Articolo a cura di Alessia Giaquinta

Uno dei personaggi emblematici della nostra Sicilia è sicuramente Giufà, il ragazzo ingenuo e contorto, incredibilmente fortunato e in qualche modo filosofo, protagonista di numerose novelle che ci parlano di un mondo contadino e sempliciotto lontano dal nostro, eppure sempre contemporaneo.
In uno dei racconti tramandatici, si narra che Giufà, il giorno di Natale, fu mandato dalla madre a comprare la trippa dal macellaio, con la raccomandazione di ripulirla per bene.
Giufà allora, dopo averne acquistato un pezzo, decise di immergerla nelle acque del mare. Poco convinto del risultato, Giufà chiese aiuto a uno dei pescherecci che si trovava lì nei pressi. I marinai, allarmati dalle urla del ragazzo, si apprestarono a giungere a riva pensando che fosse successo qualcosa di grave: mai potevano immaginare che Giufà volesse chiedere loro se la trippa era stata pulita per bene.
A questo punto esistono delle varianti della storia.
Quella che ho scelto di raccontare vuole che il giovane Giufà, in preda alla confusione, decise di tornare a casa e chiedere consiglio alla madre che, nel frattempo, era uscita per recarsi alla Santa Messa di Natale.
Giufà, allora, la raggiunse in chiesa.
Proprio in quel momento, il sacerdote dal pulpito stava facendo un’omelia sui rischi dei peccati di gola. “Per la ventri (la trippa) – diceva il prete – si robba e s’ammazza. La gola è uno dei peggiori vizi”.
Giufà, a quelle parole, lanciò in aria la trippa e fuggì, onde evitare di cadere in tentazione.
Buon Natale, amici lettori di Bianca, e…badate bene a non fare come Giufà, sarebbe un vero peccato!

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Renato Iurato   Rendering di Giuseppe Trovato

Il progetto, nato dal sogno della signora Muni Sigona e dal marito Michele Lanza, si sta realizzando. Una casa per il loro Toti, un ragazzo con una neurodiversità, e per altri ragazzi, creando a Modica il primo albergo solidale, adatto alle loro esigenze. Nessun ostacolo si è frapposto al desiderio di realizzare il suo progetto di vita e con la tenacia e l’amore Muni Sigona ha disegnato il futuro per suo figlio e dei ragazzi speciali come lui, portando persino a “Tu si que vales” La Casa di Toti. Andiamo a scoprire il suo progetto.

Ci racconta di Toti?
«Toti è un ragazzo di diciannove anni con una neurodiversità. Autistico, psicotico, oppositivo. Riesce a comunicare bene, legge e scrive, dopo tanti anni di riabilitazioni infantili, ama le moto e le bici che guida in spazi contenuti e controllati, adora gli animali, cantare, ballare. La confusione lo infastidisce. Lui vuole ‘solo amiche’. Teme l’altro sesso… ma richiede spesso compagnia femminile. Dopo anni di cambi di scuola ha finalmente trovato un ambiente accogliente per gli ultimi due anni di scuola media superiore. Adesso che la scuola è ‘terminata’, trascorre la sua giornata a casa, assistito sempre da educatori che supportano la nostra famiglia. Qualche passeggiata, partecipazione a gruppi degli amici “di casa di Toti Onlus”. Le crisi di Toti, improvvise, comportano “rotture” di porte, a volte vetri, “oggetti”. Sono improvvise ma sempre causate da un “suo perché”. Toti deve assumere psicofarmaci (da quando aveva nove anni). Trascorre molto tempo col suo iphone guardando video su Youtube e comunicando con molti amici tramite Messenger. A volte ti sorprende con “pensieri coerenti e veri” che esprime con infinita sincerità senza “freni”. Le sue fisse ossessive ti “distruggono”… devi continuamente convivere con fissazioni e stereotipie, da sconfiggere con lo scandirsi del tempo».

