Piacere, Ragusano Dop!

 

di Alessia Giaquinta   Foto di Consorzio di tutela Ragusano DOP

Se volessimo dare un sapore al territorio, sicuramente, sarebbe quello del Ragusano Dop ad avere la meglio. Sintesi dei profumi della terra e del lavoro artigianale dell’uomo, ecco uno dei formaggi più antichi di Sicilia e tra i più buoni al mondo.
La certificazione Dop, ottenuta nel 1996, rappresenta per il Ragusano un importante riconoscimento di qualità. Già nel 1955, però, era stato dichiarato prodotto tipico e, da sempre, è una delle prelibatezze più conosciute.
A confermarlo è un dato storico. Carmelo Trasselli scrive che, nel 1515, per il commercio di questo formaggio ci fosse “l’esenzione dai dazi” e, in un altro documento, riferisce del commercio via mare del Ragusano.
È un formaggio unico: prodotto da latte vaccino intero e crudo, coagulato a circa 34 gradi durante la stagione foraggera e, dunque, caratterizzato da essenze spontanee ed erbai dell’altopiano ibleo. Anche la lavorazione, con utensili e metodi tradizionali, costituisce un elemento essenziale per la produzione.
Il Ragusano Dop ha forma di parallelepipedo, è a pasta filata e compatta dal colore giallo dorato e dalla crosta sottile. Il peso può variare dai 12 ai 16 kg. Anche il sapore varia in base alla stagionatura: dolce e poco piccante nei primi mesi, piacevolmente piccante a stagionatura avanzata, oppure affumicato.
Durante la stagionatura le forme vengono legate in coppia e appese a cavallo di travi di legno. Forse per questo, per molto tempo, fu chiamato impropriamente “Caciocavallo”.
La riconoscibilità avviene attraverso la scritta punteggiata “Ragusano”, due marchi a fuoco e una matrice con numero identificativo.
Dal 1991 il Consorzio di Tutela del Ragusano Dop lavora per la tutela, la valorizzazione e la commercializzazione del tipico formaggio. A farne parte oltre 60 aziende operanti nel settore lattiero-caseario.
Enzo Cavallo, direttore del Consorzio, ritiene che «Il Ragusano Dop è un punto di riferimento sempre più importante per il rilancio dell’attività zootecnica iblea e per tutta la filiera lattiero casearia siciliana. La confusione esistente nei punti di vendita dei formaggi con particolare riferimento alla grande distribuzione, la mancanza di certezze sulla provenienza del latte e dei semilavorati usati per la produzione dei formaggi, sono le ragioni che inducono alla produzione del formaggio con marchio comunitario: certificato, tracciabile e garantito sotto ogni punto di vista».

Il Consorzio di Tutela come si muove per valorizzare il Ragusano Dop?
«Abbiamo lavorato per ottenere la modifica dell’originario disciplinare di produzione e ci siamo riusciti. L’obiettivo di immettere al consumo il Ragusano Dop porzionato e grattugiato, etichettato, è stato raggiunto. L’impegno del Consorzio è promuovere, nel modo quanto più efficace possibile, il prodotto che, grazie alla sua etichettatura è facilmente riconoscibile dai consumatori che vanno adeguatamente informati. Ed è in questa direzione che stiamo orientando l’attività promozionale».

Quali i futuri obiettivi?
«L’attività del Consorzio non conosce soste. Stiamo cercando di sensibilizzare i consumatori a familiarizzare con l’etichetta: strumento di assoluta garanzia circa l’origine e la qualità del Ragusano Dop».
In che modo il Ragusano Dop può rappresentare un’opportunità di sviluppo per il territorio?
«Il Ragusano Dop ha tutti i requisiti per poter conquistare i mercati che contano. Non sarà facile ma occorre riuscirci. A piccoli passi stiamo entrando nella grande distribuzione. Sappiamo che occorre fare ancora di più e per questo si sta cercando di dare il massimo. L’affermazione commerciale del Ragusano Dop potrà determinare risultati ottimali per la filiera, per l’attività zootecnica del comprensorio e per lo sviluppo economico del territorio. Ecco perché siamo impegnati a incoraggiare l’aumento della produzione, consapevoli che l’auspicato aumento della domanda impone preliminarmente la disponibilità di prodotto. Il processo non è facile ma col contributo di tutti può essere realizzato».

 

Il complesso rupestre Grotta dei Santi

di Irene Novello   Foto di Gregorio Giarrusso

La Sicilia è una terra da scoprire, ogni angolo del suo territorio nasconde bellezze uniche, che incantano e tolgono il fiato. Molte di queste straordinarie ricchezze sono spesso sconosciute, come i piccoli siti archeologici disseminati nel territorio dell’isola, testimonianze storiche e culturali che hanno determinato la straordinarietà della nostra terra. Uno di questi siti ricade nel territorio di Licodia Eubea, a pochi chilometri da Vizzini, su di un colle che si affaccia sulla valle del fiume Amerillo.

