di Emanuele Cocchiaro

Bentornati, cari lettori, alle vostre attività quotidiane, alla routine dei mesi autunnali. è vero che le vacanze non durano, per molti, più di una o due settimane. Ma l’estate è comunque la stagione ove spesso, pur lavorando, ci si sente proiettati in una dimensione più vacanziera. Durante questo periodo io personalmente, e spero anche voi, ho avuto modo di approfondire le mie amicizie storiche da cui ho anche preso spunto per dare vita a questo nuovo numero all’interno del quale non potete perdervi la nostra intervista a Placido Salamone, il “chitarraio” vittoriese a cui mi sento particolarmente legato e di cui vado molto fiero. Lo conosco sin da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica, l’ho seguito in tutte le fasi della sua carriera come uno zio fa con il proprio nipote, sono stato uno dei suoi primi fan e per questo non posso che essere soddisfatto degli eccellenti risultati raggiunti che ho voluto condividere con voi attraverso un’intervista che troverete nelle prossime pagine.
Ma non finisce qui, dallo scorso articolo sui matrimoni abbiamo dato il via alla nostra nuova rubrica dedicata al mondo del wedding. E ancora la musica, a cominciare dalla copertina, protagonista di questo numero, trattata nelle sue tante sfaccettature: dal soprano Desirée Rancatore al connubio artistico tra Deborah Iurato e i Soul System. La tradizione musicale dei friscaletti, e ancora cinema, food e luoghi da scoprire della nostra meravigliosa terra.
Inauguriamo così il nostro quarto anno dalla nascita di questo progetto editoriale, augurandovi come di consueto… Buona lettura.

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Toni Campo e Andrea Mearelli

Nato da un’idea di Turi Occhipinti, Gaetano Scollo ed Emanuele Cavarra – che ne hanno scritto il soggetto – “Redemption for a lost soul” è un film che, al di là della vicenda coinvolgente, ha l’obiettivo di mostrare una terra piena di bellezze e tradizioni, la nostra Sicilia, appunto.
Il regista messicano Roberto Valdes ha voluto così investire le proprie capacità per la realizzazione di questo ambizioso progetto. Dopo oltre vent’anni di esperienza nel mondo cinematografico e pubblicitario, lo sceneggiatore e regista Valdes punta a realizzare un lungometraggio che possa mostrare al mondo una Sicilia viva, pulsante, dinamica.
La vicenda è ambientata in un paesino del sud est della Sicilia. La protagonista è una giovane donna, Marianna (interpretata dall’attrice ragusana Carla Cintolo) che, dopo la perdita della madre, vive il dramma della perdita di Ben, l’uomo che ama, a causa dell’amianto.
Una storia che trae spunto dalla realtà e dall’atroce problematica legata al minerale cancerogeno che, soprattutto nel secolo scorso, ha provocato la morte e la sofferenza di numerose persone. Una tematica cara a Turi Occhipinti e Gaetano Scollo che, nel 2011, hanno anche realizzato il cortometraggio “Lamiantu” e l’opera teatrale Eternity con la partecipazione del compianto Marcello Perracchio e l’attrice Silvia Scuderi.
Le vicende legate a Marianna sembrano far parte di un destino avverso, irto di difficoltà, sofferenze e pregiudizi, un destino determinato dalla solitudine, dall’incomprensione e dal terribile amianto. La protagonista dovrà, infatti, affrontare il lutto della madre, la gelosia di Ciccio – suo spasimante -, la malattia e la morte dell’amato Ben e infine pure quella di Teresa, figlia nata dalla relazione con quest’ultimo.
Il conforto nella fede, perduta e poi ritrovata, farà da filo conduttore alle drammatiche vicende di Marianna che, rimasta sola, inizia la sua lotta contro l’amianto. Lotta per dare una svolta determinante al proprio destino. E forse, non solo al suo.
Una delle scene principali del film si svolge durante la caratteristica festa di San Giovanni Battista a Monterosso Almo: in questo contesto la protagonista, alzando la figlia verso il simulacro del Santo, supplica conforto e protezione. Un aspetto interessante di questa scena è che si è dovuta girare in un unico ciak in quanto le riprese sono state effettuate nel corso della festa reale. In questo modo, nel film si mostrano tradizioni, folclore, paesaggi e bellezze del territorio ibleo.
Numerose le eccellenze siciliane coinvolte nel progetto: dal compositore ragusano Giovanni Celestre, che ha ideato le musiche, al fotografo Toni Campo, allo scenografo Filippo Altomare, oltre agli attori e sceneggiatori summenzionati.
La produzione esecutiva è affidata a chi come Agata Cappello e Cristiano Battaglia – entrambi imprenditori – crede nelle potenzialità di questo lungometraggio. Determinante anche il sostegno del Libero Consorzio Comunale di Ragusa, dell’Associazione Ragusani nel Mondo e di vari altri enti, cinematografici e non, che si sono offerti di promuovere l’ambizioso progetto.
La presentazione del teaser del film si è svolta all’interno del Forum Fedic alla 75a Mostra del Cinema di Venezia. Al Saturnia Film Festival, inoltre, le stesse immagini hanno riscosso particolare interesse e numerosi apprezzamenti da esperti del settore.
Valorizzare un territorio, lanciare messaggi importanti, credere nelle potenzialità e nelle competenze di professionisti locali e confrontarsi con il mondo, ecco quello che muove “Redemption for a lost soul”. Il progetto, in fase di esecuzione, ha un respiro internazionale poiché mira alle sale cinematografiche anche di altri continenti: per questo motivo, infatti, si è scelto di girare il film in lingua inglese.
Le prime immagini, come testimonia il teaser visibile anche su YouTube, sono di grande qualità ma soprattutto di forte impatto emotivo. Un film che emoziona e sensibilizza e che speriamo di vedere quanto prima!

