La bella addormentata di Gangi

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Sembra stia dormendo, presso la chiesetta di San Giovanni di Palazzo Mocciaro, a Gangi, la giovane Maria Concetta Mocciaro Pottino. La bella ed elegante figlia di una facoltosa famiglia che, sino ai primi del secolo scorso, aspirava ad ottenere il titolo nobiliare.
Siamo nella Sicilia dei Gattopardi, quella in cui la nascente borghesia ostentava – anche nell’architettura e nei decori – quel potere e prestigio che aveva sottratto alla nobiltà, ormai in decadenza. Palazzo Mocciaro ne è l’esempio. Sontuoso ed austero domina ancora il corso Umberto a Gangi.
Si racconta che lì visse la giovane Maria Concetta, forse promessa in sposa a un giovane nobile, figlio dei baroni Sgadari. Era proprio nel palazzo della bella Mocciaro che i due, in terrazza e sorseggiando un tè caldo, spesso si incontravano sotto lo sguardo indiscreto delle famiglie ed anche degli abitanti del borgo, che ne conservarono a lungo la memoria.
Chissà quante speranze coltivavano i Mocciaro in quella loro figlia! Dare in sposa Maria Concetta al rampollo Sgadari avrebbe permesso loro, probabilmente, di ottenere l’ambito titolo nobiliare, oltre al fatto di assicurarsi una discendenza di “alto rango”. Avrebbero così affermato il loro potere, siglando con l’amore dei due giovani la loro ascesa sociale.
Così, però, non accadde.

“Aurora limpidissima fu la giornata in cui l’anima giovinetta si affacciò alla vita immortale …”. Era il 1921 quando, a causa della tubercolosi, la giovane chiuse gli occhi al mondo, all’età di diciannove anni, non coronando il sogno della sua famiglia – e probabilmente anche il suo – di sposare il nobile Sgadari.
Ancora, a Gangi, qualcuno lo racconta. Ed è proprio nel racconto che si tramanda la storia di un’epoca passata, contemplabile nel corpo imbalsamato di Maria Concetta, che dorme ancora nella chiesetta del palazzo che la vide spensierata e promessa sposa. Dorme lì, in un sarcofago di bronzo, col suo vestitino di seta a vita bassa e le scarpette eleganti di raso, con il capo leggermente reclinato da un lato, ormai da cento anni, in attesa di un risveglio della memoria, della sua storia.

 

 

Gelatina fatta in casa

Le ricette di Nonna Gina a cura di Sofia Cocchiaro   Graphic by Mauro Polizzi

Mai come in quest’ultimo periodo mi capita di ripensare con grande nostalgia alle tavolate domenicali a casa di nonna Gina. Non solo perché la nonna è venuta da poco a mancare, ma anche perché sembrano lontani i tempi in cui stare seduti intorno ad una tavola in compagnia dell’intera famiglia era una cosa normale. Durante il “lockdown” i sapori, gli odori e i suoni della cucina sono stati capaci di riportarmi alla mente immagini lontane, custodite come gioielli preziosi. Ecco, allora, l’odore irresistibile dell’arrosto, del ragù, delle “ ‘ mpanate” con l’agnello, della gelatina, della parmigiana di melanzane, del pollo con le patate che non bastavano mai, dell’insalata dimenticata puntualmente in cucina e ritrovata solo al momento del caffè; e, ancora, il tintinnio dei bicchieri e dei piatti mentre si apparecchiava la tavola, magari in una qualche occasione speciale: un compleanno, il Natale, la Pasqua.

In questa rubrica mi voglio ispirare a tale memoria per consigliarvi qualche ricetta di mia nonna Gina, nella speranza di risvegliare in voi i ricordi di persone amate, di luoghi del cuore e di attimi felici. Per fare questo mi sono fatta aiutare dall’unica persona con cui la nonna condivideva ricette e cucina, ovvero la zia Mariarosa, che per questo numero mi ha suggerito di proporvi la ricetta della “Gelatina di Maiale”, in dialetto a liatina ri maiale che si gusta per la vigilia di Natale.

