finestra teatro di andromeda

Editoriale n°36

Cari lettori,

sono lieto di presentarvi questo nuovo numero di Bianca Magazine ancora più brioso, colorato ed entusiasmante: in festa, insomma.

Proprio così: le tante ricorrenze che in questo periodo caratterizzano le città e borghi di Sicilia e che finalmente – dopo il fermo dovuto alla pandemia – tornano ad essere festeggiate, hanno ispirato le nostre pagine.

 

Che siano religiose, laiche o di altro genere, le feste di Sicilia sono sempre motivo di entusiasmo, condivisione e grande partecipazione. Sono l’essenza della nostra terra, sono linfa che scorre nel sangue di ogni siciliano festoso e festante, sempre.

 

Che Sicilia sarebbe senza le sue feste?! Non osiamo pensarlo, anche se l’immagine degli anni appena trascorsi ci viene immediatamente quale esempio lampante. Se da una parte, però, il periodo della pandemia ha ridotto i riti, dall’altra ha accresciuto la voglia di tornare a fare festa, forse con più vigore e trasporto di prima. E allora festeggiamo, godiamo delle nostre tradizioni e inebriamoci di ogni sorta di bontà che ci regala la nostra terra. Quando si festeggia, infatti, cosa non può mai mancare? Il cibo, ovviamente. E non mi riferisco solo a pranzi e cene luculliane: in Sicilia abbiamo anche semplici pietanze capaci di mandare in estasi i sensi. Una vera festa di gusto. Tra le nostre pagine, allora, troverete anche piatti e dolci tipici della tradizione siciliana: vi leccherete i baffi anche solo leggendo!

 

Non mancheranno, certamente, approfondimenti sulle bellezze artistiche e paesaggistiche, terrestri e subacquee della nostra Sicilia, ma ci saranno anche personaggi che rendono onore all’isola attraverso la loro professione, la letteratura, il cinema o altre forme d’arte.

 

Sarà un viaggio – ancora una volta, come sempre – attraverso i luoghi, i cibi, le tradizioni, i personaggi, i miti e i talenti di questa terra che pullula di meraviglie da scoprire e riscoprire.

Siete pronti, allora, a fare questo gioioso viaggio in lungo e in largo per la nostra Sicilia in festa?

Allacciate l’attenzione: si parte a tutto gas!

 

L’editore

Emanuele Cocchiaro

Pozzillo e Stazzo

I borghi marinari: Pozzillo e Stazzo

di Merelinda Staita, Foto di Giuseppe Barbagallo, Luciano Calabretta, Claudio Longo

La Sicilia possiede territori meravigliosi da esplorare in ogni stagione dell’anno. L’isola è ricca di spiagge stupende, in particolare lungo il litorale della costa orientale sicula si trova la Timpa, stupenda Riserva Naturale Orientata. Un’area naturale protetta, situata nel comune di Acireale, in provincia di Catania. Un promontorio di circa 80 metri di altezza al cui interno sono presenti borghi marinari tra cui Pozzillo e Stazzo. Due luoghi incantevoli e ricchi di paesaggi mozzafiato, dove emerge tutta la sicilianità che caratterizza la costa ionica. Acque limpide e cristalline, tante scogliere, il blu del mare che circonda ogni caletta e sullo sfondo la macchia mediterranea.

borghi marinari

Pozzillo

Il borgo è davvero affascinante e sembra disegnato con cura sulla tela da un pittore. Il toponimo proviene dal siciliano “pizziddu”, che vuol dire “piccola punta” o “piccolo capo sul mare”.

Il primo insediamento è avvenuto attorno ad una chiesa del 1500 che poi è stata demolita negli anni Settanta.

Si può ammirare lo splendore di Pozzillo anche passeggiando lungo il porticciolo, mentre il tempo sembra essersi fermato. Inoltre, il piccolo porto peschereccio di Pozzillo si trova distante dalle zone più frequentate dai turisti.

La rivista inglese The Guardian ha annoverato Pozzillo tra le mete più belle della costa acese.

pozzillo

Pozzillo è diventata celebre grazie alla sua sorgente di acqua minerale. La sua fortuna deriva dal possedere un territorio di origine vulcanica e dalla presenza di considerevoli falde acquifere che danno vita a sorgenti termali e minerali. La società Acquapozzillo è stata molto apprezzata dal re Ferdinando I di Bulgaria che ebbe modo di bere l’acqua durante la sua permanenza in Sicilia. Nel 2000 l’azienda passò al settore pubblico e l’acqua, a causa di diverse difficoltà, non venne più messa in commercio. Oggi, lo stabilimento è andato quasi perduto ed è difficile ricominciare a commercializzare l’acqua.

