanese Maria Paternò che nel 1808 riuscì ad ottenere il divorzio dal marito grazie ad un articolo del Codice Napoleonico allora vigente? Pensate: fu la prima donna in Italia!

Era il 1945, invece, quando la ragusana Maria Occhipinti, al quinto mese di gravidanza, si sdraiò per strada davanti un autocarro per opporsi all’arruolamento forzato dei giovani siciliani chiamati a partecipare alla guerra. Memorabile!

Franca Viola a metà del secolo scorso, rifiutò il “matrimonio riparatore” con l’uomo che l’aveva rapita e violentata. Fu la prima ad opporsi a quella legge, abrogata nel 1981 (che permetteva agli stupratori di evitare la condanna sposando la propria vittima) divenendo simbolo dell’emancipazione femminile e icona di coraggio e libertà. Troverete in questo numero in un articolo a lei dedicato.

 

PRONTE ALL’ATTACCO

È lungo l’elenco delle donne che non hanno temuto di impugnare le armi opponendosi al nemico. Si pensi alle eroine messinesi Dina e Clarenza che nel 1283 difesero la città dall’assedio delle truppe di Carlo I d’Angiò, l’una sventando un attacco agguerrito contro i nemici, l’altra richiamando tutta la popolazione al suon di campane. È per tale motivo che nel maestoso orologio meccanico di Messina sono state costruite, in loro memoria, due statue bronzee dall’aspetto angelico che, dall’alto, vegliano la città e hanno il compito di suonare le campane.

Sapete, invece, che il cannone conservato al Museo Civico di Catania appartenne ad una donna? Proprio così: se ne impossessò Peppa “la Cannonera” che, nel 1860, con astuzia tese un agguato alle truppe borboniche e difese eroicamente la città. Con lo stesso obiettivo di scacciare i Borboni, a Messina, si distinse Rosa Donato, conosciuta anche come “artigliera del popolo, attaccando con prodezza le truppe nemiche per mezzo di un vecchio cannone.

 

LE SANTE

Violentate e torturate, Agata a Catania e Lucia a Siracusa incarnano lo spirito tenace e forte di questa terra.  Furono, nei primi secoli del cristianesimo, donne capaci di ribellarsi ai matrimoni combinati andando incontro alla morte pur di difendere il loro credo. Rosalia, a Palermo, invece rinunciò agli agi di corte per dedicarsi alla vita contemplativa sul monte Pellegrino. Decise e libere: ecco le Sante di Sicilia!

 

SENZA PAURA CONTRO LA MAFIA

Da Serafina Battaglia, la prima donna che a seguito dell’uccisione del figlio, testimoniò contro la mafia, all’attivista Michela Buscemi, prima donna a costituirsi parte civile al maxiprocesso di Palermo del 1985, dopo l’omicidio dei due fratelli. Pensiamo, ancora, a Francesca Morvillo, moglie del magistrato Giovanni Falcone, che consacrò tutta la sua vita al servizio della giustizia insieme al marito, ma anche al coraggio della giovanissima Rita Atria, figlia di un boss mafioso che divenne collaboratrice di giustizia seguendo l’esempio della cognata Piera Aiello.

L’elenco sarebbe ancora lungo.

A tutte va la nostra riconoscenza e l’indelebile memoria: perché le loro azioni e il loro coraggio siano testimoniati nei secoli.

 

franca florio

La chiamavano “la regina di Palermo”: la storia di Franca Florio

di Federica Gorgone

Chiunque si sia appassionato alla dinastia dei Florio ha sicuramente sentito parlare di una figura femminile di spicco che ad oggi è da considerarsi la regina indiscussa della Bella Époque siciliana. Stiamo parlando della splendida Franca Florio. Il suo nome da nubile era Franca Jacona di San Giuliano e nacque a Palermo nel 1873. Dai numerosi ritratti giunti a noi ancora oggi, scorgiamo in questa figura eleganza, raffinatezza e dei lineamenti affascinanti.

Una donna non solo bella ma anche e soprattutto intelligente, dall’animo gentile che a 24 anni fu data in sposa ad Ignazio Florio Junior, uno degli scapoli più ricchi dell’isola. Lo spirito imprenditoriale di quest’ultimo era già ai tempi conosciuto in tutta la Sicilia. Egli, infatti, annoverava fra i suoi averi banche, cantieri navali, cantine, tonnare e tanto altro.