INGREDIENTI:

  • Resti del maiale (stinco, cotenna, orecchie, piedi, testa…)
  • Del maiale, infatti, “non si butta via niente”
  • Alloro
  • Limone
  • Aceto bianco
  • Sale
  • Pepe rosso

PROCEDIMENTO:

Mettete le parti del maiale in una pentola capiente, aggiungendovi una manciata di sale, poi ricoprire il tutto con abbondante acqua. Fate cuocere fino a quando la carne sarà stracotta. Fate cuocere il tutto, fino a quando la carne sarà stracotta. Estraete la carne e le ossa dal brodo, filtratelo e lasciatelo raffreddare. Recuperate tutta la carne possibile dai pezzi utilizzati e sfilacciatela. Quando il brodo si è raffreddato, togliete con un mestolo forato il grasso che si è depositato in superficie, scaldate nuovamente il brodo e fatelo cuocere ancora con succo di limone a piacere e aceto bianco. Sistemate uno strato di carne in una pirofila, condite con un po’ di peperoncino e versate sopra il brodo fino a ricoprire tutti i pezzettini di carne, poi mettete in frigorifero per circa mezz’ora, avendo cura di coprire la pirofila con la pellicola trasparente.

 

I migliori cani adatti a stare con i bambini

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

La scelta di prendere un cucciolo quando si hanno dei bambini in casa, deve essere attentamente valutata, non tanto per il cane, quanto per i nostri impegni. Decidere di accogliere in casa un cane significa dedicargli tutti i giorni del tempo, vuol dire scegliere se debba vivere in un appartamento o in un giardino, dove potrà correre per gran parte della giornata. Si deve tener conto della presenza di altri animali domestici in famiglia, poiché potrebbero nascere problemi di gelosia.

Un aspetto da non sottovalutare è l’età dei bambini. Chi pensa che i cani di piccola taglia siano più adatti alla vita di famiglia, deve ricredersi: se i bambini sono troppo piccoli possono involontariamente far male all’animale, che infastidendosi potrebbe reagire. Il consiglio, dunque, è quello di non lasciare mai i bambini da soli con i cani, qualsiasi sia la loro taglia.

Fondamentale quando arriva un cucciolo in casa è saperlo addestrare in modo adeguato. Anche il cane più buono del mondo se non è ben educato e stimolato positivamente può avere problemi comportamentali che lo renderebbero un compagno inadatto sia con i bambini sia con l’intera famiglia. Di mezzo a queste variabili c’è anche la genetica. la personalità di ogni cane è unica come quella di ciascuno di noi e va accettata per poter creare un gioioso rapporto reciproco. Individuati questi aspetti, non mi sento di fare una lista di quali siano i cani più adatti a stare in famiglia, togliendo quelle pochissime razze che sono state definite pericolose, tutti possono diventare degli eccezionali compagni di vita, sia di piccola sia di media taglia. Tra i cani di media taglia una menzione particolare va al Labrador e al Golden Retriever, quest’ultima è la razza canina che da tempo è considerata la migliore per convivere con i bambini, è docile, giocosa e si adatta facilmente a vivere in appartamento. Auguro a tutti voi di accogliere in casa il cane che tanto desiderate, senza tralasciare la possibilità di adottare un amico a quattro zampe che si trova in un canile e ha bisogno di trovare una famiglia. Detto ciò, auguro a tutti voi, serene festività natalizie.
Io mi prendo un po’ di pausa, ringrazio quanti hanno gradito i miei suggerimenti e consigli in questi anni. Un abbraccio affettuoso, a presto.

 

Pantalone Gurkha – Numa Selection

Selected by Numa a cura di Emanuele Cilia

IG: @numaselection     NUMASELECTION.IT

Il pantalone Gurkha, o più comunemente chiamato a vita alta, ispirato alle divise dei militari inglesi in Nepal nel 1800, è stato riadattato alla moda moderna da Emanuele Cilia, titolare del brand Numa Selection rendendolo un must have delle collezioni presentate nelle varie stagioni.