I registi hanno scelto Pozzillo come set cinematografico per i loro film. Basti pensare a “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini oppure a “La prima notte del Dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo” di Giovanni Grimaldi.

La pesca è una risorsa importante e lo dimostrano le sagre del pesce spada e del polpo. Inoltre, il patrimonio gastronomico gode di una specialità da gustare assolutamente: le olive verdi schiacciate e conservate in salamoia, ottime come companatico.

 

 

Stazzo

Il borgo marinaro di Stazzo si presenta come un ristoro per il corpo e per l’anima di ogni visitatore. Il toponimo proviene dalla parola latina statio e si riferisce al luogo in cui stazionavano le navi. Bisogna anche evidenziare che nel dialetto siciliano il termine stazzuni si riferisce al forno in cui si cuociono i mattoni. In effetti, vi sono dei forni all’interno del borgo ed è probabile quindi che il nome derivi proprio da questi.

In passato si è pensato che la scogliera di Stazzo fosse identificabile con l’eruzione del 1329, ma in realtà si tratta di lave del’ XI secolo.

Infatti, tra il 1030 e il 1060 prese forma il cono eruttivo conosciuto come Monte Ilice. La lava arrivò dove oggi sorge Stazzo, modellando delle vere sculture rocciose e su queste si sporge il paese con il suo molo.

stazzo

È stata dimostrata la presenza di un’osteria e di alcune case, a partire dal XVI secolo, ed era denominata Cala dello Stazzo. La struttura attuale del paese risale al XIX secolo.

Il porto è stato denominato U scalu ed è possibile trovare un altro porticciolo detto Unna (per la sua forma a bacino).

Stazzo ha una spiaggia formata da sassi e si trova vicino al molo ed è frequentata da famiglie con bambini.

La costa è abbastanza diversificata grazie alla presenza di calette, baie e scogli a strapiombo su cui vengono costruite in estate alcune piattaforme per i bagnanti.

La parte più scoscesa è la cosiddetta Costa delle Cale che funge da collegamento con il borgo di Pozzillo.

 

Insomma, Pozzillo e Stazzo meritano di essere valorizzati per la loro bellezza naturale e incontaminata.

arancina, pane e panelle e sfincione

Street Food Siciliano. Hai mai sentito il palato esultare?

di Giulia Monaco, Foto di Gaia Corselli, Federica Gorgone e Marsala Food Porn

Non puoi dire di aver visitato la Sicilia se insieme agli occhi e al cuore non ha esultato anche il tuo palato. Provare lo street food siciliano è un’esperienza memorabile: quando ci si aggira per le vie delle città, è impossibile non lasciarsi conquistare da profumi inebrianti che provengono da qualche moto-ape appostata all’angolo, dietro alla quale armeggia un venditore ambulante, una figura ibrida tra un alchimista e un incantatore di serpenti che saprà conquistarti in un attimo sventolandoti davanti al naso una delle sue prelibatezze.  Ma quali sono le specialità che non devi assolutamente perderti se vieni giù in Sicilia? L’elenco potrebbe non finire mai, ma intanto restringiamo il campo a sei. Al prossimo viaggio ci sarà sempre tempo per lasciarsi ispirare da nuovi gusti e sapori.

Arancina/o

Iniziamo con lei! (o lui?) La regina! (o il re?) del Made in Sicily. È una palla di riso fritta, dalla panatura croccante, e malgrado oggi venga condita con ogni tipo di farcitura, le varietà tradizionali sono due: alla carne (con tritato di carne e piselli) e al burro e prosciutto. Fa’ attenzione a come la chiami, perché gli ultras dell’arancina-gender sono molti di più di quanto pensi! In Sicilia occidentale è di forma tonda e ricorda un’arancia, a cui deve il nome (l’ha detto anche la Crusca!), per cui l’arancina è “fimmina”. In Sicilia orientale ha invece una forma appuntita che ricorda un po’ la vicina Etna. Qui l’arancino è “masculo”. Insomma: femmina, maschio, ci importa davvero? È un’esplosione di gusto, godiamocela tutta.

arancino

 

Sfincione

Pietra miliare dello street food, “u sfinciuni” può essere definito come la “pizza palermitana”. Si tratta di una sorta focaccia di pasta bianca condita con sugo di pomodoro, acciughe, caciocavallo, cipolla, origano e pan grattato. L’impasto alto dalla consistenza sofficissima ricorda la forma e la morbidezza di una spugna, tanto è vero che è al termine latino spongia che deve il suo nome. Di lambrette di “sfincionari” sono piene strade e viuzze del capoluogo siculo, impossibile non lasciarsene conquistare.

