Il viaggio di Arianna Di Romano intorno all’anima

di Omar Gelsomino   Foto di Arianna Di Romano

La passione per la fotografia l’ha portata in giro per il mondo. Sarda di origine, Arianna Di Romano per rafforzare il legame con la Sicilia, suo padre è nato a Caltanissetta, ha deciso di acquistare un palazzo a Gangi, uno dei borghi più belli d’Italia, in provincia di Palermo.

Con i suoi scatti immortala persone e luoghi, induce lo spettatore alla riflessione, portandolo in mondi lontani. «Una passione nata quando ho avvertito la necessità e il desiderio di fermare il tempo su persone o situazioni che incontravo nella mia quotidianità. La fotografia rappresenta una testimonianza del mio passaggio in un’ esistenza che è l’incontro con l’altro, ma che è sempre capace di stupirmi e di coinvolgermi emotivamente. Mio padre utilizzava una macchina analogica per raccontare i momenti della mia infanzia in famiglia; spesso mi chiedeva di immortalare ciò che mi colpiva maggiormente. Questo incarico mi faceva sentire molto importante. La scelta di quegli attimi è il primo ricordo che mi lega a questo prezioso strumento».

I suoi scatti raccontano emozioni, stati d’animo, vite quotidiane. «Mi sento semplicemente una testimone. Il mio sguardo percepisce e cattura un’emozione, poi la trasferisce a coloro che hanno voglia di leggere una storia. Ogni scatto è una storia intrisa del mio tempo. La fragilità di un’anziana signora nel Sud-est asiatico è stato lo scatto più importante: aveva gli stessi occhi profondi di una madre; quell’istante è durato un intero viaggio ed è stato capace di riportarmi a casa. Lo scatto che vorrei realizzare è costituito dalla magia dell’incontro tra gli occhi e la fede, quella più pura e profonda. Sono affascinata da questo tipo di amore, il più intimo e delicato ai miei occhi».

Una bravura che le permette di cogliere quegli elementi che rendono eterna la fotografia. «In uno scatto è racchiuso un frammento di vita di colui che fotografa, della sua scelta in un preciso istante, in una precisa parte del mondo e con una particolare emozione. Quella stessa emozione la trasforma in qualcosa di unico e irripetibile. Riuscire a fermare quel palpito è sufficiente a rendere uno scatto eterno. Ho iniziato a fotografare molto tempo fa, ancor prima di trovare il coraggio di mostrare il mio punto di vista agli altri. A suo tempo non ho avuto modo di ispirarmi a qualcuno tra i fotografi che ora amo di più. Qualcuno dice che i miei scatti sembrano ispirarsi a quelli di Dorothea Lange e di Josef Koudelka. All’epoca non lo sapevo. Per anni ho raccontato la delicata fragilità degli ultimi, di coloro che vivono ai margini e dei quali non si parla mai volentieri. Questa fragilità continua a essere il mio più forte richiamo. Ho anche una forte propensione per la religione e la fede. Amo cogliere gli istanti di quell’incontro tra l’uomo e la sua spiritualità, sempre e ovunque. Mi affascina evidenziarne le similitudini».

Arianna ci racconta anche un aneddoto. «Ladra di Anime. È così che sono stata definita durante il lungo viaggio in Asia e che ancora oggi mi accompagna. Vado a caccia di sguardi e quasi sempre porto a casa ciò che amo di più: l’ anima che passa attraverso gli occhi». Durante un suo viaggio in Sicilia s’innamora di Gangi e acquista una casa. «Sono nata e cresciuta in Sardegna, ma mio padre è siciliano. Fin dalla mia più tenera età mi sono spostata in Sicilia per raggiungere i miei nonni nella loro dimora. Era sempre meraviglioso. Il mio legame con quest’isola è profondo e inscindibile. Tanto che ho deciso di viverci».

Prima di partire per la Sardegna ci svela i suoi progetti futuri. «Ci sono due importanti viaggi di lavoro che ho dovuto rimandare a causa della pandemia: recupererò le emozioni lasciate in sospeso per una lunga rotta con la Transiberiana e un’altra a bordo di una nave cargo. Pur essendo destinazioni diverse tra loro, saranno entrambe capaci di assecondare un ritmo più lento rispetto a quello imposto dalla nostra frenetica quotidianità. Ma sarà anche un viaggio interiore. Quello intorno all’anima».

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Andrea Camilleri, il Maestro!

