Un parco per valorizzare lo stile di vita Mediterraneo

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Emanuele Silva

Dalla Sicilia centrale, territorio dai suoli vergini, poco urbanizzati, con pregevole e variegata biodiversità, storicamente centro minerario mondiale zolfifero, nasce il Primo Parco mondiale, policentrico e diffuso, dello Stile di Vita Mediterraneo.
Fonti la dichiarazione UNESCO 2010, che riconosce Patrimonio Immateriale dell’Umanità lo Stile di Vita Mediterraneo/Dieta Mediterranea, l’enciclica “Laudato Si” di Papa Francesco e il Movimento Terra Madre di Carlo Petrini.
Obiettivi dichiarati: la creazione di una grande Comunità dello Stile di Vita Mediterraneo, la salvaguardia e messa in rete delle risorse territoriali e la crescita di settori sostenibili quali il turismo relazionale/esperienziale e l’export agroalimentare.
Promotore dell’iniziativa è il Comune di Caltanissetta, con l’Assessorato della Crescita Territoriale guidato da Francesco Nicoletti, che ha coinvolto 100 amministrazioni locali e 80 soggetti pubblico/privati e che a regime vedrà 150 Comuni nel nucleo centrale e vari poli tematici collegati nell’intera Sicilia.
La progettualità ha plauso e sostegno delle istituzioni regionali e nazionali con le quali si traccia un percorso d’implementazione con tutti gli strumenti economici disponibili come il Contratto Istituzionale di Sviluppo fra Area Vasta e Governo.


Si articola in un Sistema di reti, interconesse e dialoganti, che enfatizzano le eccellenze, per organizzarle e promuoverle a livello internazionale: Camminamenti lenti con percorsi a piedi, a cavallo, in treno o in bicicletta; Paesaggi, eccellenze poco valorizzate e crocevia di bellezze naturali, storiche e culturali; Cucine Mediterranee e Orti Didattici, luoghi formativi dove le sapienze locali tramanderanno alle nuove generazioni, ai ristoratori e ai turisti i piatti tradizionali locali; Ludoteche Mediterranee, spazi innovativo nella metodologia e nei contenuti, luoghi all’aperto, di fantasia, felicità, creatività e gioco, dove si coniugano attività creative, costituite sul nesso simbiotico e gioioso tra gioco, cibo e sport (mens sana in corpore sano), fondato sull’esaltazione della natura e dell’ambiente dove insegnare il senso della misura e dell’armonia; Mediateche, erogatori di cultura mediterranea che utilizzerà in maniera cross mediale, anche attraverso l’immaginario collettivo, tutte le arti; Borghi e Castelli, luoghi che diventano anche punti per la promozione e la vendita del paniere della Dieta Mediterranea; Biodiversità dove rientrano la biodiversità vegetale, RES, filiera agricola, agroalimentare ed enogastronomica e turismi di qualità che coniuga la sostenibilità ambientale con lo sviluppo sostenibile; Mobilità e Logistica per migliorare comunicazioni e trasporto di persone e merci; Formazione, Università, Ricerca e Innovazione anche per aspetti agro-bio-medici; Piramidi, simbolo del Parco declinato in differenti modi. Per ogni rete sono stati attivati tavoli permanenti regionali per programmare singole azioni da implementare.

Per il sindaco Gambino «La novità del Parco è di andare oltre le singole municipalità per raggiungere obiettivi comuni, unendo in un unico percorso tutte le risorse territoriali».

«Il Parco è già partito grazie al primo finanziamento ottenuto dal Comune per la progettazione di due interventi infrastrutturali presentati al concorso Italia City Branding di InvestItalia, che ha selezionato 30 città per attuare piani d’investimento che sviluppano un brand – spiega l’assessore Nicoletti -. Saranno realizzati un prototipo della Cucina mediterranea nella sede ex Banca d’Italia e un Polo logistico ed espositivo dell’agroalimentare mediterraneo, a completo servizio dei produttori della Sicilia centrale».

La piattaforma promozionale e logistica dell’intera filiera agricola, agroalimentare ed enogastronomica del Parco sarà realizzata in un bene sottratto alla mafia confinante con la stazione Xirbi, interessata dall’alta velocità, vicino al nuovo svincolo autostradale della Palermo-Catania.
Info su: facebook.com/parcodellostiledivitamediterraneo

Ester Pantano – L’attrice catanese racconta i suoi esordi e i suoi desideri

di Omar Gelsomino Foto di Lucia Iuorio

Nonostante la giovane età è dotata di un talento straordinario. Ester Pantano, catanese d’origine da anni trasferitasi a Roma, è determinata, travolgente, un fiume in piena appena comincia la nostra chiacchierata. Ha un temperamento vulcanico come la maestosa Etna. E proprio della sua terra non può farne a meno sebbene gli impegni lavorativi la chiamano nella città eterna. «Anche se per poco tempo sono ritornata a Catania, me la sto godendo compatibilmente con le restrizioni anti-Covid. Almeno sono a casa mia, con la mia famiglia, posso vedere l’Etna, vivere all’aperto».

