Sempre insieme, anche in quarantena

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

La pandemia da Covid-19 ha cambiato la vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Le drastiche misure prese dal governo per contrastare il virus hanno stravolto in maniera radicale il nostro modo di vivere. Il lockdown ci ha costretto a stare in casa, per proteggere la nostra salute e quella degli altri. Di conseguenza, anche la routine quotidiana dei nostri animali domestici è dovuta cambiare. La mia cagnetta abituata da sempre a fare lunghe passeggiate, si è dovuta accontentare di mini uscite, nei dintorni di casa. Ogni qualvolta che rientravamo dalla passeggiata, mi munivo di acqua e detergente o di salviettine alla clorexidina e in maniera scrupolosa le pulivo le zampette, cosa tra l’altro cui lei era abituata da prima. Anche per quanto riguarda il bagnetto mi sono organizzata, visto che i toelettatori erano chiusi, questa non poteva essere una scusa per non lavare la mia Gea. Adottate queste piccole precauzioni, gradualmente stiamo cercando di tornare alla normalità. Questa esperienza vuole testimoniare che la vicinanza di un amico a 4 zampe in un periodo in cui non possiamo neanche stringerci la mano è una certezza. Abbracciarlo non costituisce nessun pericolo, anzi ci dà conforto, sostegno psicologico e ci regala solo tanta buona compagnia.

 

I consigli dello Chef: tagliolini alle canocchie e pomodori datterini

A cura dello Chef Vincè Mormina del ristorante “Il Delfino” – Marina di Ragusa

Ingredienti (per quattro persone):

300 gr. canocchie
150 gr. pomodori datterini
Un ciuffo di sedano
Una cipolla
Una carota
Uno spicchio d’aglio
Olio evo q.b.
Sale q.b
Vino bianco q.b.

Costo circa €5,00 per quattro persone.

Prendete in pescheria circa 300 grammi di canocchie, lavatele bene e pulitele tagliandole lateralmente con una forbice per fare in modo di prendere la polpa. Tagliate i datterini in quattro e dopo aver fatto scaldare l’olio evo e uno spicchio d’aglio in padella e fate rosolare. Mettete le canocchie in padella e sfumate con vino bianco per non aggiungere acqua di cottura. In 200 ml d’acqua preparate un fumetto di pesce con una carota, un ciuffetto di sedano, una cipolla e tre canocchie, portate a bollore e filtrate, mettete da parte e aggiungete al composto in padella e poi per la mantecatura della pasta. Scolate la pasta e saltate il tutto in padella, rispettate i tempi di cottura per almeno 2 minuti, disponete nel piatto e servite a tavola.

 

Vivere (sos)pesi nel tempo del Covid-19, resilienza e adattamento alla nuova realtà umana