Come si vive la quotidianità accanto a un figlio che soffre di particolari disturbi?
«Sei sempre in ansia e vivi sul filo del rasoio. Temi sempre che “qualche cosa” possa accadere. Ti senti impotente. Tutte le attenzioni sono catturate dal tuo figlio Speciale e inevitabilmente metti da parte il resto della famiglia. Non puoi vivere la vita a fondo. Hai pochissimi momenti “tuoi” e di relax. Senti una forte stanchezza che devi vincere con tanta forza. Ti senti madre indispensabile e unica perché capisci che il tuo amore, la tua pazienza sono “pozioni magiche” per placare le sue crisi. Molte volte ti diverti nel suo mondo “vero” e dimentichi ogni cosa tuffandoti con lui in un mare di semplicità».

Come nasce la Casa di Toti?
«Nasce da un sogno e da una grande preoccupazione per il futuro. Cosa ne sarà di nostro figlio neurodiverso quando noi genitori non ci saremo più? Così quattro anni fa abbiamo fondato una Onlus, creato un gruppo di famiglie, operatori, Studio Parentage (www.parentage.it), volontari, ragazzi Speciali con lievi disabilità capaci di “fare”. Casa di Toti ospiterà sette ragazzi, dai diciotto ai venticinque anni, che potranno vivere in cohousing e saranno assistiti da tutor, 24 h su 24h, lavorare nella gestione della Casa Patronale “dimora storica” nelle campagne del modicano, che diverrà un Hotel Solidale. Un durante noi e un dopo di noi. Un’impresa nel sociale».

A che punto è il progetto?
«In questi giorni stanno completando la messa in opera del “cappotto” della struttura. Iniziamo a breve con gli intonaci e poi completiamo con pavimenti, infissi, tetto di vetro nella hall, finitura impianti, etc. Tutto grazie e solo a donazioni. Venti imprese ad oggi ci sostengono mensilmente grazie al fundraising I Bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it)».

Qual è il suo desiderio di mamma?
«Riuscire a far decollare “Casa di Toti” al più presto e sapere che mio figlio e i suoi amici saranno ben assistiti e impegnati. Un hotel nella mia “dimora, cassaforte della mia vita”, hotel divenuto per forza di cose Speciale. Poter “offrire” a mio figlio Felice, il fratello di Toti, tutto quello che purtroppo non ho potuto dare in questi anni. Amore sicuramente, sempre, ma poco tempo. Sapere Felice, sereno, con un futuro meno “impegnativo”!».

Bianca Pet a cura di Maria Concetta Manticello

Le vacanze estive sono ormai un nostalgico ricordo e tra una cosa e l’altra eccoci a festeggiare un nuovo Natale. Ormai ci siamo, scatta la ricerca dei regali più curiosi, ci si prepara a organizzare pranzi e cene, per trascorrere ore felici insieme alle nostre famiglie. Anche quest’anno molti italiani hanno pensato di regalare o adottare un cagnolino, una bellissima idea, che però comporta responsabilità e consapevolezza. Prendersi cura di un animale domestico vuol dire prestare costante attenzione alle sue necessità.
Un cane deve essere amato, curato e accudito dal suo ingresso in famiglia fino all’ultimo dei suoi giorni.
Nella mia famiglia, dieci anni fa, a farci compagnia è arrivata Gea, una dolcissima barboncina, che è la nostra gioia, non potremmo più fare a meno di lei, un membro a pieno titolo del nostro nucleo familiare. Grazie a lei, posso dire: che meraviglia avere un cane.
La relazione con un cane è speciale, unica e disinteressata, favorisce il buon umore e aiuta senza sforzo a fare attività fisica, camminare insieme con lui, contribuirà a consolidare il vostro legame. Inoltre il nostro amico può essere un rimedio contro la solitudine e lo stress, perché ci aiuta a intrattenere rapporti sociali. Ci regala benessere e relax a costo zero. Quanto è bello addormentarsi vicini sul divano facendoci avvolgere dalla sua serenità. Oppure quando si gira per essere rassicurato che sei lì con lui, quando ti segue ovunque vai, quando stai per uscire e vuol venire anche lui, quando viene da te per farsi confortare o quando si mette a pancia in su, perché ha voglia di essere accarezzato. E non parliamo dell’accoglienza gioiosa che ci riserva quando ritorniamo a casa, anche se è rimasto da solo per pochissimo tempo. I cani sono creature fantastiche, che ci rallegrano la vita con il loro amore e la loro tenerezza. Se tratterai il cane come si deve, sarai inondato da amore, amicizia e lealtà. Per tutto quello che ci regalano e per il poco che chiedono, per farli vivere in buona salute il più a lungo possibile, diamo solo cibo adatto a loro. Io seguendo i consigli della veterinaria, utilizzo da sempre prodotti Royal Canin.

