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Il Carnevale dei fiori di Acireale

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Enrico Coco

Un’ esplosione di gioia per grandi e piccini, il Carnevale di Acireale è famoso in tutta la Sicilia ed oltre. L’arte di realizzare opere in cartapesta su carri che sfilano per le vie della città è antica e ad oggi è un’attrazione divenuta tradizione e impronta culturale di Acireale, nel periodo che precede la Quaresima. Ogni strada e piazza della città delle “cento campane” in quel periodo dell’anno si trasforma in un tripudio di colori e le giornate sono arricchite da spettacoli, giocolieri, allestimenti realizzati da artisti e privati. Come una sorta di sospensione dalla realtà che poi ci riporta puntualmente coi piedi per terra, il Carnevale rappresenta un momento di svago e divertimento per ognuno; e così, indossando una maschera ci si allontana per qualche istante verso mondi liberi e inesplorati, fatti di risa, coriandoli e pensieri leggeri.

Da qualche anno, inoltre, la città realizza anche il “Carnevale dei Fiori”, in onore della primavera e della rinascita che porta con sé. I consueti carri sono addobbati con fiori coloratissimi, principalmente garofani, e su di essi vengono messe in scena delle vere e proprie opere d’arte con dei significati allegorici di forte spessore, che inducono gli occhi dei visitatori alla riflessione. Per farci raccontare come avverrà la festa in un momento così particolare, abbiamo sentito Valeria Castorina, Consigliere d’Amministrazione della Fondazione “Carnevale Acireale”, l’ente preposto a programmare e realizzare entrambe le manifestazioni. Dunque abbiamo appreso che l’edizione 2021 è dedicata al mito di Dante, dal momento che quest’anno ricorrono i 700 anni dalla sua morte. I festeggiamenti si apriranno giorno 25 marzo con la lettura del “Preludio” e dei 33 canti della “Divina Commedia” sulle scalinate del Municipio, nella scenografica piazza centrale, a cura di un esperto di drammatizzazione. La festa, grazie anche al contributo del Comune e delle quattro Associazioni dei Carristi, entrerà nel vivo il 24 aprile fino al 2 maggio, con una serie di eventi dedicati al padre della lingua italiana.

«Nonostante la difficoltà del momento che stiamo vivendo, saremo sotto i riflettori – dichiara Valeria Castorina – le radio e la tv saranno presenti durante le manifestazioni e abbiamo stretto un Protocollo d’Intesa con la Società Dante Alighieri di Roma. Siamo gli unici in Sicilia a realizzare delle opere in cartapesta, e ora anche infiorate, di questa portata». L’ entusiasmo e la voglia di fare sempre meglio sono la molla trainante, così come l’aiuto di tutta la comunità, orgogliosa del Carnevale che rende nota Acireale in tutta l’isola e oltre. Ma l’aiuto più prezioso arriva indubbiamente anche dall’Associazione culturale “Coriandolata”, nata quattro anni fa. Un’associazione internazionale di Arti Effimere che ha il grande pregio di comporre opere da coriandoli e sabbia vulcanica e assemblarli con apposita tecnica. La particolarità del loro lavoro è l’utilizzo esclusivo di materiali della tradizione acese, ovvero i coriandoli monocromatici e appunto la sabbia vulcanica del territorio etneo, che insieme esaltano le sfumature dei coriandoli stessi. L’Associazione partecipa a manifestazioni nazionali e di più largo respiro internazionale e s’impegna anche nell’organizzazione di laboratori didattici allo scopo di formare nuove figure professionali che possano tramandare la loro arte in futuro.

La città di Acireale non è solo una perla che si affaccia sul cristallino Mar Mediterraneo; tra i campanili delle sue maestose chiese vi è molto di più. C’ è l’energia e il sacrificio di intere generazioni dedite a una passione che si è trasformata nella punta di diamante di uno dei luoghi siciliani di per sé già incantevoli. Vale la pena visitare Acireale e ancor di più in quei momenti dell’anno in cui si trasforma in una frenesia ricca di suoni e colori carnevaleschi. E la festa dei fiori, che questa primavera diverrà esaltazione del mito dantesco, ne rappresenta un ulteriore tassello di ricchezza culturale.

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Darioloris Cerfolli make-up artist, tra glamour e impegno e sociale

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Gianluca Scalia

Sin da bambino era affascinato dalla magia dei colori e già all’età di nove anni amava truccare le sue sorelle, ma è dovuto passare da una fase giovanile in cui ha sperimentato mille lavori prima di poter esprimere appieno e professionalmente il suo estro e la sua creatività. Oggi Darioloris Cerfolli, 47 anni, catanese, ultimo di 6 figli, è un make-up artist affermato che lavora anche per il cinema, il teatro e la tv. Sono moltissimi gli artisti nazionali e internazionali che, impegnati nei set in varie parti della Sicilia, lo hanno scelto come truccatore. Ha partecipato a prestigiose manifestazioni come il David di Donatello e il Festival di Venezia. Curatore di grandi eventi e sfilate di moda, sempre pronto ad affrontare nuove sfide professionali è anche un formatore perfezionista e appassionato. La sua accademia è una fucina d’idee e di progetti, per giovani talenti che scelgono di studiare il mondo del make-up professionale.

