Ohoskin

OHOSKIN: la “pelle vegana” che profuma di sostenibilità

dalla rubrica START-UP FUTURE: IDEE CHE ILLUMINANO IL FUTURO

a cura di Patrizia Rubin    Foto di Ohoskin

l fenomeno “start-up” in Sicilia è in continua crescita e nella gran parte dei casi si tratta di giovani imprese ad alto contenuto tecnologico, eco-responsabili e che guardano al territorio e alla sua valorizzazione. Come nel caso di Ohoskin, il suo nome sembra quasi un sussurro, la start-up fondata nel 2019 da Adriana Santanocito, giovane imprenditrice catanese, che ha creato e brevettato un materiale innovativo plant-based, l’Ohoskin appunto, realizzato con i sottoprodotti industriali di arance e pale di ficodindia. Un tessuto di altissima qualità e durabilità, alternativa di lusso vegana alla pelle animale, di cui ne presenta le migliori caratteristiche alla vista e al tatto.

Adriana-Santanocito_Amministratore-Ohoskin

«Questo materiale – sostiene Santanocito – è una risposta moderna ed etica alle esigenze dei consumatori che sempre più sono orientati verso uno stile di vita rispettoso della vita degli animali e dell’ambiente. Il fatto poi – aggiunge – di realizzarlo con dei prodotti simbolo della Sicilia è sicuramente un valore aggiunto oltre che motivo di grande orgoglio. Ho studiato a Milano, ma poi ho scelto di tornare perché intendo dare un contributo alla crescita della mia terra».

Molteplici gli ambiti di utilizzo di Ohoskin: dagli accessori moda all’arredamento d’interni, agli oggetti di design, al settore automotive che predilige sempre più l’utilizzo di rivestimenti interni cruelty free. Sostenibilità e attenzione per il territorio sono aspetti centrali nella filosofia della start-up catanese, che per la realizzazione del prodotto, 100% Made in Italy, riutilizza tonnellate di scarti di arance e fichidindia, grazie ad accordi con fornitori siciliani della materia prima. «Mettiamo in moto – sottolinea Santanocito – un processo virtuoso di economia circolare che dai residui delle lavorazioni genera nuove risorse economiche e al contempo continuiamo a investire in ricerca e sviluppo per migliorare il prodotto e ridurne sempre più l’impatto ambientale. Il lusso può essere sostenibile se ne deriva valore e benessere per tutti».

 

 

Il Mulino di Babbo Natale si trova a Novara di Sicilia

di Merelinda Staita,

foto di Mirko Sottile e Salvatore Buemi

Novara di Sicilia, comune in provincia di Messina, è uno dei borghi più belli d’Italia e si trova tra i monti Nebrodi e Peloritani. Questo antico paese ha dimostrato di essere un centro di notevole importanza sia in estate e sia in inverno.

Nei mesi invernali è talmente incantevole da sembrare a tutti gli effetti un “paese-presepe”. In alcuni periodi, viene imbiancato dalla neve e questo accresce il suo fascino e la sua eleganza.

Un luogo ricco di magia che si caratterizza per la sua storia, per le sue particolari tradizioni e per le sue bellezze artistiche e culturali. Ogni anno vengono organizzati numerosi eventi che richiamano tantissimi visitatori che, percorrendo le vie fatte di pietra, ammirano scenari suggestivi ed emozionanti. I suoi falò di Natale sono famosi. I fuochi vengono accesi, negli angoli delle strade e nelle piazze, a partire dalla sera della Vigilia di Natale fino all’Epifania.

Durante le festività natalizie, Novara di Sicilia si trasforma in “un angolo di paradiso”. Sì, perché il mulino Giorginaro diventa il mulino di Babbo Natale.

Ho raggiunto telefonicamente l’assessore alla cultura e all’istruzione, Salvatore Buemi, che mi ha raccontato diverse curiosità e segreti.

Si tratta di un mulino ad acqua a ruota orizzontale, perfettamente funzionante, la cui sopraelevazione risale al 1690. Il mulino appartiene alla famiglia Affannato ed è uno degli ultimi mulini ad acqua ancora attivi in Italia.

Mario Affannato, la moglie Florinda Milici e lo staff del mulino donano ogni anno gioia e felicità ai bambini e agli adulti. L’iniziativa nasce dalla proficua collaborazione tra la famiglia Affannato, l’amministrazione comunale, l’associazione Novareventi e viene arricchita dalle installazioni luminose di Novarlux che si occupa di realizzare allestimenti unici ed originali.

Cosa è possibile trovare all’interno del villaggio di Babbo Natale? Il mugnaio, vestito da elfo, che mostra il funzionamento del mulino per macinare il frumento e produrre la farina.

I bambini possono recarsi presso l’ufficio postale, creato ad arte e nei minimi particolari, per affidare agli elfi le loro letterine o per scriverle in compagnia dei folletti. Ogni letterina viene impreziosita dal francobollo della valle Giorginara.

