Scibona

Salvatore Scibona, un italoamericano dirige la Biblioteca Pubblica di New York

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Articolo di Francesco Bunetto   Foto di Francesco Bunetto e Cullman Center Archive

Salvatore Scibona, italoamericano di quarta generazione, è un pluripremiato scrittore e romanziere. Nato il 2 giugno 1975 a Cleveland, è stato nominato direttore della Cullman Center for Scholars and Writers della Biblioteca Pubblica di New York, ed è stato inserito dal New Yorker tra i venti migliori narratori under 40 americani. Il giovane direttore ha iniziato il suo mandato il 5 settembre 2017. La bisnonna, grande ispiratrice di storie, lasciò Mirabella Imbaccari (piccolo comune del catanese) ventenne e morì a novantaquattro anni a Cleveland, senza aver mai imparato a parlare l’inglese. Essendo uno scrittore affermato ed ex Cullman Center Fellow, uno dei suoi tantissimi scritti, quali ad esempio “The End” ha vinto il Young Lions Fiction Award della New York Public Library ed è stato finalista del National Book Award, una saga sui siciliani in America che ha fatto impazzire i critici, e che lui ha scritto a penna, pensando alla sua bisnonna mirabellese. Un romanzo su una comunità d’immigrati italiani in Ohio che attraversa la prima metà del Novecento, dal 1913 al 1953. Per nove anni, dal 2004 al 2013, Scibona ha amministrato il programma di borse di studio residenziali presso il Fine Arts Work Center di Provincetown, nel Massachusetts. Dal 2013 al 2016 è stato professore d’inglese e scrittura creativa presso la Wesleyan University. La sua opera ha ricevuto un Pushcart Prize e un O. Henry Award, ed è stata pubblicata su The New Yorker, The New York Times, Harper’s, The San Francisco Chronicle e GQ Italia. Oltre alla sua borsa di studio presso il Cullman Center, Scibona ha ottenuto borse di studio dalla MacDowell Colony, Yaddo e John Simon Guggenheim Memorial Foundation; ha vinto un Whiting Writers’ Award e residenze in Francia, Italia e Lettonia. Un giovane scrittore italoamericano, uno fra i venti più promettenti narratori under 40 americani secondo il New Yorker, in possesso di una ricchezza di linguaggio e di un’intensità che può mettere a frutto in modo migliore. Il suo secondo romanzo, “Everyone”, completato al Cullman Center, sarà pubblicato da Penguin Press nel 2019. La sua terza opera è prevista per il rilascio nel 2021. Attualmente, Scibona dirige la Cullman Center for Scholars and Writers, una sorta di borsa di studio per quindici scrittori presenti ogni anno con la grande opportunità di fare le loro ricerche, approfondire le loro conoscenze attraverso i milioni di libri disponibili in Biblioteca. Ogni anno, Scibona seleziona in Biblioteca per la partecipazione alla borsa di studio, scrittori creativi, giornalisti e accademici, per formare i prossimi eccellenti artisti nel panorama letterario americano. «Mi piacerebbe molto ringraziare la New York Public Library per quest’onore di direttore della Cullman Center Scholars and Writers – ha dichiarato emozionato Scibona, accettando il premio -. Le relazioni che ho con Mirabella Imbaccari sono, in un certo senso, parte della mia vita artistica e il legame con la mia famiglia mirabellese si è rafforzato grazie a internet, oggi siamo sempre in contatto. Chiamavamo la bisnonna mirabellese “la nonna della fattoria” perché abitava in fattoria e la ricordo molto bene, era piccolina e viveva in maniera molto distante da come vivevo io, ma rappresentava “una frontiera”, ovvero quell’immaginazione che avevo da bambino. Anche mio nonno, nato a Cleveland, originario di Mirabella, non parlava italiano ma solo il dialetto “Maccarisi”».