Tanti i ruoli interpretati a teatro, al cinema e in tv con ottimi apprezzamenti, l’ anno scorso ha vinto il premio Camilleri a “Cortinametraggio”. In realtà la passione per la recitazione è emersa dopo il canto. «Dopo essermi iscritta in Letteratura Straniera all’Università di Catania mi ritrovai a partecipare ad un festival canoro, mia madre e il mio maestro di canto mi avevano iscritta a mia insaputa. Dopo la prima canzone scoppiai a piangere per l’emozione e il forte senso di liberazione che avevo provato nel potermi esprimere, di cantare di fronte mia mamma, alla persona che mi ha generata. Insieme a lei ragionammo su cosa potessi fare e iniziai un corso di teatro a Catania. Durante un festival conobbi dei giovani professionisti che mi invogliarono a seguire questa strada e mi consigliarono di partecipare al bando del Centro Sperimentale di Cinematografia. Superate le varie fasi capii che la recitazione poteva diventare la mia professione ed investire tutta me stessa. Ricordo ancora il mio debutto a teatro ai Benedettini partecipando ad un musical in cui cantavo e recitavo per la prima volta, ottenni un feedback dalle persone indimenticabile. Devo dire che è stato davvero piacevole. Altra cosa è stato il mio debutto cinematografico a Ragusa sul set del Commissario Montalbano, scoprire tutto quel mondo che ruota attorno ad una produzione e le dinamiche che l’accompagnano».


Ester Pantano interpreta magistralmente i ruoli tratti da romanzi di successo, di Andrea Camilleri (“Il Commissario Montalbano” e “La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata”), di Mariolina Venezia (“Le indagini di Imma Tataranni”) e dalle opere di Gaetano Savatteri in “Màkari”, trasposti poi in film e fiction. «Portare a teatro autori come Čechov, Shakespeare e tanti altri non ti permette di poter avere un confronto, uno scambio con loro; mentre aver conosciuto personalmente Camilleri, Venezia e Savatteri per me è stata una grande emozione e una grande responsabilità, ho avuto la possibilità di uno scambio umano e ne sono estremamente onorata, è stata un’emozione folle. Poter interpretare il ruolo del romanzo storico di Camilleri è stata un’ esperienza fuori dal comune e auguro a tutti di poterla vivere, soprattutto la vestizione di quei costumi. Io che sono un’appassionata passerei ore, giornate, settimane ad approfondire i personaggi. In quell’occasione portavo con me una boccettina di profumo nascosta addosso perché mi ricordava una gestualità di quel periodo, sono tutte quelle piccole cose che nessuno vedrà ma che fanno parte di te, ti aiutano nella realizzazione di un qualcosa che non ti è imposto, ma si sente che c’è».

Già, Ester Pantano è determinata e appassionata. «Sono indipendente, contagiosa, positiva ed entusiasta. L’ entusiasmo mi contraddistingue da quando sono piccola, a prescindere da qualsiasi situazione riesco sempre a tirarmi fuori e ricominciare. Non demordo mai, sono sempre vogliosa di ricominciare, di provare cose nuove, sperimentare, voglio sempre cambiare, viaggiare per vedere posti nuovi e conoscere piatti nuovi, studiare, mettermi sempre in discussione. Ho la continua necessità di ricominciare sempre daccapo per sentirmi libera, perché la routine mi spegne e mi fa paura».


Ha una personalità forte e poliedrica. Coltiva la passione per lo sport, ha fatto ginnastica artistica a livello agonistico, è cintura blu di kick boxing, fa anche motocross; senza dimenticare la musica, con il collega Filippo Tirabassi ha fondato un duo jazz. «La passione per la musica la devo a mio nonno, ha una grande collezione di dischi jazz e soul, tutto quel genere di musica di quel periodo, quando andava a casa dei nonni c’era sempre il giradischi acceso. Ascoltare Frank Sinatra e altri artisti è un richiamo ad un periodo straordinario, completamente diverso da oggi, un mondo che non c’è più. Preferisco assaporare la bellezza del tempo, di stare lì a scegliere e girare il piatto. Non è la stessa cosa ascoltare una Play list di Spotify. Con Filippo abbiamo creato questo duo ispirandoci ai Musica Nuda, duo jazz composto da Ferruccio Spinetti e Petra Magoni che per me è una dea in terra, poi gli impegni lavorativi ci hanno allontanato momentaneamente».

In questo nuovo anno vedremo Ester Pantano di nuovo in tv, mentre andiamo in stampa, Covid permettendo, inizieranno le riprese della seconda stagione di “Imma Tataranni” e prossimamente nella fiction “Màkari”, tratta dalle opere del giornalista e scrittore Gaetano Savatteri. «Il mio personaggio, Jessica Matarazzo, crescerà tantissimo, le sarà dato più spazio e avrò modo di lavorare ancora di più sulla preparazione del mio ruolo, mi è stato dato più margine d’azione, sarà più speziato. Prossimamente sarò la protagonista femminile di “Màkari”, prodotta dalla Palomar con la regia di Michele Soavi, insieme a Claudio Gioè e Domenico Centamore». Prima di tornare a studiare Ester Pantano ci confida i suoi desideri, e noi non possiamo che augurarle di realizzarli. «Uno dei miei sogni è di poter recitare in un film d’azione, sono appassionata di velocità e di sport estremi, mi piacerebbe avere la possibilità di esprimere la mia fisicità sportiva. Voglio mettere nero su bianco tutte le mie poesie e pubblicarle, lo stesso voglio fare anche con le mie canzoni. Superate le mie timidezze è arrivato il momento di farmi apprezzare dal pubblico anche in queste vesti. Infine vorrei vivere più a lungo a New York e scrivere un film tutto mio».