Articolo di Omar Gelsomino

 

Un anno senza il Maestro Andrea Camilleri. Già, è trascorso proprio un anno dalla sua scomparsa, avvenuta il 17 luglio 2019, ed è rimasto un vuoto che difficilmente potrà essere colmato, perché egli era inimitabile. Siamo rimasti orfani delle sue storie e dei suoi saggi, dei suoi racconti, anche ironici, che narrano di una Sicilia non più legata ai vecchi stereotipi, pronta al riscatto; di una terra assetata di giustizia, i cui protagonisti sono gli stessi siciliani. Dotato di una passione civile che andava ben oltre lo scrittore, il genio di Porto Empedocle è diventato e continua ad essere un riferimento per tanti lettori, studiosi e scrittori. Ancora oggi lo ricordiamo con piacere e tanta emozione, con la sua coppola, seduto su una sedia, al Teatro Greco di Siracusa, mentre recitava in Tiresia il suo dialogo con l’indovino cieco, dicendo “Non vi vedo, ma vi sento!”. In occasione del primo anniversario della sua morte, la Sellerio, la casa editrice palermitana con cui ha pubblicato i romanzi del Commissario Montalbano e non solo, ha deciso di ricordare lo scrittore pubblicando il 16 luglio l’episodio finale della fortunata serie, Riccardino, consegnato a Elvira Sellerio nel 2005, dopo l’uscita de “La luna di carta”. Già allora egli aveva stabilito che questa sarebbe stata l’ultima comparsa del suo più celebre personaggio e che dunque sarebbe stato stampato in seguito.

Nel 2016 l’autore sentì l’esigenza di sistemarlo poiché, come tutti gli scrittori noir, si era posto il problema della serialità e aveva deciso di far invecchiare il suo commissario col passare del tempo: della versione originale rimarranno la trama e il titolo (diverso a quelli a cui ci ha abituati La forma dell’acqua, Il giro di boa, ecc. per citarne solo alcuni), mentre la lingua cambierà, perché nel frattempo si è evoluta. «Mi sono fatto venire un’altra idea trovando in un certo senso la soluzione», precisò Andrea Camilleri in riferimento a quest’ultima prova, e gli appassionati potranno scoprire cosa aveva in mente leggendo Riccardino, di cui viene pubblicata anche un’ edizione speciale nella quale vengono presentate entrambe le versioni del romanzo, quella del 2005 e quella definitiva. Il lettore potrà prendere atto in tal modo dei mutamenti e dell’evoluzione di quella lingua individuale, unica, inventata dal creatore di Montalbano.
Di Camilleri ci mancherà per sempre la voce roca, il filo di fumo delle sue sigarette, la saggezza dei suoi moniti e dei suoi insegnamenti, perché egli era una mente guidata dalla passione civile, un attento osservatore e conoscitore della vita e del mondo.

Riserva Naturale Orientata Cavagrande del Cassibile, un paradiso terrestre tutto da scoprire!

Articolo di Irene Novello  Foto di Gianluca Inturri

Con l’arrivo della bella stagione e soprattutto dopo mesi costretti a vivere tra le mura domestiche, la voglia di fare una passeggiata in mezzo alla natura, in un parco naturale o in un bosco, ci dà un forte senso di libertà e voglia di scoprire i paesaggi meravigliosi della nostra Isola! La Sicilia vanta ben quattro parchi regionali e settantasei riserve naturali, un immenso patrimonio naturalistico! E allora attrezziamoci di berretto, acqua e scarpe da trekking per andare a scoprire una delle aree protette più visitate della Sicilia: la Riserva Naturale Orientata Cavagrande del Cassibile!
Ci troviamo nella Sicilia sud-orientale: la riserva si estende per circa duemilasettecento ettari sui territori di Noto, Avola e Siracusa, lungo un grande canyon che è stato creato, nel corso dei millenni, dall’azione erosiva del Cassibile, un fiume che sfocia sul mar Ionio e che ha creato una serie di profondi canyon tra i Monti Iblei. La Riserva è stata istituita nel 1990 e oggi è gestita dall’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana. È uno dei più grandi canyon d’Europa! Particolarmente conosciuta per i famosi laghi alimentati da cascate, vicini ad Avola Antica e raggiungibili attraverso il sentiero “Scala Cruci”. Ma nella riserva sono presenti altri numerosi laghetti, con acque limpide e fresche, dove poter fare un bagno rigenerante, probabilmente una delle ragioni principali che spinge i turisti, soprattutto in estate, ad affrontare la lunga discesa fino al fondovalle.
Per le sue caratteristiche peculiari, tra cui la ricca presenza di acqua e la sua posizione strategica, essendo circondato e difeso dalle pareti inaccessibili della cava, è stato un territorio abitato sin dai tempi più remoti. Si narra che le prime tracce umane siano riferibili ai Siculi che costruirono dei villaggi rupestri, oggi parte integrante del territorio circostante. Affascinanti sono, infatti, i dieri (antiche abitazioni rupestri) articolati su più piani, molto grandi e con diversi passaggi all’interno, oltreché a una veduta spettacolare a strapiombo sulla vallata.
Visibile dall’ ingresso principale di Cavagrande è la Grotta dei Briganti che ha diversi ambienti scavati nella roccia, utilizzati nei secoli dai diversi popoli che hanno abitato il territorio. Si racconta che gli Arabi abbiano trasformato la grotta in una conceria per la lavorazione delle pelli, il cui nome deriva dai briganti che alla fine dell’800 vi si rifugiarono.
Molto suggestiva è anche la necropoli del Cassibile: si tratta del più grande complesso tombale siculo, dopo quello di Pantalica, costituito da centinaia di tombe a grotticella artificiale databili in un arco di tempo compreso tra il 1000 a.C. e l’800 a.C.
La riserva è un vero e proprio angolo incontaminato della natura: è costellata di salici, platani, felci, oleandri ed edere e ospita inoltre trentaquattro specie di orchidee selvatiche.
Ricca di rilevanze antropologiche, paesaggistiche, idrologiche, archeologiche e speleologiche dove è possibile trovare piante aromatiche e ammirare le numerose specie di orchidee selvatiche, rincorrere coloratissime farfalle e leggiadre libellule, la riserva è un luogo dove la natura è la protagonista indiscussa.
Se capitate nelle zone di Siracusa dovete far tappa in questa meravigliosa Riserva, dove la vegetazione prepotente, l’acqua fresca e limpida e i paesaggi selvaggi vi avvolgeranno e vi condurranno in un vero e proprio paradiso terrestre.

