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Alfia Milazzo, quando la musica è palestra di vita

 

Articolo di Patrizia Rubino   Foto di Mario Strano

Una carriera di successo alle spalle a Milano nel settore dell’editoria con Mondadori, De Agostini e Rizzoli, ma per Alfia Milazzo, docente di Storia e Filosofia, scrittrice, blogger e life coach professionista, da oltre dieci anni l’impegno a favore dei bambini e dei ragazzi dei quartieri a rischio di Catania è una vera e propria missione. Nel 2009, insieme a Liborio Scaccianoce, dà vita alla Fondazione “La Città invisibile”. Una realtà oggi in continua crescita, il cui alto valore civico e sociale è riconosciuto a livello nazionale ed internazionale.

Nel nome della Fondazione riecheggia il titolo del romanzo utopico “Le città invisibili” di Italo Calvino.
«Proprio così, la nostra città invisibile è un luogo in cui le utopie possono diventare realtà. Purtroppo i bambini e i ragazzi delle periferie più disagiate, oltre alla povertà economica, subiscono anche un totale degrado di valori. L’intuizione è stata quella di utilizzare la musica per aprire i loro cuori e le loro menti a una realtà, in cui si condividono le regole, si rispettano gli altri e ci si nutre di cultura. Da qui la nascita della Scuola di vita e Orchestra sinfonica “Falcone Borsellino”.
Bambini e ragazzi dai 6 ai 20 anni, oltre ad imparare gratuitamente l’uso di uno strumento musicale, secondo il modello venezuelano delle orchestre e dei cori infantili, vengono sostenuti in una crescita culturale attraverso laboratori artistici e creativi e motivati alla fratellanza e ai principi della civiltà e dei diritti. La Fondazione ha tre centri di formazione musicale nei quartieri catanesi di Librino e San Cristoforo e uno ad Adrano. I nostri ragazzi hanno suonato in oltre cento concerti, sempre a sostegno di iniziative dall’alto valore morale e civile».

L’Orchestra è intitolata ai due magistrati Falcone e Borsellino.
«Falcone e Borsellino sono i nostri fari. Quando affrontiamo il tema della legalità raccontiamo ai nostri allievi di come hanno combattuto con grande coraggio da uomini liberi per loro idee, ispirate ai principi di verità e giustizia. La cultura mafiosa in certi quartieri, esercita un potere che ammorba anche le menti dei più giovani. Sull’esempio di questi eroi del nostro tempo, spieghiamo che il cambiamento è possibile, che essere forti non significa sopraffare gli altri ma saper condividere e gioire anche delle cose semplici. I bambini ed i ragazzi, sono assetati di conoscenza e di esempi positivi, ma purtroppo alcuni ci lasciano proprio perché si rendono conto del cambiamento in atto e ne temono le conseguenze nella propria vita. Noi però, continuiamo ad aspettarli».

In questi anni, infatti, si è intestata numerose battaglie a sostegno di chi combatte la mafia, ma anche in difesa dei “suoi” bambini.
«Molti bambini di questi quartieri sono trascurati da un sistema che invece di proteggerli dall’abbandono, dalla trascuratezza e dalla povertà, si abbatte su di loro privandoli dell’affetto di quella parte sana della famiglia, perlopiù rappresentata dalle madri. Queste ultime spesso, oltre ad essere vittime di violenze, fisiche, economiche e psicologiche, si ritrovano da sole a dover combattere per non vedersi strappare i figli da uno Stato troppo distratto e indolente. Nei casi in cui abbiamo ravvisato un vero e proprio sopruso, ci siamo battuti con l’aiuto di avvocati e psicologi, per difendere i diritti di questi bambini e delle loro madri. Probabilmente siamo considerati scomodi, ma noi andiamo dritti, perché il cambiamento è anche questo».

Lo scorso dicembre le hanno assegnato il premio “Top 100 Leaders in Education”, nell’ambito del “Global forum per l’istruzione e l’apprendimento” che si è tenuto a Dubai.
«Essere riconosciuta tra i migliori 100 educatori al mondo, è un onore e un onere che mi spinge a fare sempre di più. Un piccolo gruppo di ragazzi dell’orchestra mi ha accompagnato a Dubai e ha potuto esibirsi in un concerto molto applaudito. Più di mille discorsi, la loro presenza ha testimoniato con i fatti, il nostro lavoro e il nostro impegno».

