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“Conversazione in Sicilia”, a 55 anni dalla scomparsa di Elio Vittorini

Articolo di Eleonora Bufalino

Quale miglior periodo per dedicarsi alla lettura di autori e autrici della nostra terra, che sono come perle preziose in un oceano ricco di talento e genio. Tra questi vi è Elio Vittorini, scrittore, traduttore e critico letterario, di cui a febbraio ricorre il 55esimo anniversario della sua scomparsa. Vittorini nacque a Siracusa e della sua Sicilia iniziò ben presto a conoscerne i luoghi grazie al lavoro del padre, ferroviere. Incline sin da giovane alla letteratura e al giornalismo, fu definito fascista “di sinistra”, dal momento che non si piegò mai del tutto al regime, ma anzi in seguito partecipò attivamente alla Resistenza. La passione per la scrittura non lo abbandonò né durante i periodi più movimentati della sua vita, né alla fine, quando colpito da un male incurabile, si spense a Milano nel 1966.

L’ eredità lasciata da Elio Vittorini è tra le più originali del secolo scorso; uno stile letterario che oscilla tra il reale e il simbolico e in cui si mescolano vari toni, le espressioni ermetiche ma anche quelle del parlato semplice. “Conversazione in Sicilia” è il romanzo che ingloba tutto questo; memoria e fantasia, gli elementi del treno e del viaggio che tornano a evocare i ricordi dell’infanzia, umorismo e tragedia. Il romanzo si compone di cinque parti e venne prima pubblicato a puntate dalla rivista letteraria “Letteratura” e nel 1941 in un unico volume per la Bompiani. Lo scrittore siracusano descrive una Sicilia che appare come una fotografia: le terre aride, l’odore di zolfo delle miniere dell’ entroterra, i fichi d’India ai lati dei binari del treno, le rappresentazioni teatrali nella sala d’aspetto di una piccola stazione ferroviaria, deserta la notte.

Il protagonista del romanzo, stabilito ormai da anni nel Nord Italia, decide di mettersi in viaggio verso la sua terra d’origine, la Sicilia appunto, mosso da una lettera del padre in cui gli rivela di aver lasciato la madre, andando via di casa. Per Silvestro Ferrauto, tipografo e intellettuale, inizia il viaggio verso Sud, tra ricordi, nostalgia e un vago senso di inquietudine. Riguardo l’identità del viaggiatore è lo stesso autore a precisare che il racconto non è autobiografico. Inoltre, la stessa Sicilia che Vittorini dipinge «è solo per avventura Sicilia; perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela». Il viaggio attraversa tutto lo stivale e così gli odori, i sapori, le luci, i paesaggi si fanno sempre più vividi; il titolo del romanzo prende forma e comincia quella conversazione che dà un senso alle pagine. Il protagonista s’imbatte in una serie di incontri, alcuni così strani e surreali, che lo rallegrano, stupiscono, commuovono. Finalmente Silvestro riabbraccia la madre ed è subito un ritorno alle origini, a una memoria lontana che scuote le corde dell’anima ma allo stesso tempo riporta alla realtà. Il protagonista resta in Sicilia tre giorni e “conversa” con molte persone; ciascuna di loro porta con sé storie, errori e contraddizioni. Tutte umanità sofferenti, alla ricerca del senso profondo dell’esistenza: l’arrotino, il proprietario della taverna, il venditore di stoffe.

Sono possibili due diverse chiavi di lettura dell’ opera: la prima è quella che fa pensare a un sogno o un’allucinazione; interpretazione che spiegherebbe la mancanza di un filo conduttore tra gli incontri del protagonista, i dialoghi ripetitivi, le situazioni bizzarre ed estranee da ciò che il mondo della letteratura aveva proposto fino ad allora. Un’altra interpretazione invece vede nel romanzo una critica celata al fascismo, attraverso simboli ed immagini mascherate, in modo da non incorrere alla censura. Un significato, quindi, in cui personaggi e luoghi hanno significati che vanno oltre l’apparenza.

Gli umili che l’autore fa parlare nel suo libro non sono più solo specchio della Sicilia povera e arretrata, in puro stile verghiano, ma di tutti coloro che soffrono ma non si arrendono e proprio per questo sono più umani e sensibili degli altri.

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La Timpa di Acireale – Un gioiello naturalistico da esplorare e salvaguardare

di Patrizia Rubino

É una scarpata lavica che si staglia sulla costa di Acireale, in provincia di Catania, creando un abbagliante contrasto visivo tra il nero della pietra vulcanica e l’azzurro intenso del mare, “la Timpa di Acireale” paesaggisticamente rappresenta una fra le più importanti e suggestive testimonianze del territorio costiero della provincia etnea, ma sono le sue stratificazioni laviche, che raccontano i diversi periodi eruttivi del vulcano, a renderla unica e custode della storia geovulcanica della nostra isola. Al suo interno si possono ammirare caverne naturali, coste a insenatura e a strapiombo sul mare e piccole spiagge ciottolose con numerose sorgenti.

Particolarmente suggestivi gli alti colonnati basaltici, formati attraverso un processo di cristallizzazione della lava a contatto con l’acqua. Nella sua fitta vegetazione trovano rifugio rapaci, piccoli mammiferi, diversi rettili e numerose specie d’invertebrati.