 

L’astrofotografa Marcella Giulia Pace incanta il mondo

di Alessia Giaquinta   Foto di Marcella Giulia Pace

Il Piccolo Principe racconta di aver visto, in un solo giorno, quarantatré tramonti. Se Marcella Giulia Pace – astrofotografa e maestra ragusana – avesse la medesima possibilità, sarebbe in grado di cogliere, in ognuno, qualcosa di diverso e interessante perché ogni tramonto è unico e imperdibile se osservato con attenzione. La NASA, apprezzando le sue foto, le ha scelte per ben tre volte come APOD (Astronomy Pictures of the Day): una vera soddisfazione nel campo dell’astrofotografia italiana. A cadenza quasi quotidiana, la Pace carica sul proprio sito www.greenflash.photo nuovi scatti, nuove visioni di terra, di cielo, di Spazio.

Come nasce la tua passione per l’astrofotografia? Ricordi il tuo primo scatto?
«L’astrofotografia è un mio modo di osservare il mondo, non diverso dal mio modo di osservarlo anche senza strumenti fotografici. Ho da sempre avuto uno sguardo attento alle cose della Natura, alle forme con cui si presenta, viventi o inanimate. Amo osservare e pormi domande, considero la macchina fotografica come uno strumento di espansione del mio sguardo utile a cogliere aspetti della Natura insoliti. Non ricordo con esattezza il mio primo scatto, perché ebbi la mia prima macchinetta fotografica quando avevo otto anni. I miei genitori me la regalarono perché fotografassi le Dolomiti quando, in estate, mi mandavano in vacanza nelle colonie dell’ENI a Borca di Cadore. Lo scatto, invece, che identifico come l’inizio del mio riconoscermi come “astrofotografa” risale al 2009, quando notai per la prima volta l’alone solare sul cielo del bosco della Ficuzza, in provincia di Palermo. Rimasi molto affascinata, colpita, incuriosita da quel fenomeno e volli approfondire».

Cosa consigli a chi vuole intraprendere quest’attività?
«Di muoversi in maniera anticiclica rispetto alle abitudini della gran parte del proprio prossimo, ma anche rispetto anche alle proprie abitudini. Solo andando dove non si è mai stati prima e in orari e con strumenti inusuali si può mantenere vivo il proprio interesse e la propria curiosità».

Raccontaci l’emozione di vedere i tuoi scatti pubblicati dalla NASA.
«Se scatto e pubblico le mie immagini sui social è perché è mia intenzione divulgarle a un vasto pubblico. L’approvazione della NASA verso i miei lavori è per me una sorta di patente che mi autorizza a proseguire in questo impegno. A parte la “breve notorietà” è sorprendente ricevere richieste da docenti di varie università del mondo che chiedono di utilizzare le mie foto sui loro testi universitari. Il lato meno piacevole, per altri aspetti, è che spesso il soggetto ritratto in foto passa in secondo piano, la notizia finisce con l’essere, a seconda: la fotografa, la ragusana, la maestra che fa foto, la NASA che s’interessa alle foto e le pubblica, sottacendo del raggio verde ad esempio, che è il vero protagonista della foto».