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Il gusto esclusivo dell’arancia di Ribera

Articolo di Angela Fallea

La presenza dell’acqua, il clima favorevole, la posizione geografica e la maestria dei contadini hanno fatto sì che Ribera, paese in provincia di Agrigento, fondato nel 1636 dal principe Luigi Guglielmo I Moncada, diventasse il fiore all’occhiello con i suoi aranceti. Già intorno al 1800 vi sono documenti dell’epoca che testimoniano la presenza di produzione di “melarance”, arance vaniglia e altri agrumi. La svolta si ebbe intorno al 1930, nei versanti dei fiumi Verdura, Magazzolo, Platani e Carboj, quando i terreni sapientemente lavorati dagli agricoltori vedono l’introduzione delle prime piante di varietà Washington Navel. Un’arancia ombelicata dalle particolari caratteristiche. Capendone il potenziale e la bontà, si continuò e ampliò la coltivazione degli aranceti, sostituendo i vecchi alberi con le nuove varietà di arance.
Nel 1994 viene istituito il Consorzio di Tutela dell’Arancia di Ribera e nel 2011 l’arancia di Ribera ottiene il marchio di tutela D.O.P. (Denominazione Origine Protetta, ndr), attribuito dall’Unione Europea e destinato a specialità alimentari, che devono rispettare un determinato disciplinare di produzione che descriva: storia, territorio e lavorazione del prodotto.
L’Arancia di Ribera D.O.P. appartenente alla famiglia delle Rutacee, specie Citrus Sinesis, per essere definita tale deve essere prodotta nelle aree della provincia di Agrigento che comprendono i paesi di: Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montallegro, Ribera, Sciacca, Siculiana, Villafranca Sicula e Chiusa Sclafani in provincia di Palermo. Secondo il disciplinare di produzione, il marchio D.O.P. è riservato alle produzioni derivanti dalle varietà:
Brasiliano con i cloni: Brasiliano comune, Brasiliano risanato;
Washington Navel, Washington navel comune, Washington Navel risanato, Washington Navel 3033;
Navelina con i cloni: Navelina comune, Navelina risanata e Navelina ISA 315.
Le arance hanno delle peculiarità: un diametro traverso minimo di 70 mm; una forma tipicamente sferica-ellissoidale con ombelico interno; colore della buccia arancio uniforme; colore della polpa arancio e consistenza croccante e zuccherina; succo colore arancio con resa non inferiore al 40 per cento del peso totale del frutto; contenuto di solidi solubili compreso tra 9 e 15 Brix; acidità compresa tra 0.75 e 1.50; rapporto solidi solubili/acidi organici titolabili non inferiore a 8; assenza di semi.

Affinché ci sia una buona resa in frutto, gli alberi di arancio vengono sottoposti a potatura mantenendo una struttura a “globo” armonica e “piena”, effettuando interventi cesori moderati, miranti a evitare che si crei un ammasso della vegetazione all’interno della chioma. La raccolta, comincia a Novembre e termina alla fine di Maggio con l’alternarsi delle varietà, si effettua con l’ausilio delle forbici per evitare di danneggiare il frutto. L’arancia di Ribera D.O.P. ha una consistenza della polpa croccante con delle vescicole contenenti il succo che si dissolvono in bocca, lasciando pochissimi residui membranosi. È ricca di vitamina A, B1, B2 e C. La “bionda” di Ribera D.O.P. vanta caratteristiche organolettiche eccezionali grazie al suolo ricco di argilla e di minerali primari facilmente assimilabili dagli agrumi stessi. La presenza di potassio per esempio, favorisce la migrazione degli zuccheri verso il frutto e contribuisce all’eccellente qualità gustativa dell’Arancia di Ribera D.O.P.

È un’arancia che si presta a molti utilizzi in ambito culinario, dalla spremuta ai dolci. Dalle insalate alle creme. È possibile utilizzarla nella sua interezza poiché non prevede l’utilizzo di trattamenti pre e post raccolta, pertanto la buccia può essere utilizzata per preparare le scorzette candite o il famoso Pan d’arancio.
La Sicilia non smette mai di stupirci con i suoi doni: che sia un prodotto alimentare, un paesaggio, un monumento. Ma il vero privilegio rimane essere siciliani.