Articolo di Irene Novello e foto di Gaetano Cutello

Il santuario dei Palìci sorge immerso nelle verdi e fertili campagne della Valle dei Margi a pochi chilometri da Palagonia e da Mineo. È un luogo ancestrale della civiltà sicula ed emblema della colonizzazione greca in Sicilia. È Diodoro Siculo a farci conoscere questo culto di origine sicula il cui santuario fu edificato ai piedi di un’altura basaltica nel VII secolo a.C. presso il lago di Naftia, caratterizzato da pozze d’acqua ribollenti dall’odore sulfureo, un fenomeno naturale generato dalla presenza di anidride carbonica nel sottosuolo. Nel 1935 il lago viene riconosciuto come la più grande sorgente naturale di anidride carbonica, infatti, l’area verrà bonificata canalizzando le acque ed eliminando definitivamente un fenomeno naturale unico, oggi purtroppo sottoposto allo sfruttamento industriale. Mentre l’uomo moderno cerca di trarre il massimo profitto da ciò che la natura generosamente gli regala, nell’antichità invece si aveva un profondo rispetto di Madre Natura e per spiegare i fenomeni naturali si ricorreva al mondo divino. Infatti, i ribollii d’acqua che interessavano il lago di Naftia furono interpretati dai Siculi come la manifestazione di una presenza divina nel sottosuolo che desiderava risalire in superficie. Ma chi erano i Palìci? Erano figli di Zeus e della ninfa Tàlia. I due si amarono presso la riva del fiume Simeto. Scopertasi in dolce attesa e temendo l’ira di Era, la ninfa espresse il desiderio di essere inghiottita dalla terra. E così accadde! Vennero alla luce i due bambini che furono chiamati Palìci e che ritornarono in superficie attraverso i getti vulcanici del lago. Nel corso dei secoli il santuario ebbe diverse funzioni. Fu il tribunale per processare delitti molto gravi. Si narra che i giuramenti dell’accusato venissero incisi su delle tavolette e queste gettate nelle acque del lago. Se la tavoletta galleggiava, allora il giuramento era veritiero, se invece affondava, era considerato falso. Il santuario ebbe anche la funzione di oracolo per dare responsi molto importanti per l’intera comunità. Inoltre, dentro l’area sacra vigeva anche il diritto di asilo: qui, infatti, gli schiavi trovavano rifugio lontano dai padroni crudeli, che potevano riportarli con sé solo dopo aver garantito sotto giuramento agli dei Palìci, di trattarli umanamente. Il santuario nel V secolo a.C. vive una fase monumentale con la costruzione di portici colonnati e dell’hestiatèrion, una sala, dove venivano organizzati i banchetti in onore delle divinità. Questa sistemazione si deve attribuire probabilmente a Ducezio, che riuscì a creare una lega di città sicule contro l’invasore greco. Capitale della lega fu la città di Palikè, fondata sul contrafforte basaltico situato a ridosso dell’area sacra che diventa l’emblema politico e religioso della lega sicula. Purtroppo il progetto di Ducezio terminò bruscamente con la sua sconfitta e l’esilio; il sogno di un’indipendenza sicula sfumò. Oggi la storia del mito si può percepire visitando l’area archeologica, dove si possono ammirare i resti dell’area sacra, visitare l’Antiquarium dove, nelle sale espositive, si racconta la storia del santuario e l’importanza che ebbe nel corso dei secoli. Passeggiare all’interno dell’area sacra, scoprendo la fauna e la flora del territorio e respirando la storia dei nostri progenitori, è un’occasione unica e ogni volta irripetibile!

