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Roccuzzo, un talento che emoziona

Articolo di Alessia Giaquinta

È stata definita “la voce più emozionante di X Factor”. Apprezzato immediatamente dai giudici del talent, esaltato dalle cantanti Arisa ed Elisa per il suo modo speciale di interpretare i brani, ed acclamato dal pubblico di tutta la nazione, che lo ha sostenuto durante le selezioni e che si è ribellato contro la scelta della sua eliminazione, nella Last Call, fatta da Emma. Il suo nuovo singolo “Ricominciamo da qui” e le sue interpretazioni di brani, trasmesse anche in radio, ad oggi, contano migliaia di ascolti e visualizzazioni nei canali Youtube e Spotify.

Parliamo di Giuseppe Roccuzzo, in arte Roccuzzo, il giovane talento giarratanese conosciuto ormai in tutta Italia per la sua spiccata sensibilità e il suo timbro vocale non comune. Classe ’96, il giovane vive a Luino (Varese) per motivi di lavoro ma “vede la Sicilia ovunque”, come dichiara lui stesso.

 

Quando e come nasce la tua passione per il canto?

«La mia passione per il canto nasce praticamente con me. Mia mamma, infatti, ha sempre cantato ai matrimoni, a casa… . Papà, invece, suona a chitarra. Potete immaginare allora che, da quando sono nato ho sempre ascoltato musica. Poi mi sono appassionato con il tempo, sempre insieme alla mamma. Così ho pian piano capito che la musica è “il posto” dove volevo e voglio stare».

Qual era il mestiere che volevi fare da bambino?

«(Ride, ndr). Io ho sempre voluto cantare. Da bambino dicevo solamente “cantare” ma non realizzavo che potesse essere un mestiere, invece col tempo ho capito che esiste e voglio fare quello».

Raccontaci l’esperienza a X factor.

«Un’esperienza bellissima, anche se alla fine c’è stato un grande “no”. Mi è servita a capire l’impatto che io potessi avere con la gente. La cosa bella è stata scoprire che ci sono tante persone che vogliono emozionarsi insieme a me! Mi ha fatto crescere tantissimo, sia la parte delle audizioni in cui mai dimenticherò le bellissime parole con le quali mi hanno promosso i quattro giudici; sia la parte dei bootcamp, dove era veramente difficile convincere Emma; fino alla fase del grande no. I “no” molte volte servono più dei “sì” per crescere ed andare avanti».

 

 

Roccuzzo è…

«Logorroico e, più che sensibile, ritengo di essere uno che si emoziona tanto, sono senza filtri. Se sono felice lo mostro; se un film mi commuove, piango. Sono anche una persona semplice. Sono molto ponderato nelle scelte, e non sempre è una cosa positiva. Sono ansioso, e questo aspetto dovrei cambiarlo».

Il legame con la tua terra e la tua famiglia.

«Il legame con la propria terra è qualcosa di magico. Io la mia terra ce l‘ho sempre nel cuore, guardo il cielo e penso a quello della mia Sicilia, anche se vivo lontano. Mi porterò sempre l’amore della mia famiglia, parenti, amici e conoscenti che vivono nella mia terra: loro sono la testimonianza del calore e dell’amore che trasmette la Sicilia».

Parlaci del tuo singolo “Ricominciamo da qui”.

«L’ho scritto l’anno scorso, per mia sorella. Parla d’amore, dell’importanza di ricominciare, di ricostruire. È un messaggio che si può estendere anche a questo periodo difficile».

In genere, la tua giornata tipo…

«Sono un “nottambulo”. Di solito di notte riesco a concretizzare le idee che ho in testa. Ascolto tanta musica e vado a dormire tardi e al mattino mi sveglio tardi, intorno alle 11, faccio uscire la mia cagnolina, torniamo a casa, mangio e guardo tv, canto in stanza dove ho tastiera e microfono e verso le 17 prendo il bus per andare al lavoro e torno la sera tardi, intorno all’una di notte. La mia giornata è molto veloce».

Roccuzzo ci anticipa, inoltre, che a breve ci sorprenderà con nuovi progetti e brani che affrontano tematiche importanti. “In questo periodo sto scrivendo tantissimo col mio team”, dichiara.

Ecco, Roccuzzo, dopo il “no”, ricomincia da qui!

racconti di bianca

Perdere la testa in Sicilia, una storia di passione, vendetta e disonore.