Nonostante il suo alto valore geologico e faunistico, la sua preziosa vegetazione, la Timpa di Acireale è stata dichiarata Riserva naturale orientata soltanto nell’aprile del 1999. Quest’area protetta si estende su circa 8 km e ricade interamente nel territorio del comune di Acireale, tra le frazioni di Capomulini e Santa Maria Ammalati, la sua gestione è affidata al Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali, ma nei fatti la promozione, valorizzazione e tutela di questa straordinaria area protetta si deve all’opera meritoria dei volontari di Legambiente Acireale. «Il nostro impegno – spiega Sarah Leonardi, presidente di Legambiente Acireale – per restituire dignità e prestigio ad un sito tanto straordinario, ma non adeguatamente tutelato e valorizzato, parte da molto lontano nel tempo. Siamo molto orgogliosi di aver realizzato il sito internet www.riservalatimpa.it con i contenuti in cinque lingue e soprattutto di aver ridato nuova vita al Centro Visite della Riserva, con l’ampliamento e l’intensificazione delle attività e dei servizi di promozione turistica».

Ci si può addentrare all’interno della Timpa attraverso i suoi incantevoli sentieri Acquegrandi, Gazzena, Vecchio tracciato ferroviario, guidati dai volontari e dai giovani del Servizio Civile impegnati in Legambiente, che appositamente formati, ne forniscono le informazioni storiche e paesaggistiche. Particolarmente suggestivo è poi il sentiero Chiazzetta, percorrendolo ci s’imbatte nella “Fortezza del Tocco”, un bastione edificato nella prima metà del XVII, durante la dominazione spagnola, dal quale si sparavano colpi di cannone al fine di avvertire la popolazione acese delle incursioni dei pirati.

Oggi la Fortezza è la sede del Centro Visite della Timpa. «Abbiamo reso La Fortezza del Tocco il cuore pulsante della Riserva – sostiene Sarah Leonardi – oltre ad essere il punto informativo per i turisti è anche sede di eventi culturali, incontri, mostre e mercatini che hanno riscosso grande interesse e partecipazione. Stiamo lavorando, inoltre, per potenziare la nostra azione, entro la prossima estate, infatti, grazie ad un progetto finanziato dal Dipartimento delle Politiche Giovanili, realizzeremo il primo Centro di Educazione Ambientale della provincia di Catania, all’interno di un’ex scuola elementare di Acireale, aperto alle scuole e a tutta la comunità. Da qui sarà possibile realizzare tutta una serie d’iniziative didattico-formative, incontri, laboratori, seminari e tutto quanto potrà essere utile per promuovere una maggiore sensibilità verso le tematiche di sostenibilità e il rispetto e la salvaguardia del territorio. La nostra Timpa è un luogo ricchissimo di vita ma estremamente fragile – sostiene Leonardi in conclusione – un’ educazione ambientale permanente potrebbe ridurre, attraverso mirate e condivise azioni di prevenzione, le cosiddette e periodiche emergenze ambientali, come gli incendi estivi o i rischi idrogeologici che ne minano fortemente la biodiversità e di conseguenza il suo straordinario patrimonio naturalistico».

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La bandiera siciliana. La sua storia, la nostra storia

Articolo di Alessia Giaquinta

“Nun vulemu sfruttatori
Nun vulemu cchiù tiranni
Lu distinu nostru è granni
Nni la paci e l’onestà.
La bannera siciliana
È lu signu di l’onuri
È lu focu di l’amuri
Ppi la nostra libbertà.”

È così che, nei secoli precedenti, gli isolani inneggiavano alla libertà e all’indipendenza della loro terra, portando alta la bandiera siciliana come simbolo dell’unità contro il nemico.

I colori rosso e giallo raccontano l’alleanza tra i palermitani (rappresentati dal rosso) e i corleonesi (dal giallo) durante la guerra del Vespro. Tutto ebbe inizio il 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, nel sagrato della Chiesa del Santo Spirito di Palermo. Gli Angioini avevano acquisito il controllo del Regno di Sicilia nel 1266 dopo la sconfitta di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia. Secondo una ricostruzione storica, a dare il via a quelli che saranno ricordati come i “Vespri Siciliani”, fu l’abuso di potere nei confronti di una nobildonna da parte di un soldato francese che, con il pretesto di doverla perquisire, le mise le mani addosso. Il marito, allora, reagì prontamente uccidendo il soldato francese e dando il via alla caccia contro gli invasori, al grido “Mora, mora”. Da Palermo, a Corleone, a Messina, a Catania, Caltanissetta, Siracusa, e così per tutte le città dell’Isola, iniziò il massacro di soldati francesi che portò, man mano, alla riconquista della libertà siciliana. Palermo e Corleone, città-capofila nella ribellione, allora, si costituirono in liberi Comuni con un patto federativo di reciproco aiuto e il mutuo impegno.

Il rosso e il giallo disposti a mò di triangolo isoscele su uno scudo alla francese furono il simbolo della Sicilia fino al 1816. Il 28 marzo 1848 il Parlamento decreta: «Che da qui innanzi lo stemma della Sicilia sia il segno della Trinacria senza leggenda di sorta».
La Trinacria (dal greco treis e akra, ossia tre promontori) è collegata alla forma dell’Isola ed è raffigurata con tre gambe quale simbolo dei tre promontori siciliani: Capo Peloro, Capo Passero e Capo Lilibeo. Si rimanda, inoltre, questo simbolo ai tre aspetti del mondo materiale (terra, acqua e cielo), oppure alle tre manifestazioni di Dio. Si tratta però di un antichissimo simbolo religioso di origine indoeuropea, diffusosi in occidente grazie ai Greci e considerato, successivamente, un talismano contro il malocchio, utile a favorire la fortuna.