Nel piazzale, davanti alla casetta di Babbo Natale, viene parcheggiata la slitta e le renne illuminate sono sempre pronte per le foto di rito. All’interno della casa c’è Babbo Natale, con la sua lunga barba bianca e il suo pancione, che aspetta i piccoli per accoglierli e coccolarli con amore. Tutto viene valorizzato da un fulgore di luci, strutture luccicanti e meravigliosi riflessi sull’acqua. L’animazione è curata da giovani che aiutano i turisti a vivere un momento magico e indimenticabile.

Nel villaggio è possibile gustare prodotti tipici che mettono in risalto gli odori e i sapori della gastronomia locale. In particolar modo a Novara di Sicilia ci sono due prodotti deliziosi: ’u risuniru” e “a’ rusuélla”.

’U risuniru” è un dolce che ha un forte aroma, tipico della tradizione siciliana, l’arancia, che coniugato al cioccolato rievoca anche il passato arabo della nostra terra. Le tecniche di lavorazione e produzione sono tramandate per via orale da madre in figlia almeno dalla fine dell’Ottocento. Viene preparato da sempre in occasione della festa di Santa Lucia, che ricade il 13 dicembre, e per tutte le festività religiose del Natale. Nelle feste natalizie, in sostituzione dei panettoni e torroni, per i bimbi novaresi veniva preparataa’ rusuélla”, pane decorato con nocciole. Oggi la tradizione della “rusuélla” si rinnova l’ultimo giorno della Novena, con la distribuzione e benedizione in Chiesa, al termine della celebrazione Eucaristica delle ore 6,00.

Insomma, non possiamo perderci questo posto spettacolare e le sue prelibatezze eccellenti. Il mulino di Babbo Natale ci aspetta, così come mi ha confermato il sig. Mario Affannato, nei giorni: 4, 8, 11, 17, 18, 23, 25, 26 dicembre e 1, 5, 6 gennaio, dalle ore 16,00 alle ore 20,00.

La Sicilia in festa ai tempi dei social: il racconto di Gira con noi Sicilia

di Federica Gorgone,

 foto di Gira con noi Sicilia

Quando in Sicilia il Natale è alle porte, l’aria si fa ricca di tradizioni. Tanti sono gli eventi che trasudano cultura e storia e che vanno assaporati con gli occhi e con l’anima arricchendo chiunque abbia modo di conoscerli. Lo sanno bene i ragazzi di Gira con noi Sicilia, Giacomo Vespo e Dario Bottaro, che attraverso il loro profilo social, nato ad agosto 2018, raccontano la Sicilia a 360 gradi cogliendo l’essenza delle tradizioni. Così abbiamo fatto loro alcune domande per farci raccontare quali sono gli eventi legati alle tradizioni durante le festività natalizie e che aria si respira durante quei giorni di festa.

Com’ è nato il vostro amore ed interesse per le tradizioni siciliane legate alle feste?
«Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dalle feste popolari – risponde Dario – tanto da farlo diventare motivo di studio, scrivendo la mia tesi sulla fisiognomica e le feste popolari durante gli studi all’Accademia delle Belle Arti. Tra i nostri obiettivi c’è quello di raccontare l’anima e il volto della comunità che si ritrova in un evento unico. Ho trasmesso tutto questo a Giacomo che a sua volta si è appassionato alle feste e alle tradizioni iniziando a raccontarne il lato più umano legato alle emozioni attraverso il nostro profilo».

Come le raccontate e cosa volete trasmettere?
«Raccontiamo le tradizioni attraverso la nostra esperienza sul posto, focalizzandoci tanto sulle emozioni. Cerchiamo di farlo attraverso i social carpendo gli attimi più belli del momento in cui vivi la comunità».

Quali feste legate al periodo delle feste natalizie avete avuto modo di raccontare?
«Il mese di dicembre si apre con la festa dell’Immacolata a cui sono legate tante tradizioni. Spesso si inaugurano i presepi, così abbiamo raccontato le nostre esperienze nei vari borghi. Siamo stati a vedere il presepe di Palazzolo Acreide, Monterosso Almo, Giarratana. Abbiamo visto quello di Ispica realizzato all’interno della cava e quelli di Caltagirone. Noi abbiamo una data, che è quella del 26 dicembre, che è per noi simbolica. È il giorno che dedichiamo alla visita dei presepi. Sono esperienze meravigliose e luoghi in cui rivivi i mestieri antichi quali il fabbro o la massaia. È bello attraversare i vicoli dei borghi durante questi momenti. È come andare indietro nel tempo».

Quali sono secondo voi le esperienze più significative e che clima si respira?
«Sono tutte esperienze belle e significative a modo loro. L’atmosfera è così bella che ti coinvolge e ti fa sentire parte del luogo. Ti viene quasi nostalgia del passato e di quella semplicità. Apprezzi la storia, quello che è stato il tuo territorio. Non ci si sofferma solo al presepe vivente, ma anche ai presepi all’interno delle chiese ed è come fare un viaggio dentro ad un viaggio. Come ad esempio a Palazzolo Acreide dove abbiamo visto nella chiesa dell’Annunziata un’istallazione presepiale moderna».

Cosa ci dite sui presepi di Caltagirone?
«Caltagirone è la città dei presepi, come quelli di terracotta e non solo. Tanti privati allestiscono presepi particolari. Come ad esempio quello fatto di pasta o di pane, il presepe di cotone oppure quello dei LEGO. Dove grandi e piccini rimangono a bocca aperta. L’aria di semplicità e magia ti accompagna in tutti i vicoli, in ogni momento. Tutto è curato nei minimi dettagli, niente è lasciato al caso».