Il pantalone si presenta con un bustino da 6 cm con abbottonatura sul fianco destro, dove è collocato un bottone di colore diverso rispetto al pantalone stesso.
Sul fronte del pantalone troviamo una doppia pinces e due tasche stile america.

Il fondo 17 e il risvoltino da 6 cm, stessa misura del bustino per dare geometria al pantalone, rendono la vestibilità versatile per un pubblico sia giovane che adulto.
Proprio per questo motivo, può essere indossato per tutte le occasioni, dal casual all’elegante.

Per un outfit casual, ma che comunque fa la differenza, consiglio di abbinarlo, a seconda delle stagioni, con una sneaker, una calza a fantasia (solo se il pantalone è unica tinta, in caso contrario una calza che riprenda la fantasia del pantalone, una camicia e un maglioncino con un trench sopra o una giacca modello chiodo, per le stagioni autunno/inverno, con una semplice t-shirt, un mocassino o le espadrillas, per le stagioni più calde.

Per un outfit elegante, consiglio di completare il pantalone con una giacca doppiopetto con rever a lancia larga, che in base al proprio gusto può variare dallo spezzato, con colori totalmente diversi evitando così lo stesso colore con tonalità diverse, dal completo intero e nei prossimi numeri presenteremo uno dei tanti modelli selezionati per i nostri clienti della giacca NUMA. Entrambi i completi sono da abbinare con camicia, calza monocolore e scarpa modello mocassino o con fibbie. In base all’evento poi si può scegliere se mettere la cravatta o il papillon.

 

Editoriale N.26

di Emanuele Cocchiaro

Cari lettori, è difficile di questi tempi parlarvi di argomenti come i viaggi, le festività, il turismo, l’arte e la cultura. Ci accingiamo, difatti, a vivere un Natale particolare e difficilmente, per diverse ragioni, avremo la possibilità di programmare un viaggio quest’inverno. Ritengo, tuttavia, che chi svolge un lavoro come il mio debba guardare oltre e trovare, nella difficoltà, l’occasione per risollevarci. Per questo andiamo avanti molto orgogliosamente alla ricerca delle eccellenze del nostro territorio, delle sue bellezze e di quanti ogni giorno fanno grande il nome della nostra terra. In questo numero non potevano mancare approfondimenti sul Natale, tra borghi imperdibili da visitare quali Gangi, Castelbuono e Isnello, racconti di storie e sapori della tradizione e tanto altro che troverete sfogliando il numero che apre le porte al nuovo anno. L’augurio è che sia migliore di quello appena trascorso e che tutti voi possiate vivere le feste, perlomeno, in un clima di serenità. Nel frattempo attraverso il nostro nuovo portale “IN VIAGGIO CON BIANCA” potrete fare un viaggio virtuale alla scoperta della nostra meravigliosa isola. Seguiteci anche sui nostri canali social per non perdervi il lancio.
Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

L’editore
Emanuele Cocchiaro

Biodanza. Poetica dell’incontro umano.

Articolo di Salvatore Genovese

Per scrivere di Biodanza non si può prescindere dal parlare di Rolando Toro Araneda, psicologo e antropologo cileno che, nel 1953, ne è stato il fondatore. Nel suo impianto teorico, scaturito dalla riflessione che la seconda Guerra Mondiale avesse fatto emergere tutta la perversità del genere umano, in un periodo caratterizzato dalla distruttività delle bombe atomiche e dall’olocausto, poneva la necessità della ricerca e dell’individuazione di espressioni diverse, lontane dall’odio e dalla violenza umana, che aprissero nuove possibilità esistenziali, quali l’amore e l’accettazione dell’altro, in un positivo rapporto mente-corpo e in un rafforzato vincolo con la natura: in sintesi, un innovativo linguaggio universale che facilitasse la comunicazione tra gli esseri umani.
Ed è nella musica che Rolando Toro ha individuato tale linguaggio condiviso, in grado di ‘dare ritmo ed armonia alla vita’.