L’orto botanico di Palermo – Uno scrigno di specie vegetali rarissime

di Angela Fallea   Foto di Giuseppe Ruvolo

La nascita dell’Orto Botanico di Palermo risale al 1779, anno in cui, l’Accademia Regia degli Studi di Palermo con l’istituzione della cattedra di Storia naturale e Botanica, ottenne un modesto appezzamento di terreno sul Baluardo di Porta Carini per insediarvi un piccolo orto da adibire alla coltivazione delle piante medicinali utili alla didattica. Lo spazio destinatogli si rivelò insufficiente, così nel 1786 si decise di trasferirlo in quella che è ancora oggi la sede attuale, presso il Piano di Sant’Erasmo, accanto a Villa Giulia. Nel 1789 fu iniziata la costruzione del corpo principale degli edifici dell’orto, costituiti da un edificio centrale, il Gymnasium e da due corpi laterali, il Tepidarium e il Calidarium, che ospitavano piante dei climi caldi e temperati. Gli edifici furono progettati in stile neoclassico dall’architetto Dufourny. Il nuovo orto fu inaugurato nel 1795 e nel 1798 si arricchì dell’Acquarium, una grande vasca contenente piante acquatiche.

L’ orto oggi possiede circa 5000 specie. Tutte le piante sono dotate di targhetta identificativa che riporta: il binomio scientifico, il patronimo, la famiglia, la classe e l’origine geografica. Si estende per circa 10 ettari suddivisi in ordinamenti e settori. Negli anni si sono susseguiti molti direttori, ognuno ha donato il proprio contributo per arrivare ad oggi e poter dire che l’Orto Botanico di Palermo è davvero uno dei più belli e ricchi di varie specie. Da circa 4 anni il direttore dell’orto botanico è Rosario Schicchi, professore ordinario di Botanica sistematica nel corso di studi di Scienze e Tecnologie Agroalimentari presso l’Università degli Studi di Palermo, originario di Castelbuono, un paese in provincia di Palermo che fa parte del parco delle Madonie.

Ci siamo fatti raccontare da lui qualcosa in più sull’orto, siamo rimasti molto colpiti dalla passione e dall’amore che gli dedica. «Sono presenti piante provenienti da tutti i continenti – afferma Schicchi -. Molte piante vengono coltivate all’aperto, per esempio le palme, perché la posizione dell’orto e il nostro clima favorevole si prestano molto. All’interno dell’orto ci sono: la serra Carolina, tra le 10 serre più belle al mondo, delle serrette più piccole e due serrette minori, la serra tropicale, la serra delle succulente».

In questi anni, di concerto con il collega Paolo Inglese, professore ordinario di Produzioni e Biodiversità delle colture arboree da frutto, hanno impiantato nuove specie e nuove collezioni. Hanno introdotto il piccolo vigneto di circa 200 metri quadri, dove custodire e curare le cultivar di Sicilia. Hanno impiantato un arboreto tropicale a leguminose, ampliato il giardino dei semplici e inserito un gruppo di verdure spontanee siciliane. Si è aggiunta una coltivazione di mango e di litchi. Hanno creato una serra che accoglie circa 180 specie di orchidee e una serra che presto ospiterà le farfalle. Sono stati effettuati dei lavori sulla cancellata storica e sulle sfingi, che si ergono all’ingresso del Gymnasium, guardiane dei segreti della sapienza arborea, realizzate nel 1795 in marmo di Billiemi dallo scultore Vitale Tuccio, rappresentano una il potere e l’altra la saggezza. A queste si aggiungono, volgendo lo sguardo verso l’alto, le sculture che rappresentano le stagioni. Simboleggiano il ciclo e il valore delle quattro stagioni. Tanti sono ancora i progetti da realizzare, uno tra tutti è la destinazione di una serra alle piante carnivore.

Prima di lasciarlo ai suoi impegni gli chiediamo cosa significa essere il direttore dell’ Orto Botanico di Palermo. «Significa realizzare gli studi di una vita e metterli al servizio di una delle realtà più belle d’Europa», risponde emozionato Schicchi. Speriamo che questo complesso periodo che stiamo attraversando termini presto, così da poter ricominciare a uscire e godere delle bellezze che la nostra terra ci offre.

Aurelio Grimaldi, e gli esordi del cinema siciliano

Articolo e foto di Samuel Tasca

Scrittore, sceneggiatore e regista, Aurelio Grimaldi ha contaminato questi ultimi decenni con la sua interpretazione della realtà. Un narratore attento che sa osservare ciò che lo circonda per traslarlo poi nelle modalità più consone della letteratura e del cinema.

«Non mi ero reso conto che era passato così tanto tempo… ».
Inizia così la nostra chiacchierata quando gli facciamo notare che sono passati oltre trent’anni dal suo esordio. Lo incontriamo all’ultima edizione di Taobuk, a seguito del suo intervento all’interno del seminario dal titolo “Dal neorealismo alla Piovra”. Proprio così, perché dalla sua prima esperienza su un set cinematografico con l’omonimo film tratto dal suo romanzo “Mery per sempre”, che lo vede coinvolto nella stesura della sceneggiatura, sono passati ormai più di trent’anni. «Questi anni sono volati via – continua a metà tra il divertito e il nostalgico -. Ho avuto molta fortuna, sono riuscito a realizzare un bel po’ di miei progetti. Alcuni non si sono concretizzati, ma ancora tengo duro, il tempo c’è… anche se ho quasi tutti i capelli bianchi».

A quel punto, quasi incantati dai suoi ricordi, ci lasciamo trasportare da Grimaldi nel bel mezzo di quegli anni, come degli spettatori che stanno per assistere agli esordi del cinema siciliano.