Si tratta di un sito rupestre arroccato sul colle, luogo adatto per lo stanziamento di villaggi rupestri che durante il tardo impero e il dominio bizantino si diffondono in Sicilia. In origine il sito fu utilizzato come area cimiteriale cristiana per la popolazione del territorio circostante, successivamente nel VI secolo vi si stabilì un piccolo gruppo di monaci cenobiti, dediti a una vita comunitaria, caratterizzata dalla condivisione del tempo, del lavoro e della preghiera, divenendo un centro importante per i piccoli insediamenti rurali presenti nel territorio limitrofo. L’area fu trasformata in un oratorio rupestre, un luogo di culto per le comunità vicine ed è stata frequentata per oltre un millennio: dall’epoca tardo antica al XV secolo. Inoltre, nei pressi del sito sono anche presenti delle abitazioni rupestri chiamate Ddieri dei Denari, dall’arabo “ad diar”: casa.

Quello che oggi è possibile visitare nella Grotta dei Santi è il frutto di una continua trasformazione avvenuta in un lungo periodo di tempo. Al sito si accede attraverso un piccolo sentiero che percorrendolo fa presupporre la segretezza del luogo e il senso di raccoglimento che un tempo lo caratterizzava. Seguendo il sentiero si raggiunge il terrazzamento con il primo gruppo di camere ipogeiche, dove sono ancora presenti le tracce della loro destinazione cimiteriale, nonostante i rimaneggiamenti subiti nel tempo. Al secondo terrazzamento e alla catacomba meglio conservata si accede attraverso uno stretto passaggio. All’interno sono presenti i resti di diverse sepolture scavate nella roccia, un tempo coperte da grandi tegole e lastre di pietra. L’architettura della camera è caratterizzata da piccoli pilastri con delle incavature, dove si appoggiavano le lucerne per illuminare il vano. E con stupore inatteso sono visibili tracce di pannelli pittorici che probabilmente dovevano rappresentare la teoria dei Santi che dà il nome al sito. Da qui un piccolo corridoio a gomito porta a un grande arcosolio, isolato dalle altre sepolture, forse destinato a una sepoltura di un personaggio di spicco della comunità cristiana.

Nella fase di trasformazione in oratorio, l’ambiente a fianco della catacomba perse le sue forme strutturali e si trasformò in una sala a pianta rettangolare con volta piana; sul lato orientale fu realizzata un’abside con un arcosolio, dove è presente uno straordinario pannello pittorico con il tema della staurosis: Gesù Cristo crocifisso con affianco la Madonna a destra e a sinistra San Giovanni e Longino, rappresentato nell’atto di trafiggerlo al costato e in alto i volti del Sole e della Luna. L’affresco è datato agli inizi del XIV secolo. Numerosi graffiti ricoprono il pannello pittorico, la firma più antica risale al 1445 ed è probabile che dopo questa data l’oratorio non sia stato più frequentato. Il pannello pittorico è stato restaurato grazie all’impegno della sezione locale dell’ArcheoClub da anni impegnata per la promozione e la valorizzazione dei beni culturali del territorio.

Passeggiare per questi piccoli sentieri che conducono alla Grotta dei Santi è rigenerativo per la mente e per il corpo. La vista spazia tra la verde vallata arricchita dall’altopiano ibleo e, in lontananza, dalla splendida Etna.

Sperlinga. Il Borgo più bello d’Italia scavato nella roccia

di Irene Novello  Foto di Alfio Bottino

Sperlinga, nome di origine greca che significa grotta, spelonca appunto. È un piccolo borgo nel cuore della Sicilia centrale, tra i Nebrodi e le Madonie, in provincia di Enna, inserito nella rete dei Borghi più belli d’Italia. Un sito caratterizzato da diverse grotte scavate nell’arenaria, spelonche di origine artificiale. Nel 1282, periodo dei Vespri Siciliani, Sperlinga fu l’unica fortezza della Sicilia a non ribellarsi alla dominazione angioina.  

A testimonianza di ciò è stato inciso, sull’arco del vestibolo del castello, un motto molto famoso nell’isola: “Quod Siculis Placuit Sola Sperlinga Negavit”, che tradotto significa “la sola Sperlinga negò ciò che piacque ai Siciliani”. Il suo fascino è arricchito dalla magia delle case scavate nella roccia, dai ruderi del castello, dalle viuzze che si arrampicano nel borgo attraverso scale intagliate nella roccia, da panorami mozzafiato dove splende il caloroso sole siciliano. Il sito è frequentato sin dall’epoca dei Siculi, come si può vedere dalle numerose grotte artificiali che caratterizzano il centro abitato e il territorio limitrofo. Si tratta di grotte scavate originariamente per funzioni funerarie e poi utilizzate nei secoli successivi dai diversi popoli che hanno abitato l’isola, adattandole a usi diversi. Con il tempo ne sono state scavate tante altre e così oggi il borgo è punteggiato di spelonche di epoche diverse, abitate dai contadini fino agli anni Sessanta. Oggi alcune di queste fanno parte del patrimonio comunale e sono state adibite a museo; altre sono ancora di proprietà privata e utilizzate come magazzini.

