“Mancu u diavulu ci potti” Il genio Femminile

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Cu la fimmina, mancu u diavulu ci potti”, non è solo uno dei proverbi della tradizione siciliana ma, a quanto pare, è una grande verità che trae spunto da un racconto tutto siciliano…
Tanto tempo fa un umile giovanotto si innamorò della bella figlia di un barone. Il ragazzo, però, era disperato perché non sapeva in che modo conquistarla. La differenza sociale costituiva, infatti, il principale impedimento per intraprendere una conoscenza, una frequentazione, una relazione d’amore.

Eppure il ragazzo, determinato, pur di stare con la baronessina dai ricci capelli era pronto a tutto… persino a vendere l’anima al diavolo! E così accadde. Un giorno, infatti, il giovane fece un patto col maligno: ricchezze, diamanti e ogni sorta di lusso avrebbe avuto per poter sposare la baronessina ma, in cambio, doveva dare la sua anima al diavolo la prima notte di nozze.

Il ragazzo non ci pensò due volte. Accettò la proposta e, divenuto ricco, non ebbe difficoltà a conquistare la baronessina e ad ottenere il favore del padre per sposarla.
La prima notte di nozze, mentre i due stavano per coricarsi, però, bussò alla porta il diavolo. Era venuto a riscattare il suo pegno. Il ragazzo, allora, pur di guadagnare tempo chiese al diavolo un favore, l’ultimo prima di consegnargli l’anima: “Portimi du cavaddi ‘nglisi”, e il diavolo esaudì la sua volontà. E poi ancora uno: “Portimi du carrozzi”, e anche questa volta il diavolo esaudì la richiesta del giovane.
“Ora dammi l’anima”, disse il diavolo con tono insistente.

Ma si sa, non c’ è due senza tre. Ancora un’ ultima richiesta aveva il giovane: “Stira stu capiddu” e gli consegnò un capello riccissimo della bella chioma della moglie. L’ idea, per l’appunto, era venuta alla baronessina che, una volta compreso il folle patto che aveva fatto il marito col diavolo, decise di usare la sua scaltrezza per trovare una soluzione.

E allora il diavolo cominciò a stirare il capello, tirando da un lato, e poi dall’altro, invano. Il pelo si arricciava su se stesso, mandando il diavolo in delirio.
Fu così che i giovani rimasero felici e contenti e, al diavolo “arma nenti”.
Ah, le donne!

La Belgia Loafer di Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia   Foto di Giuseppe Bornò

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

 

Stiamo entrando nella stagione primaverile e nelle belle giornate non può mancare nel guardaroba del gentleman la scarpa Loafer o, più comunemente chiamata, mocassino.Ideale per completare un look elegante, ma anche sportivo, si presenta in vari modelli: quello identificativo del marchio Numa Selection è la Belgian Loafer.
Originariamente nata e prodotta nelle botteghe di Bruxelles, si è contraddistinta successivamente in tutto il territorio nazionale.


Numa ha deciso di rivoluzionare la natura della Loafer, interamente fatta a mano, andandola a presentare liscia, quindi senza nappine o lacci sul fronte della tomaia, in vitello abrasivato spazzolato, con suola in cuoio e con il sottopiede in pelle per dare comodità alla camminata.
Consigliamo di indossarla con l’abito, senza calze nel periodo estivo o in alternativa, per uno stile più casual, con i nostri pantaloni a vita alta e camicia.

Vladimir Randazzo, da Ragusa ad “Un posto al sole”

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Giuseppe D’Anna/Fremantle

Classe ’94, carismatico, talentuoso e dallo sguardo accattivante. Il giovane attore Vladimir Randazzo, dopo essersi formato presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa e l’Istituto Nazionale Dramma Antico “Giusto Monaco” di Siracusa ha intrapreso la carriera attoriale facendosi apprezzare per le sue qualità umane, la sua recitazione e la sua caparbietà. Ha lavorato sul set cinematografico di “A mano disarmata” (2019), diretto da Claudio Bonivento; ha preso parte ad importanti allestimenti di tragedie greche e a numerosi lavori e tournée teatrali. Da qualche anno è un volto noto anche sul piccolo schermo: da “Squadra Antimafia” a “Il giovane Montalbano”, a “Un posto al sole”.