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Mimmo Perna

Determinazione ed emozione hanno contraddistinto i mondiali di canottaggio svoltisi dal 9 al 16 settembre in Polonia. Tra i tanti italiani distintisi nel bacino remiero del Maritza River di Plovdiv, vi sono state anche due siciliane. Il tricolore innalzato sul pennone più alto del podio e l’Inno di Mameli ha risuonato anche per le sorelle Giorgia (capovoga) e Serena Lo Bue che hanno portato a casa la medaglia d’oro, scrivendo per la prima volta il nome di un equipaggio italiano che ha vinto l’oro nella “specialità del due senza pesi leggeri femminile”. Difendendo i colori della Canottieri Palermo, le sorelle Lo Bue si sono lasciate alle spalle le rivali degli Stati Uniti, staccandole di quindici secondi, e laureandosi così campionesse del mondo. Giorgia, ventiquattro anni, dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico Umberto I s’iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo, Serena, invece, ventitré anni, frequenta il Liceo Scientifico Einstein e sceglie la Facoltà di Scienze Motorie a Messina. Nel 2006, quasi per caso, iniziano gli allenamenti al porto guidate dal direttore tecnico della Canottieri Palermo, Benedetto Vitale, e da lì una lunga gavetta che le ha portate a vincere nel 2011 e nel 2012 due campionati del mondo nella Nazionale junior e in seguito dodici titoli italiani, sino alla vittoria di quest’anno del Memorial Paolo D’Aloja, del Secondo Meeting Nazionale, del Campionato Italiano Assoluto nel due senza pesi leggeri e del secondo posto nella categoria “senior” confermandosi tra le migliori atlete nei pesi leggeri del panorama remiero internazionale. Andiamo a conoscere meglio le due campionesse del mondo, i loro caratteri, le loro passioni e i loro sogni.

Come vi descrivete?
Giorgia: «Determinata e precisa, a volte anche troppo! Però quando mi metto in testa qualcosa non c’è verso di fermarmi».
Serena: «Simpaticona».

Com’è nata la passione per il canottaggio?
Giorgia: «Un po’ per caso. Da bambina sono cresciuta facendo danza, l’ho fatta dai tre agli undici anni, ma dovetti smettere perché mi diagnosticarono l’asma e lo pneumologo mi consigliò di praticare sport all’aria aperta o in acqua. Nemmeno un anno dopo il mio allenatore venne nella mia scuola per pubblicizzare uno sport che non conoscevo, ma che mi incuriosì: il canottaggio. Ho voluto provare un corso di avviamento e mi è piaciuto subito».
Serena: «Per caso, mia sorella Giorgia mi ha portato a provare e mi sono appassionata».

Da piccole cosa sognavate di fare?
Giorgia: «Ho sempre sognato di diventare medico».
Serena: «La sportiva a tempo pieno».

Qual è il segreto per andare d’accordo nella vita e nello sport?
Giorgia: «Nello sport i compromessi, senz’altro. Quando eravamo più piccole, litigavamo in continuazione, principalmente perché io a volte sono quasi perfezionista, e non accettavo che qualcosa in barca non andasse come volevo io; crescendo ho imparato che bisogna venirsi incontro per capire a pieno anche il punto di vista del tuo compagno di squadra. Nella vita, invece, il segreto è separare gli ambiti: durante l’allenamento si parla di allenamento, a casa si parla di tutto il resto!».
Serena: «Pazienza, tanta».
Vi hanno paragonato ai fratelli Abbagnale, cosa si prova a diventare campionesse mondiali?
Giorgia: «Vincere un campionato del mondo è una gioia immensa, ed essere paragonate a delle leggende dello sport italiano come gli Abbagnale mi onora perché sono sempre stati un idolo, ma mi rendo conto che io rispetto a loro sono lontana anni luce, anche se spero un giorno di avvicinarmi ai loro livelli».
Serena: «È un’emozione grandissima, soprattutto essere paragonate a loro. Però loro sono a livelli molti più alti dei nostri, noi ancora abbiamo vinto poco».

