Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Francesco Spagnoletti

Dopo anni di studio e gavetta per lui è iniziata una brillante carriera artistica. Gaetano Ingala, attore poliedrico originario di Barrafranca, nell’ennese, si divide fra teatro, cinema e Tv: “Cannibal, il musical”, “Buonasera, buonasera”, “Insegnami a sognare”, la pièce da lui scritta “Ad esempio a noi piace il sud”, il musical “La febbre del sabato sera”, il programma “Amore criminale”, la fiction “La mafia uccide solo d’estate”, lo spettacolo “Non è una piscina in giardino”.

Quando è nata la passione per la recitazione?
«Da bambino dicono che ero bravo ad imitare il grande Totò, adesso se penso ai movimenti con il collo mi fa male la cervicale. La passione nasce nel mio paese natio a Barrafranca in provincia di Enna dove, tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90 si sviluppa la mia fantasia, obbligato dal fatto che aldilà della piazza principale e qualche bar non vi era un granché da fare e, allora, in piazza nasceva il mio primo personaggio di cabaret che serviva ad animare i piccoli scout. La palestra più grande è stata l’associazionismo. Sono cresciuto all’interno dell’Associazione Arcobaleno con gli spettacoli sacri come il Presepe Vivente e “A Vasacra”: passione e morte di Gesù, dove studiare un personaggio e costruire il palco per andare in scena ti formano le braccia e la mente. Mi sono poi perfezionato a Roma frequentando l’Accademia “Corrado Pani” dei fratelli Claudio e Pino Insegno e laureandomi in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università Roma Tre».

Ci racconta la sua esperienza “Amore criminale”?
«Ho lavorato con la regista e autrice del programma, Matilde D’Errico, nel 2009 in “Città Criminali” dove interpretavo i panni del boss Giovanni Brusca e per me è sempre un onore lavorare con lei ma “Amore Criminale” è diverso. Quando prepari e interpreti i protagonisti è inevitabile immedesimarti nelle loro storie. Così è stato sia nel 2015, quando ne ho risentito fisicamente per rivestire il ruolo di Giuliano uomo rude e corpulento compagno di Marianna che trascura e che ucciderà a colpi di fucile, sia nel 2018 quando ho passato notti insonni per interpretare il ruolo di Mattia ragazzo bipolare che dopo avere ucciso la moglie Michela si toglie la vita. Vorrei che un giorno l’uomo capisse che le donne non vanno toccate ma sfiorate e che questo programma televisivo finisse di esistere, perché quel giorno vorrà dire che il femminicidio sarà davvero una piaga del passato».
Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Cosa porta della Sicilia nei ruoli che interpreta?
«La mia terra mi ha fatto ridere e piangere, come tutti i siciliani. Quando guardi dritto negli occhi un siciliano vedi il bello e il brutto della nostra isola. Porto sempre con me questo contrasto fatto di montagne rocciose e di mare spumeggiante che vorrei trasmettere a mio figlio, il piccolo Damiano appena nato. Nei miei ruoli c’è sempre un collegamento o un riferimento al mio vissuto siculo. La mia chiave vincente è proprio questa, il dolce e l’amaro. Così come ho fatto quando ho preso parte a “La mafia uccide solo d’estate”, la fiction di Pif che penso debba essere portata in tutte le scuole d’Italia e studiata durante l’ora di educazione civica. Il Gaetano “attore” credo che sia molto vicino al Gaetano uomo siculo, ho sempre mirato in alto lavorando con fatica e sudore con i piedi per terra così come mi ha insegnato la mia Sicilia».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Ho appena finito le riprese di “Greta”, un cortometraggio girato a Cefalù. La sceneggiatura, scritta dall’oncologo Massimiliano Spada, lo psicologo clinico Gaetano Castronovo e dal regista Alberto Culotta, è tratta da una storia vera vissuta tra le mura dell’ospedale Giglio di Cefalù dove si utilizza la medicina narrativa che mette al centro della cura il malato e non la malattia. Esperienza di vita per me difficile da dimenticare. Attualmente sto finendo di scrivere uno spettacolo che mi vedrà protagonista: la storia di un noto brigante siciliano che fece parlare di sé nel mondo, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Fiction? Cinema? Film? Vi farò sapere presto».