 

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Star a 4 zampe, le più famose di cinema e tv

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Articolo di Maria Concetta Manticello

Che il cane sia il migliore amico dell’uomo è un dato di fatto, sin dall’epoca del cinema muto a oggi i cani sono stati gli animali cui sono stati dedicati diversi film e serie Tv.
Il primo cane a guadagnarsi i gradi di “divo” del cinema è stato Rin Tin Tin, un Pastore Tedesco che, sin dal 1923, ha rappresentato il cane eroico che collaborava con l’esercito americano lungo la frontiera occidentale. Rin Tin Tin divenne protagonista di film, fiction e fumetti per ragazzi e la sua zampa è finita sulla Walk of Fame di Hollywood. Antagonista di Rin Tin Tin è stato nel 1943, il film “Torna a casa Lassie”. Il suo successo in Italia fu tale che per decenni la razza canina Collie fu chiamata proprio Lassie, come il cane protagonista. Chi di noi non ha pianto seguendo i mille imprevisti che doveva affrontare Lassie pur di poter tornare a casa dal proprio padroncino. Anche lei si è meritata la sua stella d’onore sulla famosa passeggiata hollywoodiana delle celebrità. Se Rin Tin Tin e Lassie, con le loro avventure eroiche e drammatiche, hanno accompagnato i bambini degli anni ‘50 e ‘60 anche ai ragazzini degli anni ‘90, di certo non sono mancati i loro cani di riferimento.
Grandissimo successo mondiale al cinema nel 1992 ha avuto Beethoven, gigantesco San Bernardo che dopo il successo della prima pellicola, è stato protagonista di ben altri diciassette film oltre ad una serie di cartoni animati. In Tv il cane più celebre degli ultimi anni è stato sicuramente il commissario Rex, protagonista dell’omonima serie. Nel 2009 il film Hackiko, ha avuto come protagonista un cane giapponese di razza Akita.Tratto da una storia vera, straordinariamente commovente, a dimostrazione di una fedeltà autentica e assoluta. Hackiko era legato al suo padrone a tal punto che è stato capace di aspettarlo per dieci anni alla stazione ferroviaria di Shibuya, dove scendeva al ritorno dal lavoro. Hackiko per molto tempo, anche dopo la morte dell’uomo, ha aspettato invano il suo amato padrone. Oggi alla stazione di Shibuya, proprio nel punto esatto dove era solito mettersi in attesa, è stata collocata una statua che lo raffigura e che onora questo incredibile atto di fedeltà e amore.
Nel 2012 esordisce in Tv Uggie, un Jack Russel Terrier, che per la sua interpretazione nel film ‘’The Artist’’ ha portato a casa il Palm Dog al Festival del Cinema di Cannes e il Golden Collar Award. Purtroppo la piccola star è venuta a mancare lo scorso anno, a causa di un male incurabile. Tuttavia anche la sua impronta è impressa nella Walk of Fame di Hollywood a ricordare le sue grandi capacità cinematografiche.
Infine come non parlare di Italo, un bellissimo cane randagio protagonista dell’omonimo film uscito nel 2014. Il film, basato su una storia vera, è ambientato nella bellissima Scicli dove, un giorno arriva il cane che, anche se all’inizio creerà un poco di scompiglio e paura, pian piano conquisterà tutti, fino a conquistare la cittadinanza onoraria, diventando simbolo di Scicli.

Giacomo d'alessandro

Giacomo D’Alessandro, il pastry chef palermitano che vizia il palato degli americani

Giacomo d'alessandro

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di ARCHIVIO POLOSUD e Francesco Sapienza