Durante l’epoca romana, alla Trinacria, furono aggiunte delle spighe ad indicare che la Sicilia era il granaio dell’Impero. In realtà le spighe andarono a sostituire i serpenti che coprivano la testa di Medusa, la gorgone protettrice degli inferi che era posta al centro della Trinacria.

Fu nel 2000, il 4 gennaio, che si stabilì che: «La bandiera della Regione è formata da un drappo di forma rettangolare che al centro riproduce lo stemma della Regione siciliana, raffigurante la Triscele color carnato con il gorgoneion e le spighe, come individuato all’articolo 2 della legge regionale 28 luglio 1990, n. 12. Lo stemma ha dimensioni pari a tre quinti dell’altezza della bandiera. Il drappo ha gli stessi colori dello stemma: rosso aranciato e giallo, disposti nel medesimo modo».

Ammirandola sventolare, allora, ogni siciliano dovrebbe conoscere la storia di una delle quattro bandiere più antiche al mondo, la prima in assoluto ad essere imposta “dal basso” e soltanto successivamente approvata dai governatori siciliani. Non si tratterebbe soltanto di conoscere una storia, bensì – cosa più importante – riconoscere noi stessi in quella che è la “nostra” storia.

Nel ventre della terra: viaggio tra i parchi minerari siciliani

Nel ventre della terra: viaggio tra i parchi minerari siciliani

di Irene Valerio   Foto di Ente Parco Minerario Floristella Grottacalda

Le miniere di zolfo della Sicilia, situate prevalentemente nel territorio di Enna, Caltanissetta e Agrigento, erano in funzione già al tempo dei Romani, i quali impiegavano la materia prima estratta per scopi medicinali e bellici. Le loro risorse, tuttavia, non attirarono molte attenzioni fino al diciannovesimo secolo, quando con la Seconda Rivoluzione Industriale crebbe la richiesta di polvere da sparo e gli imprenditori europei studiarono minuziosi piani per controllare le ricchezze offerte dal sottosuolo siciliano, mettendo a punto un sistema gerarchico che spesso gli studiosi hanno paragonato alla tratta degli schiavi.

Oggi questi centri non sono più operativi, in ottemperanza a un decreto emanato nella seconda metà del secolo scorso, ma negli ultimi anni alcuni sono diventati poli d’interesse turistico, come il Parco di Floristella-Grottacalda, situato in provincia di Enna, che ispirò Luigi Pirandello per il soggetto della famosa novella “Ciaula scopre la luna”.

Qui nelle notti più quiete, quando i rumori si attutiscono fino a divenire impercettibili, sembra quasi di udire ancora il mesto scalpiccio dei lavoratori che un tempo si trascinavano lungo questi umidi cunicoli, di Rosso Malpelo e del suo amico Ranocchio, di Ciaula e di zì Scarda, con il suo occhio bendato. Di giorno, invece, uno sterminato silenzio avvolge questi luoghi brulicanti di memorie abbandonate, e l’unico segnale di vita, quando non ci sono scolaresche in visita, è il gracchiare dei corvi che si fonde al soffio del vento.

Ci si trova, insomma, di fronte a un paesaggio che può apparire desolato, ma che un tempo risuonava di mormorii e di laconiche cantilene intonate dagli “uomini in piccone”, i quali trascorrevano nell’oscurità fino a dodici ore al giorno. Tra di loro, nelle gallerie dove non giungeva la luce del sole, c’era chi camminava a fatica dopo una vita in miniera; c’era chi nel pieno delle forze avrebbe voluto fare il falegname o il contadino, ma che per un tiro della sorte beffarda si era ritrovato lì a invecchiare prima del tempo; c’erano infine i bambini, i cosiddetti “carusi”, che non superavano i quattordici anni e assistevano impotenti al progressivo declino della loro anima che, invece di sbocciare, si faceva scura come il ventre della terra.

A richiamare questi uomini spingendoli verso le miniere ci pensavano apposite figure itineranti che, girando per i paesi arsi dalla fame, speculavano sulla miseria altrui proponendo alle madri di famiglia il “soccorso morto”, un prestito in denaro che sarebbe stato risarcito con le prestazioni dei figli, dei mariti o dei fratelli, i quali erano pagati con una somma talmente esigua da rimanere vincolati per una vita ai loro datori di lavoro, che divenivano a tutti gli effetti i loro padroni. Si trattava di proposte indecenti, ma per coloro che sostavano inermi davanti ai campi duri per la siccità la prospettiva di un impiego era rincuorante e induceva a sacrificare pure la libertà: anche se nessuno avrebbe voluto scendere nei tortuosi labirinti ululanti che inghiottivano chi volevano, per un pezzo di pane si era disposti ad accettare qualsiasi compromesso e si prestava fede persino alle promesse più infami.

