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Tradizione, storia e bellezza: a Palermo il primo Museo della Sicilianità

Articolo e foto di Federica Gorgone

Far conoscere la storia e la cultura siciliana esaltandone arte e bellezza è ciò che Giacomo Callari, sostenuto da Gisella Mandalà, ha fatto con il suo Museo della Sicilianità. Una realtà unica la cui realizzazione è frutto di un “sogno” dall’animo siciliano in cui ricercatezza e creatività si fondono per dare vita ad un progetto che nasce oltre 10 anni fa e che è ancora in continuo sviluppo.

 

Un tripudio di emozioni ed amore per la propria terra intriso di Sicilia è ciò che si respira non appena si varcano le porte del museo situato nell’ elegante Villa Adriana a Palermo.

Un percorso immersivo, quello proposto, che sfidando ogni immaginazione passa dalle sale settecentesche della spettacolare dimora storica e conduce il visitatore tra dipinti e sculture in creta dura realizzate come la tradizione insegna. Tra queste ultime è possibile trovare alcuni dei più importanti personaggi che hanno fatto la storia della Sicilia. Ed è così che da una sala all’altra del museo ci si può imbattere in Ruggero II o nella famiglia Florio e in tanti altri ancora. Ma a sorprendere è il modo in cui essi vengono rappresentati. La tradizione siciliana è, infatti, raccontata in un modo nuovo rispetto a quello a cui siamo solitamente abituati. Come? È l’ironia il filo conduttore che lega con eleganza ogni stanza tematica del museo alla successiva. Non appena si entra nella dimora ci si sente travolti e coinvolti da un incredibile mix di tradizione ed innovazione che, attraverso un sorriso, porta in un “viaggio” nuovo alla scoperta della Sicilia che emoziona davvero. Lo stesso che si può intraprendere ammirando le opere pittoriche presenti nelle diverse sale che prendono forma dalle idee creative a cui Callari ha voluto dar vita rendendo reale il suo progetto che tutti noi oggi possiamo conoscere.

Durante la visita è, infatti, possibile ammirare opere come ad esempio “Ballarò” in cui un chiaro richiamo alla rinomata “Vucciria” di Guttuso ci riporta all’interno del mercato palermitano che diventa simbolo di “festa”. Una danza in cui i pesci e la frutta prendono vita quasi per magia divenendo strumenti musicali e raccontando lo spirito tipico siciliano sempre pronto alla convivialità.

 

Quello intrapreso all’interno del museo è un viaggio alla scoperta di un’amata terra che difficilmente si dimentica e che non trascura neppure temi importanti legati all’inclusione, alla legalità e alla lotta, alle discriminazioni dal forte valore educativo anche per i più piccoli.

 

La realizzazione di questo sogno lungo una vita è però coincisa con il periodo dello scorso lockdown che ha rallentato ma non fermato i progetti del Museo. «Durante quel periodo ho fatto realizzare nuove sculture come ad esempio quella di Verga o di Camilleri. Talmente cerchiamo di approfondire la sicilianità che il Museo continua ad essere in continuo divenire» spiega Callari.

 

Durante la nostra chiacchierata ci chiediamo come questa “sicilianità” che si respira ovunque all’interno delle sale venga ricercata ed è prontamente Mandalà a risponderci: «Io sono convinta di una cosa. Gli oggetti sono destinati. E ci è capitato, nella nostra vita, che ci siano arrivate delle cose che noi cercavamo e non sapevamo da che parte sarebbero arrivate. È l’amore che ci porta sempre a curiosare, ricercare anche nei mercatini e ovunque sia possibile. Per noi è un piacere guardarci attorno ma non basta. Bisogna anche saper cogliere». Come tiene a puntualizzare Callari sì alla ricercatezza ma «non c’è una ricerca spasmodica. È la passione che ci guida».

 

Ma quali sono i progetti futuri per il museo?

«Noi vorremmo fare le cene al Museo. Portare qui i turisti e fargli assaporare la Sicilia» risponde Callari. «Cerchiamo di portare avanti la Sicilianità nelle forme più belle in cui si esprime. Anche la cucina è una forma d’arte. Esaltiamo la sicilianità a 360 gradi e cerchiamo di far conoscere anche ai turisti la bellezza della nostra essenza di essere siciliani». conclude Mandalà.

Viva la vida

Pamela Villoresi: “Sono fortunata perché la mia vita mi assomiglia”.

di  Omar Gelsomino, foto di Marco Ghidelli e Archivio Teatro Biondo

 

«Sono una teatrante, una persona di spettacolo che come tanti può avere dei ruoli diversi. Sono cose che arrivano con l’esperienza, come direbbe Mario Luzi sono “cose che succedono a chi insiste a sopravvivere”, avendo cinquant’anni di teatro». Inizia così l’intervista con Pamela Villoresi, attrice e regista, direttrice dal 2019 del Teatro Biondo Stabile di Palermo. Con una voce calda e allegra racconta il suo percorso professionale, la direzione del teatro e i suoi progetti futuri.