Quali sono i vostri progetti futuri?
Giorgia: «Riprenderemo la preparazione invernale con grande determinazione, vogliamo migliorare ancora e continuare a crescere. Ovviamente accanto alla vita da atleta provo a fare andare avanti la carriera da studentessa di medicina».
Serena: «Sono molto scaramantica, non parlo molto del futuro. Faccio tutto step by step».

Articolo di Titti Metrico    Foto di Toni Picone

Non è insolito incontrare un artista di strada. Ci si ferma ad ascoltare distrattamente la sua esibizione e poco ci rimane nella memoria di quest’incontro. A volte però capita di rimanere rapiti da un ragazzo semplice, con la chitarra e una voce meravigliosa. Questo è stato il mio primo incontro con Samuel Pietrasanta.

Cos’è per te la strada?
«È la chiave di tutto. È il modo più sincero per capire se sei portato a fare questo lavoro, di conoscere il tuo pubblico in maniera diretta ed è il punto di equilibrio fra il sogno e la frustrazione. Stare in equilibrio è fondamentale per mantenere i piedi per terra ed essere coscienti che il percorso è lungo e faticoso. Il momento più bello credo che sia quando si crea un cerchio intorno a te. Quando la gente si ferma, ti circonda e si forma un angolo di pace difficile da trovare altrove oggi. Creare questa magia dal nulla è una soddisfazione immensa che nessuna televisione, nessuno show può dare. La strada, a oggi, rimane la cosa più emozionante della mia vita».

Chi è Samuel Pietrasanta?
«Descrivermi non è facile ma le parole chiave sono: viaggiatore, sognatore e forse anche illuso; finché ci saranno i presupposti per sognare mi piacerebbe portare avanti questo mio progetto di vita che è la musica, che sono le canzoni, fotografare dei momenti della mia vita e racchiuderli nelle mie canzoni. Ultimamente ho avuto la fortuna di collaborare con una grande donna dello spettacolo come Raffaella Carrà, che vuole far crescere questo fiore di strada per farlo sbocciare in qualche modo e quindi finché la barca va, lasciamola andare».

Progetti per il futuro?
«La musica rimane il fulcro della mia vita, e devo dire che con “Mamma Raffa” abbiamo un pò di progetti nel cassetto di cui ancora non possiamo parlare, un pò di sogni che cercheremo di realizzare. Ho fatto la scelta di vivere di musica, trasmettere emozioni e sono riuscito, in questi anni, a creare un giro di contatti e di persone importanti che mi sostengono e che mi stanno consentendo di andare avanti. Il progetto per il futuro è crescere ancora di più, portare avanti questo talento, perché non basta la fortuna di avere una dote, ma bisogna saperla coltivare come si fa con una pianta, continuare a studiare ed evolversi».

Ci racconti l’ esperienza di The Voice?
«È stato un passaggio fondamentale della mia vita che non pensavo avrebbe potuto aprire un’autostrada così grande. La mia partecipazione al talent è avvenuta in maniera un po’ incosciente, il che è stato anche la mia fortuna perché in queste trasmissioni ti giochi e rischi tutto, basta l’emozione di un secondo a rovinare il lavoro di tutta una vita. L’incoscienza oltre alla voglia di cercare una nuova strada mi hanno fatto trovare la “carrambata” della mia vita e non c’è termine più azzeccato. Il talent credo abbia deviato un po’ l’ attenzione da quello che è la musica vera ma, siccome non amo sputare nel piatto dove mangio, non posso negare che è stata un’esperienza fondamentale. Entrare in uno studio di registrazione con un produttore artistico, un arrangiatore, lavorare sulle canzoni è in fondo il senso del lavoro che facciamo e cioè fare dischi, comporre canzoni per raccontare qualcosa».

Sei un giovane padre, cos’è per te la paternità?
«È stata la forza motrice assoluta del mio percorso, perché sono un papà innamorato di mio figlio e, quindi, all’interno del mio sogno c’è anche il suo, il mio progetto di vita è anche quello di realizzare il suo. Non è facile perché molte volte il lavoro mi porta a girare, andare lontano. L’esempio di un genitore che impronta il suo stile di vita sulla ricerca della libertà e della felicità credo possa essere un insegnamento importante».