SalutiAmo a cura di Angelo Barone

Con la fine del lockdown, sino a quando non sarà creato un vaccino o una terapia efficace, dobbiamo convivere con questa realtà invisibile che è il Covid-19. Considerato che uno studio dell’Istituto Piepoli ha rilevato che il 63 per cento degli italiani soffre di stress da pandemia: insonnia, ansia e depressione chiediamo al Dott. Raffaele Barone, Primario di Psichiatria presso l’Ospedale Gravina e DSM di Caltagirone, come si deve affrontare e vivere questa fase?
«L’ansia e la depressione sono modalità di espressione della sofferenza al cambiamento. Noi temiamo una pandemia psicologica e psichiatrica con un aumento delle dipendenze da sostanze stupefacenti, internet, gioco d’azzardo, depressione, disturbi d’ansia, disturbi post traumatici da stress, auto ed etero aggressività che colpirà di più le fasce più fragili e marginali della società, quando c’è disoccupazione, fallimenti delle imprese, povertà la gente si affida a soluzioni illusorie, alla fortuna e alla disperazione.
Le persone devono affidarsi a se stesse, puntare sulle proprie risorse e potenzialità, saper chiedere aiuto per attivare una capacità di adattamento alle nuove condizioni di vita, quella che noi chiamiamo “resilienza”. Resiliente è colui che riesce a trasformare una difficoltà in opportunità.
Prevenzione è sviluppare e affermare nuove forme di partecipazione e democrazia nella vita, nella famiglia, nella comunità e con se stessi, in fondo la democrazia si fonda su un insieme di regole che impediscono di agire secondo istinti pulsionali, ma sviluppa il senso di responsabilità. Questo virus ha colpito nel profondo le persone, ha sviluppato paura del contagio ricordandoci che siamo mortali. Insieme alla depressione ci sarà un aumento della dimensione paranoide. La migliore prevenzione è tornare all’essenza della vita: sviluppare relazioni positive, dare valore all’amore e al rispetto. Infine voglio ricordare che in questi mesi di lockdown tutti hanno trovato rifugio nella famiglia e sperato nel funzionamento del servizio sanitario. In un mondo che non sarà più come prima l’impegno e le scelte di tutti noi, individuale e comunitario, saranno decisivi per il futuro. Usare le tecnologie digitali con creatività e intelligenza, praticare la meditazione della consapevolezza per conoscere meglio se stessi e accettare le ansie e le paure per sviluppare resilienza, impegnarsi per sviluppare la democrazia solidale a livello locale e globale, essere prudenti e audaci nella vita di ogni giorno, impegnarsi per l’ambiente e lavorare con fiducia e speranza sono alcuni ingredienti per superare positivamente la catastrofe del Covid-19 e per migliorarci a livello individuale e globale».

Al di là di ogni paura, il mito dei fratelli Pii

I RACCONTI DI BIANCA a cura di Alessia Giaquinta

«Veloce, fa’ in fretta!» grida Anapia al fratello.
Anfinomo, infatti, è rimasto indietro nella corsa. Il carico dell’anziano padre sulle spalle non gli permette di procedere speditamente. Anapia, invece, porta su di sé la gracile madre che, accovacciata e stretta alle sue braccia, chiude gli occhi per la paura.

Catania è nel panico. Il grande vulcano Etna minaccia, con la sua lava incandescente, l’intera città: le case sono in fiamme, il cielo è grigio e cupo, si sente urlare dappertutto. Quella, sì, è una catastrofe. Tutti scappano, senza una meta, portando con sé qualche moneta o oggetto prezioso. Ognuno principalmente, però, cerca di mettere in salvo se stesso. Non c’è tempo per pensare ad altro, ad altri.
Anfinomo e Anapia, invece, non riescono a fuggire senza gli anziani genitori che vivono alle pendici del Vulcano e, senza pensarci troppo, sfidano la paura e si dirigono, controcorrente, verso casa. Lì trovano i due, abbracciati, in un angolo, con la schiena contro una parete, pronti ad accogliere la morte. I due fratelli, allora, caricano i genitori sulle loro possenti spalle e li rassicurano: adesso ci sono loro, qualsiasi cosa accadrà, non sono più soli. Ora, solo ora, Anfinomo e Anapia possono darsi alla fuga. Molti però criticarono quella scelta: perché rischiare la vita per tentare di salvare i due anziani?
La stessa domanda alcuni la rivolgono ancora oggi a tutti coloro che, mossi non solo dal senso del dovere ma soprattutto da quella pietas che caratterizza i due personaggi protagonisti del mito, sfidano la paura della morte, della malattia, si espongono ai contagi pur di prendersi cura di chi è solo, fragile, contro una parete senza via d’uscita. Al di là di ogni deontologia, lì si legge un eroismo che tanto ricorda quello di Anfinomo e Anapia, passati alla storia come “I fratelli Pii”, coloro che tentarono tutto pur di mettere in salvo i loro genitori. La lava li raggiunse, però. Il mito vuole che, nonostante ciò, non furono travolti poiché prodigiosamente il fluido incandescente deviò il proprio corso innanzi a loro.
La loro pietas, raccontata da numerosi poeti latini – e di cui ancora oggi si fa memoria –, li aveva salvati. Oggi, due hornitos (accumuli di materiale incandescente) ricordano, nei pressi dell’Etna, Anfinomo e Anapia: nel corso dei secoli, durante varie eruzioni, infatti, sono stati accerchiati dalla lava ma non sono stati sepolti. In piazza Università, a Catania, i “Fratelli Pii” sono rappresentati con delle statue di bronzo. Un inno all’amore filiale, e non solo, un riconoscimento nei confronti di un mito che, se vogliamo, diventa realtà nel sacrificio e nella devozione per la vita, tutti i giorni, celebrata da coloro che si fanno carico della sofferenza altrui, al di là di ogni umana paura.