Il cuore del borgo è il castello che svetta su un alto sperone roccioso e domina l’intero insediamento. La struttura fu realizzata sotto il periodo normanno, poi trasformato in fortezza, infatti, nel 1282 ospitò una guarnigione angioina e resistette all’assedio di Pietro d’Aragona per oltre un anno. Oltre la porta d’ingresso, appena entrati, si notano i segni di un ponte levatoio all’epoca presente. All’interno è possibile visitare diversi ambienti: magazzini, stalle, prigioni, cisterne per la raccolta delle acque piovane e i vani destinati ai feudatari. È uno dei castelli più alti della Sicilia ed è un rarissimo esempio di castello scavato nella roccia. È, infatti, noto come una fortezza inespugnabile grazie alla sua struttura morfologica e alle sue possenti mura di cinta.

Il fianco del castello che si riversa sul paese, si presenta tutto traforato di grotte artificiali, collegate tra loro da stradine ricavate anch’esse dalla roccia, dove ancora sono presenti i segni dei secoli trascorsi lì dentro e costituiscono un bellissimo e suggestivo borgo rupestre. Alcune di esse sono state adibite a museo, dove si ripercorre la vita degli abitanti di Sperlinga fino agli anni Sessanta, dediti al lavoro contadino e alla tessitura, attività molto presente nel territorio poiché all’epoca si coltivava il lino. Ma l’arte tipica in cui il borgo si è distinto è la “frassata”, un tappeto realizzato dall’intreccio di stoffe riciclate da abiti dismessi.

La storia del borgo è legata a quella delle famiglie che hanno posseduto il castello e i feudi annessi: i Rosso, i Ventimiglia, i Natoli e gli Oneto. Il paese è nato come borgo feudale ai piedi del castello e si è espanso dal 1597 in poi quando il re Filippo II concesse a Giovanni Natoli il titolo di principe di Sperlinga con l’annesso privilegio di poter espandere il borgo con altre costruzioni.

Un’altra particolarità del borgo è il dialetto gallo-italico, così chiamato perché presenta influenze dei dialetti del nord Italia, diffuso in Sicilia a partire dalla conquista normanna dell’Isola.
Sperlinga, con il suo borgo rupestre, il castello, l’antico dialetto, l’incantevole panorama e la tranquillità tipica del posto ci permette di immergerci in una Sicilia segreta dove sono ancora presenti i profumi e i rumori di un antico passato.

Alessio Vassallo «Amo raccontare storie»

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Paolo Ciriello

Si è imposto nel panorama cinematografico e televisivo come uno dei più promettenti attori italiani. Nella sua giovane e brillante carriera ha ricoperto tantissimi ruoli, anche se il pubblico lo conosce come Mimì Augello de “Il giovane Montalbano”. Alessio Vassallo, trentaseienne artista poliedrico palermitano, dopo aver conseguito il diploma alla prestigiosa Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” debutta in teatro, senza mai abbandonarlo, iniziando a recitare oltre che nella serie dedicata al commissario di Camilleri, attraverso la quale ha conquistato la notorietà a fianco di Michele Riondino, anche in tante altre serie di successo: da “Agrodolce” a “Edda Ciano e il comunista” a “Romanzo siciliano”, passando per «Squadra antimafia – Palermo oggi 2», «I Medici» e in diversi film, cortometraggi e spot televisivi. Incontriamo Alessio Vassallo, conosciuto e apprezzato per il suo straordinario talento, e ci racconta la sua vita, la sua carriera e i suoi progetti come una qualunque persona normale, soddisfatto del suo bellissimo lavoro.

Quando nasce la passione per la recitazione?
«I primi anni all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico sono stati fondamentali. Oltre a nutrire quotidianamente la mia passione, questi anni mi hanno donato una forte disciplina che per il mio lavoro è l’ingrediente più importante».

Tanti i ruoli interpretati sinora, ma quello che ti ha insegnato o colpito di più qual è stato?
«Penso il primo. Nel film “La vita rubata” interpretavo Pasquale Campagna insieme con Beppe Fiorello, che impersonava Pietro Campagna. A questi due fratelli è stata uccisa barbaramente una sorellina di soli diciassette anni dalla mafia. Raccontiamo la storia di Graziella Campagna. Ricordo ancora i fratelli che vivevano con noi sul set durante le riprese. Ricordo l’emozione e la responsabilità di quel ruolo. È stato un inizio di carriera molto forte che mi ha anche imposto di perseguire una linea professionale molto precisa».

Cosa ricordi del tuo esordio nel 2008?
«Avevo una così poca consapevolezza che mi rendeva attorialmente sotto certi aspetti più libero».

Nella serie “Il giovane Montalbano” hai interpretato il ruolo di Mimì, quanto ti assomiglia questo personaggio?
«Volete sapere se sono un femminaro? La risposta è no. Da buon siciliano amo le belle donne. Credo molto nell’amore e soprattutto spero presto, al contrario del buon Augello, di farmi una famiglia. Di certo la mia autoironia è molto simile a quella del personaggio scritto da Camilleri. E forse anche la sua genuinità».

Ti rivedremo in una nuova stagione de Il Giovane Montalbano?
«Il 23 Marzo sono tornato in tv sempre a Vigata con “La concessione del telefono”. Uno dei romanzi a mio avviso più belli del maestro Camilleri. Il giovane Montalbano a oggi non se ne parla… ma qualcosa mi fa pensare che prima o poi torneremo».