Sei siciliano ma vivi a Milano, cos’è per te la Sicilia?
«È il mio sangue, le mie radici, il mio passato, il mio presente e il mio futuro. È la terra che amo, che mi ha dato grandi ispirazioni, la possibilità di sognare. Paradossalmente quando vieni da un posto tanto criticato, hai la possibilità di pensare e di sognare in grande. Se non hai la fame interiore, il bisogno di arrivare, difficilmente ti dai da fare. La Sicilia mi ha dato la voglia del riscatto!».

Articolo di Angelo Barone    Foto di JM Studios

«Amo la musica perché la musica è vita, è la mia vita» con queste parole Marco Grosso, in arte Marc Ross, giovane produttore di musica House/ Tech House e Dj da sempre, comincia a farmi entrare nel suo mondo musicale. È felice che la sua traccia musicale “Magic Stick” sia stata recensita da DJ Mag Italia, una delle riviste musicali più importanti al mondo. Sono curioso di conoscere la sua esperienza di produttore musicale e Marc mi racconta le sue giornate: «Ascolto tutti i generi musicali: Rock, Pop, R&B, House, Tech House, Techno; prendo spunto da tutti i suoni che mi circondano durante la giornata e cerco di trovare idee per comporre la mia musica. Siria, la mia traccia preferita è nata dalla continua ricerca di nuovi sound e dalle sperimentazioni. Ero in studio ad ascoltare musica dalla quale prendere ispirazioni ed ascoltavo una traccia con suoni tribali africani, ad un certo punto trovo questo vocal incredibile e dico: con questa voce mi sono detto, devo fare un disco assolutamente e così è stato». Essendo amico dei genitori, conosco Marc dalla nascita e so della sua passione per la musica sin da piccolo, la prima consolle a dodici anni e a sedici i primi successi e riconoscimenti a Studio Tre Radio, con il programma Vitamina H viene premiato da Tony H & Lady Elena, icone di Radio Italia Network come miglior Dj del Calatino. Completati gli studi, Laurea magistrale in Economia e Management con 110/100 & lode, decide di seguire la sua passione per la musica e nel 2014 si trasferisce a Milano per studiare alla SAE Institute dove ottiene con successo il “Certificato di produzione musicale elettronica”. Qui inizia la carriera di produttore oltre a quella di Dj che non ha smesso mai di praticare. A Milano entra in contatto con JTV (Joe T Vannelli), icona della musica house in Italia e nel mondo, con il quale inizia a collaborare al progetto Subalove Club, party musicale ideato e creato dallo stesso JTV. Un’altra esperienza memorabile da ascrivere nel suo giovane, ma intenso palmares per Marc è accaduta tre anni fa. «È stata un’emozione indimenticabile suonare al Subalove Club durante l’Expo del 2015». Dopo Milano, per due stagioni estive 2016-2017 è stato a Malta come Dj resident dove ha organizzato una scuola estiva di musica elettronica e poi si è spostato a Barcellona. «Con la scusa di andare a trovare un mio grande amico e collega, Pirupa, owner di NONSTOP Records (Casa discografica nota in tutto il mondo, nda) vi rimasi a lavorare. Sono molto legato a lui, gli devo molto e ho imparato tanto da lui così come da JTV».
Marc dopo aver suonato in molti grandi club in tutto il mondo, sta ricevendo supporto da grandi nomi del settore musicale e le sue tracce sono suonate dai migliori Dj.
Il suo ultimo Ep (album, nda), che include Siria e Magic Stick (NONSTOP Records) ha ricevuto feedback immediati da DJ come Carl Cox, Erick Morillo, Mark Knight e Steve Lawler. Le due tracce sono state apprezzate e suonate al Tomorrowland, uno dei festival più importanti al mondo. DJ Mag Italia ha inserito Magic Stick tra le 10 Top Tracks del genere House/Tech House del 2018. Per la prima volta si è esibito al Sonar Music Festival di Barcellona, una manifestazione internazionale di musica elettronica e sino a oggi è Resident Dj al Macarena Club e al Caffè del Mar. A ottobre ha partecipato all’Ade Festival di Amsterdam e, poco prima che andassimo in stampa, è già uscito il suo nuovo album Da da down per NONSTOP Records.
Marc è un creativo pieno di energia, molto motivato e legato alla sua famiglia «Devo tutto e sono grato ai miei genitori che mi hanno supportato sempre in tutte le mie decisioni, lasciandomi libero di sbagliare, imparare e migliorare giorno dopo giorno, sono e sarò sempre orgoglioso di questa loro fiducia».
Anche a noi fa piacere che Marc possa realizzare tutte le sue aspirazioni e gli auguriamo di potersi esibire nei più prestigiosi club al mondo.