«Il mio ingresso nel dorato mondo del cinema avvenne con il libro “Mery per sempre” da cui fu tratto l’omonimo film che divenne famoso. Quando nel 1987 scrissi il libro si facevano tantissimi film in Sicilia, ma non c’erano registi siciliani. Anche in quel caso la storia era siciliana, ma il regista era romano: Marco Risi. Però, per la prima volta, il film non era parlato in dialetto siciliano, ma gli attori usarono il loro linguaggio, quindi un accento palermitano molto stretto con delle espressioni molto forti».
Quella prima esperienza segnò di fatto una svolta nell’evoluzione professionale di Aurelio Grimaldi, che da insegnante delle elementari divenne prima scrittore e in seguito sceneggiatore. Poi, quasi a sopperire a quella mancanza di registi isolani, decise di cimentarsi dietro alla macchina da presa nelle vesti di regista. Sono suoi alcuni dei film che ebbero maggior successo in quegli anni: “La discesa di Aclà a Floristella” (1992), presentato al Festival del Cinema di Venezia; “La ribelle” (1993) con Penelope Cruz; “Le Buttane” (1994) anche questo tratto dal suo libro omonimo e presentato al Festival di Cannes.

Ed è proprio ripensando a quel Festival del ’94 che Aurelio Grimaldi fa un altro tuffo nel passato: «Devo dire che uno dei ricordi più belli che ho riguardo al cinema siciliano è quando nel 1994 due registi siciliani furono in concorso al Festival di Cannes: io con “Le Buttane” e Peppuccio Tornatore con “Una pura formalità”. Purtroppo da allora nessun regista siciliano è tornato in concorso a Cannes. Però, nel frattempo, tanti registi siciliani sono emersi e la Sicilia non è più un luogo dove la gente viene a raccontare storie siciliane, ma oggi ci sono molti siciliani che raccontano le proprie storie e partecipano a questo processo creativo».

Reduce dal suo ultimo lavoro, “Il delitto Mattarella”, uscito nelle sale italiane il 2 luglio di un 2020 quasi privo di cinema, Aurelio Grimaldi ritorna dietro la macchina da presa per narrare uno dei delitti mafiosi più sofferti della nostra storia, ma anche uno dei meno raccontati: quello dell’ex Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella, avvenuto nel gennaio del 1980. Ancora una volta Grimaldi diventa narratore attento e meticoloso che a seguito di un’accurata ricerca sui fatti storici, fornisce una visione chiara della realtà di allora, senza particolari esaltazioni, ma che si pone il fine importantissimo di informare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni.

Il viaggio musicale intorno alla tradizione di Etta Scollo

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Schmidt, Luca Lucchesi, Gianluigi Primaverile

Catanese d’origine ma trasferitasi a Berlino, Etta Scollo è una cantante, compositrice e cantastorie dalla brillante carriera. Partendo dalla Sicilia ha portato con sé la tradizione della sua terra fondendola con diversi generi musicali. Etta Scollo è passata dagli studi in architettura all’ amore per la musica. «Da bambina disegnavo molto e cantavo. Mio padre, che cantava e suonava chitarra e mandolino, ha capito la mia sensibilità musicale e ha avuto un’influenza positiva su di me spronandomi a coltivare la musica, ma suggerendomi anche uno studio che mi desse sicurezza nel futuro. Malgrado gli studi al liceo artistico e poi quelli universitari di architettura, la musica ha preso in me il sopravvento». Nonostante viva in Germania il legame con la sua terra è ancora forte. «Mi affascinava la vita altrove: scoprire nuove culture, confrontarmi con un mondo complesso, erano gli anni dell’impegno civile, della contestazione giovanile, dell’emancipazione della donna, determinanti in questa scelta. Sono sempre stata legata alla tradizione.

Sono cresciuta da un lato in un contesto contadino, quello dei miei antenati e parenti paterni di Licodia Eubea, piccolo borgo rurale in provincia di Catania, e dall’altro lato in quello urbano della città di mia madre, Catania appunto. Ci si accorge a posteriori di quanto simili esperienze giovanili ci abbiano formato, abbiano inciso in noi. Sia la spinta emotiva dell’esperienza personale che la scelta di un approfondimento intellettuale possono diventare fonti di crescita e creatività. Credo di aver sentito l’esigenza personale di mettere in luce una figura importante del mondo popolare siciliano degli anni Sessanta e Settanta. Parlo di Rosa Balistreri, un “ponte” tra cultura popolare e colta, portavoce di un repertorio tradizionale antico, che ripropose i canti raccolti dall’etnologo Alberto Favara tra Otto e Novecento, a lei pervenuti tramite illustri intellettuali siciliani che le furono amici e intuirono il suo valore, spronandola ad abbandonare il canto “folcloristico” per dedicarsi alla tradizione più autentica.