Che riscontro avete nei vostri racconti sulle tradizioni?
«Le persone che ci seguono si emozionano e sono entusiaste. Spesso ci contattano da fuori perché vogliono saperne di più. Ci chiedono cosa vedere, cosa poter fare. Siamo come dei punti di riferimento, persone di cui fidarsi per fare delle belle esperienze in Sicilia. Per vivere la nostra terra attraverso la sicilianità e superando quelli che sono i luoghi comuni. Il nostro profilo poi ci ha permesso di conoscere anche tanti altri creators che come noi condividono l’amore per la nostra terra e questo è qualcosa di speciale. Auguriamo ai lettori di godersi questi giorni di festa e viversi queste esperienze magiche che vi abbiamo raccontato!».

Il primo Natale in un sarcofago a Siracusa

di Alessia Giaquinta

 Foto di Parco Archeologico di Siracusa – Assessorato BBCC della Regione Siciliana

La prima rappresentazione del Natale si trova in Sicilia, in un sarcofago del IV secolo, ritrovato a Siracusa nelle Catacombe di San Giovanni dall’archeologo Francesco Cavallari, nel 1872.

Sono passati 150 anni dalla strabiliante scoperta: il sarcofago di Adelfia, oggi esposto nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” della città aretusea, costituisce sicuramente una delle principali attrazioni per i visitatori del museo e uno dei motivi di orgoglio per i siracusani. Si racconta, infatti, che furono tantissimi coloro i quali scortarono il sarcofago durante il suo ritrovamento, fino all’arrivo in piazza Duomo dove si trovava allora la sede del museo.

Nel sarcofago è immediatamente visibile, oltre ad un medaglione in cui è raffigurata una coppia stretta in un abbraccio, anche un’iscrizione latina che ci spiega l’attribuzione dell’urna ad Adelfia “clarissima femina” moglie del conte Valerio. Stando ad alcuni studi, si dovrebbe trattare della consorte di Lucius Valerius Arcadius Proculus Populonius, console e presunto proprietario della Villa Romana di Piazza Armerina.

Ma perché quest’urna è particolarmente importante?

Oltre all’ottimo stato di conservazione, ciò che sorprende è la duplice raffigurazione della Natività: una posta in alto a destra sul coperchio (possibilmente di periodo successivo) e una in basso, sotto al medaglione centrale.

Durante il IV secolo si diffuse la pratica di incidere, nei sarcofagi, le scene relative alla nascita di Gesù, oltre ad episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. E, in questo senso, sembra che il sarcofago di Adelfia sia stato tra i primi, se non addirittura il primo in assoluto.

Decorata con la tecnica del “fregio continuo”, utilizzata nei primi secoli, si sviluppano tredici scene bibliche su due registri sovrapposti, senza avere una consequenzialità temporale ma solo tematica. La salvezza, data dalla nascita di Cristo, infatti, è il tema predominante e caratteristico. È proprio la nascita del divin Bambinello a permettere ai comuni mortali, di anelare alla salvezza eterna e alla rinascita celeste, in paradiso.

Ma focalizziamo l’attenzione sulla Natività presente nel sarcofago in basso, la più antica. Notiamo la Madonna che regge Gesù sulle gambe, mentre le braccia sue e del pargoletto sono protese verso i re magi che avanzano con i loro tradizionali doni. Si nota, infatti, una corona sovrastata da una gemma che simboleggia l’oro, una pisside con coperchio che custodisce l’incenso e la mirra. I magi indossano la tunica con la clamide, e un copricapo.

È la più antica rappresentazione scultorea della Natività.

L’altra scena del presepio, invece, è presente sul coperchio dell’urna, databile invece alla fine del IV secolo, in epoca teodosiana. Era, infatti, fenomeno ricorrente, nell’antichità, reimpiegare un sarcofago per un altro defunto. E probabilmente ci troviamo innanzi ad uno di questi casi.

La Natività del coperchio presenta Gesù sotto una tettoia ricoperta da tegole, avvolto in fasce e scaldato – come vuole il vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo – da un bue e un asinello. Troviamo anche Maria e un pastore, e i tre magi che osservano la stella e conducono i doni a Gesù.

Si tratta certamente di uno dei manufatti più belli e interessanti del repertorio paleocristiano che, ancora oggi, entusiasma ed è oggetto di studi per archeologi ed esperti di tutto il mondo.

Emma D’Aquino racconta l’ Italia con professionalità

di Omar Gelsomino,   foto di Iwan Palombi

Per anni è stato il volto femminile nella conduzione del Tg1 nelle sue principali edizioni. Emma D’Aquino, catanese di nascita ma ormai romana d’adozione, dopo una lunga gavetta ha coronato il suo sogno diventando un’apprezzata giornalista professionista. Dagli esordi nelle Tv locali siciliane sino ad approdare prima in Mediaset e poi in Rai, passando dal Tg2 al Tg1 raccontando anche da inviata le notizie di cronaca e di politica più importanti che hanno segnato il Paese e non solo. Per ben due volte è salita sul palco dell’Ariston, una volta con la direzione artistica di Claudio Baglioni nella veste di co-conduttrice e un’altra volta con Amadeus. Lei che con la sua particolare professionalità è entrata nelle case degli italiani è rimasta pur sempre umile. «Sono una persona entusiasta – si definisce Emma D’Aquino -. Cerco di migliorarmi sempre e sono sempre alla ricerca di una crescita non solo professionale, ma anche personale». Così quel sogno da bambina si è materializzato grazie alla passione e ai tanti sacrifici.