sfincione

Pane e panelle

Le panelle si ottengono dalla farina di ceci, vengono fritte al momento in olio di semi bollente e servite dentro una pagnotta morbida di pane bianco dalla crosta ricoperta di sesamo. Prima di addentarla, è d’obbligo una copiosa spruzzata di limone. Insieme alle panelle, il panellaro ti offrirà sicuramente anche le crocchè (crocchette di patate), con cui formano un binomio imbattibile.

pane e panelle

Pane ca’ meusa

Altro must del cibo da strada palermitano, il famigerato pane con la milza, che si prepara con frattaglie di milza e polmone di vitello bollite e poi fritte nello strutto. Prima di servirvela vi chiederanno “Schetta o maritata?”, laddove la “maritata” rappresenta la versione accompagnata da scaglie di caciocavallo e ricotta grattugiata. Buon appetito!

pane ca meusa

Pane cunzato

Se ti trovi nella provincia trapanese, non puoi esimerti dall’assaggiare il delizioso pane cunzato. Letteralmente si traduce con “pane condito”, ma niente a che vedere con un banale panino imbottito: il pane, intanto, è di per sé una sinfonia: casereccio, cotto a legna e dalla crosta ben tostata. La farcitura è fatta di ingredienti semplici, ma che insieme sono un’esplosione di sapori: pomodoro, acciughe, formaggio, sale, pepe, origano e abbondante olio fresco. Questa la versione tradizionale, cui si sommano le varianti con aggiunta di cipolla, tonno o salumi.

pane cunzatu

Brioscia e granita

Non si può non concludere con un succulento dessert. E la brioscia con granita è una vera istituzione. I più raffinati la chiameranno brioche, ma lei, la regina dei dessert, fa “brioscia” di nome e “col tuppo” di cognome: un impasto burroso e soffice, un lievitato perfetto, e poi il “tuppo”, quella sorta di cappellino alla sua sommità che ricorda uno chignon. Una consistenza che si sposa perfettamente con la granita siciliana: provala con quella alla mandorla, e difficilmente la dimenticherai.

brioscia con granita

l'estate di bufalino

L’estate di Bufalino. Amore e nostalgia in “Argo il cieco”

rubrica a cura di Alessia Giaquinta

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate». Il celebre scrittore di Comiso, Gesualdo Bufalino (1920-1996), affidò alla sua seconda pubblicazione “Argo il cieco”, nel 1984, la storia di un amore non consumato, vissuto in una “città a forma di melagrana spaccata”, Modica.

Era estate, non una qualsiasi. Era l’estate della vita, la giovinezza, che improvvisamente riaffiora nei ricordi del protagonista, “assediato dall’inverno in un albergo romano”.

Una sorta di diario-romanzo in cui l’autore narra vicende autobiografiche, accompagnate da riflessioni e aforismi, che si può leggere “come una ballata delle dame del tempo che fu, o come Mea Culpa di un vecchio che veramente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera vita nova” come scrive egli stesso nella quarta di copertina, a descrizione del suo romanzo.

L’innamoramento, la giovinezza, le illusioni e le speranze del giovane professore Angelo Costa (protagonista e alter ego dell’autore) si intrecciano coi ricordi, le disillusioni e gli acciacchi di una «vecchiezza dietro la porta» che incombe sul suo corpo ma che non ostacola le memorie di quell’intrepida estate del ’51, fatta di profumi di gelsomini, bellezze mediterranee e facili innamoramenti.

«Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna» scrive nel romanzo.

Una lettura che intriga sin dalle prime pagine è quella di “Argo il cieco”. La penna di Bufalino, con magniloquenza ed eleganza, è capace di rendere al lettore un continuo lampeggiare di immagini, suoni, profumi e geniali invenzioni narrative che affascinano e commuovono.

Bufalino è certamente un motivo di vanto per la Sicilia, terra di cui, oltre che figlio, egli era un profondo conoscitore e studioso. «La Sicilia non ha mai smesso di essere un grande ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce, di lava e miele – scrisse nella raccolta Cere Perse – (…) Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle».

E noi non finiremo mai di ringraziarlo per avercele rese, con la sua penna e il suo acume letterario sopraffino, in ogni sua opera.

 

 

leggenda di manfrino innamorato

Manfrino innamorato. Il gigante che ancora vive nelle acque di Gela

rubrica a cura di Alessia Giaquinta

Che fai, fratello mio, è buio. Andiamo a dormire” – sussurrò la bella castellana a Manfrino.

Non posso – rispose lui, trasognante – la luna piena mi ispira dolci pensieri, fame d’amore e desiderio di quella donna il cui fascino mi rapì il cuore”.