Il settore del Beauty è sempre in grande tendenza, ma come si arriva a certi livelli professionali?
«Da circa vent’anni mi occupo di make-up professionale, ma ho fatto tanta gavetta anche in ambiti non direttamente collegati a questo settore, che però avevano comunque a che vedere con l’arte e la creatività. Ecco credo che per poter arrivare a certi livelli nel mio mestiere occorra innanzitutto possedere e coltivare un innato senso artistico; formazione, studio e tecnica sono ovviamente necessari per avviare una carriera professionale, ma anche una buona dose d’umiltà».

Viviamo nella società dell’immagine, è fondamentale apparire e sempre al meglio. Ma qual è il segreto per un trucco perfetto?
«Ogni volto può essere sicuramente migliorato da un make up appropriato. Per quanto mi riguarda non amo coprire, appesantire i lineamenti. La pelle va innanzitutto curata e trattata con rispetto. Quindi alla base ci deve essere una buona routine quotidiana di cura per il viso con prodotti di qualità e adatti ai diversi tipi di pelle e poi si può procedere con il trucco che va sempre contestualizzato, a seconda dell’occasione ma anche dell’età. No all’eccesso, non ringiovanisce, né rende più belle».

Sei spesso a contatto con personaggi cinematografici, televisivi e teatrali.
«Nel corso della mia carriera mi sono occupato del make-up di moltissimi artisti che si sono affidati a me con grande disponibilità, apprezzando soprattutto il mio approccio sicuro ma anche pronto all’ascolto delle loro esigenze. Devo dire che nonostante si trattasse di personaggi importanti, in alcuni casi delle vere e proprie star, li ho ammirati soprattutto per la loro semplicità e il grande rispetto per il lavoro altrui. Il cantante Mika, James Cosmo, Danny Glover, Katherine Kelly Lang (la Brooke di Beautiful, ndr), Orso Maria Guerrini e ne potrei citare tantissimi altri. Ognuno di loro mi ha lasciato dei cari ricordi che porto sempre con me».

Ma oltre alla bellezza e all’immagine c’è di più. Spesso al tuo lavoro affianchi anche l’impegno sociale.
«Sì, è un aspetto a cui tengo moltissimo. Chi come me è sempre a diretto contatto con il pubblico e soprattutto con i giovani ha il dovere d’impegnarsi anche sulle tematiche sociali. Mi sono occupato della violenza contro le donne realizzando un cortometraggio in cui quattro mie giovani allieve raccontano nel silenzio delle loro mura domestiche, con i volti tumefatti, ovviamente si trattava di trucco di scena, la sofferenza di chi subisce abusi e non riesce per paura a denunciare. La riflessione è ovviamente che occorre trovare la forza di dire basta. Più recentemente, invece, abbiamo realizzato un progetto incentrato sulla sostenibilità ambientale. Attraverso l’utilizzo di materiali da riciclo, i miei ragazzi hanno creato degli abiti che sono un omaggio alla natura, a questi outfit hanno abbinato anche un apposito make up. Il messaggio è quello di ribadire che tutti dobbiamo rispettare il nostro pianeta anche attraverso semplici e corretti stili di vita. Ognuno nel proprio piccolo può e deve fare la sua parte».

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La Villa Romana del Casale di Piazza Armerina: viaggio nella bellezza che “disseta ogni arsura”

Articolo di Irene Valerio

La Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Greco di Tindari, le Terme di Acireale, la Necropoli punica di Palermo, la Neapolis di Siracusa… Stilare un elenco dei beni archeologici siciliani è un’ opera ardua, giacché la nostra bella isola straripa di tesori nascosti e di località in cui il tempo pare essersi fermato: dal versante ionico alla costa tirrenica fino ai selvaggi territori dell’ entroterra, ancora poco valorizzati, la Sicilia riserva sorprese a ogni angolo. Tra queste un posto d’onore è certamente occupato dalla Villa Romana del Casale, a pochi chilometri da Piazza Armerina, un luogo dal fascino superbo e dalla storia avvincente.
Fino al Settecento, infatti, la residenza nobiliare, che secondo gli studiosi risalirebbe al IV secolo, giaceva abbandonata nel silenzio della dimenticanza, nelle profondità della valle del fiume Gela, dove un gruppo di contadini si accorse della presenza di strutture murarie che spuntavano dal suolo e la sepolcrale quiete divenne di nuovo vita, si rianimò rivelandosi con l’abbagliante purezza delle cose dimenticate.

All’ epoca non esistevano ancora i moderni mezzi di comunicazione, ma la notizia si diffuse velocemente e attirò presto l’attenzione dell’ opinione pubblica. In modo particolare, fu l’attrattiva di possibili tesori da scovare che creò fermento, tanto che nel periodo successivo alla segnalazione dei contadini, quando ancora nessuna squadra di esperti aveva ricevuto l’incarico di coordinare gli scavi, i tombaroli trafugarono l’area. Nelle epoche seguenti le scorribande dei malintenzionati si susseguirono, impunite e incontrollate, con frequenza e furono arginate solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando lo studioso Gino Vinicio Gentili fu scelto per sorvegliare le attività di scavo e recupero degli ambienti incustoditi e ancora inesplorati della Villa del Casale. L’ operato dello specialista, tuttavia, non preservò l’area archeologica da ulteriori minacce: nel 1991, per esempio, a causa di una valanga il sito rischiò di scomparire e nel 1995 un gruppo di vandali mai identificati sfregiò alcuni dei più famosi mosaici.