Il periodo di più intensa attività delle miniere di Floristella e Grottacalda fu l’Ottocento, secolo nel quale si registrò una massiccia presenza di bambini e si verificò uno dei più umilianti processi di sfruttamento lavorativo della storia dell’Isola, un fenomeno sul quale ancora è doveroso far luce. Successivamente, a partire dagli anni Trenta, le due cave ennesi entrarono in crisi, fino a quando cessarono ogni attività e furono abbandonate, attraversando una fase di totale incuria.
La nascita del Parco Minerario di Floristella – Grottacalda, oggi il più grande della Sicilia, risale al 1991, quando fu deciso di trasformare questi luoghi di sfruttamento in musei della memoria, affinché il ricordo di ciò che è stato non decada e non venga sepolto dal silenzio.

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U’ pani di San Giuseppe

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Lino Scillieri

“San Giusippuzzu, vu’ siti lu Patri,
Fùstivu virgini comu ‘a Matri
Maria é rosa, vui siti lu gigghiu,
Datimi ajutu, riparu e cunsigghiu”.

Così si sentono pregare le donne, mentre mescolano acqua, farina, sale e lievito in onore a San Giuseppe.
Stanno preparando, con dovizia, il pane per allestire l’altare dedicato al Patriarca, stanno plasmando – con le loro abili mani – l’alimento simbolo della vita che, per l’occasione, assumerà forme tipiche, tramandate di generazione in generazione.

Una simbologia che non è lasciata al caso ma che, invece, richiama alcuni episodi evangelici e della vita di San Giuseppe, festeggiato dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo.
L’origine dei riti che caratterizzano questa festa, però, è pagana. Il 19 marzo, infatti, coincide con l’equinozio di primavera, la stagione del risveglio della natura. Ecco allora il pane – originato dal lavoro della terra unitamente a quello dell’uomo – che incarna i significati di sacrificio, ringraziamento e buon auspicio. Durante il periodo greco in Sicilia, esso veniva considerato un prodotto donato dalla dea Demetra, protettrice delle messi. A lei, infatti, venivano innalzati altari per chiedere la protezione del focolare domestico e l’abbondanza dei raccolti. Questi altari venivano, per l’appunto, arricchiti con pane, focacce e frutta di ogni genere che poi veniva offerta ai più indigenti, o comunque condivisa.

La tradizione si perpetrò nelle culture successive, come forma di ringraziamento per il risveglio della Terra durante la primavera, fino a quando, con l’avvento del cristianesimo, essa fu reinterpretata alla luce del messaggio di Cristo.

Ancora oggi, il 19 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe, in molti centri della Sicilia (a Santa Croce Camerina, a Salemi, ad Alcamo, a Gela, a Ramacca, …) si preparano pani a forma di fiori, spighe, farfalle, luna e stelle, e poi ancora a forma di bastone, a forma di barba (a varva di San Giuseppe) e con le lettere iniziali dei membri della Sacra Famiglia. L’effetto finale è decisamente maestoso: un altare di pane e frutti della terra per omaggiare il padre putativo di Gesù, lo sposo di Maria, l’umile falegname, il Santo obbediente, l’uomo fedele a Dio, insomma: “U Patriarca San Giuseppe”.

La preparazione dell’altare tradizionalmente è a cura delle donne che, oltre ad allestire il banchetto con centri e tovaglie da corredo, si premurano ad impastare, nei giorni precedenti alla festa, i caratteristici pani. Una volta date le forme, viene spennellato sul pane una buona quantità di albume miscelato con succo di limone. Questo procedimento, prima della cottura, fa sì che il pane acquisisca una certa lucentezza ed un particolare profumo.

Negli altari, posto a centro, non può mancare u cucciddatu, una grande pagnotta di forma rotonda, che rappresenta Gesù Bambino, vicino al quale sono disposti altri pani che richiamano episodi della sua vita: la croce, l’agnello (“Ecco l’agnello di Dio”, Gv 1,29) e persino il gallo (che cantò tre volte prima che Cristo venisse rinnegato), ma anche le colombe (simbolo della pace) e le spighe (simbolo dell’Eucarestia).

In genere, in corrispondenza delle figure di Maria e Giuseppe – nel quadro della Sacra Famiglia posto al centro dell’altare – i pani possono richiamare le virtù dei due sposi santi: la rosa è emblema della purezza, a scocca (il fiocco) della castità così come anche il giglio; alcuni arnesi del falegname invece richiamano la laboriosità e i baccelli di fave indicano la generosità.
La tavola viene imbandita con cibo semplice, legato alla tradizione contadina e alle usanze del luogo.
Il pane, chiamato allora “U pani di San Giuseppe”, resta però l’elemento cardine di questa tradizione, entrata a far parte dei Beni Immateriali della Regione Sicilia con decreto n. 8184 del 4 Novembre 2005.