Da Ragusa, a Siracusa, a Roma. Da studente ad attore. Come è cambiata la tua vita negli ultimi anni?
«La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Sembra incredibile a pensarci, ma è successo tutto velocemente. Ricordo i giorni d’accademia come fossero giorni presenti, il rapporto coi colleghi, ancora prima gli anni del Liceo a Ragusa. Ripensandoci adesso mi pare di aver spinto sull’acceleratore e di aver proprio chiuso gli occhi. Ma ricordo anche quanto impegno ci ho messo, quanta dedizione e passione ci vuole per credere in se stessi e fare questo mestiere».

Quando ti sei accorto che recitare fosse la tua strada?
«Ho pian piano scoperto un’attitudine. Sin da bambino ho sempre provato e giocato vestendo i panni di personaggi di fantasia, a volte creati sul momento. Utilizzavo oggetti, disegni, cantavo e urlavo. Poveri i miei genitori, mi viene da pensare. Focalizzandomi su di loro direi che in parte sono stati fautori di un sogno, mi hanno sempre dato fiducia e coraggio».

Hai un motto nella vita?
«Non ho un motto preciso, ma penso di poter dire che quando abbiamo un grande desiderio, bisogna combattere per realizzarlo. E fin qui è un concetto trito e ritrito…
Ma ciò che bisogna sforzarsi di fare è di non voler usare scorciatoie, di impegnarsi e di studiare. Avere coscienza di ciò che si può imparare negli anni, perfezionandosi, ci darà poi le fondamenta per essere degli ottimi professionisti domani, in tutti i campi. Forse ho trovato un motto, tra l’altro inerente al mio lavoro: “Non ci si improvvisa, ma si studia per improvvisare”».

Cosa ti affascina di Nunzio Cammarota, il personaggio che interpreti nella fiction “Un posto al sole”?
«Nunzio è un personaggio affascinante, senza dubbio. L’ho studiato, osservato nella mia testa. È un personaggio costantemente in bilico tra ciò che andrebbe fatto e ciò che sceglie di fare. Ammiro molto la sua capacità camaleontica grazie alla quale riesce ad adattarsi anche a condizioni non proprio comode e consone. Credo sia un personaggio molto entusiasmante da interpretare per un attore».

Fuori dal set, come è Vladimir?
«Fuori dal set sono a dir poco lontano anni luce dalle caratteristiche di Nunzio. Ascolto moltissima musica, studio pianoforte. Nei momenti liberi mi occupo molto dello studio, credo fermamente sia l’unica arma a mio favore. Mi piace molto trascorrere il tempo con gli amici. Dulcis in fundo, perché di cibo si parla, mi piace molto cucinare».

Cosa ti manca della Sicilia e quanto sei legato alla tua terra?
«Cara la mia Sicilia, ti vedo e tocco poco e niente da anni ormai. Sono molto legato alla mia terra e alle mie origini, sono molto legato al mio mare. Ma un compromesso che bisogna accettare, purtroppo, è che non si può trovare tutto ovunque. Per un attore è quasi scontato il viaggio, l’allontanamento da ciò che più ci conforta o da casa nostra. Ma si deve trovare casa propria anche nel lavoro. Questo periodo ci ha penalizzati specialmente per questo motivo, ci ha tolto ciò che ci identifica e che, a suo modo, ci fa sentire a casa».

Giovanna Criscuolo, quando l’ironia è una cosa seria

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Luca Guarneri

Solare, autentica e manco a dirlo con uno spiccato senso dell’umorismo, Giovanna Criscuolo, 46 anni, papà napoletano e mamma catanese, attrice e autrice teatrale, conduttrice radiofonica e recentemente anche scrittrice.
Un’artista dall’impareggiabile verve comica, ma capace di misurarsi anche in ruoli molto diversi tra loro, sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze. Una carriera la sua, sbocciata al fianco del noto attore catanese Enrico Guarneri. Per anni insieme hanno divertito il pubblico siciliano in tv e al teatro ma dopo ben 12 anni decide d’interrompere questo sodalizio di grande successo, perché ha voglia di mettersi alla prova con altre sfaccettature della professione di attrice. Da lì le si presenteranno nuove opportunità: dal musical alla commedia, alle opere drammatiche più impegnate come il monologo sulla vita di Rosa Balistreri o un ruolo molto intenso nello spettacolo “Studio per carne da macello”, con oggetto la violenza sulle donne. Diverse esperienze anche al cinema, particolarmente esilarante la sua partecipazione nel film “La fuitina sbagliata”, insieme al duo comico palermitano “I soldi spicci”.