«La passione per il teatro è nata da sempre, da bambina quando mia mamma cucinava usavo come microfono un colino, e dicevo: “Ecco a voi Valeria Mattoni” e cominciavo a recitare. Ho sempre voluto fare teatro, mi iscrissi al Teatro Metastasio di Prato e a 15 anni debuttai come protagonista ne “Il Re nudo” insieme a Roberto Benigni. Finalmente i miei genitori capirono che la mia era una missione più che una passione o tutte e due le cose insieme e dal ‘72 iniziarono le mie tournée». Dopo aver interpretato tanti ruoli con i più grandi registi ed attori tra spettacoli teatrali e film, Pamela Villoresi ha diretto diversi festival, è stata consulente di consigli di amministrazione al Teatro Stabile di Prato, al Teatro Argentina di Roma e all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, è stata nominata direttrice del Teatro Biondo Stabile di Palermo.

«Ho accettato con entusiasmo questa nomina, non ultimo il fatto che fosse in Sicilia ed in particolare a Palermo, perché avevo voglia di qualcosa che mi desse più stabilità. Sento sempre la necessità di passare a vedere le prove sul palcoscenico prima di richiudermi in ufficio che continuo a chiamare il mio camerino. Sin dall’inizio ho portato avanti un impegno ben preciso: da una parte radicarci sempre più nel nostro territorio, favorendo la cultura e la letteratura con i nostri artisti; dall’altro aprire alle sperimentazioni e all’arte nazionale ed internazionale».

La pandemia ha colpito tutti i settori, soprattutto il mondo della cultura.  «Il Teatro Biondo non si è fermato nemmeno durante il lockdown. Abbiamo scritturato 164 persone di cui 97 siciliani, vedere come i nostri giovani artisti siano impegnati in spettacoli internazionali mi appaga più del fatto di andare in scena. Il teatro non lo vedo male, più imperano le nuove tecnologie più lo spettacolo dal vivo è sempre più intramontabile. Nonostante la gente abbia ancora il timore del Covid abbiamo appena portato in scena “La concessione del telefono di Camillleri” con ottimi risultati. Il teatro rimane un luogo sicuro».

Pamela Villoresi è una delle protagoniste dello spettacolo ancora in scena in tutta Italia su uno spaccato inedito di Frida Khalo, con “Viva la Vida”, tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci per la regia di Gigi Di Luca, con la cantante Lavinia Mancusi e la body painter Veronica Bottigliero. «Inizialmente ero un po’ titubante per via di un’inflazione tra mostre, libri e film, invece abbiamo sottolineato la parte finale della vita di Frida Khalo, la relazione con Chavela Vargas, la sua sofferenza, le operazioni e la sua immobilità a seguito dell’incidente. È un inno all’amore, alla libertà e alla vita».

Viva la vida

 

In questi anni si è creato un legame solido con l’isola. «Ho un rapporto molto forte con la Sicilia, Palermo vive un momento di grande risorgimento, si respira una bella aria di rinascita. Sono appassionata di mare e facendo canottaggio con il gruppo master del Club Canottieri Roggero di Lauria ho vinto diversi ori».

Concludendo l’intervista molto gioviale, Pamela Villoresi ci svela i suoi progetti futuri: «Abbiamo tanti progetti ambiziosi e l’interesse da parte dei teatri italiani sul Biondo ci ha scaldato il cuore ed io voglio continuare a dirigere questo teatro. Conservo sempre il mio ruolo nella serie TV Don Matteo e poi vorrei vincere qualche altro oro nel canottaggio. Sono fortunata perché la mia vita mi assomiglia».

Il Teatro Biondo e Pamela Villoresi sono stati insigniti del premio “Segal Center Awards for Civic Engagement in the Arts” per l’impegno civile e sociale nella propria attività artistica.

Palazzo Biscari Salone orchestra

Palazzo Biscari. Magnificenza e sostenibilità

di Patrizia Rubino

 

Tra i palazzi storici privati siciliani di maggior pregio e rilievo artistico e culturale c’è sicuramente Palazzo Biscari di Catania. Assieme al Monastero dei Benedettini San Nicolò l’Arena, è l’edificio più importante e rappresentativo dell’architettura barocca della città. Un palazzo sontuoso, situato nel cuore del centro storico, nei pressi del porto, la cui costruzione cominciò qualche anno dopo il terribile terremoto del 1693, sulle mura cinquecentesche della città per volere di Ignazio Paternò Castello III principe di Biscari.

 

Alla sua morte l’opera fu proseguita rispettivamente dal figlio Vincenzo e poi dal nipote Ignazio che oltre ad ampliarne la superfice vi realizzò un importante museo archeologico, numismatico e naturalistico di grande interesse per gli studiosi dell’epoca.

 

Gran parte delle pregevoli collezioni raccolte nel museo del principe di Biscari sono state successivamente donate al comune di Catania e trasferite al Museo Civico di Castello Ursino.