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Olivette di Sant’Agata, il dolce legato a una storia di fede e tradizione

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di FOTO DI Rosalba Auccello de LA CUCINA DI ROSALBA | IG

Se è vero che la cultura di un popolo si manifesta anche attraverso le sue feste secolari, i tre giorni dedicati alla Santa Patrona di Catania ne rappresentano l’esempio per eccellenza. Dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini in Perù, la festa di Sant’Agata è la manifestazione religiosa più famosa al mondo. Dal 3 al 5 febbraio la città etnea si popola di turisti, curiosi e devoti da ogni angolo d’Italia, attratti dalla fede e dal folclore che pervade le sue piazze e vie di pietra lavica. Una ricorrenza che tiene in fibrillazione la città del “Liotro” per tutto l’anno; gli abitanti la attendono con impazienza e i preparativi iniziano già subito dopo il Natale. La Festa di Sant’Agata è un’esplosione di colori, ceri, processioni, silenzio reverenziale ma anche delle consuete invocazioni alla Patrona, al grido di “Semu tutti devoti tutti!”. Quest’anno purtroppo le usuali celebrazioni non si terranno a causa dell’attuale emergenza sanitaria, ma la storia e la tradizione restano vive nel cuore dei cittadini catanesi, in attesa di poterla festeggiare in periodi più sereni.

Come ogni siciliano sa, Agata era una giovane nata nel terzo secolo d.C. in una ricca e nobile famiglia siciliana di fede cristiana. Pura e incantevole, intorno ai 15 anni decise di consacrarsi a Dio. Il proconsole Quinziano, a Catania per far rispettare l’editto imperiale che esigeva da tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede, notò Agata e intenzionato a possederla, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al rifiuto della ragazza, iniziò una vera e propria persecuzione fatta di soprusi e torture. Fallito, infatti, ogni tentativo di corruzione, Quinziano la fece incarcerare e lì fu sottoposta all’amputazione dei seni e infine al supplizio dei carboni ardenti. Dall’anno della sua morte, il 5 febbraio 251, Agata viene venerata come vergine e protettrice di Catania e in seguito dichiarata martire e Santa dalla Chiesa cattolica.

In quest’atmosfera ricca di simboli e sacralità, anche i sapori e i profumi ne fanno da padrone. Le vie brulicano di bancarelle piene di qualunque leccornia, pasticcerie e panifici propongono le Minne e le Olivette di Sant’Agata, chiamate in siciliano Aliveddi ri Sant’Àjita. Mentre le prime sono caratterizzate dalla classica forma tondeggiante che richiama metaforicamente ai seni della Santa, le olivette sono piccoli dolcetti che ricordano appunto le olive, fatti di un morbido impasto di pasta di mandorle arricchito da liquore e aromi. Vengono rese verdi dall’aggiunta del colorante e zuccherate a volontà.

Su questi tradizionali dolci ruotano storie e leggende, che intere generazioni di catanesi tramandano con fede e immenso orgoglio. L’origine delle olivette deriva da un episodio della vita della martire; secondo la tradizione mentre la giovane veniva condotta dal proconsole, si fermò ad allacciarsi un sandalo.

Chinatasi, iniziò a sbocciare un albero di ulivo selvatico e a donare i suoi preziosi frutti. Si narra che dopo il martirio e la morte di Agata, i concittadini raccolsero le piccole olive dell’albero e, credendo nel loro grande potere legato alla Santa, vennero offerte agli ammalati, come fossero un cibo in grado di donare cura e conforto dal dolore. Un’altra versione della storia, invece, racconta che Agata, perseguitata dal suo aguzzino, si scontrò con un ulivo sterile che al suo tocco cominciò a produrre olive. Le leggende sulla figura della Santa sono in particolar modo intrecciate alla fertilità e al risveglio della natura, che già a febbraio in Sicilia sboccia timidamente.

Dal 1926, nel XIII centenario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli a Catania, al centro della piazza del carcere dove fu rinchiusa e martirizzata Agata, fiorisce un ulivo, lateralmente all’entrata della chiesa.

Gustare le olivette e ricordarne la storia, è uno dei modi in cui i catanesi rendono omaggio alla martire innocente, la Regina che protegge la città in cui vulcano e mare si guardano e sorridono da sempre.

CARNEVALE IN MASCHERINA

Carnevale…in mascherina

Articolo di Alessia Giaquinta

Nessuna festa in maschera, quest’anno. Il Carnevale 2021 sarà in “mascherina”, col divieto di assembramenti e gruppi mascherati. Giri di parole a parte, è fuori dubbio che anche la festa più goliardica che ci sia, quest’anno, subirà delle limitazioni a causa dell’ emergenza Covid.

Cosa potremo fare, allora, questo Carnevale?
Potremo riscoprire gli antichi passatempi, i piatti tipici, gli scherzi e gli intrattenimenti che, nei secoli scorsi, caratterizzavano questo evento tanto atteso da grandi e piccini.
Un tempo i festeggiamenti del Carnevale iniziavano le settimane successive all’Epifania per poi concludersi il mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima e del digiuno cristiano.

I giovedì del periodo carnevalesco erano così suddivisi:

  • Il primo era “Jovi di li cummari, cu unn’havi dinari si’mpigna lu falari” (Giovedì delle comari, chi non ha soldi si impegni il grembiule).
  • Il secondo giovedì era “di li parenti, cu unn’havi dinarisi munna li denti” (dei parenti, chi non ha denari per partecipare ai festeggiamenti, si ripulisce i denti).
  • Il terzo era detto “Jovi “zuppiddu”, cu unn’havi dinari, mali è pi iddu” (chi non ha soldi peggio per lui). Zuppiddu altro non era che una maschera del diavolo e stava ad indicare le passioni. Come sempre, la cosa importante era festeggiare.
  • L’ultimo, invece, è “Lu Jovi grassu, chi n’havi dinari s’arrusica l’ossu” (Chi non ha denari si rosica l’osso).
    È proprio l’opulenza del giovedì grasso che è giunta fino a noi che, in questa occasione, ci ritroviamo a mangiare i tradizionali “maccarruna nto sugu ri maiali” oppure, come è usanza nella Contea di Modica, il minestrone con verdure e lardo di maiale. Ma anche le chiacchiere, i cannoli, le frittelle, la mpagnuccata e tanti altri dolci – sfiziosi ­­ed altamente calorici – immancabili a Carnevale.