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

Stretti in un abbraccio da togliere il fiato, erano i due amanti. Una passione così improvvisa li legava da quel giorno in cui, per la prima volta, si erano incontrati: lei, giovane palermitana, e lui, un Moro (erano chiamati così gli Arabi) giunto a Palermo. Era il IX secolo, periodo dell’invasione musulmana in Sicilia.

Stava innaffiando le piante del suo giardino, lei. Il padre la teneva segregata in casa a causa della sua bellezza, capace di far perdere la testa a chiunque la guardasse. Fu in quell’attimo di svago casalingo che la giovane incrociò gli occhi scuri del soldato arabo che, incantato dall’estatica visione, le dichiarò immediatamente il suo amore.

Una cosa, però, il Moro l’aveva omessa: nella sua terra, in Oriente, moglie e figli lo attendevano. Intanto, immemore del suo vincolo, si godeva le bellezze e le attenzioni della giovane palermitana. La ragazza non appena scoprì ciò che l’amante le aveva nascosto, accecata dalla gelosia – la voglia era di averlo solo per sé – ed infuriata per l’offesa ricevuta, agì con la stessa prontezza che l’aveva fatto cedere tra le braccia del suo Moro: prese una lama affilata e gli tagliò la testa, mentre questi dormiva al suo fianco.

Non lo aveva solo ucciso, no. Lo aveva soprattutto tenuto con sé, per sempre.
Tra le piante del suo giardino scelse un ramoscello di basilico e lo piantò all’interno della testa dell’amante ucciso, trasformata così in una sorta di vaso. Ad innaffiare quella pianta, che così cresceva rigogliosa, erano le lacrime della ragazza, che ogni giorno se ne prendeva cura. Le vicine, invidiose del profumo e della rigogliosità di quella pianta, cresciuta in quel vaso a forma di testa (per loro era così), si fecero foggiare dei vasi aventi la stessa forma che esposero, così, sui balconi. Erano teste di moro, per l’appunto.
Si racconta pure che il padre della ragazza li sorprese insieme, mentre i due godevano del loro amore. Il legame, non autorizzato, portò l’uomo a sacrificare la figlia e l’amante per dare esempio visibile delle conseguenze del disonore subito. Le teste dei due giovani, per l’appunto, furono esposte sul balcone del palazzo, divenendo icona di una Sicilia che è capace di amare ed accogliere ma che poco tollera tradimenti e disonori. Erano altri tempi, sicuramente.

Quando si dice: attenzione a perdere la testa!

 

 

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I cani ipoallergenici

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

Con le vacanze alle spalle e il ritorno alla vita quotidiana, tanti staranno prendendo in considerazione la possibilità di adottare un amico a 4 zampe, per condividere con lui piacevoli momenti di puro divertimento. La scelta di un cucciolo è sempre difficile, sia che si viva da soli, sia che si debba mettere d’accordo tutta la famiglia. La scelta diventa più complicata se qualche componente del nucleo familiare è allergico al pelo del cane: questo è un aspetto da non sottovalutare e da prendere in seria considerazione.

È luogo comune pensare che i cani a pelo corto non perdano pelo: in realtà, anche se ne perdono pochissimo possono causare una reazione allergica. La perdita del pelo del cane è un processo fisiologico del tutto naturale e si verifica in specifici periodi dell’anno: in primavera e in autunno. Per fortuna esistono dei cani che non perdono pelo (si parla, in tal caso, di cani ipoallergenici), pertanto chi ha problemi allergici e ha intenzione di prendere un cane lo può fare con assoluta tranquillità. Ecco di seguito alcune razze che non perdono pelo: Bichon frisè e maltesi, Barboncino, Boston terrier, Levrieri, Yorkshire terrier. Questa lista elenca solo le più conosciute, ma ne esistono tante altre, tra le quali troverai sicuramente il cane adatto a te…

 

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Cosa c’è da sapere sulla protezione dei dati personali

IUS LETTER
Un approfondimento giuridico a portata di tutti.
A cura di Dott.ssa Sofia Cocchiaro e Dott.ssa Rossana Anfuso