«La Biodanza – spiega Anna Maria Ciccia, che a Catania dirige la “Scuola Originale di Biodanza della Sicilia”, fondata nel 1995 da Rolando Toro – non propone uno specifico modello di comportamento: ogni persona che entra in contatto con se stessa in un processo d’integrazione offre il proprio modello genetico di risposte vitali. Gli esercizi di Biodanza sono accuratamente strutturati e mirano, attraverso la fluidità della danza, a stimolare aspetti specifici della persona: vitalità, creatività, affettività. Il tutto per recuperare il ritmo e l’armonia nella propria esistenza ed esprimere se stessi in forma piena. La maggior parte degli esercizi si esegue con la musica; in alcuni di essi, invece, ci si esprime mediante il canto o il silenzio. Le sequenze degli esercizi seguono regole che hanno obiettivi precisi come, per esempio, l’aumento della resistenza allo stress e la stimolazione delle funzioni neuro vegetative».

 

Oltre agli incontri periodici, in genere a cadenza settimanale, la scuola catanese organizza anche specifici corsi per la formazione professionale di operatori di Biodanza.
«Per conseguire tale diploma – chiarisce la direttrice – gli allievi seguono una rigorosa formazione che comprende la frequenza di ben ventisette stage che toccano tutti gli argomenti teorici della Biodanza, così come è stata concepita da Rolando Toro».
Oltre che a Catania, la Biodanza viene praticata anche in altre realtà siciliane tra cui Ragusa e Caltagirone. Conduttrice, da circa vent’anni, della prima è Gianna Cappello.

Anche a Ragusa la cadenza degli incontri (vivencias) è settimanale. Hanno una durata di due ore e consistono in una prima parte teorica e in una seconda parte pratica, con esercizi specifici caratterizzati soprattutto da brani musicali scelti con cura e dai conseguenti, fluidi movimenti corporei che ne derivano.

«Per comprendere la Biodanza – sottolinea Gianna Cappello – bisogna praticarla molto perché è un percorso esperenziale dove la nostra corporeità può esprimersi al meglio e perché il corpo è il nostro inconscio e durante gli esercizi avviene proprio l’unione mente-corpo. Si arriverà così non solo a capire e comprendere, ma anche a ‘sentire e danzare la vita’, in perfetta integrazione corporea e mentale con noi stessi e con gli altri».

Davide Russo è il didatta che opera a Caltagirone dal 2015. Anche nella città calatina gli incontri sono settimanali.
Secondo Davide Russo «la Biodanza è una ricchezza che merita di essere conosciuta e approfondita da tutti per i benefici che può dare, soprattutto in una realtà come quella odierna, caratterizzata dalla paura del Covid 19 e da quello che sta creando; credo che potrebbe essere un’ottima, positiva risorsa sia per i singoli, sia per gli aspetti relazionali che comporta. Anche numerose scuole pubbliche, dalle materne alle medie superiori, hanno mostrato interesse per la Biodanza. Io stesso, insieme ad una collega, per qualche anno ho tenuto un corso a Siracusa che ha coinvolto alunni, insegnanti e genitori».

Elena Militello: l’innovazione sociale e territoriale grazie al South Working

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Mario Mirabile

È partita pian piano e la diffusione del lavoro in remoto è esplosa durante la pandemia. In questi mesi di lockdown non abbiamo sentito altro che il termine smart working, cioè il lavoro agile, magari da spazi di coworking. Sta cambiando il mercato del lavoro, aprendo scenari prima impensabili. Così Elena Militello, una ventisettenne palermitana, nei mesi scorsi è potuta ritornare, per qualche mese, nella sua città natale pur continuando a lavorare per l’Università del Lussemburgo. Così è nato il South Working, per permettere ai giovani e non solo di poter lavorare dalle loro città, soprattutto meridionali, evitando la fuga al Nord e all’estero.