Queste ‘guide’ sono rappresentate dal poeta e studioso Giuseppe Ganduscio, e dal musicologo Paolo Emilio Carapezza. Gli altri miei lavori discografici sono rivolti alla letteratura e alla poesia (scrittori e poeti come Vincenzo Consolo, Salvatore Quasimodo, Sebastiano Burgaretta, Ignazio Buttitta) e a temi storico-sociali come la strage dei migranti che attraversano il Mediterraneo, su cui ho composto una “Suite per Lampedusa”, o un “Oratorio” sulla catastrofe di Marcinelle. Mi affascina l’idea che la musica sia narrazione cantata come ci ha insegnato l’arte e la pratica dei cantastorie, non meno che il “recitar cantando” monteverdiano o le opere di Mozart via via fino alle ballate di Giovanna Marini, o ai rapper impegnati di oggi. C’è tutto un mondo espressivo intorno a questo genere del “cantare il racconto” che mi affascina». Il suo ultimo CD e libro, “Voci di Sicilia”, parla di Sicilia e di siciliani. «Quando la casa editrice tedesca (Edizioni Corso) mi ha chiesto di scrivere un libro sulla Sicilia ho pensato che la Sicilia non è riducibile a un format, solo la voce di chi è testimone della sua Sicilia può rendere un’idea forte di ciò che essa è. Solo in questa discontinuità tra racconti che mettono in luce drammatici paesaggi sociopolitici e idilliaci contesti di biodiversità, solo in questi apparentemente contraddittori passaggi da una realtà a un’altra ho pensato fosse possibile dare coralità alla sintassi complessa di questa terra, con la sua storia, la sua cultura, a tratti la sua spaventevole bellezza. La mia voce è nei brani che accompagnano questi racconti, la mia storia sono brevi aneddoti introduttivi ai capitoli, il tutto in un lavoro nato e cresciuto strada facendo, insieme al fotografo Anton Storch e alla curatrice Klaudia Ruschkowski. Diciamo che questo libro è stato scritto da chi la propria storia ci ha raccontato. Stiamo pensando a una sua pubblicazione in italiano e in inglese».

 

Lidia Schillaci: “La musica mi regala il sorriso”

di Omar Gelsomino    Foto di Massimiliano Fusco

La voce, il cuore e l’anima sono i tre elementi distintivi alla base del suo successo. Cantante, compositrice, attrice e vocalist. È Lidia Schillaci, palermitana d’origine che ha vissuto e lavorato in giro per l’Italia e per il mondo, la vincitrice del Torneo dei Campioni di “Tale e Quale Show”.
È allegra e solare. «Amo profondamente quello che faccio, ci credo davvero. Cerco di prendere molto seriamente il mio mestiere, di affrontarlo con la dovuta consapevolezza di avere l’esigenza di dire delle cose, e non nel dirle tanto per ottenere qualcosa come succede con i social che ti danno quella popolarità effimera. Io invece sento dentro di me l’esigenza di dire. La musica è stata una sorta di rifugio, mi fa stare bene, mi regala il sorriso. A causa della mia infanzia abbastanza particolare, non facile, la musica mi ha dato sempre quella forza per andare avanti, per sorridere. Avevo l’esigenza di trovare un posto dove non mi succedesse nulla di male. Il fatto di essere una persona solare non vuol dire che non soffra come altre persone, ma dentro di me emerge sempre la forza di sorridere, invertire la rotta di tutte le cose negative. Ho imparato sulla mia pelle ad affrontare con il sorriso le cose, è una dote naturale, non tutti hanno la capacità di convertire la negatività in positivo, di vedere la luce in fondo al tunnel. Proprio in questo momento è il messaggio che mi piace dare, affrontare le cose con il sorriso».

Completati gli studi in canto lirico e jazz e in pianoforte, frequenta il Conservatorio e comincia a cantare con alcune band in giro per la Sicilia sino a quando arriva la svolta. Giovanissima partecipa al talent show “Operazione Trionfo”, condotto da Miguel Bosè, portando a casa un contratto con la Warner Music Italy, da lì inizia il suo percorso di vocalist, calcando i palchi internazionali con i più grandi cantanti. «Ho lavorato con tanti artisti imparando da ciascuno di loro tante peculiarità. Per tanti anni ho affiancato Eros Ramazzotti nei suoi tour mondiali, un’esperienza davvero incredibile che mi ha dato tanto perché la più duratura, ho fatto un piccolo percorso di strada anche con Max Pezzali e poi con Elisa».

Lidia Schillaci ha scritto e interpretato la canzone “I miss you” per la fiction “Sbirri”, ha partecipato alla fiction “Non smettere di sognare” e ha collaborato con Fiorello in “Edicola Fiore” e nel 2019 a “Tale e Quale Show” dove è arrivata seconda, per trionfare nell’ ultimo Torneo dei Campioni di Tale e Quale Show. «Ho provato una gioia incredibile, non mi aspettavo questa vittoria. Ci sono andata vicina in molte occasioni, sia ad Operazione Trionfo che a Tale e Quale Show dell’anno scorso. È stata una sensazione indescrivibile, un riconoscimento che mi ha dato una grande carica per continuare a credere nel mio percorso artistico e a lavorare ad un mio progetto già in cantiere da tempo. Sicuramente dietro le quinte impari tanto, ma è arrivato il momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire da sola, di camminare con le mie gambe, di dire qualcosa».

Una carriera lunga e piena di importanti esperienze, Lidia Schillaci vanta milioni di visualizzazioni con i suoi live streaming su Periscope dalle piazze italiane. Prima di congedarsi ci svela alcuni suoi desideri, anche in tempo di pandemia lei insegue i suoi sogni e non ha mai smesso di lavorare ai suoi progetti. «Mi auguro che quello che sta succedendo sia un insegnamento per noi, spero sia avvenuta una piccola conversione profonda. Secondo me stiamo rivalutando tante cose, questo isolamento forzato ci aiuterà a capire meglio tante cose di noi, ma soprattutto spero porti a ridimensionare il nostro modo di vivere. Da bambina ho sempre sognato di andare a Sanremo, è un desiderio che coltivo nel cuore: sarebbe un altro tassello da poter aggiungere alla mia carriera. Adesso ho raccolto tutto il materiale che ho scritto in questi anni e insieme al mio team sto lavorando al mio album, un progetto che parla di me e sarà preceduto da alcuni singoli. Un sogno che è nel mio cuore».