Teatro, cinema e tv, cosa preferisci?
«Amo raccontare storie. Il mezzo è l’ultimo dei miei problemi. Per me è più importante cosa racconto al pubblico. Raccontare una storia a qualcuno è una gran bella responsabilità. E ogni volta prima di mettermi sulle spalle una tale responsabilità ci penso molto bene».
Il momento più bello della tua carriera?
«Mesi fa durante le riprese de “La concessione del telefono”. Era un progetto che aspettavo da un po’ di tempo. Davvero il classico sogno che diventa realtà».

Cosa porti dentro di te della Sicilia? Quanto ti manca?
«Io sono siciliano. Proprio nel modo di pensare, di vivere… quindi, dentro non porto nulla. Semmai sono io che porto qualcosa agli altri. La Sicilia mi manca tanto… Ogni volta che vado a trovare i miei, penso… Voglio tornare a vivere qui. Restare qui. Poi, ahimè, ho sempre un aereo che mi riporta a Roma».

Sei soddisfatto del tuo successo?
«Si. Sono soddisfatto felice della mia carriera fino ad oggi. Delle scelte fatte. Il successo o la popolarità… sono soltanto delle conseguenze del nostro lavoro. E sinceramente non ci ho mai fatto tanto caso. Sono un po’ fuori moda… lo so… oggi siamo invasi dal successo, tutti hanno successo, ma spesso è un successo senza alcun contenuto».

Fuori dal set cosa ti piace fare?
«Stare con le persone alle quali voglio bene e sono davvero pochissime. Passare il tempo con i miei genitori e con la persona che amo.

Puoi anticiparci il tuo ruolo ne La concessione del telefono?
«Interpreto Pippo Genuardi. Penso possa bastare».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Dopo la messa in onda importante de “La concessione del telefono” sono tra i protagonisti di un progetto molto interessante tratto dai racconti di Carofiglio “Passeggeri Notturni” in onda su Rai Play e tra poco inizio le riprese di un film per il cinema… ma non posso anticipare nulla».

 

Giannì Motors, prima concessionaria Nissan d’ Europa!

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Giannì Motors

É sempre più radicata la convinzione che, per eccellere, bisogna uscire fuori dalla Sicilia, che in altre regioni tutto funziona meglio e che per ottenere un servizio d’eccellenza bisogna trovare risposte al di fuori del nostro paese.
Non la pensano così alla Giannì Motors, concessionaria ufficiale Nissan con sedi a Comiso e a Ragusa, dove attenzione e professionalità sono gli strumenti principali che vengono applicati ogni giorno nel loro lavoro. E quando c’è l’impegno, si sa, questo presto o tardi viene ripagato. Lo scorso luglio, infatti, la Giannì Motors è risultata essere la Miglior Concessionaria Nissan d’Europa nella gestione dei processi di garanzia.

Come ci spiega Antonio Lucisano, responsabile post vendita per la Giannì Motors, «l’azienda Nissan, periodicamente, esegue dei controlli di qualità presso tutte le concessionarie effettuando una valutazione sulla gestione delle garanzie. In altre parole, la riparazione del veicolo e la sottomissione della richiesta di rimborso alla casa madre. All’interno di questo processo ci sono delle procedure da seguire che sono di fatto verificate per capire se vengono rispettati i processi e gli standard dettati dalla casa madre. Nella verifica effettuata, la Giannì Motors è risultata essere la migliore concessionaria in tutta Europa nella gestione dei processi ottenendo un punteggio di mille su mille».
A rendere ancor più memorabile questo traguardo è il fatto che quello ottenuto dalla Giannì Motors è il massimo punteggio realizzato nella storia di queste verifiche in tutta Europa.
Un vero e proprio traguardo consacrato dalla consegna del premio da parte dell’Amministratore Delegato Bruno Mattucci, presso la sede ufficiale di Nissan Italia, alla presenza di tutti i Manager dell’azienda.
«Un punto di partenza e sicuramente non un punto di arrivo, ma senz’altro una bella soddisfazione – continua Antonio Lucisano -. Un bel risultato dove il lavoro di squadra è stato determinante e fondamentale. Il processo di gestione della garanzia implica il coordinamento di più risorse, non è qualcosa che si può gestire a livello individuale in maniera ottimale. È un processo che passa dall’accettazione alla professionalità di tutto lo staff di officina e magazzino che mette in campo tutte le loro competenze. Successivamente, viene gestito il rimborso: qui entra in gioco il settore del post vendita amministrativo. Se ognuno di noi non fa bene la propria parte, non si riesce ad ottenere un buon risultato».

La Giannì Motors, guidata dalla famiglia Giannì, ha fatto della sua realtà un punto d’eccellenza per il settore dell’automotive. Avanguardista e innovatrice, rappresenta oggi sicuramente un punto di riferimento anche nel settore delle auto elettriche, essendo l’unica concessionaria del Meridione autorizzata da Nissan alla riparazione delle batterie agli ioni di litio.
A questa impresa vanno, quindi, i nostri migliori auguri per i risultati ottenuti e per la sua squadra vincente: siamo tutti pronti a festeggiare il prossimo traguardo!