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L’ape nera sicula

Articolo di Titti Metrico  Foto di Mariagrazia Tedesco

Piccola e operosa creatura, di origine africana particolarmente forte e resistente, come se fosse rimasta allo stato selvatico, differisce dall’ape comune perché meno aggressiva. Nel nostro immaginario le api sono a strisce nere e gialle, ma l’Apis mellifera siciliana, in altre parole, l’ape nera sicula, ha l’addome scurissimo con peluria giallastra e ali più piccole. Ha popolato per millenni la nostra Sicilia, ma negli anni ‘70, gli apicoltori iniziarono a importare dall’Italia settentrionale la ligustica, comunemente definita ape italiana, portando l’ape sicula alla quasi totale estinzione. Nel 1986 l’entomologo siciliano Pietro Genduso aveva messo a punto la classificazione genetica dell’ape sicula attraverso l’elettroforesi.
Alla fine del 1987 un suo studente, Carlo Amodeo, ritrova l’ape sicula che all’analisi risulta conforme, da lì parte il lungo cammino di amore e salvaguardia di questo insetto unico.
Nel 1987 a Carini, Carlo Amodeo ritrovò nella terra di un anziano apicoltore gli ultimi bugni (le casse usate come arnie, ndr) di api nere sicule, li conservò in isolamento prima sull’Isola di Ustica e successivamente sulle Isole di Vulcano, Filicudi, Alicudi per la riproduzione in purezza, scoprendone le sue caratteristiche: la nera sicula, permette di effettuare le operazioni di smielatura a mani nude; è molto docile e molto più resistente alle temperature estreme rispetto all’ape comune; riesce a produrre miele sia in inverno sia in estate, ma non solo, è resistente anche alla varroa e alle virosi, consuma meno miele rispetto ad altre api; si accoppia in volo e la regina vola per chilometri, per questo è stato necessario isolarle.
Con l’arrivo della primavera la troviamo nei fiori più belli con il suo linguaggio simile a una danza, l’ape più giovane sbattendo le ali si dedica alla pulizia delle celle, le bottinatrici adulte (api operaie, ndr) raccolgono il nettare e il polline dai fiori.
L’ape nera sicula è Presidio Slow Food e a sollecitare l’attenzione sul rischio di estinzione di questa razza autoctona è stato proprio Carlo Amodeo.
Oggi il Presidio è composto da otto allevatori che hanno recuperato le regine da Carlo Amodeo. Un grande successo è stato, nel gennaio 2012, l’avvio del “Progetto di reintroduzione e di conservazione della sottospecie a rischio di estinzione Apis mellifera siciliana”.
Il progetto denominato “Ape Slow” nato dall’incontro tra Amodeo e Slow Food deve moltissimo a quest’associazione, grazie alla quale sono stati coinvolti più di 240 apicoltori siciliani, i più capaci tra questi hanno insediato in altre isole prive di fauna apistica oltre a quelle già citate e alcuni di essi sono già stati iscritti all’albo nazionale allevatori di api regine nella sezione ape sicula, diventando, così come Amodeo, custodi di questo bene unico.
La forza di quest’ape sta nel fatto che i rari ceppi selvatici ritrovati e isolati sulle diverse isole non sono mai stati violentati con selezioni produttivo/comportamentali, quindi la loro memoria genetica intatta e la loro totale conformità genetica le rende uniche fra tutte le sottospecie di api al mondo mettendole al sicuro dal rischio estinzione.

Il miele dell’ape nera sicula

Il miele della nera sicula viene sempre estratto a freddo, ha proprietà nutraceutiche, antiossidanti e antifungine, il suo gusto non si discosta dagli altri. Da uno studio dell’Università Federico II di Napoli si evince che il nettare prodotto dalla nera sicula possiede antiossidanti da tre a dieci volte superiori rispetto a qualsiasi altro miele, ma anche tredici sostanze antibatteriche e quattro antifungine, queste ultime mai riscontrate in altri mieli. Restano tante però le minacce, anche per un’ape tosta come questa, su tutti gli antiparassitari e gli insetticidi come i neonecotinoidi che per anni restano nel ciclo delle piante, dei fiori e dei loro frutti pregiudicandone l’esistenza.

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La cassata siciliana

Articolo di Titti Metrico

Guy de Maupassant scriveva: “La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo…”. Attraverso il cibo si può raccontare l’intera storia della Sicilia, e quella che voglio raccontarvi in questo numero è la creazione della regina della pasticceria siciliana, lo dico con grande orgoglio e senza giri di parole, “la Cassata”.

Molti lo definiscono il dolce più buono d’Italia, invidiato e apprezzato in tutto il mondo.
Come tanti dolci siciliani, anche la cassata ha un’origine araba. Nell’ XI secolo Palermo era la città più grande d’Europa, gli Arabi vi avevano importato la canna da zucchero, il limone, il cedro, l’arancia amara, il mandarino, il pistacchio e le mandorle, ma usavano il burro per cui all’inizio la cassata non era altro che un involucro di pasta frolla ripiena di ricotta zuccherata e infornata. Ancora oggi la variante al forno è la più antica delle versioni di questo dolce tipico tradizionale.