Manfrino così trascorreva le notti, scrivendo lettere d’amore al chiaro di luna, adagiato su un bastione della sua torre, sul Golfo di Gela. Scriveva e ardeva d’amore per quella giovane donna che, qualche tempo prima, aveva catturato la sua attenzione, facendolo innamorare perdutamente.

Manfrino era un gigante pacato e cordiale che viveva insieme alla sorella nella torre d’avvistamento che, ancora oggi, svetta sul golfo gelese, a 15 km dalla città. Da lì, egli si spostava a cavallo per controllare il vasto e fertile territorio che circondava la torre: tanti alberi, secolari, da frutta, palme, campi, una distesa di fiori e tanti piccoli ruscelli di acqua purissima arricchivano il panorama e allietavano la loro quotidianità. Ma dal giorno in cui Manfrino incontrò l’avvenente ragazza di cui si era invaghito, ogni cosa aveva smarrito senso, per lui.

La sorella, la bella castellana, per aiutare il fratello, decise di organizzare una grande festa, richiamando signori e nobili da tutta la Sicilia, nella speranza che all’evento si presentasse anche colei che faceva bramare d’amore il gigante.

Così fu. Alla festa, tra i numerosi invitati, Manfrino rivide la bella e, sempre più folgorato da lei, la inseguì fino alle acque del mare che, come per incanto, la sommersero. I presenti alla festa, approfittando della condizione vulnerabile del gigante, complottarono contro lui e la sorella, dei quali invidiavano ricchezza e bontà, e li uccisero violentemente.

La torre di Manfria, così chiamata, oggi custodisce il fascino di una leggenda d’amore che sembra non trovare pace.

Soprattutto la notte, al chiaro di luna, qualcuno testimonia di udire ancora lamenti e sospiri provenire dal mare: sono quelli di Manfrino, reso immortale dalla leggenda che di generazione in generazione è stata tramandata, giungendo oggi sino a noi.

pasticceria iudice ragusa ibla

Pasticceria Iudice: un mondo di dolcezza nella perla del Barocco

di Alessia Giaquinta, Foto di Pasticceria Iudice

 Per tutti coloro che sono dell’idea che la felicità vada gustata “a morsi” abbiamo un posto d’eccellenza da suggerire: la Pasticceria Iudice, a Ragusa Ibla. Tra le bellezze barocche, a pochi metri dal meraviglioso Giardino Ibleo, si trova infatti uno dei posti più buoni al mondo, dove è veramente facile mordere la felicità.

Ci riferiamo, ovviamente, alla Pasticceria Iudice, laddove ogni creazione è un viaggio che coinvolge tutti i sensi, dove tradizione e innovazione si incontrano rispettosi, dove ogni dolce è preparato rigorosamente con materie prime di ottima qualità. Ma nulla sarebbe di tutto questo se, insieme agli ingredienti e ai metodi di preparazione, non ci fosse la grande passione e l’immenso amore del titolare e Maestro Pasticcere Emanuele Iudice che, nell’agosto 2017, ha coronato il sogno di aprire la sua pasticceria ad Ibla.

«Avevo quattordici anni quando ho cominciato a fare questo mestiere – ci racconta – e dopo numerose esperienze lavorative e formative, oggi è per me motivo di grande felicità avere la mia pasticceria nel luogo dove sono nato. Sapere, inoltre, che i nostri prodotti vengono apprezzati non solo dalla gente del circondario e dai turisti, ma anche in tutta la Sicilia e fuori dalla Sicilia, è certamente motivo di orgoglio».

pasticceria iudice ragusa ibla

Numerosi, infatti, sono i prodotti che la Pasticceria Iudice esporta in tutto il mondo. Dietro ogni ordinazione, infatti, si può leggere una richiesta di felicità da accontentare, che non teme distanza né altre condizioni. Ogni prodotto, infatti, può essere personalizzato in base a gusti ed esigenze. Su richiesta è possibile ordinare creazioni gluten free o senza lattosio.

Oltre all’eccellente qualità delle materie prime utilizzate (si prediligono infatti materie fresche e prodotte nel territorio) e all’utilizzo di farina di tipo 1 (più digeribile e con impatto glicemico minore rispetto alla classica farina 00), la forza di quest’azienda risiede anche nella grande fantasia e professionalità di chi, insieme ad Emanuele, si cimenta nella preparazione di dolci, biscotti, torte, mousse ed ogni genere di bontà.

pasticceria iudice ragusa ibla

«A collaborare con me, in laboratorio, ci sono tre dipendenti e Giuseppe, il maggiore dei miei figli. Alessandro, il minore, con molta probabilità, sarà dei nostri quando avrà terminato gli studi».

È proprio Alessandro che, cimentandosi nell’arte dolciaria, si è aggiudicato nel 2017 il secondo posto partecipando al noto programma televisivo Junior Bake Off (leggi qui).