Donnafugata: ma che bel castello!

di Alessia Giaquinta   Foto di Angelo Micieli

C’era una volta, tanto tempo fa, Bianca Navarra che dopo la morte del marito, capo del Regno di Sicilia, venne spietatamente corteggiata dal conte Bernardo Cabrera, aspirante al trono, che pur di averla, la imprigionò in un Castello, dal quale – si narra – lei riuscì a fuggire.
Il Castello in causa, sebbene alcuni dati siano anacronistici, si trova in territorio ragusano: Donnafugata è il suo nome.

Il nome, in effetti, fa pensare proprio alla fuga della regina ma, in realtà, pare derivare dall’arabo Ayn As-Iafaiat ossia “sorgente della salute”, presente nella parte in basso, a est del Castello. Ayn, sorgente, viene poi traslitterato in “ronna”, donna. Il toponimo Donnafugata così riassume storia e leggenda e si offre, oggi, come affascinante sintesi delle vicende di un castello, che non è castello.
Quello di Donnafugata, infatti, non è un castrum con funzione di difesa: si tratta piuttosto di una villa, probabilmente edificata su costruzioni precedenti.
Quel che possiamo dire di certo è che il primo barone di Donnafugata, nel 1628, fu Giovanni Arezzo-Propenso e che, da quel momento fu la famiglia Arezzo ad abitare la sontuosa villa.
Si fa però riferimento a Corrado Arezzo De Spuches (1824-1895) se si vuole comprendere l’estensione e l’architettura della villa. Proprio lui, infatti, volle che l’edificio fosse testimonianza della grandezza della famiglia e luogo maestoso dove ospitare personaggi illustri. Egli fece edificare una fortificazione attorno alla villa che assunse così l’aspetto di un castello.

Uomo di cultura, Corrado ebbe interesse per i viaggi, la botanica e l’esoterismo. Aveva anche uno spirito scherzoso tanto che fece costruire, nel parco, una panchina – dove si appartavano gli innamorati – collegata a un marchingegno che, se attivato, spruzzava improvvisamente acqua. Uno degli scherzi più famosi, però, era quello del monaco. Le donne ospiti al castello, passeggiando nei viali, trovavano una struttura simile a una chiesa in cui, all’ingresso, si trovava un finto monaco che procurava loro spavento. In uno dei suoi viaggi a Londra, affascinato dal labirinto di Hampton Court, volle riprodurlo nel suo giardino aggiungendovi la statua di un soldato al posto di guardia. Oltre 1500 specie di piante arricchiscono la parte esterna della villa che ospita pure un tempietto e una Coffee-House dove, si narra, gli ospiti venissero accompagnati da una banda musicale.

Dopo alcune vicende che coinvolsero varie generazioni della famiglia, il Castello fu venduto al Comune di Ragusa, nel 1982.
Incantevoli gli interni: dal mobilio alle Sale, agli affreschi, alla preziosa libreria.
Per parlare di “lieto fine” non si può non considerare l’impegno dell’architetto e museologo Giuseppe Nuccio Iacono, nominato dall’Amministrazione di Ragusa, gestore e manager culturale del Castello. Attraverso l’esposizione di mostre tematiche (di abiti e oggetti curiosi) e interessanti novità ha l’obiettivo di dare lustro al Castello, e non solo.

Quali sono le novità che introdurrà?
«Ho proposto la variazione di orari e tariffe d’ingresso, adottando il sistema di biglietto combinato e separabile (es. solo giardino, solo castello…) ma soprattutto un’agevolazione per le famiglie: i paganti sono i genitori, i bambini sotto i 14 anni entrano gratuitamente. Altra cosa importante è la musealizzazione del parco: verranno poste, infatti, delle informazioni e QR Code che rimanderanno al sito, per approfondire. Ritengo importante creare un BookShop e un’area di ristoro, una zona di assistenza e che ci siano delle sedie rotelle di cortesia. Spero, infine, di portare presto al termine la trascrizione di un manoscritto di Francesco Arezzo. Un documento importante, da pubblicare».

Qual è l’obiettivo?
«Non è solo quello di incrementare il numero dei visitatori. Ancora più è importante suscitare meraviglia e benessere a chi visita, insomma puntare alla risonanza emotiva che può dare un luogo. Questo è un utile che non si vede ma che costituisce l’essenziale da raggiungere».

 

Roberto Strano «Racconto me stesso attraverso le foto»

