di Omar Gelsomino   Foto  di Vincenzo Piluso in A.F.M.C.

Le principali aree siciliane dove era ed è sviluppato l’artigianato presepiale sono quattro: mentre Palermo e Siracusa, erano conosciute per la ceroplastica, dove abili artigiani “Bambinai” e i cerari, usavano la cera per plasmare le statuine e i presepi, a Trapani il corallo con cui furono realizzati splendidi capolavori, Caltagirone è rinomata per la sua ceramica.

Distesa maestosamente su tre colline che uniscono i monti Erei con gli Iblei è chiamata “Regina dei monti” poiché domina una vasta area della Sicilia orientale, ma in realtà il nome gli fu dato dagli arabi che la dominarono dall’828. “Qalat al Ghirun”, cioè“Collina dei vasi”.

Le varie dominazioni genovese, normanna, aragonese, spagnola, ecc. hanno lasciato la loro impronta artistica nei palazzi storici e nei monumenti, tra questi la maestosa Scala di Santa Maria del Monte con i suoi 142 gradini, le cui alzate sono rivestite in mattonelle in ceramica policroma.

Dal 2002 è annoverata fra le 8 città tardo barocche del Val di Noto Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Caltagirone è nota anche per la sua millenaria tradizione ceramica e la specializzazione in questa attività artistico-artigianale.

Ma se è inconfutabile datare la sua produzione ceramica nella preistoria è tra il XVIII e il XIX secolo che vive il suo momento più esaltante, nonostante già dal XVI secolo le ceramiche venivano vendute in Sicilia e fuori dal Regno. Da lì diedero un “crisma” alla città: da ceramica d’uso quotidiano divenne artistica, connotata da tecniche di lavorazione e stili unici che portano i segni dei tanti influssi, dalla dominazione araba ai nostri giorni, delineando la ceramica di Caltagirone.

La migliore produzione presepistica, o meglio di figurine in terracotta policroma si ebbe tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800 con i fratelli Giuseppe e Giacomo Bongiovanni, il nipote Giuseppe Vaccaro, padre Benedetto Papale, solo per citarne alcuni.

Da allora eccellenti artigiani hanno continuato questa tradizione, ormai simbolo della religiosità popolare ed eccellenza artigianale. Le figure generalmente più vicine a San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino, insieme al bue e all’asinello collocate nella grotta, sono lo zampognaro, “u spavintatu da rutta”, cioè lo spaventato che esprime tutto il suo stupore di fronte al miracolo della Natività, i Re Magi, e poi ‘u cacciaturi (il cacciatore), ‘u durmutu sutta ‘u chiuppu (il pastore addormentato sotto un albero), ‘u ginnareddu (il vecchietto che si riscalda le mani), il pastore che reca in dono i frutti, la lavandaia, il venditore di ricotta, il falegname, lo stovigliaio, ecc. oltre agli altri personaggi che si richiamano a scene di vita popolare, contadina e pastorale.

I visitatori potranno ammirare tanti presepi, in chiave antica o moderna, totalmente immersi nello spirito natalizio, in una città che offre mercatini, addobbi, mostre, degustazioni di prodotti tipici e presepi che animano le sue chiese, i musei civici, Diocesano e “P. Innocenzo Marcinnò”, persino le vetrine dei negozi, le sue vie e i suoi “carruggi” più caratteristici rendendo unica la permanenza a Caltagirone.

Le informazioni riguardanti i presepi possono essere consultate nel sito www.comune.caltagirone.ct.it

di Omar Gelsomino  Foto di Ufficio Turistico Mineo

Un piccolo centro del Calatino rinomato per i suoi presepi è Mineo. Nella città che ha dato i natali a personaggi illustri come Luigi Capuana, Corrado Luigi Guzzanti, don Luigi Ricceri e Giuseppe Bonaviri, solo per citarne alcuni, ogni anno si rinnova l’ormai appuntamento consolidato con “Natale nei vicoli”, una manifestazione appunto dedicata al Natale.

Giunta alla sua ventesima edizione la riproposizione evangelica viene adattata in un ambiente ottocentesco con diversi soggetti: dal falegname al fabbro che ferra i cavalli, dal contadino al cardatore della lana.

Così in questa cittadina di circa cinquemila abitanti, abbarbicato sulle cime di due colline alle pendici nord occidentali degli Iblei, è stato creato un percorso apposito che si inerpica lungo le viuzze del centro storico, i cui monumenti medievali e i contesti architettonici rendono ancora più suggestive le rappresentazioni.

Dei presepi artistici, realizzati da maestri presepisti, sono dislocati lungo il dedalo delle stradine all’interno di quelli che erano dei locali tipici del mondo contadino di fine XIX o inizio XX secolo. E poi Mineo si trasforma nel paese della memoria, dove le vie si animano di personaggi tipici riproposti nei costumi, nei mestieri e del dialetto di un tempo ormai lontano. E propria la struttura urbanistica medievale favorisce un’emozionante scenografia del presepe, poichè sono realizzati al’interno di ambienti domestici, cantine, stalle, frantoi e botteghe. Ai visitatori è assicurata un’offerta culturale data dalla millenaria storia della nostra Mineo. Musei, mostre ed esposizioni cercheranno di raccontarne la storia e le radici: dalle monumentali Chiese ai maestosi palazzi storici… tra i quali spiccala ottocentesca residenza del Capuana, ora Museo letterario, dove oltre alla valenza culturale si potranno ammirare i manoscritti, le fotografie, i carteggi e documenti vari.