Elena Militello ci parla del suo progetto e dei suoi benefici. «Sono andata via dalla Sicilia dopo il liceo, dieci anni fa. In questi anni di studio e lavoro tra Milano, Como, Stati Uniti, Germania e, da ultimo, Lussemburgo ho sempre desiderato tornare a Palermo per poter lavorare dalla mia terra. Nei mesi del lockdown, mentre avevo un contratto di ricerca all’Università del Lussemburgo, ho ideato il progetto ‘South Working – Lavorare dal Sud’ e oggi sono presidente dell’omonima associazione di promozione sociale (www.facebook.com/southworking; www.southworking.org). ‘South Working – Lavorare dal Sud’ è nato come progetto in collaborazione con la comunità Global Shapers. In questi mesi è diventata un’associazione di promozione sociale volta in ultima analisi a una maggiore coesione economica, sociale e territoriale e minori diseguaglianze tra Nord e Sud d’Italia e d’Europa. Lo strumento scelto in questa prima fase è la promozione di contratti di lavoro agile a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud. L’idea alla base del progetto è che nell’era post-Covid sarà possibile per molti lavoratori immaginare ipotesi di contratti di lavoro primariamente a distanza (possibilmente in lavoro agile, cosiddetto ‘smart working’) che permettano alle lavoratrici e ai lavoratori di lavorare dal luogo in cui preferiscono risiedere». 

Per i giovani del Sud una vera possibilità che potrebbe arginare la loro ‘fuga’ verso destinazioni lavorative lontane da casa. «L’innovazione è tradizionalmente legata a luoghi specifici capaci di attrarre capitali economici, culturali e tecnologici. Il digitale, però, ci permette di poter lavorare da qualsiasi luogo provvisto di una (buona) connessione Internet. Questa condizione dovrà essere sfruttata per poter rendere sempre più decentrato il processo di produzione dell’innovazione per portarla anche in territori lontani dalle città. Ricordiamo sempre, però, che le condizioni essenziali per lavorare in South Working sono le infrastrutture digitali e quelle di mobilità».

Cosa accadrà al mercato del lavoro una volta debellato il Coronavirus? «Il cambiamento innescato in termini di ripensamento delle modalità lavorative non si potrà arrestare quando – si spera il più presto possibile – il virus sarà debellato. Alcuni lavoratori hanno percepito di poter lavorare per un’alta percentuale slegati dalla sede dell’ufficio. Anche dal punto di vista dei datori di lavoro, molti sono gli studi di scienza dell’amministrazione che evidenziano i potenziali vantaggi del lavoro agile, cioè per obiettivi, senza limitazioni spaziali: per il datore di lavoro, in termini di incremento di produttività, riduzione dei costi, degli straordinari e dei fenomeni di assenteismo nelle pubbliche amministrazioni, miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori e della loro motivazione, ottimizzazione dei costi, riflessi sulla ‘reputation’ e sulla responsabilità sociale d’impresa».

Insomma, all’orizzonte si prospetta un futuro più roseo rispetto al passato. «Nonostante si prospettino tempi difficili, con una grave recessione, si aprono possibilità di tornare o venire a vivere nelle regioni meridionali. Ciascuno di noi può portare le competenze maturate e le esperienze vissute per contribuire a creare innovazione sociale e territoriale».

Elisabetta Zito, alla guida del carcere di Piazza Lanza con fermezza e sensibilità

Articolo di Patrizia Rubino

Circa il 70 per cento degli oltre 190 istituti penitenziari presenti in Italia è guidato da una donna; ciò si deve a una particolare preparazione, determinazione e capacità di gestire situazioni difficili in un ambiente di lavoro tanto complesso. Rientra perfettamente in questo quadro Elisabetta Zito, direttore del carcere di Piazza Lanza di Catania, 55 anni sposata, mamma di una ragazza di 20 anni e di un ragazzo di 16. Una carriera quasi trentennale nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, sostenuta da un curriculum di primissimo livello che evidenzia una formazione professionale continua sempre al passo con i tempi.