«La passione per il giornalismo è nata ai tempi dell’Università e si è perfezionata durante la preparazione della mia tesi di laurea. Mi sono laureata con una tesi sull’omicidio mafioso. Il mio è stato un percorso molto faticoso, molta gavetta, appassionante e senza sconti, non ho mai cercato le strade alternative né le scorciatoie. Rifarei tutto esattamente nello stesso modo. Anche se è sempre difficile per le donne affermarsi in un mondo che resta maschilista. Grandi passi avanti sono stati fatti ma per le donne affermarsi e pretendere il proprio spazio è sempre estremamente difficile. A parità di competenze le donne devono ancora lottare per aver riconosciuto ciò che spetta loro di diritto».

Prima di diventare un’affermata conduttrice per molti anni è stata inviata «sul campo», narrando tantissime storie e fatti importanti, a volte anche tragici, che ancora gli spettatori ricordano. «Sono legata e ricordo quasi tutte le interviste che ho fatto sin dall’inizio. Quando qualcuno decide di regalarti i propri ricordi, a volte dolorosi, devi essergli grato, sempre. Per molto tempo ho seguito il terremoto dell’Aquila, una tragedia che ha provocato 307 morti, ho ascoltato i racconti delle persone conosciute, la sofferenza dei genitori che hanno perso i figli adolescenti, di gente che da un giorno all’altro si è trovata viva ma senza casa. Per me è stata una grande prova professionale e nello stesso tempo di crescita emotiva. Nonostante mi sia occupata di tanti fatti, il terremoto dell’Aquila è una delle cose che mi porto dentro».

Come tutti i giornalisti gode di un osservatorio particolare di come stia cambiando l’Italia e gli italiani, di come stia evolvendo la società con tutto ciò che ne deriva. «La pandemia con le tragedie e sofferenze anche economiche, che si è portata dietro ci ha stravolti in tutti i sensi. Io ho fiducia che possano essere fatte, intendo politicamente, le scelte più giuste per ridare fiducia alla gente che è quella che abbiamo perso. Fiducia soprattutto ai giovani che vedo e sento spesso demoralizzati. I giovani e le loro prospettive di diventare adulti, realizzati e felici, dovrebbero essere la priorità delle agende politiche a mio avviso».

Emma D’Aquino ha debuttato nella conduzione di “Ribelli”, raccontando le storie di quattro personaggi che coraggiosamente hanno affrontato ostacoli, rischi e sfide e poi di “Amore criminale”. «È un programma storico della Rai, un programma di servizio contro la violenza di genere. Poterlo condurre è un privilegio perché da sempre mi occupo di questi temi. Resta la tristezza e l’impotenza quando, conoscendo le storie da vicino e i fatti, sai che sarebbe bastata un’attenzione in più da parte delle istituzioni, una consapevolezza in più da parte della donna e forse non avremmo raccontato la tragedia».

Un viaggio gastronomico tra le prelibatezze delle feste

di Federica Gorgone, foto di Ester Ferrigno e Rachele Grillo

Quando si parla di Sicilia, le nostre menti viaggiano dalle spettacolari bellezze paesaggistiche del territorio a quelle dei sapori della tradizione. La tradizione culinaria sicula è antica ed è frutto di un mix di popoli e culture diverse che l’hanno resa famosa ovunque.

Durante le festività poi, il cibo diventa un momento magico e d’incontro tra chi vuole condividere l’aria di festa in compagnia del buon cibo tipico. Ma cosa si mangia quindi a Natale? Sappiamo bene che per noi siciliani Natale inizia più o meno con qualche settimana d’anticipo, potremmo dire praticamente non appena inizia il mese di dicembre!

Il 13 dicembre a Palermo, ad esempio, si festeggia Santa Lucia a suon di Arancine (a Palermo, sono tonde e a forma di arancia, da qui il nome al femminile), cuccia e gateaux. Ah se le arancine potessero parlare! Potete già immaginare l’odore di fritto per le strade.

Ma entriamo ancora più nel dettaglio di quelli che sono i piatti forti della cucina tradizionale siciliana durante tutto il periodo di Natale.

A Messina piatto delle occasioni, irrinunciabile a Natale, è il pesce stocco cucinato a ghiotta (com’è ghiotta la pietanza di per sé) che usanza vuole si consumi la sera della vigilia. Non è altro che lo stoccafisso che ha un sapore deciso e a tratti pungente di norma servito caldo con il suo sughetto e le olive. Da considerare nel messinese è anche il “pitone” (per chi non fosse della zona, tranquilli non è un serpente!). È un calzone tipico dello street food messinese al cui interno, se tradizionale, troverete scarola riccia, formaggio ed alici.