Diverse attrazioni culturali arricchiranno il percorso dedicato al visitatore, dalla mostra fotografica di Giuseppe Leone, alle esposizioni e ai mercatini di Natale per non tralasciare scorci di vita passata e raccontata…

Nel corso delle giornate ufficiali (25, 26 dicembre 2016, 1 e 6 gennaio 2017), la manifestazione consentirà al visitatore di ammirare le scenografie viventi oltre ad immergersi tra i caratteristici vicoli, dove odori e sapori delle specialità di un tempo, lo riporteranno alla riscoperta della cucina contadina con degustazioni di prodotti tipici.

Un ritorno al passato e una sensazione coinvolgente dell’atmosfera del Santo Natale.

Dal 12 al 21 Dicembre 2016:
Presepi artistici
visite su prenotazione per Scuole e Gruppi Organizzati
feriali: ore 9.00 – 13.30 e 14.30 – 17.00
prefestivi e festivi: ore 09.00 – 20.00 (orario continuato)

Casa-Museo Capuana
visite su prenotazione e a numero chiuso
feriali: ore 9.00 – 13.30
prefestivi e festivi: ore 10.00 – 13.00 e 16.00 – 20.00

Presepi artistici, Scenografie sacre, Casa-Museo Capuana, Mostre ed esposizioni.
25 Dicembre 2016 e 1 Gennaio 2017: ore 16,00 – 22,00
26 Dicembre 2016 e 6 Gennaio 2017: ore 09.30 -22.00

Scenografie : ore 18.00 – 22.00

Informazioni:
Servizio: Sport, turismo, spettacolo e attività Culturali: 0933-98.90.58 – 98.90.46
Fax: 0933-98.30.79 – 0933-98.10.24
e-mail: ufficio.turismo@comune.mineo.ct.it

 

 

di Alessia Giaquinta   Foto di Salvatore Fatuzzo e Giuseppe Costanzo

Giunto ormai alla 32esima edizione, dal 1984 senza interruzioni, il Presepe Vivente di Monterosso Almo, uno dei “Borghi più belli d’Italia”, in provincia di Ragusa, è tra le più antiche e suggestive rappresentazioni viventi della Natività in Sicilia.

C’è chi lo chiama “Presepe nel presepe” perché prende vita nel centro storico del paese, il quartiere Matrice, tra profumi e colori passati, tra case ormai chiuse e che per l’occasione vengono riaperte, tra vicoli stretti e muretti di pietra.
Il presepe è ambientato negli anni ’50 tra le realtà artigianali e rurali dell’epoca. È possibile, così, trovare le antiche maestrie del curdaru (cordaio), firraru (fabbro), cirnituri (cernitore), scarparu (calzolaio), a lavannara (lavandaia) e molte altre figure professionali ormai consegnate all’oblio.

La peculiarità di ogni scena del presepe è che i partecipanti non sono attori ma persone che realmente conoscono e praticano gli antichi mestieri, testimoni di un passato che sta per scomparire e che deve necessariamente essere trasmesso.

Si punta sul coinvolgimento dei visitatori: ogni scena infatti non è muta ma “viva”, e così ci si ritrova a parlare co ‘ vasaru (vasaio) piuttosto che co ‘ sapunaru (colui che fa il sapone) o assaggiare un po’ di pane fatto in casa o la ricotta calda. È possibile, altresì, assistere alla serenata che il fidanzato dedica alla ragazza affacciata ad un balcone o ridere e ballare nell’osteria tra un bicchiere di vino e una simpatica battuta scambiata con gli allegri personaggi di quell’ambiente.

Al termine del percorso vi è il fulcro del presepe: la grotta della Natività. E, anche in questo caso, ci si trova innanzi un’ambientazione spettacolare: è una grotta naturale ad accogliere i figuranti di Maria, Giuseppe e del Bambin Gesù oltre al bue, un asinello e i magi con il loro sèguito. Qui, invece, regna il silenzio: a prevalere è l’atmosfera mistica, religiosa, contemplativa.

Ed è proprio il contrasto rumori-silenzio, buio (delle strade percorse)-luce (all’interno della grotta) a richiamare lo spirito del Natale: un evento che cambia la storia di ogni uomo, portato dalle tenebre alla luce, dal chiasso alla preghiera.

Dal 1995 l’Associazione “Amici del Presepe”, in collaborazione con l’amministrazione comunale e alcuni sponsor, porta avanti, con dedizione, questo magnifico evento, che nel 1991-92 e nel 1992-93 ha ottenuto il Primo Premio Nazionale come “Miglior Presepe d’Italia” . Negli anni a seguire ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti in campo regionale.

Quello di Monterosso è stato il “Miglior Presepe di Sicilia” dello scorso anno.

26 Dicembre 2016
1-6-7-8 Gennaio 2017
per info e prenotazioni 0932/977656   339/8739007
www.presepemonterosso.it
www.comune.monterossoalmo.gov.it

 

di Sofia Cocchiaro   Foto di Samuel Tasca

Nello studio dentistico GDental, presente nel territorio di Mazzarrone, incontriamo la Dott.ssa Giada Pulichino la quale, nonostante la sua giovanissima età, si è distinta per la sua professionalità, collaborando anche in altri studi presenti a Scicli, Modica, Riesi e Sommatino.