 

 

Your Wedding Mood, Niente panico. Questo matrimonio s’ ha da fare.

Bianca Wedding a cura di Simona Raniolo

Se qualcuno, in tempi non sospetti, ci avesse detto che il mondo nel 2020 avrebbe subito un profondo stravolgimento, avremmo forse associato il pericolo ad armi o meteoriti e scomodato alieni con il pensiero, ma mai, nessuno, o quasi, avrebbe ipotizzato le nostre vite bloccate e minacciate da un virus.

Non c’è niente di visibilmente distrutto nelle nostre città oggi, né extraterrestri, ma di un drammatico risvolto di fantascienza quello che stiamo vivendo ne ha ugualmente tutto il sapore. Condividiamo per la prima volta una situazione surreale in cui l’evoluzione, la modernità, il progresso si trovano all’improvviso faccia a faccia con la natura, con l’esistenza umana ed io lo so che durante questo tempo sospeso chi aveva progetti felici da realizzare si è sentito oggetto della peggior ventura. Ma fermatevi a pensare a tutti gli scenari possibili di questa pandemia: è ancora la peggiore delle conseguenze trovarsi a dover riprogrammare una tabella di marcia e posticipare un evento? Onestamente, non credo. E dunque, dopo una comprensibile reazione di sconforto iniziale, è il momento di tornare lucidi e considerare lo stato delle nozze per quello che è, non cancellato, non perduto, solo rinviato.

In attesa di capire come evolverà l’emergenza nei prossimi mesi, è chiaro che i matrimoni che erano stati fissati in primavera e inizio estate 2020, avranno due opzioni. La prima è far slittare la data agli ultimi mesi dell’anno, a partire da settembre in poi, riservandosi la possibilità di spostarla ulteriormente secondo DPCM futuri, scongiurando ipotesi di cene con distanziamento sociale, mascherine in pizzo e disinfettanti personalizzati. La seconda, la più saggia, è posticipare tutto al 2021 nell’attesa e nella speranza di miglioramenti sensibili. Come procedere? Le cose da fare sono riassumibili in due:

1. Contattare i fornitori. Procedete per priorità, controllate i contratti che avevate stipulato e verificate le nuove disponibilità dei fornitori. Supponendo che i servizi di primaria importanza siano location e catering, iniziate chiedendo loro le date libere e continuate incrociando le disponibilità del resto dei fornitori. Sono certa che vi verranno tutti incontro, mantenendo validi gli acconti già versati, posticipando quelli intermedi dovuti e mantenendo le tariffe invariate anche nel caso in cui una diversa stagionalità preveda normalmente costi aggiuntivi. La loro flessibilità, andrà però premiata con lo stesso spirito da parte vostra che, per incastrare le agende di tutti, dovrete probabilmente rinunciare all’idea di sposarvi nel weekend, ad esempio, di solito il più gettonato. Ricordate che non tutti hanno mezzi e risorse per sostenere più eventi in un solo giorno, specialmente dopo un periodo di crisi di questa portata, supportateli.

2. Informare gli ospiti. Se avete scelto di posticipare l’evento al 2021, potete comunicare la nuova data, un messaggio ben scritto o un Save The New Date digitale da inviare sui social andranno benissimo. Se invece avete scelto di posticipare a fine anno, limitatevi a riferire agli ospiti che l’evento è rinviato e che appena avrete nuova data certa, la comunicherete. In questo modo, se qualche mese prima vi renderete conto, che tutto non può ancora svolgersi in completa sicurezza, potrete rischedulare i servizi per il 2021.