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Franco Lannino e OUTUMURO

Un nome che risplende fra le cantanti liriche, nel panorama internazionale, è il soprano Desirée Rancatore. Bella, solare e allegra. Palermitana d’origine da anni calca i teatri dell’opera di tutto il mondo con la sua voce armoniosa.
«Iniziai a studiare il pianoforte a quattro anni e il violino quattro anni dopo. La mia è una famiglia musicale: mio padre è clarinettista e mia madre cantante al Teatro Massimo, quindi ho sempre bazzicato nel mondo dell’opera senza mai pensare di poterne far parte. Frequentando il corso di canto corale dovetti preparare la “Petite messe solennelle” di Rossini, così m’innamorai follemente del canto. Questo mio percorso iniziò a sedici anni e in pochi anni vide un’evoluzione di enfant prodige. Grazie a mia madre e ai suoi sapienti insegnamenti è uscito fuori questo dono del cielo. Arrivarono le audizioni, vinsi tre concorsi internazionali, debuttai a diciotto anni al Festival di Salisbrugo e ho cantato nei teatri di tutto il mondo». Una scelta sicuramente non facile quella di essere una cantante lirica ma che l’ha affascinata sin da subito. «È bello poter esprimere delle emozioni con la voce, perché parte dall’anima e arriva ai cuori di chi ti sta ascoltando e poi impersonare le eroine dei personaggi di un passato meraviglioso con delle storie d’amore avvincenti anche se quasi sempre tragiche, ma molto intense, molto belle. Sicuramente c’è il fascino di emozionare emozionandosi». Ma oltre alla formazione strumentistica e tecnica si apprendono e portano con sé anche degli insegnamenti per tutta la vita. «Ho iniziato a studiare canto con la mia mamma che continua a essere la costante nella mia vita, lei è molto severa, esigente e perfezionista e questo ha influito sul mio modo di essere. Per tredici anni ho avuto la fortuna di collaborare a Roma con Margaret Baker Genovesi, dei suoi insegnamenti mi porto dietro la precisione, la disciplina, il chiederti il perché di alcune cose di quello che stai cantando, oltre a prepararmi tecnicamente. È stato interessante raffrontarmi con Mariella Devia, per me un mito assoluto dopo la Callas, sia tecnicamente sia umanamente, perché mi ha dato tantissimo nella nuova parte del mio repertorio che sto ampliando perché la voce si evolve, ho debuttato con Norma grazie ai suoi insegnamenti». In realtà, in tutti questi anni sono molteplici i ruoli che ha interpretato, a volte affatto facili, ma Desirée Rancatore li ha affrontati con la sua versatilità. «Penso di non aver fatto mai cose facili. Ho avuto tanta incoscienza e la ringrazio infinitamente per essere stata la mia compagna fedele per tanti anni, anche se un po’ mi spiace averla persa. A diciotto anni ero ignara di tutto quello che mi aspettava, prendevo tutto come un gioco, non conoscevo neanche i cantanti famosi che avevo accanto a me. Mi sono divertita a interpretare tanti ruoli difficili, c’erano delle responsabilità che all’epoca non sentivo più di tanto. Quando la carriera arriva a un certo livello, ti rendi conto che sei sempre molto giudicata, anche criticata perché fa parte del gioco, ti responsabilizzi e capisci che devi mantenere un certo livello». Nonostante sia sempre in giro per il mondo per lavoro, la Sicilia rimane sempre la sua casa. «Sono legatissima alla mia terra, alla mia famiglia, ai miei valori. Ho una famiglia molto bella e penso che questo faccia sì che sia molto legata ai valori e alle tradizioni prettamente nostre: il sole, il cibo, il mare, specialmente da quando sono in Irlanda, che è bellissima, ma la Sicilia è la mia terra e non la cambio per niente». Dopo la masterclass a Foligno, aver ricevuto il premio “Il Parnaso 2019” a Montecatini, a ottobre Desirée Rancatore sarà in tour in Cina e in Giappone con il Rigoletto e la Traviata, poi debutterà con Liu nella Turandot a Trieste e con Anna Bolena a Genova incantando ancora una volta con la sua voce, in continua evoluzione, il suo pubblico.