Insomma, una tradizione che si tramanda di padre in figlio e che consolida sempre più le sue radici, incastonandosi in una terra le cui bellezze e materie prime costituiscono la principale fonte di ispirazione e generando prodotti finiti d’eccellenza!

pasticceria iudice ragusa ibla

Lavorando con sostanze fresche, la produzione non può che essere a carattere stagionale e dunque torte, biscotti e panettoni riempiono il banco nel periodo invernale; mentre mousse, semifreddi, torte gelato e gelati sono i prodotti che caratterizzano la produzione estiva. Oltre a questo, è possibile trovare, compatibilmente al periodo in cui vi è la disponibilità delle materie prime, le tante golosità della tradizione siciliana e quindi: ‘mpanatigghi, torrone, biscotti di mandorla, e tanto altro.

Ad accogliere i clienti in pasticceria, oltre ai profumi inebrianti che dal laboratorio si diffondono nell’aria, c’è la «cortesia e la dolcezza di mia moglie Rosselladichiara Iudice – è lei che sa presentare al meglio i nostri prodotti, aiutando i clienti nella scelta».

pasticceria iudice ragusa ibla

E la scelta non sembra per nulla facile: quando ci si trova innanzi ai dolci della Pasticceria Iudice, ve lo assicuriamo, è quasi impossibile essere determinati, facendo prevalere una sola preferenza. Un mondo di dolcezza, dai profumi e sapori siciliani, inebrierà così tanto i vostri sensi da farvi percepire il sapore della felicità, ad ogni morso.

Provare per credere.

teatro andromeda

Teatro di Andromeda. Un miraggio che si fa pietra

Di Giulia Monaco ,  Foto di Christian Reina

Immaginate di trovarvi in uno spazio che si staglia tra terra, cielo e mare, sospeso in un non tempo e in un non luogo. Un posto che rifugge da qualsiasi definizione, perché non è riconducibile a nessun luogo mai visitato prima: impossibile assimilarlo a un concetto, a un’idea. Poi però, ad un tratto, un ricordo si fa largo nella vostra memoria, perché c’è qualcosa di familiare seppur vago, un’emozione, un’evocazione che tocca le vostre corde più intime, come un istante “déjà vu”. Qualcosa vi dice che ci siete già stati. Sì: ci siete già stati nei sogni.

Perché altro non è, questo, che un luogo onirico, metafisico, soprannaturale. Visionario. Perché nasce, appunto, da una visione.

teatro di andromeda

Questo posto esiste, e si erge a 1000 metri d’altezza, sui monti Sicani, nella località di Santo Stefano Quisquina (AG). È sospeso su una terrazza naturale che si affaccia su una vallata sterminata, da cui è possibile scorgere, quando il cielo è terso, l’isola di Pantelleria. Un luogo remoto, sconosciuto ai più, che vale tutto il viaggio.

E la visione è quella del suo creatore, il pastore-artista Lorenzo Reina. Lorenzo è a sua volta figlio di pastore, e nella sua anima alberga da sempre il fuoco sacro dell’arte, insieme alla passione per la storia, la filosofia, l’astronomia.

Non rinnega l’eredità paterna, né vuol fuggire da quella terra, l’entroterra siculo, che mal si presta a nutrire i talenti o lasciare spazio ai sogni. Questo Lorenzo lo sa, ma non gli importa, perché decide di fare breccia in un territorio in apparenza ostile, e incastonarci un desiderio: quello di costruire un teatro in pietra traendo spunto dal suo gregge e dalle mànnare, i tradizionali recinti che ospitano le pecore.

teatro andromeda

Così Reina descrive la sua ispirazione: «In tanti mi chiedete come è nata l’idea del teatro… è scritto che “Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole” e ha soffiato qui, dove alla fine del 1970 portavo le pecore al pascolo e, al tramonto, le ho viste più volte ruminare in pace, ferme come nell’immobilità della pietra. Sentivo che in questo luogo dimoravano spiriti santi, e così decisi di costruire qui un teatro di pietra».

Il teatro Andromeda è costituito da un palco circolare costellato da blocchi di pietra, che costituiscono i posti a sedere. Attenzione, non utilizzo il verbo “costellato” a caso: i cubi di pietra, a prima vista dislocati in maniera casuale, sono esattamente 108, come le stelle della costellazione di Andromeda, di cui riproducono fedelmente la proiezione, e viste dall’alto appaiono come stelle a 8 punte. L’idea trae spunto da una tesi secondo la quale la galassia di Andromeda e la Via Lattea, in futuro, entreranno in collisione.

teatro di andromeda

«Molti anni dopo – racconta Reina – ho saputo che la Galassia M31 della costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa quattro miliardi e mezzo di anni, e cominciai a scolpire un recinto sacro alle 108 stelle visibili della costellazione di Andromeda».