 

A cura di Alessia Giaquinta

C’era una volta Betta Pilusa…
Inizia così una delle favole che le donne siciliane tramandano da generazioni, oggi sostituita dai giochi di uno smartphone o dalla tv, che poco lascia all’immaginazione.
“Nonna, racconta”, dicevo. E lei iniziava: non una volta, bensì due e anche tre volte. Sembrava la conoscesse a memoria. Era così bello ascoltarla. Erano davvero momenti “da favola”. Chi era Betta Pilusa? Beh, potremmo dire, la donna ideale. Bella, intelligente e brava in cucina. Nelle favole però, siamo abituati a castelli, principi, re e regine. E anche in questa storia non possono mancare. Betta era vittima di un incantesimo poiché aveva indossato l’anello nuziale della madre la quale, prima di morire, aveva profetizzato che chiunque lo mettesse al dito avrebbe dovuto sposare il marito.
Betta, insomma, avrebbe dovuto sposare il padre. Assurdo!
Per scampare a questo pericolo, Betta inizia a fare delle richieste irrealizzabili.
“Padre, vi sposo solo se mi donate un vestito fatto di stelle”. Il padre vende l’anima al diavolo pur di ottenere quanto richiesto dalla figlia. Così la ragazza chiede una veste di alghe e poi ancora una di fiori. Il padre ottiene ogni cosa. Sconfortata, Betta, fa l’ultimo tentativo: “Desidero un mantello di pelo d’orso”. Anche questa volta il padre, grazie al suo accordo col diavolo, riesce ad avere il mantello richiesto da Betta.
Disperata, la ragazza tenta la via di fuga e corre fino a raggiungere il castello di un bellissimo reuzzo. Betta trova ospitalità presso le cucine del castello e lì è tenuta nascosta dalla servitù che la chiamò Betta “Pilusa”, in riferimento alla pelliccia che indossava. La sera, però, la ragazza partecipava alle feste di ballo indette dal reuzzo. Per le occasioni Betta indossava i tre abiti donati dal padre. Era bellissima e nessuno l’avrebbe riconosciuta. A fine di ogni ballo, il reuzzo – che si era già innamorato – le regalò una spilla, un orologio e infine un anello. La quarta sera, però, la giovane non partecipò alla festa perché non aveva più vestiti a disposizione. Il reuzzo intanto si era ammalato, talmente il dispiacere di non vederla più. Betta allora approfittò della situazione per rivelarsi. Avrebbe messo in campo altre doti: la scaltrezza e la passione per la cucina. Preparò così tre focacce per il reuzzo all’interno delle quali nascose i tre doni ricevuti alla fine di ogni ballo. E mentre cuocevano, in forno, le altre la deridevano. Come poteva pretendere una servetta ambire a guarire il re?
E più l’invidia delle altre cresceva, più le sue focacce apparivano belle e appetitose.
Quando il reuzzo mangiò le focacce di Betta, trovò la spilla, l’orologio e l’anello. Immediatamente guarì e mandò a chiamare la donna che le aveva preparate.
Non poteva immaginarlo: era la bellissima fanciulla con cui aveva ballato, celata in un mantello d’orso. L’apparenza lo avrebbe ingannato. Betta però fu intelligente e trovò il modo per farsi apprezzare dal reuzzo che, finalmente guarito, la sposò.
I due vissero così felici e cuntenti e a niautri nun ni lassaruu nenti.