I turisti che visitano la nostra Isola rimangono estasiati mangiando il dolce simbolo siciliano, cioè il cannolo. A decantarne la sua bontà per primo fu Cicerone durante la sua permanenza a Marsala ma la ricetta del cannolo si è perfezionata col susseguirsi delle dominazioni in Sicilia. Il Wall Street Journal l’ha definito lo “scienziato del cannolo” ma Giacomo D’Alessandro, cinquantaduenne pastry chef palermitano, ama definirsi «Un emigrante del ventesimo secolo, di scienziato ho molto poco. Sono stato il primo a importare, con un metodo usato dai vecchi pescatori, un prodotto “unico” come la ricotta di pecora agrigentina in America. Quando i giornalisti del WSJ hanno assaggiato i miei cannoli, durante una cena presso la Camera di Commercio Italiana a New York, abituati a un prodotto che dei nostri cannoli siciliani ha molto poco, sono rimasti molto colpiti. Il sapore della ricotta di pecora è unico, specialmente quello siciliano». Abbandonato il suo lavoro di guida turistica a Palermo per cercare fortuna all’estero, dopo una breve parentesi in Australia, sbarcò negli States. Giacomo D’Alessandro voleva portare i sapori della cucina siciliana all’estero e così iniziò la sua avventura. «Ho scelto New York poiché è la città più difficile e competitiva, dove fare business è complesso essendo piena di ristoranti e “foodies” di ogni tipo. Mi sono detto: “Se funziona a New York, posso andare ovunque nel mondo”. Ho iniziato con i cannoli e le cassate siciliane. Ogni giorno sveglia alle quattro del mattino nella “share kitchen” che avevo affittato, alle due del pomeriggio iniziava la distribuzione ai ristoranti. Da aprile a settembre le “Street Food”, fiere di strada che duravano dieci ore, giornate interminabili che finivano oltre le due del mattino con relativa dormita in cucina». Non è stato facile per Giacomo D’Alessandro vincere la sua scommessa «non esiste la “vera” pasticceria siciliana. Ci sono milioni di emigranti siciliani in America ma tutti di prima generazione (anni ‘30) che hanno tramandato l’idea del cannolo, ma nessuno ha mai assaggiato il vero cannolo siciliano perché all’epoca in nave era impossibile portare la ricotta. Le ricette erano dettate dalla nonna ma mancava l’ingrediente principale, la ricotta di pecora, sostituita da quella di mucca con vaniglia al seguito! Oggi il cannolo è il secondo dolce italiano, dopo il tiramisù, più conosciuto negli States». E dal cannolo alla cassata siciliana ha “sperimentato” anche il gelato. «Ho deciso di presentare la mia gelateria artigianale non solo siciliana, direi italiana, con le sue eccellenze: il pistacchio di Bronte, il cioccolato di Modica, le nocciole del Piemonte, ecc. Un prodotto artigianale, preparato e venduto nello stesso giorno, come da tradizione, nel mio locale POLOSUD Gelato Coffee e Pastries al 166 Mott Street di Little Italy a NYC. Spero di poterne aprire almeno altri tre nei prossimi due anni. Ho tanti sogni ma senza un team appassionato sarebbe stato impossibile realizzare quello che sto facendo, grazie a loro POLOSUD è una realtà affermatasi in pochi mesi a New York City». Anche lui ha dovuto lasciare la sua terra per inseguire il suo sogno con tanti sacrifici e rinunce «Qui si lavora diciotto ore al giorno, sette giorni su sette senza sosta. La Sicilia è nel mio cuore, i miei genitori vivono ancora a Palermo e quando posso, li raggiungo anche se per pochi giorni. I colori, i sapori e gli odori della nostra terra sono unici e non si possono riprodurre da nessuna parte! Mi manca moltissimo il nostro mare e il nostro sole. Un giorno spero di ritornare e riposarmi in Sicilia. Questo è il mio sicilian dream!». Di recente si è aggiudicato il Gelato Festival America «Vincere questa competizione è una grande soddisfazione. Il prossimo obiettivo è la finale nazionale a Miami a marzo 2019. Il segreto? Semplicità e selezione di un prodotto di qualità! Fare un sorbetto al cioccolato fondente sembra semplice ma bisogna saperne calibrare perfettamente gli ingredienti per farlo uscire cremoso e non una roccia! L’american dream continua e speriamo di poter portare la nostra tradizione culinaria siciliana in giro per tutti gli Stati Uniti».

 

Le Naumachie

Le Naumachie, nel cuore di Taormina un luogo magico dal sapore di casa

Le Naumachie

 

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Accanto al Monte Etna, sospesa a metà tra il mare e la montagna, si trova l’incantevole Taormina, perla della Sicilia che continua a incantare migliaia di visitatori ogni anno con i suoi panorami, il suo Anfiteatro Greco e le sue stradine ricche di souvenirs. Non tutti sanno però, che nel cuore di Taormina si nasconde un’antica via costruita dai Romani quasi duemila anni fa: si tratta delle Naumachie, un antico muro di mattoni rossi nel quale s’intervallano diciotto nicchie alte più di cinque metri.

È proprio all’interno di quest’antica via che incontriamo i fratelli Aversa, Francesco e Cristian titolari, assieme alla sorelle Loredana e Nadia, del ristorante Le Naumachie, gioiello della ristorazione che gode dell’incontaminato fascino di una location suggestiva e senza tempo. Ed è proprio insieme a loro, coccolati e deliziati dai piatti de Le Naumachie, che ci lasciamo trasportare nei racconti autentici della famiglia Aversa, ristoratori da ben tre generazioni.
«Siamo nati all’interno del mondo della ristorazione perché già nostro padre e i suoi fratelli possedevano dei ristoranti in provincia di Messina. Mio padre aveva l’idea di aprire un ristorante a Taormina, quindi nel lontano ‘68 aprì il primo ristorante, seguito poi dal noto “Mamma Rosa” dedicato appunto a sua madre, nostra nonna – afferma Francesco -. Accanto a lui, non è mai mancato il prezioso supporto alla gestione che diede nostra madre, Adele.