 

Molto particolare la sua facciata posteriore, quella rivolta verso il mare, costituita da sette enormi vetrate incorniciate da una profusione di sculture e decori, raffiguranti i temi allegorici di abbondanza, prosperità, fertilità e saggezza. All’interno del palazzo che conta oltre 600 tra stanze, sale e saloni vi è una vera e propria esplosione dello sfarzo barocco e rococò; affreschi, decori, intarsi in legno e marmorei, dipinti, arredi e oggetti di grande pregio, simbolo del fasto e della ricchezza dei proprietari del tempo, che hanno superato la prova di oltre tre secoli.

 

L’ambiente più suggestivo di tutto il palazzo è senza dubbio l’immenso salone delle feste, detto “dell’ Orchestra”, magnifico esempio di rococò siciliano con influenze di gusto napoletano. La grande sala ha una forma di chitarra e pare sia stata realizzata in occasione del matrimonio del principe Ignazio V con una donna napoletana, da qui la presenza di numerosi dipinti raffiguranti Napoli. A dir poco stupefacenti gli affreschi che celebrano la gloria di casa Biscari e la complessa decorazione fatta di specchi tutt’intorno alle pareti del salone. A proposito del salone c’è un aneddoto, o meglio una curiosità che racconta Ruggero Moncada, uno dei proprietari del palazzo. Sembrerebbe che durante la Seconda Guerra Mondiale i soldati inglesi, lo avessero utilizzato come campo da tennis, danneggiando anche un prezioso dipinto.

Ma tra i tanti elementi straordinari del palazzo, merita una nota particolare la meravigliosa “Scala a fiocco di nuvola” con decorazione a stucco, realizzata intorno al 1750, dalla quale si accede al cupolino centrale del salone utilizzato per l’alloggiamento dell’ orchestra. Un vero capolavoro architettonico.

 

Oltre a rappresentare una meta turistica imprescindibile, Palazzo Biscari conta moltissimi visitatori eccellenti, come ad esempio lo scrittore Goethe che nel corso del suo viaggio in Italia, nel 1787 fu ricevuto dal principe di Biscari che gli mostrò le preziose collezioni archeologiche del museo, e la regina madre d’Inghilterra. Per la sua straordinarietà è spesso scelto come set d’importanti produzioni cinematografiche, ma anche di meeting, feste e ricevimenti di matrimonio, serate di gala e sfilate di moda. Nelle sue magnifiche sale si sono svolti importanti eventi culturali, concerti e mostre d’arte di rilievo internazionale.

 

Attualmente (febbraio 2022) Palazzo Biscari – di concerto con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania – è interessato da una delicata attività di restauro dell’antico intonaco e delle pietre bianche della facciata. Un impegno imprescindibile per consentire al sito di continuare a risplendere. La cura e la lungimiranza dei proprietari discendenti della famiglia Biscari che continuano a vivere nel palazzo, fa sì che il sito si mostri ancora oggi ben conservato e al contempo proiettato verso un futuro sostenibile grazie ad una serie di attività di rete con realtà molto attive e propositive che lo aprono ad una fruizione sempre più ampia e condivisa nel territorio.

anteprima pizzi e merletti

Pizzi e merletti siciliani. Un’antica tradizione divenuta icona di stile

di Giulia Monaco   Foto di Emanuele Carpenzano

 

Dolce e Gabbana ne hanno fatto un must-have, e ne fanno largo uso nelle loro collezioni, omaggiando un’ideale di femminilità sospeso tra passato e presente: l’ elegantissimo pizzo siciliano, che richiama le atmosfere mediterranee di una volta, è il protagonista indiscusso delle passerelle, di brand di moda Made in Italy e di abiti da sposa griffati scelti dai vip.

 

Se volgiamo un attimo lo sguardo a una Sicilia d’altri tempi, con un po’ di immaginazione riusciamo a scorgere delle giovani donne intente a confezionare con solerzia il loro corredo, creando con grande maestria degli arabeschi di pizzo destinati a impreziosire tovaglie, vesti e stoffe, rendendole eleganti e leggiadre. Le immaginiamo ingegnarsi con aghi, fili, fuselli e uncinetti, e a intessere punto dopo punto armoniose trame di pizzi, merletti e trine da applicare alla biancheria più pregiata, per custodirla poi sotto naftalina nei cassetti di un grande comò, in attesa di coronare il loro grande sogno d’amore. Ancora adesso, aprendo quei vecchi cassetti, potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi tracce di quella Sicilia mai dimenticata, che oggi gode di un fascino iconico e intramontabile.

 

Ma da dove nasce la tradizione dei merletti siciliani?

La parola “merletti” deriva dal termine “merli”, gli elementi architettonici sagomati che sovrastavano torri e palazzi medievali. La Sicilia vanta una tradizione del merletto molto antica, attestata già nel 1400, quando veniva spesso eseguito con filati d’oro e d’argento che ornavano tessuti pregevoli. Questa tradizione risale al dominio dei Saraceni, che introdussero nell’isola i primi laboratori di tessitura e ricamo, e si consacra poi sotto la corte di Spagna.