Con l’arrivo degli Spagnoli, che portarono la cioccolata, fu sostituta la pasta frolla con il pan di Spagna, da allora la cassata al caldo, cioè al forno, diventò una cassata al freddo. Con due strati di pan di Spagna farcito di ricotta e cioccolato, la cassata venne ricoperta della stessa ricotta, e nel periodo barocco incominciò a vedersi anche qualche candito.

Ma a completare il tutto furono le suore del Convento della Martorana, note per avere inventato una delle specialità dolciarie più famose di Palermo: la pasta Riali (reale, ndr), di mennule (di mandorle, ndr) o più comunemente chiamata, appunto, Pasta di Martorana, un impasto di farina di mandorle e zucchero, colorato di verde con estratti di erbe.

La frase “tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri Pasqua” (meschino è chi non mangia cassata la mattina di Pasqua, ndr), fino a quel momento era considerata una pietanza pasquale, tanto che nel 1575 il Sinodo della Diocesi di Mazzara del Vallo nel 1575, vietò di prepararla durante il periodo antecedente alla festa religiosa per evitare alla gente di cadere in tentazione.

È proprio con questi ingredienti che, nel 1873, il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, titolare di un laboratorio nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele a Palermo, in occasione di una manifestazione che si tenne a Vienna, rivoluzionò la cassata nella forma e nella decorazione con la zuccata, creando la coloratissima cassata siciliana che oggi conosciamo tutti, ma nonostante questa innovazione la cassata si affermerà nelle case e nella tradizione solo a partire del XIX secolo. Nel 1890, quando morì, Salvatore Gulì fu insignito del titolo di Cavaliere per meriti di lavoro.

La cassata continuò a essere prodotta nello stesso laboratorio, fino ai primi decenni del XX secolo, prosperando durante il periodo Liberty, epoca d’oro per la città di Palermo, grazie all’attivismo di tanti imprenditori “illuminati”, fra questi spiccano i Florio.
Fu il periodo più ricco per il turismo siciliano, grazie alle grandi casate nobiliari europee che venivano in Sicilia a trascorrere le loro vacanze, durante le quali si narra che fosse usata la posateria e gli arredi da tavola in oro massiccio. E dove la regina della pasticceria, sua maestà “la Cassata siciliana”, dominava tra tanti altri prestigiosi dolci.

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Your Wedding Mood, Focus on Pantone 2020

Bianca Wedding a cura di Simona Raniolo

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La rubrica interamente dedicata
al mondo del wedding per guidarvi e consigliarvi fino al giorno del vostro sì.

“Viviamo in un’ epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19-4052 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che ricorda il vasto infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione”, con queste parole Leatrice Eiseman, executive director del Pantone Color Institute, ha presentato il colore dell’anno.


Il Classic Blue viene descritto come più scuro dell’azzurro del cielo di giorno, ma più chiaro dell’azzurro di mezzanotte e nell’ambito “nozze” è la classica tinta dall’eleganza senza tempo. Rispetto al Coral Living, colore Pantone 2019, con il Classic Blue è più semplice creare validi abbinamenti, dal bianco ottico all’avorio, ai neutri tutti, fino ai pastello ma anche all’oro e all’argento. Come si declinerà questa nuance, raffinatissima nella sua semplicità, sul fronte dei dettagli caratterizzanti il progetto di un evento come il matrimonio?

  • Wedding Suite
    Dal Save the Date alle partecipazioni fino ai segnaposti e tutti gli altri elementi cartacei personalizzabili, il colore dell’anno potrà essere coinvolto nella carta dell’invito vera e propria, in quella della busta che lo conterrà, nel colore del font e dei particolari grafici o ancora nella scelta dei nastri o del sigillo in ceralacca se il progetto della suite li prevede. Il Classic Blue per la wedding suite comunicherà ai tuoi invitati il mood dell’evento.