Articolo di Omar Gelsomino e foto di Giuseppe Calabrese e Simona Giamblanco

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione, lo scorso 23 luglio, ha ammesso otto nuovi comuni tra cui anche Troina (En), l’unica città siciliana, a far parte de “I borghi più belli d’Italia”. Tanti i requisiti richiesti dalla Carta di Qualità: una popolazione nel borgo antico del Comune di 2000 abitanti e non superiore ai 15000 abitanti nel Comune; possedere un patrimonio architettonico e/o naturale certificato da documenti in possesso del Comune e/o dalla Sovrintendenza delle Belle Arti; offrire un patrimonio di qualità che si faccia apprezzare per qualità urbanistica e qualità architettonica; manifestare, una volontà e una politica di valorizzazione, sviluppo, promozione e animazione del proprio patrimonio. L’Associazione de “I Borghi più belli d’Italia” intende “valorizzare il grande patrimonio di storia, arte, cultura, ambiente e tradizioni presente nei piccoli centri italiani che sono, per la grande parte, emarginati dai flussi dei visitatori e dei turisti”. In questi anni tanti sono stati gli interventi di restauro, recupero e valorizzazione del centro storico (un contesto urbanistico e patrimonio culturale rilevante) oltre ad iniziative socio-culturali e turistiche tese a rilanciare la città grazie all’incisiva volontà dell’attuale primo cittadino Fabio Venezia. Tutto ciò ha permesso a Troina di essere inserita in questo prestigioso Club insieme a Castelmola, Castiglione di Sicilia, Castroreale, Cefalù, Erice, Ferla, Gangi, Geraci Siculo, Montalbano Elicona, Monterosso Almo, Novara di Sicilia, Palazzolo Acreide, Petralia Soprana, Salemi, Sambuca di Sicilia, San Marco d’Alunzio, Savoca, Sperlinga e Sutera. Situata sui Monti Nebrodi, dal suo punto più alto e antico, Piazza Conte Ruggero, è possibile ammirare un panorama suggestivo: dalla magnificenza dell’Etna alla costa del Mar Jonio al monte San Pantheon, dai boschi dei Nebrodi al Lago Sartori. Alcuni studiosi identificano l’attuale nome con Engyon, sede del tempio preellenico dedicato al culto delle Dee Matri, mentre quello più antico è Traghina, derivante dal greco roccioso, che si ripete in Trayna, Trahyna, Trahina, Drakinai, Drajna e Tragina. Di origini antichissime, poiché i primi insediamenti risalgono al periodo preistorico, Troina fu abitata dai Sicani e dai Siculi, colonizzata dai Greci e conquistata dai Saraceni, ma fu solo con l’arrivo dei Normanni, guidati dal Conte Ruggero nel 1060, che conobbe il suo massimo splendore diventando la prima sede del potere politico e militare dell’Isola poiché ricopriva un’importante posizione strategica in quanto posta fra le montagne dominanti le vallate circostanti. «Si tratta di un prestigioso riconoscimento che premia il lavoro svolto sino a questo momento per la valorizzazione del centro storico e il rilancio culturale e turistico della città – ha commentato il sindaco Fabio Venezia – e costituisce anche un punto d’inizio per promuovere in maniera più incisiva il territorio». Ovviamente per continuare a far parte dell’Associazione de I Borghi più belli d’Italia sono necessarie altre iniziative. «I versanti su cui opereremo sono due: la riqualificazione urbana e in particolare del centro storico con il decoro urbano e la messa a sistema dell’offerta culturale e turistica. Saranno realizzati e completati diversi contenitori culturali – ha spiegato il sindaco Venezia -, in particolare il Museo fotografico con gli scatti inediti di Robert Capa acquistati a New York, la Pinacoteca Civica arricchita da un’opera di Tiziano e di altri importanti pittori del Seicento, il Museo d’Arte Contemporanea con oltre 150 opere d’arte donate da artisti di fama nazionale e internazionale e tutta una serie di altre iniziative rivolte al rilancio culturale della città». Per chi desidera conoscere la Sicilia più autentica Troina è la meta ideale, dove poter coniugare la bellezza della natura con la storia e percorrendone le antiche vie è possibile scoprire le sue radici profonde e riviverne il passato.