Teatro, tv, cinema, in quale dimensione senti di esprimerti al meglio?
«Amo il mio mestiere in tutte le sue possibili estensioni e ogniqualvolta affronto le diverse esperienze con lo studio e la preparazione specifica. Ma in ogni caso resto particolarmente legata al teatro, per me al di là della professione è quasi terapeutico. Nessuno crede, infatti, che io sia una persona particolarmente timida, ma il mio rapporto con il palcoscenico nasce proprio dal fatto che da ragazzina ero piuttosto chiusa, così per sbloccarmi ho cominciato a frequentare un laboratorio teatrale che si teneva a scuola e da allora non mi sono più fermata».

Sei anche autrice di monologhi teatrali e la tua irresistibile comicità trae spunto dalla quotidianità.
«Sì, nel mio spettacolo “Tutti sbagliano il mio cognome” racconto situazioni di vita tra marito e moglie, ovviamente da una prospettiva tutta femminile. Diciamo che per creare l’effetto comico esaspero leggermente la realtà, ma neanche poi tanto, visto che tutte le volte, al termine della serata le signore mi fermano per confessarmi che con i loro mariti va proprio allo stesso modo. In effetti non invento proprio nulla, anch’io traggo ispirazione dalla mia vita di coppia e mio marito che ne è perfettamente consapevole, talvolta ha quasi timore a intavolare discussioni perché pensa che andranno a finire in uno dei miei monologhi».

Recentemente sei diventata anche scrittrice, come nasce quest’esperienza?
«Si tratta di un’opera a quattro mani che ho scritto insieme a Filippo Di Mauro, un mio caro amico medico che ha voluto coinvolgermi in questo progetto. Un thriller psicologico dal titolo “Rifrangenze” sul quale abbiamo lavorato per oltre un anno, perché ho voluto informarmi, studiare ed approfondire. Attraverso la storia dei due protagonisti, raccontiamo una sorta di viaggio nell’animo umano, che ho amato moltissimo».

Tornando al tuo lavoro di attrice, il tuo settore è probabilmente tra quelli più colpiti da questa pandemia. Come stai affrontando questo periodo di fermo?
«Inizialmente pensavo si trattasse di una circostanza momentanea. Poi quando ho compreso la gravità della situazione e l’impossibilità di lavorare ho avuto una sorta di crollo emotivo che però ho affrontato sin da subito. Ho cominciato anche a tenere un diario proprio per non incupirmi. L’ estate scorsa il lavoro era ripreso seppur con tanti limiti, ma con l’arrivo dell’autunno abbiamo nuovamente dovuto affrontare un altro fermo e ancora oggi le nostre vite e le nostre carriere sono come sospese. Però non mi sono persa d’animo e ho iniziato ad utilizzare i social. In primis per comunicare al pubblico che io esisto e resisto e poi per regalare qualche sorriso e un po’ di leggerezza con dei miei brevissimi video dove con la mia solita ironia sdrammatizzo momenti di vita comuni a tutti».

Il parco dell’Etna: salvaguardia e sviluppo sostenibile

Articolo di Patrizia Rubino   Foto aerea di Alessio Costanzo

Dei quattro parchi naturali siciliani il Parco dell’Etna è probabilmente il più emblematico, non fosse altro che per la maestosa presenza del vulcano attivo più alto d’Europa, dal 2013 riconosciuto come Patrimonio Universale dell’Umanità, sia per il suo eccezionale valore naturalistico, sia perché per la sua continua attività eruttiva rappresenta un osservatorio unico al mondo per lo studio di processi biologici. Il Parco, che circonda la “Muntagna”, si estende su un territorio di circa 59000 ettari ed è caratterizzato da boschi e sentieri ricchi di straordinaria biodiversità vegetale e suggestivi paesaggi segnati dal passaggio di colate laviche antiche e recenti che hanno dato vita a grotte, valloni e timpe che da sempre affascinano escursionisti provenienti da ogni parte. Nel territorio del Parco ricadono, inoltre, venti comuni che con i loro centri storici aggiungono fascino e ricchezza a tutta l’area. La gestione di questo Parco è parecchio complessa, se si considera che è stato istituito per salvaguardare un ambiente naturale unico e per promuovere uno sviluppo economico rispettoso e in sintonia con tale habitat.
Lo sa bene Carlo Caputo, presidente del Parco dell’Etna da poco meno di un anno, ma già parecchio attivo su questi fronti.