Anche quest’anno, nonostante restrizioni vigenti, possiamo continuare ad onorare la tavola e la tradizione del giovedì grasso, in famiglia ovviamente, proponendo a tutti i membri di preparare i piatti tipici del Carnevale siciliano. I primi tre giovedì, che prevedevano la condivisione della festa con altri, invece, speriamo di recuperali e reinserirli nella tradizione negli anni a venire.

Si sa, inoltre, che “A Carnevale ogni scherzo vale”, come recita un vecchio proverbio. Allora possiamo sbizzarrirci ad architettare simpatici tranelli ai componenti del nostro nucleo familiare per poi concludere “è uno scherzo, è Carnevale!”. Si può, per esempio, far credere a qualcuno di aver preso parte ad un evento, in passato, dove è stato notato per una qualità fisica e, per tale motivo, invitato a partecipare ad un format televisivo. Oppure si può far sparire dall’armadio di un congiunto uno dei capi di abbigliamento da lui più indossati per poi farglielo riapparire, ad intermittenza, nei posti più impensabili magari corredato da bigliettini del tipo “Ho bisogno di riposare. Mi indossi troppo spesso”. Ci si può, inoltre, divertire facendo qualche scherzo telefonico agli amici perché, diciamoci la verità, ci divertivamo da matti quando eravamo soliti farli, da ragazzini.

La cosa importante è non esagerare e rivelare sempre, a fine dello scherzo, la verità. Ma il Carnevale è anche tempo di “miniminagghie”, ossia simpatici indovinelli, che i nostri nonni ci hanno consegnato quale eredità immateriale di un tempo in cui si aveva la pazienza di arrivare ad una soluzione, senza la necessità di ricorrere ad internet.

Di seguito vi proporrò alcune “miniminagghie”, con annesse soluzioni. Vi invito però a ricercarne altre attingendo direttamente ai ricordi dei nonni che, indubbiamente, sono la fonte diretta più interessante che ci sia.

  1. Cientu nira, cientu ova, cientu para ri linzola. (Cento nidi, cento uova, cento paia di lenzuola).
  2. Du luciènti, du punciènti, quàttru zuòccul’ e na scùpa. (Due fari, due cose che pungono, quattro zoccoli e una scopa).
  3. I ravànzi m’accùzza, i rarrièri m’allònca. (Davanti mi si accorcia, di dietro mi si allunga).

 

 

Soluzioni
1 Melograno, 2. Mucca, 3. Strada

I cinque ciclisti che hanno partecipato al Dono dellospitalita scaled

Il dono dell’ospitalità, dalla parte buona della Vita

Articolo di Salvatore Genovese

Oltre 1.500 chilometri in bicicletta per portare un dono, quello dell’Ospitalità, ai medici e agli operatori sanitari di Milano e di altri Comuni lombardi, in prima linea durante l’emergenza Covid-19.

«Un’esperienza – dichiara, non senza emozione, il suo ideatore Marco Distefano – che è rimasta, e rimarrà sempre, nei nostri cuori. Esperienza nata dai ‘sussulti drammatici’ provocati dai tanti servizi che le testate giornalistiche radiotelevisive, quotidiane e periodiche, durante il drammatico periodo del lockdown, riservavano a quanti mettevano a rischio la propria vita per salvare quella degli altri». Distefano, titolare di un B&B a Comiso, nutre una grande passione per la bicicletta ed ha manifestato questi suoi ‘sussulti’, e il conseguente desiderio di fare qualcosa per esprimere gratitudine agli operatori sanitari così fortemente impegnati nella lotta al Coronavirus, ai suoi amici cicloamatori che hanno subito condiviso questo suo ‘sentire’.

 

Da qui è nata l’idea del “Dono dell’ospitalità”, cioè di attraversare l’Italia in bicicletta per offrire ad altrettanti sanitari lombardi quarantacinque voucher che consentissero loro per una settimana, a titolo del tutto gratuito, viaggio, alloggio, vitto e visite enogastronomiche e culturali a Comiso e dintorni.
Il periodo previsto per i soggiorni/vacanza a Comiso è quello del mese di marzo 2021.
L’iniziativa di Marco Distefano, affiancato da Salvo Purromuto, medico, Vincenzo Virduzzo, kinesiologo, Vincenzo Schembari, meccanico ed esperto ciclista, il cui figlio Nunzio si è posto come animatore del gruppo, è stata immediatamente sostenuta e incoraggiata dal comune di Comiso, dall’Asp 7 di Ragusa, dalla Regione Siciliana, dalla Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, dall’Assessorato regionale alla Salute e dalla Regione Lombardia. In particolare, il sindaco Maria Rita Schembari ha assicurato la piena partecipazione del Comune, che avvierà, nei primi mesi del 2021, un bando per dare a tutte le strutture turistiche cittadine la possibilità di accogliere gli ospiti lombardi.