Tra i manufatti in pizzo siciliano, ce n’ è uno richiestissimo dalle spose, conclamato dai grandi brand di moda, che ha fatto la sua comparsa in matrimoni celebri e in serie cult: stiamo parlando della mantilla, un capo d’abbigliamento che si diffuse in Sicilia nel ‘500, durante la dominazione spagnola. L’accessorio proviene da un’antica usanza diffusa nella penisola iberica, che vedeva donne del “pueblo”, cioè le popolane, utilizzarlo come adorno oppure come riparo.  Ma quando la regina Isabella II (che regnò tra il 1833 ed il 1868) cominciò a indossare la mantilla in tutti gli eventi ufficiali, acquisendo un’aurea elegante e sofisticata, ecco che il suo uso si estese anche nei ranghi dell’aristocrazia. Potremmo definire la regina Isabella un’influencer del suo tempo? Certamente sì, e anche di grande impatto: infatti, tutt’oggi la mantilla è considerata uno degli accessori più chic negli ambienti di alta moda, ed è richiestissima dagli atelier di abiti da sposa.

 

Nessuna terra come la Sicilia sfugge da qualsiasi cliché, piena com’ è di meraviglie e di mille contraddizioni. Anche la moda e l’ eleganza siciliane sono in qualche modo senza luogo e senza tempo, figlie di una commistione di culture e popoli così distanti tra loro, e così ricchi nella loro diversità, da rendere lo stile siculo unico al mondo.  Il merletto siciliano ne è un chiaro emblema: i decori sono spesso eseguiti liberamente, secondo la fantasia dell’ esecutore o dell’ esecutrice, che realizza un’armoniosa sequenza di pieni e vuoti senza un disegno prestabilito. Più che di artigianato potremmo parlare di una vera e propria arte figurativa, visto il grande impatto di sfilati, merletti e macramè sui canoni estetici del tempo.

 

Elegante e sofisticato, chic e ricercato, il pizzo siciliano si consacra come elemento iconico che ha segnato e continua a segnare la storia della moda e del costume, da custodire e amare per sempre.

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Teatro Massimo Bellini di Catania: oltre 130 anni di bellezza

Articolo e foto di Samuel Tasca

 

31 maggio 1890. Un’atmosfera densa di trepidazione e stupore accompagnava quei primi spettatori che si apprestavano a varcare le soglie del “Bellini”. Proprio così, quel giorno, il Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania spalancava per la prima volta le sue porte al pubblico e lo faceva portando in scena il capolavoro del compositore catanese del quale porta il nome: la Norma.

 

Oltre 130 anni sono passati da quel primo debutto, eppure, ancora oggi, varcare le soglie di questo tempio della musica, progettato dall’architetto Carlo Sada, rappresenta ancora un’ esperienza dalla bellezza disarmante: la musica investe lo spettatore con tutta la sua potenza evocativa riuscendo a toccare le più profonde corde dell’anima.

 

«Per la sua gloriosa tradizione e per lo straordinario valore monumentale, il teatro è per la città sommo bene culturale con un cuore pulsante di musica e di arte: un primato etico, estetico e culturale universalmente riconosciuto al nostro ente lirico». Lo descrive così Giovanni Cultrera di Montesano, Sovrintendente del Teatro Massimo “V. Bellini”, che ci aiuta a cogliere la vera essenza di questo luogo, e il suo significato per la città di Catania e non solo.

 

«Il Teatro si porge come il biglietto da visita della città. Grandi artisti hanno trovato qui il trampolino di lancio della propria carriera: basti citare il grande Luciano Pavarotti o direttori d’orchestra del calibro di Riccardo Muti e Lorin Maazel, stelle planetarie tornate poi più volte a risplendere ciclicamente sul palcoscenico catanese. Catania è giustamente orgogliosa della sua sala incantevole, a giudizio unanime ritenuta tra le più belle al mondo e a tutt’oggi acusticamente ineguagliata e tanto meno superata, come ha ricordato di recente proprio il Maestro Muti, ospite quest’estate delle celebrazioni belliniane, organizzate dal teatro sotto l’egida della Regione Siciliana».

 

Un luogo, dunque, che assume un immenso valore non solo artistico, ma anche sociale. «Siamo sempre in prima linea, proprio per il ruolo che ricopriamo come massimo propulsore pubblico dell’attività artistica e culturale – ricorda il Sovrintendente -. Un impegno di cui sentiamo forte la responsabilità, garantendo costantemente una produzione di alto livello, che non si è fermata neanche durante il lockdown, grazie anche alle risorse dello streaming e della televisione. Vorrei ricordare in particolare la Norma in diretta su Rai5 che ha visto il Teatro Bellini autentico protagonista»

 

Un impegno importante quello del Teatro ‘Bellini’ che, come afferma Cultrera, «punta a lavorare in sinergia, uniti alle altre importanti realtà artistiche del territorio, associazioni musicali, di prosa o letteratura».