Spostandoci a Catania nel periodo di Natale non si può fare a meno della scaccia (che troviamo simile anche a Ragusa). A base di farina ed impastata con lo strutto viene farcita per lo più con tuma, patate, salsiccia e olive. Ma ne esistono diverse varianti come quella col broccolo affogato (lasciato stufare nel vino, una vera goduria). Ma non si parla di Natale se non si mettono a tavola le crispelle! Preparate con farina e lievito di birra per poi essere fritte, ne esistono di diverse varianti come quelle farcite con le acciughe o con la ricotta fresca. Insomma, libero sfogo alla fantasia che ben si mischia con i sapori tradizionali.

A Ragusa troverete pronta per la vigilia la liatìna, ossia la gelatina di maiale. Preparata con le parti meno nobili dell’animale, diventa simbolo, secondo la tradizione, di prosperità e abbondanza per l’anno a venire. Ed anche le immancabili scacce ed il baccalà fritto.

A Siracusa non possiamo che citare le ‘mpanati, una sorta di disco di pasta al cui interno vi è una farcitura di verdure e carne. Ci sarà sempre un po’ di spazio nello stomaco per assaggiarne almeno un pezzo, che siano appena sfornate oppure fredde. Imperdibile è anche il baccalà fritto, piatto delle grandi occasioni.

Andando verso Agrigento invece non si può che fare gli onori di casa con la pasta ‘ncasciata (che trovate anche a Messina). Già dal nome fa venire fame! È una pasta al forno fatta con ragù, uova, melanzane, prosciutto, mortadella e… ogni famiglia poi ha delle aggiunzioni che la rendono ancora più gustosa. E come alcuni di voi ricordano, questo piatto, ha conquistato anche il cuore del commissario Montalbano (in una delle puntate lo trovate intento a godersi questa bontà unica). Piatto forte della tradizione è anche l’impignolata, un impasto a base di pane molto casalingo che si può trovare di due tipi: con spinaci o con broccolo e patate.

Tra Enna e Caltanissetta si va ancora una volta di fritti. Immancabili sono i cardi in pastella. E non dimentichiamoci del “falso magro” (che potrete mangiare anche a Catania). Non lo conoscete? Si tratta di un gustosissimo secondo in cui il rotolo di carne è farcito con uova sode, carne trita, mortadella e formaggio ed immerso nel sugo di pomodoro.

A Palermo tipico della tradizione è il brociolone. Un rotolo di carne farcito con carne trita, uova, prosciutto tagliato a cubetti, piselli e formaggio (possibilmente il caciocavallo). Lasciato freddare verrà tagliato a fette non molto spesse e condito con un po’ di sughetto cui è stata cotta la carne.

A Trapani si va di cassatelle (che questa volta non sono dolci ma salate). Sono simili a dei grossi ravioli al cui interno vi è la ricotta e sono cucinati nel brodo del pesce (d’altro canto questo lato della Sicilia è famoso per il cous cous che è spesso servito con il brodo di pesce).

Speriamo di non avervi fatto venire troppa fame, o forse si!

A Sutera il suggestivo presepe vivente che celebra la memoria storica e il territorio

di Patrizia Rubino, foto di Nino Pardi

Il periodo delle vacanze natalizie può essere un’occasione perfetta per scoprire le innumerevoli e talvolta sconosciute meraviglie della nostra isola. Spesso piccole realtà, per dimensione e popolazione ma con un importante patrimonio, storico artistico e paesaggistico. Come Sutera, comune della provincia di Caltanissetta, meno di 1300 abitanti, dal 2013 uno dei borghi più belli d’Italia, per le sue bellezze naturali e architettoniche, amate anche dal regista Michael Cimino che girò qui parte del suo film “Il siciliano”.

Il paese, che si sviluppa tutt’attorno al monte San Paolino, detto “la rupe gessosa”, è un tipico borgo medievale ma sono presenti elementi architettonici dell’antica civiltà araba nel quartiere Rabato, dall’arabo rabat, borgo, disseminato di casette in pietra e dammusi, su una fitta e tipica ragnatela di viuzze, presenti anche i resti di una moschea visibili accanto alla chiesa madre Maria SS. Assunta. Rabatello e Giardinello sono gli altri due quartieri di Sutera con edifici di più recente costruzione. Merita una visita il Santuario di S. Paolino, situato sulla cima dell’omonimo monte alto circa 800 metri, raggiungibile da una scalinata. Da qui si gode una vista mozzafiato che va dall’Etna fino al golfo di Agrigento. Di notevole interesse il colle San Marco, un importante sito archeologico, in cui è presente una piccola cappella di epoca bizantina. Da non perdere il Museo Etnoantropologico, uno dei più ricchi centri museali dell’entroterra siciliano; qui sono ricreati gli ambienti delle case di fine Ottocento, con tanto di arredi e suppellettili, e poi arnesi di lavoro, originali, di artigiani, contadini e antichi professionisti. E ancora abiti, divise e cimeli della prima metà del Novecento.