Nonostante le avversità e gli oltraggiosi atti di deturpazione, la Villa del Casale oggi è ancora viva, pronta ad accogliere i visitatori e a stupirli con il suo arcaico fascino e i suoi torrenziali silenzi che raccontano di giorni lontani e di un mondo dimenticato, che trasportano nel passato e narrano storie che per secoli sono rimaste imprigionate nell’umida oscurità del sottosuolo.

La testimonianza più sorprendente, da questo punto di vista, è il mosaico della Grande Caccia, che si sviluppa lungo il corridoio di congiunzione tra la parte pubblica e la parte privata della villa: qui, su una superficie lunga oltre sessanta metri, è raffigurata una sorta di mappa tematica del territorio imperiale romano, con sezioni dedicate all’area asiatica e porzioni riservate alla zona africana, distinguibili in base agli animali ritratti, immortalati nell’itinerario che dal momento della cattura li conduceva a Roma. Basta poi spostarsi di poco per rimanere folgorati dallo splendore di altre scene, come l’iconico mosaico rappresentante le ragazze in bikini, quello dedicato alle danze in onore della dea Cerere e quello conosciuto con l’appellativo di “Piccola Caccia”, situato nello spazio originariamente occupato dalla sala da pranzo.
Quella della Villa del Casale, insomma, è una bellezza iridescente ed eterogenea, una bellezza dai colori secolari che “disseta ogni arsura”, una bellezza che ispira e che sembra pronunciare parole incoraggianti anche adesso, in questo periodo di scoramento e confusione, quasi come se volesse dire che il sole tornerà a splendere e prevarrà sul buio che pare incombere su ogni cosa.

HGTV Vado a vivere in Sicilia Lorraine Bracco

Ripopolare e riqualificare i centri storici siciliani vendendo le case a un euro

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Ilenia Curiale e Samuel Tasca   Foto di Lorraine Bracco di Discovery

Il ripopolamento e la riqualificazione dei centri storici sono gli obiettivi dell’iniziativa della vendita ad un euro di case abbandonate in tutta Italia, Sicilia compresa. Nel 2007 l’On. Vittorio Sgarbi, allora sindaco di Salemi (Trapani), lanciò per primo questo progetto, in seguito ripreso da tanti altri comuni isolani. Poi fu la volta di Gangi, comune palermitano eletto Borgo dei Borghi nel 2014. Tanti comuni hanno promosso l’iniziativa o stanno predisponendo i regolamenti: Bivona, Cammarata, Cianciana, Racalmuto, Sambuca (Agrigento); Delia, Mussomeli (Caltanissetta); Caltagirone, Castiglione di Sicilia, Militello in Val di Catania, San Michele di Ganzaria (Catania); Troina, Regalbuto (Enna); Itala, Saponara (Messina); Termini Imerese (Palermo); Augusta, Canicattì (Siracusa).
I comuni acquisiscono gli immobili abbandonati poi venduti agli acquirenti, i quale versano un deposito cauzionale che perderanno se non ristruttureranno le case entro un termine stabilito. Tutto ciò favorisce l’economia locale, rimette in parte in moto l’edilizia e il suo indotto, attirando turisti e arricchisce il tessuto socio-culturale della popolazione, diventa fonte di entrate tributarie per le casse comunali.

Le iniziative hanno avuto enorme successo, sono arrivate decine di migliaia di richieste di acquisto da tutto il mondo: Stati Uniti, Argentina, Paesi Arabi, Cina, Russia, Francia, Regno Unito, ecc. Persino i giapponesi hanno studiato il fenomeno per riproporlo in Giappone, accrescendo ancora di più l’effetto mediatico internazionale.
Nei giorni scorsi su HGTV – Home & Garden Tv (canale 56) l’attrice hollywoodiana Lorraine Bracco è stata la protagonista di “Vado a vivere in Sicilia – La mia casa a 1€”, con una serata evento dal sapore italiano sul fenomeno delle case in vendita a 1 euro. Anche la star americana, nominata agli Oscar per il film “Quei bravi ragazzi” (1990) e protagonista della serie tv cult “I Soprano” (1999-2007), è stata attirata dall’iniziativa e ha deciso di prendersi una pausa da Hollywood per raggiungere il piccolo borgo collinare di Sambuca di Sicilia (eletto Borgo dei Borghi nel 2016) e acquistare una casa costruita due secoli fa… Al prezzo di 1 euro. «Sono convinta che la vita sia un’avventura – ha dichiarato Lorraine -. Quando ho letto l’articolo sulle case a 1 euro a Sambuca, non ho esitato: ho preso un aereo e ne ho acquistata una. Sono molto contenta di essere qui, di conoscere e lavorare con le persone del luogo, di stare insieme a loro. Voglio rendere omaggio alla mia famiglia, che ha origini siciliane».