Ma chi era Franca Florio? Franca Florio era un’amante dei ricevimenti lussuosi ed adorava circondarsi di gente d’alto rango: tra questi il Kaiser Guglielmo II che la soprannominò la “Stella d’Italia”. Il suo spirito raffinato si vedeva non solo nei suoi lineamenti ma anche nel suo modo di vestire. Gli abiti rigorosamente realizzati dal sarto parigino Charles Worth venivano spesso impreziositi con i gioielli dei migliori orafi del tempo, quali ad esempio Cartier. Ad oggi rimane nella storia una collana in particolare, che sicuramente i più appassionati conosceranno, quella costituita da 365 perle che fu ripresa nel quadro del Boldini.

ritratto boldini franca florio

Sapete cosa si racconta a proposito dei suoi gioielli? La leggenda narra che Franca Florio avesse ad un certo punto smesso di indossare gli orecchini sotto consiglio di Gabriele D’Annunzio, il quale sosteneva che questi gioielli andassero a distogliere lo sguardo dal suo volto così fine e delicato!

Ma Franca Florio fu molto di più della sua ammaliante bellezza e raffinatezza. Il matrimonio con l’imprenditore Ignazio aveva degli obiettivi strategici ben precisi: donare a Palermo e in generale a tutta la Sicilia un ruolo centrale negli assetti politici d’Europa.

I due misero in moto una vera e propria rete di conoscenze che portarono alla città un’innovativa spinta al benessere economico e al prestigio. Ed è proprio in questo periodo storico che Palermo rinacque.

Ecco che ad esempio sorsero tantissimi palazzi in stile Liberty e si diffusero in questo periodo numerose opere liriche rappresentate nella splendida location del Teatro Politeama.

L’interesse di donna Florio si spinse tuttavia non solo verso eventi mondani e riqualificazioni della città bensì anche nei confronti dei più umili e delle donne lavoratrici nelle fabbriche del marito. Franca fece, infatti, realizzare all’interno di quest’ultime degli asili in cui le donne potevano lasciare i propri figli durante le ore di lavoro.

Tuttavia questa storia di splendore e innovazione nasconde anche dei lati più cupi. A donna Florio, infatti, morirono in poco tempo tre figli. La primogenita Giovanna a soli 9 anni per una meningite, Ignazio a 5 anni e Giacobbina a solo un’ora dalla nascita. Rimasero in vita solo due figlie: Igiea e Giulia. Strano come tanto rinnovamento si fosse poi scontrato con questi momenti così tragici.

Donna Franca Florio fece una vita ricca e piena di sfarzo anche durante il periodo del crollo economico iniziato negli anni ‘20. Casinò, feste e viaggi erano sempre al centro del suo stile di vita fino a quando si spense nel 1950 a casa della figlia Igiea. Oggi riposa nella cappella della famiglia dei Florio situata al cimitero di Santa Maria di Gesù.

coraggio franca viola

Il coraggio di Franca Viola. Quel primo “no” che ha cambiato la storia

di Giulia Monaco

“Io non sono proprietà di nessuno.
Nessuno può costringermi ad amare una persona
che non rispetto.
L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”

 

Nel 1966, in una società pregna di pregiudizi e tabù sessuali, Franca Viola pronunciava queste frasi, diventando un’icona della ribellione, libertà ed emancipazione femminile in Italia.

Franca Viola nasce ad Alcamo nel 1947 in una modesta famiglia di mezzadri. A 15 anni si fidanza con Filippo Melodia, ma presto il giovane si rivela appartenente a una cosca mafiosa, e i genitori decidono di interrompere il fidanzamento. Cominciano così una serie di ritorsioni di stampo mafioso da parte di Melodia nei confronti del padre di Franca, volte a “riottenere” la figlia. Le ritorsioni culminano il 26 dicembre del 1965, quando Melodia, insieme a un gruppo di complici, rapisce la ragazza. Franca verrà tenuta segregata per diversi giorni in un caseggiato isolato, lasciata a digiuno, picchiata e violentata. Il 6 gennaio la polizia scova il rifugio e arresta Franco Melodia, il quale però si appella subito a un diritto che ancora in quel periodo è sacrosanto: il diritto al matrimonio riparatore.