Oggi il fenomeno della comunicazione e dell’informazione attraverso il mondo digitale cresce in maniera esponenziale ponendo problematiche giuridiche circa la corretta diffusione e fruizione dei contenuti veicolati, nonché la nascita di “nuovi diritti” che subiscono rapide evoluzioni normative e giurisprudenziali. Questa rubrica intende individuare gli snodi e gli aspetti problematici di tale evoluzione, avvicinando il mondo della legge a quello del marketing. Infatti, oggi il mondo è cambiato, quindi le conoscenze legali in materia sono una necessità. Nessuna impresa, ad esempio, può fare a meno di conoscere e applicare il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) che oltre ad essere obbligatorio è anche sanzionabile. Il nostro viaggio parte proprio da qui, in quanto ad oggi uniformarsi al nuovo regolamento sulla privacy rappresenta una necessità cogente ma ancora sottovalutata dai più. Il GDPR del 2016 ha ridisegnato il concetto di trattamento dei dati personali e ha introdotto nuovi principi a cui ispirarsi. Di matrice europea, è divenuto efficace nel nostro ordinamento nel 2018 e da allora tutte le imprese che trattano dati sono soggetti agli obblighi ivi contenuti senza differenziazioni di sorta tra liberi professionisti, piccole medie imprese e grandi imprese. Nell’intento di agevolare la lettura degli obblighi da esso imposti, abbiamo predisposto una check-list degli adempimenti essenziali da cui partire:

  • Verificare e adeguare tutte le informative privacy;
  • Designare i responsabili del trattamento dei dati;
  • Nominare, quando necessario, la figura del DPO (Responsabile della Protezione dei dati);
  • Redigere un registro dei trattamenti;
  • Mettere in piedi misure per prevenire e gestire i cosiddetti “data breach”, ovvero le eventuali violazioni accidentali dei dati;
  • Condurre legalmente le proprie campagne di marketing;
  • Comprendere che il soggetto interessato ha sempre diritto ad accedere, modificare e gestire in ogni modo i suoi dati fino a chiederne la cancellazione.

Chiaramente, tale elenco è meramente indicativo dei principali macro-adempimenti che titolari e responsabili del trattamento devono porre in essere, fermo restando che ogni realtà ha le proprie peculiarità ed esigenze e che pertanto l’analisi sulla necessità o meno di adempiere a determinati obblighi va effettuata caso per caso e con l’assistenza di un esperto.

 

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La storia di Elisa Vittorino, da farmacista a volontaria internazionale

Articolo di Patrizia Rubino     Foto di Stefano D’Alpozzolo per FOCSIV

Cambiare il corso della propria vita, anche se questa scorre tranquilla, con tutti i tasselli al posto giusto, a volte diventa un’urgenza insopprimibile.
Elisa Vittorino, quarantaquattro anni, originaria di Caltagirone, laureata in Chimica e Tecnologie farmaceutiche, farmacista affermata da oltre dieci anni, a un certo punto sente di non essere più soddisfatta di quel che ha e nel giro di pochissimo tempo, decide di lasciare il posto sicuro e di dare una svolta alla propria esistenza. Dopo una pausa di riflessione, comprende quale dovrà essere il suo nuovo percorso: partire per un’ esperienza di volontariato lontana da casa, dalle certezze e dalle comodità.

Cosa ti ha spinta a stravolgere una vita con ritmi ormai ben definiti?
«Nell’immaginario collettivo è il giovane ventenne che parte all’avventura, per conoscere e sperimentare. Nel mio caso, che quest’età l’ho superata da un bel pezzo, nonostante tutto andasse bene, e fossi per così dire realizzata, sentivo di non avere più tempo per la mia vita, di essere come in un vortice e quello che facevo non mi appagava più. Nel giugno del 2019 ho mollato il mio lavoro, senza un piano B, un’alternativa. Due mesi per stare con me stessa ed è arrivata la decisione: partire per l’Africa come volontaria per investire il mio tempo in qualcosa che avesse un significato vero».

Da quel momento come ti sei organizzata?
«Mi sono documentata e ho contattato il Cope, un’organizzazione non governativa di Catania che si occupa di cooperazione internazionale ed è presente in Africa da oltre trent’anni con progetti che promuovono l’autosviluppo in ambito sanitario, agricolo, educativo e sociale. Al colloquio con i responsabili sono stata accolta con un certo stupore e qualche perplessità. Era alquanto insolito che una persona della mia età, con una posizione sociale solida volesse fare quel tipo di esperienza. Ma ero determinata a partire e niente mi ha fatto desistere dal mio intento, neppure quanto mi è stato detto durante il corso di formazione, “dove ti preparano anche alle difficoltà”. Sono partita per la Tanzania lo scorso gennaio, prima di arrivare al villaggio di Nyololo, il mio luogo di destinazione, ho fatto tappa a Dar es Salaam, una città molto grande e caotica. Qui sono rimasta per due settimane nella sede del Cope per conoscere maggiori dettagli del progetto ed apprendere anche qualche parola di swahili. Il mio vero incontro con l’Africa è arrivato durante il viaggio di circa 10 ore per Nyololo, su un autobus stracolmo di persone. Abbiamo attraversato luoghi straordinari, persino un parco con elefanti, gazzelle, giraffe e ho visto quel cielo spettacolare, nerissimo e punteggiato da miriadi di stelle che sembrano piombarti addosso».