A soli 26 anni hai già un tuo studio dentistico e collabori anche con altri studi, qual’è il percorso che ti ha portato ad ottenere questi risultati?
«Ho avuto questa passione sin da bambina. Mio padre è un odontotecnico ed ha sempre collaborato con odontoiatri, infatti sono cresciuta all’interno di uno studio. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Scientifico ho provato i test di ingresso per accedere alla Facoltà di Igiene Dentale, all’Università Statale di Milano, dove ho frequentato il primo anno e poi mi sono trasferita al Policlinico Universitario di Messina dove mi sono laureata nel 2013. Oggi, oltre al mio studio a Mazzarrone, ho stretto anche delle collaborazioni con studi di Scicli e Modica presso i quali svolgo la mia professione settimanalmente».
Quanto ha contato la tua famiglia nella crescita personale e professionale?
«La mia famiglia e la passione di mio padre hanno influenzato sicuramente la mia scelta professionale. Quando iniziai questo percorso ero insicura di farcela e soprattutto quando mi trasferii a Milano mi veniva voglia di mollare tutto, solo grazie al sostegno morale dei miei genitori, che sono stati il mio punto di riferimento per tutti i valori che mi hanno trasmesso, mi hanno sempre sostenuta e invogliata ad andare avanti ogni qualvolta sentivo di fallire. Oggi ringrazio la mia famiglia perché con il loro sostegno ho raggiunto il mio obiettivo e realizzato il mio sogno».

Cosa offre GDental ai suoi clienti?
Presso il nostro studio ci occupiamo di servizi che vanno dall’odontoiatria all’igiene dentale: trattamenti quali sbiancamento dentale, effettuato con laser a diodi, ablazione del tartaro, lucidatura e levigatura, cura dell’ipersensibilità, trattamenti e soluzioni specifiche per fumatori e programmi di prevenzione personalizzata. Ci occupiamo anche di ortodonzia per adulti e bambini, realizzazione di protesi, chirurgia orale e parodontale, effettuate anche con tecnologia al laser.

Quanto conta l’insegnamento dell’igiene e della prevenzione sin dai primi anni?
«L’educazione ad una corretta igiene orale, a sane abitudini alimentari e la fluoroprofilassi rappresentano i fattori che hanno favorito il miglioramento della salute orale negli ultimi decenni e contribuiranno ad un ulteriore miglioramento. Fondamentale è la pulizia della bocca e dei denti sin dai primi mesi di vita. Si incominciano a pulire i primi dentini con una garza umida o con dita di gomma. Successivamente si cercherà di utilizzare lo spazzolino prima possibile perché il bambino lo conosca e ne prenda confidenza. Si raccomanda, per i bambini più piccoli, la supervisione di un adulto per controllare l’uso del dentifricio e per uno spazzolamento più accurato. È importante fare controlli periodici, curare la carie anche nei denti decidui per proteggere il bambino dal rischio di avere dolore e di dover rimuovere il dente ormai “troppo malato”, per evitare il rischio di carie ai denti permanenti, di complicanze di tipo infettivo e per mantenere una buona igiene. Inoltre è di fondamentale importanza ridurre la quantità di cibi e di bevande zuccherate durante i pasti principali. Ricordiamo infine che educare a sane abitudini alimentari e di vita è importante nel prevenire, non solo le malattie del cavo orale ma anche molte altre patologie come ad esempio le malattie cardiovascolari, diabete, obesità».

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
«Ovviamente il mio prossimo obiettivo è continuare a formarmi. Vorrei fare un master per specializzarmi ulteriormente nel mio campo in modo da rispondere sempre più alle esigenze dei pazienti utilizzando le tecnologie più moderne e i sistemi innovativi per l’igiene dentale».

Un consiglio per i nostri lettori per mantenere una corretta igiene orale …
«La principale azione preventiva per una corretta igiene orale è la pulizia costante e quotidiana dei denti. È buona norma lavarsi i denti almeno tre volte al giorno dopo i pasti principali, evitando pasti intermedi qualora non vi sia la possibilità di usare lo spazzolino nell’immediato. Utilizzare il filo interdentale per la rimozione della placca tra dente e dente e fare uno sciacquo con collutorio una volta al giorno. L’igiene orale domestica non è sufficiente a garantire la corretta pulizia della bocca. È indispensabile affidarsi a professionisti per verificare periodicamente la salute del cavo orale e dei denti effettuando una vera prevenzione attiva e intervenendo con azioni specifiche per curare eventuali problemi. Per prevenire efficacemente la necessità di curarsi, bisogna recarsi dal dentista almeno una o due volte l’anno per effettuare un controllo completo e garantirsi quindi un’ottima salute orale».

Studio GDental
Via Comiso, 98
Mazzarrone
Tel. 0933-28091
fb: G Dental
www.studiogdental.it

di Samuel Tasca   Foto di Fabrizio Di Blasio e Valentina Glorioso

Dal teatro al grande schermo sino al product placement. Lei è Barbara Tabita, originaria di Augusta, un’attrice attraente e caparbia, si è imposta sin da subito al grande pubblico tanto da essere amata da grandi e piccini. Esuberante ed incontenibile sui set cinematografici è determinata anche nel suo nuovo ruolo di imprenditrice, con la sua Tata Brand, occupandosi di consulenza creativa e di eventi nelle produzioni cinematografiche. Tanti sono stati i ruoli da lei interpretati e che proprio in questi giorni la vedono nelle sale cinematografiche con il film “Natale al sud”, “La fuitina sbagliata” e nella serie “Mariottide”.

Attrice, cantante, imprenditrice…chi è in realtà Barbara Tabita?
«Una donna volitiva, stacanovista, esigente con se stessa. Sono una persona curiosa e sempre in continuo mutamento, lavoro, studio, viaggio, sto sempre in ascolto…, mi informo, sono curiosa di tutto; insomma vivo intensamente. Cerco di fare tutto con grande serietà…anche far ridere, con serietà, ahah (ride)!».

Nata ad Augusta, hai debuttato nella recitazione nella cornice dello splendido Teatro di Taormina e spesso ti ritrovi in produzioni televisive e cinematografiche che parlano della Sicilia, come descriveresti il tuo rapporto con la tua terra?
«Io amo molto la mia terra ma non condivido chi la governa. Non ho mai prediletto nessuna corrente politica che ci ha governato, nessuno é stato capace di valorizzare quello che questa straordinaria isola può offrire, ma ormai non mi arrabbio più. È la mia terra, il mio sangue, scappo appena ho un momento di pausa a “trovarla” e sono sempre felice quando posso lavorare a casa».