Articolo di Gaetano Cutello    Foto di Biagio Tinghino

Dai quartieri di Palermo ai palcoscenici delle più importanti emittenti televisive nazionali, la strada è lunga.
Ne sa qualcosa il comico Roberto Lipari, classe ‘90, che vanta oramai un percorso artistico degno di nota, dovuto principalmente alla vittoria della prima edizione del talent show comico “Eccezionale veramente” in cui è riuscito a farsi amare dal pubblico del piccolo schermo.
Oggi Roberto, oltre ad essere un idolo sui social, fa parte del cast dello storico laboratorio Zelig e gestisce un Lab al Convento Cabaret insieme ai comici Matranga e Minafò, con i quali ha collaborato per i testi del programma di Rai 2 “Made in Sud”.

Roberto quando hai sentito l’esigenza di comunicare attraverso la comicità?
«In realtà, essendo molto timido, attraverso questo strumento riesco a dire cose che altrimenti non riuscirei a esprimere. Quindi, più che una scelta è una vera e propria esigenza che ho sempre sentito nella vita di tutti i giorni, sin da bambino».

Tu dici che la comicità è un veicolo… ma quanto è difficile trattare tematiche molto spesso spinose attraverso la comicità?
«Molto. Esistono, infatti, due possibilità: la prima è di essere troppo scontati e quindi il rischio di dire qualcosa che il pubblico ha sentito migliaia di volte, la seconda, invece, è infastidire qualcuno che magari la prende più sul personale.
L’esempio perfetto è il film “La vita è bella” di Benigni, nel quale è riuscito a inserire, all’interno della cosa più brutta della storia dell’umanità, un corpo comico, riuscendo a far arrivare il messaggio a tutti. Ovviamente è molto rischioso, ma se riesce il risultato che ne viene fuori è strabiliante».

Com’è cambiata la tua vita dopo la vittoria di Eccezionale Veramente?
«La cosa più preziosa che ho ottenuto da questa vittoria è senza ombra di dubbio l’affetto della gente.
Si è creato, infatti, una sorta di legame fra me e il pubblico che tifava per me, un po’ come accade per le squadre di calcio».

Che consigli dai ai giovani di oggi?
«A parte che io sono ancora giovane (ride, n.d.a.), ai giovani consiglio di inseguire i propri sogni proprio come me che volevo fare questo mestiere, anche se la società ci dice che questo non è un vero lavoro, soprattutto in Sicilia. Siccome le nostre generazioni il lavoro se lo devono inventare, abbiamo la possibilità di sperimentare e reinventare ogni giorno qualcosa di nuovo.
Certo, a volte fallirete, come ho fatto anch’io del resto, ma l’importante è non mollare mai.
Cercate di costruire i vostri sogni e non abbandonateli mai».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Adesso sto scrivendo una sceneggiatura per un film che penso, si vedrà nel 2019, per poi tornare in televisione e in teatro».

Attendiamo con ansia i prossimi lavori del simpaticissimo Roberto Lipari, cui auguriamo una carriera ricca di successi, certi che grazie al suo tipico umorismo siciliano conquisterà sempre più i nostri cuori.

 