 

Uno sforzo che, di fatto, trova pieno riconoscimento nelle parole del Sindaco di Catania, Salvo Pogliese: «Un inno alla gioia nel segno di Vincenzo Bellini ha aperto il 2022, con il tradizionale concerto di Capodanno. Sull’onda musicale di questo entusiasmo, un vero e concreto inno alla gioia può accompagnare il percorso di affermazione e riaffermazione del nostro teatro, scrigno di incommensurabile bellezza e funzionalità, e delle nostre superbe professionalità e maestranze, nel panorama nazionale e internazionale dopo le tante difficoltà legate al lungo e pesante periodo di pandemia.

Una rinascita possibile, alla quale le istituzioni stanno lavorando consapevoli di trovare ineguagliabile e fattivo slancio nell’eccezionale levatura del Sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano, nella competenza del commissario straordinario Daniela Lo Cascio e nella preparazione e destrezza di tutti gli artisti, a cominciare dai maestri Fabrizio Maria Carminati  e Luigi Petrozziello. Nuove “melodie” stanno per essere composte e sono sicuro risuoneranno presto ben al di là dei confini del Teatro Massimo ‘Bellini’ e di Catania».

 

Il 2022 sarà, infatti, come ci assicura in chiusura Giovanni Cultrera di Montesano, «un anno ricco di variegate iniziative, che s’intersecheranno e integreranno in un’ottica di apertura alla città».

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L’eccellenza delle impermeabilizzazioni: Diblasi s.r.l.

di Alessia Giaquinta, foto di Samuel Tasca

 

Nasce 25 anni fa, a Grammichele, quella che ad oggi è una delle aziende leader nel settore delle impermeabilizzazioni, un’impresa che vanta non solo numerosi anni di esperienza ma, soprattutto, che guarda sempre al futuro, offrendo le soluzioni più innovative ai propri clienti: parlo della Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l.

 

Ma cosa sono le impermeabilizzazioni e perché sono importanti? Si tratta di rivestimenti, non visibili, utili ad impedire il passaggio dell’acqua piovana in qualsiasi struttura. Insomma, tutto il contrario del detto “fa acqua da tutte le parti”, per intenderci. Si tratta chiaramente di un sistema importante che funge da barriera, da protezione di tutti i punti vulnerabili, consentendo di conseguenza anche un risparmio del fabbisogno energetico dell’immobile che, per tale ragione, si presenta ben isolato.

 

Ma non tutte le impermeabilizzazioni sono le stesse, ecco perché è importante affidarsi a professionisti del settore, come la Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l.,  per avere la migliore soluzione e garanzia di risultati ottimali.

 

«Utilizziamo materiali all’avanguardia, molto performanti, a lunga durata e più sicuri» dichiara Sebastiano Diblasi che, insieme al padre e al fratello, guida l’azienda.

 

«Inizialmente ci occupavamo solo di impermeabilizzazioni di bacini idrici poi, man mano, abbiamo aggiunto altri settori come quello dell’edilizia, delle coperture civili ed industriali, delle terrazze, delle piscine, dei giardini pensili, di cisterne di raccolta,  di vasche antincendio… », racconta soddisfatto Sebastiano, riportando alla memoria la nascita dell’azienda, le innovazioni del settore e la progressiva crescita della loro realtà che, oggi, vanta oltre 10 operai ed è apprezzata anche fuori dai confini regionali: «Ci spostiamo in ogni parte dell’isola e fuori dalla Sicilia», aggiunge.

A fare apprezzare l’azienda, oltre alla professionalità e alla competenza di chi vi opera, è l’alta qualità dei prodotti – tutti certificati e garantiti – e l’attenzione per tutto ciò che è innovativo e al passo coi tempi: la Diblasi Impermeabilizzazioni s.r.l. oltre ai metodi tradizionali e manuali, si avvale di saldatrici automatiche che, insieme ad altri sistemi, garantiscono l’eccelsa qualità del lavoro e la soddisfazione del cliente.

 

Ed è proprio quest’ultima il più grande motivo d’orgoglio di questa azienda che, con umiltà, costante studio e attenzione alle novità, passione e professionalità si contraddistingue in questo settore.

 

Antoine de Saint-Exupéry, nel suo Piccolo Principe disse una grande verità: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. E tra le cose essenziali, invisibili per le strutture, c’è l’impermeabilizzazione. Non si vede, eppure, costituisce la parte più importante di qualsiasi costruzione. Non sottovalutarla. Approfitta anche degli incentivi statali attualmente in corso. Con Diblasi Impermeabilizzazioni puoi davvero avere il meglio!

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Il Menù dei Monsù. Intervista allo Chef Salvatore Puglisi

di Merelinda Staita  Foto di Ristorante Monsù

Per risalire all’origine dei Monsù bisogna fare riferimento alla Sicilia Borbonica. Maria Carolina d’Austria sposò nel 1768 Ferdinando I di Borbone, sovrano del Regno delle Due Sicilie. Subito dopo le nozze, ella chiese con insistenza dei cuochi francesi all’interno della corte borbonica. L’appellativo di Monsù deriva dal francese Monsieur (signore). I Monsù hanno creato dei piatti che consumiamo ancora oggi: il gateaux di patate che si sicilianizza nel gatò, l’aglassato (un condimento della cucina nobile), i timballi, i beccafico, la caponata agrodolce, gli involtini alla palermitana e il falsomagro.