Da “Felicia Impastato” a “La mafia uccide solo d’estate”, diversi ruoli in produzioni che narrano del binomio mafia-Sicilia, quali sono i tuoi sogni e le tue speranze per la Sicilia di domani?
«Spero nelle nuove generazioni, che non siano marce come le vecchie, la mia generazione è dovuta andare via. La mia è la generazione degli indignati, a cavallo tra la generazione dei finti inconsapevoli (i nostri padri) ed gli inconsci. Le nuove generazioni sono globalizzate, cittadini del mondo, figli del web, hanno una visione che va oltre lo stretto, anche se nati e cresciuti in una terra dove non esiste neanche l’alta velocità, ma che dico non esiste neanche una semplice rete ferroviaria funzionante;saranno loro a destabilizzare il finto apparente immobilismo, rivoluzionando tutto senza andar via, semplicemente dal loro pc».

Aiuti le aziende siciliane a posizionare i loro prodotti all’interno di produzioni cinematografiche…da dove nasce questa idea?
«Dopo aver conseguito un master in Management Cine Tv, alla Luiss a Roma, ho aperto Tata Brand. L’unica società siciliana che si occupa di marketing cinematografico e televisivo, una fatica enorme, in una terra dove ancora non si riesce a capire che lo sviluppo di un indotto cinematografico porta lavoro per molti ed è un volano per il turismo. Come esempio basti pensare alla serie di “Montalbano”, che ha favorito la crescita esponenziale del turismo a Scicli e a Ragusa Ibla e l’andamento in continua crescita dell’aeroporto di Comiso, grazie al fatto che questa serie è stata venduta in tutto il mondo. Adesso ho appena finito di produrre un branded content per una società di Napoli, “Clouning” una web series sui crimini del web, e da gennaio riparto all’attacco con un progetto di cineturismo in Sicilia. Perché la mia terra è un meraviglioso set a cielo aperto e finché ho la forza e l’entusiasmo tornerò sempre a cercare e creare opportunità di lavoro qui».
Prima nel film con Ficarra e Picone e adesso sarai presente nel primo lavoro cinematografico de I Soldi Spicci…possiamo dire che la tua partecipazione è diventata quasi un portafortuna per i comici siciliani che approdano sul grande schermo?

«Ahah (ride). Me lo auguro, al momento tutte le opere prime che ho fatto hanno avuto successo: Italo, La mafia uccide solo d’estate, Italiano medio (ma non è siciliana), Lo scambio…, e con i ragazzi de I Soldi Spicci di sicuro due spiccioli li faremo, ahah (ride ancora)».
Presentaci il tuo ultimo film “Un Natale al Sud”, in uscita nelle sale il primo dicembre
«È una commedia tipicamente natalizia, con un gruppo di attori collaudato, siamo una grande famiglia, c’è stima, rispetto e divertimento e saremo nelle sale di tutta Italia dal 1° dicembre. Il film distribuito da Medusa, racconta come al giorno d’oggi ci si conosce e ci si innamora via chat, mettendo in contrapposizione la nostra generazione ancora legata al contatto reale ed i giovani con i loro amori via cavo. Un film per tutta la famiglia con un cast ricco di attori: Massimo Boldi, Biagio Izzo, Debora Villa, Paolo Conticini, Enzo Salvi, Anna Tatangelo, Paola Caruso, Loredana De Nardis e quattro giovani youtuber già star del web».

Un tuo augurio ai nostri lettori per il nuovo anno
«Abbiate cura di voi e dei vostri cari e sarete capaci di ricevere quello che di buono arriverà dalla vita»

di Emanuele Cocchiaro    Foto di Samuel Tasca

Massimo Inzirillo, conosciuto come Totò, ha dapprima insegnato all’Istituto Regionale d’Arte e poi è stato dirigente scolastico del Liceo Artistico. Ha da sempre coltivato l’amore per la sua città, adoperandosi con iniziative solidaristiche e culturali, spronando i giovani a lottare per il proprio futuro.

Chi è Totò Inzirillo?
«Sin da piccolo sono stato mosso dalla curiosità, ho avuto sete di conoscere, ragione per cui ho imparato a fare tante cose. Ho conseguito la maturità all’Istituto Regionale d’Arte indirizzo arte applicata, dopo l’anno di leva ho iniziato a lavorato come operatore cinematografico al cinema Intellisano di Grammichele
conseguendo il patentino. Nel giugno del ‘76 ho sposato la mia attuale moglie, Enza, una mia compagna di scuola, da cui ho avuto la mia prima figlia, Caterina, poi Angela. Dopo aver preso la cattedra di insegnante ho fatto tanto volontariato. Sono stato un grande amatore della fotografia aerea di Grammichele e sono stato anche il primo a pubblicare anche un libro: possiedo una raccolta di oltre 35 mila fotografie, e 100 di grammichele, foto dell’Istituto Geografico Militare, De Agostini, ho comprato i diritti delle foto per poi pubblicarle gratuitamente per la mia città, documentando tutte le foto, grazie a mio zio Ciccino Bellanti, a casa sua trovai le lastre di vetro e decisi di stamparle. Adesso sto curando la pubblicazione di un nuovo libro, perchè tutto il mio interesse verte anche sugli antichi mestieri, conservandole gelosamente per tramandarle ai giovani. Ho sempre lavorato per la città senza guardare il colore politico delle varie amministrazionicomunali che si sono succedute, e non faccio neanche politica attiva. Collaboro con Fondazione Umana, l’Avis, l’Archeoclub, e altre associazioni che promuovono la città di Grammichele».
Tanti suoi concittadini le attribuiscono la generosità, da cosa deriva?
«Intanto è nel mio Dna, un lavoro sicuro mi ha permesso di dedicarmi agli altri, sono stato governatore per tanti anni della Confraterita di San Leonardo, ho collaborato con i parroci di diverse chiese, ho tanti amici politici con cui mi piace confrontarmi, faccio parte del Circolo Calamandrei in cui si parla dei problemi della città, diamo il nostro indirizzo all’amministrazione coinvolgendo soprattutto i giovani che rappresentano il futuro. Ho insegnato per tanti anni, negli ultimi sette sono stato dirigente scolastico del Liceo Artistico Regionale e sono sempre vicino e ma carusi. Nonostante le difficoltà di oggi ad inserirsi nel mondo lavorativo consiglio loro di non perdere mai la speranza, piuttosto facciano qualsiasi cosa purché si mantengano occupati».