In mezzo a non poche difficoltà incontrate durante la ristrutturazione, Lorraine Bracco, con la sua squadra, gli amici che l’hanno raggiunta dall’America, tra cui l’attrice Angie Harmon (Rizzoli & Isles), e grazie al supporto dell’intera comunità di Sambuca, è riuscita a trasformare la proprietà nella casa vacanza perfetta per lei e la sua famiglia.
“Vado a vivere in Sicilia – La mia casa a 1 €” (3×60’) è una produzione originale Discovery Studios. HGTV – Home & Garden TV è visibile al Canale 56 del Digitale Terrestre. La serie sarà disponibile in streaming su discovery+.


Anche il padre di Lewis Hamilton, pluricampione di Formula Uno, trascorre le vacanze a Cianciana e così tanti altri vip e gente comune hanno acquistato un immobile per trascorrervi le vacanze estive o per il loro buen retiro integrandosi perfettamente con le comunità locali. La bellezza dei luoghi, il calore umano della gente, i prodotti enogastronomici e i ritmi di vita più lenti attirano gli stranieri nella nostra meravigliosa Sicilia.

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Giorgio Zuffanti, l’ impronta italiana nell’architettura mondiale

Articolo di Angelo Barone   Foto di Maria Maretti

Durante il lockdown natalizio, grazie all’amicizia comune con Cristian Carobene, ho avuto il piacere di conoscere Giorgio Zuffanti, architetto associato dello studio Gensler di New York, uno degli studi di Architettura più prestigiosi al mondo.
È stata un’occasione di confronto sui mutamenti in atto nelle nostre società – a causa della pandemia da Covid-19 che sta modificando abitudini e stili di vita, modalità di lavoro, gestioni degli spazi – con un professionista con un background internazionale che, grazie al suo lavoro e alle esperienze fatte, ha una visione del mondo e una percezione dei suoi mutamenti avanzata. Giorgio Zuffanti, nato a Catania, dopo la laurea in Architettura presso l’Università di Catania con sede a Siracusa, si è trasferito in Cina affascinato dalle sue contraddizioni, e dalla tradizione millenaria cinese che dialoga con una contemporanea e travolgente architettura. Lavora presso lo studio Area 17 di Shangai e viaggia molto sino ad arrivare negli States.

Lavorare all’estero è stata una tua scelta?
«Sì, la mia curiosità e la voglia di fare nuove esperienze mi hanno portato in Cina, un paese affascinante che mi ha dato tanto e dove sono riuscito a crearmi il mio spazio e la mia dimensione. Gli USA sono il paese delle opportunità, qui sono riuscito a investire sul mio lavoro e a costruire una famiglia con mia moglie Edvige, a New York è nata la nostra meravigliosa figlia Rebecca. Viaggiare, confrontarsi con nuove realtà è sempre stimolante».

Come la pandemia ha influenzato il vostro lavoro, nel futuro ci sarà più smart working?
«Lo smart working negli USA si stava già attuando da tempo e le aziende qui erano pronte più che in Europa. Anche se lo smart working in molti casi migliora il livello di produttività, secondo me la gente vuole tornare in ufficio, vuole tornare a parlare con le persone. Il contatto umano è insostituibile e rafforza il senso di appartenenza ad uno studio professionale o ad un’azienda e molte volte ne determina il successo, quindi sono sicuro che nel futuro ci sarà un ritorno alle cose normali con più attenzione a migliorare la qualità della vita. La pandemia ha reso tutti più consapevoli della necessità di armonizzare le nostre città con la natura, non basta migliorare la vivibilità delle nostre case e degli uffici se non miglioriamo gli spazi e i servizi comuni».

Con la pandemia emerge la necessità di perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dall’ONU in Agenda 2030?
«La consapevolezza di investire sullo sviluppo sostenibile cresce in tutto il mondo e in questo momento chi sta programmando maggiori investimenti è l’Arabia Saudita. Hanno capito che non possono vivere più di solo petrolio e stanno investendo sulle innovazioni tecnologiche, vogliono creare una Silicon Valley, sul modello californiano per attrarre le nuove generazioni. Hanno invitato i migliori studi di architettura del mondo per riqualificare le loro aree e costruire città nel deserto pensate per il 2030, ecosostenibili con un’attenzione incredibile verso tutti i materiali a impatto zero e trasporti avveniristici con droni taxi ultraveloci. Stanno facendo questo cambiamento con una sensibilità incredibile rispetto alle innovazioni e alla sostenibilità per attrarre la gente del futuro, giovani professionisti che possono portare qualcosa in più e contribuire a questo cambiamento».

Cosa fare per valorizzare la bellezza della nostra Sicilia e renderla più attraente ai turisti?
«Ora più che mai occorre investire sull’arte e l’architettura per esaltare la bellezza, valorizzare il territorio e riadattare la vita urbana. Quando sono tornato ad Ortigia mi ha piacevolmente sorpreso constatare che l’Università e la cultura hanno avuto un ruolo determinante per un cambiamento positivo così come in alcune città barocche Noto, Scicli e Modica. Negli States c’è molta attenzione verso questi posti grazie al lavoro di Camilleri e di tanti colleghi che hanno fatto architettura di qualità, così come tanti sono interessati al giro della cantine nei paesi dell’Etna».