Se ci saranno dei dettagli da modificare nel layout dell’evento, sarà compito dei professionisti che avete scelto, fidatevi di loro perché mentre l’evoluzione di questa storia è tutta un’incognita, state certi che la passione che anima il loro lavoro non muore con una pandemia. Così come non muore l’amore, che in una terza opzione non menzionata può essere celebrato anche domani, in presenza di testimoni e celebrante, ma se ci tenete che sia una vera festa allora pazientate. Torneremo ad abbracciarci, a cenare insieme, ad annullare le distanze e sono certa che voi potrete condividere la vostra gioia con una consapevolezza tutta nuova.

Aldo Mantineo, come contrastare le fake news

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Media & Books

In piena emergenza Coronavirus si è ingigantita un’altra pandemia, già presente da tempo nel campo dell’informazione: quella da fake news, note anche come bufale. Infezione meno mortale, certo, ma altrettanto contagiosa e strisciante. Per saperne di più abbiamo posto ad Aldo Mantineo, giornalista professionista siracusano che per Media&Books Edizioni ha pubblicato il 3 maggio 2020 l’instant book “Fakecrazia – L’informazione e le sfide del coronavirus”, alcune domande, cui sono state date risposte estremamente chiare ed esaustive.

Cos’è una fake news?
«Partirei dalla definizione del vocabolario Treccani.it: “Un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o inintenzionalmente attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione, e caratterizzata da un’apparente plausibilità (…) ciò che ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti”. Fake news è il prodotto di un’alterazione di uno o più aspetti sensibili di un dato fatto, al fine di una differente rappresentazione dell’accadimento originario. Può anche essere la sommatoria di più rappresentazioni parziali di diversi fatti reali».

Quali interessi spingono a produrle?
«Inizierei dalla fine: a chi non giovano in alcun modo le fake news? La risposta è semplice: agli utenti finali (lettori, telespettatori, radioascoltatori, navigatori del web). La produzione di disinformazione, come ha ben spiegato Nicola Bruno, uno dei principali fact checker italiani, ha diverse motivazioni: quella più banale è economica; vale sui siti web e su YouTube, dove si viene pagati in base al numero di utenti che si riesce ad attirare. Poi c’è una motivazione non economica: la volontà d’influenzare e orientare l’opinione pubblica».

Come individuarle?
«La maggiore difficoltà è l’effettiva riconoscibilità di una “bufala”. Non si tratta, infatti, sempre e comunque di notizie “soltanto” false – quando non inventate di sana pianta – ma di contenuti che miscelano vero e verosimile, descrivono scenari plausibili, prendono a prestito “pezzi” di verità assoluta e li innestano in contesti differenti da quelli propri. Questo può avvenire anche con le immagini, dove l’inghippo sta nel mixaggio tra immagini vere, ma relative ad altro contesto, e immagini altrettanto autentiche, ritenute in qualche misura logicamente accostabili alle prime. Impariamo a diffidare dei titoli “urlati”, scritti in maiuscolo e magari seguiti da puntini di sospensione tipo “Non hai idea di ciò che è successo dopo la diretta…”. Un titolo simile ci porterà su una pagina dove di tutto quanto annunciato in modo roboante non c’è traccia alcuna: siamo solo finiti in un sito che ha fatto guadagnare (forse) qualche centesimo: è il cosiddetto “clickbaiting”».

Nel periodo pandemico hanno assunto maggiore pericolosità?
«Spacciare informazioni inesatte, se non completamente false, è sempre estremamente pericoloso. Lo è a maggior ragione in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo, con un’opinione pubblica impaurita, angosciata e immersa costantemente in notizie che non sempre sa valutare nella loro esattezza. La differenza la può fare soltanto il sistema dell’informazione affidabile, professionale e responsabile, sia da un punto di vista etico, che deontologico».

Cosa fare per contrastare questo fenomeno?
«La prima cosa da fare è verificare le informazioni. Un principio elementare di cautela che spesso dimentichiamo, presi dall’ossessione di condividere, cliccare, postare, mettere in rete. Prendiamoci sempre il tempo necessario per analizzare un contenuto, verificarne la fonte, controllarne l’attendibilità. Spesso abbiamo a portata di mano, già in rete, molti strumenti per una verifica che può metterci al riparo da piccoli e grandi infortuni».