Ma c’è un’altra ragione per visitare Sutera dal 26 dicembre al 7 gennaio, un evento suggestivo che richiama ogni anno decine di migliaia di persone, giunto alla sua XXIII edizione: il presepe vivente. Una manifestazione che per la sua importanza e peculiarità è nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, organizzata con grande cura e passione dall’associazione Kamicos, con il patrocinio del Comune e la collaborazione della parrocchia della chiesa madre. «Si tratta di un evento che è cresciuto nel tempo – racconta Paolino Scibetta, presidente dell’associazione Kamicos – dal semplice allestimento della grotta con la Natività, di circa trent’anni fa, oggi riproponiamo uno spaccato della vita contadina di fine ‘800, su un percorso in cui si snodano circa 40 postazioni, con oltre cento figuranti, in ciascuna delle quali è fedelmente ricostruita un’attività del tempo con attrezzi originali».

Cornice straordinaria della manifestazione è il quartiere arabo Rabato; quì il tempo sembra essersi fermato, le strette viuzze e le casette in pietra, fanno da scenario perfetto ai quadri viventi di antichi mestieri, per citarne alcuni; il calzolaio, il falegname, il pastaio, la “putia”, antica bottega di generi alimentari, al “conzapiatti”, colui che riparava i piatti rotti, o ancora la tessitrice, con un telaio originale di fine ‘800. L’atmosfera è animata dagli strilli degli antichi venditori e dai caldi suoni dei canti natalizi ad opera di due gruppi di musicali che si alternano nelle vie.

 

Apprezzatissime, inoltre, dai visitatori le degustazioni di prodotti tipici e antiche pietanze; le uova sode, il pane “cunzato” con olio locale, la ricotta calda, la tuma, i vini del territorio e persino una bella minestra calda di “ciciri”, e “i minnulicchi”, frittelle calde ricoperte di zucchero. «Prodotti e fornitori sono esclusivamente locali – tiene a precisare Scibetta – perché l’evento rappresenta un’occasione in senso ampio di valorizzazione del nostro territorio». Il giro si conclude con la visita alla grotta della Natività, situata nella parte più alta del Rabato, anche qui si rispetta una bella tradizione: San Giuseppe è da oltre trent’anni il signor Onofrio Di Franco, suterese doc e Gesù bambino è sempre l’ultimo nato di Sutera.

Il Presepe vivente: un modo per i giovani di riscoprire le tradizioni di un tempo

di Samuel Tasca, foto di Salvo Gulino

Quando il Natale è vicino, soprattutto in Sicilia, irrimediabilmente si pensa alle rappresentazioni dei vari presepi viventi che vengono allestite in molte città della nostra Isola. Itinerari folkloristici, caratterizzati dalle peculiarità paesaggistiche dei vari luoghi, che sono spesso teatro di antichi mestieri e tradizioni provenienti dalla nostra cultura, dove il viaggio intrapreso dai visitatori per giungere al cospetto della Natività di Gesù Bambino si arricchisce ad ogni fermata di storia, cultura e tradizioni locali.

Un’attività, quella del presepe vivente, che potrebbe apparire a tratti “antica”, ma che rappresenta, invece, un’incredibile opportunità per riscoprire le proprie radici e tramandare, così, un bagaglio culturale che appartiene a tutti noi. Diventa dunque fondamentale includere, in queste manifestazioni, i giovani e i giovanissimi, affinché possano affacciarsi a quest’esperienza con lo spirito da ricercatori della verità indagando la propria cultura e il proprio territorio.

Esempio virtuoso di questo mix tra presente e passato è senza dubbio il Presepe Vivente di Giarratana (RG). Il presepe, che quest’anno giunge alla sua trentesima edizione, ha collezionato negli anni svariati riconoscimenti che fanno di questa manifestazione la più premiata di sempre dall’Opera Internazionale Presepium Historie Ars Populi. Tra questi: Premio “Miglior Presepe Vivente di Sicilia”, Premio “Miglior Presepe Vivente d’Italia” per due anni consecutivi e unico presepe vivente riconosciuto per ben due volte di interesse internazionale. Durante il suo percorso di affermazione, però, ha attirato a sé numerosi giovani che si sono ritrovati coinvolti e i quali, anno dopo anno, hanno continuato a dare il loro contributo a questa importante manifestazione.

«I giovani rappresentano sicuramente un valore aggiunto nel nostro presepe che cerchiamo di valorizzare sempre più di anno in anno», dichiara Rosario Linguanti, presidente dell’Associazione “Gli amici ro Cuozzu” che ogni anno si occupa della realizzazione del presepe vivente. «Abbiamo sempre sostenuto il fatto che i giovani abbiano una condizione di vita, ormai, troppo distante da quello che era il mondo dei nostri nonni che costituisce praticamente lo scenario del presepe vivente. Siamo quindi fortemente convinti che, per apprezzare quello che hanno oggi debbano riscoprire quello che avevano o non avevano i nostri genitori e i nostri nonni. Bisogna conoscere il passato e immergersi in queste atmosfere illuminate da lumi di candela, nelle quali si stava insieme attorno a un braciere, magari in una stanza unica nella quale, allo stesso modo, si lavorava, si mangiava e si dormiva».