Questo è l’ambiente nel quale siamo cresciuti, seguendo un concetto di ristorazione che è quello della classica “cucina della nonna”. Un ambiente dove la famiglia non ha mai fatto mancare il suo supporto, come mia moglie sempre vicina al mio lavoro».
Proprio così, perché a Le Naumachie la cucina è fatta di «sapori semplici ma ricercati. Si cerca di trattare i nostri prodotti locali, valorizzando le nostre aziende siciliane e raccontando i loro prodotti ai nostri clienti, diventando appunto tramite tra il consumatore e il produttore – spiega Cristian-. In questo modo trasmettiamo anche la nostra storicità, la nostra cultura e la nostra passione per questo lavoro. Tutto ciò, abbinato a una cantina d’eccellenza, uno staff cordiale e professionale e un ambiente pulito e tranquillo, giovanile e rampante con la voglia di fare sempre del bello e del buono».


Al termine della cena la sensazione è proprio quella di trovarsi in un luogo che profuma di casa, dove la storia è diventata la cornice ideale in cui poter riscoprire la nostra Isola più autentica, fatta di sapori genuini ai quali forse un po’ tutti noi siamo legati, quei sapori che ci ricordano le nostre nonne, regine di ogni cucina. Se in futuro vi capiterà di passare nuovamente per Taormina, decidete appositamente di perdervi, di addentrarvi nel vivo di questa città. Lì troverete Francesco e Cristian pronti ad accogliervi, con la loro genuinità e spontaneità, con la voglia di ricercare ogni giorno l’innovazione nella quotidianità, a regalarvi un’emozione che ricorderete per sempre col nome di… Le Naumachie.

 

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Daniele Bruno, un talento siciliano all’Accademia Vaganova in Russia

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Cristiano Castaldi

Ha appena compiuto quindici anni, Daniele Bruno, e vanta già un curriculum invidiabile.
“Daniele è un ballerino da sempre – aggiunge il padre – sin da quando, piccolissimo, si muoveva con il girello al ritmo dei suoni che percepiva”.
Oggi Daniele ha ottenuto la possibilità di studiare presso la prestigiosa Accademia Vaganova a San Pietroburgo, laddove si sono formati i più grandi ballerini al mondo e laddove lui, pur lontano dalla propria terra, sta inseguendo il suo più grande sogno.

Daniele quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
«Ho iniziato per gioco. Da bambino mi piaceva guardare i video di Salah, un famoso ballerino di hip hop e ripetevo a me stesso che anch’io avrei voluto fare come lui. All’ età di sei anni decisi di frequentare una scuola di danza ad Augusta: facevo hip hop e breakdance. Ricordo ancora l’entusiasmo della prima gara di gruppo alle Zagare, a Catania, emozionante!».

Come sei passato dalla frenesia dell’hip hop alla compostezza della danza classica?
«È stato un caso. Non avrei mai pensato di fare danza classica se non fosse stato per uno stage, svoltosi a Catania, dove ho avuto la possibilità di confrontarmi con il classico, il moderno e il contemporaneo. Fu una scoperta per me e mi lasciai incuriosire… ».

Così hai iniziato a studiare danza classica?
«Sì. Ho iniziato a Siracusa, poi alla scuola professionale “Il Balletto” di Catania con i maestri Chiara Garofalo e Luca Russo. Ho a cuore le esperienze fatte al Mediterraneo Dance Festival e a DanzArt Festival, con maestri provenienti da tutto il mondo. A dare, però, una svolta alla mia vita fu uno stage fatto con il Maestro Fethon Miozzi.
Lui si accorse, durante lo stage, della mia predisposizione alla danza classica apprezzando la tecnica e la passione che mettevo nei movimenti. Parlò ai miei genitori perché io potessi accedere all’Accademia Vaganova, in Russia, dove lui, tra l’altro, insegna. Per me era un sogno».