Visitare il Teatro Andromeda è un viaggio epico e galattico al contempo. Si passeggia tra le galassie, e intanto ci s’imbatte nei miti ancestrali, si affonda nelle radici arcaiche della terra siciliana, si incontrano i volti dei popoli che l’hanno attraversata lasciando un’impronta imperitura. E ci s’imbatte in una serie di sculture, statue e opere concettuali, utopiche, dal richiamo classico ma che sfuggono anch’esse a ogni definizione, come il luogo che le ospita. È come muoversi in un sogno, in un’allucinazione che si fa pietra.

teatro di andromeda

Visitatelo al tramonto, e resterete abbagliati da questo spazio mistico che risplende di luce d’oro. Visitatelo per il solstizio d’estate, e al crepuscolo verrete irradiati da un raggio di sole che attraversa la bocca di una delle sculture, l’Imago della parola, perché l’arte, attraverso il sole, diventa parola di luce. Al Teatro Andromeda nulla è casuale, tutto sembra far parte di un disegno perfetto, di cosmogonie segrete.

 

charleston mondello

C’era una volta il Charleston… e c’è ancora!

Articolo e foto di Federica Gorgone

Tra l’800 e il 900 Palermo divenne la città dei Florio, uno dei casati più ricchi d’Italia protagonisti indiscussi della cosiddetta Belle Époque. In quegli anni la cittadina vide un rapido sviluppo in termini economici, d’imprese e di realtà architettoniche.

È proprio in questo periodo che Les Tramways de Palerme, azienda Italo-Belga, decise di realizzare a Mondello, in puro stile Art Nouveau, un edificio unico nel suo genere: il “Charleston”.

Chi è stato almeno una volta a Mondello, ricorderà sicuramente questa struttura che si erge a palafitta sul mare al centro del golfo e l’avrà sicuramente fotografata! Ma conoscete la sua storia?

L’Antico Stabilimento Balneare di Mondello dai più conosciuto come “Il Charleston”, dal nome di uno storico ristorante che era situato al suo interno, fu progettato dall’architetto Rudolf Stualker. Originariamente questo edificio fu pensato per una città belga, ma viste le bellezze dello splendido golfo di Mondello fu poi preferita la location palermitana (d’altro canto, come dargli torto?).

Andando indietro nel tempo, possiamo dire che la storia di questa borgata marinaresca prende vita quando Francesco Lanza Spinelli di Scalea alla fine dell’800 ne comprende le potenzialità a livello turistico e strutturale e decide così di promuovere la bonifica del golfo (con non poche difficoltà).

Fu poi Giovanni Rutelli, figlio del famoso scultore Mario Rutelli, ad occuparsi della realizzazione del Charleston così come lo conosciamo oggi, curandone ogni dettaglio stilistico sia negli interni che negli esterni. E, cosa molto importante, rendendo la struttura perfettamente resistente all’azione corrosiva della salsedine marina.

charleston mondello

L’elegante location aprì per la prima volta al pubblico il 15 luglio 1913 e ad oggi possiamo affermare che nell’immaginario palermitano, e non solo, rappresenta il cuore pulsante di tutta la cittadina. Riuscireste mai a pensare a questa piccola borgata marinara senza quell’imponente struttura che sembra fluttuare sulle sue acque in modo così leggiadro? Penso proprio di no.

Continuando a raccontarne la storia, non tutti sanno che ad un certo punto nel pieno dell’affermazione della struttura uno dei più famosi ristoranti palermitani (proprio il Charleston) decise di trasferirsi dal centro città, dove aveva già iniziato a fare la propria fortuna, in una, ai tempi, innovativa location estiva offerta esattamente dal nuovo stabilimento.

La struttura divenne così in breve tempo un elegante luogo frequentato da persone appartenenti all’antica nobiltà palermitana, fino a quelle di spicco dell’alta borghesia ergendosi come sede di prestigiosi eventi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo splendore di cui fino ad allora aveva goduto questo meraviglioso luogo cominciò inevitabilmente il suo declino, fino ad arrestarsi del tutto. Il Charleston si trasformò in quegli anni in un quartier generale e molti degli arredi interni furono distrutti durante il conflitto o “sparirono” senza essere mai più ritrovati.

Negli anni del post-guerra, il Charleston tornò a risplendere. Nel periodo del grande boom economico, infatti, iniziò ad esempio ad ospitare numerosissime serate danzanti, cerimonie e concorsi celebri.