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Sam Valadi

Non si può parlare dello scultore Arturo Di Modica senza ricordare la sua opera più famosa, quella che gli ha dato la notorietà a livello mondiale: il toro di Wall Street, il Charging Bull, diventato il simbolo della Borsa americana.
Di Modica è un artista multiforme che guarda sempre “oltre”, tanto da indurlo a creare a Vittoria, dove è nato, anche se la sua vita si è svolta soprattutto a New York, una grande struttura, che poggia su una superficie di centomila metri quadrati, dove, tra centinaia di palme e ulivi ultracentenari, sta sorgendo una Scuola Internazionale di Scultura, una fucina di artisti internazionali e uno studio/esposizione, oltre quello che ha nel Wyoming, per esporre e produrre le sue opere: sculture in bronzo, in acciaio, in legno e in marmo.
Struttura che, ci dice, è pronta all’ottanta per cento e che sarà inaugurata entro la fine del prossimo anno. Varcare la soglia dei suoi laboratori è come entrare in un mondo “fatato”.
Per visitarli bisogna spostarsi in macchina, tanto è vasta la struttura in via di realizzazione.
«Piano piano – spiega – la finirò, anche se occorrono molti capitali ed io non ho avuto aiuto da alcuno, né enti pubblici, né privati. Sto facendo tutto con le mie sole forze».
L’idea finale è realizzare due grandi cavalli rampanti in acciaio, alti quaranta metri, che si contrappongono e si sostengono a vicenda: saranno posizionati sulle sponde del fiume Ippari e ospiteranno un ristorante, due Musei Archeologici, quello di Vittoria e quello di Ragusa, ed altre sale.
Un progetto ambizioso, che lui dichiara di voler fare per la sua città, perché crede fermamente che diventeranno un’attrazione internazionale in grado di interessare turisti da tutto il mondo «solo il turismo può salvare una città come Vittoria, nella quale di recente si sono verificati spiacevolissimi episodi di cronaca».
Di questi cavalli rampanti sono state realizzate, nello studio del Wyoming, tre copie, ciascuna di otto metri di altezza, di cui due in bronzo, destinate alla vendita, ed una in acciaio, che resterà nella struttura vittoriese, posizionata su due piedistalli già pronti ad accoglierla.
«Per realizzare i due grandi cavalli ipparini occorrono trentasei milioni di euro e io non li ho. Per questo intendo rivolgermi alla Comunità Europea e ad altri Enti. Occorre trovare un sistema per avvicinare gli altri a questo mio progetto, perciò sto realizzando, con fondi esclusivamente miei, le tre copie di otto metri, che presenterò insieme al mio studio ed alla galleria del Nuovo Rinascimento».
Arturo Di Modica, instancabile benché non più giovanissimo, ha grinta e determinazione per attuarle. Tutti elementi che dichiara di assorbire dalla sua attività di scultore e di artista.
E sono state proprio queste caratteristiche ad indurlo a realizzare e ad abbandonare, molti anni fa, la pesante scultura bronzea davanti alla Borsa di Wall Street. Ma il suo toro oggi non parla solo americano: anche altre borse, a Shanghai, Amsterdam e Corea gli hanno chiesto di collocare il suo Charging Bull davanti alle rispettive borse. All’originale, quello newyorkese, di recente sono occorsi due strani episodi: il primo è stato attuato da alcune femministe americane, che hanno collocato la statua di una bambina davanti al toro, per dire: “Noi siamo qua e siamo pronte ad andare contro tutto e tutti”. La statua della bambina è stata poi fatta rimuovere dallo stesso Di Modica «perché la mia scultura non c’entra niente con le tematiche femministe». Altro episodio, che risale a pochi giorni fa: il Charging Bull è stato preso a martellate da qualcuno che gridava: “A Trump, a Trump”.
«Che nesso c’è tra il toro e Trump?», gli chiedo.
«Siccome Trump sta facendo le cose con grinta, viene paragonato al toro. Inoltre un giornale americano due mesi fa ha pubblicato una caricatura di Trump che cavalca il mio toro».
La città, quella sana, che è la parte più cospicua, aspetta. Sa che questa struttura, una volta realizzata, ne costituirà il vanto. Sia dal punto di vista culturale, che economico.

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Giuseppe Bosco

Riccardo Termini è un giovane di ventitré anni di Polizzi Generosa (PA), custode di una tradizione musicale ultra-millenaria che, purtroppo, sta scomparendo.
Riccardo, infatti, costruisce e suona i cosiddetti friscaletti, zufoli tipici della musica popolare siciliana. La passione per questo strumento e la voglia di farlo conoscere, hanno spinto Riccardo a partecipare al talent-varietà La Corrida, condotto da Carlo Conti su Rai 1, permettendogli addirittura di ottenere la vittoria.
Il friscaletto suonato da Riccardo in quell’occasione era, pensate un po’, di cioccolato. Avete letto bene: cioccolato. Prima costruito, poi suonato e infine mangiato.