Partiamo dall’obiettivo della salvaguardia dell’habitat del Parco.
«Occorre innanzitutto mantenere inalterato l’eccezionale patrimonio naturalistico del Parco, e da qui la lotta ai comportamenti di assoluta inciviltà come quello dell’abbandono dei rifiuti. Da un recente censimento abbiamo rilevato la presenza di ben 43 micro discariche. Purtroppo si tratta di una problematica annosa e di non semplice risoluzione, in quanto sul territorio insistono diversi enti competenti. Ciononostante abbiamo attivato associazioni, gruppi ad hoc e anche semplici cittadini per monitorare e segnalare tali comportamenti. Un’altra condotta fortemente lesiva dell’area protetta è l’attraversamento dei sentieri con mezzi motorizzati non autorizzati, tipo moto e quad. Il che è assolutamente vietato e pertanto anche in questo caso la tolleranza sarà zero».

L’Etna è Patrimonio Universale dell’Umanità ma questi comportamenti ne minano sicuramente l’immagine.
«Proprio così, da quando abbiamo ottenuto questo prestigiosissimo riconoscimento, si è registrato un aumento esponenziale del flusso turistico, il che oltre ad una visibilità mondiale si traduce in un importante sviluppo economico. Ma il mancato rispetto delle regole potrebbe seriamente mettere a rischio questo titolo».

A proposito di opportunità di sviluppo del Parco.
«Per troppo tempo si è pensato all’ente Parco quasi esclusivamente come a un ufficio tecnico, per il rilascio di questa o quell’autorizzazione. Il mio intento è quello di andare oltre quest’immagine mummificata e trovare delle sinergie per valorizzare le bellezze e le risorse dell’intero territorio. A partire dalla creazione di un marchio distintivo “Parco dell’Etna” il cui utilizzo, previo il rispetto di un rigido disciplinare, sarà consentito alle aziende che coltivano e producono nell’area protetta. Sul fronte della promozione turistica, a breve predisporremo una cartellonistica all’interno di tutti i comuni del parco che consentirà agli escursionisti, da ogni singolo centro, di raggiungere i sentieri più importanti. Abbiamo realizzato anche due applicazioni, una in lingua dei segni e un’altra che consente di esplorare una mappa per visualizzare i sentieri e scoprire i rifugi e i punti naturalistici».

Le immagini delle recenti e spettacolari attività esplosive dell’Etna hanno fatto il giro mondo.
«Il nostro vulcano si promuove da sé, in altri momenti questi eventi avrebbero portato un grande ritorno sul fronte del turismo. Purtroppo per la pandemia tutti gli operatori commerciali che operano sull’Etna sono in affanno. Sono certo però che, quando tutto questo finirà, l’Etna e il Parco diventeranno sempre più meta di chi vorrà godersi i paesaggi mozzafiato e il prezioso silenzio che li circonda».

Una moneta celebra le eccellenze siciliane

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato

L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha presentato la nuova collezione numismatica 2021 composta di 15 monete. Le tematiche rappresentano la nazione intera: oltre alle monete dedicate alle professioni sanitarie impegnate nell’emergenza pandemica, allo sport, alla scienza, alla natura, alla musica con Ennio Morricone, nella serie numismatica “Cultura Enogastronomica Italiana – Sapori d’Italia” c’è una moneta da 5 euro raffigurante due cannoli siciliani e un calice di Passito, in buona compagnia con quella dedicata all’Emilia Romagna, al suo tortellino e al Lambrusco.

La moneta celebra la Sicilia dolce, artigiana, le eccellenze di una terra vocata all’enogastronomia apprezzata nel mondo. Sul fronte sono raffigurati i simboli della nostra isola: due cannoli siciliani decorati con arancia e pistacchio, un bicchiere di Passito in primo piano su una decorazione tipica della ceramica di Caltagirone e una colonna tortile barocca con capitello corinzio ispirata all’interno della Chiesa Madre di Palazzolo Acreide. Nella composizione, ad arco, le scritte “Repubblica Italiana” e “Sicilia”, separate da un’ onda del mare stilizzata; in basso, a destra, il nome dell’autore “Colaneri”.

Sul rovescio, invece, altri elementi rappresentativi della nostra isola: Tempio della Concordia della Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Antico di Taormina stilizzato, un ramo di mandorlo, un’onda del mare e la Triscele, testa femminile con tre gambe piegate, chiamata anche Trinacria, simbolo della Sicilia e parte integrante della bandiera siciliana. In alto, a giro, la scritta “Sapori d’Italia” e il valore “5 Euro”; a sinistra, “R”, identificativo della Zecca di Roma; in basso, anno di emissione “2021”.