Facendo i conti ha iniziato a lavorare prestissimo.
«Ho vinto il concorso in magistratura nel 1993 e a soli 27 anni, nel ’94, ho ricoperto l’incarico di vice direttore, prima nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese, successivamente all’Ucciardone di Palermo. Erano anni particolarmente difficili, ma sono stati fondamentali per la mia formazione.
A metà del 1998 sono arrivata al carcere di Piazza Lanza e per diverso tempo ho svolto la funzione di vicario, sino a quando, alla fine del 2011, ho assunto l’incarico di direttore. Attualmente qui sono presenti 272 detenuti, di cui 40 donne e 35 stranieri, che perlopiù hanno commesso reati contro il patrimonio e spaccio di sostanze stupefacenti. Dal momento del loro ingresso noi ci concentriamo sulla persona, non sul reato commesso: la dimensione umana deve restare centrale».

E arriviamo dritti al tema della funzione rieducativa della pena.
«L’obiettivo della detenzione è innanzitutto quello di cambiare il comportamento del detenuto trasmettendogli un nuovo quadro di valori, che comincia dal rispetto delle regole. Ma ho sempre pensato che fosse necessario lavorare per rendere trasparente il muro di cinta che separa il carcere dal mondo che c’è fuori, nel senso che i detenuti non possono essere considerati avulsi dalla società e la loro rieducazione non può essere solo un affare dell’amministrazione penitenziaria: le altre istituzioni e la comunità devono avere un ruolo attivo affinché possa attuarsi il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, ossia la funzione riabilitativa della pena. Oltre alla scuola dell’obbligo, abbiamo attivato anche tre classi del liceo artistico, implementato i corsi di formazione professionale, creando delle competenze che poi consentono ai detenuti di lavorare anche qui in carcere. Prezioso è, inoltre, l’apporto qualificato e costante del volontariato. Nel nostro istituto contiamo la presenza più alta, a livello regionale, di volontari e la loro partecipazione è fortemente apprezzata dai detenuti perché, oltre a rappresentare un contatto con l’esterno, è fonte di arricchimento e di conoscenza, per le innumerevoli attività proposte che fanno emergere intelligenze e talenti straordinari».

L’ emergenza sanitaria e il lockdown cosa significano per chi è costretto in carcere?
«Per chi già fa i conti con una reale restrizione della propria libertà, l’improvvisa interruzione dei pochi contatti con il mondo esterno provoca un grandissimo senso di disagio. Per ragioni di sicurezza sanitaria abbiamo dovuto sospendere gli incontri con i familiari, la scuola, che è continuata a distanza e con evidenti limiti, e tutte le attività con i volontari che costituiscono, come dicevo, un corollario fondamentale alla rieducazione e socializzazione dei detenuti».

Che Natale sarà quest’anno?
«Tutte le festività in carcere sono vissute con grande tristezza. Si ferma la routine quotidiana, non ci sono attività e la quasi totale assenza di rumori diventa per i detenuti un peso quasi insopportabile. Solitamente nei giorni precedenti o successivi a quelli delle feste cerchiamo di offrire attività di svago e condivisione, per colmare questo vuoto. Quest’anno tutto ciò non sarà possibile per le limitazioni cui dovremo sicuramente sottostare e il Natale, che è la festa in cui si sente di più la mancanza dei propri cari, temo sarà ancora più malinconico».

Totò Calì, ironia e creatività al servizio dei più fragili

Articolo di Patrizia Rubino   Graphic by Totò Calì

È noto al pubblico soprattutto per essere il vignettista sarcastico ed irriverente da ben 27 anni del quotidiano catanese “La Sicilia”, ma per Totò Calì questa definizione è sin troppo stretta; pittore, musicista, scenografo, autore e regista, scrittore. Una laurea in Accademia di Belle Arti e una in Scienze e Tecniche Psicologiche. Un uomo, un artista dalle mille sfumature che ha scelto di mettere la sua creatività anche a servizio delle persone fragili, affette da disturbi mentali per offrire loro percorsi per riscoprire il sé smarrito nei meandri della malattia.