Come e quando nasce la tua passione per il friscaletto?
«Avevo dieci anni. In occasione della Sagra delle Nocciole che si tiene nel mio paese, rimasi affascinato dal suono di questo strumento. Nacque così in me la voglia di averne uno. Non fu facile trovarlo, però. I friscaletti, infatti, non si vendono nei normali negozi di strumenti musicali in quanto vengono costruiti artigianalmente. Finalmente ne trovai uno a Cefalù, in un negozio di souvenir: ebbi così, in qualche modo, il mio primo friscaletto».

Chi ti ha insegnato a suonare questo strumento?
«Ho imparato da solo, pian piano, suonando, ascoltando e migliorando, così, di volta in volta. Non avendo nessuno che m’insegnasse, ho impiegato più tempo per capire il sistema, le note, i timbri… Negli anni sono riuscito a capire non solo come funzionava lo strumento ma anche a costruirne numerosi».

Quindi sei anche un costruttore di friscaletti?
«Sì. Dopo il mio primo strumento, che altro non era che un souvenir, ne comprai uno artigianale a Messina. Fu il primo vero strumento e iniziai a perfezionare il suono. Ma ogni friscaletto è unico e produce suoni imparagonabili ad altri. Avevo bisogno pure di friscaltetti in altre tonalità. Così provai da me a costruirli, con grande difficoltà. Andavo ai raduni dei friscaletti e friscalettari e, dopo anni, cominciai a capire i trucchi per costruire lo strumento e dare il taglio della tonalità. Da lì iniziai a costruire veri strumenti musicali che oggi vendo addirittura a professionisti di tutto il mondo».

Da cosa è nata l’idea di costruire un friscalettu di cioccolato?
«L’idea nacque da un ricordo legato a quando ero bambino. Mio zio, infatti, era solito portarmi in una pasticceria qui a Polizzi, in cui si realizzano varie forme in cioccolato. L’idea la presi da lì. Avevo circa diciotto anni quando partecipai a una serata di corrida organizzata nel mio paese e, dal momento che già avevo vinto quella dell’anno precedente – con un’esibizione di friscaletto -, volevo portare qualche novità. Pensai così al friscaletto di cioccolato. Il pubblico era entusiasta e divertito e pensai che mi sarebbe piaciuto mostrare a molta più gente quest’arte musicale, ormai, ahimè in disuso. Alla prima occasione partecipai a La Corrida, su Rai 1…».

Ottenendo la vittoria e l’ovazione del pubblico. Quante emozioni?
«Troppe. L’esperienza è stata bellissima tanto da non riuscire a descriverla. Ricordo bene, però, lo sguardo meravigliato dei presenti quando, a fine esibizione, addentai il mio zufolo di cioccolato».

Sei legato alle tradizioni della tua terra e sei impegnato nel diffonderle. Quanto pensi sia importante sensibilizzare le nuove generazioni alla conoscenza degli usi e costumi del passato?
«Sono legatissimo alla mia terra. Il friscaletto siciliano è lo strumento principe della nostra tradizione. Utilizzato al tempo dei greci e conservato dai pastori, ora è in mano a poche persone. Rappresenta l’entità del popolo siciliano ma molti, soprattutto delle nuove generazioni, neanche lo conoscono. Il mio sogno sarebbe tramandarlo ai bambini e sarei contento se qualche ente, o la Regione finanziasse progetti scolastici e laboratori in maniera tale da non perdere la tradizione, questa, come molte altre della nostra terra».

Non lasciamo disperdere l’incanto prodotto dal suono unico, dolce e allo stesso tempo deciso, del friscaletto.
È il suono del cuore di Sicilia, non lo sapevate?