Si tratta di un’Accademia molto prestigiosa…
«Assolutamente sì. È una delle scuole di balletto più note al mondo. Qui si sono formati la maggior parte dei più grandi danzatori del panorama mondiale: si pensi a Rudolf Nureyev, Svetlana Jur’evna Zakharova, Michail Nikolaevič Baryšnikov giusto per citarne alcuni».

Possiamo dire che il sogno è diventato realtà: lo scorso anno, nel 2017, entri a far parte dell’Accademia…
«Sì. Ho avuto il privilegio di essere stato scelto! A quattordici anni, così, mi sono ritrovato lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra per coronare un sogno. Tra l’altro in quel periodo ero già entrato anche all’Accademia del Teatro San Carlo di Napoli, ero stato invitato a un corso estivo dell’Accademia dell’Opera di Roma e avevo vinto una borsa di studio per l’Ecole Supérieure de Danse de Cannes Rosella Hightower e all’Ecole Nationale Supérieure de Danse de Marseille».

Sappiamo che oggi detieni un record che ti fa (e ci fa) onore…
«Sono stato il più giovane italiano entrato all’Accademia Vaganova. In 280 anni di storia, sono il più piccolo, nella nostra nazione, ad aver avuto questa possibilità».

Quali sono le tue aspettative?
«Spero di crescere sempre meglio e magari un giorno diventare ballerino di un’importante compagnia. Il mio motto è crederci, sempre e comunque. Se ci credi sei già a metà dell’opera».

E Daniele ci crede, traspare dal suo entusiasmo costante. I suoi genitori credono in lui e gli hanno dato le ali per volare. Noi crediamo nelle potenzialità di Daniele e crediamo che lui sia motivo di orgoglio per la nostra terra, madre di talenti da far apprezzare al mondo intero.

 

giuseppina torregrossa

Giuseppina Torregrossa, “la Sicilia è la mia radice solida”

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Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Arturo Safina

Ha toni pacati e modi gentili. Un sorriso dolce. Giuseppina Torregrossa, medico e scrittrice, ama profondamente la sua terra, e in particolare Palermo, lasciata da piccola per trasferirsi nella capitale dove si è laureata e ha messo su famiglia. Nonostante viva a Roma da tanti anni, il legame con la sua città natale è rimasto forte, tanto che traspare in tutti i suoi romanzi. «La Sicilia è la mia radice solida e un albero può dispiegare i suoi rami solo se è ancorato a una terra attraverso le sue radici. Scrivo soprattutto in Sicilia, ma anche a Roma. Ho bisogno però della mia casa. Porto con me tutta quella sicilianità che il mio cuore può contenere».
La passione per la scrittura è iniziata a cinque anni ma solo in tarda età, quando ha smesso di fare la ginecologa, ha pubblicato il suo primo romanzo esordendo con “L’assaggiatrice”, ma il successo è arrivato con “Il conto delle minne” (tradotto in dieci lingue), “Manna e miele, ferro e fuoco”, “Panza e prisenza”, “La miscela di casa Olivares”, “A Santiago con Celeste”, “Il figlio maschio” e “Cortile Nostalgia”, attraverso cui ha anche ricevuto prestigiosi premi come “Donne e teatro”, il Premio Letterario Internazionale Nino Martoglio e il Baccante. Per quanto possano sembrare distanti il mondo della medicina con quello della scrittura in realtà «C’è un’antica tradizione di medici scrittori. Forse il medico ha bisogno di scrivere per contenere le emozioni della sua professione. E la letteratura attinge alle profondità dell’animo emotivo. La passione accomuna i due mondi». E a proposito di passioni Giuseppina Torregrossa ci rivela cos’altro ama «la lettura, il teatro, il nuoto, i viaggi, ahimè sempre di meno» acheter viagra belgique sans ordonnance.
Le sue storie, con uno stile molto fluente, raccontano di sentimenti, di personaggi, delle loro storie, di amore, di cibo e di sesso dov’è possibile percepire la vita e gli umori della Sicilia. «La mia è una scrittura sensoriale e con i miei romanzi voglio trasmettere il mio sentire, tutti i sentimenti, attingendo al mio vissuto. Lo scrittore è un militante che non può permettersi scivoloni».
Nei suoi libri c’è un forte legame con il cibo e la sua terra, «Le parole sono gli ingredienti della letteratura. La lingua siciliana è quella che mi ha cullato da piccola, ovvio che scrivo, parlo e cucino in siciliano. Il cibo è un bisogno primario, la cucina un modo di declinarlo attraverso la cultura. Il mio piatto preferito è la caponata».
Le protagoniste dei suoi libri sono donne dai caratteri forti, decise, determinate ma anche femminili e sensuali ma quasi relegate a ruoli subalterni quando in realtà «la donna potrebbe salvare il pianeta se glielo permettessero».
Anche il suo ultimo romanzo “Il basilico di Palazzo Galletti” è ambientato nella sua Palermo, in un palazzo gotico di Piazza Marina, delimitata da edifici storici come Palazzo Chiaramonte o Steri, l’antica Vicaria o Palazzo delle Finanze, Palazzo Notarbartolo di Villarosa Dagnino, in cui racconta la storia di un omicidio della Palermo bene, «è un giallo, la mia commissaria Marò indaga su un caso di femminicidio». E con la sua eleganza, finita l’intervista, accende un sigaro avvolgendo così altri pensieri e nuove storie.