 

san berillo borgo parrini

La riqualificazione di San Berillo e i colori Mediterranei di Borgo Parrini

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Samuel Tasca

Per conoscere al meglio la storia di una città serve dare uno sguardo ai suoi quartieri più nascosti e agli angoli che trasudano di storie. Per Catania questo è il caso di San Berillo, storico quartiere sorto dopo il terremoto del 1693, destinato a diventare il centro direzionale della città etnea. Tuttavia, lo sventramento urbano degli anni ’50 e ’60 lo tramutò in un quartiere dedito a spaccio e prostituzione nonostante la chiusura nel 1958 delle case di tolleranza. San Berillo fu dunque considerato malfamato e “a luci rosse”. Eppure sembra oggi arrivata una rinascita, fatta di piccole conquiste. Da qualche anno a questa parte la società civile si è mossa per rendere il quartiere nuovamente vivibile e visitabile dai turisti.

La riqualificazione urbana di San Berillo è un’attenzione al suo tessuto culturale, architettonico e artistico. Il merito di quest’opera di rivalorizzazione è di tutti coloro che con grande entusiasmo ed energia si sono battuti affinché San Berillo acquisisse un nuovo volto. Di questo coraggio ne sono esempi Nicoletta Castiglione e il marito Giovanni Barone, che da 5 anni gestiscono il lounge bar “First”, immerso in un quartiere adesso frequentato da giovani che lo animano fino a tarda sera. Buona musica, luci colorate, fioriere e murales realizzati dagli artisti del collettivo Res-Pubblica Temporanea che hanno dato un tocco di vitalità agli spazi grigi e alle porte murate in seguito all’abbandono degli edifici.

Altro importante contributo proviene dall’Associazione “Trame di Quartiere”, che ha svolto un lavoro di mappatura della comunità del quartiere e mira alla sua rigenerazione attraverso un approccio fondato sulla conoscenza del vivere quotidiano delle persone che lo popolano. «Uno spazio che offre accoglienza ai vecchi e nuovi abitanti e che punta sulla componente relazionale e sociale», afferma Carla Barbanti. Tra gli obiettivi dell’Associazione c’è anche la ristrutturazione del Palazzo de Gaetani, risalente ai primi anni del ’900. Che sia un nuovo inizio per San Berillo e per l’intera città del Liotro, che pulsa di vita da raccontare.

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Articolo di Samuel Tasca   Foto di Vitalba Bellante

A far eco alla realtà di San Berillo, è il Borgo Parrini, frazione di Partinico in provincia di Palermo. A molti assidui frequentatori dei social il nome non risulterà certamente nuovo, poiché a partire da maggio 2020 il borgo si è trasformato in uno dei set fotografici prediletti dai viaggiatori provenienti da tutta l’isola e dai cinque continenti.

Anche qui si tratta di un’opera di riqualificazione urbana che parte dal basso, da una prima idea di Giuseppe Gaglio, architetto, che decise di acquistare e ristrutturare alcune case dismesse. «Il borgo risale al 1600 ed è stato costruito dai monaci gesuiti che vennero dalla Casa Professa di Palermo – ci racconta Giuseppe -. Si coltivavano qui limoni, frumento e cereali. Erano questi i prodotti principali del borgo che crebbe fino a raggiungere i cinquecento abitanti. Ma negli anni ’60 e ’70 del Novecento il borgo conobbe la decadenza e iniziò a spopolarsi finché restarono solo poche famiglie. Nessuno voleva più vivere lì, le case venivano svendute ed io, invece, credetti a questo progetto».

Così, mosso da questo entusiasmo, Giuseppe inizia la sua opera di riqualificazione architettonica caratterizzandola dalle sue due grandi passioni: l’arte e i viaggi. In poco tempo, infatti, Borgo Parrini inizia a colorarsi dei colori del Mediterraneo, di bianco, ocra e azolo (l’indaco) richiamando numerosi curiosi per la vivacità delle sue tonalità e per l’artisticità della ceramica utilizzata, che ricorda Park Guell a Barcellona.

All’azione di Giuseppe contribuiscono, infatti, artigiani come i ceramisti Giuliano e protagonisti della Street Art quali Peppe Vaccaro, Gianfranco Fiore e Loris Panzavecchia con la sua equipe di Accademici.

«Ho iniziato principalmente per me, ma quando ho visto che la gente iniziava a venire ho capito che stava succedendo qualcosa di straordinario», continua Gaglio, il quale a volte ama mescolarsi tra i turisti per sentire i loro commenti.

Il progetto è stato subito sposato e sostenuto da diverse realtà che collaborano insieme per la promozione del borgo come le Associazioni “La Via dei Mulini”, “Borgo Parrini”, “I Campanili di Borgo Parrini” e la Parrocchia di Maria SS. del Rosario.

Non perdete quindi l’occasione di visitare questo splendido borgo e fate attenzione ai dettagli: a Borgo Parrini esistono nove campanili, ciascuno dedicato a una provincia siciliana. Avrete, quindi, l’impressione di passeggiare tra una provincia e l’altra circondati dall’armonia dei colori del Mediterraneo.