Il matrimonio riparatore era regolamentato dall’art. 544 del codice penale, e prevedeva che per il colpevole di violenza carnale il reato si potesse estinguere se lo stesso si rendeva disponibile a sposare la vittima. Spesso ad appellarsi al matrimonio riparatore erano gli stessi genitori della vittima, che piuttosto che tenersi in casa una figlia “disonorata” ledendo la rispettabilità della famiglia, preferivano consegnarla al suo aguzzino. Nel contenzioso la volontà della ragazza abusata era assolutamente priva di peso: la stessa subiva dunque una doppia violenza, fisica e morale, da parte del carnefice e da parte della famiglia. Una violenza che si perpetrava per tutta la vita e dalla quale era impossibile scagionarsi.

Se ci immedesimiamo in questo contesto, capiamo perché il “no” di Franca Viola al matrimonio riparatore è un atto rivoluzionario nella storia del nostro Paese: il suo rifiuto a chinarsi a un crudele destino e il coraggio di combattere a viso aperto una strenua battaglia legale, ha dato il via a una serie di movimenti femminili di rivolta. Ma solo nel 1981, ossia in tempi recentissimi, si arriva finalmente all’abrogazione del diritto al matrimonio riparatore. Non solo: fino al 1981 era legale anche il “delitto d’onore”: se un uomo sorprendeva una donna della famiglia a intrattenere una relazione disonorevole, era legittimato a ucciderla senza incorrere in alcuna punizione. E bisognerà aspettare fino al 1994 affinché anche lo stupro fosse considerato non più un reato contro la morale, ma contro la persona.

La storia di Franca è una storia a lieto fine. La 17enne affronta con coraggio e risolutezza le calunnie di Melodia, la turpe tenacia dei legali della difesa, le immancabili chiacchiere del paese.

Il processo si conclude con la condanna ad 11 anni per il Melodia e i suoi complici. Franca si sposa nel 1968 e diventa madre di tre figli, a dispetto dell’arciprete che sermoneggiava che nella sua condizione sarebbe rimasta zitella. Nel 2014, per la Festa delle Donne, viene insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana dal Presidente Giorgio Napolitano “per il coraggioso rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”.

I retaggi di secoli di patriarcato e di questo modo di concepire la donna sono purtroppo ancora vivi anche nelle aule dei tribunali, e si palesano in domande quali: “com’eri vestita?”, “avevi i jeans troppo stretti?”, “l’avevi provocato?”. La storia ci insegna che molti passi sono stati fatti, ma la strada è ancora lunga; i diritti delle donne non sono mai da dare per scontati, ma frutto di una continua conquista e di una lotta che non può e non deve ritenersi conclusa. Ecco perché ricordare la storia e il coraggio di Franca Viola è indispensabile oggi più che mai.

 

editoriale donne

Omaggio alle donne – Editoriale n.39

di Emanuele Cocchiaro

Care lettrici e cari lettori,

mossi da un profondo e sincero sentimento di riconoscenza, gratitudine e ammirazione, abbiamo deciso di dedicare questo nuovo numero di Bianca Magazine alle donne.

A quelle che hanno fatto grande la storia della nostra terra, a coloro che ancora oggi la riempiono di sano orgoglio, a tutte quelle che ci stanno accanto e a cui dobbiamo la vita e l’amore. Troppo spesso ridotte al solo ruolo di mogli e madri, le donne hanno saputo riappropriarsi del loro immenso e insostituibile valore, combattendo in prima linea, opponendosi con fierezza, costruendo con amorevolezza e decisione delle storie meravigliose che, in queste pagine, vi vogliamo raccontare.

Leggerete dunque dell’ eleganza e del fascino di Donna Franca Florio, ma anche della determinazione di Franca Viola, icona di emancipazione e prima donna ad opporsi al matrimonio riparatore. Vi condurremo, poi, nella Casa delle Donne di Scicli e vi porteremo anche alla scoperta del ruolo delle donne nell’antico Carnevale di Chiaramonte Gulfi. Vi faremo conoscere le grandi figure femminili della storia siciliana e poi, con Marinella Fiume, approfondiremo la conoscenza di tutte coloro che, dal Medioevo ai nostri giorni, sono state ignorate o dimenticate dalla cultura ufficiale.