Una moneta che non fa altro che risaltare le eccellenze della tradizione, della pasticceria e dell’ enogastronomia siciliana, con i suoi prodotti simbolo della cultura e della nostra storia. «Alla Zecca dello Stato va l’apprezzamento mio personale e del governo della Regione per aver voluto celebrare la Sicilia attraverso i simboli di eccellenza della nostra tradizione e cultura millenaria – ha commentato il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci -. Questo periodo di pandemia ha messo a dura prova due settori produttivi, come quello dell’enogastronomia e del turismo, strategici per l’economia dell’isola. Ma riconoscimenti come questo devono spronarci a fare ancora di più e meglio affinché, passato l’incubo del Covid, la Sicilia possa tornare a essere protagonista, ritagliandosi un ruolo di primo piano al centro del Mediterraneo».

Il cannolo è già menzionato da Cicerone durante un suo viaggio in Sicilia perché ne fu conquistato dal gusto, tanto da descriverlo come un “Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus”, ovvero un tubo di farina ripieno di morbida crema di latte. Il Passito è un vino liquoroso ottenuto da uve Zibibbo (che deriva dalla parola araba zabīb che significa “uva secca”) sottoposte a disidratazione, quello più conosciuto è il Passito di Pantelleria che nel 1971 ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata. La ceramica di Caltagirone rinomata in tutto il mondo viene immortalata per la prima volta immortalata su una moneta ufficiale della Repubblica Italiana, così come il Tempio della Concordia della Valle dei Templi di Agrigento. Per non parlare dell’importante testimonianza barocca custodita all’interno di una chiesa di Palazzo Acreide, tra le città tardo barocche del Val di Noto inserite dall’Unesco nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2002. Una nuova opportunità per la promozione dell’isola e delle sue tradizioni non solo enogastronomiche. Un’occasione per rilanciare ancora una volta le bellezze della Sicilia, far scoprire il suo infinito patrimonio artistico, storico e culturale come richiamo turistico trasformandolo in fattore di crescita e sviluppo.

La festa di San Giorgio a Ragusa: un tripudio di colori e devozione

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lorenzo Tumino

Il culto di San Giorgio, a Ragusa, si perde nella notte dei tempi. Venerato già nel periodo greco-bizantino, San Giorgio divenne figura emblematica con i Normanni che riconobbero, nella battaglia del 1063 a Cerami, la loro vittoria contro l’esercito islamico grazie al supporto di un cavaliere armato di spada, con un vessillo bianco sul quale era disegnata una grande croce rossa: San Giorgio.

Chiaramente si tratta di miracolo, di suggestione o leggenda. San Giorgio, infatti, visse in Cappadocia nel III secolo dopo Cristo. Educato cristianamente, il giovane intraprese la carriera militare ricoprendo la carica di tribuno delle milizie. Subì vari tormenti a causa della sua fede cristiana: fu fustigato, lacerato e chiuso in carcere dove, si narra, Gesù gli annunciò sette anni di atroci sofferenze, tre volte la morte e la risurrezione.
Fu martirizzato con la decapitazione, probabilmente intorno al 303 d.C. Le gesta del martire furono immediatamente celebrate e il culto si diffuse velocemente sia in Oriente sia in Occidente.

A Ragusa la festa di San Giorgio cade, in genere, l’ultimo fine settimana di maggio. Il calendario liturgico, però, stabilisce la ricorrenza del martirio il 23 aprile.
E sono tanti, tantissimi, i devoti che in occasione della festa affollano la chiesa, la piazza e le vie della città per rendere onore al Santo. Una tradizione che puntualmente si ripete, che si alimenta di devozione e fede e che manifesta, attraverso il folklore e la pietà popolare, la gioia del popolo cristiano.

Ecco allora che dietro ogni rito, simbolo e manifestazione si nasconde un significato ulteriore. La statua di San Giorgio, per esempio, presenta un giovane vittorioso su un cavallo bianco e, in basso, un drago trafitto dalla lancia. In questa immagine si intreccia sicuramente la storia di San Giorgio con la leggenda che vuole che egli riuscì a sconfiggere un drago pericoloso. Ma, oltre questo, il richiamo cristiano è quello del trionfo di Cristo sul peccato (drago), l’eterna lotta tra il bene e il male, e il cavallo bianco altro non è che il simbolo della fortezza e del ritorno di Cristo, come preannunciato nell’Apocalisse di San Giovanni.La tradizionale “ballata” – che consiste nel movimento del fercolo, per mezzo dei portatori, come in un ballo – richiama invece la gioia pasquale. E poi ancora i petali di rose che vengono lanciati dai balconi sono simbolo di martirio e vita eterna; i fuochi pirotecnici manifestano il gaudio per la gloria celeste del Santo, il lancio di carte colorate durante l’uscita è la moderna espressione di gioia dei fedeli nell’accogliere il loro Patrono per le vie della città.