A cura di Maria Concetta Manticello

In passato il cane si cibava di carne cruda appena cacciata, oggi i cani in qualità di animali domestici, fanno parte della nostra famiglia e non sono più considerati alla stregua dei lupi. Pertanto bisogna loro preparare dei cibi che contengano proprietà nutritive bilanciate e adeguate per garantirgli la salute e la longevità. Se decidiamo di cucinare per i nostri amici pelosi, dobbiamo sapere che alcuni alimenti non devono assolutamente essere inseriti nella loro dieta. In ogni caso per un’alimentazione corretta e adatta alla razza del cane, è opportuno chiedere consiglio al proprio medico veterinario, oppure affidarsi ai cibi preconfezionati di buona marca che contengono tutti gli elementi nutrienti di cui hanno bisogno. I cani non hanno lo stesso stomaco dell’uomo, ragion per cui alcuni alimenti sono severamente vietati, anche se loro li mangerebbero volentieri. I cibi e le sostanze pericolose per i nostri cani sono: cioccolato, noci, dolci, caramelle e gelati, cipolle, cavoli e aglio, sale, pomodori, foglie e germogli di patate, noce moscata, lievito, uva e uva sultanina, semi e noccioli, cibi grassi, alcol, caffè, tabacco, uova crude, ossa soprattutto quelle di pollo o di coniglio (si spezzano e possono conficcarsi in gola, possono bucare lo stomaco e gli intestini), cibo per gatti, pesce e pollo crudo. E per finire una cosa che ASSOLUTAMENTE non si deve fare, è quella di dare il cibo che avanza dalle nostre tavole, perché il 90 per cento delle volte contengono sostanze che per loro sono altamente tossiche.

A cura di Angelo Barone  Testo: Dott.ssa Erika Montalto (Componente Equipe Medico Specialistica della U.O.C. di Oncologia
Ospedale “Gravina e Santo Pietro” di Caltagirone)

L’arrivo dell’estate risveglia il desiderio di esporsi al sole o fare una vacanza, anche per chi si sottopone a terapie oncologiche.
Il trattamento farmacologico dei tumori nella pratica clinica, prevede l’uso di farmaci chemioterapici convenzionali ad uso sistemico, che possono attivamente distruggere le cellule tumorali ma tuttavia colpire anche le cellule sane, da cui derivano alcuni effetti collaterali che preoccupano i pazienti tanto quanto la diagnosi e altri approcci di cura che prevedono trattamenti locali come la radioterapia, soprattutto dopo un trattamento locale chirurgico. Con l’aumento della temperatura estiva aumentano gli effetti collaterali per i pazienti sottoposti ai svariati trattamenti: nausea, diarrea, anemia, senso di debolezza e stanchezza. È possibile andare al mare, godersi qualche giorno di vacanza e normalità anche per chi sta seguendo una terapia oncologica purché ascolti i consigli dell’oncologo. Esistono alcuni farmaci impiegati durante la cura che hanno effetto fotosensibilizzante, in quanto diffondono attraverso la circolazione su tutti i tessuti, inclusa la pelle, per cui il contatto prolungato con le radiazioni solari e l’esposizione non protetta può causare arrossamenti anche severi, scottature e macchie cutanee permanenti; durante la chemioterapia è sconsigliata l’esposizione diretta e prolungata al sole, è raccomandato l’impiego di creme solari ad alta protezione. È possibile trascorrere qualche giornata al sole, meglio dopo circa 10 giorni dall’ultima seduta per permettere di smaltire una parte degli effetti collaterali, a patto che si seguano importanti accorgimenti: la testa e gli occhi vanno sempre protetti dal sole. Bisogna evitare le ore più calde della giornata, dalle 10 alle 18, la crema solare ad alta protezione va utilizzata almeno ogni ora anche se si sta all’ombra. L’esposizione diretta è sconsigliata, meglio godersi un po’ di sole sotto l’ombrellone; fare movimento per mantenere la circolazione in moto, con una passeggiata nelle prime ore del mattino o meglio la sera, al calar del sole; per chi ha subito la caduta dei capelli viene suggerito di coprire la testa con dei foulard; utilizzare indumenti che garantiscano diversi livelli di protezione, meglio indumenti lunghi e asciutti. Per quanto riguarda i pazienti che si sono sottoposti a trattamenti locali di radioterapia coprire le parti irradiate con indumenti scuri di cotone a trama fitta, è consigliato interfacciarsi sempre con l’oncologo di riferimento soprattutto per le donne che da poco hanno subito un intervento al seno e hanno eseguito sedute recenti di radioterapia, in quanto le aree trattate chirurgicamente o radiotrattate devono essere tenute a riparo dai raggi solari per i successivi sei mesi dall’ultimo trattamento. L’idratazione è fondamentale in quanto i liquidi e i sali minerali persi vanno reintegrati attraverso l’alimentazione (acqua, frutta, verdura) e l’uso di creme idratanti e lenitive. Lo “spirito combattivo” verso la malattia è un’eccellente risorsa per il paziente, la scienza sottolinea i benefici delle attività fisiche sia sul corpo che sulla mente. Il consiglio di proteggersi dal sole è sempre valido anche in città, campagna o montagna.