Ma cos’è oggi il Charleston? A distanza di anni continua ad essere uno dei più famosi ed influenti stabilimenti balneari attivi. Anche se lo storico ristorante Charleston non si trova più al suo interno poiché sostituito dal ristorante Alle Terrazze, tutti continuano a ricordare lo stabilimento con questo nome ed è possibile respirare ancora un po’ della Palermo di una volta nel suo fascino intramontabile senza tempo.

 

archeologia subacquea siciliana

I tesori delle isole Eolie e l’archeologia subacquea di Taormina e Naxos

di Merelinda Staita, Foto di Eddy Tronchet e Museo Luigi Bernabò Brea – Lipari

L’ universo dell’archeologia subacquea siciliana è arricchito dalla bellezza dei fondali vulcanici e dallo splendore delle coste delle isole Eolie, l’arcipelago vanta sette isole vulcaniche straordinarie. Due sono i vulcani attivi e tante le meraviglie naturali.

Questo paradiso terrestre è stato apprezzato dal cinema italiano e straniero, diventando set cinematografico per diversi film. Inoltre, col passare del tempo ha continuato a riconsegnare relitti, anfore e oggetti di inestimabile valore. Il lavoro di ricerca è stato condotto da subacquei specializzati e capaci di scoprire beni preziosi.

archeologia subacquea siciliana

Lipari

Tutte le isole che si trovavano al centro del Mediterraneo, rappresentavano un punto di riferimento per i commerci e per approdare anche nei momenti di difficoltà. Lipari risulta essere un sito culturale di grande interesse.

Oggi il Polo Regionale delle isole Eolie con parco archeologico e Museo “Luigi Bernabò Brea” si trova sulla Rocca di Lipari.

Il Museo è suddiviso nelle sezioni: Storia del Museo e degli scavi e sala didattica; Preistoria di Lipari e fondazione della città; Preistoria delle isole minori; Territorio uomo ambiente e vulcanologia Età greca e romana; Giardino e padiglione epigrafico; Arte contemporanea “Mare Motus” nell’ex carcere; l’ex chiesa Santa Caterina per esposizioni temporanee.

Presenti quaranta sale dove sono stati collocati pezzi incantevoli e importanti dal punto di vista storico, partendo dai primi manufatti della preistoria dell’isola.

Una sala enorme in cui sono presenti tante anfore, insieme sembrano formare una piramide, ritrovate nei fondali eoliani. Centinaia i reperti di varie epoche, vasellame, cocci e macine. Altri ritrovamenti che il mare ha restituito si trovano nei piccoli antiquarium comunali realizzati a Salina, Panarea e Filicudi.

archeologia subacquea siciliana

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Taormina e Naxos

Le isole Eolie non sono le uniche a stupire il visitatore, perché esiste un’altra zona di notevole interesse e attrazione. La baia di Taormina fu un approdo sicuro, e in casi sfortunati di naufragio, per le imbarcazioni commerciali sulla rotta tra la Grecia, l’Egitto, l’Asia Minore e l’Impero Romano.

Gli itinerari archeologici subacquei rientrano tutti nel comune di Taormina, inclusi i relitti di navi lapidarie, Capo Taormina 1 e Capo Taormina 2 (di fronte a Villagonia). Il Museo Archeologico di Naxos custodisce al momento moltissimi reperti subacquei che provengono dalle acque di Taormina. La baia che spesso viene detta di Giardini è in realtà, così in tutte le carte nautiche, la Rada di Taormina.

È davvero importante segnalare la VI Rassegna di Archeologia Subacquea a Giardini Naxos nel 1991 dal titolo “Dioniso e il mare”. Tanti i relitti e i manufatti scoperti da Edward Tronchet e da Antonino Luca, grande esperto subacqueo e conoscitore di questi fondali. Entrambi sono stati responsabili della sezione subacquea di Archeoclub d’Italia, sezione di Taormina, oggi Patrimonio Sicilia. I progetti di itinerari archeologici subacquei che hanno richiesto, a partire dagli anni Novanta, vengono realizzati attualmente grazie alla Soprintendenza del Mare e al Parco archeologico Naxos Taormina. Nell’area di Spisone dove verrà realizzato uno degli itinerari subacquei, Edward Tronchet e Antonino Luca hanno scoperto negli anni Ottanta e Novanta più di trenta antiche ancore datate alla preistoria, periodo greco-romano, bizantino e medievale. Recentemente sempre a Spisone, hanno ritrovato ceramiche ellenistiche, una coppa megarese e diverse anse con bolli di anfore rodie, in occasione di misurazioni con gps assieme a Gaetano Lino, Salvatore Ferrara e Nicolò Bruno, quest’ultimo responsabile per l’area messinese della Soprintendenza del Mare.