Un impegno, quello portato avanti dai volontari dell’Associazione, che costituisce un forte impatto nei ragazzi che collaborano all’iniziativa. Lo si percepisce dalle parole di Davide Elia, ventisei anni, che ci svela cosa voglia dire per lui far parte di quest’attività: «L’aspetto che più mi ha colpito di questa esperienza è stato quello di tramandare un ricordo da nonno a nipote avendo partecipato al presepe vivente da quando ero bambino insieme a lui. […] Inoltre, per me, è un modo per poter imparare come fare squadra con le persone più adulte, cogliendo l’armonia della collaborazione per imparare a tramandare questo bagaglio culturale che altrimenti andrebbe perduto».

A fargli da eco è Daniele Scollo, di dieci anni più giovane, che dichiara: «È bello ritrovarsi catapultato nel passato e rivivere gli antichi mestieri e la vita giornaliera dei nostri bisnonni. Mi piace molto la fase di preparazione degli ambienti, il ritrovarsi con gli amici, ma anche riscoprire sapori e odori di un tempo».

Questo perché i giovani giarratanesi, oltre a prendere parte come figuranti, iniziano già dalle settimane precedenti a radunarsi per dare una mano all’allestimento degli ambienti.

Non ci resta quindi che godere di questo spettacolo folkloristico che quest’anno avrà luogo nei giorni 26 e 30 dicembre e poi nei giorni 1, 5 e 6 gennaio. «In più quest’anno, – conclude Rosario Linguanti -, grazie alla collaborazione con l’Amministrazione Comunale e le varie associazioni, in aggiunta al presepe ci saranno anche i mercatini di Natale».

Per questo Natale un Woody-Leb: sostenibile e artigianale

di Alessia Giaquinta

foto di Lucia Scapellato e Jo Magrean

“Caro Babbo Natale,

Quest’anno vorrei un regalo speciale, che non sia fatto di plastica (per non inquinare l’ambiente) e che sia personalizzato (e non anonimo come tutto ciò che è prodotto in massa). Vorrei un giocattolo che non si rompa e che non abbia scadenze dettate dalla moda, un giocattolo che stimoli la mia creatività e che sia amico mio, dell’ambiente e delle generazioni future…”.

Se Babbo Natale ricevesse questa letterina, avrebbe gli occhi commossi, il cuore gioioso e le renne scattanti, pronte a raggiungere Monterosso Almo, il borgo ibleo dove potrebbe rifornirsi di giocattoli speciali: quelli della collezione Woody-Leb.

Leb racchiude le iniziali dei creatori: Lucia Scapellato e Bernhard Quade.

Woody invece significa “legnoso” perché è dal legno massiccio che – con immenso amore, dedizione e un grande spirito etico di responsabilità verso l’ambiente e le generazioni future – Lucia e Bernhard portano alla luce questi giocattoli, belli ed eco-sostenibili.

Ho incontrato Lucia nel suo piccolo negozietto. Il suo sorriso smagliante e sincero, e la sua spiccata sensibilità sono riconoscibili in tutte le sue produzioni. Chi la conosce mi darà certamente ragione.

Come è nata l’idea di produrre giocattoli?
«Due anni fa abbiamo iniziato per gioco, durante il periodo della pandemia Covid. Io sono sempre stata affascinata dal mondo dei giocattoli, tant’è che Bernhard, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa, ha sempre stimolato la mia curiosità inviandomi scatti delle vetrine dei negozi. Ma un giorno è arrivata la proposta: “Perché non proviamo noi a realizzare dei giocattoli in legno?”».

Una proposta a cui non hai saputo rinunciare…
«Certamente, anche se io non avevo idea di come si costruisse un giocattolo. Mi sono sempre occupata di illustrazioni e creazioni all’uncinetto. Bernhard invece, che è un ingegnere meccanico navale, e ha competenze nel lavorare il legno, è subito passato ai fatti: ha comprato una sega a traforo, il legno lo avevamo già in casa perché lui costruisce anche mobili, e così è nato il primo giocattolo».

E qual è stata la vostra prima creazione?
«Il gatto, perché noi siamo gattari, ne abbiamo tantissimi nella nostra casa. Poi sono nati i dinosauri, le pecorelle, gli asinelli e così via… I giocattoli nascono dalle mie illustrazioni. Da queste Bernhard trae il disegno per fare le sagome. Lui invece disegna auto, trattori, tir, barche…».

Ci spieghi come si costruisce un giocattolo?
«La produzione ha una tempistica relativamente lunga. Si parte dal legno massiccio che va lavorato con la pialla e sega circolare. È la parte più pericolosa e se ne occupa Bernhard. Dopo si prende la sagoma disegnata, si mette sulla tavola, si ritaglia con la sega a traforo e poi io eseguo la smerigliatura a mano. Successivamente passo l’acrilico, più strati. Tra uno strato e l’altro devono passare delle ore, in base alle temperature e all’umidità della stanza. Prima faccio la parte anteriore, poi il retro. Quando il colore è completamente asciutto e stabile cospargo l’olio di lino su tutto il giocattolo. Il giorno dopo, quando è tutto asciutto, si procede con una nuova passata. A questo punto si monta il giocattolo in maniera stabile così che sia un giocattolo sicuro».