A cura dello Chef Vincè Mormina del ristorante “Il Delfino” – Marina di Ragusa

Bianca Magazine ha pensato di offrire ai nostri lettori una nuova rubrica dedicata alla cucina, al buon mangiare e alla valorizzazione delle tipicità siciliane. Ad accompagnare i nostri lettori in questo viaggio del gusto in tutte le fasi di preparazione di un piatto, partendo proprio da ingredienti genuini e esclusivamente siciliani, sarà lo chef Vincè Mormina, titolare del famoso ristorante Il Delfino, il quale con la sua esperienza e la sua professionalità proporrà il giusto connubio tra saperi e sapori, per ricette originali e semplici, che gli amanti della buona cucina potranno preparare a casa loro. Buona cucina a tutti!

Merluzzetti al vapore

  • acquistare dal pescivendolo di fiducia e farli pulire;
  • mettere la pentola vaporiera sui fornelli riempiendola quasi a metà;
  • aromatizzare con erba cipollina, sale grosso e scorza di limone l’acqua della pentola;
  • portare a ebollizione e mettere i merluzzetti per circa 15 minuti a seconda della grandezza; mettete delle verdurine: carote sedano e zucchine a dadolata, subito dopo il pesce;
  • condire con olio evo e peperoncino a piacere.

Siete pronti per portare in tavola!

Articolo di Omar Gelsomino  Foto di Sergio Furnari

Il suo non è il classico racconto di un siciliano che approdato in America si realizza. Sergio Furnari è andato oltre, ha realizzato il suo sogno americano e i sogni li regala alla gente. Forte della sua arte un giorno ha deciso di lasciare la Sicilia, la sua città natale, Caltagirone, e arrivare a New York.
«Da piccolo realizzavo figurine in terracotta, trascorrevo le mie ore nella veranda di casa mia. Entravo in un mondo tutto mio e dimenticavo tutto. Dopo essermi iscritto al Geometra decisi di andare all’Istituto d’arte per la ceramica, da ragazzino lavoravo nelle botteghe ceramiche così quando presi il diploma aprii la mia attività».
Nel maggio 1992 Sergio Furnari, per la prima volta, arrivò a New York. «Ricordo che uscii la stessa sera del mio arrivo, quella città mi apparve come un posto magico e rimasi cinque giorni. Ben presto il mal d’America si fece sentire così decisi di ritornarvi per altri cinque mesi fino a quando non mi trasferii definitivamente». Come per tutti gli immigrati gli inizi non furono affatto facili, Sergio Furnari da una piccola città siciliana si trovò in una delle metropoli più grandi del mondo.
«Inizialmente andavo porta a porta, nei ristoranti e in altre attività italiane a proporre ciò che sapevo fare: una parete decorata, un pavimento, una panca, una fontana, i piatti. Realizzai anche la prima piscina a Palm Beach, in Florida. I soldi però non bastavano mai. Poi arrivò il momento di eseguire dei lavori per Celine Dion». Un giorno, passeggiando per la Fifth Avenue, rimase colpito da una foto esposta in una vetrina, raffigurava undici lavoratori edili durante la loro pausa pranzo su una trave d’acciaio nel costruendo Rockefeller Center. «Quei volti mi parlarono, erano dei lavoratori immigrati come me, sentivo che dovevo catturare quelle espressioni nell’argilla. Era gente che ha lavorato sodo, ha fatto sacrifici. Tra me e me dissi che dovevo riprodurla. La mia unica forza erano le mani e il cervello, ci sono voluti anni per scoprire che possedevo una vena d’oro. Così iniziai a realizzare le mie sculture in ceramica, resina, metallo, che ben presto furono apprezzate. Quell’opera mi ha reso famoso, rimarrà nella storia americana ed europea, visti che quegli immigrati arrivavano anche dal Vecchio Continente. Nell’ottobre del 2001 quando completai la mia scultura a grandezza naturale, “Lunchtime on a Skyscraper – A tribute to America’s heroes”, la portai nel luogo in cui erano crollate le Torri Gemelle, a Ground Zero, ancora gli operai lavoravano alle rovine fumanti: un mio piccolo tributo perchè potesse sollevare il morale di quegli operai e degli americani, ridare loro speranza, nonostante tutto non avevano buttato giù l’anima dell’America. Quella scultura fece il giro del continente americano».
E se l’America è sempre stata la terra in cui tutti possono realizzare il proprio sogno, l’american dream, Sergio Furnari da alcuni anni a questa parte li realizza per i suoi clienti. «Nel 2005 ripresi a fare di nuovo le piscine, iniziai a venderle a clienti facoltosi, a Beverly Hills e in ogni angolo del pianeta: in America, Sud America, Europa e negli Emirati Arabi. L’anno dopo realizzai la piscina dipinta a mano più grande del mondo». Nonostante le sue sculture e i suoi lavori siano apprezzati da Celine Dion, Robert De Niro, Al Pacino, business people e altre importanti personalità Sergio Furnari ha conservato la sua umiltà. «Sono rimasto quello che ero, anche se venendo in America sono diventato un po’ architetto, scultore, direttore, ecc., ho reinventato nuove tecniche mescolando tradizioni centenarie con quelle americane. Tutto ciò che ho fatto ho provato a farlo nel migliore dei modi, per lasciare un segno. In America senti addosso quella pressione che ti porta a creare sempre cose nuove, per fortuna sempre apprezzate. Il mio è un successo relativo, la sete di successo rimane sempre. Il mio prossimo obiettivo, e sono sicuro che lo raggiungerò, è la musica, sto lavorando ad una canzone. Sono sempre disponibile a tornare nella mia terra se vi sono le condizioni favorevoli».