 

Nel centro storico di Ragusa Ibla nasce Monsù, ristorante dall’atmosfera elegante e ricco di fascino. Incontriamo Salvatore Puglisi, titolare e chef del locale, e la moglie Heloise Hascoet. Abbiamo chiesto loro cosa li ha spinti ad intraprendere la loro attività partendo proprio dal Monsù.

Salvo ed Heloise, come mai avete scelto questo nome?

«Questo locale rappresenta l’anima del nostro progetto. Una francese e un siciliano che, dopo anni di esperienze nazionali ed internazionali, decidono di unire il loro rapporto personale a quello professionale. Ci siamo chiesti quale parola potesse essere appropriata per la nostra attività e, dopo un’accurata ricerca, abbiamo scelto “Monsù” che risulta essere etimologicamente perfetta».

 

Qual è l’obiettivo che propone la vostra cucina?

«Il nostro obiettivo è quello di proporre il binomio culinario Sicilia – Francia. Una cucina siciliana di gusto che subisce l’influenza francese. Un connubio perfetto che ci permette di presentare il nostro territorio con una chiave di lettura differente».

 

 

Quali sono i piatti inclusi nel vostro menù?

«Nel nostro menù sono presenti piatti sia a base di carne sia di pesce e, oltre a materie prime eccezionali, puntiamo alla semplicità. Inoltre, garantiamo ai nostri clienti la freschezza e la bontà dei prodotti stagionali dell’isola».

 

Consigliate ai vostri clienti anche vini pregiati. Quali in particolare?

«Nella carta dei vini è sempre presente il binomio Sicilia – Francia. Infatti, offriamo tante etichette che secondo noi ben rappresentano le due realtà: le zone dello Champagne, del Bordeaux, passando per la Languedoc, le chicche del Trapanese, dei vini alle pendici dell’Etna e ancora i meravigliosi vini delle Isole minori».

 

Qual è il piatto più amato dai vostri clienti?

«I nostri clienti apprezzano questa nostra idea di cucina. Gli ospiti locali trovano familiari, e al contempo nuove, le nostre ricette tra tradizione ed innovazione. I turisti si dicono entusiasti, perché possono assaporare pietanze del territorio con un tocco internazionale. Prepariamo tanti piatti che ormai sono diventati i nostri “cavalli di battaglia” come ad esempio: la zuppetta di cozze fatta con il formaggio Roquefort nel classico coccio; la Marmite; la Caponata con pane all’origano e pesce Lampuga o Capone; ratatouille di verdure in agrodolce, ricetta tipica delle famiglie nobiliari siciliane senza melanzana ma con pesce. E ancora la Sarda a beccafico, che serviamo come benvenuto, e per il pranzo della domenica consigliamo il nostro particolare Timballo di riso. Tutto segue lo stesso “file rouge”, per far comprendere ai clienti il nostro pensiero gastronomico».

 

 

Vi chiediamo di svelarci qualche piccolo segreto della vostra cucina…

«Ogni tanto mostriamo ai nostri clienti cosa succede “dietro le quinte” ovvero qualche segreto della nostra cucina. A voi vogliamo regalare l’immagine del nostro “Tonno Abbattunatu”. Questa ricetta, nel pieno della sua stagionalità, prevede una ventresca di tonno appena scottata farcita con tutte quelle spezie e quei profumi che la nostra terra ci offre, contornata da una crema di porri, insalatina di arance e completata con una riduzione di vino Banyuls. Il risultato? Un concentrato di Sicilia con quel “quid” in più dei cugini francesi: vi abbiamo stuzzicati? Speriamo di sì».

anteprima antichi cunti

Bianca come neve Rossa come fuoco. Il trionfo dell’amore

a cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta, tanto tempo fa… Quella che ti sto per raccontare è una delle fiabe tramandataci dalla tradizione sia oralmente (attraverso i cunti dei nonni) sia in forma scritta dall’antropologo Giuseppe Pitré. Allora fermati un attimo e torna bambino e, finita la lettura, racconta questa storia a chi vuoi affinché non venga smarrita o sia appannaggio di pochi.

 

Ci troviamo in un elegante castello dove vivono beatamente un re e una regina che, nonostante avessero ogni bene e ricchezza, soffrivano per non aver avuto ancora dei figli. Un giorno, il re fece questo giuramento: “Se avremo un figlio o una figlia, doneremo al nostro popolo due fontane da cui, per sette anni, sgorgheranno olio e vino”. E così fu. La regina diede alla luce un maschietto e gli abitanti del luogo fecero gran festa: non mancava olio e vino per nessuno.