Partiti dall’Ospedale Covid di Modica sabato 20 giugno, pedalando ogni giorno dalle 8 alle 10 ore, con il supporto di un furgone/appoggio fornito da Giannì Motors, i cinque ciclisti, quasi sempre affiancati in modo estemporaneo da altri ciclisti che, localmente, li accompagnavano per lunghi tratti nelle varie tappe della loro lunga maratona a pedali, sono giunti venerdì 26 giugno al Niguarda Covid di Milano.

Nel capoluogo lombardo i ‘donatori’ sono stati accolti, in rappresentanza del presidente Attilio Fontana, da Lara Magoni, assessore regionale al Turismo, presenti, tra gli altri, gli assessori al Turismo di Milano, Roberta Guarnieri, e di Comiso, Dante Di Trapani, e la dottoressa Paola Santalucia dell’Asp di Ragusa. I quarantacinque voucher sono stati destinati a medici e personale sanitario di Bergamo, Milano, Brescia e Mantova, città che ha riservato ai cinque ciclisti un’accoglienza particolare.

«È stato per noi – racconta Salvo Purromuto – un momento di particolare emozione suscitata da un’accoglienza che non posso non definire molto calorosa; davanti alla hall (palco concerti) dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, dopo i saluti del sindaco Mattia Palazzi e di Giuseppe De Donno, primario di Pneumologia e pioniere della Plasma-terapia, è stato eseguito dal pianista Filippo Lui un concerto in nostro onore, mentre i pazienti ci salutavano dalle finestre del nosocomio. Ma quello che più ci ha colpiti è stato il fatto che, pur essendo partiti per fare noi un ‘dono’, quest’ultimo è stato fatto a noi, attraverso i tanti momenti di affetto e di amicizia che ci sono stati riservati».

«Nel 2021 – chiosa Marco Distefano – abbiamo intenzione di rinnovare questo nostro impegno civile; stiamo, infatti, immaginando un nuovo lungo viaggio sui pedali, perché quello che abbiamo fatto ha aperto la nostra mente e, contestualmente, il nostro cuore. E sarà un viaggio che ci vedrà ancora una volta dalla parte buona della Vita».

BM

L’alloro tra sacro e profano: rimedio, sapore e simbolo senza tempo

di Patrizia Rubino

Probabilmente è una delle piante aromatiche e officinali più diffuse e utilizzate nella tradizione della nostra regione ed è per questo che l’alloro, il cui nome scientifico è Laurus nobilis, è stato riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali come prodotto tipico siciliano. Ma forse è riduttivo parlare dell’alloro solo in questi termini, considerando anche l’alto valore simbolico che da sempre ha rappresentato. Ignazio E. Buttitta, nell’opera “Feste dell’alloro in Sicilia” descrive l’utilizzo rituale dell’alloro in alcune feste dedicate al santo patrono o alla Madonna, in particolare in alcuni centri del messinese; a Capizzi la notte tra l’1 e il 2 settembre, a Naso per accompagnare la Madonna delle Grazie, lungo le strade del paese. A Tortorici e a Ficarra, dove si tiene una processione dell’alloro in gennaio.

Per mia nonna l’ “addauro” era veramente sacro, lo utilizzava in mille modi, guai a non averne a casa; con le sue foglie fresche o essiccate preparava un infuso con qualche scorza di limone e un’abbondante cucchiaiata di zucchero. Un rimedio eccezionale – a sentire lei – per i malanni legati all’apparato digerente, come il semplice mal di stomaco, ma anche capace di stimolare l’appetito, ottimo come espettorante e decongestionante, con straordinarie proprietà diuretiche e manco a dirlo, rilassante. Diceva sempre che per essere più efficace occorreva bere, quello che da bambina consideravo un mezzo intruglio, bello caldo, quasi bollente. Funziona ancora oggi. In cucina poi, lo utilizzava per insaporire tante pietanze dalla sua strepitosa “caponatina” con melanzane, peperoni e patate, agli arrosti di carne, nelle zuppe e nelle marinate, o nei prodotti sott’olio a lunga conservazione come funghi e melanzane. Una lontana e anzianissima zia, lo utilizzava per preparare uno sciroppo per la tosse e il raffreddore, oltre che come infallibile insetticida naturale: bastava mettere le foglie di alloro essiccate, in un bicchiere con acqua bollente davanti alla finestra e l’odore intenso teneva lontane formiche e zanzare.

In casa di nonna si usava, inoltre, come analgesico per il mal di testa, per sbiancare i denti e rinfrescare la pelle scottata dai raggi del sole. Ricordo poi di aver visto alcune foglie di alloro anche dentro un libro, pare servisse per proteggerlo da tarme e umidità. La saggezza degli anziani è un patrimonio prezioso, una conoscenza che il più delle volte non nasce dallo studio e dall’approfondimento ma che si fonda su tradizioni e consuetudini che si tramandano dalla notte dei tempi.