Una cosa è certa: la nostra Sicilia pullula, ancora oggi come nel passato, di donne straordinarie.  Parleremo a questo proposito di Maria Luisa Cinquerrui che con la sua impresa innovativa ha creato robot intelligenti che aiutano gli agricoltori; di Rita Botto, interprete della musica e della tradizione vocale siciliana; della giovanissima campionessa agrigentina Asja Abate, con sindrome di Down, che si è distinta nei mondiali di Ponte di Legno. E ovviamente troverete molto altro: persino una curiosa leggenda sull’astuzia femminile!

Insomma, un omaggio alle donne in una rivista che è essa stessa donna: Bianca, mia nipote, è stata la mia personale fonte di rinnovamento e ispirazione, prima di lei mia figlia Sofia, e nulla sarebbe stato senza mia moglie Maria Concetta!

A loro, a mia madre, che mi guida anche dall’alto, e a ciascuna donna: la vostra festa sia ogni giorno.

La nostra riconoscenza è per sempre.

L’ Editore
Emanuele Cocchiaro

la vigna di uve nere

La Vigna di Uve Nere: il primo romanzo di mafia scritto da una donna

Rubrica “Titolo”

a cura di Alessia Giaquinta

Cronaca, leggenda e un profondo realismo si intrecciano nel primo romanzo che racconta la drammaticità del fenomeno mafioso: “La Vigna di Uve Nere”, edito nel 1953 e scritto da una donna, la palermitana Livia De Stefani (1913-1991).

Un titolo iconico per la letteratura siciliana e uno dei romanzi più singolari usciti in Italia nella seconda metà del secolo scorso è “La Vigna di Uve Nere”, noir che riscosse notevole successo in termini di critica e di pubblico anche all’estero; e che, negli anni ’80, ispirò uno sceneggiato per la Rai con la regia di Sandro Bolchi.

È con un linguaggio diretto e pungente che la De Stefani ci permette di osservare la Sicilia arcaica e profondamente patriarcale degli ambienti mafiosi del secolo scorso.

Ad ispirare l’autrice pare sia stato un fatto di cronaca avvenuto a Mazara del Vallo: il mistero della morte di una ragazza di diciassette anni. Ed è sviluppando questo atroce evento che la De Stefani descrive la storia di un uomo duro e spietato, Casimiro Badalamenti, proprietario di un vigneto di uve nere e coinvolto in un giro di loschi affari che, ad un certo punto, sposta la sua residenza da Giardinello a Cinisi.

«Abbandonò Giardinello per ragioni oscure – scrive l’autrice nel romanzo –. Vero è che ciò avvenne subito dopo la morte del padre e del fratello, uccisi per errore in un agguato teso ad altri, in una notte del torrido luglio del 1930. Ma Casimiro non era uomo pauroso».

A Cinisi, Casimiro trova una sorta di lupa verghiana: Concetta, donna di malaffare, che gli è molto devota e con la quale consuma passioni e condivide peccati. Dalla loro unione nascono dei figli che, per volere di Casimiro, saranno cresciuti da altri contadini, all’oscuro l’uno dell’altro. Dopo circa vent’anni, quando Casimiro decide di riunire la famiglia, le colpe passate ricadranno inesorabili sui figli Nicola e Rosaria legati da una fatale attrazione e da un amore incestuoso.

Una vergogna intollerabile diventa questa per Casimiro che, pur di non essere tacciato di disonore, costringerà la figlia Rosalia al suicidio, salvaguardando Nicola, che, in quanto erede maschio, potrà portare avanti il nome della famiglia.

Uno stile descrittivo intenso, ricco di simboli e riti è quello che la De Stefani utilizza ne “La Vigna di Uve Nere”, un romanzo da scoprire e riscoprire, come la singolare personalità anticonformista della sua scrittrice.

 

 

san berillo

“Un inconfessabile segreto”: il romanzo di Gloriana Orlando nell’anima di San Berillo

di Eleonora Bufalino  Foto di Gloriana Orlando

… Convivevano, a stretto contatto di gomito, carrettieri, intrallazzeri di vario genere, piccoli artigiani, artisti, avvocati, professori… a poca distanza da tuguri e case terrane, prive anche dei servizi igienici, si trovavano costruzioni dignitose, palazzetti di buon gusto e… postriboli di tutti i tipi…”.