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Laredo Montoneri

«Nascere in Sicilia, come sostiene anche l’amico Scianna, è un privilegio e forse anche una maledizione. E come tale, te la porti dentro, te la porti nel modo di guardare, di pensare, di fotografare e contemporaneamente cresci con la consapevolezza che quando sarai adulto, per avere fortuna, probabilmente dovrai andar via». Scrive così Roberto Strano, fotografo professionista, nel suo libro “Compagni di viaggio. Fotografi siciliani sparsi nel mondo” per Postcart. La sua sensibilità gli permette di raccontare realtà particolari sconosciute o lontane dal “nostro mondo”. Pur vivendo e lavorando a Caltagirone, Roberto Strano è un cittadino del mondo, predilige la fotografia sociale con i suoi fotoreportage collaborando con le più grandi agenzie fotografiche internazionali, è anche un docente e curatore della fotografia di film e protagonista del docufilm di Piero Sabatino “La pelle della bellezza. Viaggio attraverso la fotografia dell’essere”.
Roberto Strano ama definirsi “un artigiano della fotografia” perché «La fotografia si occupa di istanti di vita, li registra e li racconta, e io ogni istante di vita che mi ispirava, ormai lo immortalavo. Allora, come oggi, fotografavo quasi sempre in pellicola… E ancora oggi fotografo innanzitutto con gli occhi, perché devo prima penetrare la realtà che osservo, come a voler tratteggiare nella mia mente quella che sarà poi la mia foto». Questo libro nasce dalla sua esperienza professionale e dall’importanza delle interazioni di colleghi/amici incontrati lungo il suo percorso artistico. «Negli anni passati, più scattavo immagini sui fotografi di origine siciliana nel mondo e più prendeva piede dentro di me l’idea di realizzare un libro con un obiettivo preciso: raccontare me stesso attraverso le foto, raccontare i miei e i loro sogni, ma soprattutto le loro storie, anche di emigrazione. Nella mia mente si delineava un gran mosaico; riuscivo a intravedere i differenti pezzi, a collocarli nell’ordine corretto, esattamente come penso accadesse a Giacometti per una scultura o a Mirò per un quadro, o ancor più per un arazzo».
Per il giornalista Gaetano Savatteri, “I fotografi fotografati da Strano svelano così questa sorta di patologia: siciliani che hanno inventato la Sicilia con le loro immagini. Dove l’invenzione sta per scoperta o rinvenimento. Possiamo dire che Roberto Strano ha riallacciato i fili, elaborando un catalogo di esploratori e viaggiatori che hanno attraversato in lungo e largo l’isola letteraria per formarne una nuova, più reale di quella reale, più duratura di quella di pietra e di vento. Un gioco di specchi, di rimandi, di rinvii, di affinità e di citazioni come un album di famiglia. Di una famiglia immaginata, immaginaria e visionaria”.
“Un viaggio che racconta storie e persone con fotografie di prim’ ordine – lo definisce così il libro, il fotografo Ferdinando Scianna -. Non un semplice repertorio: un racconto. Un racconto di scoperta e di amicizia, un’iniziazione di appartenenza”. Fotografie e testi che ritraggono i fotografi siciliani più importanti, rapporti di lavoro diventati amicizia: Scafidi, Sellerio, Leone, Scianna, Battaglia, Zecchin, Minnella, D’Amico, Chiaramonte, Glaviano, Giaccone, Caleca, D’Agata, Palazzolo, Roma, Zacchia, Pasqualino, Leonardi, Giglio, Tornatore e Gentile. «Così, negli anni, è cresciuto il mio personale album di famiglia, composto da coloro che considero fratelli, amici, cugini, la mia “famiglia allargata” con cui condivido la mia vita professionale e spesso anche quella personale». Per quanto possa sembrare anacronistico con gli scatti in bianco e nero, Roberto Strano dimostra la sua scelta stilistica, una sua filosofia personale: a differenza del colore che mostra l’attinenza alla realtà con il bianco e il nero esprime il suo mondo interiore, dà allo scatto una profondità e un fascino tutto particolare, rendendolo eterno, fuori dalla concezione temporale e invitando chi osserva a immaginare e vedere oltre.

Ispica nel sito UNESCO

di Angelo Barone   Foto di Salvatore Brancati

Nella riunione per il Piano di Gestione del sito Unesco “Le città Tardo Barocche del Val di Noto” i sindaci di Catania, Caltagirone, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreaide, Ragusa e Scicli hanno espresso il sì formale all’ingresso nel sito delle città di Acireale, Ispica e Mazzarino condividendone le motivazioni dirette a completare l’itinerario storico e architettonico, avviando così la procedura di allargamento del sito esistente ad altri comuni per i quali sarà riconosciuta l’uniformità culturale, urbanistica e architettonica che si espresse dopo il terremoto del 1693.
Questa può essere una grande occasione per completare e ridisegnare il territorio delle Città del Tardo Barocco del Val di Noto e porre rimedio all’insipienza e indifferenza dei comuni che allora non seppero cogliere questa opportunità.
Il sito “Le Città Tardo Barocche del Val di Noto” viene iscritto dall’Unesco nella World Heritage List nel giugno del 2002, a Budapest, nel corso della 26a sessione del Comitato Scientifico Internazionale con queste motivazioni: “Le otto Città del Sud-Est della Sicilia: Noto, Palazzolo Acreide, Scicli, Modica, Ragusa, Militello Val di Catania, Caltagirone e Catania furono ricostruite dopo il 1693, nello stesso luogo o vicino alle città esistenti al tempo del terremoto di quell’anno. Esse rappresentano una considerevole impresa collettiva, portata con successo ad alto valore di architettura e compimento artistico. Custodite all’interno del Tardo Barocco, esse descrivono pure particolari innovazioni nella progettazione urbanistica e nelle costruzioni delle città”.