Qual è la particolarità dei vostri giocattoli?
«“Vogliamo creare un sorriso”: i nostri giocattoli non sono anonimi, sono dinamici, hanno espressioni e stimolano la creatività. Inoltre tutto quello che utilizziamo è bio-sostenibile: il legno massiccio (e non multistrato) viene da foreste certificate, i colori acrilici sono atossici, l’olio di lino è bio. Quando un nostro giocattolo si rompe si può aggiustare, o a limite, si brucia senza incidere sull’ambiente».

È una missione la vostra.
«Sì, oltre a regalare sorrisi e momenti di creatività, i nostri giocattoli rispettano la natura e sono d’aiuto anche per chi vuole esorcizzare delle paure. Un bambino ci ha chiesto di realizzargli un geco perché voleva pensare in modo diverso questo animale che gli incuteva paura. Vogliamo creare un giocattolo che, da buon amico, sia al fianco del bambino, non solo nei primi anni di vita, ma per tutta la vita».

 

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La Pastorale di Nardu a Santa Elisabetta

di Merelinda Staita, foto di Giuseppe Parlato

Il comune di Santa Elisabetta, che si trova in provincia di Agrigento, conserva una delle più antiche forme di rappresentazione agro-pastorale siciliana. La cosiddetta “Pastorale di Nardu” che si svolge ogni anno il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, proprio quando avviene la rivelazione della nascita di Gesù.

Ho contattato i fratelli Vincenzo e Pasqualino Casciaro che mi hanno descritto tutte le fasi della Pastorale e, attraverso il loro racconto e consultando autorevoli fonti storiche, sono riuscita a comprendere il valore e il significato di questa straordinaria ritualità fatta di gesti assolutamente non prevedibili. La Pastorale rappresenta la vita dei pastori e dei contadini, il lavoro nei campi e mostra il volto di una Sicilia unica e rispettosa della memoria.

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Il corso Umberto, inteso “Strata longa”, diventa il palcoscenico della sfilata che riproduce la transumanza, ossia la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori dalle zone montuose verso le pianure. Il corteo comincia dalle Grotte di Keli, dove si trovano i Cristalli di Gesso Giganti. Segue la prima sosta alla Matrice e poi continua il cammino fino alla sosta in piazza San Carlo, adornata come una massaria. Nel corteo ci sono: Nardu, lu Curatulu cu la scecca, i tre Cavalieri, i Pastori e tutti gli altri personaggi.

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Nardu è il garzone della massaria ed è “l’ultimu chiovu di la curriola. Tutti gli danno gli ordini e Nardu li esegue. Sembra un personaggio bizzarro e stolto, ma in realtà capisce tutto e sa fare tutto. Trova il coraggio di farsi rispettare da lu patruni, da lu camperi e da lu curatulu, i quali per fargli svolgere le sue mansioni: “lu piglianu cu lu virsiceddru, lu cuvernanu comu un principinu, ci dunanu lu Purciddrateddru, l’aranciteddru, l’uviceddru duru, la ricotta, la tagliarina, lu vinu e la sanzizza sicca e sparti a la fini vinci sempri iddru!”.

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Nardu è il primo che si rende conto del meraviglioso mistero che stava per compiersi. Infatti, mentre tutti sono seduti all’aperto e controllano il gregge, noncuranti di ciò che li attendeva, resta incantato dalla luce divina che rivela l’istante della nascita del Re dei Re. Nardu si distingue dagli altri personaggi per la sua semplicità e diventa la guida per tutti coloro che arrivano davanti alla grotta che accoglie il Salvatore del mondo. Ecco, la bellezza del personaggio di Nardu che incarna il riscatto degli ultimi.

Il suo aspetto fisico è molto particolare: ha una finta gobba sulle spalle, la faccia truccata di bianco, gli abiti sono consumati e la sacca di juta è stretta sui suoi fianchi da una cintura di ddisa (un’erba resistente tipica dei prati incolti e che viene utilizzata per legare i tralci delle viti, il grano o il fieno). Il copricapo è ottenuto da una calza nella cui estremità viene posto un peso e in mano stringe il bastone da pecoraio.

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Nardu si muove in modo particolare, viene umiliato e anche percosso dai pastori. Allora Nardu, salta, corre, gira su sé stesso e si piega, rendendo sempre movimentata la scena.

Vicino a lui ci sono i cardunara, che si distinguono perché tengono in mano un fascio di cardi selvatici, e i pastori che continuano ad imboccarlo con le mani.

I diversi momenti delineano la quotidianità di una massaria come: lo spostamento del gregge, i preparativi per raccogliere la legna o l’erba, la produzione di ricotta, cacciare e proteggere la propria proprietà.

Finita questa prima parte, che viene considerata pagana, la Pastorale assume toni religiosi e sacri. Nardu giunge per primo alla grotta e vede Maria, Giuseppe e il bambino ed anche i Re Magi.

In conclusione, ancora oggi si può assistere ad una delle feste più singolari della splendida tradizione pastorale siciliana. Un passato che attrae numerosi turisti da tutta la Sicilia che desiderano seguire l’evento ed entusiasmarsi di fronte alle altre bellezze artistiche e culturali del paese. Santa Elisabetta mantiene viva la sua identità, la sua storia, il suo folklore e la sua religiosità.