Sei riuscita a fotografare il raggio verde. Cosa ti ha spinto a farlo e quanto è stato difficoltoso?
«Osservo tanti tramonti, mi sorprende sempre vedere come la rifrazione deformi il disco solare quando è prossimo al tramonto. Conoscevo il fenomeno del raggio verde, l’ultimo lembo del Sole che si tinge di verde, come l’ultimo saluto prima di lasciare posto alla notte, uno dei fenomeni ottici atmosferici più leggendari e ricercati. Ne ho ripresi molti osservando albe e tramonti sulla costa ragusana, ma non mi era capitato mai di riprenderli sulla Luna e addirittura sui pianeti Venere e Mercurio. Dopo tanti tentativi, nel tempo, sono riuscita solo qualche mese fa a catturarli nella foto che la NASA ha scelto come APOD (Astronomy Pictures of the Day), una foto di saluto al Sole che non sta andando via, ma sta solo sorgendo da un’altra parte, un piccolo prestito al resto del mondo che ci viene restituito ogni giorno, ma sempre diverso, se solo riusciamo a porre sufficiente attenzione».

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La musica universale di Alberto Urso

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Uff.Stampa Elisabetta Soldati

Sin da subito ha dimostrato il suo talento e la sua bravura. Dalla partecipazione a “Ti lascio una canzone” alla vittoria di Amici 18 di Maria De Filippi, il cantante liric-pop messinese Alberto Urso di strada ne ha fatta tanta. Ha pubblicato due album di successo, “Solo” e “ll sole ad est”, ed è stato protagonista nell’ ultima edizione del Festival di Sanremo 2020, con l’omonimo brano, oltre alla partecipazione ad Amici Celebrities. Una voce potente e versatile, poiché canta dall’opera al pop, lasciando la sua impronta nonostante la giovane età. I suoi idoli sono Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti, ma ha anche duettato con tanti altri grandi interpreti della musica italiana. Alberto Urso, rispondendo alle nostre domande, racconta ai lettori di Bianca Magazine la passione per il canto, il successo e i suoi progetti futuri.

Come si descriverebbe?
«Sono un ragazzo semplice, sempre di buon umore. Mi basta un pianoforte e una granita con panna per farmi felice».

Quando nasce la passione per il canto?
«Sembra banale ma la mia passione per il canto nasce da bambino. Il mio sogno fin da piccolo è sempre stato fare musica. Tutte le mattine suonavo il piano per mia nonna Rosetta».

Da dove viene l’amore per la lirica?
«L’amore per la musica lirica nasce a sette anni. Ero a Lipari perché mio padre aveva organizzato il concerto di un cantante che faceva pop lirico e musica napoletana. Tornato a casa lo imitavo sotto la doccia e mio padre ha detto “rifallo”, mi ha portato da un insegnante e da lì ho cominciato a prendere lezioni».

Quanto è importante il sostegno della famiglia?
«Moltissimo. Mi hanno sempre sostenuto in tutto quello che ho fatto e sono stati i primi a credere in me. Hanno fatto moltissimi sacrifici per sostenermi, gli devo tanto».

Ci racconta l’esperienza di Amici ?
«Amici è stata un’ esperienza unica che mi ha permesso di studiare musica otto ore al giorno. È una grande opportunità per tutti coloro che credono nel sogno di fare della propria passione un lavoro. Sei mesi lì dentro sono stati preziosissimi e non dimentico quello che Maria e il suo team hanno fatto per me, saranno sempre in ogni nota che canto».

Da “Ti lascio una canzone” ad “Amici”, finalmente ha realizzato il suo sogno?
«Sì, sono un privilegiato. Il successo non è semplice da gestire, ma bisogna sempre restare con i piedi per terra. La scuola di Amici mi ha aiutato anche in questo, a focalizzare gli obiettivi e a mantenere la concentrazione».

Con la sua voce ha dimostrato ottime capacità di passare dalla lirica al pop e al rock, ha già deciso il genere musicale che vorrà intraprendere?
«Amo spaziare tra diversi generi e mi piace sperimentare. Amo sia la lirica che il pop, la musica è universale».

Ci parla della collaborazione con J-AX in “Quando, quando, quando”? Immagino anticiperà il suo nuovo disco, cosa ci dice? Che sonorità ci sono?
«Sono onorato che un grande artista come J-Ax abbia deciso di partecipare a questo progetto. Con “Quando Quando Quando” ho voluto portare un po’ di spensieratezza in questo periodo ancora difficile e per farlo ho scelto un brano molto speciale (quello che Tony Renis presentò al Festival di Sanremo nel 1962 diventando un grandissimo successo nazionale e internazionale) e un compagno d’eccezione: J-Ax. Al momento è ancora presto per parlare del mio nuovo disco, per ora mi godo l’estate con la mia famiglia e con i miei amici».