L’arte e la creatività come terapia per il disagio psichico.
«Diciamo che ho raggiunto questa consapevolezza in maniera graduale e del tutto casuale. Tutto ebbe inizio qualche anno fa quando misi in scena due spettacoli come dire surreali, sicuramente fuori dagli schemi classici, ma che esprimevano una creatività libera da condizionamenti. Piacquero molto ad un amico psichiatra che trovò il mio linguaggio espressivo un utile strumento per tirare fuori sentimenti ed emozioni di chi vive oppresso dal disagio mentale. In seguito affrontai il tema della follia, in uno spettacolo dal titolo “Pazza – Il gioco dell’oca”. La protagonista, la pazza appunto, grida la sua voglia di vivere e al tempo stesso sfoga il suo senso di sopraffazione perché costretta a vivere in un ambiente chiuso che la incatena sempre più al suo disagio. Compresi che attraverso la creatività che può avere mille sfaccettature si possono risvegliare fiumi di emozioni e capacità inesplorate anche nelle menti fragili dei cosiddetti folli».

Da lì non ti sei più fermato.
«Sì, ho sentito l’esigenza di portare fuori dalle mura il pensiero del paziente psichiatrico, di liberarlo e renderlo manifesto. Sono trascorsi circa dieci anni da quando ho iniziato a collaborare con le comunità per riabilitazione psichiatrica. Da qualche tempo opero in una struttura a Paliano, in provincia di Frosinone. Grazie alla sensibilità e alla grande apertura mentale, e qui ci sta proprio bene, dell’amministratore unico Enzo Prisco, riesco a fare un lavoro straordinario con gli ospiti. Musica, pittura, attività teatrale, piccoli cortometraggi, o anche la visita ad un museo, tutto può essere un mezzo per sollecitare emozioni e benessere anche in coloro che inizialmente sembrano non voler uscire dal loro guscio di totale chiusura verso l’esterno. Recentemente abbiamo realizzato un docu-film dal titolo “Quante rose a nascondere un abisso”, su come ha vissuto la pandemia, quella della prima ondata, la comunità di Paliano; i ragazzi hanno partecipato realizzando le interviste e in qualità di assistenti alla regia. Volevo che, attraverso il racconto delle persone si rendessero conto, di una situazione che perlopiù conoscevano solo dalla tv. Un modo per renderli parte integrante di questo particolare momento».

Forte di queste esperienze da qualche anno curi la sezione Cinema e Psichiatria, nell’ambito della rassegna cinematografica “Corti in Cortile”.
«Si tratta di uno spazio dedicato ai progetti artistici, o meglio di espressività creativa, realizzati dagli ospiti delle comunità di riabilitazione psichiatrica. Un’opportunità per questi ragazzi per confrontarsi e raccontarsi davanti ad un pubblico vero, per esprimere sentimenti, emozioni o anche semplicemente se stessi».

Non possiamo non fare un cenno alle tue vignette sempre specchio dell’attualità. Ma com’ è nata la passione per la satira?
«All’età di dieci anni, durante il funerale di mio nonno, feci le caricature dei miei parenti. Questo mi servì ad alleggerire un’atmosfera pesante e difficile da sostenere. Il sarcasmo, la satira, il non prendersi mai troppo sul serio sono importanti chiavi di lettura per superare paure e disagi. Restando sull’attualità, in quest’ultimo periodo ho prodotto moltissime vignette sulla pandemia. Penso che ne farò un libro. Ci troviamo sicuramente davanti ad una delle più grandi paure del nostro tempo, non ci resta che esorcizzarla con l’ironia e il sorriso».

Maria Grazia Cucinotta: inaccettabile la violenza sulle donne

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta

Non ha bisogno di presentazioni. Da diversi mesi è la testimonial di due spot pubblicitari, oltre ad essere un’icona di bellezza e sensualità. Maria Grazia Cucinotta, attrice e produttrice cinematografica siciliana, da anni è impegnata nel sociale, in prima linea in battaglie importanti contro la violenza.