  • Dress Code
    Il blue si adatta a ogni incarnato e valorizza la bellezza naturale di chi lo indossa.
    Sì alle damigelle in blue. Anche per gli abiti delle damine è un colore perfetto, fine anche toccato solo nel fiocco in vita su di un abitino bianco. Per la sposa, il pantone dell’anno lo si ritrova anche dettato dalla tradizione popolare che, per buon auspicio, vuole che indossi “qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di blue”. Ma anche per lo sposo, sia classico sia contemporaneo, c’è qualcosa di più elegante di un intramontabile completo di questo colore?
  • I fiori
    Cosa esprime questo colore nel linguaggio dei fiori? Oltre la serenità, che convenzionalmente ci permette di attribuirgli anche un potere antistress, i fiori blu simboleggiano creatività e apertura mentale. Negli allestimenti, sì all’utilizzo di ciò che la natura crea di questo colore, no ai fiori dipinti (una triste fine che spesso accade alle rose). Vi sorprenderà constatare come i fiori più conosciuti, quali l’ortensia, il fiordaliso, il giacinto, la fresia, cambino completamente “carattere” se scelti di colore blue. Scoprite la bellezza di varietà meno conosciute, quali l’anemone, la nigella, il muscari, il papavero himalaiano, tutti fiori particolarissimi che doneranno un tocco estroso e sofisticato.

  • Mise en place e dettagli
    È qui che potrete stupire i vostri ospiti! Eliminate la classica tovaglia bianca, lo sfondo blue a tavola farà risaltare tutta la mise en place. Di gran classe per una cena sarà il match con posateria dorata e stoviglie in cristallo o simile, anche intagliate. Se il tovagliato blue vi sembra troppo audace, potrete scegliere di usare questa tonalità nei calici, nei tovaglioli, nei menù oppure nel setting del centrotavola, quindi nel vasellame e nelle candele oltre che nei fiori, ovviamente. Blue possono essere anche i cuscini delle aree lounge e i tendaggi dei gazebo per le postazioni show cooking. Infine, anche se è sempre da prediligere la luce calda, se avete coinvolto un service luci, chiedete loro un’illuminazione architetturale che, a un certo punto della serata, viri verso il blu per ricreare una vera atmosfera da party.

Insomma, tanti sono gli spunti da poter cogliere per coinvolgere questa tinta e personalizzare il “file bleu” del vostro evento. Riflettete con saggezza sugli abbinamenti e accertatevi che ogni scelta estetica risulti armoniosa. È proprio l’armonia il criterio universale sempre vincente!

figli cangiati anteprima

Pirandello e Camilleri: due “figli cangiati”

di Irene Valerio

Luigi Pirandello nasce ad Agrigento il 28 giugno 1867, “cadendo come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’ulivi saraceni”; Andrea Camilleri viene alla luce a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Entrambi crescono nello stesso lembo di Sicilia, affacciati allo stesso mare, e tutti e due avranno lo stesso, singolare destino: saranno scrittori di fama mondiale e racconteranno, ognuno a modo suo, la sicilianità. Prima che ciò accada, tuttavia, essi saranno giovani come tanti, eccezionali e dotati di un raro talento, ma pur sempre fanciulli, sognatori che immaginano il mondo dalle finestre delle loro camere e che a un certo punto si sentiranno figli cangiati.
Secondo una leggenda che circola nell’agrigentino, esistono spiriti dell’aria che di notte si aggirano per le case e si divertono a scambiare i neonati. Si tratta di vecchie rugose, dall’indole malignamente burlesca, alle quali la tradizione popolare ha attribuito l’appellativo di màgare o donni, e su cui girano numerosi racconti, come quello della madre che al mattino, al posto del figlioletto biondo e diafano messo a dormire la sera prima, trova nella culla una criatura irriconoscibile, scura e spaventevole: li donni l’hanno scambiato e adesso il pargolo è un figliu cangiato. Il piccolo Luigi ode queste storie dalla criata e ne è oltremodo incuriosito. Non solo implora la donna di ripetergliele di continuo, ma si convince di essere stato anche lui cambiato dopo la nascita e di trovarsi nella famiglia sbagliata: il bambino si guarda attorno e si domanda cos’abbia in comune lui con i tipi irruenti che lo circondano, si chiede se davvero sia figlio dell’iracondo Stefano, che una volta arriva addirittura a sparare in aria un colpo di lupara solo perché le campane della vicina chiesa lo infastidiscono. Il futuro premio Nobel si sente estraneo all’ambiente in cui vive e, notando che troppe sono le differenze che lo separano dal resto del nucleo familiare, la sua logica infantile gli suggerisce un’unica spiegazione plausibile: li donni lo hanno cambiato; egli non è figlio del tempestoso Stefano, che in tutta la sua vita parteciperà a sette scontri a fuoco e a mezza dozzina di duelli, ma di qualcun altro.