Le prime pagine di “Un inconfessabile segreto” si aprono descrivendo uno dei quartieri più problematici e al contempo affascinanti di Catania, San Berillo. La sua autrice, Gloriana Orlando, ne svela sin dall’inizio i tratti caratteristici, consegnando ai lettori un romanzo in cui si mescolano le sfumature del mistero con i fatti storici della città. Una Catania martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ritorna a vivere dopo la Liberazione, anch’essa teatro di grandi sofferenze per la popolazione, e che proprio in questa rinascita subisce la demolizione di San Berillo. Nel libro, le vicende dei protagonisti tratteggiano lo scorrere dell’esistenza nelle zone più interne della città etnea, immersa ora nella disperazione degli anni del conflitto, ora nel disorientamento di quanto restava da salvare e ricostruire.

Curiosi di cogliere i motivi che hanno condotto la scrittrice a narrare gli eventi del quartiere “a luci rosse” di Catania e ad intrecciarli alle vite dei personaggi del romanzo, le abbiamo rivolto qualche domanda. Gloriana Orlando è anche insegnante di Lettere, attività che svolge nella sua amata città.

gloriana orlando

Gloriana, la trama del tuo racconto crea un intreccio con l’ambientazione, rumorosa e variopinta, del quartiere di San Berillo. Qual è il tuo legame con esso?

«Sono cresciuta in centro, in via Di Sangiuliano, ai margini di San Berillo, che allora era perfettamente inserito nel tessuto sociale di Catania; ricco di tante realtà ma non malfamato come si è soliti generalizzare. Dopo aver vissuto in varie zone, 15 anni fa sono ritornata nel quartiere e ho sentito l’esigenza di raccontare quanto accaduto: il suo cosiddetto “risanamento”. Ho condotto ricerche consultando i giornali dell’epoca e l’Archivio di Stato, ma soprattutto ascoltando le testimonianze degli ex abitanti. Le loro storie mi hanno parlato di una lacerazione mai guarita, dovuta a uno sventramento coatto che, a partire dal 1957, vide lo “spostamento” di circa 15 mila persone in zone appositamente create, prive di collegamenti con il centro e di servizi».

un inconfessabile segreto

Il tema della prostituzione; le stradine, i vicoli, gli angoli di San Berillo brulicavano di donne che, il più delle volte per povertà, vendevano il loro corpo. Nel tuo libro parli soprattutto delle case chiuse, dalle più umili alle più raffinate, frequentate da tutti i ceti sociali. Cosa accadde in seguito allo sventramento?

«Nel 1958 fu approvata la legge Merlin che abolì la regolamentazione della prostituzione e vide la chiusura delle case di tolleranza. Tuttavia, il fenomeno della prostituzione non si arrestò ma anzi dilagò ancora di più in maniera clandestina. Le millantate motivazioni di sradicare la criminalità e offrire alle donne del quartiere la prospettiva di una vita diversa apparvero poco credibili e il progetto di costruire un quartiere moderno nel centro elegante della città stentò ad avverarsi».

san berillo

Che ruolo riveste l’impegno di istituzioni e privati nei veicolare il cambiamento?

«Oggi San Berillo sta provando a riscattarsi; sia attraverso le associazioni, come Trame di Quartiere, che puntano all’integrazione di tutte le componenti del quartiere, sia tramite alcune attività commerciali, che attraggono giovani e turisti. Sono due modi diversi di fare riqualificazione, in un reticolo sociale così complesso!».

 

Il romanzo della Orlando è l’immagine della Sicilia più vivida e autentica, in cui convivono tutti i colori dei sentimenti umani, descritti superbamente da giochi di scrittura che alternano espressioni dialettali a termini ricercati. Leggendo, ci si immerge in una “contraddizione” stilistica, proprio come le scene di vita quotidiana, semplici, che fanno da sfondo a segreti inconfessabili.

marinella fiume

Marinella Fiume racconta l’universo femminile

di Omar Gelsomino   Foto di Andrea Giuseppe Cerra

Lo studio sulle donne è sempre stato al centro delle sue pubblicazioni. Originaria di Noto, ma trasferitasi a Fiumefreddo di Sicilia, dove è stata primo sindaco donna per due mandati, Marinella Fiume, laureata in Lettere classiche e dottore di ricerca in Lingua e Letteratura Italiana, ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti per il suo impegno sociale e la sua produzione letteraria.