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Il 2018 è quasi concluso e noi stiamo per entrare ufficialmente nel vivo di uno dei periodi più attesi dell’anno, ossia quello delle “Feste Natalizie”, che ricordano le luci scintillanti, la musica, le liturgie, il buon cibo, gli amici e le grandi riunioni familiari. A volte però proprio ciò che dovrebbe rilassarci e farci stare bene, come i momenti di condivisione con le nostre famiglie d’origine, diventa fonte di stress per la coppia e per l’intera famiglia, al punto da sentirsene travolti. Spesso ci dobbiamo confrontare con famiglie allargate, fatte da figli di precedenti matrimoni, ex coniugi, parenti che vivono lontano, situazioni familiari in cui è difficile conciliare culture, credenze e stili di vita. Può succedere che quel periodo, che nell’immaginario comune viene dipinto come una ricorrenza amata e desiderata, diventi invece per alcuni una festività da “cancellare”. La miglior soluzione è certamente evitare le situazioni di disagio che ci creano malessere, ma quando ciò non è possibile, il nostro corpo manda svariati segnali del nostro disagio emotivo: disturbi gastrici, nausea, mal di stomaco, mal di testa. Non è il cibo elaborato e abbondante che non riusciamo a “digerire”, ma le situazioni, le persone e le relazioni con esse. Festeggiare e condividere il lungo periodo delle feste può essere molto impegnativo in questi casi, ma può di certo risultare più semplice e piacevole per tutti, se si seguono alcuni piccoli accorgimenti. Bisogna sempre affermare e delineare il confine tra la coppia o la famiglia da genitori o suoceri che per la troppa affettività, rischiano di entrare nella nostra intimità, invadendola o addirittura travolgendola. Ai vostri cari probabilmente occorrerà un po’ per accettare quei confini sani che voi avete stabilito, ma, con il tempo, ne vedranno tutti i benefici e se questo non avverrà, sarete voi comunque a goderne. Definite le vostre aspettative rispetto a come volete trascorrere le feste e con chi, poiché una sana comunicazione aiuta a evitare malintesi e rancori reciproci. Infine, bisogna imparare anche a dire “No”, poiché non possiamo accontentare tutti e poi sentirci sopraffatti; la qualità del tempo trascorso è più importante della quantità. Il Natale ha la sua magia ed è bello poterlo vivere rispettando se stessi e le proprie tradizioni, ossia come un’offerta autentica per sé e per i propri affetti. Evitare a tutti costi di far felici gli altri aiuta a rimuovere molte delle barriere emotive alla risoluzione dei conflitti. E adesso, carichi di aspettative e buoni propositi, prepariamoci a goderci in pieno le “Nostre Feste”.

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Salvo Gulino

Un viaggio nel tempo che abbraccia storia, cultura, tradizioni e fede: ecco cos’ è il Presepe Vivente di Giarratana, uno degli eventi più importanti e suggestivi del territorio.
Giunto ormai alla 28esima edizione, vanta un’escalation di premi e riconoscimenti fino a giungere alla menzione di Presepe Vivente d’Interesse Internazionale.
Questo traguardo, ottenuto durante la sua 26esima e 27esima edizione, è unico: nessun’altra rappresentazione ha mai conquistato tale onorificenza.
“Miglior Presepe Vivente di Sicilia” per il 2013-2014 e poi ancora per due anni di seguito, nell’edizione 2014-2015 e nella successiva 2015-2016, quello di Giarratana è stato il “Miglior Presepe Vivente d’Italia”.
Rintracciare in qualche dettaglio il segreto di tanta bellezza è veramente difficile. L’evento della nascita di Gesù Bambino è già motivo di stupore e meraviglia anche nelle umane rappresentazioni. Se a questo, però, si unisce la bellezza di un paesaggio incontaminato, più di trenta antichi mestieri che riprendono vita nel suggestivo quartiere del Cuozzu, si può già percepire l’incredibile fascino di questo evento che, ogni anno, coinvolge più di 100 figuranti e richiama migliaia di visitatori da ogni dove. C’è ‘u cirnituri che setaccia il grano, ‘u caliaru che tosta i ceci nella sabbia rovente, le ricamatrici che tessono come si faceva una volta e poi ancora ‘u scarparu, ‘u falegnami, ‘u varbieri, ‘u scalpellino, ‘a pastara…
Insomma i mestieri del passato, che costituiscono la nostra identità, tornano a rivivere nella magica cornice del Presepe Vivente di Giarratana. Ogni cosa è curata nei dettagli dall’Associazione “Gli Amici ro Cuozzu”, giovani volontari giarratanesi che lavorano con impegno e dedizione tutto l’anno per far sì che la tradizione del Presepe Vivente non svanisca ma soprattutto perché essa possa diventare l’occasione per riscoprire e mantenere vive le nostre radici.
Ambientato tra fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le scene caratteristiche accompagnano il visitatore lungo un percorso che culmina al Campo Grotta dove si rivive l’incanto della Natività.
Spettacolare è anche il panorama che si staglia davanti agli occhi del visitatore: la Grotta, infatti, si trova in un sito sopraelevato, nei ruderi del vecchio Castello dei Settimo, dove si ha la percezione di essere avvolti dal manto stellato, allietati dai dolci flauti che intonano ninna nanne per Gesù Bambino.
Difficile da raccontare: il Presepe Vivente di Giarratana è un’esperienza da vivere e rivivere perché ogni anno si arricchisce di suggestioni sempre nuove.
Per accedere al Presepe bisogna munirsi di un biglietto che garantisce un ordine d’ingresso in base alla numerazione. La biglietteria è a disposizione dei visitatori a partire dal pomeriggio dei giorni di apertura. Il 26 e 30 Dicembre 2018, e poi ancora l’1, il 5 e il 6 Gennaio 2019 è possibile fruire delle emozioni autentiche che il Presepe Vivente di Giarratana sa dare.