In realtà le nostre nonne non scoprivano nulla di nuovo. Sin dall’antichità, infatti, l’alloro oltre ad essere considerato particolarmente ricco di principi benefici e di essenze aromatiche terapeutiche, aveva anche un grande valore simbolico. Nella mitologia greco-romana l’alloro era la pianta consacrata ad Apollo, dio del sole, della musica e della poesia, le foglie intrecciate a mò di corona rappresentavano sapienza e gloria ed erano utilizzate per adornare la fronte dei vincitori nei campi di battaglia e nelle competizioni atletiche e in epoche successive costituiva il massimo onore per un poeta. Pensiamo alle corone trionfali dei grandi condottieri Giulio Cesare e Napoleone. Come non citare poi il ritratto iconico, realizzato dal Botticelli, di Dante Alighieri, in cui quest’ultimo viene raffigurato con il capo cinto da una sgargiante corona d’alloro, ricordando che proprio quest’anno ricorrono i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta.

In tempi abbastanza recenti la corona d’alloro è ritornata ad essere utilizzata come simbolo di sapienza e virtù per i neolaureati; è diventato quasi un rituale, infatti, che un genitore o un parente stretto, subito dopo la cerimonia di proclamazione pongano una corona d’alloro, sulla testa del loro congiunto che ha appena conseguito la laurea, per l’ambito traguardo raggiunto. A tal proposito la parola “laurea” deriva dal termine latino “laurus” tutto torna quindi.

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Le antiche mele dell’Etna – Eccellenze Slow Food che guardano al futuro

di Patrizia Rubino   Foto di Mattia Misseri di Panischittu

Sino alla fine degli anni ’60 le mele dell’Etna, una ventina circa di specie autoctone, rappresentavano il fiore all’occhiello della produzione frutticola siciliana; le coltivazioni situate tra gli 800 e i 1500 metri d’altitudine, il clima favorevole e la natura vulcanica del terreno assicuravano a questi frutti una fragranza invidiabile e un sapore ben definito. Con il passare del tempo, però, le colture dei meleti etnei furono progressivamente abbandonate perché non più redditizie, sia a causa della crisi del comparto che colpì tutto il Paese, sia per l’introduzione massiva sul mercato di altre varietà di mele. Oggi si conta un numero esiguo di produttori delle cosiddette antiche mele dell’Etna, che hanno caparbiamente cercato di scongiurarne l’estinzione continuando a coltivarle esattamente come centinaia di anni fa, secondo i criteri di un’agricoltura biologica, in assoluto equilibrio con l’ambiente.

Un percorso virtuoso che ha portato questa eccellenza agroalimentare nel gennaio 2016 a conquistare la prestigiosa certificazione di Presidio Slow Food, la grande associazione internazionale no profit, presente in 150 Paesi del mondo che s’impegna per un’alimentazione buona, pulita e giusta, basata sulla biodiversità, sul rispetto del territorio e della cultura locale. Le mele che hanno ottenuto il riconoscimento sono diciannove. Le varietà sulle quali si punta maggiormente sono: la Mela Gelato, di colore verde brillante, si chiama così perché con le basse temperature gela dentro e fuori, ma la sua polpa conserva intatti gli zuccheri; la Mela Cola, il nome deriva da colui che la innestò pare circa 200 anni fa, è di piccole dimensioni ma anch’essa molto gustosa; e la più apprezzata la Mela Gelato Cola, un innesto spontaneo tra gli alberi delle due precedenti, la buccia è di color giallo paglierino, il profumo intenso e un gusto dolce e aromatico.
Se queste “antiche mele” oggi possono guardare ancora al futuro si deve soprattutto all’impegno della Cooperativa Agricola Zaufanah, costituita da un gruppo di proprietari terrieri principalmente del territorio di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, fortemente motivato a salvaguardare questo importante patrimonio dell’Etna. «Nel 2012 – racconta Matilde Riccioli, vice presidente di Zaufanah – quando insieme al nostro compianto presidente Alfio Leonardi, abbiamo creato la cooperativa, il nostro primo obiettivo era il rilancio degli antichi meleti. Il riconoscimento di Presidio Slow Food, ottenuto grazie anche al fattivo sostegno dell’Ente Parco dell’Etna, è una grande opportunità non solo per gli operatori diretti, ma per tutto il nostro territorio. Le mele Gelato Cola – aggiunge – rappresentano una nicchia d’eccellenza, apprezzate in tutta Italia e all’estero, non subiscono trattamenti e vengono ancora oggi raccolte manualmente e conservate negli antichi magazzini in pietra lavica, e non in celle frigorifere che producono gas».

Le meline, come vengono chiamate per le loro piccole dimensioni, sono estremamente versatili; sono utilizzate, infatti, oltre che per la realizzazione di gustose confetture, per i gelati, le torte ma anche nelle preparazioni di insalate, risotti e persino in sostituzione delle melanzane in una particolare versione della caponata.

«Il nostro progetto, così come lo aveva pensato Alfio Leonardi – spiega Riccioli – non si limita solo alla salvaguardia dei meleti, ma prevede la promozione di un turismo rurale che ruota intorno ad essi. Con il ripristino degli antichi sentieri per trekking e alla realizzazione di rifugi con aree attrezzate, ricavati dalle costruzioni in pietra lavica, dove ancora oggi vengono riposte le mele per portarle alla giusta maturazione. Attualmente abbiamo due rifugi funzionanti: Casa del Noce e rifugio del Monte Zoccolaro, visitati ogni anno da molti turisti soprattutto stranieri, ma stiamo lavorando per ampliare l’offerta. La valorizzazione del nostro territorio crediamo possa essere una grande opportunità per il futuro dei nostri giovani».