 

Trascorsi i sette anni, mentre il piccolo reuzzo giocava a birilli, una perfida vecchina tentava disperatamente di raccogliere le ultime gocce di olio attraverso una spugna che poi finivano in una brocca. Accidentalmente, però, un birillo del reuzzo finì sulla brocca, facendo cadere in terra tutto l’olio raccolto. «Ti maledico. Non potrai sposarti fin quando non troverai una fanciulla dal nome Bianca come Neve Rossa come Fuoco», disse la vecchina infuriata, e se ne andò.

 

Il reuzzo crebbe e quando giunse l’età per prender moglie si ricordò della maledizione che aveva ricevuto. Vagò così, a lungo, alla ricerca di Bianca come Neve Rossa come Fuoco. Sfinito, una sera, stava per addormentarsi sotto un grande albero quando sentì una voce chiamare “Bianca come Neve Rossa come fuoco, calami le trecce che salgo!”. Aveva trovato finalmente la sua bella! Peccato che, anch’ella fosse vittima di un maleficio: una mamma-draga la teneva prigioniera in una torre. Il principe allora, facendosi calare le trecce, salì fino in cima e salvò la fanciulla. Ma non fu semplice tornare al castello: numerose peripezie dovettero affrontare i due giovani, fino all’ultima: “Al primo bacio che la regina darà al reuzzo, lui si dimenticherà di lei”.

Così avvenne. Rientrato al castello, il reuzzo fu baciato dalla madre e dimenticò Bianca come Neve Rossa come Fuoco davanti la porta, dove ella lo attendeva per fare ingresso solenne al castello.

 

Ma l’amore trionfa, si sa. Grazie a due colombi, che la fanciulla sapientemente istruì chiedendo loro di entrare al castello e rinsavire la memoria del principe, la storia finisce per il meglio. I giovani, nonostante le avversità, si sposarono e furono “felici e cuntenti, e a niautri nun ni lassaru nenti”.

 

anteprima corallo sciacca

Il corallo di Sciacca. Un tesoro eco-sostenibile.

di Samuel Tasca   Foto di Oro di Sciacca

La Sicilia, tra i suoi innumerevoli tesori, ne nasconde uno che risplende in fondo al Mar Mediterraneo. È il corallo di Sciacca, eccellenza di enorme valore che molti ancora sconoscono. Eppure, in giro per il mondo, il corallo di Sciacca viene elogiato per la sua eleganza, il suo aspetto peculiare e soprattutto la sua eco-sostenibilità poiché si tratta di un corallo fossile che si è già staccato, per via dei vari fattori ambientali, depositandosi sul fondale marino.

 

È dalle parole di Giuseppe Conti, cofondatore del Consorzio Corallo Sciacca e titolare della ditta Oro di Sciacca, che percepiamo quanto la tutela del corallo Mediterraneo sia un punto fondamentale della loro azione. «Oggi il consorzio sostiene vivamente il blocco della pesca del corallo in tutta l’area del Mediterraneo, invitando gli organi preposti ad intervenire autorizzando solamente il recupero-estrazione dei coralli decaduti e fossilizzati – ci spiega Conti -. È importantissimo proteggere i coralli che continuano a crescere in quest’area. Abbiamo un obbligo nei confronti della natura e delle generazioni future».

 

Leggendo queste parole è facile capire con quanta abnegazione viene portata avanti questa battaglia. Ma solamente scavando nella storia della città è realmente possibile comprendere il legame tra il corallo e i saccensi (abitanti di Sciacca). Nel 1831, infatti, in seguito a dei terremoti di origine vulcanica, a ventiquattro miglia dalla costa, emerse quella che venne poi denominata Isola Ferdinandea. Essa portò con sé uno dei banchi di corallo più preziosi al mondo. «In quel momento – conferma Conti – la pesca del corallo prese il via in maniera sconsiderata, dando l’avvio a una vera e propria razzia del nostro mare».

 

Non deve sorprendere, quindi, che oggi gli artigiani di Sciacca si facciano garanti del loro corallo tutelandone la vita e la crescita. Per tenere fede, infatti, a questo impegno morale ed ecologico, prima di poter essere trasformati in gioielli, tutti i coralli fossili recuperati dai fondali vanno incontro ad un processo di decalcificazione che permette di rimuovere gli altri componenti fossilizzati insieme al corallo. Una volta ripulito e lucidato, questo è pronto per essere lavorato. È qui che un processo creativo di straordinaria precisione e minuziosità prende il via. Aver avuto la possibilità di osservarlo dal vivo, grazie alle esperienze messe a disposizione dal Museo Diffuso dei 5 Sensi, che porta avanti un importante lavoro per la valorizzazione e promozione della città, ci ha permesso di apprezzarne ancora di più il suo valore. Ogni singolo elemento del gioiello viene inciso e scolpito con estrema accuratezza, trattandosi spesso, di componenti di dimensioni molto piccole.