Qual è stato l’impatto con la tua nuova vita?
«Appena arrivata nel mio alloggio a Nyololo, ho appreso che non ci sarebbe stata acqua ed energia elettrica per almeno due giorni e che questo sarebbe accaduto spesso. Ben presto mi sono adattata alla mancanza delle comodità più elementari, apprezzando la semplicità della gente del luogo, la loro gentilezza e grande dignità. Ho da subito iniziato a lavorare nelle due strutture del Cope: il Centro di salute rurale, un ospedale con diversi reparti e il Centro Bambini, un orfanotrofio che può accogliere sino a 30 bambini. Mi sono occupata della riorganizzazione della farmacia, in seguito ho lavorato in amministrazione. In entrambi i centri tutto il personale è del luogo. Ho imparato a relazionarmi con loro senza mai impormi. La logica della cooperazione allo sviluppo consiste nel fornire gli strumenti per poi lasciare spazio alle risorse umane locali. “Rendersi inutili prima possibile”, come dice il presidente del Cope Michele Giongrandi».

Sei tornata a casa per qualche settimana, ma poi sei nuovamente ripartita.
«In Africa sono riuscita a trovare la mia dimensione, a riappropriarmi del mio tempo. Qui i ritmi sono diversi, lenti e mai frenetici. Sono felice della mia scelta perché mi ha restituito entusiasmo e grande voglia di fare».

Angelia MariaCarmela

Una nuova vita per la storica libreria Prampolini.

Articolo di Patrizia Rubino     Foto di Luca Guarneri

A volte i sogni si realizzano, ma occorre tanta determinazione e perseveranza affinché un desiderio possa diventare realtà. Ed è proprio grazie all’intraprendenza di due donne, le giovani sorelle libraie Maria Carmela e Angelica Sciacca che a Catania la storica “Legatoria Prampolini” festeggia un anno dalla sua riapertura con una nuova linfa vitale, pur conservando tutto il fascino e le suggestioni della sua antica storia. Situata in pieno centro storico, è probabilmente una delle più antiche librerie della Sicilia. Fondata, infatti, nel 1894 da Romeo Prampolini nel tempo divenne il salotto culturale della città; da qui sono passati autori come Verga, Capuana, De Roberto, e ancora Brancati e Patti, per citarne alcuni. A causa, però, delle diverse gestioni succedutesi negli anni, questa non è riuscita a mantenere i suoi antichi fasti arrivando ai giorni nostri sull’orlo della definitiva chiusura.

«Avevamo in mente di acquisire spazi per un nuovo progetto – racconta Maria Carmela che insieme alla sorella Angelica è già proprietaria della libreria “Vicolo Stretto”, piccola ma avviatissima e di grande tendenza in città – ma quando ci fu proposta la Prampolini, pensammo fosse troppo impegnativa. Poi abbiamo cominciato ad accarezzare il sogno, e alla fine il fascino di questo luogo ci ha conquistato. Così abbiamo avviato un lungo e non semplice lavoro di recupero dei locali che versavano in pessime condizioni. Grazie alla maestria e sensibilità del nostro progettista Marco Terranova – continua Maria Carmela – gli ambienti interni sono stati restaurati, con materiali ecosostenibili, ma nel massimo rispetto della loro struttura originale». Anche all’esterno è stata mantenuta l’antica insegna, “Legatoria Prampolini”, risalente agli anni ’30. «Abbiamo aperto al pubblico circa un anno fa con grande entusiasmo, ma non c’è stato il tempo di terminare la ristrutturazione – aggiunge Angelica – a causa della chiusura forzata di tre mesi, imposta dall’emergenza sanitaria. Abbiamo dovuto rinviare numerosi progetti e sospendere i lavori per la realizzazione della sala Caffè e della sala lettura, attigue alla libreria. Non ci siamo comunque fermate, abbiamo intensificato il nostro servizio “Libro lesto” di consegna a domicilio dei libri che ha tanto ben funzionato per l’altra nostra libreria e siamo state molto presenti sui social con rubriche e presentazioni di libri. Adesso siamo finalmente tornate a pieno regime, porteremo a termine i lavori e ben presto potremo finalmente realizzare le idee e i progetti per il rilancio della libreria».