È importante la struttura anti bufale della Rai?
«Sì. Ogni strumento che venga messo in campo per contrastare un’informazione distorta è utile. Se poi questa iniziativa viene dalla principale “industria” culturale dell’Italia ha ancor più valore».

 

 

Flavia Lecci, la moda tra creatività e tecnica

   

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Flavia Lecci e Stefania Sapuppo

Flavia Lecci, 44 anni catanese, un’eccellenza della sartorialità siciliana, ha scelto di restare nella sua terra, dalla quale coglie sempre nuove energie e ispirazioni, proponendo uno stile che coniuga perfettamente tradizione e innovazione, senza mai perdere di vista – secondo una visione assolutamente pragmatica della moda – il target di riferimento, la personalità e la vestibilità delle sue creazioni. Dopo il percorso formativo in Accademia delle Belle Arti, è stata fondamentale la collaborazione, intorno ai primi anni del 2000, nell’atelier della stilista Marella Ferrera. Una scuola sul campo che le ha consentito da un lato di affinare competenza tecnica e personalità stilistica, dall’altro di fare il suo ingresso ufficiale nell’alta moda. Le sue creazioni hanno sfilato, infatti, sulle passerelle più importanti di Milano, Roma, Parigi e Londra, destando sempre grande ammirazione. Gli abiti si fanno notare per un’eleganza semplice ma ricercata pur essendo realizzati con tessuti e materiali pregiati, e, soprattutto per l’utilizzo di tecniche antiche come ad esempio quella del ricamo a mosaico, effettuata con vera maestria e meticolosa accuratezza, e che sarà il suo “marchio di fabbrica”, presente sia nelle creazioni più classiche sia negli outfit più moderni e di tendenza.

Lei ama definirsi fashion maker piuttosto che stilista. In cosa consiste la differenza?
«Sulle passerelle sempre più si fa ricorso a soluzioni stilistiche stravaganti che puntano a stupire e che vengono definite espressioni artistiche della moda. La “Moda” a mio parere non è arte, esiste l’arte di fare la moda, che nasce dalla combinazione tra creatività e abilità tecnica, insieme alla vestibilità e alla funzionalità dell’abito. Personalmente ritengo che ogni capo debba essere realizzato in funzione di chi lo indossa, del contesto e più prosaicamente della sua vendibilità. Fermo restando che è l’artigianalità unita alla qualità e preziosità dei materiali a dare valore alle creazioni».

Le sue collezioni ultimamente sono transitate da Milano a Dubai.
«In entrambi i casi si è trattato di esperienze molto significative. A Milano sono stata presente all’interno del concept store “Couturier Maestri d’Arte” dedicato alle eccellenze siciliane nel campo dell’arte, della fotografia, della moda, della gioielleria e di molto altro. Per questa occasione ho realizzato dei capi che esprimono tutta la mia cifra stilistica, ma in perfetto mood milanese. E devo dire che forse proprio per questo, sono stati particolarmente apprezzati.
A Dubai, ho partecipato all’evento espositivo “Ladies Club World” con una collezione di sei abiti. Alle spalle c’è stato un lungo lavoro di preparazione, oltre quattro mesi per realizzare dei capi che dovevano rispondere alle esigenze di donne arabe abituate al lusso più esclusivo, tenendo conto anche delle limitazioni che la loro cultura impone, quindi niente trasparenze o scollature. Ho utilizzato tessuti pregiati, ricami e applicazioni preziosi con inserti in oro e cristalli Swarovski. Un lavoro complesso ma assolutamente entusiasmante».

Da qualche anno è docente dell’Accademia di Belle Arti di Catania, nella sezione di Fashion Design.
«Ogni giorno m’innamoro sempre di più di questo che non reputo un lavoro ma quasi una missione. Mettere al servizio dei miei studenti il mio sapere e la mia esperienza mi riempie di gioia, colgo in loro tantissimo entusiasmo e fame di apprendere. Quando mi è possibile cerco sempre di coinvolgere i giovani nei miei progetti perché credo molto nel lavoro di squadra, e mi piace cogliere quest’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno collaborato con me ed in particolare il mio assistente Antonio Boncori, che ha contribuito con grande impegno alla realizzazione delle mie ultime due collezioni. Sogno di poter creare un giorno nella mia città un laboratorio sartoriale, una sorta di officina della moda che consenta a giovani talentuosi non solo di formarsi ma anche di ottenere concrete opportunità di lavoro».