 

Maria Grazia cucinotta

Maria Grazia Cucinotta e l’amore per la sua terra

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Gaetano Cucinotta e Roberto Rocchi

Attrice, regista e produttrice cinematografica. Ha iniziato come modella, poi ha lavorato a fianco di Renzo Arbore in “Indietro tutta” ma il film che l’ha consacrata al successo internazionale è stato “Il postino” di Massimo Troisi. Da allora per Maria Grazia Cucinotta il successo è stato inarrestabile.
«Per me ogni giorno è una nuova sfida, non mi sono mai fermata per dire sono arrivata, ogni giorno c’è un’opportunità da prendere al volo, per mettersi alla prova». Proprio il film con Massimo Troisi e Philippe Noiret l’ha fatta conoscere al grande pubblico. «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da ventiquattro anni e mi ritengo fortunata. Quel film, a livello culturale e cinematografico, ha portato l’Italia in giro per il mondo». Anche per lei all’inizio non è stato facile ma la sua caparbietà l’ha portata a diventare famosa. «Volevo farcela come Maria Grazia non come attrice, era una sfida con me stessa. Se pensi di farcela solo come attrice pensi solo all’apparenza, la sfida diventa anche più concreta perché è un qualcosa che devi costruire, apparire è la cosa più facile del mondo mentre il pubblico ha bisogno di qualcosa di più concreto».

Cucinotta

Dopo un periodo lavorativo negli States è tornata in Italia: «Quando ero incinta, ho abbandonato Hollywood perché volevo che mia figlia crescesse in Italia, circondata dall’arte, dalla bellezza e dalle eccellenze. Purtroppo l’Italia non è brava a comunicare tutto questo, solo andando fuori ti rendi conto della grande fortuna che abbiamo soltanto a nascere e crescere in un paese come il nostro». In tutti questi anni l’abbiamo vista in diversi ruoli sempre apprezzati dal pubblico. «(Ride, nda) mi piace scegliere, mi piace assecondare le opportunità che mi si offrono, mi piace riuscire nelle mie piccole sfide, costruire qualcosa anche per il futuro dei ragazzi. Insieme alla mia amica Paola Boschi, regista e sceneggiatrice, stiamo lavorando a una serie che si chiama Teen, nata da un’idea di mia figlia e di un gruppo di suoi amici: sarà una serie tutta italiana dedicata ai giovani, dopo aver fatto più di 5000 provini in tutta Italia, stiamo scegliendo i protagonisti di talento, e tratterà argomenti, nei quali i nostri ragazzi potranno identificarsi».