A chi l’ accosta al trio de “Il Volo”, cosa dice?
«Il Volo sono tre grandi artisti. Facciamo percorsi differenti che non sono paragonabili soprattutto perché loro sono un gruppo mentre io salgo sul palco da solo».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«L’ obiettivo è quello di portare la mia musica anche all’ estero. Ho avuto la fortuna e il piacere di duettare con la grande soprano pop Katherine Jenkins. Mi sono ritrovato negli Abbey Road Studios di Londra: lo avranno già detto gli altri, ma entrare in sale dove hanno cantato i Beatles ed Elton John fa un certo effetto».

Non ci resta che augurargli di continuare a volare realizzando i suoi sogni.

 

 

 

La vita osservata con gli occhi di una “Picciridda”

Articolo di Eleonora Bufalino   Foto di Paolo Licata

“Picciridda, con i piedi nella sabbia”: un titolo che evoca i suoni, i colori e i profumi di una terra magnifica e complessa. Leggendo queste semplici parole immaginiamo una picciridda sulla riva di una spiaggia, con i piedi e i pensieri immersi tra i granelli dorati e l’ orizzonte del mare siciliano.
Paolo Licata, giovane sceneggiatore palermitano, compie il suo esordio come regista con un film tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello, donando al mondo del cinema un’opera emozionante, dai tratti realistici e sprezzanti. Una storia ambientata sul finire degli anni ’ 60 in una piccola isola della Sicilia, «quasi a voler marcare ancor di più il senso d’isolamento dei personaggi dal resto del mondo», ci spiega il regista. Un’isola nell’isola, dunque, dove i fatti si succedono mostrando i ritmi faticosi del lavoro nelle campagne del Sud, i volti stanchi dei contadini, le stradine polverose del paesino in cui la protagonista vive. Lucia, interpretata da una brillante Marta Castiglia, è solo una picciridda quando assiste impotente e arrabbiata alla partenza dei genitori per la Francia, in cerca di un lavoro per loro e di un futuro più speranzoso. E continua a esserlo, una picciridda, mentre osserva il mondo degli adulti, fatto di litigi e incomprensioni, come quelli che nonna Maria, alla quale Lucia viene affidata, non le vuole spiegare. Lucia Sardo ricopre il ruolo di una nonna autoritaria e severa che tutti, con tono rispettoso, chiamano “Donna Maria”, dal carattere orgoglioso e restìo a esprimere i sentimenti. Lucia s’interroga sul perché di quegli atteggiamenti imperscrutabili e sul rifiuto categorico della nonna di avere un rapporto con la sorella Pina e il cognato Saro.

Alla giovane Lucia la nonna intima di non salutarli né guardarli, come accecata da un antico rancore di cui però non si può parlare o chiedere spiegazioni. La trama scorre sullo schermo svelando le ombre del passato familiare, fatto di segreti impronunciabili e ferite ancora aperte. E sempre picciridda è la protagonista quando ne prende consapevolezza e li vive sulla propria pelle, in una vicenda che la segnerà per sempre, scoprendo che il mondo non è solo la sabbia umida sotto i piedi, ma anche cattiveria e dolore. I paesaggi della natura siciliana fanno da contrasto alle scene più forti e vere, in un connubio intrigante, conducendo a un epilogo che ricalca anch’esso la sicilianità e in cui trova posto la vendetta personale. Le tematiche pregnanti del film sembrano uno specchio dell’attualità: l’emigrazione vista dagli occhi di una ragazzina, la violenza sulle donne vittime di situazioni spesso inestricabili, le etichette con cui si giudica superficialmente.
“Picciridda, con i piedi nella sabbia” è uscito nelle sale lo scorso 5 marzo ma, a causa della recente emergenza sanitaria, solo adesso è nuovamente possibile tornare a vederlo, abbandonandosi alle emozioni che Paolo Licata, con la sua riuscitissima opera prima, intende trasmetterci. «Attendevo da tempo la storia giusta – ci svela il regista – e dopo aver letto il libro di Catena, ho subito pensato che quella lo era e le ho proposto quest’avventura. Sebbene il periodo difficile, il film sta ottenendo dei riscontri positivi. La scelta degli interpreti è sempre la parte più bella e attraverso loro ho voluto mostrare dei temi che si ripropongono da sempre nella storia dell’umanità; il bisogno di spostarsi altrove e la cattiveria umana, tra i principali».