Di questo importante evento ne parliamo con uno dei protagonisti, Gianni Stornello – il vice sindaco di Ispica con la delega Unesco: «Oggi, a vent’anni di distanza, stiamo riprendendo il cammino interrotto, affermando il valore e la valenza di un riconoscimento che non consideriamo un premio, ma il naturale sblocco di una condizione, di un assetto architettonico, di un’appartenenza geografica. Con questa convinzione abbiamo chiesto l’assistenza della Fondazione Unesco della Sicilia e siamo entrati in contatto con gli altri comuni che intendono farne parte, come Acireale e Mazzarino, e con quelli che ricadono nel sito. L’aver ottenuto dal Ministro dei Beni Culturali e dall’Unesco la possibilità di allargare il sito è già un fatto rilevante, così com’ è stato importante l’assenso degli altri otto comuni già ricadenti nel sito, che hanno dimostrato una lungimiranza e un’apertura fondamentale».

L’arrivo di altri comuni che condividono l’ “unicum” culturale nell’ambito del Val di Noto, è sicuramente una ricchezza, anche nella prospettiva di un Piano di Gestione che guarda al rilancio architettonico, urbanistico, culturale e turistico dell’intera area.
«Ispica è nel cuore del Val di Noto: lo dice la geografia, lo dicono i particolari architettonici degli edifici, lo dicono le nostre tradizioni. Abbiamo dei gioielli tardo-barocchi che testimoniano quest’appartenenza: la basilica di Santa Maria Maggiore, l’antistante loggiato del Sinatra, parti significative della basilica della Santissima Annunziata, la chiesa di Santa Maria di Gesù del Convento dei Frati minori. Siamo determinati a lottare fra le obiettive difficoltà, facendo valere ciò che c’è e che si vede, senza inventarci nulla» dichiara il vice sindaco Gianni Stornello in merito ai punti di forza della richiesta di riconoscimento della città.

Noi di Bianca Magazine continueremo a seguire con attenzione l’evoluzione di questo processo e visiteremo anche gli altri due Comuni di Acireale e Mazzarino.

Fabrizio Fazio, una passione trasformata in arte

 

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Arianna Di Romano

Passeggiando per le vie di Gangi, comune adagiato sulle Madonie ed eletto “Borgo dei Borghi” nel 2014, lungo Corso Vitale è facile trovare una bottega piena di tamburi. Alcune volte è proprio il suono ad attirare l’attenzione dei passanti e far scoprire così un mondo che affonda le sue radici nella tradizione popolare.

Sin da piccolo per Fabrizio Fazio è diventata la sua passione: costruire artigianalmente, con materiali di recupero, tamburi a cornice, tammorre, tamburi medievali e imperiali. I più grandi percussionisti da Mario Incudine a Giovanni Apprendi, da Ruggiero Mascellino ad Alfio Antico, solo per citarne alcuni, hanno apprezzato gli strumenti di Fabrizio Fazio, perché i suoi tamburi e le tammorre sono diversi tra loro, così come il loro suono, vere e proprie opere d’arte che arrivano in tutto il mondo. Dalla materia al suono, passando dalla manualità all’arte. Realizzando così uno strumento antichissimo, Fabrizio Fazio mantiene viva una tradizione che altrimenti andrebbe perduta. «Vivendo a Gangi, un piccolo borgo immerso sulle Madonie, come tanti altri comuni dell’Italia meridionale e della Sicilia, legato alle proprie tradizioni, il tamburo è sempre stato uno strumento musicale presente nella storia dei gangitani, accompagnando alcuni momenti della loro vita, dalle processioni agli avvisi dei commercianti. Affascinato dal suono e dalla tecnica con cui gli artigiani realizzavano i tamburi, mi sono avvicinato a quest’arte, anche perché nessuno della mia famiglia mi ha trasmesso né la passione per la musica né le tecniche della manualità per realizzare questi strumenti. Nella mia bottega c’è una foto che mi ritrae a quattro anni mentre gioco con un tamburello di plastica che mi era stato regalato, ci sarà un motivo se oggi mi ritrovo con dei tamburi artigianali da me realizzati: era previsto che io sarei dovuto diventare il divo dei tamburi».

Le fasi di lavorazione prevedono l’impiego di materiali poveri che altrimenti andrebbero persi, usando pelli di capra, latta e setacci di legno. «Per i miei tamburi uso materiali di recupero: i telai dei “crivuli” o setacci, la pelle di capra e i barattoli di latta. Dagli antichi telai dei setacci, usati in tutte le case per la pulitura del frumento, ricavo le casse di legno; la pelle della capra, dopo averla pulita, è trattata con la calce per eliminare tutte le impurità e poi fatta asciugare su un telaio; la latta ricavata dai barattoli viene tagliata, riscaldata e battuta su un antico ceppo di quercia con un martello a palla che darà un’inconfondibile sonorità ai sonagli. Ogni mio tamburo ha un’anima diversa».