Articolo di Titti Metrico e foto di Fingerlime.com

In questo numero voglio raccontarvi una mia esperienza. Una sera mi trovo a cena con amici, mi viene servito del pesce, dove sopra brillavano tantissime piccole perle, incuriosita assaggio, pensando di mangiare uova di storione colorate, invece, sento un’esplosione fresca, acidula tra pompelmo e lime con sentori di pepe rosa, prezzemolo o finocchio non saprei dire, leggermente piccante, resto meravigliata e chiedo, cosa sia quest’apparente caviale, che caviale non è!
Il Finger lime, detto anche caviale vegano, ha origini australiane, era raccolto e consumato dagli Aborigeni 60.000 anni fa. Con la colonizzazione del XIX secolo le terre aride su cui cresce il finger lime furono utilizzate per le coltivazioni europee, è solo negli ultimi anni che questo frutto è stato riconosciuto per il suo potenziale in cucina.
Grazie all’impegno di Slow Food che ha creato una rete sviluppata in tutto il mondo con l’obiettivo di conservarli e diffonderne la conoscenza. Il Finger lime (Citrus australasica) è un agrume di forma allungata, raggiunge una lunghezza di circa 8 cm e contiene piccoli chicchi simili a perle. Cresce in natura come un piccolo albero del sottobosco, fino a un’altezza tra i tre e i cinque metri, ha un fogliame rado e cresce molto lentamente, produce i suoi frutti dopo molti anni o quando è in condizioni di stress, tuttavia, quando innestata su un adeguato portainnesto, la pianta si trasforma in un agrume commerciale e redditizio.
In Sicilia dove il Finger lime ha trovato casa, c’è stata una vera rivoluzione, che ha coinvolto circa 200 vivaisti, e sempre in Sicilia, esattamente in provincia di Agrigento, abbiamo il primo campo al mondo di Finger lime in fuori suolo, la cui coltivazione in ambiente protetto può essere una buona soluzione sia tecnica sia commerciale: questo merito lo attribuiamo alla sua elevata quotazione, essendo un prodotto di nicchia. Da non confondere il Finger lime con il faustrime che viene spacciato come caviale bianco o limone caviale, è un ibrido, il frutto del faustrime è più grosso, circa 50 gr. Le vescicole incolori non sono sferiche e perdono il succo, il sapore assomiglia a un limone amarognolo.
La maturazione del Finger lime è a ottobre, la sua polpa ha una miriade di colori, variabili dal verde al giallo, al rosa, al rosso chiaro fino al magenta intenso. Masticando le piccole perle si aprono regalando al palato un gusto selvatico e penetrante di lime. In cucina è molto versatile e si presta a tanti accostamenti, pensate che anche Carlo Cracco, il famoso chef, ha usato il Finger lime in un famoso spot di una patatina.
Tagliato a metà con un coltello affilato il frutto, si spreme e come per magia appare una “truvatura” di piccole perle che fuoriescono, oltre ad usarlo in cucina puoi sorprendere i tuoi ospiti utilizzandolo nel Gin, Champagne, vodka, Campari, succo di pomodoro, ecc.
Lo chef Marcello Cividini scrive: “Il Finger lime è come il maiale non si butta via niente”, la buccia, ricca di principi attivi, limocitrina, composti fenolici antiossidanti, omega-3, ha proprietà rinfrescanti, diuretiche, antisettiche e favorisce la digestione; è fonte di vitamina C e B6, che aiutano il normale funzionamento del sistema immunitario; 50 gr di Finger lime forniranno il fabbisogno giornaliero di vitamina C. Essiccata e polverizzata diventa un complemento interessante come spezia o per infusi. Ogni perla è un prezioso scrigno pieno di sostanze benefiche per il nostro organismo.
Il prezioso Finger lime è eccellente se consumato fresco, ma si surgela benissimo senza alterare la polpa o il gusto e dura fino al prossimo raccolto. Per concludere il Finger lime, oggi poco conosciuto, è un agrume che si sta diffondendo sempre più, nella ristorazione di nicchia i cuochi creano abbinamenti scenografici per deliziare i palati dei clienti più esigenti.

A cura di Angelo Barone   Foto di Massimiliano Cappellano

Con piacere sono stato invitato a visitare il campo scuola per ragazzi con diabete di tipo 1 che si è svolto a Caltagirone presso il Colle San Mauro dal 28 al 30 agosto. Le attività sono state realizzate dall’Asp di Catania in collaborazione con il Centro di riferimento regionale di Diabetologia pediatrica dell’AOU Policlinico di Catania (diretto dalla prof.ssa Manuela Caruso) e con l’Associazione Giovani con Diabete Sicilia, che dal 1984 si occupa di dare sostegno ai ragazzi con diabete e alle loro famiglie. Il percorso ha visto la partecipazione di undici giovanissimi.
La dr.ssa Donatella Lo Presti, coordinatrice del team del Centro di Diabetologia Pediatrico del Policlinico di Catania, mi spiega che il diabete di tipo 1 è una forma di diabete che si manifesta prevalentemente nel periodo dell’infanzia e nell’adolescenza, e rientra nella categoria delle malattie autoimmuni, la quale, di fatto, rende il pancreas incapace di secernere insulina. «Il campo scuola, per i ragazzi, è un momento di divertimento – continua la dr.ssa Lo Presti – ma è anche l’occasione, per loro, per potersi confrontare con medici, infermieri e giovani diabetici più adulti su argomenti di gestione del diabete in modo da potersi rendere autonomi nella gestione della malattia».
Il direttore generale dell’Asp di Catania, dott. Maurizio Lanza si è recato al campo scuola per incontrare i giovanissimi partecipanti ed esprimere loro, alle loro famiglie e all’associazione AGD Sicilia l’attenzione dell’Azienda sanitaria e la piena disponibilità a costruire i percorsi necessari per strutturare e dare continuità agli interventi di educazione e formazione a giovani con diabete.
Si dà così vigore alla partnership fra Asp di Catania e AGD Sicilia. Il presidente di AGD Sicilia, Fabio Badalà, esprime soddisfazione per la visita del dott. Lanza. «Siamo felici che il dott. Lanza abbia accolto il nostro invito di constatare di persona la valenza di queste iniziative».
Durante la tre giorni i ragazzi sono stati coinvolti in diverse attività ludico – motorie, organizzate dai tutor, con lo scopo di educarli a corretti stili di vita, alimentari e motori, e a un’efficace gestione del diabete.