Cosa ha imparato dal rapporto con gli studenti?
«Il rapporto è sempre stato di pari a pari, non mi sono mai seduto sulla cattedra né quando ero insegnate tantomeno quando ero dirigente. Ci sono sempre le distanze ma con i ragazzi ho sempre avuto un rapporto di amicizia. Mi sento giovane come loro, perché vivo insieme a loro, ogni giorno ci confrontiamo nel mio studio, invito loro a frequentare la scuola, il loro è un mestiere importante perché poi gli servirà per il loro futuro. Se oggi non hanno amore per il domani, per i ragazzi ci sarà un domani vuoto. Quest’anno sono emigrate 300 famiglie in Svizzera e in Germania, andandosene i giovani rimarremo un paese di pensionati. È necessario che i nostri ragazzi si scommettano nella vita, altrimenti rimarranno solo dei numeri. Ognuno di noi nel proprio cuore deve essere il numero uno!».
Come ha vissuto la nomina a dirigente nell’istituto in cui ha insegnato per tanti anni?
«Quando fui nominato a Palermo non ci credevo, mi bloccai per dieci minuti. Dopo mi ripresi e firmai il contratto. Fu una vera gioia, dirigere la scuola che frequentai prima e nella quale insegnai dopo, una bella soddisfazione ed un bel peso, mi sforzai di dare il meglio di me stesso. È vero che fare il dirigente scolastico ha il suo prestigio ma spesse volte chi comanda è solo, e si cade nei momenti brutti. In ogni caso è stata una bella soddisfazione».

Adesso come trascorre le sue giornate?
«Inizialmente mi alzavo presto perchè pensavo che dovevo andare a scuola, tanto era l’abitudine e l’attaccamento alla scuola. Il distacco è stato duro, non mi sono abituato all’idea di essere in pensione».

Come nasce la passione per la fotografia?
«Da piccolo quando abitavo in piazza Dante, lì vicino c’era Ciccino Bellante che maneggiava le macchine fotografiche: quando facevo il chierichetto lui mi faceva delle foto e me le regalava. Io mi affermavo a guardare le sue macchine fotografiche, le foto, rimanendo sempre meravigliato. Sino a quando da ragazzino comprai da Noto una Yashica 124, la pagavo sei mila lire al mese e lavoravo al cinema. Iniziai a prendere dimestichezza, cominciai a stamparle, comprai l’ingranditore bianco e nero. Sebastiano Astuto mi aiutò a comprare le macchine fotografiche, mi spiegava come funzionavano. Divenni subito bravo e la foto in bianco e nero divennero una passione. Per me rimane la più bella. Ho avuto anche l’onore di conoscere il fotografo Giuseppe Leone. Ho lavorato con la De Agostini, vendendo libri ed enciclopedie: in quella fotografica ci sono alcune foto della nostra piazza, di cui mi hanno regalato le diapositive. Feci una mostra, quindici anni fa, con 28 fotografie 70/100, che poi regalai al Comune. Oggi con mio fratello sto lavorando ad un nuovo libro in modo che possa rimanere una testimonianza scritta di ciò che è stato per il futuro della città».

 

di Angelo Barone  Foto di Samuel Tasca

“A Natale tutte le strade portano a casa” scrisse Marjorie Holmes, giornalista e scrittrice americana, e per tutte le famiglie è l’occasione per ritrovarsi, stare insieme con gioia e convivialità. Chi può cerca di rispettare l’antico proverbio “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.

Per Natale tante sono le tradizioni della nostra cultura contadina, così come sono tanti sono i profumi e i sapori che ancora oggi i nostri figli sparsi per il mondo cercano quando tornano casa. Con l’avvicinarsi del Natale cominciano i preparativi per realizzare i dolci e in Sicilia i cuddureddi sono uno dei dolci tipici di questa festa. Tante sono le versioni di “cuddureddi” in Sicilia e tra queste si distinguono anche quelle di miele o di vino cotto di Grammichele. Per questo Natale abbiamo sentito il bisogno di rivivere direttamente questo rito attorno al forno a legna con diverse generazioni di donne impegnate a mantenere e tramandare quest’arte pasticcera: sì proprio arte, sono delle creazioni artistiche belle da vedere e buonissime da mangiare.

In inverno, attorno al forno a legna con la relativa tannura, nelle case dei nostri nonni si svolgeva gran parte della vita familiare: si faceva il pane, si cucinava, si riscaldava l’acqua per lavarsi o per fare il bucato e successivamente nella conca si asciugavano parte del bucato e con lo stesso carbone ardente si alimentava il calore nei ferri da stiro.