In un luogo dove il fascino del passato si fonde con una moderna funzionalità, i lettori oltre a trovare una vasta scelta di pubblicazioni potranno consultare una pregiata selezione di testi e documenti antichi, disponibili solo per la lettura. «I libri saranno sempre i principali protagonisti della nostra attività, ma è nostra intenzione renderli dinamici con eventi collaterali – spiega Angelica – avremo sempre le presentazioni con autori di fama ed emergenti e organizzeremo mostre di varie espressioni artistiche. Alla maniera delle librerie europee, dove s’incontrano arte e cultura, pensieri e riflessioni».
Ma le sorelle Sciacca sono soprattutto figlie di questi tempi, pragmatiche, attente al mondo digitale e con un certo piglio manageriale. «Amiamo i libri, ma non abbiamo una visione romantica del nostro lavoro – concordano le due libraie – nel senso che la libreria è pur sempre un’azienda che necessità competenza e massima organizzazione affinché tutto possa funzionare. Prescindere poi dal potere del web e dei social e dalla rete di relazioni con altri colleghi librai è un atteggiamento snobistico che non porta da nessuna parte. L’immagine del libraio paludato attaccato ad uno standard antico, non ci consentirebbe di esistere e resistere. Con la libreria Prampolini – affermano in conclusione – la nostra sfida sarà quella di creare legami di cultura con un occhio alla memoria e il cuore oltre all’ostacolo per il futuro».

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La Boutique della Carne, una bontà che dura da 5 generazioni

Articolo di Roberta Maria Randazzo     Foto di Samuel Tasca

Assaggiando la salsiccia della Boutique della carne di Luca Arcidiacono qualcuno ancora ricorda lo stesso inconfondibile gusto di quella che preparava suo nonno Gioacchino, come se il tempo si fosse fermato a quella miscela essenziale, selezionata e preparata con amore sin dalla prima apertura.

Ad oggi sono ben cinque le generazioni che si susseguono dal 1892, quando il bisnonno di Luca, don Salvatore, aprì la prima bottega della carne a Mazzarrone. Dopo di lui, nel 1920, prese le redini il nonno Gioacchino, che iniziò a fare il macellaio già all’età di dodici anni. Successivamente, l’attività passò al padre di Luca, Giuseppe. Fu proprio lui, nel 1968, ad inaugurare la Boutique della carne, trasferita poi a Comiso nell’87, nell’attuale negozio che oggi Luca gestisce insieme alla sua famiglia. Nonostante i pettegolezzi dell’epoca sulla scelta del termine francese, a distanza di anni, possiamo certamente affermare che fu un nome all’avanguardia per gli standard di quel periodo. Forse a volte i pettegolezzi portano bene…

Luca oggi ha 45 anni, ci racconta che iniziò a lavorare con suo padre già all’età di 8 anni, un lungo cammino che a 17 anni lo portò ad essere un macellaio completo al cento per cento. Sempre più consapevole dell’amore per questo mestiere, oggi prova a trasmetterlo anche ai suoi figli, Giuseppe e Salvatore, che lo sostengono giorno dopo giorno nell’attività. A loro, infatti, affida le sue speranze per il futuro, per migliorare sempre più la filosofia aziendale da lui scelta: offrire massima qualità portando avanti la tradizione dei suoi avi, senza trascurare in modo alcuno l’innovazione, fondamentale per andare incontro alle esigenze del cliente e concedere opportunità di scelta varie e variabili, create ad hoc per ogni particolare richiesta.

Oltre alla salsiccia tradizionale e alla varietà di preparati per tutti i gusti, la Boutique della carne offre una grande varietà di carni pregiate, italiane ed estere. Luca, infatti, fa parte de La scelta Iblea, consorzio di 22 macellai siciliani che selezionano vitelli di altissima qualità da filiere controllate. Inoltre, per andare incontro anche alle nuove richieste, nella Boutique troviamo carni che variano dalla scottona di Pezzata Rossa alla scottona di Limousine, dal Black Angus australiano (vitello selvatico al 100%) al Sashi Beef (manzo finlandese). Insomma, ce n’ è per tutti i gusti.