 

Articolo di Irene Novello e foto di Rossandra Pepe

Vizzini è una cittadina del territorio di Catania, immersa tra i monti Iblei. Paese di origine del padre di Giovanni Verga, dove ritorna spesso negli ultimi anni della sua vita. Qui lo scrittore ambientò Cavalleria Rusticana, La lupa, Jeli il pastore e Mastro Don Gesualdo. Passeggiando tra i vicoli e le piazze di Vizzini si percepiscono i colori e le scenografie architettoniche veriste che affascinano e catturano. Tappa obbligatoria è il Museo dell’Immaginario Verghiano, che raccoglie testimonianze relative alle opere di Verga e dei suoi successi, ma è anche un luogo che ci fa scoprire lo scrittore sotto nuovi aspetti, che vanno oltre la conoscenza scolastica e che mettono in luce le sue passioni. Il Museo è ospitato presso Palazzo Trao, un’elegante architettura barocca settecentesca, antica dimora della famiglia Ventimiglia; nella scenografia verghiana è il palazzo di donna Bianca Trao, colei che diverrà la moglie di Mastro Don Gesualdo. Una sezione di esso è stata curata abilmente da Margherita Riggio, studiosa del Verga, lei stessa, infatti, ha indagato fra gli aspetti intimi dello scrittore attraverso il suo epistolario. Lettere d’amore scritte alle donne che ha incontrato nella sua vita, alcune delle quali hanno anche ispirato le sue opere; lettere destinate ai suoi amici e scrittori, tra questi Capuana amico fedele a cui chiedeva spesso consigli, foto e oggetti, utili ai disegnatori che dovevano illustrare le sue opere. Ma anche lettere rivolte alla famiglia a cui Verga era molto legato, ai suoi nipoti, ai fratelli e alla madre. All’uomo Verga è dedicata la prima stanza del museo imitando i salotti che lo scrittore frequentava a Firenze e a Milano, dove si mostrano aspetti inediti della sua biografia, i suoi sentimenti più intimi verso le donne, il suo rapporto con l’arte. Il nome della sala è appunto “Bellezze diverse”. Sono esposte anche le stampe ritrovate in un’edizione di lusso di Vita dei Campi del 1897 con l’ editore Treves, tra i primi a fare dell’editoria un’impresa. C’è anche una sala dedicata all’opera lirica con Cavalleria Rusticana scelta da Mascagni per partecipare al concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno. Verga stesso ne cura la versione teatrale che riscuoterà un primo successo al Teatro Regio di Torino nel 1890. C’è una sezione dedicata alla sua passione per la fotografia, con foto scattate dallo scrittore alla famiglia, agli amici e ai contadini di Tebidi. Ma anche oggetti personali che ci fanno cogliere la quotidianità dello scrittore, tra questi il gilet, il set personale con penna e calamaio e la toletta per i baffi. Margherita Riggio ci ha svelato una sua riflessione frutto della lettura dell’epistolario dello scrittore: “Ho scoperto un Verga diverso, dalla rigidità dell’autore che ci viene propinato a scuola e questo ho cercato di far passare nell’allestimento del museo. È un uomo molto colto, non esente dalla passione per il genere femminile, non privo di umanità e generosità, di grande e sottile ironia, passione per l’arte e capace di grandi slanci di tenerezza verso la sua famiglia e i nipoti”.
Palazzo Trao espone al suo interno anche una mostra etnoantropologica allestita grazie al contributo del signor Rosario Catania, ricca di attrezzi che raccontano la vita rurale che fu nel borgo, è presente anche un antico modello di mulino idraulico e altri utensili che narrano le attività legate alla concia delle pelli. Usciti dal museo, Verga è con noi e ci accompagna tra le vie del borgo in una passeggiata d’altri tempi!