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Ligama, lo street artist con il talento innato per la pittura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Ligama

Muri e facciate di edifici al posto delle tradizionali tele per dipingere, insieme alla pittura al quarzo, alla creatività e al talento sono i fattori della Street Art. Uno dei più grandi artisti siciliani è Ligama. La sua arte, frutto degli studi all’Accademia di Belle Arti di Catania, è apprezzata in tutto il mondo: le sue opere, conservate in collezioni pubbliche e private, hanno ricevuto importanti riconoscimenti di critica, così come i murales realizzati in Italia e all’estero. Amministrazioni pubbliche e fondazioni, nei progetti di riqualificazione urbana, gli hanno affidato la realizzazione di murales dai temi più svariati, ma con un unico comune denominatore: la bellezza. L’intento è quello di promuovere territori, di creare itinerari identitari per valorizzare percorsi cittadini inesplorati attraverso lo storytelling e far riflettere con le sue straordinarie opere non solo iconiche.

Ligama racconta la passione per l’arte e la sua evoluzione. «Penso sia cresciuta insieme a me, prima in maniera quasi inconsapevole e infantile, poi prendendo sempre più consapevolezza dell’attrazione imprescindibile che mi legava alla pittura in maniera particolare. Ricordo quando frequentavo le elementari e le medie venivo usato (ride, ndr) per ogni concorso o manifestazione artistica scolastica o ministeriale… e a me andava benissimo perché potevo lasciare le lezioni e dedicarmi solo ai disegni. Posso dire che quelle sono state le mie prime commissioni, seppur non retribuite! Ripeto che la settorializzazione dell’arte è utile a scopi didattici o analitici, ma non ha alcun senso per chi ci sta dentro. Ma se proprio devo, definirmi pittore è motivo di grande orgoglio per me, anche se ancora ce n’ è di strada da fare. Fare il pittore è una cosa seria, la disciplina e il continuo esercizio fanno sì che la pittura diventi arte, ma questo non spetta a me deciderlo. Ho a malapena il tempo per cercare di essere un buon pittore».

Il suo percorso formativo l’ha portato a passare dalla pittura alla Street Art. «Non sono passato, direi piuttosto di esser stato travolto dall’arte urbana. Vedendo questa generazione di fenomeni in grado di realizzare opere così imponenti e coinvolgenti, ho subito pensato: “Ok, voglio farlo anch’io!”. L’arte urbana permette un rapporto diretto con il pubblico (e in questo caso il pubblico coincide con la totalità dei passanti) senza filtri, senza infrastrutture, senza preamboli e senza alcun avviso. Un incontro continuo, inaspettato e stra-ordinario, che prescinde dall’ordinaria fruizione di un’ opera d’arte, che da sempre avviene all’interno di un museo. Ammiro e quasi invidio chi ha le idee ben chiare del proprio percorso artistico, io sono consapevole che quello che dipingo oggi è totalmente diverso da quello che dipingevo un anno fa. Questo significa due cose; o che sono in una fase di crescita e quindi a una continua ricerca di una mia identità… o che continuo a sbagliare. In ogni caso ho fatto mio il proverbio che dice che “solo gli stupidi non hanno dubbi” ».

Bellissime opere prendono vita grazie all’ispirazione di Ligama. «Così come scegli cosa rappresentare in un quadro, in un film, in una canzone; sono il bisogno e l’urgenza a farti iniziare un lavoro. Per le opere pubbliche c’ è un approccio diverso legato a ovvie questioni burocratiche e legato anche all’importanza che do allo spazio circostante all’opera, alla storia del luogo e alle storie della gente. Il muro deve (quasi sempre) appartenere a chi ne sarà il vero custode, gli abitanti. Per questo cerco di lasciarmi ispirare dai luoghi. La mia ricerca ha forse bisogno di non andare più da nessuna parte; credo che devo un attimo fermarmi e analizzare meglio quanto finora fatto, per capire gli errori e soprattutto per decidere cosa voglio davvero fare da grande». Prima di congedarsi da noi Ligama ci svela i suoi progetti futuri. «Ancora muri per un po’, poi mi rinchiuderò in studio per sperimentare più accuratamente le tecniche e cercare di imparare davvero a dipingere».

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Unitherm: esperienza e innovazione

Articolo e foto di Samuel Tasca

Realizzare (o ristrutturare) la propria casa è sempre un’ esperienza ricca di interrogativi e di scelte da compiere che tengano conto di fattori che possono risultare totalmente sconosciuti specialmente a chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’edilizia. È ciò che può capitare oggi nello scegliere gli infissi, decisione che potrebbe sembrarci prettamente estetica fino a quando il tecnico ci chiede:Avete tenuto conto della trasmittanza termica?”.

Eccolo qui l’interrogativo che stavamo aspettando, quello che ci manda in confusione e ci costringe a fingere di sapere ciò di cui si sta parlando per evitare di apparire totalmente impreparati. A Grammichele (CT), però, esiste una realtà che sicuramente può fare al caso nostro: stiamo parlando della Unitherm, azienda leader nella produzione di sistemi e monoblocchi. Rieccoci… un altro termine tecnico che ci rende ancora più perplessi.