Insieme a lei percorriamo un viaggio nell’universo femminile. «Sono una persona perennemente in viaggio, una donna che cerca di imparare dalle avversità, dal dolore, dalle esperienze negative vissute per tesaurizzarle e trarne motivo di forza emotiva. La scrittura in questo è stata fondamentale per me, perché il viaggio è anche ricerca delle parole. La scrittura mette ordine, organizza e risignifica il fluido e caotico mondo interiore e quello della memoria. La scrittura è salvifica».

La sua missione è riscattare le donne dall’oblio. «Le donne sono state dimenticate dalla Storia che pure, ovunque nel mondo – anche in Sicilia – , hanno contribuito a fare. Le donne per lunghissimo tempo non sono mai state raccontate o lo sono state molto poco. È come se non fossero mai esistite, fantasmi invisibili. L’invisibilità è la causa principale della diseguaglianza di genere. Da qui l’esigenza di un vero e proprio Dizionario di Siciliane che ho curato già nel 2006. Si trattava di colmare un grosso vuoto, una profonda lacuna storiografica».

marinella fiume

Una donna in particolare ha influito nella sua vita. «Sono nata, da una famiglia di netini da generazioni, a Noto, il barocco giardino di pietra dove sono rimasta fino alla scuola media. Respiravo bellezza, ma quella bellezza di una decaduta aristocratica d’altri tempi che ha impegnato i suoi gioielli al banco dei pegni. Vivevo in una palazzina Liberty proprio di fronte al palazzo dove Mariannina Coffa, la capinera di Noto, passò gli ultimi anni di vita e dove un’epigrafe marmorea ancora la ricorda. Da quella epigrafe che mi fermavo a leggere ogni mattina andando a scuola non seppi più staccarmi. Fu un destino. Quando ne feci oggetto della tesi del mio dottorato di ricerca scoprii che la sua poesia andava ben al di là di quella sospirosa d’amore che tanto piaceva ai biografi locali e che il linguaggio nascondeva messaggi cifrati. Grazie a lei scoprii una Sicilia diversa, mai studiata dalle Accademie, una Sicilia molto avanzata sotto il profilo culturale e scientifico, in linea con i più progrediti paesi europei».

Ma qual è la condizione della donna in Sicilia? «Sotto il profilo socio-politico e lavorativo la situazione non è rosea, anche se la pandemia ha dimostrato come il Paese abbia retto grazie alle donne. Ma credo che ovunque, anche in Sicilia sia iniziata l’èra delle donne perché solo da queste può venire la salvezza a questo nostro mondo malato. È il modo diverso delle donne di stare al mondo, di abitarlo, che sta producendo una profonda rivoluzione».

Insieme a Fulvia Toscano hanno ideato un festival dedicato alle donne. «“La Sicilia e la Calabria delle donne – Festival del genio femminile in Sicilia e in Calabria” vede come protagonista il multiforme ingegno declinato dalle donne in molteplici settori con l’intento di sottrarre all’invisibilità le donne siciliane e marcare della loro presenza i territori di appartenenza narrando le “storie”, le “imprese”, l’impegno, i percorsi, i risultati raggiunti nei vari campi, in una parola il genio. Questa terza edizione vede protagoniste le donne e la politica, le donne e le istituzioni. Il festival diventerà “L’Italia delle donne” grazie all’interesse dimostrato dal Centro per la lettura e il libro del Ministero della Cultura che comprende 700 città che leggono».

Prima di lasciarci a questa piacevole intervista Marinella Fiume ci anticipa la sua prossima fatica letteraria. «A marzo uscirà per la romana casa editrice Iacobelli il mio nuovo libro, dal titolo curioso e ironico: “Strèuse. Strane e straniere di Sicilia”. Una galleria di ritratti di regine senza corona».

laura distefano giornalista

Laura Distefano: il mestiere di scrivere tra rigore, passione e coraggio

di Patrizia Rubino   Foto di Salvatore Ferrara

C’è rigore, scrupolo e coraggio, nel lavoro di Laura Distefano stimata cronista di nera e giudiziaria ed esperta di storia della mafia siciliana. Giornalista professionista, 43 anni, originaria di Ispica, vive e lavora da diversi anni a Catania. Si fa notare per il suo stile incisivo che rivela studio e preparazione, attraverso l’intensa e lunga collaborazione con la testata online LiveSicilia, ma è anche la grande passione per il mestiere che traspare dai suoi articoli, a creare una forte empatia con i lettori.