In definitiva possiamo confermare che questo mestiere è stato tramandato con amore e dedizione dalla famiglia Arcidiacono di padre in figlio, di generazione in generazione: non un semplice lavoro, ma un’arte, accomunata dalla passione per il buon cibo. La Boutique della carne porta così con sé tre principali valori: tradizione, qualità e innovazione, accompagnate quotidianamente da pulizia, organizzazione e velocità. Qualità essenziali per tutte le esigenze dei clienti. Parola di Bianca!

 

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Anna Grassellino, da Marsala agli Stati Uniti per realizzare il computer più potente al mondo

Articolo di Omar Gelsomino     Foto di Reidan Hahn

Il suo nome è tra i più importanti della fisica mondiale. Lei è Anna Grassellino, trentanovenne ricercatrice marsalese, che con le sue ricerche ha vinto tanti premi, tra cui il PECASE, massimo riconoscimento attribuito dagli Stati Uniti a giovani scienziati e ingegneri, per le sue scoperte sulla fisica applicata agli acceleratori di particelle. Una carriera fulminea, da ricercatrice a team leader di una Divisione all’interno del Fermilab di Chicago. Il suo prossimo obiettivo? Realizzare il computer quantistico più potente al mondo. Anna Grassellino ci racconta la sua nuova avventura alla guida del Centro SQMS (Materiali e Sistemi Superconduttori Quantistici).
«Sono Senior Scientist e Deputy Head della divisione Applied Physics and Superconducting Technology del Fermilab di Chicago. Da poco mi è stato conferito l’incarico di Direttore del Centro Nazionale Superconducting Quantum Material and Systems (SQMS, link https://sqms.fnal.gov)».

Ci racconta il suo percorso formativo?
«Mi sono laureata in Ingegneria elettronica a Pisa e sono approdata al Fermilab negli Stati Uniti per la prima volta come summer student nel 2004. Sono tornata nel 2006 per un PhD in Fisica (Dottorato, ndr) alla University of Pennsylvania, e ho lavorato alla mia tesi su tecnologie superconduttive per acceleratori di particelle al TRIUMF di Vancouver in Canada. Dopo il PhD sono stata assunta al Fermilab prima come ricercatore, e poi come scienziato. Durante i miei anni da scienziato a Fermilab insieme al mio gruppo abbiamo fatto importanti scoperte nel campo della fisica delle cavità superconduttive a radio frequenza. In pratica abbiamo spinto le tecnologie necessarie a costruire acceleratori di particelle più avanzati».

Di cosa si occupa al Fermilab?
«Mi occupo come ricerca di cavità superconduttive a radio frequenza, del miglioramento delle loro prestazioni per essere usate per acceleratori di particelle o come sensori di particelle nascoste, e adesso anche come elementi fondamentali per la costruzione di un computer quantistico».

È una responsabilità guidare un team al Fermi Lab?
«Sicuramente, un compito complesso e una grande responsabilità, ma la parte del mio lavoro che mi piace di più è proprio il lavoro di squadra e realizzare insieme nuove scoperte».

Cosa ha provato quando ha ricevuto il PECASE (conferitole da Obama e consegnatole da Trump)?
«Essere tra i cento migliori scienziati e ingegneri degli Stati Uniti e premiata dal Presidente Obama è stata un’ emozione incredibile».

Cosa direbbe ai giovani siciliani in cerca di occupazione?
«Di studiare e non avere timore di uscire per conoscere, e chissà un giorno ritornare riportando una più grande ricchezza di conoscenze acquisita studiando e lavorando all’estero».

Tornerebbe in Sicilia?
«La mia ricerca è molto specializzata e quindi non consente facilmente il mio ritorno, ma spero di collaborare con il centro Ettore Majorana ad Erice per l’organizzazione di scuole estive di specializzazione».

Ci parla di questo nuovo prestigioso incarico e come l’ha vissuto?
«Sono stati mesi molto duri: durante la pandemia abbiamo lavorato sodo alla costruzione della proposta per il centro SQMS che abbiamo portato all’attenzione del Department of Energy. Dopo giorni e notti di lavoro abbiamo creato un’ottima proposta che è riuscita a vincere in un’ardua competizione con le migliori università e laboratori statunitensi. Ora ci prepariamo a cominciare questo lavoro quinquennale che alla fine porterà alla costruzione di un calcolatore quantistico che si prefigge di essere il più potente mai costruito. Sono molto emozionata, e ovviamente anche un po’ preoccupata per il mio cambio di responsabilità, ma so che lavorando sodo e con un team internazionale di più di duecento ricercatori riuscirò a raggiungere traguardi importanti».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Al momento guardo ai prossimi cinque anni che saranno un’avventura molto impegnativa ma anche molto gratificante. Il nuovo centro SQMS dovrà essere un successo».