Michele Cucuzza, da signore della tv ad esperto social

di Patrizia Rubino

Michele Cucuzza, catanese classe 1952, volto storico della Rai, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico, ma anche scrittore prolifico – ha al suo attivo ben nove libri – vive da oltre trent’anni a Roma, ma conserva nel cuore e nello spirito le sue origini siciliane. Una brillante carriera come giornalista di cronaca e inviato in mezzo mondo, e poi come signore indiscusso della tv e dell’infotainment con la conduzione de “La vita in diretta”, di “Uno mattina” e di altri programmi di successo. Il rientro nella tv dei grandi ascolti è segnato dalla partecipazione lo scorso gennaio alla trasmissione “Grande Fratello Vip”. La sua uscita dal programma coincide con un altro lungo periodo di isolamento, questa volta non per esigenze televisive, ma per l’emergenza sanitaria del Coronavirus.

Dalla reclusione per un programma televisivo a quella necessaria per l’epidemia del Coronavirus.
«Diciamo che si è trattato di due forme d’isolamento diverso, ho sicuramente scelto di fare l’esperienza del Grande Fratello consapevole di tutto quello che poteva comportare. La reclusione, per il Coronavirus, l’ho vissuta in casa mia da solo, ma grazie ai social e alle mie dirette quotidiane sono entrato in contatto con una moltitudine di persone, di ogni età, condividendone storie e vite. La tanto vituperata rete, secondo molti colpevole di pericolose derive narcisiste e individualiste, in questo frangente ci ha salvato, ci ha consentito di non perdere il contatto con gli altri e di non essere soli».

Il Grande Fratello l’ha riportata al grande pubblico. Che tipo di esperienza è stata?
«Devo dire che mi sono divertito parecchio. Potrei definire questa esperienza come una sorta di esperimento intergenerazionale che mi ha consentito di confrontarmi, con persone di età diversa, e al di là del programma televisivo, viene fuori la vera personalità di ognuno. Però l’aspetto più positivo di questa mia partecipazione è stato quello di farmi conoscere dai giovani. Sento il loro apprezzamento costante e crescente nei miei interventi sui social».

Oltre ad essere molto attivo sui social network lei è un attento osservatore del fenomeno della rete. Ne parla nel suo ultimo libro “Fuori dalle bolle! Come sottrarsi dalle supercazzole in rete”.
«In questo libro mi rivolgo soprattutto ai giovani, che sono tra i maggiori fruitori della rete. Li esorto a migliorare la propria autonomia rispetto a tutto quello che trovano sul web, a non essere passivi e ad andare oltre alle apparenze. Occorre essere curiosi, avere spirito critico, uscire dalla bolla delle proprie convinzioni e confrontarsi».

Torniamo alla tv. Maurizio Costanzo ha recentemente dichiarato che in televisione c’è bisogno di un professionista garbato e di buon senso come lei.
«Queste parole dette dal “Baffo della tv” mi fanno particolarmente piacere e le prendo di un buon auspicio. Mi piacerebbe ricreare all’interno di un programma tv, quanto ho realizzato durante la mia quarantena attraverso le dirette sui social. Incontri incrociati interessanti, bizzarri e inaspettati, tratti da spaccati di vita assolutamente reale. Lo ripeto, la rete soprattutto in quella contingenza è stata fondamentale e devo dire che ha battuto la tv 90 a 0».

Lei ha un rapporto speciale con Grammichele, tra l’altro sede della nostra rivista. Quali sono i suoi ricordi più belli legati alla Sicilia?
«Proprio così, mia mamma era di Grammichele e qualche anno fa ne ho ricevuto la cittadinanza onoraria. Ricordo le vacanze estive che vi trascorsi da bambino e l’inebriante profumo di gelsomini. Ovunque mi trovi, i gelsomini mi riportano alla gioia di quei tempi. Come indimenticabili restano le bellissime escursioni sull’Etna con mio padre, che fu un grande vulcanologo. Ho girato il mondo apprezzando e accogliendo culture e tradizioni diverse, in questo credo di essere profondamente siciliano. Ho un desiderio: tornare presto in Sicilia per fare surf sullo Stretto di Messina».