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Alessandro Lana

Ambiziosi, competenti e giovani: tre architetti siciliani collaborano con Renzo Piano per rigenerare la Mazzarrona, quartiere di Siracusa. Un’opportunità di crescita professionale notevole per Giuseppe, Carmelo e Tommaso, protagonisti siciliani di G124.

IL PROGETTO
G124 è un gruppo di lavoro creato e sostenuto dal senatore a vita Renzo Piano, architetto di fama internazionale, con la finalità di lavorare sulla rigenerazione urbana delle periferie del territorio italiano. Il nome del progetto nasce dalla stanza, la numero 24 del primo piano di Palazzo Giustiniani, assegnata a Piano dopo aver ottenuto la carica di senatore a vita.
“Il progetto sono i ragazzi stessi”, dichiara l’architetto genovese in un’intervista, mettendo in luce il suo obiettivo: permettere a dodici eccellenti neolaureati italiani di “rammendare” attivamente, tramite studio e lavoro, territori fragili.
È l’architetto e senatore Piano a supportare economicamente le borse di studio per i dodici giovani prescelti, quest’anno provenienti dal Politecnico di Milano, dall’Università di Padova, da La Sapienza di Roma e dall’Università di Catania.

I PROTAGONISTI SICILIANI
I tre giovani siciliani, selezionati tramite un bando pubblico, sono neolaureati in Architettura e non hanno oltre i ventinove anni. A loro spetterà dare un volto nuovo al quartiere della Mazzarrona, a Siracusa. Sono Giuseppe, Carmelo e Tommaso i protagonisti siciliani del G124, menti fresche e propositive al servizio della loro terra.
Giuseppe Cultraro, nato a Catania nel 1992. Laureato, con lode, in Architettura sviluppando una tesi sulla rigenerazione urbana di un borgo siciliano, consegue un master in “Polis Maker-Sviluppo urbano sostenibile” presso il Politecnico di Milano, con il massimo dei voti. È stato selezionato, nel 2018, per rappresentare il Made in Italy nella mostra “Contemporany Design” all’interno della rassegna Taomoda di Taormina e ha partecipato a concorsi internazionali di progettazione ricevendo premi e menzioni di rilievo.
Carmelo Antoniuccio, nato a Siracusa nel 1990. Dopo la laurea in Architettura con una tesi sulla rigenerazione urbana dell’area portuale di Edimburgo, vanta alcune importanti pubblicazioni e vari progetti in ambito architettonico e urbanistico.
Tommaso Bartoloni, nato a Catania nel 1989. Si laurea in Architettura con tesi sul superamento del limite fisico e amministrativo di Parigi, dopo aver svolto in Francia un tirocinio che gli consente di approfondire meglio i temi della progettazione urbana e delle aree periferiche.
I tre lavoreranno a G124 per dieci mesi. A coordinarli il prof. Bruno Messina, ordinario di Progettazione architettonica e urbana dell’Università di Catania.