Tutto questo, e molto altro, è sintetizzato in tre giorni di festeggiamenti che vanno dal venerdì alla domenica, giorno vero e proprio della festa.
Tradizionalmente, il venerdì il simulacro di San Giorgio e l’Arca Santa – dove sono custodite le reliquie di alcuni santi e dello stesso San Giorgio – vengono portate dal magnifico Duomo barocco, dove sostano tutto l’anno, sino alla Chiesa del Purgatorio, in piazza della Repubblica. L’Arca resta lì fino al giorno successivo mentre il Santo viene portato in processione fino alla Chiesa di San Tommaso (vicino ai Giardini Iblei). Il sabato, insieme, fanno rientro al Duomo. La domenica è caratterizzata da giri della banda musicale per la città, dalle messe solenni sin dalle prime ore del mattino e dalla maestosa processione serale del simulacro di San Giorgio, seguito dall’Arca Santa, dalle autorità religiose e civili, da varie confraternite e da numerosissimi fedeli e turisti provenienti da ogni dove. Durante questa processione, i portatori gridano “Tutti Truonu” per indicare che San Giorgio è il patrono della città.

La festa di San Giorgio a Ragusa Ibla può considerarsi certamente una delle tradizioni religiose e folkloristiche più spettacolari di Sicilia: un tripudio di colori, devozione e sentimento d’appartenenza che anche quest’anno, a causa dell’emergenza Covid, mancherà.

 

Le fave, ambasciatrici della primavera

Articolo di Titti Metrico

Con l’arrivo della bella stagione esplodono i colori della natura e durante le passeggiate in campagna assistiamo a bellissime scene come quelle delle greggi al pascolo con vecchi pastori seduti su una grossa pietra a consumare il loro sano spuntino: pane, formaggio e fave. Li osservo per verificare se credono ancora alla leggenda secondo cui se si trova un baccello di fave con sette semi all’interno, si avrà una lunga e fortunata vita.

Il suo nome scientifico è Vicia faba o Faba vulgaris e appartiene alla famiglia delle leguminose. Le fave arrivano dall’Oriente, hanno origini antichissime, le consumavano già nell’età del bronzo e del ferro, ma le testimonianze più significative sul loro valore storico – antropologico appartengono all’epoca greco-romana. In molti mosaici pavimentali romani le fave sono raffigurate come pasti per i defunti, era abitudine usarle durante i riti funebri poiché si credeva che all’interno dei loro semi risiedessero i morti.

Nel Medioevo le fave furono definite “cibo rozzo” buono per sfamare gli animali, per concimare terreni o solo cibo per la gente povera, era diffusa l’abitudine di miscelare la farina di fave con quella cereale. Anche Plinio il Vecchio annota come questa miscela potesse essere consumata in un vasto ricettario assieme ad altri alimenti, questi piatti poveri divennero il simbolo dell’alimentazione monastica, mentre i ricchi mangiavano solo carne.

I nostri nonni si sono temprati mangiando legumi, immancabili sulle tavole dei contadini. Le fave rappresentavano la carne dei poveri, in quanto sostituiscono l’apporto proteico della carne, tanto che un detto popolare recita: «Favi e pisieddi a li puvirieddi”, ovvero fave e piselli ai poverelli.
Ancora oggi qualche nonna pratica la “muzzicatura” delle fave secche: era un vero e proprio rituale eseguito dalle donne, che ritmicamente le sgusciavano sedute davanti casa, battendole con un ciottolo sulla “chianca” (fianco, ndr). Una volta “muzzicate” le fave erano lasciate a bagno e poi con l’antica sapienza contadina preparavano a “pasta cò maccu” che può essere preparata sia con fave secche sia fresche.

In antichità considerato “il piatto del buon auspicio” veniva offerto dai proprietari terrieri al termine del raccolto a tutti i contadini per festeggiare la fine dei lavori.

Le fave contengono numerose sostanze nutritive e apportano numerosi benefici alla salute. Sono un alimento con un ottimo apporto di fibre, proteine e, soprattutto, di sali minerali come il fosforo, il ferro e il potassio.

 

La pasta cò maccu ri favi

La purea densa di fave, u maccu, è uno dei piatti tipici della cucina siciliana povera preferito dai contadini siciliani. Nonostante sia un piatto rinomato e preferito in tutta la Sicilia sembra che la ricetta sia nata nella zona di Agrigento o di Ragusa, dove ancora oggi viene servito a tavola durante tutto l’anno, soprattutto durante l’inverno. La pasta cò maccu rappresenta anche il piatto tipico della festa di San Giuseppe.