Simili dubbi sulla possibilità che ci sia stato uno scambio operato dalle màgare inquietano anche i genitori di Andrea Camilleri, allorquando in terza superiore scoprono che il figlio, preferendo bighellonare in giro per la città, ha saltato oltre la metà delle lezioni e poi ha modificato la pagella da far firmare al padre, motivo per il quale viene mandato in collegio. Giuseppe e Carmelina discutono sulla bizzarria del figlio ed egli, origliando, si pone le loro stesse domande: e se fosse stato davvero cambiato dalle donne? Se fosse figlio di un carrettiere che le màgare hanno portato in quella casa? Forse non è un’idea sconclusionata, dal momento che lui, stravagante e anticonvenzionale, poco o niente ha in comune con la compostezza e l’ossequio per le regole del padre.

A sentirle, queste storie non sembrano vere, ma forse non c’è nulla di eclatante nei quesiti che preoccupavano i due futuri scrittori siciliani, poiché – come affermò da adulto Camilleri – “ogni siciliano si sente scangiato, sia che campi la vita ad acqua e a vento, sia che abiti nel palazzo del re”, ed è forse proprio il dubbio di esser capitati nel posto sbagliato, l’amara consapevolezza della dissonanza “tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere”, che permette a tanti talenti e artisti di germinare. Se non fosse per il travaglio nato dall’insoddisfazione per un’isola amata per la fiera bellezza e al tempo stesso detestata per l’oppressione delle diversità forse nessuno potrebbe scrivere, inventare, dipingere e cambiare il mondo; se non fosse per il dissenso verso lo status quo e il senso di estraneità dall’ambiente circostante, non ci sarebbe stato nessun Pirandello, nessun Camilleri, nessun Sciascia, nessun Quasimodo e nessun Verga.

Fonte: L’ombrello di Noè
Andrea Camilleri e Roberto Scarpa, Rizzoli, 2002

I consigli dello Chef: risotto asparagi e salmone

A cura dello Chef Vincè Mormina del ristorante “Il Delfino” – Marina di Ragusa

 

Ingredienti (per due persone):

400 gr. di riso
300 gr. di salmone affumicato
100 gr. di asparagi
20 gr. di scalogno o cipolla
olio evo q.b.
sale q.b.

Costo circa €7,00 per quattro persone.

Soffriggere in una padella la cipolla e i gambi degli asparagi e far cuocere per 15 minuti aggiungendo ogni tanto un mestolo di brodo di verdure. Una volta cotti frullare il tutto con un mixer per ottenere una crema. Far cuocere le punte degli asparagi con una noce di burro sino a quando non diventano un po’ croccanti, nel frattempo, in una padella a parte, fare soffriggere la cipolla, aggiungere il riso, tostato e iniziare la cottura aggiungendo un po’ alla volta il brodo di vegetale caldo, quando mancano 10 minuti aggiungere le punte degli asparagi e la crema. A fuoco lento aggiungere il salmone affumicato.

L’alimentazione del cane ai giorni nostri

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

Negli ultimi anni, la nostra sensibilità nei confronti del cibo è aumentata, ormai tutto ciò che portiamo a tavola, è frutto di una presa di coscienza e di un percorso personale a garanzia del nostro benessere psico-fisico. La stessa sensibilità, per le medesime ragioni, è trasferita al nostro amico a 4 zampe, per garantirgli salute e longevità. Resta imprescindibile il fatto che il cane discenda dal lupo, ma con il suo addomesticamento, è cambiato anche il suo stile di vita. Oggi il cane fa una vita più sedentaria, non è più un predatore, ma il cibo lo trova pronto nella scodella. Ciò ha comportato, a causa di una scorretta alimentazione, l’aumento del peso di molti animali mentre l’obesità è in forte crescita.
Chi possiede un animale sa che duole il cuore, vedere il suo sguardo mentre mangiamo, perché vuole qualche alimento presente sulla tavola. Ogni tanto è giusto accontentarlo, ma non deve diventare un’abitudine, gli spuntini non appropriati sono ipocalorici e pericolosi per la sua salute. Per garantire salute e lunga vita al nostro amato pet è opportuno rivolgersi al medico veterinario, perché in base alla taglia del cane, al tipo di vita che conduce, saprà consigliare il tipo di cibo che può assumere e, soprattutto, la quantità. Oggi in commercio si trovano vari cibi industriali, sia umidi sia secchi. La scelta del mangime da dare al proprio cane è fondamentale, ma non tutte le aziende che producono cibo per animali, usano materie prime di ottima qualità, per cui bisogna sempre leggere gli ingredienti del cibo. L’ingrediente principale del cibo è scritto sempre per primo. Un buon mangime viene prodotto con carne prevalentemente fresca, maggiore è il suo contenuto, migliore è il mangime. Un buon mangime dovrebbe contenere solo una piccola percentuale di cereali. La dicitura carni e derivati, significa che la componente animale è essenzialmente costituita da scarti di macellazione e, quindi, mangimi di scarsa qualità. Anche la dieta casalinga è consigliata, ma deve essere sempre suggerita dal medico veterinario, per la creazione di un piano – dieta specifico, affinché abbia tutti i nutrienti essenziali, tutto questo è necessario per non sbagliare l’alimentazione del nostro migliore amico, che deve essere appropriata in base alla sua età.