Maria Grazia Cucinotta è stata la prima a esplorare il mercato cinematografico cinese, una pioniera. «Ciò che mi piace di un paese estero è quello di assorbire tutto quello che c’è. Quando arrivai dodici anni fa, non si parlava ancora di Cina, addirittura mi dissuasero, io invece avevo già scoperto un paese meraviglioso, che si stava evolvendo. Mi sono ritrovata in un vortice di crescita ed è meraviglioso vivere in un paese in cui si lavora 24 ore su 24, non ci si ferma mai e tutti lavorano per raggiungere un obiettivo e vedere realizzate le cose che sogni». In realtà, come ci confida, Maria Grazia Cucinotta pensava a tutt’altro che il cinema. «Sognavo di fare la psicologa, perché la mente umana è il più grande mistero in assoluto, siamo dotati di un qualcosa che sfruttiamo solo in minima parte. Descriverei il cervello come un universo infinito di cui conosciamo solo una piccola parte, ma l’universo fa girare il mondo e cosi è il nostro cervello, se lo sai usare impari a conoscere gli altri e ti da una grande forza». Nonostante da anni viva a Roma e per lavoro si sposti in tutto il mondo, Maria Grazia Cucinotta è legata alle sue radici e alla sua terra. «Aver vissuto in tante terre diverse mi ha migliorata perché sono cresciuta culturalmente, ma resto sempre siciliana. Sono una siciliana nel mondo! Viviamo in una terra meravigliosa, unica al mondo, piena di bellezze infinite. Ogni volta che salgo in aereo, mi metto sempre dal lato finestrino e quando vedo la Sicilia andare via ci lascio proprio il cuore».

Maria Grazia cucinotta

Ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno ma incarna sempre la tipica bellezza mediterranea. «Per me la bellezza è carisma, quando parlo di bellezza non intendo quella fisica, quando è innata fai poca fatica. Il carisma è qualcos’altro e ti resta per sempre. La bellezza non deve mai diventare un’ossessione, deve crescere e invecchiare con te, la devi accettare. La bellezza deve evolversi, non puoi fermarla, altrimenti diventi finta. Le donne mediterranee restano il sogno di tutti nel mondo. Quando si parla di donne mediterranee, non si parla solo di bellezza, ma di donne che sono mamme, mogli, di quelle che sono brave donne di casa e poi quando escono sono delle dive». Di recente l’abbiamo vista anche nel docufilm di Francesco Lama, “I Siciliani”, con un cast tutto siciliano, presentato a New York. «Ho partecipato perché da siciliana mi piaceva l’idea di far parlare della Sicilia, rappresenta proprio i siciliani, una Sicilia sognatrice ma allo stesso tempo problematica.

È un documentario che mi ha riportata a New York ed è successo il miracolo che sempre accade quando c’è un film che parla di Sicilia e di Italia: più di duecento persone sono rimaste fuori, allora comprendi la potenza che ha la Sicilia e l’Italia e che purtroppo noi sottovalutiamo. Insisto nel dire che dobbiamo portare i nostri film fuori, perché gli italiani sono ovunque e l’Italia rappresenta un’eccellenza». La scorsa estate, per il sesto anno consecutivo, è stata la madrina del Mare Festival Salina che per lei rappresenta «il festival del cuore. Da anni osservo come all’inizio quando tutti arrivano, sono un po’ scettici poi non vogliono più andare via, ritornano per le nuove edizioni, da Ezio Greggio a Edoardo Leo, tutti si sono lasciati conquistare dalla bellezza di Salina e da un festival un po’ anomalo, dove si parla di cinema, i siciliani hanno l’opportunità di incontrare grandi registi e attori e far scoprire la Sicilia a chi non l’ha mai vista». Oltre a lavorare alla serie Teen la vedremo presto impegnata come attrice in “Tutto liscio”, un film dedicato all’Emilia Romagna e alle sue tradizioni popolari e in altri film ma prima di congedarsi ci rivela che sogna «di continuare a lavorare e riuscire nelle mie piccole sfide e vedere questo paese rinascere come merita».

 

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Kore torna negli inferi, arriva l’autunno