Nel raccontarvi la preparazione dei cuddureddi abbiamo provato a creare l’ambiente giusto con le donne dell’Aide di Grammichele. La sera prima alcune di loro preparano il vino cotto e lavorano il miele di zagara con le bucce di mandarino in modo che l’indomani mattina si possa lavorare l’impasto per i cuddureddi. La mattina successiva l’appuntamento è a casa di Marisa attorno al forno rigorosamente la legna perché come dice la signora Giovanna deve sentirsi la leggera l’affumicatura del legno.

Con Samuel ci rechiamo all’appuntamento con la curiosità e la voglia di assaggiare i cuddureddi che da piccolo mangiavo quando a casa della nonna, mia madre con le sue sorelle si riunivano per fare i dolci di Natale e noi bambini tutti lì ad aspettare che venissero sfornati mentre il loro profumo ci inebriava di piacere e non potete nemmeno immaginare quanto ne mangiavamo.

Troviamo tutte le signore al lavoro: chi impasta la semola, chi stira la pasta, chi prepara i mastazzoli con il vino cotto o il miele preparati la sera prima, chi dà forma ai disegni, chi pizzica, chi arde il forno, chi prepara il caffè, chi racconta la storia, i segreti e i modi di fare questo dolce. In quest’atmosfera di serena e piacevole convivialità con Natascia, Giovanna, Marisa, Maria Teresa, Pina, Cettina e Terina i cuddureddi prendono forma e mentre la prima teglia entra nel forno il profumo del miele di zagara e del mandarino comincia a invadere la cucina. Arrivato il momento tanto atteso, la prima teglia è pronta e come da bambini le mangiamo ancora calde ed è una goduria che i nostri lettori potranno provare visitando il Presepe vivente di Occhiolà dove potranno rivivere, grazie alle signore dell’Aide e agli occhialesi, le tradizioni gastronomiche di un tempo.

Tante sono le versioni sulla forma dei cuddureddi, a me piace segnalare quella della signora Tindara, a lei hanno detto che i cuddureddi sono la coroncina di Gesù e per questo mette tanto amore e delicatezza nel farle. Ci auguriamo che in questo tempo di paure, tragedie e guerre l’umanità sappia ritrovare il piacere dello stare insieme come in una grande e immensa famiglia.

di Titti Metrico  Foto di Samuel Tasca

Una ricorrenza molto sentita è la “Festa dei morti”. Celebrata il 2 novembre per la commemorazione dei defunti, ha origini antichissime, risale al X secolo. Si narra che la notte tra l’1 e il 2 novembre i defunti visitassero i propri cari ancora in vita portando ai bambini dei regali in dono. Generalmente si usava lasciare u cannistru (una cesta) affinché defunti potessero riempirlo di dolci, frutta secca e regalini, infine
prima di andare a letto recitavano un’ultima preghiera perchè accontentassero le loro richieste. Una strenna dei morti che assume un duplice significato: offerta alimentare alle anime dei defunti e offerta simbolica, nei dolci a forma umana, come assicurazione alle anime dei defunti in maniera che, cibandosi di essi, è come se ci si cibasse dei trapassati stessi. Appena svegli, recitavano la supplica “Armi santi, armi santi, Iu sugnu unu e vùatri síti tanti: mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai, Cosi di morti mittitimìnni assai”, (trad. Anime sante, anime sante, io sono uno e voi siete tanti: mentre sono in questo mondo di
guai, regali dei morti mettetemene in abbondanza).

Anche lo scrittore Andrea Camilleri nei “Racconti Quotidiani” ricorda com’era Il giorno dei morti «Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.
Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio. […]. I dolci erano quelli rituali detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, rami di meli fatti di farina e miele, mustazzola di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza».

Già, ai giorni nostri una società sempre più consumistica ha fatto si che i giocattoli siano regalati in ogni periodo dell’anno perdendo quindi quello che era lo spirito iniziale della festa. Per fortuna rimane la tradizione dei dolci: dalla coloratissima frutta martorana (chiamata anche “pasta reale”) alle ossa ri motti (ossa dei morti), dai tetù o bersaglieri ricoperti di glassa al limone o al cioccolato ai ‘nzuddi e ai piparelli, dal rame di Napoli ai viscotta (biscotti) regina, dalle cotognate alla mostarda d’uva o di fichi d’India, senza dimenticare i famosi Pupi di zucchero, conosciuti anche come puppacena o pupa a cena. Si tratta di statuette di zucchero colorato, riproducenti paladini o generiche figure maschili e femminili, soprattutto nella zona del palermitano, a Caltagirone le statuine tradizionali raffigurano il carabiniere, la damina, la ballerina, la testa di moro e San Giacomo, mentre oggi si richiamano ai personaggi di cartoni animati e fumetti attuali.

«La tradizione dei Pupi di zucchero si perde nella notte dei tempi – spiega Giuseppe Ventura, titolare della Rinomata Pasticceria -. I primi pupi arrivano tra il 1550 – 1570, al riguardo vi sono due leggende: la prima è quella di un ricco arabo,che caduto in disgrazia offrì ai suoi commensali queste statuine di zucchero perchè non aveva nient’altro, un’altra leggenda racconta che, un mercante palermitano giunto a Venezia durante un ricevimento di Enrico III figlio di Caterina dei Medici, mise sulla tavola i pupi di zucchero, sorprendendo i commensali. Da allora molti pasticceri siciliani, nelle province di Palermo, Messina, Caltanissetta e Catania, compresa Caltagirone hanno preso spunto, realizzando statuine decorate a mano, veri e propri capolavori».

In ogni famiglia siciliana che porta avanti questa tradizione si trova un pupo di zucchero, anche esposto dietro una vetrina, perchè molti non hanno il coraggio di mangiarlo tanto sono belli, pochi, invece, addirittura le collezionano aggiungendo ogni anno un nuovo pezzo, formando così una bellissima collezione di Pupi di Zucchero.