Tra gli altri attori e attrici, Katia Greco nel ruolo di Rosa Maria (la giovane figlia di Pina e Saro, innamorata di un uomo sposato, che subisce l’abbandono dopo il “disonore”), Federica Sarno, nel ruolo di Lucia da adulta, Ileana Rigano, Tania Bambaci, Claudio Collovà, Loredana Marino, Mauro Spitaleri, Maurizio Nicolosi, Gerlando Gramaglia, Ignazio Mazzeo.
Uno spaccato dolceamaro, Picciridda, che ci ricorda come la sofferenza e le difficoltà temprano la vita che, nonostante tutto, prosegue sempre.

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L’arte della mixology per Chiara Mascellaro

di Angela Fallea   Foto di Vincent Long e Pedro Arias

Chiara Mascellaro classe ‘90, nata a Palermo, è una giovane donna che grazie alla mixology, ovvero la preparazione di cocktail, lo studio dei distillati e di particolari tecniche, crea drink innovativi. La sua carriera dietro al bancone comincia prestissimo: finiti gli studi scolastici, frequenta un corso di barman e poco dopo comincia a lavorare in uno dei locali più rinomati di Palermo, il “Jackass Pub”. Nonostante abbia cominciato senza alcuna aspettativa, s’innamora profondamente di quel mondo pieno di sapori, odori e tanta alchimia, a tal punto da decidere di approfondire i suoi studi frequentando una scuola professionale. In men che non si dica arrivano le prime soddisfazioni: vince la sua prima competizione regionale e si classifica quarta alle competizioni nazionali. Si rende conto che non le basta più limitarsi alla sola esecuzione di famosissimi cocktail internazionali, ma ne crea sempre di nuovi. Perché è proprio lì che sta la vera peculiarità: la capacità di mettere in pratica gli anni passati a sperimentare, miscelare e affinare le tecniche. Così crea la sua lista di cocktail, dove la protagonista è la sua Palermo: ogni cocktail prende il nome dei monumenti della città, creando una vera e propria mappa. Nei cocktail non mancano mai il sapore e l’odore della sua terra: la Sicilia. Oggi Chiara, dopo aver vissuto molte realtà lavorative, è la Bar Manager del “Camus”, un centro culturale sito a Palermo e specializzato nell’intrattenimento artistico. Lì si svolgono concerti, attività teatrali, contornati da cibo e drink. Un luogo ricco di contaminazioni e arte. Ma durante questo periodo di restrizioni causato dalla pandemia, che ha visto il fermarsi di molte aziende, Chiara insieme al suo compagno musicista Claudio Terzo non si sono persi d’animo e hanno creato un format sui social, dove ogni giorno Chiara preparava cocktail utilizzando ingredienti siciliani per valorizzare le piccole realtà e Claudio intratteneva con la sua musica. Il format ha riscosso così tanto successo che diventerà un programma trasmesso su Radio Time. Ma la più bella soddisfazione per Chiara è arrivata l’anno scorso quando, nonostante fosse molto restia a partecipare a una competizione, ha deciso di buttarsi. E come nelle più belle favole, arriva il lieto fine, si classifica prima a livello nazionale a una delle competizioni più importanti al mondo, la “Patrón Perfectionist” organizzata da Patrón. Questa vittoria le ha permesso di volare in Messico, di vivere lì per un mese e di rappresentare l’Italia col suo cocktail “Porta Felice” a base di alloro, una pianta aromatica e officinale molto usata in Sicilia. «È stato un momento di grande crescita – dice Chiara – sia a livello personale che professionale. Mi sono confrontata con altri professionisti e ho scoperto nuovi luoghi e tradizioni». Tutto questo l’ha spinta a fare sempre di più: è tornata nella sua Palermo con maggiore entusiasmo e pronta a realizzare nuovi progetti. A chi vuole intraprendere questa carriera, consiglia di «fare delle esperienze sul campo, di cominciare a lavorare e cercare di apprendere il più possibile. È un lavoro molto particolare, ti porta a lavorare di sera e a invertire i ritmi giornalieri e non è per tutti. Solo dopo esser certi di aver voglia di continuare, è assolutamente necessario frequentare una scuola». Nonostante sia un mondo molto maschile, Chiara è riuscita a ritagliarsi il suo spazio e, con la sua grande tenacia e la sua determinazione, ha dimostrato che alla fine «ciò che conta, è quanto vali!».
Brindiamo insieme, seppur virtualmente, ad una lunga carriera ricca di successi e continua voglia di imparare. Cin cin Chiara, questa è la Sicilia che ci piace!