 

 

Acireale, candidata tra le Città Tardo Barocche

Articolo di Angelo Barone   Foto di Fabio Consoli

La Città di Acireale ancora una volta si pone l’obiettivo di ampliare l’offerta culturale del “Tardo Barocco” in sinergia con le città inserite dall’Unesco nella World Heritage List.

Il primo passo importante si è compiuto a Noto, il 31 gennaio scorso, dove preso atto della volontà delle Città di Acireale, Ispica e Mazzarino di avviare l’iter per l’inserimento nella World Heritage List delle “Città Tardo-Barocche del Val di Noto” è stato firmato un importante documento dai sindaci delle otto Città (Noto, Catania, Ragusa, Caltagirone, Militello in Val di Catania, Modica, Palazzolo Acreide, Scicli), per l’allargamento del sito, condividendone le motivazioni dirette a completare l’itinerario storico e architettonico.

Il centro storico è il nucleo pulsante di Acireale, sulla piazza Duomo si affacciano gli edifici più rappresentativi: la Cattedrale, a pochi passi la Basilica di San Sebastiano, la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, il Palazzo del Comune e il Palazzo Modò. Attraverso Acireale Living Lab, un laboratorio innovativo per la promozione dei beni culturali e la fruizione turistica della città realizzato dall’Associazione Ingegneri e Architetti Acesi in sinergia con l’Istituto per i Beni Culturali e Monumentali del Consiglio Nazionale delle Ricerche, potete fare un tour virtuale, visitando la città e i suoi monumenti, le frazioni marinare lungo la Riserva Naturale della Timpa, assistere al Carnevale e alla preparazione della granita artigianale De.CO, figlia della tradizione secolare dei nevaroli. Preparatevi per godere di una visita vera che, appena possibile, vi invito a fare.

Qui il Mito, con la tragica storia d’amore tra Aci e Galatea, ha caratterizzato la toponomastica dei luoghi, e la cultura anima la vita sociale. Nel 1671, su richiesta del vicario del clero acese Sac. Giuseppe Cavallaro, il Vescovo di Catania Mons. Michelangelo Bonadies istituì l’Accademia degli Zelanti che continua a svolgere un ruolo importante nella città e oggi dopo varie fusioni con il nome di Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici è la più antica accademia siciliana.

Nella preparazione del dossier da presentare alla commissione Unesco e nel far condividere il progetto a tutta la comunità, l’Amministrazione lavora con la Diocesi, come spiega Sonia Abbotto, presidente del Consiglio Comunale di Acireale, «Se si vuole condividere un bene, bisogna attribuirgli un valore. Le azioni che l’amministrazione acese, porrà in essere, in sinergia con la Diocesi, saranno concentrate per far crescere nella propria comunità la consapevolezza della valorizzazione del proprio patrimonio. Mettere in “rete” un’offerta culturale più ampia serve per evitare il lento processo di “perdita di valore” che le nostre comunità stanno subendo in termini di perdite anagrafiche e di valore del patrimonio immobiliare e naturale, e contrastare quel lento processo di desertificazione che sta minando sempre di più il territorio siciliano. Per noi la “non cristallizzazione” attraverso i confini puramente cittadini significa rafforzare la cultura della pace e della scienza. Acireale diventerebbe così il volano di questi valori: il suo immenso patrimonio architettonico settecentesco non sarebbe solo figlio del disastroso terremoto del 1693, ma genitore di una “ricostruzione” vivificante all’insegna del Barocco in un periodo, pesantemente provato dalla pandemia Covid – 19, in cui il crollo di ogni certezza potrebbe indurci all’abbandono della bellezza».