È triste constatare come il sentimento più autentico della “festa dei morti”, l’arte di preparare e regalare i pupi di zucchero stiano scomparendo. Al loro posto, negl ultimi decenni, si stanno diffondendo sempre più le zucche di halloween. Conoscere le proprie tradizioni èimportante per non perdere mai le nostre identità, non può esserci popolo senza memoria delle proprie radici.

di Angelo Barone

Tante sono le immagini evidenti della Sicilia nel mondo. La Sicilia dei paesaggi e dei beni culturali vanta ben sette siti riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità: la Valle dei Templi di Agrigento, la Villa romana del Casale di Piazza Armerina, le città barocche della Val di Noto, le Isole Eolie, Siracusa e la Necropoli di Pantalica, l’Etna e in ultimo la Palermo Arabo Normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale.

La Sicilia terra dell’accoglienza e della solidarietà, crocevia millenario di popoli da sempre capaci di vivere in armonia ma anche humus delle biodiversità produttive e delle eccellenze agroalimentari con 13 produzioni Indicazione Geografica Protetta, 17 Denominazione Origine Protetta, 27 Presidi Slow Food e condivide con altre Regioni italiane e altri Stati l’inclusione nella Lista dei patrimoni culturali immateriali dell’Umanità. Tra queste eccellenze, gli agrumi di Sicilia possono rappresentare la proiezione internazionale bella e positiva della nostra Isola così come ha fatto il Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia, in occasione dell’Esposizione universale di Milano, lo scorso anno, con la comunicazione “People of Sicily”. Un omaggio alla Gente di Sicilia che nella diversità di culture, etnie, professioni, età è rappresentata in modo variopinto, sorridente e rassicurante all’ombra dell’Etna che sembra dire: vieni a trovarci in Sicilia e la nostra esplosione di sapori e colori vi raggiungerà in tutte le parti del mondo.

Condividiamo il messaggio perché la mission della nostra rivista è valorizzare le nostre eccellenze produttive e paesaggistiche per attrarre consumatori e turisti.

Gli agrumi di Sicilia sono soprattutto una bontà da mangiare a spicchi o a fette, da bere in succhi, fanno bene alla salute con le tante vitamine e gli antiossidanti che contengono, si possono fare: marmellate deliziose da spalmare sul pane, liquori da sorseggiare, fragranze di profumi, dolci e abbinamenti in cucina da esaltare come il mandarino nelle nostre cuddureddi o la magica unione di questi frutti del sole con il “cibo degli dei”, la cioccolata di Modica.

Ma gli agrumi di Sicilia sono anche un territorio da visitare lungo il percorso Le vie delle Zagara come ci propone l’associazione culturale Gusto di campagna, seguendo le arance rosse con il mito del vulcano che si estendono in tutta la piana di Catania, dalle pendici dell’Etna sino al Biviere di Lentini, il limone dell’Etna nella riviera acese, il limone di Siracusa e il limone Interdonato di Messina che caratterizzano i paesaggi di territori di incantevole bellezza nella costa jonica o come la valle del fiume Verdura, culla dell’arancia di Ribera sino ad arrivare a Palermo con il profumo del mandarino di Ciaculli. Se decidete di fare il percorso Arabo Normanno, andate a visitare il Palazzo Reale e vedrete delle belle rappresentazioni di alberi di arance a testimonianza che furono gli arabi, prima dell’anno mille d.C., a impiantare i primi agrumi in Sicilia.

È necessario continuare ancora per altri mille anni a valorizzare il nostro territorio con questi “giardini” sempre verdi, con la vitalità e la gioia della gente di Sicilia che non può essere sopraffatta dalla tristezza.

Il Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia è una filiera produttiva che in Sicilia conta 21 mila addetti attivi nelle produzione, 8831 nella commercializzazione e 1052 nella trasformazione con un valore della produzione ai prezzi di base nel 2015 di € 638.245.000 e vale il 57,7% dell’agrumicoltura nazionale. Da diversi anni questa filiera e questo territorio si è dato una organizzazione e una strategia condivisa costituendo il Distretto Agrumi di Sicilia sotto scrivendo un patto di sviluppo comune con l’obiettivo di fare sistema e competere sui mercati nazionali e internazionali. A presiedere questo importante strumento di aggregazione della filiera agrumicola siciliana è una donna, la Dott.ssa Federica Argentati.

Una donna alla guida di uno dei distretti produttivi più importanti in Sicilia, come ti definisci e come vivi questa esperienza?
«Mi definisco un agronomo con la passione dello sviluppo territoriale. Sin dai primi giorni dell’ormai lontano 1998, quando mi fu affidata la direzione di una delle più importanti OP agrumicole, ho visto nel mio lavoro la grande opportunità di crescita non solo personale, ma soprattutto della filiera agrumicola, quindi di uno dei settori più importanti dell’economia siciliana. Lavorare per le imprese che, nell’insieme, avrebbero potuto davvero cambiare le sorti dell’economia siciliana significava dare un senso anche alla scelta personale di rimanere in Sicilia, dopo la laurea. Una Sicilia che, allora come adesso, non offriva ai giovani molte opportunità. Essere donna ha vantaggi e svantaggi. I vantaggi in genere sono per gli altri».
Il marketing associativo è una mission strategica, a che punto siamo?
«Il marketing associativo sta alla base dello sviluppo dei sistemi aggregati. È l’aspetto più complicato in quanto mira a rendere partecipi i “singoli” di una strategia complessiva con cui tutti nell’insieme possano davvero essere forti. Aggregare imprenditori solo con le carte, con i finanziamenti, con la teoria, però, non serve a nulla. Anzi, al contrario, crea sfiducia e nel tempo allontana dai percorsi di cooperazione. Quello
del marketing associativo è un percorso per il quale sono necessari molti ingredienti. Primo tra tutti la capacità di conquistarsi la fiducia attraverso azioni trasparenti, partecipative, inclusive. Non è facile petanti motivi. Uno tra tutti è l’atavica diffidenza di molti e la continua azione di demolizione operata da quanti, in Sicilia, in realtà non hanno interesse a che si faccia sistema. Ancora troppi».