Permettetemi allora di fare un po’ di chiarezza, guidato dall’esperienza dei titolari di questa realtà dinamica e vicina ai suoi clienti. Il monoblocco è quella tipologia di telaio nella quale viene inserito l’avvolgibile in alluminio comprensivo di motore o di meccanismo manuale. A questo sistema viene poi ancorato l’infisso che può essere in pvc, alluminio, legno-alluminio o legno. Bene… “E la trasmittanza termica?”, vi starete chiedendo. Ancora una volta sono loro a fornirci una spiegazione: si tratta di un valore che misura il flusso di calore che passa attraverso una struttura che delimita due ambienti con temperature diverse (dall’interno verso l’esterno e viceversa, tanto per fare un esempio pratico). Questo valore diventa, quindi, estremamente rilevante nel momento in cui vogliamo massimizzare il risparmio energetico della nostra abitazione e tagliare sui consumi.

È proprio in quest’ambito che la Unitherm rappresenta un’eccellenza a carattere regionale e non solo, grazie alla continua ricerca di sistemi innovativi che possano garantire ai loro clienti di ottenere un alto tasso di risparmio energetico, oltre a soluzioni su misura che rispondano ad ogni loro esigenza. Ricerca e accuratezza sono, dunque, elementi fondamentali del loro lavoro che si caratterizza sempre più per l’utilizzo di materiali altamente isolanti quali legno, fenolico, forex pieno ed espanso e soprattutto polistirene.

Finalmente un po’ di chiarezza, ma non solo, perché alla Unitherm si respira proprio aria di casa e di famiglia. «La squadra che ci rappresenta e che si dedica allo sviluppo dei nostri sistemi è il nostro maggior orgoglio ci raccontano i titolari -. Tutti i membri del team hanno preso a cuore il nostro prodotto, sono i primi ad esserne soddisfatti. La vera certificazione dei nostri sistemi è la cura e l’attenzione dei nostri dipendenti».
Nonostante questo, alla Unitherm non mancano di certo i riconoscimenti ufficiali dato che ogni monoblocco realizzato possiede la certificazione dell’Istituto Giordano, una vera e propria istituzione riconosciuta in tutto il mondo nell’ambito dell’edilizia certificata.

D’ora in poi, dunque, basta improvvisazione: affidatevi alla guida dei professionisti qualificati Unitherm, che sapranno seguirvi, consigliarvi e accompagnarvi affinché possiate essere per loro un nuovo ed entusiasmante motivo di orgoglio.

Scopri di più sui monoblocchi Unitherm

stella egitto

Stella Egitto, le mille vite per nutrire la passione per la recitazione

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Maddalena Petrosino

Simpatica, talentuosa e preparata. Sono solo alcune delle caratteristiche di Stella Egitto, giovane attrice siciliana, che hanno fatto di lei un’artista molto apprezzata. Interpretando ruoli diversi tra loro e con una solida formazione teatrale vanta tante collaborazioni con i più grandi registi italiani: Muccino, Pif, Vernia, Uzzi, Capucci, Castaldi, Virgilio, Sironi e tanti altri.

Abbiamo incontrato Stella Egitto per fare una lunga chiacchierata e scoprire tante cose su di lei e dei suoi progetti. «La passione per la recitazione è nata frequentando il Liceo Scientifico di Messina, quando i professori ci fecero studiare dei testi di drammaturgia. Da li è iniziato il mio desiderio di seguire tutti i laboratori teatrali possibili, da quello liceale al Teatro Libero a tanti altri. Come regalo di diploma mamma mi regalò un mese in America e in valigia misi anche “Storia del teatro drammatico” di Silvio d’Amico, uno dei libri per la preparazione alle selezioni dell’Accademia. Lo portai con me e lo studiavo in contemporanea all’inglese per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e al Teatro Piccolo di Milano. Avevo chiaro cosa volevo fare, il mio desiderio era studiare quella materia e metterla in pratica, così affrontai le selezioni e scelsi l’Accademia. Mi trasferii a Roma e da quel momento la mia vita è cambiata. Studiare e lavorare per tante ore al giorno, imparare dai compagni con più esperienza è stata un’occasione di incontri formativa molto importante. Pian piano presi coscienza di quanto fosse importante la disciplina dell’accademia per me e la mia professione. Recitare significa ri – citare, rendere vivo un testo scritto, un linguaggio, un carattere che fa parte di una storia e trovare dei punti di congiunzione, come Stella Egitto può dare corpo e voce a quella struttura. Questo in sintesi è il mio mestiere. Raccontiamo storie e solo quando arrivano al pubblico sappiamo di aver fatto bene, ciascuno nella propria consapevolezza del proprio strumento, delle proprie capacità».

Non è affatto facile come sembra: occorre tanta preparazione, costanza e capacità di adattamento, ci spiega Stella Egitto. «È un mestiere difficile, va affrontato con grande senso della responsabilità. Impari che i treni non passano più di una volta nella vita, non ti puoi permettere di farti trovare impreparato. Ogni giorno noi attori rubiamo qualcosa da quello che vediamo, l’afferriamo e lo portiamo nelle nostre storie. Bisogna essere connesse con le cose che arrivano di continuo, ma devi essere sincera con te stessa. In questo mestiere, il mio è un tipo di approccio artigiano, spero nel senso più nobile del termine: mi rimbocco le maniche, lavoro e studio».