 

Un tesoro tra mandorli e aranci

 

Articolo e Foto di Irene Valerio

Ogni anno, nei mesi di agosto e di settembre, i cittadini di Grammichele si recano in pellegrinaggio presso il Santuario della Madonna del Piano, una struttura innalzata in uno dei tanti anfratti nascosti della Sicilia, un luogo suggestivo dominato dall’Etna e circondato da ettari di mandorli e di aranci, dove si respira ancora il profumo dei secoli andati e attorno al quale, nelle caliginose notti senza luna in cui sembra impossibile che l’alba squarcerà di nuovo le tenebre, volteggiano come in un sabba vibranti frammenti di miti e di leggende.
L’antico eremo poi divenuto convento è un posto ricco di segreti e di fascino, ma c’è un elemento che più degli altri contribuisce a inspessire le nebbie del mistero che avvolgono quest’area, ovvero una croce in pietra collocata a circa cento metri dall’ingresso dell’edificio.
Ognuno la racconta a modo suo, ma tutti ammettono che nei pressi di tale croce sarebbe sotterrato un tesoro. Per entrarne in possesso è necessario percorrere scalzi il tragitto dal paese esagonale al crocifisso, tenendo sulla lingua una goccia d’olio che deve arrivare integra alla meta, cosicché possa essere depositata a suffragio dell’anima che lì ripose l’ambito gruzzolo. Per non fallire, inoltre, è essenziale muoversi di notte, presentarsi ai piedi della croce a mezzanotte e compiere tre giri intorno al blocco di pietra.
Gli scettici penseranno che la storia appena riportata sia solo fantasia; gli amanti dell’avventura forse riempiranno subito la borraccia e partiranno alla volta del santuario, ma alla fine nessuno scoprirà la verità, perché in Sicilia la realtà e la finzione non sono mai state nettamente distinguibili: tutto è una palpitante commistione di passato e di presente, prorompente come le onde del maestoso mare che attornia l’isola.
Forse ciò accade perché la Trinacria è regione di piccoli centri urbani e per tale motivo è scampata al destino delle zone industrializzate, dove il progresso ha dissanguato le tradizioni e le ha sostituite con la piattezza della globalizzazione, di un mondo che ovunque sta diventando sempre più uniforme per trasformarsi in un’ enorme fabbrica fumante. Forse ciò avviene perché in Sicilia il tempo scorre più lentamente. E se non ci credete, ascoltate la coda del vento e il fragore delle acque, provate a inseguire i mormorii delle “pietre un tempo case” e delle case un tempo ciottoli: vi riveleranno vicende d’altri tempi e vi condurranno in luoghi dove l’orologio sembra essersi fermato.

 

Sua maestà: la brioscia “col tuppo”

di Alessia Giaquinta   Foto di Laura Vinci

«Scinnì, individuò un bar, s’assittò a un tavolino all’aperto, ordinò una granita di caffè e una brioscia», scrive Andrea Camilleri né “Gli arancini di Montalbano”.
Del resto, l’estate siciliana è sintetizzabile proprio in questo binomio: granita e brioscia, rigorosamente col “tuppo”. Eh già: non è bene generalizzare quando si parla di cibo. C’è una storia dietro ogni sapore, c’è una cultura dentro ogni ingrediente.
E, allora, si ritiene che la brioscia “col tuppo” nasca ancora prima di ogni altra sorta di brioche. Pare addirittura che i francesi, apprezzandone il gusto, abbiano adottato questo nome – prendendolo in prestito dal siciliano – per i loro dolcetti preparati con latte, uova, burro e farina.
Procediamo per gradi. Si racconta che, anticamente, una nobile famiglia chiese al proprio cuoco di preparare un dolce di consistenza soffice che potesse accompagnare la marmellata, per lo spuntino del mattino.
Da vari tentativi nacque così la brioscia che, in seguito, si caratterizzò “col tuppo”, una sorta di chignon simile a quello che le donne, soprattutto nel passato, usavano per raccogliere i lunghi capelli. Il “tuppo”, del resto, è la parte più amata nella brioscia: è, infatti, quello che, per prima, si affonda nella granita o nel gelato, usandolo spesso a mo’ di cucchiaio. Una vera e propria bontà!
Il “tuppo” pare voglia richiamare la leggenda di una ragazza che, innamorata di un giovane non nelle grazie dei genitori, tagliò i lunghi capelli – legati a tuppo – come segno di protesta. Altri, invece, suppongono che la forma della brioscia richiami il seno femminile e dunque sia un inno all’abbondanza e alla fertilità.
Leggende e significati antropologici a parte, indubbiamente stiamo parlando di una vera e propria delizia per i sensi: l’impasto soffice e delicato si sposa perfettamente con qualsiasi farcitura: crema, gelato o granita, divenendo così la colazione preferita dei siciliani e di chiunque approda in questa terra.
Qualcuno sostiene che fu proprio Francesco Procopio de Coltelli, il siciliano inventore del gelato (cui abbiamo dedicato un articolo nel numero 11 di Bianca Magazine) a inventare la brioscia. Procopio, infatti, originario di Acitrezza, dopo un soggiorno a Palermo, fece la sua fortuna in Francia, nel 1686.
Il celebre “Café Le Procope” a Parigi divenne presto uno dei luoghi più frequentati dagli intellettuali e dai politici del tempo: nessuno riusciva a resistere alla bontà del gelato, della granita e, molto probabilmente, della brioscia “col tuppo”.Una vera istituzione, in Sicilia e nel mondo, sintesi di sapori, concentrato di storie e leggende, insomma: non mangiarla sarebbe un’angoscia… sua maestà “la Brioscia”.