L’arte e il sapere di Fabrizio Fazio, se per lui sono un modo di comunicare le sue emozioni e per questo vuole tramandare quest’antica tradizione popolare, sono così importanti che vanno tutelati e per questo sarà inserito ben presto nel Patrimonio delle Eredità Immateriali. «Sento il bisogno di percuotere la pelle per comunicare i miei stati d’animo, bisogna emozionarsi per emozionare, questo è il valore dell’arte. Un’arte che tutti dovrebbero conoscere visitando le botteghe degli artigiani perché custodiscono le tradizioni e i saperi, artigiani che amano il proprio mestiere fatto con passione e raccontano la Sicilia, facendone una terra antica e preziosa. Conservare e tramandare le tradizioni per me è motivo di orgoglio, così come sapere che i miei tamburi sono conosciuti in tutto il mondo. Non so se mia figlia, appena cinque anni, seguirà le mie orme, non potrei mai imporle la mia passione, deve sentirlo dal cuore ma mi rende felice vederla imitarmi, gira la mano come si percuote il tamburo. Grazie ai media sono diventato famoso e la gente viene da tutto il mondo per i miei tamburi, mi riempie di gioia vedere la gente appassionarsi al tamburo, mi piacerebbe lasciare un timbro in questo paese, essere ricordato come l’artigiano del tamburo».
Un consiglio, se andate a Gangi fermatevi pure nella sua bottega, “La Capra Canta”, Fabrizio vi accoglierà con tanta gioia.

L’arte abbatte le distanze: esperienze virtuali da vivere a casa

di Irene Novello

Restare a casa per salvare se stessi e gli altri, un invito fondamentale per combattere e sconfiggere la pandemia COVID-19. La campagna social #iorestoacasa: fallo anche tu! è stata lanciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero della Salute e da Facebook coinvolgendo diversi artisti e personaggi della cultura per sensibilizzare gli italiani a osservare le misure di sicurezza raccomandati nel Dpcm del 9 marzo. Tra le varie misure dei diversi decreti c’è stata anche quella che ha previsto la chiusura su tutto il territorio nazionale dei Cinema, Musei, Parchi Archeologici e Teatri. Una misura senza precedenti, ma necessaria. A questo lockdown il mondo dell’arte ha risposto organizzandosi soprattutto con l’utilizzo dei canali social.
Tra questi, il Teatro Massimo di Palermo, tramite l’utilizzo della web tv, dà l’opportunità di fruire delle produzioni migliori come La Traviata di Verdi, Madama Butterfly di Puccini e tante altre opere.
Attraverso i canali social del Teatro Greco di Siracusa, gestito dalla Fondazione Inda, è possibile visionare le produzioni che hanno ottenuto maggiore successo: Le Nuvole di Aristofane, Edipo a Colono di Sofocle e gli interventi degli attori che dalle loro case interpretano i personaggi della tragedia greca.
Il Teatro Donnafugata a Ragusa Ibla mette a disposizione lo streaming sul canale YouTube de Il Barbiere di Siviglia e L’Elisir d’Amore, opere prodotte con l’Accademia della Scala di Milano. Sono, inoltre, disponibili online contenuti artistici realizzati dagli attori che hanno calcato il palcoscenico del teatro: Tullio Solenghi, Andrea Tidona, Moni Ovadia e molti altri.
Anche il Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania è diventato digitale con una raccolta di balletti, opere, come la Norma di Bellini e concerti trasmessi in streaming attraverso il canale YouTube dedicato. Attraverso i canali social del teatro sono disponibili anche fotografie storiche che ne raccontano la lunga e preziosa attività.
Per i Parchi Archeologici e i Musei siciliani si è rivelata di fondamentale importanza, anche in questo momento, la piattaforma #iziTRAVELSicilia. Un progetto che mira alla valorizzazione e promozione del patrimonio culturale siciliano, coordinato da Elisa Bonacini e che al momento conta 240 audioguide. «La portata di questo processo – ci racconta Elisa – è stata tale da essere diventata un “modello” per altre regioni italiane e per altre realtà europee. Ho presentato il progetto al Vienna Contemporary Art e al Prague Global Platform “Enhanced digitally enabled cultural heritage participation for all citizens”, organizzato dal Directorate-General for Education, Culture, Youth and Sport, della Commissione Europea. La Sicilia ha partecipato per la prima volta a un tavolo tecnico sui beni culturali e sulla digitalizzazione con questo progetto, riconosciuto come una best practice di coinvolgimento e di partecipazione alla produzione di contenuti digitali culturali. Dobbiamo essere orgogliosi di quanto realizzato in Sicilia con questo progetto, perché per la prima volta in questo settore la Sicilia può “vantarsi” di essere un modello per altri!».
Elisa come si presenta la comunicazione digitale in Sicilia?
«La tragedia della pandemia COVID-19 ha fatto venire al pettine tutti i nodi, anche quelli “digitali”. In Sicilia soffriamo pesantemente l’assenza assoluta di qualunque strategia nella comunicazione e valorizzazione digitale. C’è qualche sparuto progetto: come il Catalogo multimediale del Museo Archeologico Regionale“Paolo Orsi”, da me curato e realizzato da Gianfranco Guccione, così come il catalogo multimediale dell’Etna; o come il progetto del Parco della Valle dei templi su Google Arts&Culture. In questo gap indecoroso in cui naviga il nostro patrimonio, il progetto #iziTRAVELSicilia si è rivelato l’unica “luce” per comunicare e far conoscere i nostri musei e le nostre collezioni».

Molteplici, dunque, le realtà siciliane che si sono organizzate per continuare a coinvolgere il pubblico e suscitare l’attenzione di nuovi fruitori, ma non dimentichiamo che, pandemia o non, è importante incentivare la comunicazione culturale anche attraverso le piattaforme digitali valorizzando i professionisti del settore, con la speranza che non siano vane le esperienze vissute in questo momento.