Conclusa da qualche mese l’esperienza professionale con LiveSicilia, è approdata al quotidiano La Sicilia.

laura distefano giornalista

Quando scopri la tua passione per il giornalismo?
«Diciamo che l’ho maturata nel tempo. Da piccola amavo la danza e immaginavo una carriera da ballerina, crescendo ho abbandonato, però la passione per il ballo mi è rimasta dentro. Mi piaceva scrivere, a 12 anni ho cominciato a tenere un diario dove buttavo giù le riflessioni di un’adolescenza complessa. Ho frequentato un istituto tecnico, i miei genitori speravano in un mio futuro nell’azienda di famiglia, ma non era la mia strada così dopo il diploma scelsi di studiare Scienze della Comunicazione in Toscana. Non pensavo ancora al giornalismo, ma amavo scrivere e mi ero appassionata alla sceneggiatura. Tra il 2000 e il 2001 sono andata a studiare a New York, qui ho fatto uno stage alla Rizzoli; mi occupavo di fotocopie, ricerca di articoli e archiviazione. Un’ esperienza breve ma il contesto era molto stimolante. Rientrata in Sicilia, dopo una parentesi a Torino, il mio approccio importante al giornalismo nasce dalla collaborazione con Video Mediterraneo, emittente televisiva di Modica. Lavoravo per la redazione catanese: servizi giornalistici, riprese e anche il telegiornale, che confesso soffrivo perché non amavo andare in onda. Sono stati sei anni intensi, durante i quali ho imparato molto, grazie anche a colleghi che hanno creduto in me. Ho capito che quello era il mio mestiere, da qui la decisione di diventare giornalista professionista».

Nei tuoi articoli racconti di mafia e malaffare con una perizia non comune.  Come nasce l’interesse per questi temi?
«Nel 2012 sono entrata a far parte della redazione catanese di LiveSicilia – che ho lasciato da qualche mese – con un gruppo di giornalisti coordinati da Antonio Condorelli, oggi direttore, a cui sono molto grata per la grande opportunità di crescita professionale. Inizialmente scrivevo di tutto ma mi resi conto che riguardo ai fatti di cronaca giudiziaria specie quelli legati alla mafia catanese, c’era un buco, mancava il giusto approfondimento. Così ho cominciato a frequentare sempre più spesso il tribunale, a studiare i processi, a raccogliere dati, immergendomi nell’intricato mondo dei clan, scrivendo le loro storie fatte di guerre, alleanze e malaffare. Racconto di una mafia che c’è ma sembra non esistere perché si trasforma, s’infiltra e fa affari con i colletti bianchi. Ho fatto un lungo e complesso lavoro di ricostruzione della storia della mafia etnea dal ’93 ad oggi che ho voluto raccogliere in un libro che pubblicherò presto».

Per le tue inchieste hai ricevuto offese e anche intimidazioni.
«Purtroppo sì. Io rispondo sempre con il mio lavoro, raccontando i fatti e verificando le notizie nel rispetto della deontologia. Credo moltissimo nel ruolo sociale del giornalista, l’informazione stimola il pensiero dell’opinione pubblica e apre le menti. E quando succede con i giovani, l’ho riscontrato incontrando gli studenti, la soddisfazione è grandissima e sento che il mio lavoro ha valore».

C’è un approccio particolare nel tuo racconto di casi di cronaca.
«Cerco sempre di scavare, di andare oltre la nuda cronaca, che resta sempre di base. Ci sono storie che rimangono dentro: la piccola Elena Dal Pozzo uccisa dalla madre, il papà che dimenticò il figlioletto in auto, o l’ omicidio-suicidio di una coppia di anziani. Storie di vite dove anche il dettaglio, che cerco sempre, fa la differenza nel racconto».