Non è la prima volta che Acireale tenta di ottenere questo prestigioso riconoscimento e sono ancora attuali le parole del Dott. Giuseppe Contarino, già presidente dell’Accademia degli Zelanti e autore di una bella pubblicazione sul barocco acese, che in un convegno del 2004 ebbe a dire «Se riusciremo a creare una presa di coscienza forte, un entusiasmo condiviso, una corresponsabilità di tutti il passo più importante è già stato compiuto e il riconoscimento dell’Unesco potrà tardare, ma non potrà mancare».

 

Le cascate del fiume Oxena, una sorpresa nel cuore della Sicilia

Articolo di Irene Novello   Foto di Alfio Bottino

La Sicilia ci riserva sempre mille sorprese, da nord a sud, da est a ovest la bellezza del suo territorio non smette mai di sorprenderci. Oggi andiamo alla scoperta del paesaggio naturalistico di Militello in Val di Catania, nel territorio della provincia etnea, che presenta un’eccezionale varietà paesaggistica, geologica e culturale. Il nostro viaggio inizia dal centro della cittadina, nel 2002 dichiarata dall’UNESCO, Patrimonio Mondiale dell’Umanità insieme alle città barocche del Val di Noto. Attraversiamo il centro storico, partendo dalla piazza Santa Maria della Stella per raggiungere il Castello con la sua Torre angolare e il Ninfeo di Zizza che celebra l’arrivo nella cittadina dell’acqua potabile, grazie all’acquedotto municipale fatto realizzare dal principe Francesco Branciforti.

Ci dirigiamo verso la vallata. Qui il percorso è ricco di siti archeologici datati dall’età preistorica a quella bizantina: sono presenti diverse necropoli e insediamenti rupestri, ma anche siti d’importante interesse geologico caratterizzati dalla presenza di estese concentrazioni di coralli fossili, altri giacimenti fossiliferi e affioramenti di pillow lava (caratterizzata da strutture a forma di cuscino) che appartengono alle fasi più tarde dell’attività vulcanica degli Iblei. Ci troviamo nell’area dei rilievi e del tavolato ibleo, da qui la nostra vista può abbracciare in un’unica visione Militello e il vulcano Etna, mentre nel cielo vola divertita qualche poiana. È un territorio a forte impatto naturalistico, caratterizzato da una continua successione di altopiani e valli attraversati da fiumi, come l’Oxena. L’omonima valle è giunta a noi nella sua primitiva e integra naturalità rappresenta uno degli habitat più affascinanti degli Iblei. Il fiume, nei lunghi secoli della sua vita, ha scavato una profonda cava, oggi ricca di una folta e verdeggiante vegetazione. Il letto del fiume è costituito da materiale sedimentario proveniente da vulcani molto più antichi dell’Etna. La zona è ricca di rocce basaltiche e blocchi di lava, che il fiume attraversa creando spettacolari cascate e canyon. Le cascate sono attive tutto l’anno, anche nei periodi d’intensa siccità, ciò è dovuto alle innumerevoli sorgenti che alimentano il fiume Oxena. Il panorama che si presenta ai nostri occhi è bellissimo e sorprendente. Il paesaggio ricorda quello delle Gole dell’Alcantara, qui sono anche presenti delle piscine naturali che invitano a fare una sosta con un bel bagno rigenerante. Inoltre lungo la valle si possono incontrare anche segni d’importante interesse etnoantropologico come terrazzamenti, scale in pietra e mulini, preziose testimonianze delle antiche attività economiche del territorio.

Camminando, incontriamo olmi, frassini, oleandri, salici, carrubi, olivastri, fichi d’india che in alcuni punti creano delle gallerie verdeggianti, dove fare una breve sosta al riparo dal sole. Qui ci fermiamo e riflettiamo sulla bellezza di questo paesaggio, quanto abbia arricchito la nostra personale conoscenza del territorio in cui viviamo, increduli della presenza di tali cascate e addirittura di canyon proprio dietro casa. Il mio invito ai siciliani è quello di essere più “consapevoli” del territorio in cui viviamo, di immergerci nella sua ricchezza e bellezza unica al mondo, di andarne fieri e di valorizzarla nel migliore dei modi. Viviamo la Sicilia!