Le Glorius 4 in “Tour intorno al mondo”

Articolo di Angelo Barone

Le radio continuano a trasmettere la musica accompagnando le nostre giornate di lockdown, ma il settore della musica dal vivo ha subito un crac in tutto il mondo e la ricerca di nuove prospettive per la creazione e la diffusione della musica durante la pandemia ha animato tante iniziative sui social.
Una delle più riuscite, per l’originalità e lo spirito positivo che anima il progetto, è il tour virtuale intorno al mondo delle Glorius4, iniziato durante il lockdown, cantando in sette lingue con la partecipazione di star come Paolo Belli, Massimo Moriconi (bassista di Mina), Tony Canto, Faisal Taher e altri artisti di calibro internazionale. Sono tappe di un minuto e riescono a creare un’osmosi emozionale con la loro vocalità, i suoni e le armonie del Paese virtualmente visitato.

Per le Glorius4 (Agnese Carrubba voce/pianoforte/percussioni, Federica D’Andrea voce, Cecilia Foti voce e Mariachiara Millimaggi voce/pianoforte/percussioni), il 2020 doveva essere l’anno del tour in Usa – dopo il successo ottenuto nel 2017 in Francia con la vittoria del Primo Premio e Premio d’Onore al Concours International Leopold Bellan di Parigi, e aver rappresentato l’Italia nel 2018 in Giappone in occasione del 19 Osaka International Music Competition.La pandemia da Covid-19, però, ha bloccato il tour dell’inconsueto ensemble al femminile con arrangiamenti e sonorità vocali originali dal sapore jazz, arricchiti dalla loro eclettica sicilianità, ma di certo non ha fermato la loro creatività e la voglia di vivere con la musica.

«Da Marzo a oggi non ci siamo fermate un attimo, siamo state molto prolifiche, abbiamo deciso di sfruttare questo periodo di minor attività dal vivo per lavorare, studiare, sperimentare, produrre e abbiamo trovato una diversa modalità di lavoro che ci ha permesso di cantare anche a distanza e di trovare un nostro modo di esprimerci per noi stesse e anche per dare un messaggio di gioia e creatività, il risultato è stato non solo inaspettato, ma oseremo dire esaltante. Dato l’annullamento del nostro tour in USA in programma lo scorso aprile, abbiamo iniziato a volare nel solo modo a noi concesso: con la musica!».

Comincia con tanta energia positiva questa intervista corale fatta su piattaforma digitale. Era dalla loro partecipazione al Premio Paladini della Cultura 2019 che non ci si vedeva. Le trovo molto cariche e con tanta voglia di fare: uniscono talento e simpatia, impegno sociale e allegria che riescono a trasmettere anche in questo tour virtuale che comincia dal Sud Africa e continua in Jamaica, Giappone, Russia, Grecia, Messico, Palestina, Usa, Francia, Nuova Zelanda e una tappa anche in Italia.

«Diversi artisti ci hanno seguito in questo viaggio da un minuto, che ancora continua, un meraviglioso scambio. E poi LA7 e la RAI… un anno musicale meraviglioso! Lo possiamo dire?».
Certo che lo possono dire, se uno come Diego Bianchi, che di social è un esperto, con la sua trasmissione cult “Propaganda Live” su LA7 le fa esibire, virtualmente dal parcheggio del Four Seasons Total Landscaping negli USA per rendere omaggio alle origini siciliane della First Lady americana Jill Biden e con Paolo Belli partecipano su Rai 2 alla raccolta fondi per la ricerca Telethon con “Sorridi e va avanti”, che è lo spirito che tutti dovremmo avere per vivere meglio il nostro tempo.

Lo possono dire, perché il loro successo è frutto di tanto lavoro e studio a cominciare dalla tesi di laurea in arrangiamento jazz di Agnese Carrubba, “Glorius Vocal Quartet”, l’unicità di quattro voci femminili in una sintesi originale con 110/110 e lode al Conservatorio Corelli di Messina e seguita da anni di studi insieme a Cecilia Foti, Federica D’Andrea e Mariachiara Millimaggi con prestigiosi maestri e proficue collaborazioni artistiche.

In attesa di poterle sentire dal vivo, potete seguire il “Tour intorno al mondo” su www.facebook.com/gloriusvocal4et e ascoltare il loro Disco Play su Spotify.

L’arte dell’intreccio – Una tradizione da salvaguardare

di Omar Gelsomino   Foto di Mario Guccione

Un’abilità pratica, una passione innata e tanta creatività sono gli elementi essenziali per custodire e tramandare una tradizione contadina come l’arte dell’intreccio. Una usanza che risale alla notte dei tempi, tanto che in un passo del Vangelo di Giovanni si legge: “Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. (Gv.12, 12-16).

Da quel giorno si tramandò l’usanza di esibirle la domenica precedente la Pasqua: è un’arte associata alle celebrazioni cristiane e alla Domenica delle Palme, poiché i fedeli usano abbellire i luoghi di culto e valorizzano le processioni e i riti della Settimana Santa con le foglie di palma intrecciate. Da straordinari capolavori realizzati da “u palmaru”, ancora oggi, davanti ai sagrati delle chiese, troviamo le classiche palmette più semplici, caratterizzate dai modelli uniformi e abbellite con coccarde o nastrini colorati. Dopo la loro benedizione sono portate nelle case, attribuendo alle palme il simbolo di trionfo, acclamazione, regalità, ma anche vittoria, ascesa, rinascita e immortalità, principalmente a protezione del nucleo familiare.