AREA DI INTERVENTO
Il quartiere Mazzarrona, a nord-est di Siracusa, è considerato un rione-dormitorio il cui degrado urbanistico incide su quello sociale. Sorto durante il boom edilizio degli anni Sessanta, la Mazzarrona è una periferia che presenta un forte contrasto: alla bellezza paesaggistica in cui sorge (si affaccia sulla costa caratterizzata da splendide scogliere con panorami mozzafiato) si contrappone un disordinato assetto urbanistico che ne limita le potenzialità.
A questi tre giovani va il nostro plauso e la convinzione che, parafrasando un detto popolare, chi va “con Piano” va sano e va lontano! Ad Maiora.

Cosa significa per voi prendere parte a questo progetto?

“Rappresenta una possibilità unica per poter collaborare e confrontarmi con eccellenze italiane nel campo della rigenerazione urbana
e non solo”.
Carmelo Antonuccio

“Significa avere un’opportunità unica di crescita formativa e culturale”.
Tommaso Bartolon

“È un’occasione che mi permette di crescere professionalmente e che al tempo stesso mi consente di affrontare concretamente le problematiche che affliggono le nostre città”.
Giuseppe Cultraro

 

Articolo di Titti Metrico  Foto di A. Di Stefano

Luigi Tabita è un giovane ma già affermato artista del panorama teatrale e televisivo italiano, impegnato nel sociale, nella lotta contro ogni tipo di discriminazione. Dopo essersi diplomato alla “Scuola d’Arte Drammatica U. Spadaro” del Teatro Stabile di Catania Luigi Tabita a vent’anni debutta con Leo Gullotta e continua studiando con: Calenda, Albertazzi, Soleri, Piccardi, Wertmuller, Warner, Duggher, Chiti, Baliani. Si laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione presso l’Università di Catania. La sua poliedricità gli permette di interpretare diversi ruoli, dal drammatico al comico, al musical. In tv ha lavorato in fiction di successo Rai e Mediaset come: Boris Giuliano, Il giovane Montalbano 2, La Catturandi, Squadra antimafia 6, Il paese delle piccole piogge, Dov’è mia figlia, Provaci ancora Prof., I Cesaroni, Fratelli detective, Ho sposato uno sbirro 2. Ha lavorato nei teatri d’opera italiani come aiuto regia di grandi maestri, e tiene seminari di teatro all’Università di Palermo. Tanti i riconoscimenti ricevuti: il Premio Gassman 2008 e nel 2011 in Campidoglio ha ricevuto l’Oscar dei Giovani. È stato impegnato nella tournée teatrale, con Lucia Sardo, nello spettacolo “La rondine” di Guillem Clua. Negli ultimi anni partecipa agli eventi culturali della capitale e alle attività di promozione delle eccellenze del Made in Italy all’estero.

Da cinque anni sei il direttore artistico di “Giacinto festival”, evento d’informazione e approfondimento culturale Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender) che si svolge a Noto. Vuoi anticiparci qualcosa di questa edizione che si svolgerà il 3 e 4 agosto?
«Questa quinta edizione avrà un sapore diverso dalle altre visto anche il periodo storico che stiamo attraversando. Il titolo sarà “Orizzonti e non confini”. Racconteremo storie di migranti Lgbt, storie straordinarie come quella di Luca Trapanese, giovane gay che ha adottato una bimba con la sindrome di down, storie di protagonisti che hanno fatto grande il movimento Lgbt in questi cinquant’anni oltre ad ospiti del mondo della politica, dello spettacolo, documentari, mostre, laboratori e molto altro. Sarà un grande momento di informazione e condivisione per costruire un Paese sempre più plurale e inclusivo».