INGREDIENTI

  • 500 gr. di fave secche o fresche senza buccia
  • 1 mazzetto di finocchietto selvatico
  • 1 costa di sedano
  • 1 cipolla bianca
  • 200 gr. di spaghetti spezzettati, tagliatelle o altra pasta corta
  • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

PREPARAZIONE

Lasciate le fave a bagno in una ciotola con acqua fredda per una notte, il giorno dopo sciacquatele e tenetele da parte. Tritate sedano, cipollotto e carota e fateli soffriggere in un tegame con olio di oliva. Una volte cotte, aggiungete le fave e il finocchietto tagliato a pezzetti. Fate insaporire qualche istante mescolando bene con un mestolo di legno in modo che non aderisca al fondo del tegame. Dopo aver aggiunto acqua abbondante, fate cuocere a fuoco lento per alcune ore. Una volta ottenuta una crema densa delle fave aggiungete la pasta che preferite. Quando la pasta è cotta togliete dal fuoco e impiattate. Per completare il piatto aggiungente un filo d’olio extravergine di oliva, il pepe nero e il finocchietto selvatico. Una vera delizia per il palato.

Infiorata di Noto… Work in progress

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Roberto Bufalino

È esplosione di colori, di profumi e bellezza. È arte sublime incastonata nel suggestivo barocco di Noto. È storia che si tramanda dal 1980 e che, ogni anno, si rinnova. È l’infiorata di Noto, uno degli eventi primaverili più caratteristici in Sicilia.
Abbiamo chiesto a Vittoria Montoneri (detta Oriana), presidente dell’Associazione Maestri Infioratori di Noto, di condurci dietro le quinte dell’Infiorata…

Cosa significa essere maestri infioratori?
«Vuol dire amare l’arte dell’Infiorata ovvero realizzare vere e proprie opere d’arte utilizzando, piuttosto che pennelli e tavolozza, coriandoli di petali profumati e altri materiali, tutti rigorosamente vegetali, con cui ricoprire i selciati delle piazze e delle strade. Il compito del maestro infioratore è la ricerca delle materie prime, l’ideazione e la progettazione del quadro floreale nonché il coordinamento del gruppo degli infioratori nella realizzazione del tappeto effimero».

Si tratta di un’arte tramandata da generazione in generazione…
«L’arte dell’Infiorata si tramanda grazie al progetto “Scuoleinfiore” nato nel 2006 da un’idea della nostra Associazione “Maestri Infioratori di Noto” con lo scopo di avvicinare i giovani all’ “Arte dell’Infiorata”. Pertanto si tengono delle lezioni nei vari Istituti di Noto per far capire ai giovani come si disegna e come si realizza un bozzetto. La seconda domenica di maggio, nella splendida via Rocco Pirri, una parallela di via Nicolaci, infatti, si realizza l’Infiorata dei ragazzi, una vera e propria palestra per i futuri infioratori, tassello indispensabile per garantire e assicurare il ricambio generazionale».


Quando si è approcciata per la prima volta a questa forma artistica?
«La mia prima infiorata risale al 1994, affascinata da quest’arte, aiutai l’amico Paolo Vinci, artista netino, nella realizzazione del suo tappeto e così anche l’anno successivo. Nel 1996 sono stata l’autrice-infioratrice del mio primo bozzetto, aggiudicandomi il secondo premio. Da allora ho partecipato a tutte le edizioni dell’Infiorata di Noto fino ad oggi, ricevendo tantissimi primi premi e riconoscimenti, partecipando a tante manifestazioni nazionali e internazionali, nonché agli eventi di “Google Camp” a Sciacca nel 2017 e di “Dolce e Gabbana” a Palma di Montechiaro, in Sicilia, nel 2019».

Quali tecniche vengono utilizzate per realizzare un quadro e come avviene l’allestimento?
«La tecnica che si realizza per la nostra Infiorata è quella del petalo intero. Occorrono migliaia di fiori per ricoprire le lastre di pietra lavica di via Nicolaci, un tappeto lungo 122 metri e largo 4 metri che racchiude 16 stupendi e coloratissimi bozzetti. La notte del venerdì del terzo weekend di maggio, numerosi artisti lavorano per dare vita alle opere d’arte fino alle prime luci dell’alba, sotto lo sguardo superbo ma compiaciuto delle sirene, delle chimere, dei grifoni, degli ippogrifi, dei centauri e delle sfingi, che sorreggono gli incantevoli balconi di via Nicolaci. Il sabato mattina l’Infiorata è terminata: turisti e visitatori, curiosi e increduli, potranno così ammirare i capolavori salendo lungo i lati della strada formando un’esuberante cornice umana».