 

andrà tutto bene anteprima

Andrà tutto bene… Io ci credo!

di Alessia Giaquinta

“Andrà tutto bene”. Lo leggiamo sui disegni colorati e rassicuranti dei bambini. Un vero e proprio inno alla vita che scaturisce da piccole mani capaci di vedere il buono di ogni cosa e trovare la giusta soluzione nei casi di difficoltà.
Cresciamo i bambini raccontando loro storie, non solo per il gusto di farlo, ma anche e soprattutto perché essi possano trovare in queste la giusta chiave di lettura per affrontare la vita. Storie di eroi che sconfiggono mostri e storie di animali che cantano e suonano: per i bambini tutto è possibile, persino che un rospo diventi principe.
Hanno un vantaggio: essi credono, senza lasciarsi sopraffare dalla realtà. I bambini, però, non sono irragionevoli, tutt’altro: capiscono benissimo ciò che viene loro narrato, infatti, sorridono, pongono domande, provano sensazioni di paura e adrenalina e gioiscono per ogni lieto fine, assolutamente obbligatorio. Non si può narrare, infatti, una storia priva di lieto fine a un bambino: anche se non ci fosse, sarebbe la sua esigenza stessa a crearlo. Nei fanciulli, infatti, è insito il pensiero positivo e dunque la capacità di reagire di fronte ad un possibile pericolo.
Se chiediamo, infatti, a un bambino cosa fa un eroe di fronte ad un personaggio malvagio, non esiterà a rispondere, con decisione, “lo sconfigge per sempre”.
E se i racconti e le favole servono a crescere, chiediamoci allora in che modo, di fronte all’emergenza CoViD-19, possono essere un supporto per i nostri piccoli.
A partire dal presupposto che è conveniente raccontare sempre la verità ai bambini (utilizzando un linguaggio appropriato), si può utilizzare l’espediente narrativo della favola per giungere a quell’ “andrà tutto bene”, una sorta di “vissero felici e contenti”.
Ho deciso allora di raccontare l’emergenza che stiamo vivendo ai bambini, l’ho fatto attraverso un video animato (che trovate sulla pagina Facebook di Bianca Magazine). L’ho scritto per i bambini di ogni età, da 0 a +99 anni, perché sono convinta che solo con lo sguardo fiducioso di un fanciullo riusciamo a comprendere e credere in quel lieto fine che tanto attendiamo.

“C’era una volta, non troppo tempo fa, un membro della famiglia coronavirus che ha deciso di fare capolino e mandare il mondo in confusione. L’hanno chiamato CoViD 19 perchè è nato proprio nel dicembre 2019, in Cina, nella città di Wuhan. Si tratta di un tipetto strano, eh. Ama viaggiare e vorrebbe attaccare la vita di tante persone. È forte ma non è fortissimo.
A sconfiggerlo sono tanti, tantissimi supereroi che – senza nessun potere magico – lavorano continuamente e senza tregua negli ospedali. Sono infermieri, dottori, anestesisti… E anche tu. Sì, proprio tu sei tra questi eroi. Tu che sei a casa e forse ti annoi un po’. Hanno scoperto, infatti, che per vincere questa battaglia, non servono le armi. No! Bisogna stare a casa, così il coronavirus non ci trova… e va via! Semplice. Eh già. Ti stai chiedendo perché si chiama così. Non è un re, neanche una regina eppure detiene l’orpello più regale che ci sia! Chi è riuscito a vedere questo mostriciattolo di virus al microscopio ci ha detto che assomiglia a una corona. Cosa ci fa pensare questo? Di non fidarci mai, e dico mai, delle sole apparenze. La nostra storia continua… E intanto viviamo tutti a casa per qualche tempo, sicuri che… andrà tutto bene!”.