 

Il Museo Diffuso dei 5 Sensi: Sciacca racconta le sue identità

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Ambra Favetta

Sciacca meta del turismo esperenziale. È questo l’obiettivo che si è posta una comunità di 44 mila abitanti guidata dall’innovation manager saccense Viviana Rizzuto puntando sul proprio territorio per generare un’economia certa e sostenibile. Dopo aver lavorato per tanti anni con grandi multinazionali americane, Viviana ha lasciato la sua carriera in Svizzera e nel 2019 è ritornata in Sicilia, perché il richiamo della sua terra e degli affetti erano molto forti. «Avevo una carriera felice mentre amici e parenti a casa lamentavano una crisi sempre più grande. Convinta che le identità del nostro territorio possano attirare turisti e generare sviluppo, purché siano narrate, rese fruibili, diventino esperienze che emozionano, ho ritenuto giusto tornare e spendermi in prima persona per la mia gente e per il mio territorio». Il 29 gennaio 2019 Viviana ha riunito in un primo think tank dal nome “Sos Centro Storico” categorie di professionisti, artigiani, commercianti, imprenditori, agricoltori, ecc. attorno ad un progetto comune: puntare sulle risorse che Sciacca può offrire ai turisti coinvolgendo tutti i soggetti attivi in una comunità produttiva.

Da un progetto dal basso è nato il Museo Diffuso dei 5 Sensi di Sciacca a cui hanno aderito centinaia di realtà per donare ai turisti esperienze sensoriali presentando una destinazione turistica. Il Museo, riconosciuto dalla Regione Siciliana, oltre ad essere stato premiato e finanziato, è stato studiato dalle Università. Il progetto del Museo Diffuso rappresenta il più grande laboratorio di ingegneria sociale perché coinvolge un vasto territorio e una popolazione numerosa. Per questo Viviana Rizzuto nei mesi scorsi oltre ad essere stata selezionata come miglior Donna del 2020 è stata premiata tra i “Green Heroes” dall’attore Alessandro Gassmann perché propone un’economia che rifiuta lo spreco, è amica dell’ambiente e produce innovazione, reddito e posti di lavoro. «Per un anno abbiamo lavorato alla rete di competenze del Museo Diffuso per pianificare gli obiettivi, organizzare il territorio, programmare i contenuti, costruire una visione condivisa sfociata in un documento programmatico accettato dall’Amministrazione comunale e dalla Città». Lo sviluppo del territorio punta sul turismo emozionale, esperenziale, interrelazionale perché il turista potrà imparare a lavorare il corallo, modellare l’argilla, impastare il pane con farine del luogo, preparare le maschere di cartapesta per il carnevale, ecc. Ogni visitatore verrà fornito della “carta d’identità del cittadino temporaneo”, una card che al costo di 12 euro, darà diritto a una serie di vantaggi. «Il Museo Diffuso vuole offrire al viaggiatore e al turista la possibilità di fermarsi, conoscere il territorio, provare nuove esperienze ed essere accolti dagli stessi cittadini che con le loro storie, la maestria degli artigiani e le creatività delle menti rendono l’offerta turistica una preziosa risorsa per il nostro territorio». Un museo alla portata di tutti, in cui le identità di Sciacca sono i tesori, le strade e le piazze diventano spazi espositivi, le botteghe si trasformano nelle teche del museo.

Da qui il nome di Museo Diffuso dei 5 Sensi, dove la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto e il gusto dei turisti saranno soddisfatti dagli stessi abitanti che, per il bene della città, narreranno la sua identità e le sue bellezze. Così Sciacca inizia a ricevere l’interesse da parte dei maggiori tour operator del turismo e la catena Rocco Forte inserisce le esperienze offerte del Museo nell’offerta internazionale del 2020. Viviana Rizzuto si congeda rivelandoci un suo sogno: «Spero che i miei figli possano vivere in una società giusta, con un buon livello di cultura. Una società che offra ai giovani delle opportunità, poi decideranno cosa fare. Io sono andata via perché non c’era futuro, ma soffrivo perché mi mancava la mia terra, la sicilianità, gli abbracci calorosi. Questo sogno mi dà la forza e la positività ogni giorno».

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