Quali soddisfazioni e quali delusioni nel tuo lavoro?
«A volte vanno quasi a braccetto. Le soddisfazioni in questo lavoro e in questa terra, purtroppo, non è facile averle neanche quando si raggiungono risultati evidenti. Professionali o economici che siano. A molti manca ancora la cultura della meritocrazia e del riconoscere il lavoro ben fatto dagli altri. Detto questo, però, in questi anni qualche traguardo penso di averlo raggiunto. L’ultima iniziativa che abbiamo fatto con il Distretto Agrumi, ad esempio, mi ha dato grande soddisfazione: abbiamo portato diverse imprese in Polonia per allacciare rapporti con i mercati polacchi. La missione è stata un successo, anche se non è ancora conclusa».
Nel tuo futuro ci saranno ancora gli agrumi o prevedi di scommetterti in altri settori?
«Mi occupo, anche se con mansioni ed incarichi diversi, di agrumiormai da 18 anni. Otto anni solo con il Distretto Agrumi di Sicilia. Per adesso vado avanti perché ho dei traguardi da raggiungere, prima di tutto il rinnovo del Patto di Sviluppo e quindi il riconoscimento del Distretto per i prossimi anni. Ma naturalmente, non è detto che ciascuno di noi debba fare un lavoro per tutta la vita. Credo che se lavori bene, con impegno e competenza le opportunità ti si presentino. Mi piace pensare che mi vengano offerte altre occasioni di lavoro in futuro. Ma sceglierò in base alle opportunità che avrò davanti. Chi non si augura di progredire nella sua carriera, anche cambiando lavoro? Ma ho ancora una “missione” da portare avanti: riuscire a far diventare “sistema” il mondo dell’agrumicoltura siciliana. Come sempre la mia dedizione a questo obiettivo è massima».

di Alessia Giaquinta   Foto di Samuel Tasca

«Ho sempre desiderato avere un ristorante tutto mio, da gestire insieme alla mia famiglia, coinvolgendo mia moglie Melania, che mi affianca in questa avventura – dichiara il titolare Biagio Caggia -. Il Carpaccio rappresenta larealizzazione di un mio sogno. Questo progetto è nato quando ho conosciuto Nunzio Pace,un famoso pizzaiolo comisano, e da lì ha cominciato a prendere concretezza: dopo aver rilevato la gestione del locale ho avviato la ristrutturazione secondo i racconti di Tito, così col mio designer, partendo dai suoi racconti, abbiamo cercato di tirare fuori la storia del palmento, utilizzando delle serigrafie fotografiche».

A raccontarci la storia dell’antico palmento è Tito Campo «un mio antenato, Salvatore Campo, acquistò a Comiso dei terreni in Contrada Deserto, dove nel 1806 vi costruì: un palmento a ddù spaddi (due spalle) che permetteva di pigiare contemporaneamente l’uva di due diversi clienti, un forno, dei contenitori in cemento della capacità di 25 mila litri, una stalla per i cavalli e gli asini che portavano sul dosso i canciddi (ceste) contenenti l’uva che veniva messa in un vecchio tornio in pietra».

Tito Campo racconta che, a volte, si usava il metodo ventiquattro ore cioè, il mosto pigiato veniva messo insieme alle bucce per un giorno intero, per finire sotto pressa ottenendo una qualità superiore.

«All’imbrunire il mosto, posto dentro leotre e caricate sui carri, si portava verso Comiso. La vendemmia durava da metà settembre a metà ottobre e di notte sentivo i carretti passare dalla strada e il calpestio degli animali, mentre in inverno iniziava la potatura delle viti – continua Tito Campo -In occasione della festa di San Martino si doveva fare a tramùta, per cui si svuotavano le botti, si toglievano i residui dal fondo e si vendevano. Si faceva anche a sulfata cioè con una ciotola si prendeva dello zolfo per far asciugare la botte».

Oggi laddove c’erano vigneti, botti di vino e stalle, c’è un ristorante che nell’arredamento ha mantenuto la semplicità e l’essenzialità dei materiali, richiamando l’antico palmento. Lo stesso avviene per la mise en place. Col restyling eseguito si è dato vita ad una veranda esterna, sfruttabile anche in inverno, permettendo di avere più posti a sedere. Lo spirito del Carpaccio è di far sentire i clienti a casa loro preparando delle pietanze con prodotti freschi, acquistati quotidianamente dal fruttivendolo, macellaio, pescivendolo di fiducia. Tutta la merce è fresca, genuina e locale.

«Il mio obiettivo – spiega Biagio Caggia – è quello di offrire un locale bello, accogliente, caldo, spazioso ma soprattutto familiare, rispettando la storia del Carpaccio, dove i clienti potranno trovare ottime pizze cotte esclusivamente nel forno a legna in pietra».

Anche in occasione delle festività natalizie al Carpaccio sarà possibile godere di un’atmosfera familiare in cui i clienti possano trovarsi a loro agio, in compagnia degli affetti più cari.

Il Carpaccio
Via Biscari, 24
Comiso
Tel. 0932-1865459
fb: Il Carpaccio Ristorante e Pizzeria