Diversi i ruoli interpretati nella sua giovane carriera, sempre in maniera eccellente, trovando gli apprezzamenti del pubblico e della critica. «I ruoli che amo interpretare maggiormente sono quelli più lontani da me, scomodi, a volte in antitesi con il mio aspetto armonico e rassicurante. Mi piace quando c’è da scavare in situazioni, ambienti e dinamiche che non conosco personalmente, ma possano far parte del mio bagaglio di esperienze. Più un ruolo è a me lontano, più mi metto alla prova e più è stimolante. Nel mio cuore porto il ruolo di Rosaria nel film “Malarazza” di Giovanni Virgilio, un film girato interamente a Catania, nei quartieri di Librino e San Berillo. Interpreto il ruolo di una giovane madre che vive in periferia, per questo ho avuto la necessità di approfondire un contesto a me sconosciuto, con una preparazione fuori dall’ ordinario. Un film molto forte, in cui ho lavorato con colleghi strepitosi come Lucia Sardo, che nel film interpreta mia madre, Paolo Briguglio invece è mio fratello. Un incontro stupendo e con cui lavorerò a breve in un nuovo film di Giovanni Virgilio, I racconti della domenica, con un cast stellare. Mi piacerebbe tanto esplorare la dimensione delle malattie mentali, perché non l’ho mai fatto, trovo che il cervello e la psicologia possano regalare delle sfaccettature drammatiche ed infinite. Da poco ho finito di girare “Mio fratello, mia sorella”, di Roberto Capucci, che uscirà su Netflix. È interessante quando il tuo mestiere diventa un’ occasione di studio, perché comprendi l’importanza e la responsabilità nell’interpretare un ruolo».

Destreggiandosi abilmente fra teatro, cinema e televisione ha saputo imporsi nel mondo dello spettacolo ponendo le basi per una carriera già fiorente ed essere amata dal pubblico. «Il teatro è la mia matrice, la mia casa, il mio primo amore, il motivo per cui è iniziato tutto. Sono stata fortunata perché ho lavorato con registi che mi porto nel cuore. Il cinema è un altro linguaggio, il mestiere è lo stesso cambia solo la distanza dell’interlocutore, la dinamica della costruzione. Io faccio tanto cinema indipendente, preferisco le opere prime, i ruoli succulenti in cui si crea un micromondo dove occorre preparazione e studio. Di recente ho finito di girare una fiction molto bella, è una macchina più grossa, c’è più fretta e meno libertà, ma se hai trovato la tua strada e lavori con un bravo regista è ancora più bello».

Ruoli intrisi in un modo o nell’altro di sicilianità, quel quid in più. «Sono legatissima alla mia terra, sono innamorata pazza, forse è necessario andare via per amarla tanto. La Sicilia è l’isola madre di tradizioni, terra, mare, collina e diventa il luogo dove nascono e si sviluppano delle storie incredibili. Lavorare in Sicilia ogni volta mi riempie di gioia, mi sento assolutamente figlia di quella terra, tutte le volte che posso torno volentieri».

Prima di ritornare a studiare i nuovi copioni ci svela i suoi progetti futuri. «Voglio viaggiare il più possibile, girare tutti i continenti per conoscere altre culture. A breve sarò impegnata ne “I racconti della domenica”, un film che sarà girato in Sicilia e racconterà 40 anni di storia, e in un altro di cui per ora non posso dire niente. Voglio godermi le uscite dei progetti in cui ho lavorato finora».

editoriale

Editoriale N.28

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori,
attraverso questo numero ci proponiamo di accompagnarvi verso la stagione più amata, quella dove esplodono i colori e l’arte siciliana: la primavera.Non potevamo non dedicare uno spazio importante dunque ad una delle manifestazioni più rappresentative della primavera siciliana quale l’Infiorata di Noto, ove ogni terza domenica di Maggio la bellissima via Nicolaci si trasforma in un variopinto mosaico formato da tessere realizzate con migliaia di petali di fiori composti artisticamente dalle mani esperte dei Maestri Infioratori. Non solo Noto, ma anche la città di Acireale ogni anno vive il cosiddetto “Carnevale dei Fiori” durante il quale tutto il centro della città viene colorato e profumato da migliaia di fiori e carri infiorati per dar vita ad uno spettacolo unico e raffinato: sfilata di carri infiorati, artisti di strada, mostre e mercati.

Sappiamo bene che viviamo un periodo storico particolare ed è proprio per questo che speriamo di restituirvi in queste pagine un po’ della grande bellezza che ci circonda attraverso racconti, immagini e storie con la speranza che presto potremo raggiungere e visitare i luoghi fantastici che vi raccontiamo attraverso i nostri articoli. A tal proposito, non perdete il nostro approfondimento sui fantastici mosaici di Piazza Armerina, sulla street art e sulle fantastiche opere dell’artista Ligama. La nostra Isola diventa sempre più un museo nel quale arte e colori si mescolano per le strade nelle loro molteplici forme restituendo bellezza agli occhi di chi sa apprezzarla.

Buona lettura, Emanuele Cocchiaro.