Così, il corallo di Sciacca, peculiare anche per la presenza di alcune bruciature conseguenti all’esplosione vulcanica dell’Isola Ferdinandea, rappresenta a tutti gli effetti un orgoglio per l’intera città e i suoi abitanti. Il legame che li unisce, infatti, si consolida da tempi immemori e viene custodito soprattutto nei ricordi delle donne, per le quali i gioielli in corallo, specialmente le guliere, collane costituite solitamente da trentatré grani, rappresentano parte della dote nuziale che viene ancora tramandata di generazione in generazione. Queste, in alcuni casi, vengono donate alla Madonna del Soccorso, patrona della città, che in occasione delle celebrazioni in suo onore viene adornata con innumerevoli gioielli in corallo.

Anche alle antiche mammane, che si prestavano ad allattare i neonati quando le madri non erano in grado di produrre latte proprio, venivano donate collane in corallo poiché si pensava potesse stimolare la produzione delle ghiandole mammarie.

 

Non sorprendetevi quindi se, passeggiando per la città, vedrete l’arancio e il rosso vivo di questo corallo esposto nelle vetrine delle gioiellerie e dei vari negozi, poiché l’intera città partecipa ad un impegno comunitario che mira a promuovere e valorizzare il suo tesoro del mare.

costume di carnevale di misterbianco

Il Carnevale di Misterbianco coi suoi “Costumi più belli di Sicilia”

di Alessia Giaquinta   foto di Francesco Sammarco

 

Doppu li tri re, tutti olè”: di cosa sto parlando?

Vi do un indizio: i tre re sono i magi e olè invece è un’ espressione di divertimento. Avete capito, adesso?

Questo antico proverbio siciliano si riferisce al Carnevale, proprio così. Anticamente, infatti, il periodo più allegro dell’anno durava un mese: dal giorno successivo all’Epifania (l’arrivo dei tre re) sino all’inizio della Quaresima.

Nel 1693 però, a seguito del terremoto che si verificò l’11 gennaio – proprio nel periodo dei festeggiamenti del Carnevale – e che distrusse numerose città della Sicilia, se ne sospese la celebrazione e, negli anni a seguire, si ridusse il Carnevale a pochi giorni.

 

Questa festa, antica di oltre 4000 anni, è stata sempre caratterizzata da riti mascherati, divertimenti, trasgressioni, ma anche manifestazioni di arte ed eleganza.

Ed in Sicilia, per questi ultimi aspetti, si distingue il Carnevale di Misterbianco, noto per i costumi di pregevole fattura che vengono realizzati per l’occasione. Si tratta di vere e proprie opere d’arte che richiedono mesi e mesi di studio e lavoro, oltre all’utilizzo di materiali pregiati ed esclusivi.

 

È proprio a Misterbianco, infatti, che si trovano i “Costumi più belli di Sicilia”, unici nel loro genere, frutto di estro, fantasia e minuziosa ricerca. Non si tratta di soli tessuti e merletti ben cuciti tra loro, ma di vere e proprie storie, racconti, giochi di colori, accostamenti provocatori, temi di rilievo sociale che emergono dalle stoffe. Dei capolavori, insomma! Questi costumi, notevoli per bellezza e dimensione, arrivano a pesare anche oltre 40 kg e per tale ragione, spesso, si rende necessario l’utilizzo di impalcature dotate di ruote per alleggerirne il peso.

 

Finito il Carnevale è possibile ammirare questi meravigliosi abiti presso il “Museo dei Costumi più belli di Sicilia” che ha sede nell’antico opificio “Stabilimento Monaco” di Misterbianco. Inoltre, in occasione di diversi eventi, alcuni di questi costumi sono approdati oltreoceano, ad Hong Kong, in Costa Azzurra, Arabia Saudita e Tunisia.

 

Vederli sfilare, in occasione del Carnevale, è sicuramente motivo di stupore e meraviglia. Sono tantissimi i visitatori che accorrono, ogni anno, a Misterbianco per assistere al Carnevale che, grazie ai suoi Costumi più belli di Sicilia, dal 2007 è inscritto nel “Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia” ed è annoverato tra i “Carnevali storici d’Italia”.

 

Purtroppo, a causa dell’emergenza pandemica, neanche quest’anno si terrà il Carnevale di Misterbianco.

«Per via dell’emergenza sanitaria in corso, la decisione più saggia è quella di rinviare la manifestazione del Carnevale 2022 – dichiara l’assessore ai Grandi Eventi e Spettacoli, Daniela Nicotra –. Stiamo, però, già pensando e programmando un Carnevale primaverile. Un importante ringraziamento va alle cinque associazioni del Carnevale di Misterbianco: la Burla, New Ange, la Follia, The Carnival Mask e Turi Campanazza per il grande senso di responsabilità che stanno dimostrando».

Incrociamo le dita, allora.

 

E riscriviamo l’antico proverbio, cambiandone i primi termini: “Quannu un pocu di tregua c’è, tutti olè”. Abbiamo bisogno di tornare a festeggiare con “allegre mascherine”, celebrare i nostri riti e tradizioni, riappropriarci di una normalità che, forse solo adesso, riusciamo a riconoscere meravigliosa.