Pensi che l’omofobia sia solo un problema d’ignoranza, risolvibile con un’adeguata educazione? Oppure è qualcosa di più radicato?
«L’omofobia sicuramente è una questione culturale. Il nostro è un Paese patriarcale con una forte impronta maschilista che si è stratificata nei decenni sotto la nostra pelle. Solo facendo informazione ed innescando nuovi processi culturali che coinvolgano principalmente la scuola e la famiglia si potrà finalmente scardinare questa cultura nella quale siamo imbrigliati. Da anni coordino un progetto nelle scuole della Sicilia orientale dal titolo “Alma: educare alle differenze”, un progetto che porto avanti insieme con altre associazioni (Nesea, ColoridiAretusa, ImmaginareInsieme, Demetra, Auser) e che coinvolge alunni/e e i loro genitori. Sono stato discriminato da adolescente per i miei chili di troppo e per i miei atteggiamenti che forse per qualcuno non erano abbastanza “maschili”. Cosa che mi sorprendeva perché per me era la normalità. Io ero sempre stato me stesso anche grazie ai miei genitori estrosi e colorati che mi hanno sempre permesso di esprimermi come volevo nella vita e nella carriera. Auguro a tutti i giovanissimi che oggi sono vittime di soprusi e bullismo che abbiano una famiglia che li sostenga e che dia loro la forza di reagire».

Cos’è per te la Sicilia?
«La Sicilia è il luogo della mia anima. È il luogo della rigenerazione. Altare di grandi creazioni. Sono ritornato da qualche anno a vivere in Sicilia, il suo richiamo è stato forte in questi dodici anni romani e credo di aver fatto la scelta giusta. Ogni giorno i suoi colori, i suoi sapori, le sue bellezze artistiche mi danno un frisson, una scarica di adrenalina e creatività, nonostante la pessima gestione da parte dei nostri politici di questa Isola straordinaria».

 

Articolo di Sofia Cocchiaro  Foto di Samuel Tasca

Oltre quarant’anni dedicati alla moda, una grande esperienza maturata e la consapevolezza che per crescere bisogna andare oltre, innovare e ampliarsi. È così che la famiglia Tidona, da sempre un punto di riferimento a Ragusa nel campo dell’abbigliamento, apre le porte anche a un nuovo punto vendita per uomo e donna, mettendo a disposizione le competenze maturate nella scelta dei capi migliori. Con loro abbiamo scambiato due interessantissime chiacchiere che abbiamo il piacere di condividere con Voi.

Cosa vi ha spinto a proporre anche l’abbigliamento uomo?
«Ci abbiamo pensato un po’ effettivamente – dicono ridendo i membri della famiglia Tidona -. In realtà riteniamo necessario fare sempre dei passi avanti, dei cambiamenti per crescere e avere soddisfazioni ma ciò non significa che bisogna fare passi azzardati o improvvisati. Oggi, a fronte dell’ esperienza maturata, crediamo che sia arrivato il momento di realizzare un punto vendita che comprenda l’abbigliamento sia per uomo che per donna, garantendo la stessa competenza e qualità che da anni riserviamo alle donne».

Quali attenzioni riservate ai vostri clienti?
«Il nostro “leit motiv” è da sempre lo stile che va inteso come l’unione fra ciò che è fashion ma allo stesso tempo di qualità dal punto di vista dei tessuti e della lavorazione. Infatti, selezioniamo accuratamente i brand da trattare puntando soprattutto sulla scelta dei tessuti più naturali».

I nostri lettori quali brand troveranno?
«Ti Dona veste sia il casual che l’elegante, pertanto l’uomo potrà indossare i capi delle collezioni Tommy Hilfiger, Brooksfield, Paolo Pecora e per le occasioni speciali immancabilmente gli esclusivi abiti firmati Hugo Boss. Le donne, invece, saranno ammaliate dai capi Seventy, Toy Girl, Maria Bellentani e tanto altro che v’invitiamo a scoprire presso il nostro store».

Un messaggio da lasciare ai vostri clienti attuali e a quelli futuri?
«Ringraziamo tutti i nostri clienti, perché è grazie a loro che la nostra attività è presente da oltre quarant’anni con grande soddisfazione. Quanto ai nostri potenziali clienti li invitiamo a venirci a trovare, anche solo per conoscerci».