Nel 2019 insieme a Francesca Malatacca, Solveig Cogliani, Chiarenza Millemaggi, Rosalba Adduci e Carla Capocasale, ha fondato Vite Senza Paura Onlus. L’associazione, di cui Maria Grazia Cucinotta è presidente, nasce da un gruppo di professioniste dell’arte, del diritto, della medicina e imprenditrici impegnate nel supporto alle donne vittime di violenza. «Vogliamo capire dove la legge non funziona. Si fanno tante lotte, ma se non ci sono le leggi giuste le denunce sono inutili. Capita spesso che persone denunciate per molestie e maltrattamenti rimangano a piede libero. Inoltre penso che non si educhi abbastanza contro la violenza. E invece sono i bambini che sin da piccoli vanno educati al rispetto».

Maria Grazia Cucinotta sta presentando il suo libro “Vite senza paura. Storie di donne che si ribellano alla violenza” (Mondadori), in cui racconta l’aggressione subita a vent’anni quando si trovava a Parigi per lavoro riuscendo a sfuggire al suo aggressore, oltre ad altre storie di donne vittime di violenza.
«Anche se non ho vissuto l’aggressione in maniera così massacrante come tante altre donne anche io ho vissuto la mia paura. Ho deciso di raccontarla perché serve a tirare fuori quei fantasmi che ti porti dentro e ti fanno vivere sempre guardandoti alle spalle, ma nonostante tutto le superi. Quando scende la sera ci sentiamo delle prede, si ha paura di uscire anche da casa, ti viene l’ansia. Ti ritornano in mente le parole di tua madre quando ti diceva “non rientrare tardi, non andare in giro da sola”. Questa sensazione orrenda ti fa vivere male, ma soprattutto non deve esistere. Bisogna partire dall’educazione dei nostri figli, educarli al rispetto degli altri e all’amore vero, ad amare anche le differenze».

Un episodio fortunatamente superato con il coraggio e la determinazione che contraddistingue Maria Grazia Cucinotta.
«Il messaggio che intendo dare è la necessità di denunciare, non si può vivere tutta la vita nella violenza e non si possono lasciare impunite le persone che fanno violenza. Ogni volta che si accetta la violenza c’è il rischio che poi si trasformi in una tragedia. Le donne vittime di violenza non si rendono conto che continuando a stare con i loro uomini si fanno portare via la vita dall’amore sbagliato. Le donne aggredite hanno spento la luce della loro vita, sono svuotate. Al primo schiaffo devono scappare e denunciare, prima che si arrivi al peggio. Nessuna donna deve accettare la minima violenza. La vita è un bene prezioso».

Così lo scorso 4 novembre nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato Maria Grazia Cucinotta con i parlamentari di Forza Italia Maurizio Gasparri e Giusy Versace, insieme a Solveig Cogliani e Maria Stella Giorlandino con la sua Artemisa Onlus a cui Vite Senza Paura Onlus si è unita collaborando a dei progetti sociali condivisi, hanno presentato le proposte di legge sulla violenza sessuale e di genere per l’istituzione dell’albo delle associazioni e gli operatori specializzati e per l’assistenza delle vittime. «Sono felicissima che gli onorevoli Gasparri, Versace, Gelmini abbiano sin da subito sposato queste nostre proposte. Adesso confidiamo nella loro approvazione a grande maggioranza perché non hanno colore politico. Soprattutto in un periodo come questo, in cui la pandemia ha costretto tutti a rimanere casa sono aumentate le violenze, non bisogna abbassare la guardia. Le donne che scappano di casa perché vittime di violenza hanno bisogno di assistenza giuridica, psicologica ed economica, di trovare un lavoro affinché ritrovino la serenità e la dignità che meritano. Il ricavato del libro sarà devoluto alle case famiglia che accolgono le donne vittime di violenza».