 

 

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Angelo Micieli

A circa 30 km da Ragusa, alle falde del Monte Lauro, si estende Giarratana, una cittadina di circa 3000 abitanti denominata “la Perla degli Iblei”.
Anticamente essa si sviluppava presso un monte a 771 metri sopra il livello del mare ma il terremoto del 1693 distrusse l’antico abitato di Cerretanum (dal latino cerrus, quercia).
In seguito, la cittadina fu edificata in una collina più a sud chiamata “Pojo di li disi”. Il precedente sito fu, invece, denominato Terravecchia.
Giarratana offre numerose bellezze paesaggistiche, architettoniche e d’interesse storico – archeologico.
Si pensi alla Villa Romana di età imperiale (III secolo d.C.) che occupava uno spazio di circa duemila metri quadrati, di cui oggi restano visibili la struttura e i pregiati pavimenti a mosaico con motivi floreali e geometrici.
Anche l’antico abitato di Terravecchia continua a restituire testimonianze del passato: un’ equipe di studiosi francesi ha indagato il castello col suo torrione, la Chiesa di San Giovanni Battista e l’abitato dal quale sono rinvenuti numerosi arnesi da cucina, pentole e statuette, oggi conservate preziosamente a Palazzo Barone, sede della Mostra dei Reperti Archeologici oltre ad ospitare il Museo dell’Emigrazione.
Palazzo Barone fu edificato nella prima metà dell’Ottocento nel suggestivo quartiere ‘Cuozzu’, riconosciuto dalla Soprintendenza quale ‘bene demo-etno-antropologico ibleo’. Il quartiere, definito Museo a Cielo Aperto, è sempre visitabile ma si può apprezzare maggiormente nel periodo natalizio: qui, infatti, ha luogo il Presepe Vivente di Giarratana, più volte qualificatosi come “Presepe Vivente più bello d’Italia”.
Non si può passare da Giarratana senza rimanere incantati dalle sue maestose chiese. La Chiesa di San Bartolomeo, costruita dopo il terremoto, è un esempio di tardo barocco. Essa custodisce preziose tele, il corpo della martire Ilaria (donato da Papa Alessandro VII, nel 1665) e, nell’altare maggiore è posto il simulacro del titolare della chiesa: San Bartolomeo Apostolo la cui festa, il 24 Agosto, è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della nostra terra. Il 21 Agosto, invece, si svolge una delle più importanti fiere di bestiame, che richiama gente da ogni parte della Sicilia.
Poi ancora la Chiesa di Sant’Antonio Abate, in stile barocco. Qui la cappella centrale è dedicata a Maria SS. della Neve, Patrona di Giarratana, che si festeggia il 5 Agosto.
Neoclassica è, invece, la Basilica dedicata a Maria SS. Annunziata e San Giuseppe, sita davanti al Municipio della città. Qui si trova anche un monumento ai caduti giarratanesi, martiri della Grande Guerra.
Uno dei prodotti caratteristici di questa terra è la cipolla bianca, dolce e grande (può pesare fino a oltre 2 kg), ‘a cipudda di Giarratana appunto, la cui Sagra è il 14 Agosto.
A Giarratana si può ancora apprezzare l’aria fresca e pulita, l’ospitalità della gente e la gioia di vedere bambini giocare tranquillamente per le strade. Un paese da visitare, o meglio, da vivere!