Dalle mani abili di Mario Guccione, operaio forestale e intrecciatore di fibre vegetali di San Michele di Ganzaria, grande conoscitore della Montagna con le sue orchidee selvatiche, prendono vita oggetti unici nel suo genere: oltre alle palme, cestini, scope e persino giochi per bambini. «Una passione nata per caso circa vent’anni fa, quando lavoravo alla forestale. Iniziai a fare le scope e i cestini, ma desideroso di imparare ancora di più, frequentai un corso che mi appassionò tantissimo. In realtà mia madre è di origine sarda e anche i miei parenti che vivono a Cagliari fanno l’intreccio, quindi avevo questa passione innata, ma non sapevo di possedere. Ho imparato altre tecniche da tante persone, ho acquistato dei libri, mi sono sempre più documentato e ancora oggi continuo a sviluppare le varie tecniche per fare gli intrecci di palma, con spighe di grano, ecc.».

Tutti materiali che solo in pochi sono in grado di saper scegliere, raccogliere, piegare e intrecciare per comporre le palme. «Circa un mese prima si raccolgono le foglie e si mettono dentro un recipiente con poca acqua per tenere umidi i gambi, poi inizio a realizzare le palmette devozionali. Quando è finita, si rimette sempre nel recipiente con acqua, così resta sempre verde e rigogliosa fino al giorno delle Palme. Lavoro semplicemente le sue foglie senza usare cucitrici, né decorazioni colorate, realizzando diversi tipi di palme: il giglio, il pesce, la rocchetta, la colomba, la passione, etc.; utilizzando l’intreccio a cravatta, a rovescio, a rocchetta semplice e anche quello antico. Realizzo un cavalluccio di palma che rappresenta l’asinello del Signore e intreccio anche i rametti d’ulivo, un’antica tradizione sammichelese risalente a un secolo fa. Una volta ultimate le dono a parenti e amici come devozione che le porteranno in chiesa per la benedizione».

Un’arte da salvaguardare, tanto che Mario Guccione ha realizzato il Museo dell’Intreccio, per tramandare le antiche tecniche e i segreti della lavorazione. «Creare qualcosa di nuovo è fantastico ma l’intreccio è una tradizione bellissima, fa stare bene. Ho iniziato a trasmettere questa tradizione ai miei figli, hanno imparato a realizzare la tipica palmetta semplice, il pesce, il serpente, la croce e l’anello. Recentemente abbiamo realizzato dei video per mostrare come si realizzano questi oggetti. Le vecchie palme intrecciate, secondo tradizione, non vengono mai buttate perché sono benedette, ma si bruciano».

L’arte dell’intreccio è un chiaro esempio di un tempo passato, della vita quotidiana dei contadini, semplice e rispettosa dell’ambiente, uno stile di vita da apprezzare e utile a farci riflettere.

Domenico Seminerio: «La scrittura deve emozionare, divertire, insegnare»

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Roberto Strano

Con la sua scrittura fine abilmente riesce coniugare storia e fantasia, realtà e leggende. Domenico Seminerio, scrittore calatino, da anni si è affermato nel panorama letterario nazionale con diversi romanzi: “Senza re né regno”, “Il cammello e la corda” e “Il manoscritto di Shakespare” editi per Sellerio, “L’autista di Al Capone” (Siké) solo per citarne alcuni e l’ultimo “L’inganno di Pilato” (Algra Editore).

Una scrittura magistralmente usata per raccontare e raccontarsi. «La passione per la scrittura l’ho sempre avuta, fin da piccolo, quando mi divertivo a scrivere fiabe. Poi ho continuato con saggi di carattere storico-archeologico, poemetti, articoli per quotidiani e riviste e, in ultimo, mi sono dedicato alla narrativa con romanzi e novelle. Scrivere, per me, è diventato un esercizio indispensabile, quasi come respirare o mangiare, ma non per acquisire gloria letteraria e notorietà, semplicemente per dare ordine ai pensieri randagi e comunicare con gli altri, per stabilire un confronto su temi che hanno attirato la mia intenzione e che possono essere di interesse comune. Nei miei romanzi e nelle novelle confluiscono le esperienze cumulate in tutti i campi, come succede, credo, per tutti gli scrittori, ed arricchiscono la narrazione di fatti veri o verosimili con annotazioni che accrescono l’interesse e il divertimento del lettore».

Domenico Seminerio ha connotato la sua scrittura dandole un genere e uno stile, affidandole una funzione. «Veramente non mi sono mai posto il problema, ma, se proprio debbo osare, direi che la mia scrittura piglia le mosse dal Verismo e dal razionalismo illuminista di Sciascia e di altri. Per lo stile, ho cercato di crearne uno tutto mio, con l’uso esclusivo del discorso indiretto libero, lontano dai virtuosismi barocchi e dallo psicologismo di alcuni nostri autori, Bufalino e Pirandello, per dire, con una lingua che, secondo me, si dovrebbe adattare a personaggi, paesaggi, situazioni che prendo in esame: ma tocca ai lettori dire se ci sono riuscito o meno. Il ruolo dello scrittore? Movere, delectare, docere, ovvero emozionare, divertire, insegnare, magari riproponendo storie del passato con l’occhio attento al presente e allungato verso il futuro». Una realtà che va letta usando anche la fantasia. «Come disse qualcuno, “lo strapotere fantastico della realtà siciliana è tale che la comprensione dell’isola, per essere ricondotta entro parametri razionali, ha bisogno della più sfrenata fantasia da parte degli scrittori”. C’è bisogno della fantasia per dare un senso e una spiegazione logica a molti avvenimenti e molte scelte, sia individuali che collettivi, che tante volte ne sembrano privi. Ma, forse, può essere più attinente la citazione di chi vide la Sicilia come “un paradiso terrestre occupato da un battaglione di diavoli».