I bambini hanno la capacità di guardare gli eventi con gli occhi della speranza. Impariamo da loro quest’atteggiamento e, soprattutto, non disperdiamo questo tempo: stare a casa significa avere modo di apprezzare ancor più il calore della famiglia. Significa trascorrere del tempo con i bambini: giocare, cucinare insieme, raccontare loro favole e magari farci narrare una storia da loro. Stimoliamo la creatività dei piccoli e anche la nostra.
Ne usciremo tutti arricchiti e, sicuramente, più attenti e rispettosi verso quell’essenziale che spesso, travolti dal caos quotidiano, poco consideriamo.
Andrà tutto bene. Ce l’hanno detto i bambini.
Io ci credo.

pagine verga

Tra le pagine di Giovanni Verga

di Eleonora Bufalino

Sono giornate sospese a mezz’aria tra l’incombere dei nostri doveri e il desiderio di respirare una primavera che quest’anno è stata accolta da ciò che non avremmo mai immaginato e che, forse anche per questo, è arrivata silenziosa e incerta. Il mondo ci ha imposto di fermarci, plasmando le nostre abitudini allo scorrere non più frenetico del tempo. È il momento di riflettere. Lo sguardo ammira la quiete dei luoghi in cui vivo e riscopre il loro fascino immutato. I Monti Iblei circondano Vizzini, immersa in un clima mite e distesa su tre colli: il Castello, il Calvario e la Maddalena. Cittadina feudale in passato, è stata sempre dedita ad attività rurali, ma ha anche saputo sviluppare una fiorente economia con i paesi del circondario, grazie al commercio dei prodotti caseari e della concia delle pelli, che si svolgeva nell’antico borgo della Cunziria.

In questo paese dell’entroterra siculo, nacque il padre del Verismo italiano, Giovanni Verga. Sebbene il luogo della sua nascita rappresenti una questione dibattuta, l’ipotesi più accertata è quella secondo cui nell’estate del 1840 l’agiata famiglia Verga si trovava nella propria tenuta in contrada Tièbidi, a pochi chilometri dal centro abitato vizzinese, dove era solita trascorrere la villeggiatura; dopo qualche giorno, il 2 settembre 1840, l’evento venne però registrato all’anagrafe di Catania. Lo scrittore manterrà sempre un legame forte con la sua terra natìa, lasciandosene ispirare; fatti, personaggi ed emozioni scaturirono spesso da ciò che osservava tra strade, vicoli, cortili impolverati. La sua scrittura, intrisa di vicende legate alla gente del popolo, riesce a dar voce a quei “vinti” non ascoltati da nessuno, schiacciati da un destino già deciso e immutabile.

Scorrendo alcune pagine della letteratura verghiana si trovano descrizioni che ricordano la nostra attualità: lo scrittore, all’età di quattordici anni, visse, infatti, un periodo di isolamento nella villa di Tièbidi, in cui la famiglia si rifugiò per scappare dal colèra, che nel 1854 si abbatteva furioso su tutta la Sicilia. L’esperienza del giovane Verga fu alleggerita dalla spensieratezza dell’età, tra letture e passeggiate all’aperto, durante le quali s’invaghì di una giovane educanda del monastero di San Sebastiano di Vizzini. Il capolavoro “Storia di una Capinera” presenta, dunque, tratti auto biografici: la diciannovenne Maria, destinata a diventare monaca di clausura, s’innamora di Nino, durante il periodo di “libertà” dalle mura del convento, ai piedi dell’Etna, lontano dall’epidemia colerica che dilagava a Catania. Ma anche il “Mastro Don Gesualdo” richiama una situazione familiare: il protagonista si trasferisce a Mangalavite, “in un gran casamento annidato in fondo alla valletta, tra l’aria fresca e la libertà della campagna”, lontano dal colera del 1837. La serenità del paesaggio è interrotta dall’immagine “dei dirupi, delle grotte, delle capannucce nascoste nel folto dei fichidindia, popolati di povera gente scappata dal paese per timore del contagio”. Ed è come vedere un passato che ritorna, al quale assistiamo atterriti.

Eppure, anche nella narrazione di eventi non certo lieti si svela il genio letterario. La vita spesso crudele e piena di sofferenza diventa il terreno fertile della resilienza. I personaggi verghiani parlano di noi e del nostro modo di reagire di fronte alle circostanze avverse e così, persino nello sconforto, si può scorgere qualcosa di positivo. Forse tra le righe dello scrittore verista, in mezzo ai drammi e alla sicilianità esasperata, vi sono degli insegnamenti celati. Nella “miseria umana” c’è anche dell’altro: le passioni e gli entusiasmi che nonostante tutto ci fanno procedere, cadendo e ritentando. E da tali spunti bisognerebbe ripartire, con umiltà, rileggendo le parole del “villano di Vizzini”, come lui stesso si apostrofò in un’annotazione di “Novelle Rusticane” indirizzata all’amico Luigi Capuana.