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Alice Mangione e il sogno delle Olimpiadi di Tokyo

Articolo di Omar Gelsomino     Foto di Victor Deleo

Impegno, sacrifici e determinazione. Tanta determinazione per inseguire i propri obiettivi. Queste sono le caratteristiche di Alice Mangione, ventitreenne di Niscemi (CL) da tempo trasferitasi a Roma. Nonostante la giovane età ha già vinto due titoli nazionali nel 2013 e nel 2014, è stata medaglia d’argento al Cus di Palermo e detiene altri record. È fresca di vittoria sui 400 metri piani ai Campionati Italiani Assoluti di Padova con un tempo di 52,70.
Alice Mangione ci racconta come è nata la passione per l’atletica. «I miei professori di educazione fisica delle scuole medie hanno notato che ero portata per l’atletica leggera. Ho vinto le fasi regionali dei campionati studenteschi in Sicilia e poi sono volata a Roma per le finali classificandomi seconda. In quel periodo non seguivo alcuna preparazione specifica per l’atletica leggera e ho capito che potevo essere effettivamente portata per questo sport. Mi sono, quindi, buttata su questa attività sportiva abbandonando il mio precedente sport, ovvero la danza classica. Inizialmente mi hanno coinvolto nelle corse campestri che tuttavia non mi hanno mai convinto più di tanto. Poi ho scoperto la velocità e mi sono totalmente innamorata dell’atletica leggera. Dagli 80 metri ai 300 metri fino a specializzarmi sui 200 e 400 metri».

Gare ed emozioni che rimangono impresse nella mente. «Ogni esordio lo ricordo sempre con emozione. Ricordo ancora oggi l’eccitazione che provai quando corsi le finali dei Giochi della Gioventù allo Stadio dei Marmi di Roma: fu un’esperienza veramente affascinante. Tuttavia l’esordio più emozionante è stato sicuramente quello in Diamond League; correre accanto a velociste già affermate a livello europeo è stato veramente avvincente».

E poi quando arrivano delle vittorie come quella di Padova Alice Mangione è stata ripagata di tutti i suoi sacrifici e allenamenti. «La soddisfazione è massima. Ho avuto la conferma che il lavoro paga. Appena ho attraversato il traguardo ho avuto un flash di tutti i sacrifici e le rinunce che ho fatto per raggiungere quel risultato. Ne è valsa la pena, ma voglio che sia un punto di partenza e non di arrivo. È un risultato di cui sicuramente sono felice ma voglio puntare più in alto senza montarmi la testa. Voglio migliorare passo dopo passo e arrivare al massimo delle mie possibilità».
Praticare lo sport da sempre fa bene al corpo e alla mente. «L’atletica rappresenta per me molto più di uno sport; la considero uno stile di vita. Ti insegna ad impegnarti al massimo, a rialzarti più forte quando ci sono problemi, a spingerti oltre. Probabilmente è l’attività sociale più meritocratica che esista. Soprattutto per quanto riguarda gli sport di prestazione: dietro quel breve lasso di tempo espresso in gara ci sono giorni, settimane, mesi e addirittura anni di lavoro dietro. In una società moderna, dove molto spesso l’apparire prevale sull’essere, il consumismo ci spinge ad acquistare costantemente beni superflui, l’atletica ti insegna a raggiungere risultati con sacrificio e lavoro costante».

La sua carriera sportiva l’ha portata lontana dalla Sicilia, ma la sua isola è sempre nel suo cuore. «La Sicilia è la mia terra, mi manca moltissimo. Così come la mia famiglia, il mio nipotino, il clima; è un mondo diverso rispetto a Roma. Purtroppo ho scelto questo percorso che mi tiene molto lontana dalla mia terra natia, ma è un sacrificio che faccio volentieri».
Alice Mangione adesso corre per un altro traguardo, perché sia un nuovo punto di partenza senza fermarsi mai. Inseguendo un sogno. «Voglio dare il massimo e migliorarmi sempre. L’ obiettivo a breve termine è scendere sotto i 52:70, il mio record personale, ed entrare in un gruppo sportivo militare. L’anno prossimo si svolgeranno le Olimpiadi a Tokyo e lavorerò sicuramente per parteciparvi». Da Niscemi al Giappone, non possiamo che augurare ad Alice Mangione di realizzare il suo sogno e raggiungere tanti altri nuovi traguardi.