Nella sua ultima opera, con una sapiente ricostruzione storica e la fantasia, mette in dubbio un’interpretazione storica millenaria. «Il mio ultimo romanzo, “L’inganno di Pilato”, prende le mosse da una rilettura attenta di alcune parti dei Vangeli, letti come si leggono gli atti di un processo antico, senza i condizionamenti che portarono alla sentenza e senza la luce abbagliante e perciò accecante della fede, che non permise di valutare alcune contraddizioni. Una ricostruzione storica romanzata che porta a una diversa interpretazione dei fatti e fa emergere una soluzione completamente diversa rispetto al racconto tradizionale. Un romanzo sconvolgente, hanno detto alcuni critici, molto duro, che non mancherà di suscitare polemiche e recriminazioni. Le ho messe in conto e sono sereno. Non ho inteso recare offesa a nessuno, non ho voluto irridere alcuna fede: ho solo voluto presentare una possibile e plausibile soluzione, tutta razionale, senza tener conto del filtro della fede. Dal dialogo tra fede e ragione, è stato detto in modo molto autorevole, non può che nascere una maggiore consapevolezza della fede professata e comportamenti individuali e collettivi più in linea con la razionalità».

Lo Zibibbo – L’oro di Pantelleria

di Omar Gelsomino e Titti Metrico   Foto di Milena Ippolito

Dalla terra, dal sole e dal lavoro umano ecco nascere un’altra eccellenza siciliana. Nella Perla Nera del Mediterraneo, così come chiamiamo Pantelleria, si coltiva lo Zibibbo. Conosciuto anche come Moscato d’Alessandria, lo Zibibbo vanta una storia millenaria e il legame unico e indissolubile con l’isola.
Importato probabilmente dall’Egitto, il suo nome sarebbe da ricondurre secondo alcuni autori a Capo Zebib in Africa da cui risale la dominazione araba, oppure da Zaibib cioè uva essiccata. In ogni caso, la certezza assoluta, è che Zibibbo è il vitigno e il vino Doc. Sarebbero stati i Fenici a trapiantarlo e i Saraceni a tramandarne la coltivazione. Si narra che durante la dominazione araba lo Zibibbo sopravvisse facilmente alle restrizioni religiose perché conservarono il diritto di coltivare questa varietà principalmente per appassirne i frutti, indispensabili alle gustose preparazioni culinarie, ma non disdegnavano di fare e bere del buon vino.

Nonostante fosse vietato dai principi religiosi, era ben tollerato, come dimostrano un’illustrazione conservata al Museo Salinas di Palermo, raffigurante il Fondaco dello Zibibbo e numerosi poemi medievali siculo-arabi. Il paesaggio pantesco, su cui si stagliano i ‘dammusi’, è infatti caratterizzato dalla coltivazione della vite, una viticoltura eroica per certi versi, in cui l’uomo ha saputo integrare e fondere le asperità della natura con la qualità eccellente di un prodotto. L’unico tipo di coltivazione possibile è proprio l’alberello basso, la cui piantina cresce in una conca, cioè in una buca nel suolo di terra lavica, per proteggerla dallo scirocco sferzante dal mare che modella la terra e dalla salsedine e trattenere l’umidità, tanto che l’uomo per praticare la coltivazione dell’uva ha addolcito i pendii realizzando dei terrazzamenti attraverso dei muretti a secco con pietre vulcaniche. Il caldo africano, l’assenza di piogge e il vento continuo fanno sì che l’uva presenti una forte concentrazione zuccherina.


Il metodo di coltivazione millenario, la produzione e la qualità dell’uva sono stati fondamentali per l’inserimento nel 2014 da parte dell’Unesco della Vite ad alberello di Pantelleria tra i Beni immateriali dell’Umanità. Da questo vitigno si producono il Passito di Pantelleria, che ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1971 e di cui esiste persino un disciplinare; il Moscato e lo spumante.

Ricche di proprietà organolettiche le uve Zibibbo sono tardive, poiché vendemmiate a fine settembre, e sono anche da appassimento. Una volta imbottigliato si presenta con il suo colore giallo dorato dai riflessi ambrati, il cui profumo è fruttato ed aromatico che ricorda i fiori secchi e la frutta matura, con sentori di arancia candita, del dattero, del miele, dell’uva passa. Cremoso al palato, imperlato dalla dolcezza della confettura e del miele e impreziosito da una nota agrumata. Conservato ad una temperatura di circa 10°- 15° C è ideale per accompagnare crostacei, ricci e piatti di pesce in genere, così come i formaggi piccanti o erborinati, ma l’abbinamento migliore è sia con la piccola pasticceria che la grande pasticceria, con i dolci della tradizione siciliana (cassata, cannoli, paste di mandorla), con dessert secchi o con gelati al pistacchio. Un’altra eccellenza siciliana, dal colore dorato e cremoso al palato, apprezzata in tutto il mondo.