archeologia subacquea siciliana

Un vero e proprio paradiso antico e come sostiene Valerio Massimo Manfredi: “non c’è archeologo al mondo che prima o poi non debba fare i conti con la Sicilia per il suo strepitoso patrimonio culturale”.

pezzu ruru

U’ pezzu ruru: il dolce gelato dell’antica tradizione siciliana

di Eleonora Bufalino  Foto di Rossandra Pepe

 La Sicilia è anche terra ricca di prelibatezze di cui si perdono le origini, come nel caso di un gelato dal nome particolare: “U pezzu ruru”. Una specialità che deriva dalla dominazione araba nell’isola e divenuto, col passare del tempo, un dolce tipico dell’antica tradizione sicula… una leccornia che non smette tutt’oggi di deliziare e sorprendere nemmeno i palati più raffinati!

 

Dopo la sua diffusione grazie agli Arabi, questo dolce vide il suo exploit soprattutto intorno al 1600: usato moltissimo durante le feste patronali, di fidanzamento e di matrimonio (in cui spesso sostituiva la classica torta nuziale) e in generale durante l’estate. Insomma, un vero e proprio must del repertorio culinario che allietava le afose giornate estive. Ben presto, questa prelibatezza si diffuse anche in altre zone d’Italia, nel Salentino e nel Napoletano, prendendo diversi nomi: “schiumone”, per la variante facoltativa con la panna, o “bombetta”, per la forma tondeggiante rispetto all’originale, più allungata ed ovale.

 

Ma qual è la ricetta tradizionale del pezzo duro? La semplicità, come spesso accade nelle tavole siciliane, si trasforma in genialità: l’unione di due gusti di gelato insieme al pan di Spagna danno vita a una creazione squisita. Il segreto, ancora una volta, è nell’artigianalità delle materie prime e dei procedimenti, intrisi della maestrìa dei più bravi gelatieri e pasticceri.

pezzu ruru

Ne è esempio il signor Vittorio Briganti, pasticcere con un’esperienza di oltre mezzo secolo alle spalle: la sua passione per l’arte dolciaria è iniziata quando aveva solo sei anni. D’origine francofontese, si è poi trasferito a Vizzini, città del Verga, dove ha intrapreso un’attività che porta avanti insieme alla famiglia da circa cinquant’anni. Nel suo bar non mancano mai i prodotti tipici siciliani, dolci e salati, e tra questi troviamo “’U pezzu ruru”. Il signor Vittorio ci spiega che: «la preparazione è importante, ma lo è ancor di più la qualità degli ingredienti usati. Il gelato, rigorosamente artigianale, viene messo in una ciotola di alluminio a forma di cupola chiamata, in siciliano, “scuzzetta”. Nella parte centrale si aggiunge il pan di Spagna, che può essere anche imbevuto con del liquore, e infine dell’altro strato di gelato, solitamente di un gusto diverso». Il dolce si lascia dunque riposare in congelatore per almeno un giorno in modo da far amalgamare le varie parti e ottenere la perfetta consistenza a cui deve il suo nome. Infine, basta capovolgere la ciotola affinché fuoriesca e possa essere tagliato, solitamente in quattro spicchi. “U pezzu ruru” è servito su un piattino e si può gustare con una forchettina, come fosse un dessert o una torta. I gusti più richiesti della gelateria siciliana (nocciola, cioccolato, stracciatella, zuppa inglese, torrone…) si sposano alla perfezione con l’impasto soffice del pan di Spagna, che in questo caso si solidifica diventando un tutt’uno con il gelato.

 

Fresco e sfizioso, è un dolce che non passa mai di moda, anche se nei tempi antichi, ci raccontano il sig. Vittorio e la moglie, era molto più amato e ricercato, soprattutto durante le feste patronali cittadine di fine estate, come San Giovanni e San Gregorio Magno a Vizzini. Queste erano un appuntamento immancabile per la popolazione del luogo! Le vie del centro abitato si animavano del passeggio; la musica a palco, a piazza Marconi, riempiva l’atmosfera di armonia, e piazza Umberto I reclamava il suo titolo di salotto buono di quella Vizzini nobiliare conosciuta in tutto il circondario. Occasione di passerella e sfoggio di eleganza, ma anche senso di comunità e di appartenenza in un clima di festa in cui si condivideva la tradizione, la religiosità e l’arrivederci alla bella e calda stagione. In questo contesto, “U pezzo ruru” era un momento di piacere che i più amavano consumare per rinfrescarsi tra una passeggiata e l’altra, ascoltando la musica con amici e famiglie, nei tavolinetti dei bar e delle pasticcerie del centro storico.

Non vi resta che assaggiarlo!