RAGUSA, Piazza della libertà, angolo con via Roma

 

Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Mirco Mannino

Ho conosciuto Mirco qualche mese fa, esattamente il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia.
Era un mattino uggioso e freddo. Lo conobbi grazie ad un caro amico che, in quei giorni, lo stava ospitando in casa propria. Non fu difficile per me leggere in quegli occhi, azzurri e limpidi, la carica che lo accompagnava: scoprire la Sicilia, interrogarla attraverso il popolo che vi abita e viverla in modo tale da farne un’esperienza completa.
Mirco ha 25 anni e una laurea triennale in Scienze Alimentari. Conclusi gli studi, decide di spostarsi dalla Lombardia in Sicilia, per qualche mese, lavorando come cameriere. E ancora dalla Sicilia in Germania, facendo il gelataio.
Ad accompagnarlo, però, un pensiero fisso: apprezzare meglio la propria nazione, l’Italia delle meraviglie che tutti, ahimè, conosciamo troppo poco.
Così si organizza e parte, con l’essenziale. E inizia dalla Sicilia, terra d’incanto…

«Cos’è per voi la Sicilia?
È una domanda che pongo alle persone che mi ospitano in Sicilia, per scoprire al meglio la loro sensibilità verso la propria terra. Curioso come non mai di sentire la risposta, reggo la videocamera mentre mi rispondono guardando fisso l’obiettivo.
Mi presento, mi chiamo Mirco Mannino e ho 25 anni. Sono nato e vissuto a Milano, ma originario rispettivamente di Scicli e di Catania. Sono sempre stato ciecamente attratto dalla terra da cui provengo, grazie all’influenza dei miei genitori attraverso la cultura e la conoscenza del dialetto.
Ho sempre avuto modo di apprezzare la Sicilia durante le vacanze estive o natalizie, ma questo con il trascorrere degli anni cominciò a non bastarmi.
È nato così il progetto In Viaggio con Te – iniziato il 3 Novembre 2018 – con l’idea di scoprire la Sicilia nel dettaglio documentando ogni cosa tramite foto e brevi video. A bordo della mia VW Golf, seconda serie, mi muovo qui e là per la Sicilia alla ricerca dei posti più affascinanti e nascosti, desideroso di entrare ancora più a fondo nell’essenza dei luoghi che attraverso: dalla Rocca di Novara di Sicilia, tra le più alte montagne dei Peloritani, al Lago Pozzillo a Regalbuto, dove ho campeggiato e goduto l’estasi del tramonto e della successiva alba. Per non parlare di alcune delle più belle tradizioni cui ho assistito: dai festeggiamenti di Sant’Agata a Catania, alla Settimana Santa ad Enna. Per quanto riguarda l’alloggio mi muovo chiedendo ospitalità alle persone del luogo su delle piattaforme online. In questa maniera, oltre che ammortizzare i costi del viaggio, entro ancora più in contatto con la realtà locale e sociale.
Muovendomi di casa in casa e di paese in paese, ho dato vita a un vero e proprio “viaggio condominiale”, basato su piccoli spostamenti. È successo talvolta che, non trovando nessuna disponibilità online, ho ripiegato chiedendo direttamente in paese, nei bar o nelle piazze e, grazie alla cordialità e all’ospitalità tipica delle persone del Meridione, sono stato accolto in casa come un figlio. In più di sei mesi di viaggio non ho mai avuto brutte esperienze in fatto di alloggi. Fino ad ora mi sono concentrato nella fascia orientale dell’isola: quasi un quarto di tutta la Sicilia.
Se il progetto ha un buon sviluppo mediatico, mi piacerebbe continuare questo tipo di viaggio condominiale per le altre regioni d’Italia: una regione alla volta.
Per ora mi accontento della mia Sicilia, che ancora non ho esplorato a dovere. Se vedrete una persona che vaga qui e là inseguendo un tramonto o un’alba, quello sarò io.
Che cos’è dunque per voi, cari lettori, la Sicilia?
La risposta più bella che finora ho ricevuto è: “Il mio ombelico”.
… A te»

Conobbi Mirco il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia.
A lui devo gli occhi nuovi con cui guardo la mia Sicilia, terra d’incanto nell’Italia delle Meraviglie!