Quali fiori si utilizzano? 
«I consueti fiori utilizzati sono le gerbere, i garofani e le crisantemine. Con gli anni però siamo andati alla ricerca di nuove idee al fine di rendere più ricco di colori e più splendido il tappeto floreale. Nei giorni che precedono l’Infiorata, si va alla ricerca e alla raccolta di quei fiori che riusciranno a mantenere il colore e la freschezza fino alla mattina del lunedì. Oltre ai fiori si utilizzano legumi, cereali, semi di cipolla e semi di girasole».

Si farà quest’anno l’Infiorata?
«Sì, si farà sia la16^ Edizione di “Scuoleinfiore” che la 42^ Infiorata di via Nicolaci, seppur in maniera ridotta a causa della pandemia, verranno realizzati rispettivamente la seconda e la terza domenica di maggio. Il tema di quest’anno sarà dedicato al Sommo poeta Dante Alighieri per festeggiare i 700 anni dalla morte».

Un papavero fa primavera

 

Articolo di Alessia Giaquinta

Lo sai che i papaveri son alti, alti alti, …” così cantava Nilla Pizzi nel celebre brano che arrivò secondo a Sanremo nel 1952. Ed è proprio vero: questo fiore che cresce spontaneamente – ed è infestante nei campi coltivati – può raggiungere gli 80 – 90 cm di altezza nelle varianti delle circa 450 specie classificate.
In Sicilia, il papavero è legato al culto di Demetra, la dea dei campi. Il mito, infatti, racconta che nei pressi del monte dove sorge Enna, la bella Persefone fu rapita dal terreno fino a cadere nelle braccia di Ade, dio dell’oltretomba che, a causa di un inganno, riuscì a sposare la fanciulla e tenerla con sé sei mesi l’anno (il periodo corrispondente all’autunno e all’inverno). Quando Demetra si accorse che la figlia Persefone era stata rapita si disperò e pianse a lungo. Per lenire la sua ansia le furono somministrati infusi di papavero.

Note, infatti, sono le proprietà emolienti, espettoranti e sedative del papavero. Già gli Egizi lo usavano per preparare bevande calmanti, poeti greci e arabi lo citano per i suoi poteri analgesici, le popolazioni celtiche invece preparavano con questo fiore dei sonniferi da somministrare ai bambini.
Non è allora difficile pensare che la dea Demetra, riuscì a calmare il proprio sconforto grazie ai papaveri. Ed è per questo motivo che, secondo leggenda, la dea apre la stagione primaverile facendo sbocciare i papaveri. La figlia Persefone, grazie ad un compromesso, trascorre i restanti sei mesi con la madre, sulla terra, motivo per cui il papavero annuncia: l’inizio della primavera, il ritorno di Persefone, la tranquillità di Demetra e, dunque, l’abbondanza dei raccolti.
Come calici scarlatti si ergono maestosi nei campi, sui cigli delle strade, nei posti più impensati, eppure sono così fragili… Un papavero in un sol giorno perde tutti i propri petali!


In Sicilia l’uso del papavero (qui chiamato “paparina”) si è protratto sin dall’antichità a scopi sedativi, culinari e anche per la preparazione di tinture rosse. Un tempo veniva usato anche per creare cosmetici per colorare labbra e guance. I semi di papavero, invece, venivano usati dagli antichi romani per la preparazione di una bevanda afrodisiaca per gli sposi. Oggi invece possono essere aggiunti nei prodotti da forno.
Bisogna prestare attenzione, però, e non improvvisare nulla. È necessario, invece, rivolgersi a un’erboristeria per le creme, gli infusi, gli sciroppi e i semi di papavero. Ne esistono talmente tante varietà che… non ci si può permettere di sbagliare. C’è “a paparinicchia sarbaggia”, “a paparinicchia spinusa”, “a vialora”, “u papaviru curnutu”, “u lloppiu”…

Come preparare l’inchiostro di papavero:

Se volete, invece, preparare in casa l’inchiostro rosso con i petali di “paparina”, seguite questa ricetta:

  • Riempite un bicchiere di petali di papavero e versate, pian piano, dell’acqua bollente.
  • Evitate di mescolare il composto per circa 24 ore.
  • Successivamente aggiungete un cucchiaio di alcool e mescolate con un bastoncino.
  • Scolate e conservate in una boccettina.