 

 

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John Real, il talentuoso regista catanese dal gusto americano

Articolo di Patrizia Rubino     Foto di Salvo Gravina

Non ama essere definito enfant prodige ma John Real, nome d’arte di Giovanni Marzagalli, classe 1988, regista, autore e produttore catanese, ha cominciato giovanissimo a lavorare dietro la macchina da presa, riscuotendo consensi e importanti riconoscimenti. Aveva soltanto ventuno anni quando vinse il Globo d’Oro come “Regista rivelazione dell’anno” con il film horror “Native”, girato sull’Etna. Alle spalle un percorso formativo all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna e due Master all’UCLA della California, la prestigiosa università americana. Dieci film, una serie tv, diversi cortometraggi e tanti altri lavori.

Sin dall’ inizio della sua carriera si è imposto come regista di genere, dal fantasy all’ horror per poi virare sul thriller psicologico e sul drammatico. Dalla fantasia pura alla cruda realtà.
«Amo raccontare storie che provocano forti emozioni, perché credo che il cinema sia un mezzo straordinario attraverso il quale si possano provare situazioni al limite della realtà. Dico questo perché nei miei film fantasy o horror, generi che mi hanno contraddistinto, c’ è sempre un fondo di verità, un legame con la vita quotidiana che per assurdo rende la storia più credibile e, quindi, più emozionante. Il colpo di scena e la suspence continuano ad essere presenti anche quando tratto il thriller psicologico o il genere drammatico».
Nei suoi film c’è una regia di evidente impronta americana; le atmosfere, il suo modo di lavorare, spesso la scelta dei cast e persino i titoli quasi sempre in lingua inglese.
«Il film che mi fece appassionare al mondo del cinema all’età di otto anni fu “L’ultimo dei Mohicani”. Una pellicola epica, travolgente ed americana appunto. Amo molto il modo di fare cinema degli americani e non soltanto in senso artistico. Negli USA si punta molto al prodotto e a quanto può dare, una vera e propria industria che nulla toglie alla professionalità e al merito dei nuovi autori. A differenza dell’Italia dove in questo settore purtroppo si scommette davvero poco sui giovani talenti e sulla professionalità».

Nulla toglie, però, allo strettissimo legame che ha con la sua terra, la Sicilia.
«Sono profondamente attaccato alle mie radici e ai miei valori. Da buon siciliano credo moltissimo nella famiglia, ne ho già una mia, una compagna e due splendidi bimbi. Da sempre, inoltre, lavoro con le mie due sorelle, Adriana che è sceneggiatrice e Maria che si occupa di scenografia. Un lavoro di squadra che grazie all’empatia data dal nostro legame affettivo, ci consente di raggiungere i risultati che ci siamo prefissi. La Sicilia, inoltre, è costantemente presente nei miei film, la scelgo per i luoghi e i paesaggi straordinari ed ineguagliabili. La nostra regione offre un grandissimo potenziale nel settore cinematografico, mancano però gli strumenti e l’organizzazione delle professionalità. Il mio sogno è quello di realizzare qui un polo cinematografico, degli studios, per accrescere sempre più l’interesse di produzioni straniere e al contempo per creare reali opportunità di lavoro per i giovani talenti che spesso si trovano costretti a lasciare la nostra terra».

Ha unito al lato artistico anche quello imprenditoriale. Qualche anno fa ha fondato la Real Dreams Entertainment, società di produzione e distribuzione cinematografica.
«In realtà sono diventato produttore per necessità, considerata la difficoltà di trovare fondi per finanziare i miei film, mi sono organizzato di conseguenza. Ad oggi, però la “Real Dreams” è una realtà in continua crescita, per i servizi che offre ma anche perché mira alla formazione delle professionalità artistiche e tecniche».

I suoi prossimi progetti?
«Purtroppo a causa del lockdown ho dovuto interrompere degli importanti progetti lavorativi. Presto riprenderò la lavorazione di due film; al momento posso soltanto dire che uno sarà di genere drammatico e per la prima volta mi cimenterò in un film western. Una nuova sfida che non vedo l’ora di affrontare».