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A cura di Alessia Giaquinta

E se fosse estate per sempre? Beh, magari a molti non dispiacerebbe ma, ahimè, non è possibile! Perché? Lo racconta un mito che prende avvio proprio dalla nostra terra, dal lago di Pergusa con esattezza.
Si narra, infatti, che qui passeggiasse, insieme alle Oceanine, la bella Kore, figlia della dea Demetra e di Zeus. Ade, dio degli inferi, stanco delle tenebre del suo regno, quel giorno decise di fare un giro sulla terra, apprezzando le bellezze che la luce del sole gli rendeva manifeste. Giunto presso il lago di Pergusa, trovò Kore intenta a passeggiare e ne rimase incantato. Fu un attimo: il dio rapì la giovane dea e la portò con sé negli inferi facendola diventare sua sposa. Demetra, madre di Kore, cercò la figlia disperatamente: giunse sino al vulcano Etna, dove accese delle fiaccole perché qualcuno rispondesse al suo grido d’aiuto. A coloro che le donavano ospitalità, lei ricambiava con il dono del grano poiché lei era la dea della terra coltivata e delle messi.
Giungendo a Trapani, alla ricerca della figlia, Demetra perse la falce. Da qui il motivo del promontorio falcato della città di Trapani. Dopo nove giorni e nove notti di vane ricerche, Demetra implorò l’aiuto di Zeus: lui doveva essere sicuramente a conoscenza del luogo in cui si trovasse la figlia. Zeus però non accontentò la richiesta di Demetra che, piena di rabbia, decise di provocare una grande siccità in tutta l’Isola. Così iniziarono a morire piante, animali, e pian piano anche gli uomini.
Zeus, a questo punto, per placare le conseguenze dell’ira di Demetra, chiese al fratello Ade di riconsegnare la figlia e questi obbedì. Prima di rimandarla sulla terra, però, Ade le fece mangiare qualche chicco di melograno, simbolo della fedeltà coniugale che l’avrebbe legata per sempre al regno dei morti.
Si giunse così a un accordo: Kore avrebbe trascorso una parte dell’anno sulla terra insieme alla madre Demetra e per il tempo restante sarebbe tornata negli inferi, fedele al marito. È per questo motivo che, in Sicilia, percepiamo come se ci fossero due stagioni: una “buona” che corrisponde alla venuta di Kore sulla terra e una tinta (cattiva) che inizia con la dipartita della dea verso il regno dei morti.
La madre, Demetra, infatti, dona abbondanza e fertilità alla terra solo in presenza della figlia: ecco dunque la primavera e l’estate e, in contrasto, l’autunno e l’inverno, stagioni non produttive perché Demetra piange la figlia, vittima di un amore che ruba – anche a noi – il calore della bella stagione.

 

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Editoriale Bianca Magazine n.13

di Emanuele Cocchiaro

Anche questa estate si è conclusa, piena di emozioni, d’incontri, di sole, di mare ma anche di sano relax. Il nostro lavoro continua a ricevere sempre più riscontri positivi e sempre più lettori si affezionano a noi aspettando desiderosi l’uscita del nuovo numero. Per questo non possiamo far altro che dirvi GRAZIE.
Il vostro consenso ci carica sempre di più di entusiasmo, quello che ormai ci contraddistingue, preparandoci a vivere questa nuova stagione. Pronti a portare avanti nuove idee costantemente rivolte alla promozione della nostra Isola.
Anche questo numero ha avuto un occhio attento agli eventi che interessano e valorizzano il nostro territorio: abbiamo partecipato alla diciottesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Frontiera ospitato a Marzamemi che ha richiamato artisti di fama nazionale e internazionale. Non potevamo mancare al Festival Internazionale dell’Uva da Tavola di Mazzarrone che ha saputo coinvolgere con entusiasmo grandi e piccini. Ci siamo spinti fino a Palermo per testimoniarvi la parola di Papa Francesco che ha benedetto la nostra terra ed ha apprezzato l’affetto e l’accoglienza che solo i siciliani sanno dimostrare.
Sempre interessati a valorizzare le eccellenze e i talenti che hanno portato in giro per il mondo l’immagine della nostra terra, abbiamo incontrato la bellissima Maria Grazia Cucinotta, testimonial esclusiva della nostra amata Sicilia e in questo numero anche volto della nostra copertina!
Abbiamo attraversato l’oceano per presentarvi due siciliani molto speciali. Uno è Salvatore Scibona, che a New York dirige il Cullman Center for Scholars and Writers della Biblioteca Pubblica di New York, una delle più prestigiose biblioteche degli Stati Uniti. L’altro è Giacomo D’Alessandro, il pasticcere che ha fatto conoscere alla Grande Mela l’autenticità del vero cannolo siciliano con la ricotta di pecora.
Attenti alle novità che caratterizzano la cultura enogastronomica della Sicilia, abbiamo raggiunto a Taormina i fratelli Aversa che ci hanno invitato nel loro ristorante Le Naumachie, dove reinterpretano con innovazione le ricette della tradizione siciliana.
Come vi accorgerete leggendolo, questo nuovo numero abbraccia tutta la Sicilia, passando da Palermo, raggiungendo Segesta e spingendosi più a sud sino a Marzamemi, con un respiro di più ampie vedute che guarda oltre oceano. In definitiva vuol essere un grande abbraccio intenso e caloroso, rivolto a tutti i nostri lettori.